La quarantena di papà Seppi: "Ora la piccola ride, è molto bello. Io devo stare attento al mio corpo"

Interviste

La quarantena di papà Seppi: “Ora la piccola ride, è molto bello. Io devo stare attento al mio corpo”

Il neo-papà Seppi si gode il sorriso della figlia Lev nelle campagne del Colorado, tra tuffi nella neve e passeggiate in attesa del ritorno in campo

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Andreas Seppi con moglie e figlia (foto via Instagram, @andyseppio)

La maggior parte dei tennisti con figli hanno affermato che disputare un torneo dopo esser diventato padre ha tutto un’altro sapore, perché si ha (ancora più di prima) la sensazione di non giocare solamente per se stessi, ma per qualcosa di più grande e più importante. Anche Andreas Seppi potrà sperimentare questa sensazione quando il coronavirus allenterà la sua morsa, poiché il 20 febbraio sua moglie Michela Bernardi ha dato alla luce la primogenita. In una lunga intervista rilasciata al sito ufficiale dell’ATP il tennista altoatesino ha tirato le somme di questi due mesi di vita familiare ‘obbligata’ dalle circostanze esterne. Il dolce isolamento di Andreas si è svolto nel migliore dei modi in Colorado, a Boulder, nella tenuta acquistata nel dicembre 2017.

Tutte le attenzioni sono state ovviamente rivolte alla piccola Lev, ed è inevitabile che grazie alla possibilità di un contatto così costante sia possibile accorgersi di ogni piccolo segno di crescita. “È un’esperienza davvero nuova e molto interessante. Alla fine è bello stare tutto il tempo con mia moglie e la bambina per vedere com’è cresciuta. Ora sta iniziando a ridere ed è un po’ più interessata alle cose, quindi è molto bello. Le prime settimane non puoi fare molto perché ha bisogno di dormire, di mangiare e poco altro; non c’è molto da fare come padre, direi. Ora le parli e lei ti guarda, quindi senti che si sta interessando di più a quello che accade intorno a lei. È abbastanza tranquilla, non piange molto e ora dorme anche sei, sette ore di fila, il che rende abbastanza facile la notte. Da quel lato, siamo stati piuttosto fortunati”.

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Happy Easter to all of you 🥚🐣🐰 …mood: 😲😴😆 #usa #colorado #boulder #liv #bunny #happyeaster

 

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Certo, il momento in cui Andreas potrà reclutarla sul campo da tennis per testare le sue abilità motorie è ancora lontano. “Ha solo due mesi, quindi non puoi certo portarla a fare un giro in bicicletta o sciare!”. Ma se alla piccola la condizione di isolamento non produce grossi sconvolgimenti – “alla fine, per lei non fa molta differenza” – per Seppi e sua moglie i piani sono cambiati eccome: “Ora saremmo dovuti essere in Europa, e saremmo andati un po’ a spasso.” Restare in Colorado, però, alla fine si è rivelata la scelta migliore. “Siamo in un posto perfetto, lo adoriamo. È quasi meglio stare qui che in Italia perché almeno possiamo uscire e fare un’escursione nella nostra proprietà. Abbiamo un sacco di spazio all’aperto (oltre 24 acri di terreno, ndr). In Italia non puoi davvero fare nulla. Devi stare in casa. Se non hai un giardino o qualcosa del genere rimani sempre bloccato nell’appartamento. Non abbiamo vicini in giro, siamo piuttosto isolati, quindi penso che in questo tipo di situazione si sia rivelata una scelta molto buona”.

TENERSI IN ALLENAMENTO – Per uno sportivo professionista questo periodo di stop non deve essere una scusa per battere la fiacca, ma un tennista della sua esperienza – Andreas è professionista da 18 anni – conosce il proprio corpo e sa come prendersene cura. “Posso allenarmi a casa, a volte vado a correre. Inoltre, non puoi allenarti come un matto come in off-season perché non sai quanto durerà questa pausa. Non puoi esercitarti al massimo per mesi specialmente alla mia età. Se avessi 20 anni, sarebbe diverso”. Qui scatta immediato il paragone con Jannik Sinner, anche lui altoatesino ma nato ben 17 anni dopo Seppi. “Forse per lui, a 18 anni, allenarsi duramente per tre mesi può andare bene. Ma io devo stare un po’ più attento al mio corpo. Certo, cerco di rimanere in forma e faccio alcuni esercizi, ma non come durante la pausa invernale, lo faccio per mantenere un certo livello di attività. Questa è la cosa più importante”.

