Wimbledon cancellato con il sorriso: spunta la polizza da 100 milioni (Frasca). Senza Wimbledon (Mecca). Panatta: "La volta in cui fui davvero libero" (Burreddu)

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Wimbledon cancellato con il sorriso: spunta la polizza da 100 milioni (Frasca). Senza Wimbledon (Mecca). Panatta: “La volta in cui fui davvero libero” (Burreddu)

La rassegna stampa del 4 aprile 2020

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Wimbledon cancellato con il sorriso: spunta la polizza da 100 milioni (Guido Frasca, Il Messaggero)

Fortunati? No, meglio lungimiranti. Wimbledon salva i conti grazie a una clausola nel contratto assicurativo contro la cancellazione per pandemie virali del valore di circa 1,6 milioni di curo all’anno. l.a notizia circolava da mercoledì scorso, quando è stata ufficializzato l’annullamento, ed è ora una certezza confermata da Richard Lewis, direttore generale dell’All England Club: «Siamo fortunati ad avere l’assicurazione e questo ci aiuta. Gli assicuratori, i broker e tutti quelli che sono stati coinvolti hanno svolto un lavoro eccellente», ha sottolineato. Nelle casse dell’AELTC entreranno oltre 100 milioni di curo di risarcimento, con oscillazioni che dipendono dagli incassi. Il torneo più antico e famoso del mondo cadrà sul morbido, che a Church Road vuol dire sui prati, dopo aver già dato appuntamento agli appassionati di tutto il mondo al 2021. […] UNICO TRA I QUATTRO MAJOR L’idea di estendere la copertura assicurativa risale al 2003, in seguito ai timori per l’epidemia da Sars. Da allora l’organizzazione l’ha sempre rinnovata di anno in anno, unico tra i quattro Slam e in generale tra i tornei del circuito mondiale. F probabilmente tra gli eventi sportivi in generale. Va da sé che si tratta anche di uno dei pochi che poteva permettersi di stipularla. I Championships lo scorso anno hanno generato introiti per circa 260 milioni di curo, mentre gli US Open ne hanno incassati oltre 300 stravincendo la sfida della biglietteria (110 a 43). Gli Australian Open nel 2019 hanno fatto registrare introiti per circa 210 milioni di curo, mentre il Roland Garros è stato costretto al rinvio da maggio a settembre proprio per scongiurare perdite stimate in 240 milioni. Il coronavirus avrà un impatto duraturo: cosa potrà accadere ai tornei più piccoli?

Senza Wimbledon (Giorgia Mecca, Il Foglio)

 

E il maggio 1940, i nazisti sono ovunque in Europa, la Francia ha smesso di esistere: “Abbiamo perso la battaglia”, scrivono da Parigi al primo ministro britannico Winston Churchill, i tedeschi stanno arrivando anche da voi. Mentre l’Europa cade a pezzi, alla fine del mese l’All England Lawn Club dirama una nota: “Siamo spiacenti, dobbiamo posticipare Wimbledon, ma soltanto di qualche giorno. Non si giocherà più il 21 giugno, ma il 19 luglio”[…] Da quel momento il campo centrale diventerà sterpaglia, deposito di macerie, i tedeschi proveranno a raderlo al suolo gettandoci sopra le bombe ma non ci riusciranno. Mercoledì pomeriggio, dopo settimane di discussioni, annunci rimandati, occhi tappati ed evidenze impronunciabili, il presidente del torneo Ian Hewitt ha dovuto ammettere che Wimbledon quest’anno non si giocherà per l’ottava volta nella sua storia: “È una decisione che non abbiamo preso a cuor leggero, ma con il più grande rispetto per la salute pubblica”. Salta così tutta la stagione sull’erba, il luglio vestito di bianco, l’inchino ai reali, l’immancabile pioggia, le fragole, il tennis come cattedrale, silence please. Subito dopo l’annuncio, da New York la federazione statunitense ha dichiarato che gli Us Open continuano a essere in programma dal 31 agosto al 13 settembre, nel frattempo però a Flushing Meadows sta per essere allestito un ospedale da campo per i malati di coronavirus. Roger Federer, che aveva programmato la sua riabilitazione per essere presente a Londra, ha scritto su Twitter di essere devastato dalla notizia dell’annullamento di Wimbledon. Gli rimarrà il rimorso di quei due match point sprecati per un altro anno, mentre il tabellone del Centrale, come vuole la tradizione, continuerà a indicare il punteggio dell’ultima partita della scorsa stagione: Djokovic batte Federer 7-6 1-6 7-6 4-6 13-12 in quattro ore e 57 minuti. Un messaggio lanciato nel vuoto, rivolto a nessuno. Oggi il campo è rimasto senza rete e così rimarrà, con i sedili coperti dal nylon per proteggerli, l’erba tagliata inutilmente e inutilmente perfetta, come sempre il primo giorno. “Una croce sopra”, ha titolato l’Equipe, “Torneranno giorni migliori”, ha ribadito l’account di Wimbledon costretto a chiudere le porte all’estate, ai pomeriggi di tutti, tennis negli occhi finché non cala la sera, al sabato e alla domenica della finale, alla nostalgia del giorno dopo, a quel total white fuori dal mondo, inappropriato ovunque tranne che lì, così reazionario e così perfetto su sfondo verde. Non ci sarà nessuna celebrazione per i quarant’anni della finale tra Björn Borg e John McEnroe, quel tie break che ci ha fatti innamorare del tennis. Sarà un luglio vuoto

