Andrea Gaudenzi: “Roland Garros perdonato, basta litigi per raccogliere briciole" - Pagina 2 di 2

Interviste

Andrea Gaudenzi: “Roland Garros perdonato, basta litigi per raccogliere briciole”

Prima call del neo ATP chairman. Coraggio e ottimismo: “Pensiamo in grande… 1,2% di diritti tv nel mondo, ma un miliardo di fan uguale business da rivedere. Tutto ruota sull’estate americana e US Open. L’obiettivo? Giocare tre Slam e sette Masters 1000”. Roma e Parigi in quattro settimane di terra rossa dopo l’US Open? “Grazie Federer…”

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L’ipotesi sembra essere giocare sulla terra a meta settembre. Roma può diventare un torneo indoor, state considerando l’ipotesi?
Stiamo lavorando sull’ipotesi di quattro settimane sulla terra battuta dopo l’US Open. Se giochiamo quest’estate negli Stati Uniti, poi la terra rossa e quindi in Asia per chiudere con le finali ATP sarebbe l’ipotesi migliore. Avremmo salvato parte della stagione, l’80% dei tornei e dei punti, dopo aver perso tutta quella sull’erba. E con sette Masters 1000 e tre Slam su quattro non ci potremmo troppo lamentare. Se non si gioca l’US Open la complessità la moltiplichi per dieci e lì dovremmo pensare a giocare anche novembre e dicembre, ma per ora siamo focalizzati su un rientro subito dopo Wimbledon”.

Avete pensato a tornei… regionali, solo europei, solo americani, solo asiatici, per evitare trasferimenti di giocatori da un continente all’altro? E se tutto venisse cancellato quali sarebbero le perdite economiche?
Sì, stiamo valutando formati diversi in caso di forti restrizioni sui viaggi. Il tennis è uno sport globale e sicuramente per noi sarà più difficile di altri sport, come il calcio, in cui tutti giocano nello stesso paese e non c’è il problema dei viaggi. Anche a porte chiuse in un torneo combined ci sono 2000-3000 persone che si spostano e garantire la sicurezza di tutti diventa difficile. Il nostro lavoro è cercare di mettere un sorriso sul viso della gente, siamo nel business dell’entertainment. Sicuramente non vogliamo diventare uno sport regionale perché faremmo un passo indietro e ci sarebbe il problema dei punti e delle classifiche perché non tutti competerebbero contro tutti. È una opzione, anche se non la nostra preferita.

Per il lato economico ci sono diverse ipotesi di budget, venti al giorno! Sono tre le fonti di entrata: diritti TV e media, sponsor e biglietti. La biglietteria soffrirà moltissimo e gli sponsor anche pretenderanno riduzioni, soprattutto se si dovesse giocare a a porte chiuse da qualche parte. Un anno reggiamo, sono abbastanza ottimista sull’autunno e anche parzialmente sull’estate. Se riusciamo a tenere duro e giocare le finali ok. Sopravviveremo. Due o tre anni reggiamo? No! Se questa situazione si allunga diventa problematico. Tanti tornei in poche settimane? Cercheremo di aiutare tutti. Riguardo agli aiuti finanziari, prima ci occuperemo dei challenger e degli ATP 250, nonché dei giocatori compresi fra la posizione 250 e 500 perché sono quelli che ne hanno più bisogno. Inutile aiutare chi gioca gli Slam e i top 50“.

 

L’idea del tennis virtuale partita da Madrid?
“Bella iniziativa ma non può sostituire il campo. Ad altri sport come F1 e Moto GP si presta meglio. Non sono contrario in questi momenti tristi ma non risolve, anche se contribuiscono con dei soldi e vanno ringraziati”.

Alcuni tabelloni da 32 giocatori potrebbero diventare da 48? Se non si giocasse prima, si potrebbero recuperare nella off season altri tornei?
Dobbiamo avere almeno 6-8 settimane di anticipo sulle decisioni, perché ci vuole tempo a livello operativo. Dipenderà da quanti tornei riusciremo a riprogrammare: aumentare i tabelloni è certamente una ipotesi però giocare back to back per tanti sarà impossibile. Sul discorso off season: diventa difficile giocare tornei con i punti dopo le finali. L’alternativa potrebbe essere spostare le finali, ma bisognerebbe trovare un altro posto per giocare e questo comporta problemi di fattibilità. I giocatori hanno già avuto una off season molto lunga, se sarà necessario e possibile tenderemo a provare a giocare anche a novembre e dicembre. Per il Roland Garros invece sì: stiamo collaborando in maniera positiva. Siamo tutti allineati”.

