Andrea Gaudenzi: “Roland Garros perdonato, basta litigi per raccogliere briciole" - Pagina 2 di 2

Interviste

Andrea Gaudenzi: “Roland Garros perdonato, basta litigi per raccogliere briciole”

Prima call del neo ATP chairman. Coraggio e ottimismo: “Pensiamo in grande… 1,2% di diritti tv nel mondo, ma un miliardo di fan uguale business da rivedere. Tutto ruota sull’estate americana e US Open. L’obiettivo? Giocare tre Slam e sette Masters 1000”. Roma e Parigi in quattro settimane di terra rossa dopo l’US Open? “Grazie Federer…”

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L’ipotesi sembra essere giocare sulla terra a meta settembre. Roma può diventare un torneo indoor, state considerando l’ipotesi?
Stiamo lavorando sull’ipotesi di quattro settimane sulla terra battuta dopo l’US Open. Se giochiamo quest’estate negli Stati Uniti, poi la terra rossa e quindi in Asia per chiudere con le finali ATP sarebbe l’ipotesi migliore. Avremmo salvato parte della stagione, l’80% dei tornei e dei punti, dopo aver perso tutta quella sull’erba. E con sette Masters 1000 e tre Slam su quattro non ci potremmo troppo lamentare. Se non si gioca l’US Open la complessità la moltiplichi per dieci e lì dovremmo pensare a giocare anche novembre e dicembre, ma per ora siamo focalizzati su un rientro subito dopo Wimbledon”.

Avete pensato a tornei… regionali, solo europei, solo americani, solo asiatici, per evitare trasferimenti di giocatori da un continente all’altro? E se tutto venisse cancellato quali sarebbero le perdite economiche?
Sì, stiamo valutando formati diversi in caso di forti restrizioni sui viaggi. Il tennis è uno sport globale e sicuramente per noi sarà più difficile di altri sport, come il calcio, in cui tutti giocano nello stesso paese e non c’è il problema dei viaggi. Anche a porte chiuse in un torneo combined ci sono 2000-3000 persone che si spostano e garantire la sicurezza di tutti diventa difficile. Il nostro lavoro è cercare di mettere un sorriso sul viso della gente, siamo nel business dell’entertainment. Sicuramente non vogliamo diventare uno sport regionale perché faremmo un passo indietro e ci sarebbe il problema dei punti e delle classifiche perché non tutti competerebbero contro tutti. È una opzione, anche se non la nostra preferita.

Per il lato economico ci sono diverse ipotesi di budget, venti al giorno! Sono tre le fonti di entrata: diritti TV e media, sponsor e biglietti. La biglietteria soffrirà moltissimo e gli sponsor anche pretenderanno riduzioni, soprattutto se si dovesse giocare a a porte chiuse da qualche parte. Un anno reggiamo, sono abbastanza ottimista sull’autunno e anche parzialmente sull’estate. Se riusciamo a tenere duro e giocare le finali ok. Sopravviveremo. Due o tre anni reggiamo? No! Se questa situazione si allunga diventa problematico. Tanti tornei in poche settimane? Cercheremo di aiutare tutti. Riguardo agli aiuti finanziari, prima ci occuperemo dei challenger e degli ATP 250, nonché dei giocatori compresi fra la posizione 250 e 500 perché sono quelli che ne hanno più bisogno. Inutile aiutare chi gioca gli Slam e i top 50“.

 

L’idea del tennis virtuale partita da Madrid?
“Bella iniziativa ma non può sostituire il campo. Ad altri sport come F1 e Moto GP si presta meglio. Non sono contrario in questi momenti tristi ma non risolve, anche se contribuiscono con dei soldi e vanno ringraziati”.