Tra le inedite possibilità di esercizio offerte dall’isolamento, e dall’insolita coda invernale del Colorado, si è presentata quella di spalare la neve: “Ne abbiamo molta, negli ultimi due giorni ha nevicato senza sosta. Non vedevo tanta neve da un po’, ho sentito che Boulder è la città con più neve negli Stati Uniti quest’anno. Spalarla mi tiene sicuramente in forma, è un buon esercizio di forza!. Sembra però che dopo averne spalata un po’ ad Andreas sia balenata in testa un’idea diversa, perché poche ore dopo è uscito di casa – rigorosamente a petto nudo – e ha sfidato i -12 gradi di Boulder tuffandosi nella neve con tanto di capriola. Chapeau, e vecchia challenge di Djokovic quasi accettata.

Certo non fa mai male tenere in allerta i muscoli, mentre più al riparo dalle conseguenze negative del lockdown dovrebbe essere la forza mentale, che ad Andreas ha raramente fatto difetto. “Il problema attuale è che nessuno sa quanto durerà e quando torneremo alle normali attività, questo credo sia la cosa più spaventosa” ha ammesso Seppi. Che però ha un’arma in più rispetto a qualche mese fa: il sorriso della piccola Lev.

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Flash

Kevin Anderson rivela: “La fusione ATP-WTA non è mai stata sul tavolo”

Il sudafricano, membro del Player Council, parla dei rapporti con la PTPA e dei montepremi ridotti. “Alcuni organizzatori gestiscono tornei in perdita”

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Kevin Anderson - Bercy 2020 (via Twitter, @RolexPMasters)

Dal 2012, Kevin Anderson è membro del Player Council dell’ATP, di cui è stato presidente ad interim dallo scorso ottobre dopo le dimissioni di Novak Djokovic. Tra l’idea di candidarsi per la carica e i preparativi per la trasferta in l’Australia, Kevin ha fatto una chiacchierata con Tennis Majors toccando gli argomenti che sono emersi negli ultimi mesi, dai montepremi all’eventualità del vaccino obbligatorio per disputare i tornei, ai rapporti con la PTPA e molto altro.

Dal momento che il virus protagonista dei notiziari da quasi un anno ci ha inevitabilmente accompagnati nel passaggio al 2021, la questione più importante da affrontare in questa stagione rimane l’incertezza del calendario, del quale, al momento, si conoscono i primi tre mesi. “La sfida principale è mettere in calendario più tennis possibile” dice Anderson. “Alcuni tornei sono stati cancellati, tra cui Indian Wells. Stanno cercando di farlo disputare più avanti, ma non si sa neanche se sarà possibile. Inoltre, ci sono i progetti della nuova direzione riguardo a cambiamenti da apportare allo sport su cui immagino stiano lavorando”. Si riferisce ai piani già illustrati da Gaudenzi sulla raccolta dei diritti televisivi, l’aumento dei montepremi e altre idee la cui realizzazione è stata finora compromessa dalla pandemia.

Anderson è anche e soprattutto un tennista, attualmente al n. 82 del ranking dopo alcuni infortuni e i due interventi chirurgici a cui si è dovuto sottoporre tra il 2019 e il 2020, e come i suoi colleghi deve fare i conti con eventuali sensi di insicurezza legati ai viaggi e con lo stress di protocolli e quarantene che, secondo lui, non condizionano tutti alla stesso modo. “Dal mio punto di vista, il problema più grande è la difficoltà nel viaggiare con la famiglia” spiega Kevin, marito di Kelsey e padre di Keira. “Certamente, c’è una notevole differenza nel giocare senza spettatori. In Australia ce ne saranno parecchi e credo che tutti ne siano felici. La cosa più stressante è che molto è al di fuori del tuo controllo. Se risulti positivo, vieni messo in quarantena, non puoi giocare e, non importa quanto tu sia prudente, c’è sempre un margine di incertezza. Questa è la parte più dura da affrontare, anche perché non siamo costantemente in una bolla quando viaggiamo. I tornei fanno un gran lavoro con i protocolli di sicurezza, ma non è mai una bolla completamente isolata, ovviamente molto difficile da mettere in pratica.

