Fognini: "Il Roland Garros è troppo vicino allo US Open, non è salutare"

Interviste

Fognini: “Il Roland Garros è troppo vicino allo US Open, non è salutare”

Fabio racconta la propria quarantena in un’intervista a La Stampa. “È una situazione surreale, da film. Federico vorrebbe correre per il mondo, provo a spiegargli che non si può”

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Come tutto il resto d’Italia anche Fabio Fognini è in quarantena forzata nella sua casa ad Arma di Taggia. L’azzurro ha la fortuna di poter condividere questo difficile periodo con la propria dolce metà, Flavia Pennetta, e con i due figli, Federico e Farah (tutti nomi rigorosamente con la “F”, come vuole la tradizione di casa Fognini). L’ultima nata ha poco più di tre mesi per cui, ovviamente, non si rende conto della situazione, mentre Federico che di anni ne ha quasi tre è pieno di energie e nonostante il giardino, a volte sente il peso della reclusione. Lo ammette candidamente Fabio che a Stefano Semeraro de ‘La Stampa’ ha raccontato le proprie tenere difficoltà di padre. “Ha tre anni, vorrebbe correre per il mondo. Provo a spiegargli che è un momento difficile, che non si può uscire. Non sempre ci riesco“.

Lui stesso in prima persona, come un po’ tutti, soffre questo difficile momento. Le giornate improvvisamente si dilatano e si presenta così l’occasione di rispolverare attività da tempo accantonate, non fosse altro che per dare un po’ tregua alla testa che viaggia a mille. “Di mio sono abbastanza ansioso, quando cala il sole mi incupisco un po’. È una situazione surreale, da film, quindi cerco di tenere impegnata la testa. In qualsiasi modo: ho carteggiato delle sedie e le ho passate con l’antiruggine, ho ridipinto un cancello. Cose che mi piace anche fare, ma per cui di solito non ho tempo“.

Spazio anche ad altro tipo di “dolenti note“, ovvero quelle professionali. Il mondo dello sport, enclave felice (il più delle volte) del “mondo vero”, è infatti anch’esso in stallo e i pochi che si muovono creano problemi. Il riferimento è ovviamente alla decisione, arbitraria e unilaterale, di spostare il Roland Garros a fine settembre, mossa che ha sorpreso e scontentato tutti dalle alte sfere dirigenziali ai giocatori. Fabio non fa eccezione e prende posizione in maniera piuttosto chiara. “Non sono d’accordo di giocare il Roland Garros solo una settimana dopo gli US Open. Capisco che serva per recuperare, ma è troppo vicino. Non parlo di me, ma per gente come Nadal e Djokovic, che arriva sempre in fondo, farsi quattro settimane di Slam in un mese non è salutare“.

 

L’eventualità che Nadal rinunci a New York per giocare a Parigi, non appare verosimile a Fabio. Diverso il caso di Roger invece, che si è sempre riservato molta libertà nel costruire la propria scaletta stagionale. “Non penso che Nadal lo farebbe. L’unico che può pensarlo è Federer, anche perché la Laver Cup è nello stesso periodo. Sono in contatto con l’ATP, so che stanno buttando giù idee per quando migliorerà. Ma non è semplice. Se continua così rischiamo di perdere tutto l’anno. Avevo già deciso che non sarei andato in Cina in ottobre, a prescindere dal contagio, non me la sentivo. Il calendario prevede gli USA, poi l’Oriente, poi di nuovo l’Europa, ma il problema è che la situazione è critica ovunque“.

Fognini è in contatto anche con molti giocatori e tutti sembrano essere dello stesso avviso: non si gioca a porte chiuse. “Ho sentito tanta gente quando l’ATP doveva decidere cosa fare. Feliciano Lopez, che è anche il direttore del torneo di Madrid, Stan Wawrinka, Grigor Dimitrov… Eravamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda, nessuno voleva giocare. Neanche a porte chiuse. Perché gli sponsor contano molto, ma noi giochiamo per il pubblico e sono gli spettatori che tengono su i tornei. A spalti vuoti ho giocato la Davis a Cagliari: molto triste“.