Se tu potessi cambiare cosa cambieresti dell’attuale situazione? Federer, Djokovic, Nadal, tutti sembrano, chi più o meno, avere degli interessi privati.
Quando ho presentato la mia candidatura al Board a New York avevo osservato, avendo passato tre anni nel Board di ATP Media, che c’era un’opportunità enorme per il tennis, che secondo me non sta esprimendo il potenziale a cui può ambire. Il nostro è uno sport sano, solido dal punto di vista del business, ma se ti paragoni agli altri sport dal punto di vista dei diritti TV, il tennis rappresenta meno dell’1,2% dei diritti totali – eppure ha più di un miliardo di fan! Siamo in top 5 per tutti e due i generi, 50-50 uomini e donne, mentre altri sport sono uomo-centrici. Possiamo passare i prossimi anni a litigare sulle briciole mentre di là c’è un mondo. I nostri competitor non sono soltanto gli altri sport, ma tutte le piattaforme di entertainment. Oggi competi con il tempo, il portafoglio e l’attenzione della gente: se un ragazzo si siede sul divano ha la scelta di guardare una serie su Netflix, ascoltare musica, guardare il calcio o una partita di tennis. Finora siamo andati bene, ma attenzione perché il mondo sta cambiando, passiamo da un mondo di ‘linear broadcasting’ [ovvero le trasmissioni lineari nei canali tradizionali a palinsesto invece delle trasmissioni on-demand di molte piattaforme d’intrattenimento del giorno d’oggi n.d.r] a un mondo digitale in cui ci sono opportunità enormi, specialmente per il nostro sport. Nel mondo delle trasmissioni lineari era un incubo: non si sa a che ora una partita comincia, quanto dura, e fino al giorno prima non si sa neppure chi gioca. Ma dalla transizione verso il mondo in cui stiamo entrando, quello del ‘direct to consumer’ possiamo beneficiare tutti, se riusciamo a far crescere il tennis invece che focalizzarci su diatribe interne nate da una mancanza di trasparenza e fiducia.

Il prodotto del tennis è stupendo e ha bisogno sia dei tornei sia dei giocatori. Abbiamo uno sport bellissimo da vedere, ma oggi devi fare 3-4 abbonamenti per guardare il tennis, in ogni paese è diverso ed è tutto frammentato. Non possiamo chiedere questo ai nostri utenti, è contro ogni logica commerciale e poi i dati dei centinaia di milioni di fan che hanno comprato i biglietti sono sparsi per le varie federazioni e i vari tornei, niente è centralizzato: non conosciamo i nostri fan. Anche i grandi tornei avranno delle difficoltà in futuro, anche se hanno tante risorse, perché hanno un evento di due settimane. Ci sono investimenti enormi che non puoi fare altro che centralizzare“.

Questa crisi ci pone davanti  a un bivio: o ci si eleva oppure ci si divide maggiormente per dire: io voglio giocare il mio torneo in ottobre… Ho sempre fatto un esempio: negli anni ’90 la musica vendeva i cd, poi è arrivato Internet e nessuno ha più pagato la musica, quindi gli artisti. Steve Jobs ha lanciato Itunes, l’hanno preso per pazzo, con ogni canzone a 0,99 dollari…, quel modello non ha funzionato, poi è spuntato Spotify, aggregando tutto: 9,99 dollari e ascolti tutta la musica che vuoi. Quello che conta è l’esperienza. Gli artisti vanno pagati, migliaia di etichette discografiche si sono messe insieme. Il tennis è molto frammentato, tutti stanno benino, ma la musica lo è ancora di più. La crisi ha creato coesione. Vero che nel tennis tutti stanno benino, gli Slam vanno bene, i Masters 1000 anche… ma quale deve essere la motivazione forte nel tennis?