Panatta: “La volta in cui fui davvero libero” (Giorgio Burreddu, Il Foglio)

La libertà sta in una palla tagliata, in una volée. Magari in una veronica. “Quella no, la mia veronica non è mai stata un gesto di libertà, mi usciva e basta. Il perché non lo so. La colpivo, e la pallina andava sempre a finire lì. Liberamente”. Adriano Panatta è stato libero sempre. Nella volontà e nella rappresentazione. “Sognavo di vincere tre cose: Roma, Parigi e la Davis. Ci sono riuscito”. […] Ironia e saper vivere. “Sono nato nel ’50, praticamente durante il boom, la guerra era finita da poco, non c’era una lira, ma io ricordo di aver avuto un’infanzia bellissima, libera, sono stato figlio unico per dieci anni, mio fratello Claudio è arrivato dopo, e io giocavo da solo, e la mia libertà era quella: organizzarmi come poteva fare un ragazzino a quel tempo”. Prigioniero ce lo fece diventare il tennis, in un certo senso. […] Adesso che c’è il virus a condizionare le nostre giornate, la libertà è qualcosa su cui riflettere, qualcosa che possiamo misurare. “Essere veramente liberi sarebbe bello. Secondo me la piena libertà non esiste per nessuno, saranno almeno mille, un milione, le volte in cui non mi sono sentito completamente libero di dire o di fare qualcosa. A volte ti freni anche per buona educazione. Però forse in queste settimane la stragrande maggioranza degli italiani ha capito una cosa: la responsabilità. Il rinunciare a una parte di libertà per gli altri. Quelli che non l’hanno capito sono scemi. Ma quella è ignoranza, non puoi farci nulla”. Lo sport ha rinunciato a tutto, ai gesti e all’aggregazione, e se questa non è una mancanza di libertà, allora cos’è? “Lo sport ha cercato di resistere, ogni singolo atleta ha fatto un programma con il suo allenatore, ma tutto è andato per aria. È giusto che sia così. Non si può fare un evento importante come l’Olimpiade in queste condizioni. Anche il tennis si deve adattare. Ad agosto magari sarà tutto finito, ma ci sarà uno strascico, forse la normalità la riavremo a settembre. Lo sport dà un grande senso di libertà. Parlo dello sport nel campo di gioco, quando gli atleti sono lì dentro, dentro al campo, quello per loro è il vero senso di gratificazione, di libertà. Quello che sta intorno all’improvviso non conta più, che sia industria o politica, quando sono lì gli sportivi sono liberi”. Lui fu libero di indossare una maglietta rossa contro il regime, contro Pinochet, nel ’76, in Cile. “Quello fu un segnale contro un delinquente, perlomeno doveroso. Il vero gesto di libertà lo feci nel mio ultimo match di Coppa Davis, perdendo. Fuori dal Foro Italico c’era un ragazzino, io stavo andando alla macchina, mi fermò: “Mi regali la racchetta?”. No, te le regalo tutte. Mi ricordo ancora i suoi occhi, quel senso di sorpresa e gratitudine. Ecco, quello è stato un momento in cui mi sono sentito veramente libero”. Esce poco, il tempo della spesa. “Una volta a settimana, quindici minuti. La cosa che mi colpisce di più sono le persone che ti scansano, si scansano, e sono tutti irriconoscibili, le mascherine, le sciarpe, gli occhiali, siamo un gruppo di anonimi che gira, vaga, si sbriga, e va a destra o a sinistra a seconda di dove vai tu. C’è un po’ di paranoia purtroppo”. In casa, Panatta scivola tra la cucina e il letto, è da letto che fa tutto: legge, scrive, telefona, guarda la tv. Retaggio degli anni Settanta, quando la casa la condivideva con Paolo Bertolucci, che stava fisso in salotto. “Io non soffro tantissimo, sono sempre stato un casalingo, non mi sento soffocare”. Il concetto di libertà cambia nel tempo e nello spazio. “La mia generazione non ha fatto la guerra, però abbiamo passato il terrorismo, gli anni di piombo. Io abitavo in Toscana, mi ricordo i posti di blocco quando tornavo, i sacchi di sabbia a Roma Nord. Mio nonno mi raccontava del Ventennio, di quando la libertà non c’era. Faceva il marmista, è diventato cieco con una scheggia. Ha contribuito a tirare su il Colosseo quadrato, all’Eur. Lui era amico di Nenni, i fascisti lo avevano menato due o tre volte, a casa mia si parlava di socialismo, io sono sempre stato di sinistra. Comunista mai, perché il comunismo l’avevo visto: andavamo due o tre volte l’anno nei Paesi dell’Est, e i miei coetanei non potevano venire a giocare da noi, non potevano neanche bere la Coca-Cola. Non c’era libertà”. Qualcuno adesso sente la mancanza della libertà che c’era prima. “Il nostro è un grande popolo, che trova il meglio di sé quando le cose sono scappate un pochino di mano. Però reagisce. L’italiano è per bene. Quelli sui balconi li ho visti cantare, liberi di farlo. E poi ci sono quelli come me, a cui girano i coglioni”

