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Numeri

Otto numeri per i 50 anni di Gabriela Sabatini

I nostri auguri alla tennista straniera più amata dal pubblico italiano sono una raccolta di statistiche e aneddoti. Le vittorie, le debolezze, la rivalità con Steffi Graf e la grande amicizia con Monica Seles

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13- i titoli vinti in doppio, il più importante dei quali fu la vittoria di Wimbledon nel 1988 in coppia con Steffi Graf (ma per noi italiani è rilevante anche il titolo conquistato a Roma nel 1987 giocando assieme  a Navratilova). Con la campionessa tedesca ha vinto in tutto cinque tornei (tra questi, Miami) e raggiunto quattro finali (tre delle quali perse al Roland Garros). Nel 1990, in occasione del cambio di guida tecnica deciso da Sabatini, la quale passò dallo spagnolo Angel Gimenez (che l’aveva seguita dal 1987) al brasiliano Carlos Kymair, le due decisero di non giocare più assieme. In tale scelta un peso importante ebbe il nuovo coach, che convinse Gaby a interrompere la partnership con Graf, a suo parere negativa psicologicamente per l’argentina.

27- i tornei vinti in singolare: tra il primo, nell’ottobre del 1985 sul cemento all’aperto di Tokyo e l’ultimo, nel gennaio 1995 a Sydney, sono arrivate tante gioie, molte delle quali di elevato valore tecnico. Oltre alla vittoria dello US Open 1990, spiccano per importanza i due successi alle WTA Finals – che allora vedevano la finale disputarsi sull’insolita distanza per il tennis femminile dei tre set su cinque – ottenuti superando nettamente nell’atto conclusivo Pam Shriver nel 1988 e Lindsay Davenport nel 1994. Nel tradizionale ultimo torneo della stagione Gaby raggiunse altre due finali: la prima persa nel 1987 contro Graf in quattro set, ma fu la seconda – che la vide sconfitta da Seles nel 1990 – a divenire celebre. Da molti considerata una delle più belle partite giocate negli ultimi trent’anni e durata quasi quattro ore, si rivelò per molti versi storica con Monica – quell’anno capace di perdere appena sei partite – vincitrice in rimonta solo al quinto set di un match giocato nell’affascinante scenario del Madison Square Garden, impianto che allora ospitava la competizione.

Ai tempi in cui Sabatini giocava, il circuito WTA non era diviso tra Premier di vario livello e International, ma in varie gradazioni di torneo Tier (I; II; III, IV,V). Nei dieci tornei allora più importanti dopo gli Slam, Sabatini raggiunse cinque finali e, soprattutto, si impose per sei volte: a Miami (1989), Boca Raton (1991), Hilton Head (1991, 1992) e Roma (1991-92, nel 1988 e 1989 gli Internazionali erano torneo di un livello inferiore). Penalizzata dal tallone d’Achille di un servizio non potente, Gaby era dotata anche di un ottimo tocco sotto rete e sapeva esprimersi bene su ogni superficie, come mostra il bilancio complessivo di successi e finali distribuito sulle varie superfici: cemento all’aperto (7-7), terra rossa (11-13), tappeto indoor (7-7), erba (0-1, ma tra Wimbledon e Eastbourne sui prati giocò in tutta la carriera appena sedici tornei).

 

Al di là delle vittorie in campo, il suo gioco vario, la sua istintiva umiltà e lo charme innato di cui era dotata l’hanno portata a ricevere un grande amore dalle folle di tutto il mondo, come testimoniato da un studio di qualche anno fa compiuto dalla rete televisiva ESPN, che la collocava al sesto posto tra le atlete di lingua spagnola più famose di tutti i tempi.

40- le partite ufficiali giocate contro Steffi Graf, in quella che fu la rivalità più appassionante del tennis femminile tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Quasi coetanee (la tedesca è nata il 14 maggio 1969, undici mesi prima di Gaby), accomunate da un precocissimo e brillante approccio nel mondo professionistico e dal giocare il rovescio a una mano, seppero dar vita a tante partite indimenticabili, sebbene Graf abbia vinto complessivamente ben ventinove degli scontri diretti (il 73%). Soprattutto negli Slam Graf ebbe un netto predominio (11-1), con l’unica sconfitta rimediata nella finale degli US Open 1990. Le due furono protagoniste in totale di sedici finali, di cui tre a livello Major e una per la medaglia d’oro dei Giochi Olimpici di Seoul nel 1988, successo che consentì a Graf di centrare il “Golden Slam” e a Gaby di onorare con un argento la scelta del suo comitato olimpico di nominarla portabandiera della delegazione argentina in quelle Olimpiadi.

