Andrea Gaudenzi: “Roland Garros perdonato, basta litigi per raccogliere briciole" - Pagina 2 di 2

Interviste

Andrea Gaudenzi: “Roland Garros perdonato, basta litigi per raccogliere briciole”

Prima call del neo ATP chairman. Coraggio e ottimismo: “Pensiamo in grande… 1,2% di diritti tv nel mondo, ma un miliardo di fan uguale business da rivedere. Tutto ruota sull’estate americana e US Open. L’obiettivo? Giocare tre Slam e sette Masters 1000”. Roma e Parigi in quattro settimane di terra rossa dopo l’US Open? “Grazie Federer…”

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L’ipotesi sembra essere giocare sulla terra a meta settembre. Roma può diventare un torneo indoor, state considerando l’ipotesi?
Stiamo lavorando sull’ipotesi di quattro settimane sulla terra battuta dopo l’US Open. Se giochiamo quest’estate negli Stati Uniti, poi la terra rossa e quindi in Asia per chiudere con le finali ATP sarebbe l’ipotesi migliore. Avremmo salvato parte della stagione, l’80% dei tornei e dei punti, dopo aver perso tutta quella sull’erba. E con sette Masters 1000 e tre Slam su quattro non ci potremmo troppo lamentare. Se non si gioca l’US Open la complessità la moltiplichi per dieci e lì dovremmo pensare a giocare anche novembre e dicembre, ma per ora siamo focalizzati su un rientro subito dopo Wimbledon”.

Avete pensato a tornei… regionali, solo europei, solo americani, solo asiatici, per evitare trasferimenti di giocatori da un continente all’altro? E se tutto venisse cancellato quali sarebbero le perdite economiche?
Sì, stiamo valutando formati diversi in caso di forti restrizioni sui viaggi. Il tennis è uno sport globale e sicuramente per noi sarà più difficile di altri sport, come il calcio, in cui tutti giocano nello stesso paese e non c’è il problema dei viaggi. Anche a porte chiuse in un torneo combined ci sono 2000-3000 persone che si spostano e garantire la sicurezza di tutti diventa difficile. Il nostro lavoro è cercare di mettere un sorriso sul viso della gente, siamo nel business dell’entertainment. Sicuramente non vogliamo diventare uno sport regionale perché faremmo un passo indietro e ci sarebbe il problema dei punti e delle classifiche perché non tutti competerebbero contro tutti. È una opzione, anche se non la nostra preferita.

Per il lato economico ci sono diverse ipotesi di budget, venti al giorno! Sono tre le fonti di entrata: diritti TV e media, sponsor e biglietti. La biglietteria soffrirà moltissimo e gli sponsor anche pretenderanno riduzioni, soprattutto se si dovesse giocare a a porte chiuse da qualche parte. Un anno reggiamo, sono abbastanza ottimista sull’autunno e anche parzialmente sull’estate. Se riusciamo a tenere duro e giocare le finali ok. Sopravviveremo. Due o tre anni reggiamo? No! Se questa situazione si allunga diventa problematico. Tanti tornei in poche settimane? Cercheremo di aiutare tutti. Riguardo agli aiuti finanziari, prima ci occuperemo dei challenger e degli ATP 250, nonché dei giocatori compresi fra la posizione 250 e 500 perché sono quelli che ne hanno più bisogno. Inutile aiutare chi gioca gli Slam e i top 50“.

 

L’idea del tennis virtuale partita da Madrid?
“Bella iniziativa ma non può sostituire il campo. Ad altri sport come F1 e Moto GP si presta meglio. Non sono contrario in questi momenti tristi ma non risolve, anche se contribuiscono con dei soldi e vanno ringraziati”.

Alcuni tabelloni da 32 giocatori potrebbero diventare da 48? Se non si giocasse prima, si potrebbero recuperare nella off season altri tornei?
Dobbiamo avere almeno 6-8 settimane di anticipo sulle decisioni, perché ci vuole tempo a livello operativo. Dipenderà da quanti tornei riusciremo a riprogrammare: aumentare i tabelloni è certamente una ipotesi però giocare back to back per tanti sarà impossibile. Sul discorso off season: diventa difficile giocare tornei con i punti dopo le finali. L’alternativa potrebbe essere spostare le finali, ma bisognerebbe trovare un altro posto per giocare e questo comporta problemi di fattibilità. I giocatori hanno già avuto una off season molto lunga, se sarà necessario e possibile tenderemo a provare a giocare anche a novembre e dicembre. Per il Roland Garros invece sì: stiamo collaborando in maniera positiva. Siamo tutti allineati”.