Nel caso si dovessero spostare le ATP finals, a Torino, è possibile giocarle lì?
Abbiamo un contratto con Londra per le ATP Finals. Se si gioca l’US Open non dovrebbero esserci problemi. Altrimenti se qualcuno ci ospita tutto è possibile, ma ancora una risposta a questo interrogativo non c’è. Ci sono anche penali da pagare per spostare un evento…

Cosa avete pensato e reagito quando Federer ha annunciato che non avrebbe giocato l’ATP Cup? Avete chiesto garanzie per l’anno prossimo? O accenna a selezionare ancora più i suoi impegni.
Avevo parlato con Roger prima ancora della mia elezione. E gli ho detto: ‘Roger io ho giocato 17 anni fa, e te… non so come fai a muoverti, ti guardo in tv e non so come fai. Io a 30 anni ero cotto. Mi faceva male dappertutto’. Anche mentalmente e psicologicamente, arrivare a quel livello, a quell’età, è roba da fenomeno quale lui è… e allora avere la pretesa di lamentarsi perché non gioca un torneo… io guarderei il bicchiere mezzo pieno. Ringraziamo che ancora gioca qualche torneo… potrebbe essere in pensione e invece gioca, non è facile, ve lo dice uno che ha giocato. È vero, vorremmo averlo tutte le settimane, ma non è possibile, accontentiamoci che sta giocando ancora, ringraziamolo per quello che ci dà, dovunque giochi, ovunque ne abbia voglia”.

Ci sono contratti pluriennali sia per ATP Cup sia per Davis Cup, ma tanti, incluso Djokovic, hanno sostenuto che un evento a squadre potrebbe bastare. In che direzione pensi di muoverti visto che ci sono un sacco di soldi, di interessi, di giocatori, di federazioni?
In primis vanno messi i fan, gli spettatori. Cosa è meglio per il tennis? L’ATP Cup è stato un evento di successo, bello, ci sono andato. Abbiamo solo 52 settimane di calendario. I giocatori giocano mediamente fra 18-20-22 tornei l’anno. Non è facile. Io sono molto attaccato da un lato alla Coppa Davis, alla tradizione, alla nostra storia. Non sono contrario a valutare con Tennis Australia, con ITF la possibilità di creare un evento solo, che sarebbe probabilmente la soluzione migliore, ma non so se saremo in grado perché i contratti sono a lungo termine. Abbiamo una relazione ottima con Tennis Australia e la continueremo a rispettare e mantenere perché è giusto che sia così, è bello e importante avere un grosso evento nella prima settimana dell’anno, per partire con un bel boom, poi una settimana di pausa e l’Australian Open. Non è la fine del mondo, ci sono problemi più grossi, se lo risolveremo bene, sennò si va avanti così”.

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Interviste

[ESCLUSIVA] Carlos Martinez, allenatore di Daria Kasatkina, punta al ritorno in Top 10

Dopo quasi 20 settimane di allenamenti in Spagna durante il lockdown, l’allenatore di Daria Kasatkina, Carlos Martinez, racconta a UbiTennis i prossimi passi per tornare al vertice del tennis mondiale

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Daria Kasatkina - Aleksej Filippov/Sputnik

Daria Kasatkina sta vivendo un periodo non particolarmente brillante al quale si aggiunge, di tanto in tanto, anche un pizzico di sfortuna. Proprio mentre stava giocando una delle migliori partite del 2020, a Roma contro Azarenka, un infortunio alla caviglia – che per fortuna non si è rivelato grave – l’ha costretta a ritirarsi tra le lacrime. Adesso la giocatrice russa (numero 75 del mondo) si trova a Ostrava, dove ha superato le qualificazioni ed esordirà al primo turno contro la numero 6 del seeding Elena Rybakina

Poco dopo la ripartenza del circuito abbiamo intervistato il suo allenatore Carlos Martinez. L’intervista è stata condotta da Adam Addicott di ubitennis.net circa due mesi fa: trovate qui l’originale


Sono passati soltanto due anni da quando Daria Kasatkina veniva descritta come la nuova faccia del tennis russo e una stella in divenire. Già campionessa juniores dell’Open di Francia, Kasatkina ha ottenuto prima di compiere 22 anni dei traguardi a cui altre potevano soltanto aspirare. La sua ascesa è cominciata nell’aprile 2017 quando, diciannovenne, sconfisse Jelena Ostapenko e vinse il suo primo titolo WTA al Charleston Open. La definitiva esplosione avvenne l’anno successivo, quando perse da Naomi Osaka la finale di Indian Wells e si aggiudicò un altro torneo Premier a Mosca. Inoltre, ottenne due quarti di finale Slam consecutivi al Roland Garros e a Wimbledon, raggiungendo il suo miglior piazzamento di N.10 del ranking nell’ottobre del 2018.