 

Un aspetto saliente riguarda i montepremi, necessariamente ridotti a causa dell’assenza del pubblico non solo in termini di biglietti non venduti ma anche dalle conseguenti assenze degli sponsor in loco, come rileva lo stesso Anderson sollevando la responsabilità dagli organizzatori dei tornei. “Da quello che sento, alcuni di loro gestiscono eventi in perdita. Un buon sistema per la trattativa, nel momento in cui i giocatori hanno capito il problema e accettato la riduzione, è basato sulla percentuale di spettatori presenti: è una scala indicizzata. Ne abbiamo discusso molto all’interno del Consiglio. Di sicuro non è la situazione ideale per tutti, ma è praticamente necessaria perché questi tornei si disputino”.

La riduzione del montepremi complessivo è stata però accompagnata da un piano redistributivo che ha tagliato gli assegni destinati a chi arriva in fondo in modo da non penalizzare chi solitamente non frequenta le zone più alte della classifica. Non che proprio tutti si siano dimostrati entusiasti di questa idea di socialismo tascabile che è stata infatti, diciamo, mitigata. “Sì, il piano era questo, con il prize money del primo turno rimasto sostanzialmente lo stesso grazie ai soldi tolti ai turni finali. Abbiamo apportato piccole correzioni perché sentivamo, e lo sentivano molti giocatori, che era troppo drastico e credevano che avremmo dovuto compensare un po’ di più chi fa bene nei tornei. Penso quindi che la nuova ripartizione, considerato quanto piccolo è il montepremi, sia un risultato abbastanza buono”.

Poiché il SARS-CoV-2 continua ad aggirarsi sul pianeta nonostante le previsioni degli esperti di vampiri (“scomparirà con il sole estivo”) o di chi lo confondeva con uno yogurt con scadenza 31 dicembre, la soluzione più probabile sembra proprio il vaccino. Soluzione che tutti auspicavano arrivasse il prima possibile durante le durissime restrizioni della scorsa primavera, ma che ora apre la porta a discussioni, la prima delle quali – per quello che qui ci interessa – riguarda l’eventuale obbligatorietà per poter partecipare ai tornei. Anderson dice che l’argomento vaccini è stato solo brevemente trattato durante l’ultima riunione, ma è ancora la fase iniziale, ci sono prima le categorie a rischio e, alla fine, quando sarà disponibile per tutti, “probabilmente ne discuteremo di più. Inizialmente, l’idea era che chi era vaccinato non dovesse essere sottoposto ai test dell’ATP. Ma poi si è detto che anche una persona vaccinata potrebbe trasmettere il virus. Dobbiamo quindi avere più informazioni prima di iniziare a decidere cosa sia imposto nel Tour”.

Meno tornei, meno opportunità di lavoro e quindi di guadagno per i tennisti nella passata stagione hanno senza dubbio avuto un forte impatto per chi è lontano dalle zone più nobili del ranking. Un impatto economico, certo, ma non si possono trascurare neanche le conseguenze a livello di salute mentale e assistenza ai giocatori, aspetto non trascurato totalmente, ma le cui soluzioni non sono state all’altezza, stando a quanto riporta con onestà Kevin. “Penso che abbiamo deluso le aspettative. Abbiamo introdotto un paio di cose: i giocatori possono rivolgersi ai medici e abbiamo accesso a Headspace [azienda online specializzata nella meditazione] e a Sporting Chance [clinica il cui motto è ‘fisio per mente, corpo e anima’]. Ma credo che all’ATP siamo gravemente indietro in tema di benessere psicologico. È qualcosa di davvero importante e credo che dovremmo assolutamente aumentare i fondi e offrire quel tipo di sostegno ai giocatori”.