Alcuni tabelloni da 32 giocatori potrebbero diventare da 48? Se non si giocasse prima, si potrebbero recuperare nella off season altri tornei?
Dobbiamo avere almeno 6-8 settimane di anticipo sulle decisioni, perché ci vuole tempo a livello operativo. Dipenderà da quanti tornei riusciremo a riprogrammare: aumentare i tabelloni è certamente una ipotesi però giocare back to back per tanti sarà impossibile. Sul discorso off season: diventa difficile giocare tornei con i punti dopo le finali. L’alternativa potrebbe essere spostare le finali, ma bisognerebbe trovare un altro posto per giocare e questo comporta problemi di fattibilità. I giocatori hanno già avuto una off season molto lunga, se sarà necessario e possibile tenderemo a provare a giocare anche a novembre e dicembre. Per il Roland Garros invece sì: stiamo collaborando in maniera positiva. Siamo tutti allineati”.

Se tu potessi cambiare cosa cambieresti dell’attuale situazione? Federer, Djokovic, Nadal, tutti sembrano, chi più o meno, avere degli interessi privati.
Quando ho presentato la mia candidatura al Board a New York avevo osservato, avendo passato tre anni nel Board di ATP Media, che c’era un’opportunità enorme per il tennis, che secondo me non sta esprimendo il potenziale a cui può ambire. Il nostro è uno sport sano, solido dal punto di vista del business, ma se ti paragoni agli altri sport dal punto di vista dei diritti TV, il tennis rappresenta meno dell’1,2% dei diritti totali – eppure ha più di un miliardo di fan! Siamo in top 5 per tutti e due i generi, 50-50 uomini e donne, mentre altri sport sono uomo-centrici. Possiamo passare i prossimi anni a litigare sulle briciole mentre di là c’è un mondo. I nostri competitor non sono soltanto gli altri sport, ma tutte le piattaforme di entertainment. Oggi competi con il tempo, il portafoglio e l’attenzione della gente: se un ragazzo si siede sul divano ha la scelta di guardare una serie su Netflix, ascoltare musica, guardare il calcio o una partita di tennis. Finora siamo andati bene, ma attenzione perché il mondo sta cambiando, passiamo da un mondo di ‘linear broadcasting’ [ovvero le trasmissioni lineari nei canali tradizionali a palinsesto invece delle trasmissioni on-demand di molte piattaforme d’intrattenimento del giorno d’oggi n.d.r] a un mondo digitale in cui ci sono opportunità enormi, specialmente per il nostro sport. Nel mondo delle trasmissioni lineari era un incubo: non si sa a che ora una partita comincia, quanto dura, e fino al giorno prima non si sa neppure chi gioca. Ma dalla transizione verso il mondo in cui stiamo entrando, quello del ‘direct to consumer’ possiamo beneficiare tutti, se riusciamo a far crescere il tennis invece che focalizzarci su diatribe interne nate da una mancanza di trasparenza e fiducia.

Il prodotto del tennis è stupendo e ha bisogno sia dei tornei sia dei giocatori. Abbiamo uno sport bellissimo da vedere, ma oggi devi fare 3-4 abbonamenti per guardare il tennis, in ogni paese è diverso ed è tutto frammentato. Non possiamo chiedere questo ai nostri utenti, è contro ogni logica commerciale e poi i dati dei centinaia di milioni di fan che hanno comprato i biglietti sono sparsi per le varie federazioni e i vari tornei, niente è centralizzato: non conosciamo i nostri fan. Anche i grandi tornei avranno delle difficoltà in futuro, anche se hanno tante risorse, perché hanno un evento di due settimane. Ci sono investimenti enormi che non puoi fare altro che centralizzare“.

Questa crisi ci pone davanti  a un bivio: o ci si eleva oppure ci si divide maggiormente per dire: io voglio giocare il mio torneo in ottobre… Ho sempre fatto un esempio: negli anni ’90 la musica vendeva i cd, poi è arrivato Internet e nessuno ha più pagato la musica, quindi gli artisti. Steve Jobs ha lanciato Itunes, l’hanno preso per pazzo, con ogni canzone a 0,99 dollari…, quel modello non ha funzionato, poi è spuntato Spotify, aggregando tutto: 9,99 dollari e ascolti tutta la musica che vuoi. Quello che conta è l’esperienza. Gli artisti vanno pagati, migliaia di etichette discografiche si sono messe insieme. Il tennis è molto frammentato, tutti stanno benino, ma la musica lo è ancora di più. La crisi ha creato coesione. Vero che nel tennis tutti stanno benino, gli Slam vanno bene, i Masters 1000 anche… ma quale deve essere la motivazione forte nel tennis?