 

Sembrava che il tennis stesse assistendo alla scalata di una futura numero 1, con una traiettoria simile a quella di Naomi Osaka. Poi però è arrivato un 2019 opaco, un forte monito su quanto sia difficile la scalata alla vetta e quanto sia, invece, facile la caduta. La scorsa stagione ha perso al primo turno in 11 tornei, faticando a ripetere i risultati dei due anni precedenti.

È ovvio che dovremo aggiustare un po’ di cose per tornare a quel livello. Lo stiamo facendo negli allenamenti, per restituirle delle buone sensazioni”, racconta Carlos Martinez ad Ubitennis. È proprio Martinez, un allenatore spagnolo, ex giocatore di doppio numero 180 del mondo e noto per aver già lavorato con Svetlana Kuznetsova, a farsi carico della sfida di riportare Kasatkina ai vertici del tennis mondiale.

La stagione 2020 di Martinez, contrassegnata da alti e bassi degni di una corsa sulle montagne russe, è cominciata in febbraio, quando Kasatkina sembrava aver riguadagnato un po’ di forma arrivando alle semifinali del torneo di Lione, in Francia. Era il settimo torneo dell’anno per la giocatrice russa, ma il primo in cui era riuscita a vincere più di due partite consecutive nel tabellone principale. Una settimana dopo, il Tour si è fermato per quella che si è rivelata una pausa lunga cinque mesi per via della pandemia da COVID-19.

È stato molto triste per noi, perché aveva cominciato a trovare un gran bel ritmo dopo Lione”, riflette Martinez. “A mio parere, ha perso [quella semifinale, ndr] nel modo giusto, perché lei è una giocatrice che ha bisogno di vincere partite e di ritrovare un po’ di fiducia nel suo gioco. In quelle condizioni, aveva ottime possibilità di fare bene ad Indian Wells. [La pausa] non è stata una buona notizia per noi e ora dobbiamo ritrovare quel ritmo, ma sono certo che tornerà di nuovo al suo livello più alto. Da noi stessi ci aspettiamo di giocare bene ogni giorno”.

Impossibilitati a competere, i due sono stati in ogni caso fortunati ad avere la possibilità di continuare ad allenarsi durante il lockdown al Club de Tenis Mollet, alle porte di Barcellona, un’Academy di proprietà dello stesso Martinez. Durante lo stop non programmato, il coach ha proseguito il lavoro con Kasatkina con uno scopo ben preciso in mente: renderla più aggressiva.

Abbiamo lavorato per cercare di rendere il suo gioco più aggressivo, perché lei è una giocatrice abbastanza consistente. Il tentativo è di farla stare un po’ più vicina al campo quando sente di avere l’opportunità di farlo. In sostanza, stiamo lavorando su questo e sul renderla più regolare al servizio, così da ottenere qualche vittoria in più”.

Carlos Martinez


IL RITORNO ALLE COMPETIZIONI

Avendo scelto di non giocare alcun match di esibizione durante la pausa, si è trattato di attendere e vedere se il duro lavoro avrebbe dato i suoi risultati. Pochi potrebbero dubitare dell’impegno di Kasatkina, ma, così come per molte altre sue colleghe, si trattava di vedere come se la sarebbe cavata dopo cinque mesi di lontananza dal Tour.

Il primo appuntamento è stato nella città italiana di Palermo, da dove l’intero circuito è ripartito. Sfortunatamente, Kasatkina ha subito un altro duro colpo, infortunandosi a una gamba durante gli allenamenti precedenti al torneo. È stata in ogni caso in grado di giocare, ma ha finito col perdere una maratona al primo turno contro Jasmine Paolini. Fortune alterne hanno atteso Kasatkina anche al torneo successivo, il Western & Southern Open a New York, dove ha perso due delle tre partite disputate. È riuscita ad entrare nel tabellone principale soltanto come lucky loser.

Non ha potuto giocare al suo meglio a Palermo, perché si era fatta male la gamba il giorno prima in allenamento. Non poteva di certo essere pronta al 100% per competere. È vero, ha giocato tre ore e dieci contro Paolini, ma onestamente, non avrebbe potuto fare di più. La gamba non le consentiva di correre”, riflette Martinez.

A Cincinnati [torneo che quest’anno è stato trasferito a New York] ha giocato tre partite, la seconda delle quali era un’ottima possibilità per qualificarsi al tabellone principale, ma ha sprecato alcune opportunità nel secondo set”. Al primo turno di Cincinnati, poi, Kasatkina ha perso da Anett Kontaveit.