Mentre il calcio sembra fortemente intenzionato a trovare un modo per finire il campionato, Fabio propone molta cautela. Meglio forse uno stop più lungo che una ripresa incerta e prematura, con l’aggravante del giocare senza pubblico. “Una cosa è finire il campionato, non metto becco. E capisco anche tutti i soldi che girano attorno al calcio. Ma quest’anno sarà tutta l’economia del nostro paese, non solo il calcio, che prenderà una bella botta. Io sono dell’idea che bisogna remare tutti dalla stessa parte. Le istituzioni decideranno, ma giocare a porte chiuse non è bello“.

Tra le tante difficoltà delle ultime settimane, l’azzurro si è risparmiato almeno l’inutile trasferta negli Stati Uniti, col rischio poi di rimanere bloccato nel limbo del “si gioca, non si gioca” come capitato a molti altri. “Sono l’unico che l’ha sfangata. Avevo deciso di prendermi un giorno di più, accompagnare la famiglia a Barcellona e partire da lì. Avevo il volo alle 5 di mattina. La sera prima Flavia stava stirando, io ero sul divano, le ho detto che andavo a riposare un po’ ma all’una e mezzo è suonato il cellulare: ‘Aspetta’. Poi è uscita la notizia che il torneo era stato cancellato. Ho avuto fortuna“.

A casa ora, Fabio, che per sua stessa ammissione non tocca racchetta dal 7 marzo (ovvero dal tie di Coppa Davis contro la Corea del Sud) si limita ad un’oretta al giorno di esercizi fisici. L’obiettivo è non superare gli 80 chili: per ora tutto okay. Le priorità comunque al momento non riguardano certo il tennis, non più. Il focus vero è un altro. “La salute: non solo mia, di tutta la mia famiglia. Il tennis mi ha fatto girare il mondo e guadagnare tanti soldi, ma ora l’ho messo in secondo piano“.

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Binaghi: “Internazionali a settembre e per Roma sarebbe ancora meglio che a maggio”

Il Presidente della FIT in collegamento video con Supertennis: “Presto colloquio con il Ministro dello Sport per il torneo”. E si schiera per l’unificazione delle tre sigle del tennis

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Il presidente della FIT Angelo Binaghi è intervenuto venerdì pomeriggio su Supertennis per fare il punto sulla situazione del nostro sport in Italia e nel mondo. Si comincia con il ruolo del tennis nel contesto della più generale ripartenza, dell’opportunità di tornare a giocare subito che offre, con le sue caratteristiche di sicurezza, anche a chi abitualmente pratica sport di squadra . “Sono state tante le ricerche scientifiche condotte nel mondo. In Italia, il Politecnico di Torino ha sancito che siamo lo sport più sicuro in tempi di emergenza coronavirus. Avevamo già capito che in questa disgrazia generale il tennis avrebbe avuto qualche vantaggio competitivo, se non altro nei confronti degli sport squadra, di contatto, o che si possono giocare solo indoor. Quindi, abbiamo impostato fin dall’inizio la campagna promozionale che in questi giorni sta avendo ampia diffusione sui più importanti media: giocare a tennis, anche in questo momento, può solo fare del gran bene”.

Anche se con tempi diversi a seconda delle regioni, l’attività di base è ormai ripartita. Il secondo passo è l’avvio delle competizioni a livello nazionale, quello che Binaghi considera la “nostra Fase 3” e per cui si stanno confrontando con il Governo. “Eravamo più preoccupati per l’avvio della seconda fase, quella più importante per i circoli e per gli insegnanti di tennis. Non appena ci daranno il via libera – spero sia questione di giorni –, abbiamo un intensissimo calendario di tornei individuali, con anche il ritorno dopo tanti anni dei Campionati Assoluti, e per la prima volta faremo tutti i campionati a squadre d’estate”.

Per quanto riguarda invece il tennis internazionale, Binaghi parla di un dialogo intenso e proficuo con gli organi che governano il tennis mondiale, grazie anche alla presenza dei due nostri connazionali ai vertici dell’ATP: “Salvo stravolgimenti, andremo a organizzare gli Internazionali BNL d’Italia tra la metà e la fine di settembre, forse il periodo migliore per giocare a tennis secondo i romani”. Uno dei nodi da sciogliere nel prossimo futuro sarà l’eventuale presenza degli spettatori sugli spalti. “A breve avvierò un colloquio con il ministro [Spadafora] per cercare di capire in che termini riusciremo a far godere questa grande edizione al nostro pubblico”. Il presidente sottolinea il “dialogo costante e super-proficuo anche con il Governo italiano, anche se a differenza di altri noi amiamo la riservatezza e rispettiamo soprattutto la riservatezza di chi vuole dialogare con noi”. Non manca il ringraziamento anche al Parlamento per la conversione in legge del decreto sulle ATP Finals a Torino, approvato quasi all’unanimità. Binaghi ha l’impressione che i diversi enti del tennis stiano collaborando più che in passato e condivide l’idea di unificare ATP e WTA. Anzi, rilancia, “bisognerebbe unificare anche con l’ITF, bisognerebbe che ci fosse un solo riferimento per il tennis mondiale così come succede per tanti altri sport”.