Uno dei temi dello scorso anno è stata la fusione fra ATP e WTA, idea lanciata da Roger Federer e poi approvata, ripresa ma anche criticata da colleghi, addetti ai lavori e appassionati. Ricordiamo che era aprile, i Tour erano fermi, si cominciava a sospettare che la ripresa sarebbe stata parecchio lontana, c’era il lockdown e un sacco di altre scuse che possono giustificare quel tweet estemporaneo. Per lo stesso Anderson è stata “la pandemia a distrarre le persone” perché non c’è stata discussione sull’argomento, non è mai stato davvero sul tavolo. Ovviamente lo sport è più forte quando tutti lavorano insieme, ma non sono in grado di giudicare come sembrerebbe da un punto di vista logistico e degli affari. So che parte della direzione dell’ATP pianifica di lavorare insieme a queste realtà e, dal proprio punto di vista, la WTA è un partner molto importante”.

A proposito del lavorare insieme, non può essere elusa la questione o, almeno, la domanda relativa alla PTPA, l’associazione dei giocatori fondata da Novak Djokovic e Vasek Pospisil, ora piuttosto appannata dopo con il clamore e l’entusiasmo iniziali. Il 203 cm di Johannesburg ha le idee piuttosto precise: Non vedo come possiamo lavorare insieme, soltanto per come le due strutture sono organizzate. Non sono stato informato di confronti sull’argomento, non so quale sia la visione della PTPA e come intendano procedere. Per quello che posso dire, i giocatori sono rappresentati dal Council, dai membri del Tour; e, sì, la nostra struttura è per il 50% dei tornei e per il 50% dei tennisti, ma anche un’organizzazione interamente dei giocatori dovrebbe negoziare con i tornei. Così, personalmente non credo che ciò sarebbe molto più vantaggioso”.

Kevin non può non ammettere che il sistema sia imperfetto e che gli stessi vertici parlino di rivedere la governance, con limiti per i mandati e attenzione ai conflitti di interessi, però crede ancora che “debba essere fatto all’interno della struttura del Tour. Forse trent’anni fa le cose si sarebbero potute fare diversamente, ma allo stato attuale parliamo di un’azienda multinazionale in termini di impiegati, appaltatori… non è il tipo di piccola azienda che puoi cambiare con facilità.

Di nuovo riprendendo un tema della risposta precedente (stile seduta psichiatrica), gli viene domandato da dove partire con il conflitto di interessi, argomento portato alla ribalta dopo che Djokovic e Pospisil non hanno potuto ricandidarsi al Council (ma lì, più che conflitto di interessi, sarebbe stato come invitare in casa uno che vuole distruggerla) e rilanciato da Reilly Opelka che, senza farne il nome, contestava la presenza nel Board dell’ATP di Herwig Straka, anche direttore di un torneo (il 500 di Vienna) e manager di Thiem. Non è chiaro chi, secondo Opelka, dovrebbe rappresentare i tornei se non un direttore di torneo e resta il fatto che, se i colleghi di Straka credono che il suo lavoro di far ottenere a Dominic sponsorizzazioni milionarie contrasti con le loro istanze, possono non eleggerlo, ma Kevin si dimostra alquanto arrendevole di fronte al problema, pare, di impossibile soluzione: Non penso che si troverà mai una situazione ideale e ci sarà sempre qualche conflitto di interessi. Almeno, avere una discussione e considerarlo è un buon punto da dove cominciare”.

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Focus

Giornata no per Berrettini tra campo e “politica”

Sconfitto da Bublik nei quarti di Antalya sprecando non poco, Matteo è molto critico con Tennis Australia per la controversa querelle della “doppia bolla”

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Matteo Berrettini - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

Matteo Berrettini è corrucciato mentre risponde alle domande dei giornalisti in conferenza stampa ad Antalya. Da pochi minuti ha ceduto ad Alexander Bublik il pass per le semifinali del 250 turco: la prima sconfitta dell’anno fa sempre un po’ fatica ad andare giù, soprattutto se le occasioni per evitarla sono state parecchie. “Ho disputato un buon primo set, ho anche avuto due palle per il doppio break, ma ho giocato un brutto game sul cinque a quattro, quando avrei dovuto chiudere. Perso il tie break sono sceso, soprattutto a livello di energie mentali. Lui ha alzato il livello, anche al servizio. È andata così“.