Sabatini sconfisse per la prima volta la tedesca solo nel dodicesimo scontro diretto (finale di Amelia Island nel 1988) e riuscì a firmare una notevole striscia positiva tra il finire del 1990 (semifinale delle WTA Finals) e la prima metà del 1992, vincendo sette delle otto sfide con l’unica eccezione rappresentata dalla finale di Wimbledon, persa al fotofinish dopo essere stata a due punti dalla vittoria. Sabatini, aiutata dall’alto numero di confronti ufficiali, resta l’unica tennista ad aver sconfitto per più di dieci volte Steffi Graf (la seconda in tal senso è Martina Navratilova, con nove successi, maturati però in appena diciotto confronti diretti).

Steffi e Gabriela, unite anche dai successi ottenuti assieme in doppio, sono legate da stima reciproca, come testimoniato anche dalla cerimonia svoltasi nel 2006 per l’ingresso di Gabriela nella Hall of fame del tennis, celebrata alla presenza di Graf – accorsa a Newport per onorare la carriera dell’argentina.

1996 – l’anno in cui decise, appena ventiseienne, di ritirarsi dalla carriera agonistica. In quella stagione, a causa di un infortunio ai muscoli addominali, saltò Roland Garros e Wimbledon, uscendo nel giugno per la prima volta dalla top 10 in cui sostava ininterrottamente dal settembre 1986. Nell’ottobre di ventiquattro anni fa scelse New York – la città dove colse i successi più importanti della carriera, lo US Open nel 1990 e le WTA Finals nel 1988 e nel 1994 – per annunciare al mondo il suo ritiro dal circuito WTA, dal quale uscì ufficialmente con una sconfitta contro Capriati al primo turno del torneo di Zurigo.

Gabriela avvertì la scelta di abbandonare la carriera professionistica come una liberazione dopo una vita dedicata sino a quel momento quasi esclusivamente al tennis, il suo primo grande amore. A metà degli anni Novanta Sabatini si sentiva privata di intimità e libertà, mentre si faceva sempre più opprimente il grande stress per i risultati che i fan continuavano ad attendersi da lei. Sensazioni più che legittime, nonostante il tennis – come da lei stesso detto più volte nelle interviste degli ultimi anni – le abbia dato più di quanto le ha tolto, regalandole celebrità e ricchezza; guadagnò in soli montepremi più di otto milioni di dollari, ma già allora furono importanti i proventi derivanti dalle collaterali attività imprenditoriali che aveva lanciato, in particolar modo quelle legate alla sua linea di profumi da donna.

Juan Nunez, il suo coach degli ultimi anni della carriera, disse: “Aveva perso il fuoco della competizione, a causa della pressione che si era imposta per far contenti i suoi cari e i fan, mettendo così da parte le sue necessità. Negli ultimi tempi mi si stringeva il cuore a vederla così sofferente, era difficile chiederle di fare cose per le quali lei non aveva più voglia di impegnarsi“. Negli anni successivi al ritiro non ha mai rimpianto pubblicamente di aver vinto meno di quanto il talento tennistico le avrebbe potuto consentire, né ha mai fatto cenno di provare nostalgia del tennis professionistico. Attualmente Sabatini vive tra Buenos Aires, Miami e Zurigo, in grande riservatezza (non si conosce l’identità di eventuali legami amorosi, ma si sa che non ha figli). Conosciamo l’impegno per la sua linea di profumi e per varie organizzazioni a sostegno dei bambini meno fortunati, le campagne come testimonial della lotta al tumore al seno, la passione per la bicicletta e per i viaggi, finalmente non oppressa dalle costrizioni imposte dalla carriera di tennista che consente sì di viaggiare, ma non di conoscere il mondo fino in fondo. Adesso Gabriela ha tutto il tempo per farlo.