 

Sul nostro movimento maschile, i cui risultati stavamo aspettando con trepidazione dopo la rapida evoluzione degli ultimi due anni, il presidente del consiglio federale non si sente di dare consigli ai nostri rappresentanti “perché hanno coach e staff di livello mondiale”. Mancano pochissimi giorni al decennale della vittoria di Francesca Schiavone al Roland Garros, quindi non si può non dedicare un ricordo a quell’impresa: “Un vero e proprio choc, il tennis italiano probabilmente non era ancora pronto a questo exploit. Fu un salto di categoria, l’essere consapevoli di poter raggiungere qualunque risultato da quel momento in poi, cosa che successe con il tennis femminile”. In mezzo a tutti questi impegni, non c’è stata per Binaghi l’opportunità di mettere piede in campo: “Non vorrei tra l’altro rubare il posto ai tantissimi appassionati che stanno tornando a giocare”.

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Il 2% che divide Gasquet da Federer, Nadal e Djokovic

Seconda parte dell’intervista a Fabrice Sbarro, il data analyst di Medvedev. “La realtà è che anche i big hanno margini risicati. 1 o 2% è una differenza per nulla irrilevante”

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Richard Gasquet e Roger Federer - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Pubblichiamo oggi il capitolo conclusivo dell’intervista a Fabrice Sbarro, data analyst di Daniil Medvedev che ha contribuito ai successi del rosso nell’estate 2019. Dopo avervi raccontato come Sbarro è riuscito a convincere coach Cervara della bontà del suo lavoro, allarghiamo il campo d’analisi all’intero mondo del tennis. Quanto conta quel famoso ‘1%’ di differenza, che al massimo diventa un 2%? Tanto, se può fare la differenza tra vincere uno Slam e non vincerne nessuno…

(trovate qui il video completo dell’intervista)

CAPITOLO 3 – CHIACCHIERE IN LIBERTÀ E PROSPETTIVE FUTURE

Il tema dell’1%, e di quanto sia sottile il margine fra vittoria e sconfitta nel tennis professionistico, è sicuramente affascinante. Su questo argomento è proseguita la chiacchierata.

Forse non c’è ancora una sensibilità diffusa su quanto sia importante quell’1%, che ne dici Fabrice?
1% è una differenza per nulla irrilevante. Djokovic, Nadal e Federer nelle loro carriere si attestano su una percentuale di punti vinti intorno al 54%. Magari la gente pensa che questi grandi campioni, probabilmente i più grandi che ci siano stati nella storia del tennis, abbiano semplicemente spazzato via i propri avversari. Ma la realtà è diversa e i margini anche per loro sono risicati. Ti dirò di più: Gasquet in carriera ha vinto intorno al 52% dei punti. Da una parte decine di titoli Slam, mentre il francese al massimo ha raggiunto le semifinali nei Major. La mia idea insomma è quella di aiutare gli atleti a cogliere quell’1% in più, fornire quel vantaggio competitivo che possa consentire loro di scalare una marcia e andare a posizionarsi sul gradino successivo. Daniil all’inizio dell’anno era sugli stessi livelli di Gasquet, si attestava sul 52% di punti vinti. Durante il periodo che invece va da Montreal a Shanghai, nel quale abbiamo collaborato, questo dato è schizzato al 54% (sui livelli dei tre mostri sacri, ndr).