Il kazako d’importazione è tennista notoriamente insondabile, non disabituato a cambiare marcia quando sembra impantanato nelle sabbie mobili, e viceversa. “Però l’ho visto centrato, di solito non esserlo con costanza è il suo problema principale – continua Matteo -. Oggi Sasha è migliorato con il passare del match; le tante palle corte che nel primo set non gli riuscivano si sono trasformate in vincenti quando ha iniziato a definire meglio la tattica per giocarle. Lo sanno tutti, è un giocatore pericoloso con un gran servizio, quando è di luna buona può mettere in difficoltà chiunque“. Il primo grande obiettivo stagionale è comunque previsto qualche settimana più in là, quindi non è il caso di crucciarsi troppo. “Ho bisogno di mettere partite nelle gambe, di competere. La sconfitta che oggi fa male, si rivelerà un utile esercizio nei prossimi giorni“.

E nelle prossime ore occorrerà imballare i bagagli, perché la trasferta australiana incombe. “Andrò a Dubai e da lì, il quattordici, volo per l’Australia. Ancora non ho deciso se partire subito e trascorrere nell’Emirato un paio di giorni oppure farci solo scalo, fermandomi qui in Turchia fino a giovedì. Stiamo valutando il da farsi in questi minuti“. Se le modalità della partenza sono ancora incerte, l’approdo sicuro sarà Melbourne, nella “bolla grande”. Le modalità – e le tempistiche – scelte da Tennis Australia per gestire l’isolamento dei tennisti dopo il pasticciaccio del Westin Hotel non sembrano trovare il gradimento di Matteo. “Nulla contro i colleghi che andranno ad Adelaide, dopotutto gli organizzatori hanno garantito per loro e per noi le stesse possibilità di allenarsi, ma un altro sconvolgimento del programma a pochi giorni dalla partenza avrebbero potuto risparmiarselo. Credo che l’intera situazione non sia stata gestita nel modo migliore“.

 

Per Berrettini – che si allenerà nella prima settimana con Felix Auger-Aliassime per poi unirsi nella seconda al “contingente” Medvedev-Bautista – la trasferta australiana non significherà solo Happy Slam. “L’ATP Cup (in programma a Melbourne Park dal primo al cinque febbraio, NdR) è un appuntamento a cui tengo molto. Si gioca per il team, finalmente davanti al pubblico. Ma la gran parte dei miei pensieri è indirizzata altrove“. Facile capire dove.

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Focus

L’appassionato di tennis e il sogno che si avvera

La storia di Matt Roberts: da spettatore-appassionato in pochi anni è divenuto conduttore di uno dei podcast più popolari. I problemi con i social media e lo US Open in roulotte

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I conduttori di The Tennis Podcast: Catherine Whitaker (sinistra), David Law (centro) e Matt Roberts (destra)

Ogni tanto nel tennis vediamo alcuni giocatori che dopo tanti anni di lacrime e sangue tra ITF e Challenger riescono a raggiungere quell’equilibrio che consente di raccogliere i frutti di tanto lavoro e vedersi catapultati alle luci della ribalta del circuito maggiore. Ma non capita solamente ai giocatori: qualche volta capita anche a semplici appassionati come Matt Roberts, londinese di 24 anni, che per una serie di giochi del destino è riuscito a diventare una delle voci di The Tennis Podcast, uno dei più quotati podcast in ambito tennistico a livello mondiale.

The Tennis Podcast è nato quasi nove anni fa da un’idea di David Law, ex Communication Manager dell’ATP che ora fa il giornalista freelance, e Catherine Whitaker, il principale volto tennistico di Amazon Prime Video nel Regno unito. Il podcast è cresciuto di anno in anno e nel 2017 ha iniziato a raccogliere fondi attraverso campagne Kickstarter ogni anno sempre più trionfali.