Ma qual è la ragione di tutte queste sconfitte premature? Sono dovute soltanto al fatto che l’attuale numero 75 del mondo ha perso un po’ della forma di due anni fa oppure c’è qualche possibile spiegazione più complessa?

Martinez è convinto che ciò che frena Kasatkina in questo momento sia l’aspetto mentale del gioco. Se gli si domanda quanto la sua giocatrice sia vicina alla forma che l’ha portata al numero dieci del mondo, l’allenatore crede fermamente che non sia affatto distante. Tuttavia, il problema ricorrente continua ad essere la mentalità.

Il gioco ce l’ha, perché quando si allena mostra un livello davvero buono. Quando compete contro giocatrici di vertice, molte volte vince”, dice. “Il problema non è il suo gioco, il problema è che ha bisogno di credere un po’ di più in sé stessa. Di scendere in campo pensando di essere molto valida. Il modo in cui gioca è davvero una diretta conseguenza di questi pensieri. Non le manca molto per raggiungere questi traguardi. Dal punto di vista del gioco, dobbiamo solo continuare ad aggiustare poche cose e tornerà di sicuro [in top 10]. Non so quando, ma tornerà al top”.

LA PAZIENZA È UNA VIRTÙ

Nelle settimane che verranno, Kasatkina non dovrà preoccuparsi troppo della posizione in classifica grazie al cambiamento delle regole dovuto al COVID-19. La WTA di recente ha infatti modificato il proprio regolamento, introducendo il “Better of 2019 and 2020”, in cui la posizione di una giocatrice è determinata dai suoi migliori 16 risultati ottenuti tra marzo 2019 e dicembre 2020.

Per fortuna quest’anno non abbiamo pressione e questa è una cosa che lei deve capire. Tutto ciò che dobbiamo fare quest’anno è sistemare un po’ di cose, ricominciare e tornare a competere dopo il lockdown”, sottolinea Martinez. “Non ci sono obiettivi legati ai risultati. Il mio scopo è invece ristabilire di nuovo gli schemi di gioco che lei deve utilizzare quando è in campo. È molto importante per noi. So che se applicherà questi schemi e tornerà a credere in sé stessa, potrà fare bene”.

Alla luce di queste dichiarazioni, non dovrebbero preoccupare troppo i risultati in chiaroscuro di queste ultime settimane. Kasatkina ha patito una sconfitta molto dura al primo turno dello US Open, contro Marta Kostyuk, e dopo quattro buone vittorie a Roma (due nelle quali, due nel main draw) è incorsa nel succitato infortunio contro Azarenka. Quindi ha affrontato il Roland Garros senza grosse aspettative, superando il primo turno ma fermandosi al cospetto di un’altra bielorussa, Aryna Sabalenka, al secondo.

La cosa importante è comprendere la filosofia del gioco, perché, tenendo a mente quella, Daria otterrà gli obiettivi che ci aspettiamo per il futuro. Certamente, per noi si tratta di tornare in Top 10, perché lei ha la capacità di farlo. Dobbiamo soltanto essere pazienti e lavorare su questa mentalità”, conclude Martinez.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

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Focus

Nadal dribbla il GOAT: “Parliamone alla fine delle nostre carriere”

Lo spagnolo in una lunga intervista al sito ATP si dichiara onorato di aver raggiunto Federer a quota 20 Slam. E racconta come è arrivato al successo numero 13 a Parigi: “Vincere non è mai la normalità”

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Rafa Nadal - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

C’è chi sogna di rimetterli l’uno contro l’altro, nel posto meno prevedibile. Herwig Straka, direttore dell’ATP 500 di Vienna, vorrebbe portare in Austria anche Rafael Nadal dopo aver strappato il sì di Novak Djokovic. “Stiamo cercando di fare il possibile – le sue parole -, sarà a lui a decidere se vorrà ottenere più punti per provare a inseguire il numero uno del ranking“. Anche Djokovic, del resto, ha scelto Vienna (anche) per ragioni di contabilità. L’agenda di Nadal da qui alla conclusione dell’assurdo 2020 non è ancora nota, ma la lunga intervista concessa al sito ATP è stata per il maiorchino l’occasione per metabolizzare il trionfo di Parigi. Analizzarlo alle radici, ponderarlo sul piano statistico, aprire una prospettiva. A partire da una sintesi di apprezzabile efficacia: “Ho disputato un ottimo torneo, date le condizioni. Facendo passi avanti ogni giorno, giocando abbastanza bene da vincere le partite fino a interpretare poi quella perfetta in finale“.