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Gli anni di Fabio (Cocchi). Favola Osaka, è l’atleta più pagata di sempre (Grilli). Djokovic organizza un mini-circuito in quattro Paesi per ricominciare (Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 24 maggio 2020

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Gli anni di Fabio: «Mi manca la gara, ma adesso sono un esperto di Tom & Jerry» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Trentatré sono gli anni che compie oggi Fabio Fognini, mai come ora preso dal ruolo di padre e uomo di famiglia. Tre sono gli anni che ha compiuto Federico, il primogenito di Fabio e Flavia Pennetta, finalmente festeggiati senza una valigia in mano. Un’età importante. E tempo di bilanci per Fognini, genio e sregolatezza del tennis italiano, capace di far passare al tifoso medio tutto l’arco costituzionale delle emozioni, dall’esaltazione alla furia. Fabio, che sapore ha questa giornata? «Il sapore dolce della famiglia. In questo periodo così difficile ho potuto almeno godere al massimo di una vita che non ero abituato a fare. Ho avuto modo di stare tantissimo coi bambini. Farah è nata il 23 dicembre, la sto vedendo crescere. Federico è il “grande”, ci divertiamo a fare tante cose insieme, andiamo a cavallo, al golf, giochiamo tanto».

Lei e Flavia festeggerete quattro anni di matrimonio l’11 giugno. ma forse non avete mai passato tanto tempo insieme…

 

È proprio così, la quotidianità per così dire “prolungata” è una dimensione che ci mancava. E devo dire che non è stato sempre facile, soprattutto all’inizio. In 15 anni di carriera sono sempre stato abituato ad andare e venire, stare fermo e non sapere nulla del futuro mi rendeva un po’ nervoso. Ma pian piano ci siamo abituati. Abbiamo iniziato a collaborare di più, io ho cercato di aiutarla. Magari cucinando, o tenendo Federico quando è più occupata con Farah. E così abbiamo trovato il ritmo. E siamo anche riusciti a divertirci. […] Per una vita dopo il tennis c’è tempo, però mi sento cresciuto come padre e come marito. E ora ho pure una cultura sconfinata di cartoni animati. Ogni sera io e Federico ci mettiamo sul lettone a vedere Tom e Jerry. È un appuntamento fisso, dovrebbe aiutarlo a fare la nanna. Ma il primo a crollare sono io. […]

Finalmente è tornato ad allenarsi in campo. Quanto le mancano i tornei?

Mi manca competere. Mi sto allenando ma un’oretta o due al giorno, non di più. È molto difficile concentrarsi senza obiettivi, senza sapere se e quando tornerai, o su quale superficie.

Cosa ne pensa coach Barazzutti?