La campagna Kickstarter per la stagione 2021, lanciata all’inizio del dicembre scorso, ha raggiunto il suo target di 80.000 sterline britanniche (circa 88.500 euro) in soli due giorni e a dieci giorni dalla scadenza si trova a oltre 107.000 sterline (118.000 euro) raccolte. David, Catherine e Matt producono ogni settimana e sono seguiti da circa 25.000 spettatori ad ogni episodio, con la frequenza che diventa giornaliera nel corso dei tornei più importanti.

 

Durante questa off-season abbiamo parlato con Matt Robert per capire meglio come è riuscito a trasformare la sua passione in un lavoro.

Matt, quando hai iniziato a seguire il tennis e come sei entrato a far parte del team a The Tennis Podcast?

Ho iniziato a seguire il lo sport quando avevo 7-8 anni. A quell’epoca abitavo a pochi passi dal Surbiton Tennis Club, lo stesso che ogni anno ospita il torneo Challenger, ma durante quel periodo non avevo mostrato alcun interesse verso il tennis. È cominciato tutto appena abbiamo traslocato. A 10 anni mia nonna mi accompagno per una giornata a Wimbledon: aveva vinto il sorteggio per poter avere i biglietti per il Campo 1 il sabato della seconda settimana, quindi non c’erano match di tabellone principale, tuttavia sono riuscito a vedere Roger Federer che si allenava sui campi laterali. Mi ricordo di aver sgomitato per arrivare vicino al campo e fare qualche foto sfuocata di Federer e di Tony Roche con la mia macchina fotografica monouso; sono sicuro di avere ancora da qualche parte quelle foto. È stata un’esperienza splendida”.

Per quel che riguarda il podcast, è cominciato tutto quando ero all’Università, dove studiavo Francese e Spagnolo. Durante le vacanze pasquali del primo anno mandai un tweet a David chiedendo se avessero bisogno di uno studente per uno stage. Erano alcuni anni che ascoltavo il podcast, e come a volte capita nella vita il mio tempismo fu perfetto, perché David e Catherine avevano deciso di mantenere la frequenza settimanale per il podcast ma avevano bisogno di aiuto a portare avanti il lavoro. C’era bisogno di qualcuno che potesse dare una mano con i social media, le ricerche, insomma un po’ tutto. E quindi per i successivi tre anni ho lavorato dietro le quinte ai podcast mentre completavo gli studi per la mia laurea”.

Non ho mai avuto intenzione di diventare una voce del podcast, ma nell’estate del 2018 mi hanno assunto part-time, e a un certo punto, mi hanno messo un microfono in mano e ho iniziato a trasmettere”.

Gli ascoltatori del podcast avevano sentito parlare dello “Studente Matt” prima di sentire la sua voce, e in breve tempo lo “Studente Matt” è diventato il “Laureato Matt” per poi diventare…solo Matt!

Qual è stato il tuo primo torneo con l’accredito al collo?

È stato al Queen’s nel 2015, pochi mesi dopo aver contattato il podcast via Twitter. David voleva farmi sperimentare un torneo da dietro le quinte per la prima volta, non feci molto in quella occasione, andai a vedere un sacco di partite, assistendo anche alle conferenze stampa…

A sentir così sembra un sogno che si avvera…

Lo è stato veramente! C’era Nadal, c’era Wawrinka che aveva appena vinto il titolo a Parigi. Non riuscivo a credere di essere vicino a queste persone che prima per me esistevano solamente in televisione”.

Ho lavorato al Queen’s ogni anno da allora, mentre il primo torneo in cui sono stato accreditato come “The Tennis Podcast” è stato le ATP Finals 2018. Fu un passaggio molto importante per noi, perché non avevamo idea di come saremmo stati ricevuti a livello di ‘media’, e da quel momento in poi ci siamo resi conto che potevamo essere on-site, e produrre contenuti sul posto, che è il modo in cui rendiamo al meglio”.

C’è stato un momento in cui hai realizzato che la tua vita era cambiata?