IL PRECEDENTE – Tenendo a margine l’ultimo testa a testa dell’ATP Cup, Nadal e Djokovic si erano ritrovati l’ultima volta su terra nella finale di Roma 2019. “Mi è servito il ricordo di un anno fa – ha raccontato – anche a maggio 2019 arrivavo da un periodo non positivo (tre ko in semifinale a Montecarlo, Barcellona e Madrid, ndr) ma alla fine ho giocato bene e ho vinto. Domenica avevo preparato un piano partita, la cosa più difficile era metterlo in atto e ci sono riuscito, ha funzionato tutto al meglio”. Con la spinta, al solito determinante, della forza mentale: “Ogni volta che arrivo al Roland Garros non penso a priori di vincere, ma sono eccitato dall’idea di poterlo fare. So bene che riuscire a sollevare un trofeo non è mai la normalità. E sono molto soddisfatto della concentrazione mantenuta per tutto il torneo, non semplice nel periodo che stiamo vivendo e con la preoccupazione per la situazione dei contagi in Spagna”.  

IL PERCORSO – L’attenzione alle news dal mondo è stata costante nelle due settimane del Roland Garros, vissute a stretto contatto con i tecnici Carlos Moya e Rafael Maymo. Anche perché Nadal alla semi-clausura in hotel non ci era abituato, al punto da aver ripreso in mano una Playstation dopo tre anni. Le giornate extra campo andavano accorciate, in qualche modo. Al netto della quotidianità parigina, nel racconto del maiorchino spiccano le pagine del diario dei mesi scorsi. La vera costruzione del successo. Il trionfo di Parigi è stato frutto di programmazione, ma anche di letture congiunturali e mai decontestualizzate dal momento. “La mia preparazione in termini di partite giocate è stata pressoché inesistente“, ricorda, facendo riferimento ai soli tre match romani (ko ai quarti contro Schwartzman) dal rientro post lockdown.

 
Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

C’è stato però un ampio e complesso dietro le quinte, vissuto in gran parte sui campi di casa. “Quando ho ripreso ad allenarmi dopo lo stop il corpo non ha risposto nel migliore dei modi – riavvolge il nastro -, con l’assenza di un obiettivo chiaro per il rientro che complicava la pianificazione del lavoro. Lo sport è una questione di risultati, tutto viene giudicato giusto o sbagliato in base a essi. Ma io sono anche molto contento del percorso e del team che ho avuto al mio fianco: mi hanno spinto a dare tutto quando necessario ma anche concesso la giusta libertà quando era giusto staccare“. Dinamiche gestionali collaudate negli anni, che hanno ammortizzato gli effetti di una stagione imponderabile nelle sue coordinate spazio-temporali.

GOAT, MA A TEMPO DEBITO – L’immediato riflesso del Roland Garros numero 13 è stato anche raggiungere Roger Federer a quota 20 Slam, dato che alimenta l’aspetto strettamente aritmetico del dibattito sul più grande di tutti i tempi. “È una cosa di cui parlate molto voi giornalisti – è il punto di vista di Nadal -, in ogni caso ho eguagliato un record che sembrava impossibile. Mi onora condividerlo con Roger, abbiamo un grande rapporto anche fuori dal campo e questo rende tutto più bello. I numeri dovrebbero essere analizzati da chi ha una buona conoscenza della storia del tennis, onestamente non ci penso molto. Bisognerà vedere cosa succederà nel prosieguo anche per Djokovic e per Federer, quando tornerà. Avremo il tempo di analizzare il tutto quando le nostre carriere saranno finite”. Lo stimolo per tenere il piede sull’acceleratore, evidentemente, è ancora un altro. “Adesso, più che contare i successi, fa la differenza l’entusiasmo con cui mettersi a lavorare ogni giorno per mantenersi ai massimi livelli. Quando questo verrà meno, sarà giusto fermarsi e guardare ad altro“.