Nel caso si dovessero spostare le ATP finals, a Torino, è possibile giocarle lì?
Abbiamo un contratto con Londra per le ATP Finals. Se si gioca l’US Open non dovrebbero esserci problemi. Altrimenti se qualcuno ci ospita tutto è possibile, ma ancora una risposta a questo interrogativo non c’è. Ci sono anche penali da pagare per spostare un evento…

Cosa avete pensato e reagito quando Federer ha annunciato che non avrebbe giocato l’ATP Cup? Avete chiesto garanzie per l’anno prossimo? O accenna a selezionare ancora più i suoi impegni.
Avevo parlato con Roger prima ancora della mia elezione. E gli ho detto: ‘Roger io ho giocato 17 anni fa, e te… non so come fai a muoverti, ti guardo in tv e non so come fai. Io a 30 anni ero cotto. Mi faceva male dappertutto’. Anche mentalmente e psicologicamente, arrivare a quel livello, a quell’età, è roba da fenomeno quale lui è… e allora avere la pretesa di lamentarsi perché non gioca un torneo… io guarderei il bicchiere mezzo pieno. Ringraziamo che ancora gioca qualche torneo… potrebbe essere in pensione e invece gioca, non è facile, ve lo dice uno che ha giocato. È vero, vorremmo averlo tutte le settimane, ma non è possibile, accontentiamoci che sta giocando ancora, ringraziamolo per quello che ci dà, dovunque giochi, ovunque ne abbia voglia”.

Ci sono contratti pluriennali sia per ATP Cup sia per Davis Cup, ma tanti, incluso Djokovic, hanno sostenuto che un evento a squadre potrebbe bastare. In che direzione pensi di muoverti visto che ci sono un sacco di soldi, di interessi, di giocatori, di federazioni?
In primis vanno messi i fan, gli spettatori. Cosa è meglio per il tennis? L’ATP Cup è stato un evento di successo, bello, ci sono andato. Abbiamo solo 52 settimane di calendario. I giocatori giocano mediamente fra 18-20-22 tornei l’anno. Non è facile. Io sono molto attaccato da un lato alla Coppa Davis, alla tradizione, alla nostra storia. Non sono contrario a valutare con Tennis Australia, con ITF la possibilità di creare un evento solo, che sarebbe probabilmente la soluzione migliore, ma non so se saremo in grado perché i contratti sono a lungo termine. Abbiamo una relazione ottima con Tennis Australia e la continueremo a rispettare e mantenere perché è giusto che sia così, è bello e importante avere un grosso evento nella prima settimana dell’anno, per partire con un bel boom, poi una settimana di pausa e l’Australian Open. Non è la fine del mondo, ci sono problemi più grossi, se lo risolveremo bene, sennò si va avanti così”.

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Cosa succede durante una pandemia a chi incorda le racchette di Federer

Il New York Times ha raccontato la storia di Ron Yu, l’incordatore delle racchette dei campioni, il cui fatturato è sceso a zero in queste settimane e ha dovuto trovare un altro lavoro part-time. “A mia mamma piace raccontare che sono amico di Federer e lavoro con lui”

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Ron Yu, l'incordatore di Roger Federer (ph. by Eve Edelheit for The New York Times)

Vi proponiamo la traduzione di un articolo del New York Times – trovate qui la versione originale. L’articolo racconta la storia di Ron Yu, che per l’azienda ‘Priority One’ incorda le racchette dei giocatori più forti del mondo. Più che incordarle, le personalizza al 100%: dai grip alle impugnature, sistemando anche dei pesi particolari laddove richiesti dal giocatore. E oggi, come tanti altri lavoratori del mondo dello sport, ha visto il suo fatturato scendere praticamente a zero ed è stato costretto a trovare un altro lavoro di ripiego, che si augura temporaneo fino a quando si riprenderà a giocare.