Sì! Mentre stavo andando in Australia nel 2019, era sempre sembrato un tale volo pindarico, andare all’Australian Open, e mentre ero seduto sull’aereo andando a Melbourne ho pensato ‘Accidenti, gli ascoltatori del podcast hanno pagato per mandarmi in Australia”. È stato un momento molto intenso – ho provato insieme gratitudine, eccitazione, ansia. E una volta arrivato là c’è stata la giornata di Murray-Bautista Agut, nel quale andai a dormire dopo le 5 del mattino, puntando la sveglia per un paio d’ore più tardi per ricominciare tutto da capo. A quel punto ero talmente preso dal turbinio del torneo che non ho avuto il tempo di pensare a nient’altro. Poi, durante il mese successivo, ho cominciato davvero a realizzare quello che era successo, e non volevo far altro che partire di nuovo per andare a un altro torneo. Ho capito che potevo fare questa vita e che questa vita mi piaceva”.

Qual è l’aspetto di questa vita che di piace di più e quello che ti piace di meno?

Andare sul posto ai tornei è sicuramente la cosa che mi piace di più. Chiaramente non quest’anno… Si possono trovare contenuti migliori quando si è sul posto, si vive di adrenalina, e riusciamo a portare gli ascoltatori con noi attraverso il podcast. Inoltre, mi piace molto poter avere al mio fianco David e Catherine sia come amici sia come mentori. Trovo l’ambiente della sala stampa ancora abbastanza intimidante, giusta o sbagliata che sia ho l’impressione che tutte le persone che sono lì dentro siano più preparate ed esperte di me, che si siano guadagnate il diritto di essere lì, mentre io ci sono capitato quasi per caso. Mi rassicura molto che [David e Catherine] rappresentino il mio ‘spazio sicuro’, e sono molto felice di essere riuscito a trovare una situazione lavorativa così appagante così presto”.

Ciò che mi piace di meno… beh, i social media sono una battaglia costante e per il momento ancora difficile da risolvere. Ovviamente devo molto ai social media, è così che sono riuscito a contattare David, ci fanno arrivare tanti messaggi di supporto dagli ascoltatori, e rappresentano un’incredibile fonte di statistiche e di notizie oltre ad essere un formidabile strumento di marketing”.

Ma possono anche far affiorare i lati peggiori delle persone, abbiamo avuto la nostra dose di troll, specialmente dalle persone che non ascoltano il nostro programma. Perché quelli che ascoltano sanno che ci piace vedere il lato divertente dello sport e farci una risata ogni tanto, anche se ovviamente ci interessa molto il tennis e prendiamo il nostro lavoro molto seriamente. Riuscire a trovare il giusto tono sui social media può essere complicato. Magari è colpa mia che reagisco in maniera spropositata, ma un brutto commento può tranquillamente rovinarti la giornata se preso in maniera troppo personale”.

Catherine, Matt e David durante una registrazione (foto: The Tennis Podcast)

Essere un appassionato di tennis è una scelta di vita: richiede molte ore passate davanti alla TV, spesso ad orari poco socievoli. Come ha influenzato la tua vita negli anni dell’adolescenza?

Seguire il tennis può essere un’attività molto solitaria, a meno di non avere un gruppo di amici che anche loro hanno la stessa passione. Ma è comunque uno sport di nicchia e molto spesso si è soli a guardare le partite, ed è anche per questo che i social media hanno avuto un impatto molto importante sugli appassionati di questo sport. Ho bei ricordi delle notti passate a guardare l’Australian Open, quando mi alzavo preso per poter guardare alcune ore di tennis prima di andare a scuola, e probabilmente quello è stato il segnale che ero abbastanza dedicato e forse anche sufficientemente svitato da essere un appassionato di tennis”.

E a causa della pandemia ci ha costretto tutti a tornare le vecchie abitudini seguendo i tornei in televisione. Durante lo scorso US Open hai adottato una strategia piuttosto singolare, vero?

Sì. Il piano era quello di andare a New York, ma ovviamente la pandemia ha impedito a me e a tutti gli altri di farlo. Per produrre la copertura del torneo che avevamo in mente sarebbe stato necessario di fatto vivere con gli orari di New York pur rimanendo nel Regno Unito, e dal momento che vivo con i miei genitori, la situazione sarebbe stata abbastanza sconveniente sia per me sia per loro. Quindi David e Catherine mi hanno permesso di affittare un luogo tutto mio per poter vivere lì nel corso delle due settimane dello US Open e in questo modo poter essere più libero di seguire gli orari del torneo. E guarda caso c’è una rimessa di roulotte proprio a 10 minuti da casa mia, così sono riuscito ad affittare una di quelle roulotte per due settimane e coprire il torneo vivendo lì. Era molto più economica di qualunque altra sistemazione, e abbiamo trasformato la cosa in una specie di ‘fil-rouge’ per tutte le due settimane”.