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Focus

Ivanisevic ci ripensa: “Ho esagerato, ma credevo davvero potesse vincere Djokovic”

Alla vigilia il coach di Djokovic aveva dichiarato che Nadal non avrebbe avuto chance nella finale. “Ma spero possa batterlo a Parigi nel 2021. Sul GOAT: “Se Novak dovesse superare Federer e Nadal per titoli Slam conquistati, non ci sarebbe più da discutere”

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Ha peccato di sfrontatezza. Poi ha ammesso l’abbaglio, a giochi fatti, salendo su una ben nota scialuppa di salvataggio: ricordare che i pronostici non li sbaglia soltanto chi non si espone. In ogni caso, dopo aver dichiarato alla vigilia della finale del Roland Garros che Nadal non avrebbe avuto possibilità, Goran Ivanisevic è stato chiamato a renderne conto di fronte all’esito della finale di domenica. Specie dopo il candido Mi ha surclassato che Djokovic ha lasciato agli atti a fine partita.

Ho di certo esagerato – l’ammissione del croato a Tennismajors -, ho mandato quel messaggio anche ad altri del team, ma allo stesso tempo nella vittoria di Nole ci credevo sul serio. So che il Philippe Chatrier è il salotto di Rafa e che lì può vincere anche giocando male, ma ero sinceramente convinto fosse l’anno di Djokovic. Purtroppo ha iniziato a trovare i suoi colpi quando era sotto di due set e un break, troppo tardi. Giocando male in avvio ha fatto sentire Rafa a suo agio, vantaggio che non è possibile concedergli”.

Novak Djokovic e Rafa Nadal – Roland Garros 2020 (via Twitter, @australianopen)

PRONOSTICI – Nella sua analisi a posteriori, Ivanisevic ha richiamato un altro precedente tra i due a senso unico (ma dalla parte opposta): “È andata come nella finale dell’Australian Open 2019, lì Nole aveva distrutto Rafa, ora è stato ripagato con la stessa moneta. Non sono state due belle partite, a pensarci bene“. E si smarca dalla comodità delle previsioni comode, quelle col paracadute: “Mi piace esprimere pareri diretti – spiega – poi magari posso non prenderci. È sempre troppo facile mantenersi sul vago o dire che a vincere sarà il più in forma in quella giornata. Stavolta ho detto semplicemente quel che pensavo e Nadal, gliene va dato atto, mi ha smentito. Non smetto di credere però che Nole possa batterlo anche a Parigi, sarebbe bello rivederli a giocarsi la finale nel 2021.

Più nell’immediato, il finale di stagione prevede per il numero uno ATP gli appuntamenti di Vienna, Parigi Bercy e Londra per le Finals dal 15 novembre. “Decideremo con Marjan Vajda come dividerci – guarda l’agenda -, non so quanto senso abbia giocare a Parigi visto che lì (dove l’anno scorso ha sollevato il trofeo, ndr) non può né guadagnare né perdere punti. Sarà importante invece far bene a Londra, dove nel 2019 non è andato al meglio“.

ALTRI TRE ANNI – Interpellato sul futuro, nemmeno troppo lontano, Ivanisevic vede ancora per Djokovic la possibilità di raggiungere Federer e Nadal nella corsa al maggior numero di Slam vinti. Anche se il ritardo (oggi di tre lunghezze) va ponderato guardando le carte d’identità. “Nole, a 33 anni, ha davanti a sé almeno altre tre stagioni ad alto livello – è il pensiero del coach croato -, lo dico anche perché abbiamo visto cosa è capace di fare Nadal a 34 anni (QUI la visione sul futuro del maiorchino di Steve Flink e del direttore Scanagatta, ndr). La striscia dei suoi successi a Parigi entra di diritto tra le più grandi imprese della storia dello sport. Come Rafa parte indiscutibilmente favorito ogni anno a Parigi, Novak lo è in Australia, a Wimbledon e allo US Open. Penso che abbia davanti a sé la possibilità di vincere altri Slam e confermo quanto detto tempo fa: sia lui sia Nadal supereranno Federer in questa particolare classifica“.

 

PROSPETTIVA GOAT – Al netto della semplice statistica, c’è chi si appassiona anche al dibattito (qui una delle puntate precedenti, con il parere di Andy Roddick) su chi dei big three contemporanei possa fregiarsi del titolo di più grande di tutti i tempi. “Sarà sempre una questione di preferenze personali – conclude -, per me è Djokovic, altri non saranno d’accordo. Oltre agli Slam valuterei quante settimane abbiano passato al numero uno ATP, i titoli Masters 1000 e i testa a testa tra loro. Voglio però semplificare: se Novak dovesse superarli entrambi per titoli Slam conquistati, non ci sarebbe più da discutere“.

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