 

Vogliamo riassumere allora come si è sviluppata la tua collaborazione con Gilles e Daniil?
Nel periodo che va da Montreal a Shanghai 2019, ho aiutato Gilles nella preparazione dei match e la condivisione era completa. Ed è stato incredibile, perché di solito i coach difficilmente si fidano al 100% e tendono a scartare buone parte delle proposte. Ma con Cervara è stato differente, anche perché in quel periodo la fiducia reciproca era testimoniata dal fatto che era Gilles a pagarmi direttamente. Gli piaceva il concept. E io potevo riscontrare che tutto questo era vero, perché in quel periodo Daniil effettivamente traduceva sul campo le nostre indicazioni al 70-80%; ovviamente c’è anche l’avversario in campo. Però dopo Shanghai è emerso anche un altro aspetto molto importante, quello psicologico”.

Che cosa significa?
Dopo Shanghai, torneo in cui Medvedev aveva battuto in finale Zverev, lo status di Daniil era cambiato, ormai era diventato una superstar, non più solo un buon giocatore, ma uno che rivaleggiava con i migliori e poteva competere a livello Slam. E probabilmente da un punto di vista emozionale la cosa non era facile da gestire, è stata un cavalcata dispendiosa mentalmente e fisicamente e probabilmente questo fatto di aver addosso una pressione completamente diversa è stato un peso eccessivo da gestire. Dopo Shanghai lui si sentiva in grado di poter tornare a giocare in un certo senso da solo, senza il supporto delle statistiche, nonostante avessi il pieno supporto del suo allenatore, Cervara. In pratica Daniil voleva mettersi alla prova e fare di testa sua. Nonostante questo, il rapporto di fiducia con Gilles era tale che ha continuato comunque a pagarmi per poter aver le mie analisi che erano a quel punto mirate a sviluppare il gioco del suo assistito. In altre parole, anche se non facevamo più la preparazione statistica dei match e quindi non curavamo più gli aspetti tattici, abbiamo lavorato per individuare ex post le cose che non andavano.

Daniil Medvedev allo US Open 2019 (foto Twitter @USOpen)

Non significa che il rifiuto di Daniil di affidarsi all’approccio statistico sia definitivo, semplicemente per adesso stiamo esplorando altre strade, anche se a volte è un peccatoCome ad esempio nella rivincita con Wawrinka all’Australian Open. Avevo studiato il gioco di Wawrinka e mi ero reso conto che anche se per gran parte del 2019 il rovescio di Stan andava a farfalle, nelle ultime settimane le cose erano cambiate, già a Doha, ed era tornato ad essere un colpo solido. Sapevo che Vallverdu (il coach di Stan, ndr) si era focalizzato su quel colpo; per cui, anche se il rovescio è un colpo che Daniil gioca benissimo, gli avevamo suggerito di anticipare la variazione lungolinea e non rimanere inchiodato sulla diagonale di rovescio per scambi prolungati. Purtroppo alla fine del match le statistiche dicevano che Daniil aveva giocato l’85% dei rovesci incrociati. Ovviamente non sapremo mai se sarebbe potuta andare diversamente, però è stata una partita combattuta che si è giocata sui dettagli. E magari con qualche piccolo accorgimento Daniil avrebbe potuto vincerla.

Dall’esterno, è sembrato che dopo Shanghai Medvedev avesse perso quel tocco magico che aveva avuto per diversi mesi e che l’aveva portato a sfiorare la vittoria contro Nadal, in una delle finali Slam più sofferte tra quelle giocate dal maiorchino. Torna quindi il tema del tennis come un purgatorio fatto di gradoni che costa tempo e fatica salire e che possono invece essere scesi con tanta rapidità. La considerazione allora, in un mondo in cui le statistiche non sono ancora maneggiate dalla maggior parte degli stessi giocatori ed allenatori, è che il vantaggio competitivo è ancor più significativo e talvolta può davvero fare la differenza. E parlando di tennisti che hanno fatto un bel balzo in avanti, non si può non parlare di Matteo Berrettini, nominato “Most improved player” nel 2019.

E di Matteo Berrettini che ne pensi Fabrice?
Credo che tutti i giocatori che hanno lavorato con degli esperti di dati poi ne hanno tratto profitto. Berrettini ne è un buon esempio: aveva cominciato l’anno intorno al numero 50 ed è riuscito a chiudere la stagione nei primi 8 e ad andare alle Finals. E lui ha lavorato con Craig O’Shannessy, che tutti ben conosciamo. Con tutto il rispetto non era previsto che finisse al numero 8! Essere un top ten significa più o meno vincere il 52% dei punti, una performance che per Berrettini non era lo standard. Berrettini, da top 30/top 50, vinceva circa il 51% dei punti.