Ron Yu si è innamorato del tennis quando studiava al Georgia Institute of Technology – una passione così intensa che non si è mai laureato, abbandonando gli studi dopo meno di due anni. “Trascorrevo così tanto tempo giocando e bazzicando il negozio dove avrei iniziato a lavorare” dice Yu. “Dando un’occhiata ai miei voti, mi avrebbero cacciato comunque, quindi non è stata poi una decisione tanto difficile in quel momento”.

Cittadino statunitense nato in Corea del Sud ed emigrato negli USA da bambino con i suoi genitori coreani, Yu è diventato uno dei migliori tecnici per quanto riguarda le racchette. Le incorda e personalizza modificando manici e grip e aggiungendo peso ai telai. Ha avuto un ruolo dietro le quinte in 23 titoli Slam di singolare per giocatori come Andre Agassi, Lleyton Hewitt, Stan Wawrinka e Roger Federer. Yu, cinquantaduenne, lavora per l’azienda di servizi per racchette Priority One dal 2001. Fondata dal tecnico che si occupava degli attrezzi di Pete Sampras Nate Ferguson, la Priority One lavora esclusivamente per un piccolo gruppo di giocatori di élite, tra cui il numero 1 del mondo Novak Djokovic e Federer, cliente dal 2004.

 

L’azienda concentra la propria attività nei quattro Slam e negli eventi ATP di più alto livello. Però, come chiunque altro lavori nel circuito tennistico, l’attività internazionale di Yu è stata messa a terra dalla pandemia. I Tour sono fermi dall’inizio di marzo e la ripresa non avverrà prima di agosto, forse decisamente più avanti. Priority One ha licenziato uno dei suoi tre tecnici, Glynn Roberts, primo incordatore di Andy Murray e Djokovic. Yu è rimasto con l’azienda e ha detto che ancora personalizza racchette e ne incorda una o due al giorno per clienti non professionisti – una caduta verticale dalle 25-30 che potrebbe incordare quotidianamente durante un torneo.

“Secondo i contratti, i giocatori ci pagano per incordare e customizzare quando giocano e viaggiano e noi siamo ai tornei” spiega Yu. Così, al momento, il fatturato è praticamente zero. Yu dice di aver accettato una riduzione dello stipendio alla Priority One e trovato un lavoro part-time di inserimento dati vicino alla sua casa di Tampa, in Florida, per cercare di compensare la perdita di entrate.

D: Quante settimane all’anno sei in viaggio durante un anno normale?
Yu: Fino a un massimo di 33 settimane durante il momento migliore, ma poi sono scese a 26 e ne sono felice. Come ci si sente a dover restare fermi per l’immediato futuro? Mi piace essere a casa con mia moglie, poter cenare con lei ogni sera seduti in cortile. Ma mi manca viaggiare. Mi manca essere ai tornei e mi mancano gli amici conosciuti nel Tour, perché il Tour è un piccolo villaggio che si muove attorno al mondo. Anche se sei in una città nuova, vedi le stesse persone. Lavorare part time fuori dal tennis mi ha davvero fatto capire quanto ancora lo ami. Non che questo nuovo lavoro sia terribile, ma talvolta, dopo essere stato in viaggio per quattro o cinque settimane, mi dicevo qualcosa come “Ohi, mi sono proprio stancato del tennis“. Ma questo mi ha reso ancora più evidente la grandezza di questo sport.

Qual è l’impatto di questa sospensione del Tour sulla comunità degli incordatori?
Mi sono fatto tanti amici che incordano nei tornei dello Slam come parte del servizio on-site e la maggior parte di queste persone hanno un negozio o ci lavorano, e quei negozi sono chiusi o hanno probabilmente perso dall’80 al 90% delle loro entrate. Perfino in tempi normali, non diventi ricco con questo lavoro. Puoi condurre una vita comoda e piacevole da ceto medio, ma quello che sta succedendo è davvero devastante per la comunità del tennis, per gli incordatori e i proprietari dei negozi.