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Il 2% che divide Gasquet da Federer, Nadal e Djokovic

Seconda parte dell’intervista a Fabrice Sbarro, il data analyst di Medvedev. “La realtà è che anche i big hanno margini risicati. 1 o 2% è una differenza per nulla irrilevante”

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Richard Gasquet e Roger Federer - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Pubblichiamo oggi il capitolo conclusivo dell’intervista a Fabrice Sbarro, data analyst di Daniil Medvedev che ha contribuito ai successi del rosso nell’estate 2019. Dopo avervi raccontato come Sbarro è riuscito a convincere coach Cervara della bontà del suo lavoro, allarghiamo il campo d’analisi all’intero mondo del tennis. Quanto conta quel famoso ‘1%’ di differenza, che al massimo diventa un 2%? Tanto, se può fare la differenza tra vincere uno Slam e non vincerne nessuno…

(trovate qui il video completo dell’intervista)

CAPITOLO 3 – CHIACCHIERE IN LIBERTÀ E PROSPETTIVE FUTURE

Il tema dell’1%, e di quanto sia sottile il margine fra vittoria e sconfitta nel tennis professionistico, è sicuramente affascinante. Su questo argomento è proseguita la chiacchierata.

Forse non c’è ancora una sensibilità diffusa su quanto sia importante quell’1%, che ne dici Fabrice?
1% è una differenza per nulla irrilevante. Djokovic, Nadal e Federer nelle loro carriere si attestano su una percentuale di punti vinti intorno al 54%. Magari la gente pensa che questi grandi campioni, probabilmente i più grandi che ci siano stati nella storia del tennis, abbiano semplicemente spazzato via i propri avversari. Ma la realtà è diversa e i margini anche per loro sono risicati. Ti dirò di più: Gasquet in carriera ha vinto intorno al 52% dei punti. Da una parte decine di titoli Slam, mentre il francese al massimo ha raggiunto le semifinali nei Major. La mia idea insomma è quella di aiutare gli atleti a cogliere quell’1% in più, fornire quel vantaggio competitivo che possa consentire loro di scalare una marcia e andare a posizionarsi sul gradino successivo. Daniil all’inizio dell’anno era sugli stessi livelli di Gasquet, si attestava sul 52% di punti vinti. Durante il periodo che invece va da Montreal a Shanghai, nel quale abbiamo collaborato, questo dato è schizzato al 54% (sui livelli dei tre mostri sacri, ndr).

 

Vogliamo riassumere allora come si è sviluppata la tua collaborazione con Gilles e Daniil?
Nel periodo che va da Montreal a Shanghai 2019, ho aiutato Gilles nella preparazione dei match e la condivisione era completa. Ed è stato incredibile, perché di solito i coach difficilmente si fidano al 100% e tendono a scartare buone parte delle proposte. Ma con Cervara è stato differente, anche perché in quel periodo la fiducia reciproca era testimoniata dal fatto che era Gilles a pagarmi direttamente. Gli piaceva il concept. E io potevo riscontrare che tutto questo era vero, perché in quel periodo Daniil effettivamente traduceva sul campo le nostre indicazioni al 70-80%; ovviamente c’è anche l’avversario in campo. Però dopo Shanghai è emerso anche un altro aspetto molto importante, quello psicologico”.

Che cosa significa?
Dopo Shanghai, torneo in cui Medvedev aveva battuto in finale Zverev, lo status di Daniil era cambiato, ormai era diventato una superstar, non più solo un buon giocatore, ma uno che rivaleggiava con i migliori e poteva competere a livello Slam. E probabilmente da un punto di vista emozionale la cosa non era facile da gestire, è stata un cavalcata dispendiosa mentalmente e fisicamente e probabilmente questo fatto di aver addosso una pressione completamente diversa è stato un peso eccessivo da gestire. Dopo Shanghai lui si sentiva in grado di poter tornare a giocare in un certo senso da solo, senza il supporto delle statistiche, nonostante avessi il pieno supporto del suo allenatore, Cervara. In pratica Daniil voleva mettersi alla prova e fare di testa sua. Nonostante questo, il rapporto di fiducia con Gilles era tale che ha continuato comunque a pagarmi per poter aver le mie analisi che erano a quel punto mirate a sviluppare il gioco del suo assistito. In altre parole, anche se non facevamo più la preparazione statistica dei match e quindi non curavamo più gli aspetti tattici, abbiamo lavorato per individuare ex post le cose che non andavano.