La pensa come me. Ci sentiamo ogni giorno, ma non mi dà grosse indicazioni. Non sono più un giovane che deve approfittare della pausa per cambiare il proprio gioco. Ci confrontiamo, ma restiamo in attesa di sapere che sarà della stagione. Ora le classifiche sono congelate, ma il ranking non mi interessa. Guardo chi c’è davanti a me, e a parte i tre fenomeni gli altri sono tutti giocatori che ho già battuto e so di poter battere di nuovo. Anche Berrettini, che ha fatto grandi cose, è ancora giovane e ha tanti punti da difendere. Vediamo cosa ci riserverà il futuro.

Riserverà distanziamento sociale e nuove abitudini. A proposito, l’abbiamo vista giocare col guanto: come si è trovato?

Sapendo che potrebbe diventare obbligatorio ho voluto provare. La sensibilità un po’ cambia, ma tra allenamento e partita c’è una bella differenza.

Cosa porterà con sé da questo momento assurdo che stiamo vivendo?

Mai come ora noi umani pensavamo di essere invincibili, i padroni del mondo, e invece di fronte alla natura non siamo nulla. L’Universo si è preso il suo tempo. E davanti agli scogli dove sono cresciuto ora sono tornati a giocare i delfini.

Favola Osaka, è l’atleta più pagata di sempre (Paolo Grilli, La Nazione)

Prima giapponese a vincere uno Slam, l’Us Open del 2018, e prima tennista asiatica in grado di raggiungere la vetta della graduatoria Wta, Naomi Osaka può gioire anche per un altro record, certo meno evocativo ma di enorme conforto: è lei la sportiva più pagata al mondo, secondo Forbes, avendo guadagnato nel 2019 circa 34 milioni di euro (lordi) tra montepremi e contratti di sponsorizzazione. E la ciliegina sul primato, per la 22enne nipponica, è quella di aver superato di poco la rivale Serena Williams, che si era sempre piazzata sul gradino più alto del podio femminile degli introiti nei quattro anni precedenti. L’asiatica occupa la 29esima posizione dei guadagni tra gli sportivi di tutto il mondo, mentre l’eterna campionessa americana non va oltre la 33esima piazza. Si tratta comunque della prima volte nella storia in cui due donne riescono a entrare nella top 50 assoluta: un piccolo passo verso una reale e auspicata parità di genere dello sport. La Osaka, ironia della sorte, non è stata protagonista di un 2019 stellare. Ha vinto gli Australian Open in gennaio, facendo il bis negli Slam dopo la vittoria a New York dell’autunno precedente, ma poi ha conosciuto una lunga impasse, tra difficoltà tecniche e fisiche. E solo alla fine dell’anno scorso ha vinto due tornei (Pechino e… Osaka!) riscattando le figure non proprio eccelse rimediate negli altri Slam. Quest’anno, poi, proprio agli Australian Open ha incassato una secca sconfitta dall’astro nascente Usa Cori Gauff. E Naomi è arretrata cosi fino alla decima posizione Wta. Ma ormai lei è un fenomeno globale e gli sponsor fanno a gara per mettere i loro marchi accanto al suo sorriso. […]