Avete cercato di darvi aiuto reciproco, sia economico o emotivo?
Siamo tutti sulla stessa barca. Non voglio dire che gli incordatori siano una sorta di eremiti, ma possono essere piuttosto introversi. Puoi trovarti in una stanza con dieci altri incordatori a un torneo e sì, scherzi un po’ e chiacchieri; però, quando stai lavorando sul serio e devi sbrigarti, potresti non dire una parola a nessuno per ore. Non sono sicuro che gli incordatori si confidino né chiedano aiuto come fanno invece molte altre persone. Forse dovrebbero.

Quando guardi un incontro, con la tua conoscenza della tecnologia di corde e racchette, lo guardi in modo differente dall’appassionato medio?
Probabilmente quando vedo un colpo e dico che non sarebbe stato possibile vent’anni fa. Ai vecchi tempi, quando la maggior parte dei tennisti giocava con corde in budello naturale, non potevi colpire ogni volta tanto forte quanto avresti voluto, perché dopo cinque o sei colpi avresti perso controllo. Il budello è ‘vivace’, perlopiù. Oggi ci devono mettere un po’ più topspin, ma tirano quasi a tutta velocità. Anche quando si giocano un punto importante e c’è molta pressione, li vedi rispondere e sono in grado di colpire forte quanto vogliono. Oppure, quando uno viene a rete e l’altro, in allungo, la mette incrociata per un passante vincente. E io, “questo non sarebbe successo venticinque anni fa”.

Hai detto che la tua famiglia non approvò la tua decisione di lasciare gli studi al Georgia Tech e lavorare come incordatore. Cosa ne pensano adesso?
A mia mamma piace raccontare alle sue amiche in Corea che “mio figlio è amico di Roger Federer e lavora con lui.” Ciò ha alleviato il dolore.

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Interviste

Federer: “Non mi sto allenando perché non ne vedo il motivo”

In una lunga chiacchierata con Guga Kuerten, lo svizzero parla dei suoi primi anni sul tour, della quarantena e del futuro del tennis: “Credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana”. Sulle porte chiuse: “Non riesco a vedere uno stadio vuoto”

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Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Roger Federer è stato tra i più attivi durante il periodo d’emergenza, con donazioni e iniziative benefiche. Recentemente il campionissimo svizzero si è unito a Guga Kuerten nella campagna “Vencendo juntos che mira ad aiutare oltre 35.000 famiglie brasiliane duramente colpite dalla pandemia.

Federer non ha risparmiato elogi per l’ex collega, nel corso di una lunga chiacchierata che ha svelato anche particolari molto interessanti. “Quando mi hai chiamato, ho detto: ‘Se Guga chiama, sono sempre lì per aiutarlo‘. Sei sempre stato uno dei miei giocatori preferiti. Forse non ricordi perché eri gentile con tutti, ma eri anche gentile con me. E penso che sia stato molto importante quando stavo entrando nel circuito. Eri uno dei ragazzi che mi hanno fatto sentire il benvenuto. Quindi, grazie Guga. Ecco perché sono qui e sono molto felice di aiutarti”.

Ripensando a quei primi anni nel circuito, Roger ha parlato di quanto il suo talento e le sue movenze apparentemente “senza sforzo” abbiano pesato come un macigno nella visione generale che il pubblico aveva di lui. Il suo successo non è però esclusivamente figlio dei doni della sorte, ma nasconde una mole di lavoro immensa. “Molte persone pensano che io sia “benedetto”. In realtà c’è stato davvero un duro lavoro, soprattutto quando ero giovane, e ho dovuto imparare a fondo. Il mio problema era che, quando vincevo, la gente diceva: ‘Guarda, lo fai sembrare così facile’. Ma, quando perdevo, dicevano: ‘devi giocare meglio, quel gioco ti veniva così facile…’. Ed è stato difficile trovare un equilibrio, mi sentivo molto confuso. Devo urlare di più? Devo sudare di più, non lo so? Cosa devo fare per far credere alle persone che sto dando il massimo?“.