Daniil Medvedev allo US Open 2019 (foto Twitter @USOpen)

Non significa che il rifiuto di Daniil di affidarsi all’approccio statistico sia definitivo, semplicemente per adesso stiamo esplorando altre strade, anche se a volte è un peccatoCome ad esempio nella rivincita con Wawrinka all’Australian Open. Avevo studiato il gioco di Wawrinka e mi ero reso conto che anche se per gran parte del 2019 il rovescio di Stan andava a farfalle, nelle ultime settimane le cose erano cambiate, già a Doha, ed era tornato ad essere un colpo solido. Sapevo che Vallverdu (il coach di Stan, ndr) si era focalizzato su quel colpo; per cui, anche se il rovescio è un colpo che Daniil gioca benissimo, gli avevamo suggerito di anticipare la variazione lungolinea e non rimanere inchiodato sulla diagonale di rovescio per scambi prolungati. Purtroppo alla fine del match le statistiche dicevano che Daniil aveva giocato l’85% dei rovesci incrociati. Ovviamente non sapremo mai se sarebbe potuta andare diversamente, però è stata una partita combattuta che si è giocata sui dettagli. E magari con qualche piccolo accorgimento Daniil avrebbe potuto vincerla.

Dall’esterno, è sembrato che dopo Shanghai Medvedev avesse perso quel tocco magico che aveva avuto per diversi mesi e che l’aveva portato a sfiorare la vittoria contro Nadal, in una delle finali Slam più sofferte tra quelle giocate dal maiorchino. Torna quindi il tema del tennis come un purgatorio fatto di gradoni che costa tempo e fatica salire e che possono invece essere scesi con tanta rapidità. La considerazione allora, in un mondo in cui le statistiche non sono ancora maneggiate dalla maggior parte degli stessi giocatori ed allenatori, è che il vantaggio competitivo è ancor più significativo e talvolta può davvero fare la differenza. E parlando di tennisti che hanno fatto un bel balzo in avanti, non si può non parlare di Matteo Berrettini, nominato “Most improved player” nel 2019.

E di Matteo Berrettini che ne pensi Fabrice?
Credo che tutti i giocatori che hanno lavorato con degli esperti di dati poi ne hanno tratto profitto. Berrettini ne è un buon esempio: aveva cominciato l’anno intorno al numero 50 ed è riuscito a chiudere la stagione nei primi 8 e ad andare alle Finals. E lui ha lavorato con Craig O’Shannessy, che tutti ben conosciamo. Con tutto il rispetto non era previsto che finisse al numero 8! Essere un top ten significa più o meno vincere il 52% dei punti, una performance che per Berrettini non era lo standard. Berrettini, da top 30/top 50, vinceva circa il 51% dei punti.

Anche qui torniamo al tema di prima: stiamo parlando di una differenza di un punto percentuale, in grado di portare un buon giocatore nell’élite assoluta. E sono assolutamente convinto che Craig O’Shannessy sia stato determinante nel far compiere questo salto di qualità a Berrettini. Alla fine si tratta di piccoli dettagli, come le strategie al servizio, essere un po’ più aggressivi e cercare un po’ di più la via della rete, o usare un po’ di più il rovescio slice. Alla fine è questo di cui stiamo parlando ed è questo il ruolo di un esperto di statistiche che interpreta i dati per poter suggerire aggiustamenti tattici, quei piccoli dettagli di cui parlavamo prima. Insomma, data is coming!

Quindi già oggi alcuni giocatori stanno beneficiando di questi dettagli, è così?
Sicuramente, e un buon esempio è sicuramente Murray, che so per certo aver beneficiato di questo tipo di supporto. Andy era sicuramente un top player ma di base probabilmente non al livello degli altri tre, e il fatto che sia riuscito a inserirsi in questa lotta è incredibile. Magari quello che dico è completamente sbagliato, ma secondo me di base lui era un ottimo top ten, come Berdych ad esempio, che è arrivato sulla soglia della grandezza nel suo prime, arrivando anche in finale a Wimbledon. Murray invece ha vinto uno Slam, le Olimpiadi e ha avuto una carriera completamente diversa. Mentre gli altri tre stazionavano sopra il 54% di punti vinti, Murray è rimasto poco sopra il 53%, ma comunque sopra quel 52% che è la top ten.