Djokovic organizza un mini-circuito in quattro Paesi per ricominciare (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Voglia di ricominciare. Il tennis, travolto come il resto del mondo dall’emergenza coronavirus, ricerca lentamente la sua normalità e anche se fino al 31 luglio sono sospese tutte le attività, i campioni hanno cominciato ad allenarsi e alcuni di loro si stanno pure muovendo per garantirsi una parvenza di agonismo attraverso match senza valore ufficiale. Così, mentre Nadal posta su Instagram le foto del primo giorno di preparazione nella sua Accademia (e un giornalista spagnolo lo propone come ministro degli Esteri in un eventuale governo tecnico per gestire il post-pandemia), Djokovic festeggia il compleanno (33 come Fognini, compiuti venerdì) lanciando l’Adria Tour, un mini circuito itinerante di partite di esibizione che coinvolgeranno quattro Paesi dell’ex Jugoslavia e che scatterà il 13 giugno. L’obiettivo dell’evento è la solidarietà a favore di vari progetti umanitari nei Balcani. Il numero uno del mondo sarà affiancato da alcuni top player, innanzitutto da quel Dominic Thiem che Nole ha sconfitto a fatica nella finale degli Australian Open di gennaio. Poi ci saranno Grigor Dimitrov nonché l’amico e connazionale Viktor Troicki, mentre non si conoscono ancora i nomi degli altri quattro tennisti che dovrebbero completare il parterre della manifestazione. Il mini circuito si svolgerà in quattro diversi fine settimana e quattro differenti località, con un match bonus tra Djokovic e Damir Dzumhur che chiuderà l’Adria Tour il 5 luglio. Il programma prevede la prima tappa a Belgrado (Serbia, 13-14 giugno), la seconda a Zagabria (Croazia, 20-21 giugno), la terza in Montenegro (27-28 giugno) e la quarta a Banja Luka (Bosnia, 3-4 luglio), con il bonus a Sarajevo il giorno dopo. Per ogni weekend, i partecipanti saranno ripartiti in due gruppi e si sfideranno secondo la formula del round robin. I vincitori di ciascun gruppo giocheranno la finale. Gli incontri seguiranno le regole del Fast 4: set ai quattro game e partite al meglio dei tre set. La speranza è che possa addirittura giocarsi con il pubblico, visto il basso tasso di contagiosità dei quattro Paesi. […] Chi sembra non avere nessuna fretta di ripartire è Roger Federer, che infatti ha dichiarato apertamente che non si sta allenando in questo periodo perché non ha stimoli sufficienti, considerando che resta forte l’incertezza sulla data di inizio dei tornei. In una chat con Kuerten, il Divino ha rivelato: «Al momento sono fermo, perché non vedo il motivo per preparami. Sono felice con il mio corpo ora e credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana. E penso che a questo punto sia importante per me godermi questa pausa. Quando avrò un obiettivo per cui allenarmi, sarò super motivato». Filosofia da Maestro.

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Il tennis più forte della crisi grazie all’effetto Berrettini (Calabresi)

La rassegna stampa del 23 maggio 2020

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Il tennis più forte della crisi grazie all’effetto Berrettini (Marco Calabresi, Il Corriere della Sera)