Anche qui torniamo al tema di prima: stiamo parlando di una differenza di un punto percentuale, in grado di portare un buon giocatore nell’élite assoluta. E sono assolutamente convinto che Craig O’Shannessy sia stato determinante nel far compiere questo salto di qualità a Berrettini. Alla fine si tratta di piccoli dettagli, come le strategie al servizio, essere un po’ più aggressivi e cercare un po’ di più la via della rete, o usare un po’ di più il rovescio slice. Alla fine è questo di cui stiamo parlando ed è questo il ruolo di un esperto di statistiche che interpreta i dati per poter suggerire aggiustamenti tattici, quei piccoli dettagli di cui parlavamo prima. Insomma, data is coming!

Quindi già oggi alcuni giocatori stanno beneficiando di questi dettagli, è così?
Sicuramente, e un buon esempio è sicuramente Murray, che so per certo aver beneficiato di questo tipo di supporto. Andy era sicuramente un top player ma di base probabilmente non al livello degli altri tre, e il fatto che sia riuscito a inserirsi in questa lotta è incredibile. Magari quello che dico è completamente sbagliato, ma secondo me di base lui era un ottimo top ten, come Berdych ad esempio, che è arrivato sulla soglia della grandezza nel suo prime, arrivando anche in finale a Wimbledon. Murray invece ha vinto uno Slam, le Olimpiadi e ha avuto una carriera completamente diversa. Mentre gli altri tre stazionavano sopra il 54% di punti vinti, Murray è rimasto poco sopra il 53%, ma comunque sopra quel 52% che è la top ten.

Oltre a Medvedev hai avuto altre collaborazioni di rilievo nel 2019?
Sì, ho avuto modo di collaborare con Nicolas Mahut, che mi disse di essere interessato al mio lavoro e di volerlo provare. E l’occasione in cui abbiamo cominciato a fare sul serio è stata il Masters di Londra 2019. E durante quel torneo abbiamo fatto la preparazione per ogni match. È stato un bello sforzo perché prima di quell’occasione non mi ero mai occupato di doppio e così ho costruito la base dati puntando a tutte le coppie concorrenti di Mahut ed Herbert che erano a Londra. Anche lì probabilmente sarà stato un pizzico di fortuna, o come dicono alcuni scettici, quando Herbert e Mahut sono in giornata sono imbattibili. Però il risultato finale è stato che non hanno perso un solo set in tutta la manifestazione e considerando la qualità degli avversari è stato un grande risultato. Così ho deciso di cominciare a seguire anche il doppio, ma solo le migliori 20 coppie al mondo al fine di fornire i miei servizi solo ai migliori.

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Interviste

Federer: “Non mi sto allenando perché non ne vedo il motivo”

In una lunga chiacchierata con Guga Kuerten, lo svizzero parla dei suoi primi anni sul tour, della quarantena e del futuro del tennis: “Credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana”. Sulle porte chiuse: “Non riesco a vedere uno stadio vuoto”

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Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Roger Federer è stato tra i più attivi durante il periodo d’emergenza, con donazioni e iniziative benefiche. Recentemente il campionissimo svizzero si è unito a Guga Kuerten nella campagna “Vencendo juntos che mira ad aiutare oltre 35.000 famiglie brasiliane duramente colpite dalla pandemia.

Federer non ha risparmiato elogi per l’ex collega, nel corso di una lunga chiacchierata che ha svelato anche particolari molto interessanti. “Quando mi hai chiamato, ho detto: ‘Se Guga chiama, sono sempre lì per aiutarlo‘. Sei sempre stato uno dei miei giocatori preferiti. Forse non ricordi perché eri gentile con tutti, ma eri anche gentile con me. E penso che sia stato molto importante quando stavo entrando nel circuito. Eri uno dei ragazzi che mi hanno fatto sentire il benvenuto. Quindi, grazie Guga. Ecco perché sono qui e sono molto felice di aiutarti”.