Oltre a Medvedev hai avuto altre collaborazioni di rilievo nel 2019?
Sì, ho avuto modo di collaborare con Nicolas Mahut, che mi disse di essere interessato al mio lavoro e di volerlo provare. E l’occasione in cui abbiamo cominciato a fare sul serio è stata il Masters di Londra 2019. E durante quel torneo abbiamo fatto la preparazione per ogni match. È stato un bello sforzo perché prima di quell’occasione non mi ero mai occupato di doppio e così ho costruito la base dati puntando a tutte le coppie concorrenti di Mahut ed Herbert che erano a Londra. Anche lì probabilmente sarà stato un pizzico di fortuna, o come dicono alcuni scettici, quando Herbert e Mahut sono in giornata sono imbattibili. Però il risultato finale è stato che non hanno perso un solo set in tutta la manifestazione e considerando la qualità degli avversari è stato un grande risultato. Così ho deciso di cominciare a seguire anche il doppio, ma solo le migliori 20 coppie al mondo al fine di fornire i miei servizi solo ai migliori.

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Focus

Chi si salva più spesso da 0-30? E sul 30-30 dov’è meglio servire?

A queste domande risponde l’esperto di numeri Craig O’Shannessy. Chi primeggia tra i Fab 3 nelle due situazioni di pericolo?

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Roger Federer - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Per immergersi nei big data messi a disposizione dalla ATP non c’è compagno di viaggio migliore di Craig O’Shannessy, data analyst che dopo aver lavorato per Djokovic ha offerto i suoi servigi anche a Berrettini e Struff. Qualche settimana fa lo stratega del tennis si era espresso a proposito del rovesci di Sinner, mentre oggi vi proponiamo un’analisi pubblicata sul sito della FIT – O’Shannessy collabora anche con la federazione italiana – sul valore di un giocatore in rapporto alla sua capacità di tenere la battuta quando si trova sotto 0-30.

Questa situazione di punteggio può essere relativamente comune sia per un top player che per un tennista di fascia media, ma i dati relativi al 2018 forniti dall’ATP indicano che solamente 18 giocatori in quell’anno sono riusciti a tenere il servizio più del 50% delle volte. Ben otto di questi erano dei top 10, a testimonianza del fatto che le classifiche non mentono. I cinque tennisti che invece hanno avuto la media migliore sono John Isner che se l’è cavata nel 69.5% delle occasioni (41 volte su 59), Milos Raonic con il 64% (32 su 50), Marius Copil con il 63.3% (31 su 49), Kyle Edmund con il 63.1% (53 su 84) e Juan Martin Del Potro con il 62.8% (49 su 78).

Tra i Fab 3 è Novak Djokovic a vantare i numeri migliori. Il numero uno del mondo ci è riuscito 48 volte su 89 (53.9%), ed è anche quello che si è trovato più spesso in quella situazione di svantaggio. Leggermente più staccato Roger Federer con 52.5% (32 su 61), più indietro Rafael Nadal con il 48.7% (37 su 76). Dati che in qualche modo si accordano con il fatto che il servizio dello spagnolo è il meno ‘adatto’ a togliere le castagne dal fuoco tra i tre fenomeni. Anche Fabio Fognini, che non ha certo nel servizio il suo punto di forza, ha dovuto fronteggiare spesso lo 0-30 nel campione di partite analizzate. Al primo posto c’è il bosniaco Damir Dzumhur – 116 volte – seguito proprio dall’italiano Fabio Fognini con 108. Seguono Adrian Mannarino con 107, e Alexander Zverev, Denis Shapovalov e Diego Schwartzman appaiati a 104. Se la posizione dell’argentino è perfettamente spiegata dal suo stile di gioco – servizio buono ma non eccelso, e tanta combattività – è più strano trovare i nomi di Zverev e Shapovalov, che in teoria col servizio dovrebbero saperci fare abbastanza.