Se tu potessi cambiare cosa cambieresti dell’attuale situazione? Federer, Djokovic, Nadal, tutti sembrano, chi più o meno, avere degli interessi privati.
Quando ho presentato la mia candidatura al Board a New York avevo osservato, avendo passato tre anni nel Board di ATP Media, che c’era un’opportunità enorme per il tennis, che secondo me non sta esprimendo il potenziale a cui può ambire. Il nostro è uno sport sano, solido dal punto di vista del business, ma se ti paragoni agli altri sport dal punto di vista dei diritti TV, il tennis rappresenta meno dell’1,2% dei diritti totali – eppure ha più di un miliardo di fan! Siamo in top 5 per tutti e due i generi, 50-50 uomini e donne, mentre altri sport sono uomo-centrici. Possiamo passare i prossimi anni a litigare sulle briciole mentre di là c’è un mondo. I nostri competitor non sono soltanto gli altri sport, ma tutte le piattaforme di entertainment. Oggi competi con il tempo, il portafoglio e l’attenzione della gente: se un ragazzo si siede sul divano ha la scelta di guardare una serie su Netflix, ascoltare musica, guardare il calcio o una partita di tennis. Finora siamo andati bene, ma attenzione perché il mondo sta cambiando, passiamo da un mondo di ‘linear broadcasting’ [ovvero le trasmissioni lineari nei canali tradizionali a palinsesto invece delle trasmissioni on-demand di molte piattaforme d’intrattenimento del giorno d’oggi n.d.r] a un mondo digitale in cui ci sono opportunità enormi, specialmente per il nostro sport. Nel mondo delle trasmissioni lineari era un incubo: non si sa a che ora una partita comincia, quanto dura, e fino al giorno prima non si sa neppure chi gioca. Ma dalla transizione verso il mondo in cui stiamo entrando, quello del ‘direct to consumer’ possiamo beneficiare tutti, se riusciamo a far crescere il tennis invece che focalizzarci su diatribe interne nate da una mancanza di trasparenza e fiducia.

Il prodotto del tennis è stupendo e ha bisogno sia dei tornei sia dei giocatori. Abbiamo uno sport bellissimo da vedere, ma oggi devi fare 3-4 abbonamenti per guardare il tennis, in ogni paese è diverso ed è tutto frammentato. Non possiamo chiedere questo ai nostri utenti, è contro ogni logica commerciale e poi i dati dei centinaia di milioni di fan che hanno comprato i biglietti sono sparsi per le varie federazioni e i vari tornei, niente è centralizzato: non conosciamo i nostri fan. Anche i grandi tornei avranno delle difficoltà in futuro, anche se hanno tante risorse, perché hanno un evento di due settimane. Ci sono investimenti enormi che non puoi fare altro che centralizzare“.

Questa crisi ci pone davanti  a un bivio: o ci si eleva oppure ci si divide maggiormente per dire: io voglio giocare il mio torneo in ottobre… Ho sempre fatto un esempio: negli anni ’90 la musica vendeva i cd, poi è arrivato Internet e nessuno ha più pagato la musica, quindi gli artisti. Steve Jobs ha lanciato Itunes, l’hanno preso per pazzo, con ogni canzone a 0,99 dollari…, quel modello non ha funzionato, poi è spuntato Spotify, aggregando tutto: 9,99 dollari e ascolti tutta la musica che vuoi. Quello che conta è l’esperienza. Gli artisti vanno pagati, migliaia di etichette discografiche si sono messe insieme. Il tennis è molto frammentato, tutti stanno benino, ma la musica lo è ancora di più. La crisi ha creato coesione. Vero che nel tennis tutti stanno benino, gli Slam vanno bene, i Masters 1000 anche… ma quale deve essere la motivazione forte nel tennis?

Nel caso si dovessero spostare le ATP finals, a Torino, è possibile giocarle lì?
Abbiamo un contratto con Londra per le ATP Finals. Se si gioca l’US Open non dovrebbero esserci problemi. Altrimenti se qualcuno ci ospita tutto è possibile, ma ancora una risposta a questo interrogativo non c’è. Ci sono anche penali da pagare per spostare un evento…

Cosa avete pensato e reagito quando Federer ha annunciato che non avrebbe giocato l’ATP Cup? Avete chiesto garanzie per l’anno prossimo? O accenna a selezionare ancora più i suoi impegni.
Avevo parlato con Roger prima ancora della mia elezione. E gli ho detto: ‘Roger io ho giocato 17 anni fa, e te… non so come fai a muoverti, ti guardo in tv e non so come fai. Io a 30 anni ero cotto. Mi faceva male dappertutto’. Anche mentalmente e psicologicamente, arrivare a quel livello, a quell’età, è roba da fenomeno quale lui è… e allora avere la pretesa di lamentarsi perché non gioca un torneo… io guarderei il bicchiere mezzo pieno. Ringraziamo che ancora gioca qualche torneo… potrebbe essere in pensione e invece gioca, non è facile, ve lo dice uno che ha giocato. È vero, vorremmo averlo tutte le settimane, ma non è possibile, accontentiamoci che sta giocando ancora, ringraziamolo per quello che ci dà, dovunque giochi, ovunque ne abbia voglia”.

Ci sono contratti pluriennali sia per ATP Cup sia per Davis Cup, ma tanti, incluso Djokovic, hanno sostenuto che un evento a squadre potrebbe bastare. In che direzione pensi di muoverti visto che ci sono un sacco di soldi, di interessi, di giocatori, di federazioni?
In primis vanno messi i fan, gli spettatori. Cosa è meglio per il tennis? L’ATP Cup è stato un evento di successo, bello, ci sono andato. Abbiamo solo 52 settimane di calendario. I giocatori giocano mediamente fra 18-20-22 tornei l’anno. Non è facile. Io sono molto attaccato da un lato alla Coppa Davis, alla tradizione, alla nostra storia. Non sono contrario a valutare con Tennis Australia, con ITF la possibilità di creare un evento solo, che sarebbe probabilmente la soluzione migliore, ma non so se saremo in grado perché i contratti sono a lungo termine. Abbiamo una relazione ottima con Tennis Australia e la continueremo a rispettare e mantenere perché è giusto che sia così, è bello e importante avere un grosso evento nella prima settimana dell’anno, per partire con un bel boom, poi una settimana di pausa e l’Australian Open. Non è la fine del mondo, ci sono problemi più grossi, se lo risolveremo bene, sennò si va avanti così”.

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