Ripensando a quei primi anni nel circuito, Roger ha parlato di quanto il suo talento e le sue movenze apparentemente “senza sforzo” abbiano pesato come un macigno nella visione generale che il pubblico aveva di lui. Il suo successo non è però esclusivamente figlio dei doni della sorte, ma nasconde una mole di lavoro immensa. “Molte persone pensano che io sia “benedetto”. In realtà c’è stato davvero un duro lavoro, soprattutto quando ero giovane, e ho dovuto imparare a fondo. Il mio problema era che, quando vincevo, la gente diceva: ‘Guarda, lo fai sembrare così facile’. Ma, quando perdevo, dicevano: ‘devi giocare meglio, quel gioco ti veniva così facile…’. Ed è stato difficile trovare un equilibrio, mi sentivo molto confuso. Devo urlare di più? Devo sudare di più, non lo so? Cosa devo fare per far credere alle persone che sto dando il massimo?“.

 

Quegli anni sono ormai lontani e il Federer di oggi è un veterano che ormai a quasi 39 anni è ancora un top 10 fisso, sempre il lizza per titoli pesanti. Questa seconda giovinezza, quella post operazione al ginocchio del 2016, Roger ha però rischiato di non viverla. I dubbi al momento dell’infortunio erano tanti e la prospettiva di un prepensionamento forzato non era così lontana. L’orgoglio del campione però, ancora una volta, ha giocato un ruolo decisivo. “Ho subito l’infortunio nel 2016 ed è stato un anno molto difficile. Ho avuto dei pensieri, ovviamente. ‘Sarà questa la fine o no?’. Ma ho davvero sentito che questo intervento non avrebbe posto fine alla mia carriera. Credevo che avrei avuto una seconda possibilità e l’ho avuta. È stata una grande sorpresa per me. Nel 2017 sono riuscito a tornare molto forte, non solo agli Australian Open, ma durante tutto l’anno. È stato davvero bello. È stato il mio primo intervento chirurgico, non ero sicuro di come gestirlo“.

Wimbledon 2016, l’ultimo torneo disputato da Federer in quella stagione

Dal passato al futuro, Federer ha anche parlato del difficile momento che il tennis sta vivendo e dei possibili scenari che il gioco potrebbe essere costretto ad affrontare. In primo luogo, la possibilità di giocare a porte chiuse, eventualità che lo svizzero vorrebbe evitare. L’augurio di Federer è che si possa riprendere almeno con una partecipazione ridotta o in alternativa aspettare che le circostanze ammettano la presenza, in sicurezza, degli spettatori.

Non riesco a vedere uno stadio vuoto. Non posso. Spero che ciò non accada. Anche se la maggior parte delle volte ci alleniamo non c’è nessuno e tutto è tranquillo, in silenzio. Per noi, ovviamente, è possibile giocare senza fan. D’altra parte, spero davvero che il circuito possa tornare alla normalità. Potremmo aspettare il momento opportuno per tornare nuovamente ad una modalità normale. Con lo stadio almeno pieno per un terzo o mezzo pieno. Ma per me giocare in uno stadio completamente vuoto, nei grandi tornei, è molto difficile“.

In attesa di notizie più sicure sui tempi e le modalità di ripartenza del circuito professionistico, Federer si gode i lati positivi della reclusione forzata, come la possibilità di passare più tempo con la sua numerosa famiglia. “Non siamo mai stati a casa più di cinque settimane dal mio ultimo intervento chirurgico nel 2016. Questo è un grande momento per noi, come famiglia, ovviamente a volte ‘ci facciamo impazzire’, come ogni famiglia (ride, ndt). Ma per fortuna siamo sani, i nostri amici e la nostra famiglia non sono stati colpiti dal virus, il che è importante per noi. E le cose stanno andando bene nonostante le circostanze”.

RITORNO IN CAMPO – A dispetto di tanti altri colleghi che hanno immortalato il proprio ritorno in campo per gli allenamenti con la racchetta in mano, Roger non ha ancora fatto circolare nessun video o foto. Ma semplicemente perché non c’era niente da condividere. Federer ha infatti dichiarato apertamente che non si sta allenando in questo periodo, perché non ha stimoli sufficienti per farlo vista l’incertezza circa la data di inizio dei tornei.

Al momento non mi sto allenando perché non ne vedo il motivo, ad essere onesto. Sono felice con il mio corpo ora e credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana. E penso che a questo punto sia importante per me godermi questa pausa dopo aver giocato così tanto a tennis. Non mi manca così tanto. Lo sentirò alla fine quando sarò vicino al ritorno e avrò un obiettivo per cui allenarmi. Sarò super motivato“.

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