 
Alexander Zverev a Basilea

DALLA PARITÀ – Altra situazione spinosa è quella del 30-30, dove un punto perso può avvicinare il baratro del break. O’Shannessy, in un articolo pubblicato un paio di mesi fa, aveva messo a disposizione qualche consiglio utile tanto per i tennisti professionisti quanto per quelli amatoriali, perché i numeri possono essere cruciali a tutti i livelli ma bisogna sapere come interpretarli. Craig invita il giocatore a riflettere su alcuni aspetti chiave: C’è una particolare direzione del servizio nella quale ti senti più sicuro? Il tuo avversario ha un evidente punto debole quando è alla risposta? Può essere un momento buono per una direzione del servizio che lo colga di sorpresa? Il tuo avversario tende a fare un passo avanti e ad attaccare il tuo servizio? Dove pensi di dover servire perché l’avversario ti rimandi la palla nella zona di campo che vuoi tu?”. In base alle risposte a queste domande, si dovrebbe adattare la direzione del servizio.

Tuttavia, durante una partita non sempre si riesce ad avere la lucidità mentale per portare a termine correttamente tutte queste riflessioni, quindi considerando la delicatezza del punteggio è bene avere un piano prestabilito da seguire. O’Shannessy lo riassume in questi due punti: “Prima cosa, mettere in campo la prima palla di servizio. Seconda cosa, piazzarla in modo da riuscire a spostarti per giocare un diritto sulla risposta avversaria. E possibilmente indirizzarlo profondo sul rovescio del tuo avversario.” Tanto per citare l’esempio di un maestro in situazioni critiche, proprio la direzione del servizio di Nadal era stata oggetto di un suo recente studio sul tema.

I dati statistici relativi al punteggio di 30-30 dicono che i top 10, nell’80% dei casi, sono riusciti a mantenere il servizio, e questa percentuale sale al 93% quando sono stati loro a portarsi 40-30. Le cose ovviamente si complicano se l’avversario va a palla break sul 30-40: in quel caso le chance di vincere il game si riducono al 49%. La differenza in punti percentuali dunque è notevole, ben 44, ma come sottolinea lo stesso Craig, è bene prestare maggiore attenzione a quel 93% affinché tutti gli sforzi vengano incanalati in quel fatidico punto che si gioca sul 30-30. Un punto che, se realizzato, aumenta le chance di vittoria del game di quasi il 50% è un punto sul quale va applicata un’attenzione maniacale.

Nelle tre situazioni di punteggio appena prese in considerazione, all’interno di un campione di partite che in questo caso si riferisce al solo 2019, Roger Federer è stato il più bravo a tenere il servizio, con una percentuale di successo nell’86% dei casi quando era 30-30, nel 97% dei casi quando era 40-30 e nel 59% dei casi quando era sotto 30-40.

Tra i migliori 10 giocatori di questa speciale classifica – lo ripetiamo, riferita alla sola stagione 2019 – che mette in ordine coloro che hanno saputo cavarsela meglio dal 30-30, troviamo anche il nostro Berrettini. Ecco la ‘top 10 dei 30-30’:

1)Roger Federer 86,1%
2)Rafael Nadal 83,2%
3)Matteo Berrettini 82,8%
4)Stefanos Tsitsipas 81,8%
5)Roberto Bautista Agut 80,9%
6)Novak Djokovic 80,6%
7)Dominic Thiem 78,8%
8)Daniil Medvedev 78,0%
9)Gael Monfils 75,3%
10)Alexander Zverev 73,0%

Tutti i campioni elencati hanno dalla loro la capacità di servire sulle righe e trovare gli angoli con grande precisione e costanza. Volendo comunque applicare nel nostro piccolo le strategie suggerite da questi numeri, Craig O’Shannessy dà un consiglio utile a chi non ha l’abilità di Federer di accarezzare la riga con un servizio: mettere una prima solida mirando al corpo dell’avversario. La priorità deve essere quella di crearsi la possibilità di spingere col dritto, piuttosto che cercare la velocità o gli angoli, perché giocare una seconda di servizio – un colpo per definizione più attaccabile – sarebbe troppo rischioso. E nella maggior parte dei casi sono i grandi numeri ad aver ragione.