Matteo Berrettini ha trascorso il periodo di lockdown a Boca Raton, in Florida. A migliaia di chilometri di distanza, invece, tanti ragazzini e ragazzine crescono sperando di diventare come lui. Per loro, e per tantissimi circoli della Capitale (lunedì, tra gli altri, riapriranno il CC Roma e il CC Lazio), è stato un periodo durissimo e oltre due mesi di «buco» non saranno semplici da colmare. […]Nelle accademie c’è voglia di normalità: mascherine per i maestri, sorrisi per gli atleti. Nel Lazio c’è il 12% del movimento nazionale: circa 370 circoli (280 a Roma, molti dei quali scuole tennis riconosciute dalla Fit), oltre 4omila tesserati, e tanto talento. Nello sport romano che arranca soprattutto a livello di discipline di squadra, il tennis è una piacevole eccezione. L’effetto Berrettini (Matteo è attualmente al numero 8 della classifica Atp) è l’elemento trainante: opinione comune, nei circoli, è che il suo percorso abbia creato nei giovani la consapevolezza che non sia necessario primeggiare a livello di Under 12 o Under 14, bensì seguire un percorso di formazione tecnica che vada aldilà del risultato. […] «Matteo, da giovanissimo, non era tra i top, lo ha ammesso anche lui – racconta il suo allenatore, Vincenzo Santopadre – Stare meno con le luci puntate lo ha aiutato, ma lui è stato comunque bravo a mantenere il giusto equilibrio. Non pensare a vincere il torneo di oggi, ma a costruirsi un futuro migliore. In questo senso, è stato fondamentale tutto l’ambiente che lo ha circondato: la famiglia, noi dello staff, il CC Aniene. E forse è stato importante anche il periodo dell’anno in cui ha raggiunto i risultati più importanti: gli Us Open tra agosto e settembre, quando la gente è ancora in vacanza e si è potuta svegliare di notte per vederlo e sognare con lui. Ho tanti amici nel tennis che hanno figli: vogliono tutti sapere quando Matteo è a Roma per andarlo a vedere o a chiedergli un autografo». La bella immagine di Berrettini, ma non solo: «C’è nuova linfa per il nostro tennis. Arriva dai giocatori di vertice come Matteo, ma anche dalla popolarità che lo sport sta acquisendo, e che ci ha permesso di aumentare i numeri. Tutto questo, nonostante a Roma ci sia carenza di strutture al coperto che permettono l’allenamento con qualsiasi condizione atmosferica. E fondamentale che nei circoli ci sia qualità, necessaria per far emergere le potenzialità dei giovani». Santopadre segue Berrettini, ma è anche tra i fondatori della Rome Tennis Academy, dove si allena Jacopo, fratello minore di Matteo (classe ’98). Con Santopadre, c’è Stefano Cobolli, papà di Flavio, tra i talenti da seguire della NextGen romana. Nato nel 2002, era passato anche per il settore giovanile della Roma, prima di scegliere la racchetta. Su di lui, e su Matteo Gigante, sono riposte grandi speranze, ma non sono i soli: Giulio Zeppieri (2001, di Latina) e Gian Marco Moroni (1998) sono in rampa di lancio. Come tutto il tennis romano

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«Io, Pietrangeli, maltrattato senza rispetto» (Agresti). Maggio, mese da n. 1 (Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 22 maggio 2020

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«Io, Pietrangeli, maltrattato senza rispetto» (Stefano Agresti, Corriere della Sera)

Nicola Pietrangeli ha 86 anni e la memoria di un ragazzo: ricorda tutto, nomi, date e numeri. Viveva anche grazie al lavoro di consulente per la Federtennis, ma adesso quello stipendio non ce l’ha più. Pietrangeli cos’è successo? «Il 10 marzo mi ha chiamato il presidente Binaghi, il quale gentilmente mi ha detto: a causa del coronavirus vengono sospesi tutti i rapporti con i collaboratori esterni. Ho ascoltato in silenzio. Poi, nei giorni successivi, ho scoperto una cosa che ha cambiato tutto. Ho scoperto che questo è accaduto solo nel tennis. Credevo che fosse una decisione comune a tutte le discipline, invece non è così. E non stiamo parlando di una federazione povera, al contrario: la Fit è ricca. A quel punto l’ho presa malissimo, come chiunque quando gli tolgono tutto lo stipendio da un giorno all’altro. E non mi coprivano d’oro, sia chiaro: era una retribuzione dignitosa per uno della mia età».

L’azzeramento dello stipendio l’ha messa in crisi?

 

Se dicessi di no, sarebbe una mezza bugia. Per me è un brutto colpo. Anche perché non mi sono fatto ricco con lo sport. Oggi chi vince il Roland Garros prende quasi 2,5 milioni di euro, a me hanno dato 150 dollari: non ci ho comprato nemmeno un mini-appartamento. Il tennis mi ha dato tanta fama e pochi soldi.

Ha sentito qualcuno dopo il 10 marzo?