 

Quegli anni sono ormai lontani e il Federer di oggi è un veterano che ormai a quasi 39 anni è ancora un top 10 fisso, sempre il lizza per titoli pesanti. Questa seconda giovinezza, quella post operazione al ginocchio del 2016, Roger ha però rischiato di non viverla. I dubbi al momento dell’infortunio erano tanti e la prospettiva di un prepensionamento forzato non era così lontana. L’orgoglio del campione però, ancora una volta, ha giocato un ruolo decisivo. “Ho subito l’infortunio nel 2016 ed è stato un anno molto difficile. Ho avuto dei pensieri, ovviamente. ‘Sarà questa la fine o no?’. Ma ho davvero sentito che questo intervento non avrebbe posto fine alla mia carriera. Credevo che avrei avuto una seconda possibilità e l’ho avuta. È stata una grande sorpresa per me. Nel 2017 sono riuscito a tornare molto forte, non solo agli Australian Open, ma durante tutto l’anno. È stato davvero bello. È stato il mio primo intervento chirurgico, non ero sicuro di come gestirlo“.

Wimbledon 2016, l’ultimo torneo disputato da Federer in quella stagione

Dal passato al futuro, Federer ha anche parlato del difficile momento che il tennis sta vivendo e dei possibili scenari che il gioco potrebbe essere costretto ad affrontare. In primo luogo, la possibilità di giocare a porte chiuse, eventualità che lo svizzero vorrebbe evitare. L’augurio di Federer è che si possa riprendere almeno con una partecipazione ridotta o in alternativa aspettare che le circostanze ammettano la presenza, in sicurezza, degli spettatori.

Non riesco a vedere uno stadio vuoto. Non posso. Spero che ciò non accada. Anche se la maggior parte delle volte ci alleniamo non c’è nessuno e tutto è tranquillo, in silenzio. Per noi, ovviamente, è possibile giocare senza fan. D’altra parte, spero davvero che il circuito possa tornare alla normalità. Potremmo aspettare il momento opportuno per tornare nuovamente ad una modalità normale. Con lo stadio almeno pieno per un terzo o mezzo pieno. Ma per me giocare in uno stadio completamente vuoto, nei grandi tornei, è molto difficile“.

In attesa di notizie più sicure sui tempi e le modalità di ripartenza del circuito professionistico, Federer si gode i lati positivi della reclusione forzata, come la possibilità di passare più tempo con la sua numerosa famiglia. “Non siamo mai stati a casa più di cinque settimane dal mio ultimo intervento chirurgico nel 2016. Questo è un grande momento per noi, come famiglia, ovviamente a volte ‘ci facciamo impazzire’, come ogni famiglia (ride, ndt). Ma per fortuna siamo sani, i nostri amici e la nostra famiglia non sono stati colpiti dal virus, il che è importante per noi. E le cose stanno andando bene nonostante le circostanze”.

RITORNO IN CAMPO – A dispetto di tanti altri colleghi che hanno immortalato il proprio ritorno in campo per gli allenamenti con la racchetta in mano, Roger non ha ancora fatto circolare nessun video o foto. Ma semplicemente perché non c’era niente da condividere. Federer ha infatti dichiarato apertamente che non si sta allenando in questo periodo, perché non ha stimoli sufficienti per farlo vista l’incertezza circa la data di inizio dei tornei.

Al momento non mi sto allenando perché non ne vedo il motivo, ad essere onesto. Sono felice con il mio corpo ora e credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana. E penso che a questo punto sia importante per me godermi questa pausa dopo aver giocato così tanto a tennis. Non mi manca così tanto. Lo sentirò alla fine quando sarò vicino al ritorno e avrò un obiettivo per cui allenarmi. Sarò super motivato“.