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Focus

L’uomo dietro l’1% decisivo per Medvedev: intervista a Fabrice Sbarro

Vi raccontiamo la bella storia del data analyst di Daniil Medvedev, che ha contribuito agli straordinari successi dell’estate 2019… presentandosi in Canada con uno zainetto e la testa piena di numeri

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Fabrice Sbarro

C’è una storia poco conosciuta che val la pena di essere raccontata ed è quella di Fabrice Sbarro, data analyst, creatore del sito Tennisprofiler e maestro di tennis (in rigoroso ordine) che nella pirotecnica estate 2019 di Daniil Medvedev ha fatto parte del team del russo assieme al suo coach storico Gilles Cervara. Lo abbiamo intervistato via Zoom è la chiacchierata è stata ricca di spunti, tanto che abbiamo deciso di dividerla in tre parti: in una prima parte tratteggiamo la storia di Fabrice e come è entrato nel team di Medvedev, nella seconda parte racconteremo qualche retroscena sull’incredibile estate del russo vista da un insider. 

L’ultima parte, che verrà pubblicata domenica 24 maggio, è dedicata ad alcune chiacchiere in libertà sul tema. Se alla fine dell’articolo vi verrà la curiosità di vedere l’intervista integrale, la potrete trovare a questo link. Di seguito trovate la lista di alcuni momenti salienti della video intervista:

  • l’inizio della collaborazione con il team di Medvedev (al minuto 5:50)
  • i retroscena di Wawrinka-Medvedev, Australian Open 2020 (15:13)
  • l’esplosione di Berrettini (19:54)
  • la collaborazione con Mahut al Masters di Londra 2019 (21:50)
  • Murray (31:40)

CAPITOLO 1 – GLI INIZI SUI CAMPI DI PROVINCIA

Una bella storia, prima ancora che un’interessante chiacchierata con un ragazzo svizzero che forse ha avuto solo il difetto di essere un po’ troppo in anticipo sullo spirito del tempo. E di questi tempi in cui di tennis giocato se ne vedrà poco ancora per qualche mese, gli spunti e gli approfondimenti sono ancor più graditi. Per prima cosa allora inquadriamo il soggetto: Fabrice Sbarro, 40 anni, svizzero, da 13 anni sta portando l’analisi statistica sui campi da tennis con il charting dei match. Sbarro ha sempre avuto una passione per il tennis ma a differenza di altri coetanei ha incanalato i suoi sforzi già poco dopo i 20 anni nell’attività di coach a livello ITF e WTA. Va detto che il buon Fabrice ci ha provato eccome, ma il mondo del tennis non è solo l’empireo dei Fab 3. E non è nemmeno solo l’olimpo della top 10 o di tutti quei valorosi professionisti che si danno battaglia col coltello tra i denti per restare nella top 100.

Il tennis è anche quel purgatorio dantesco fatto di challenger, future e tornei nazionali con montepremi di poche migliaia di euro. Una montagna da scalare un passo alla volta, fatta di tanti pendii che devono essere superati per poter accedere al mondo che conta. Certo, fra i suoi assistiti Mr. Sbarro ha potuto anche vantare una futura top 150, a senza sfondare quel tetto di cristallo che avrebbe fatto la differenza. Per anni quindi Fabrice ha assaggiato le forche caudine per le quali tutti i tennisti professionisti sono passati, mettendo in campo tanta passione e macinando ore di macchina per accompagnare il proprio assistito, salvo poi vederlo perdere a volte anche al primo turno. Le tessere del puzzle che portano un giocatore a compiere quell’ascesa sono tante e poche volte si incastrano, e purtroppo non è stato il caso dei giocatori allenati da Fabrice.

Tutta questa attività però, che è si è protratta per oltre un decennio, non è stata inutile perché ha spinto il coach svizzero a interrogarsi su come trovare il modo di far fare ai propri giocatori il tanto agognato salto di qualità. E questa ricerca lo ha portato nel mondo dell’analisi dei dati per ricavarne un framework pratico. L’idea era quella di mappare i match di tennis, fino a creare una base di dati significativa su cui costruire le proprie analisi di coach. Un compito che si presentava come una montagna da scalare a mani nude (i nerd appassionati di charting sicuramente conosceranno il match charting project promosso da Jeff Sackman, ideato come uno sforzo comunitario di decine di appassionati. Il concetto è simile, ma in questo caso lo sforzo è profuso da una sola persona).