Nemmeno lo straccio di una telefonata e questa è un’altra cosa che mi ha fatto molto male. Ho 86 anni, qualcosa nel tennis ho combinato: un po’ di attenzione la meritavo, una chiamata me la dovevano. Anche solo per rispetto: ma sei morto? Conosco Binaghi da quando era bambino: da una parte lo ringrazio perché abbiamo collaborato assieme, ma dall’altra proprio non lo capisco. Lo sa qual è l’ultima scortesia che mi hanno fatto? Dal 15 giugno a Todi ci saranno i Campionati italiani e non mi hanno neppure invitato. Ne parlavo l’altro giorno con Lea Pericoli. Se facciamo la somma, in due abbiamo vinto 51 titoli nazionali: 27 lei, 24 io. E ci hanno tenuto fuori da tutto. […]

Maggio, mese da n. 1 (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Gaby a Roma festeggiava compleanni e vittorie. Non fu la sola, certo l’unica cui i sospirosi tifosi romani avrebbero preparato volentieri la torta con le proprie mani. A patto di consegnargliela personalmente. Nata il 16 notte, quando la festa del calendimaggio volge al termine. Tradizione vuole che in quella giornata, ballando e ruzzando, si chieda alla primavera di accompagnarci verso l’estate più bella. Usanze tenute in gran conto anche nelle Marche e in Abruzzo, le terre del Dna italiano di Gabriela Sabatini, dovei nonni nacquero e decisero ancora giovani di tentare l’avventura da migranti, in Argentina. Per questo, forse, il settennato romano della pupa, ieri bella e oggi bellissima cinquantenne, molto somiglia a una primavera. C’erano il sole, la lieve brezza romana, e una Dea da amare. La storia prese il via da una finale persa nel 1987 contro Stef Graf che molto costò al torneo romano. Fu un confronto impari sia sul piano del gioco, del tutto a favore della tedesca, sia per il tributo amoroso che gli appassionati del Foro rivolsero alle due contendenti. E qui Gabriela vinse a mani basse, raccogliendo incitamenti innamorati che mai si erano sentiti sugli spalti. Lenzuola grandi come letti a tre piazze rimboccarono il Centrale. Ce n’erano di tutti i tipi: «Roma uguale Gabyland», «Il Moro ci piace, ma la Mora anche di più», «Gaby nei cuor avanti con ardor». Tutti per lei, nessuno per la giovane tedesca, che per completare l’opera venne dipinta come “bruttina non ancora stagionata” in un articolo di uno dei nostri quotidiani più importanti. Steffi ritirò il premio, si presentò dagli organizzatori e con semplicità li fece precipitare in un incubo: «Qui, non mi vedrete mai più». Gli anni di Gaby, alla fine, si scontrarono con Conchita Martinez. Sabatini vinse nell’88 e nell’89, fu semifinalista nel ’90, tornò a dominare nei due anni successivi. Abdicò nel 1993 e Conchita nei vinse quattro di seguito. Svogliata, Steffi rientro solo nel 1996 per una passerella che convinse i romani anche delle sue qualità estetiche. Maggio è il mese dei compleanni, nel tennis. […] Cosi, in attesa che i perduti Internazionali tornino fra noi (ma quando? davvero a settembre?) niente vieterebbe di organizzare un Masters virtuale fra i tennisti di maggio. Titoli alla mano, il n. 1 del tabellone maschile spetta a Novak Djokovic, nato il 22. All’altro capo, John Newcombe (23). Poi Fred Perry (18) e Andy Murray (15) e via via gli altri: Pancho Gonzales (9), Manuel Santana (10), Tony Roche (17), Yannick Noah (18), Pat Cash (27), Cliff Drysdale (26), Grigor Dimitrov (16), Kevin Anderson (18), Fabio Fognini (24), Miloslav Mecir (19), Tomas Smid (20) e Karen Khachanov (21). […] Non manca il torneo femminile, con l’imbattibile Suzanne Lenglen (24) davanti alla concorrenza. Poi Gabriela (16), e Johanna Konta (17). A seguire Harkleroad (2), Buzarnescu (4), Cibullcova (6), Tomljanovic e Kasatkina(7), Kuzmova e McHale (11), Mladenovic (14), Sabalenka, la nostra Silvana Lazzarino (19), Lepchenko (21). Ce n’è per una buona esibizione. […]

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