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“Il tour potrebbe ripartire da Palermo”. Intervista esclusiva a Oliviero Palma [AUDIO]

La WTA prolunga lo stop fino a luglio inoltrato, ma il Ladies Open può sperare di salvarsi e intanto si organizza. Il direttore del torneo fa il punto della situazione

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I punti interrogativi sono ancora molti, ma possiamo sperare che sarà proprio Palermo a battezzare la “fase due” del tennis; un battesimo pieno di incognite, dopo la mareggiata provocata dalla pandemia che tiene sotto scacco racchetta e pallina dallo scorso otto di marzo. “Occorrerà ovviamente considerare l’evoluzione dei contagi sperando in un ulteriore, deciso miglioramento della situazione, ma al momento sono moderatamente ottimista: il tennis potrebbe ripartire dalla Sicilia“. Il direttore del torneo WTA di Palermo Oliviero Palma ha risposto a caldo alle domande del direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta, a poche ore di distanza dal comunicato con cui la WTA ha ufficializzato un prevedibilissimo prolungamento dell stop forzato delle attività agonistiche, che si protrarrà sino a luglio inoltrato con conseguente disco rosso per gli eventi di Bastad, Losanna, Bucarest e Jurmala.

Programmato per il venti di luglio, il Ladies Open palermitano può ancora sperare, così come non peregrine speranze coltiva il torneo di Praga già spostato dalla sua originaria collocazione primaverile. Secondo le informazioni in possesso di Oliviero Palma e contrariamente a quanto stampato sul più recente documento rilasciato dalla WTA, non sarebbe quella di Karlsruhe la città scelta insieme a Palermo come sede del come back. “Se ci saranno le condizioni, i primi punti del tennis femminile dopo l’emergenza si giocheranno qui e in Repubblica Ceca. La WTA attendeva una nostra risposta che confermasse ufficialmente la disponibilità a ospitare l’evento entro il 25 di maggio, ma ci hanno concesso una proroga alla fine della prima settimana di giugno: considerando che l’attività dei circoli riprenderà a pieno regime lunedì prossimo, saranno necessarie un paio di settimane per capire come si comporterà la famigerata curva e fare tutte le valutazioni del caso“.

La data dell’inaugurazione potrebbe essere quella originale del venti luglio, “ma stiamo tenendo calda l’ipotesi del ventisette e anche il tre agosto potrebbe fare al caso nostro“. Resta da capire se e in che modo il pubblico potrà assistere al torneo, “ma anche qualora dovessimo accettare di disputarlo a porte chiuse non si avrebbe la sensazione di una faccenda privata. L’impianto verrebbe comunque aperto a circa cinquecento persone tra giocatrici, membri degli staff, giornalisti, inservienti a vario titolo e raccattapalle, che nel caso, con ogni probabilità, dovranno essere maggiorenni: gli spalti e le zone adiacenti al campo sarebbero frequentate e vive“.

 

L’attrattiva del torneo, molto probabilmente, sarebbe straordinaria, anche più intensa di quella che il Ladies Open avrebbe potuto vantare in condizioni normali. “Potremmo quasi trovarci a parlare di un piccolo Slam,” ha proseguito Palma, “molte giocatrici forti tra quelle che non sarebbero venute in Sicilia coglierebbero volentieri la straordinaria opportunità di riprendere la stagione agonistica in un torneo ben organizzato e dalla solida reputazione.

Le sensazioni sono buone, ora occorre solo attendere e sperare che la situazione generale volga al sereno. “In Sicilia fortunatamente non abbiamo assistito a picchi drammatici della pandemia, e in questi giorni le cose stanno anche migliorando. Certo, i confini sono ancora chiusi per prevenire i contagi di ritorno, ma la strada, con tutte le cautele possibili, sembra quella giusta. La Regione, basandosi sui dati molto positivi che le restituisce il territorio, ha un indirizzo più aperto rispetto a quello del Governo circa la ripresa delle attività sportive. I circoli, per esempio, sono ripartiti già da una settimana contrariamente alla maggior parte delle altre regioni italiane. In ogni caso, tutti i mercoledì i tornei del circuito maggiore si riuniscono in conference call per valutare l’evoluzione degli eventi, quindi tra poco meno di una settimana avremo ulteriori aggiornamenti sulla situazione del torneo di Palermo, sperando che siano positivi.

E speriamo lo siano davvero. Oliviero Palma, che ringraziamo per l’intervento, ha promesso al nostro direttore notizie fresche in tempo reale, o quasi, a metà della prossima settimana. Dita incrociate, mi raccomando.

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