Il tennis è uno sport che davvero dirotta la tua vita, il calendario diventa il calendario tennistico: non si pensa più in termini di mesi, aprile smette di essere aprile ma diventa l’inizio della stagione sulla terra battuta. Probabilmente è per questo motivo che ho finito per scoprire il podcast, perché avevo solo un amico che seguiva il tennis, e diversi altri che giocavano ma non erano appassionati di tennis professionistico, e quindi volevo qualcuno con cui parlare”.

Credo di aver capito che il tennis era parte di me quando, il giorno dopo la finale maschile di Roma nel 2006, quella tra Federer e Nadal durata cinque ore, andai a scuola dichiarando con grande senso di orgoglio che avevo guardato tutto il match dall’inizio alla fine”.

Per finire, ho preparato una serie di domande a raffica.

Slam preferito?
Australian Open

Torneo preferito?
Probabilmente ancora l’Australian Open, ma da un punto di vista personale direi il Queen’s perché è stato dove tutto è iniziato

ATP o WTA?
Non posso scegliere! Entrambi!

Fusione tra ATP e WTA: Sì o no?
Mi piacerebbe vedere una fusione; ma temo che non sia un’ipotesi realistica. I tornei migliori sono quelli combined, quindi credo che la fusione sarebbe una cosa positiva per il tennis, ma la vedo di difficile realizzazione.

L’autunno e i WTA Championships in Cina. È stata una decisione giusta o no?
La WTA ha probabilmente preso la decisione che aveva più senso in quel momento. Credo che sia positivo che la WTA abbia raggiunto il mercato asiatico, è dove c’è il maggior potenziale di crescita. Personalmente preferirei che i tornei di fine anno, sia ATP sia WTA, si trasferissero più spesso, diciamo ogni 2-3 anni. Capisco la logica di creare una tradizione in un luogo solo, di diventare parte del calendario locale, ma è davvero un peccato che il tennis non riesca a portare in giro maggiormente questi tornei.

Domanda classica: al meglio dei 3 o al meglio dei 5?
Non vedo perché si debba scegliere. C’è spazio per entrambi i formati. Non voglio veder sparire il meglio dei 5, dobbiamo mantenerlo.

Quale soluzione preferisci per il set decisivo di una partita tra le quattro che vengono proposte dai tornei dello Slam?
Nel caso di partite al meglio dei 3 set, vorrei vedere il set ad oltranza [come al Roland Garros]; Per i match al meglio dei 5 set, la soluzione dell’Australian Open con il tie-break a 10 punti è quella che preferisco.

Davis Cup classica o Kosmos Cup?
È una domanda difficile. Ho avuto la fortuna di assistere all’ultima finale con la formula classica nel 2018, e l’atmosfera era incredibile. Entrambe le formule hanno vantaggi e svantaggi. In definitiva, credo che una riforma fosse necessaria, quindi preferirei la versione Kosmos, ma con qualche cambiamento. Vorrei vedere un turno in più con la formula casa/trasferta, non credo che uno solo sia sufficiente, e poi fare una finale con solo 8 squadre, preferibilmente a eliminazione diretta.

Let o no-let?
Let.

Ad o no-ad?
Ad.

Coaching o no-coaching?
No-coaching.

Sessione diurna o sessione serale?
Sessione serale.

UTS o NextGen Finals?
NextGen Finals.

Djokovic, Federer o Nadal?
È un tranello? Da quale punto di vista?
Pensa al gioco della torre: chi butteresti giù dovendone eliminare due?
Così è ancora peggio! Manteniamo in vita tutti, e diciamo che in una valutazione complessiva il migliore è Nadal.

A Wimbledon, bianco o colori?
Colori.

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