Però, poco a poco, l’idea che nasce come un supporto alla propria attività di coach diventa sempre più centrale: basta sfacchinate in posti sperduti, e così da maestro di tennis che all’epoca (agli inizi parliamo di oltre 10 anni fa) veniva visto dai suoi colleghi come un alieno o un simpatico svitato, prende sempre più sul serio la sfida e ne fa il centro della propria attività. E più si va avanti, più lo svizzero si rende conto di alcune cose; di quanto sia difficile sfondare con l’attività di coaching quell’elite assoluta del professionismo maschile e femminile.

 

La chiave del successo sarà invece proprio essere quella di battere un terreno che per il tennis è inesplorato, ma che in altri sport con gli anni è diventato la norma, se non il minimo sindacale per poter competere, come accade in NBA – uno sport che ormai è diventato il regno delle statistiche avanzate, le quali hanno tracciato la strada per ridisegnare completamente le shooting map dei parquet d’oltreoceano. Se volessimo rappresentare le statistiche avanzate come un prodotto e ne volessimo descrivere il grado di maturità nei diversi sport, probabilmente la situazione sarebbe una curva di questo tipo:

Nel tennis siamo ancora evidentemente indietro rispetto ad altri sport come il calcio o il basket. Nel calcio ad esempio il Liverpool, sfruttando un cocktail tecnico e manageriale ben preparato, è riuscito nell’impresa di centrare due finali consecutive di Champions League. Una piccola (?) parte del merito va anche al team di data scientist unanimemente riconosciuto come all’avanguardia. O uno stadio più avanzato della curva troviamo appunto la NBA dove il paradigma del moneyball si è ormai largamente affermato.

Quella che era nata come un’attività collaterale diventa un’attività a tempo pieno. Ad oggi Fabrice ha registrato più di un milione di punti (per dare un’idea, durante l’iconica finale di Wimbledon 2019 da 5 ore si giocarono 422 punti, per cui tracciare un milione di punti implica uno sforzo stimabile in circa 12.000 ore di lavoro per dare un ordine di grandezza). E nel perseguire questo sforzo Fabrice si è concentrato sull’elite ATP e WTA, ovvero i primi 100 della classifica degli ultimi anni, al fine di costruire una base dati sufficientemente solida e significativa. Insomma, un mattoncino alla volta, Fabrice ha cominciato a farsi conoscere nel giro, passando dallo scetticismo alla curiosità e infine all’attenzione delle sue controparti. Siamo quindi pronti per la seconda parte di questo viaggio, nella quale il duro lavoro ha cominciato a dare i suoi frutti e nella quale i pezzi del puzzle cominciano finalmente ad andare al loro posto. Riavvolgiamo il nastro e andiamo a luglio 2019, torneo ATP di Montreal.

CAPITOLO 2 – LA FOLLE ESTATE NORDAMERICANA

Questa è la parte narrativamente più godibile dell’intervista, la favolosa estate 2019. Provate un po’ a immaginare di mettervi nei panni di Fabrice. Avete sgobbato duro per guadagnarvi il diritto ad avere un’opportunità, ma per anni neanche l’ombra di uno spiraglio. Avete portato avanti l’attività di coaching per oltre un decennio sperando come un cercatore d’oro di scovare la pepita, ovvero un giocatore che potesse raggiungere la top 100. Ma senza successo. Quindi arriva il momento di cambiare il proprio biglietto da visita: passare dal presentarsi come un coach a presentarsi in primo luogo come un data analyst. Sì, è vero, i primi contatti cominciano ad arrivare anche prima del 2019, ma probabilmente i tempi non sono maturi e non aiuta il fatto di continuare a mantenere in vita l’attività di allenatore. Magari con un po’ di fortuna già nel 2016 la scintilla sarebbe potuta scattare ma per vari motivi l’occasione non arriva, i tempi ancora non sono maturi.

Così, nell’estate 2019, quando si esaurisce anche l’ultimo rapporto di lavoro come allenatore di un giocatore a livello ITF, durante un corso in Svizzera Fabrice incontra il coach di Gilles Simon, Etienne Laforgue, un esperto di neuroscienze. Da un paio d’anni il 37enne tennista francese si era affidato a questo nuovo allenatore al fine di migliorare quelle imperfezioni biomeccaniche del proprio gioco e allungare così la carriera. L’idea di Sbarro in quell’occasione era semplicemente fare un po’ di networking e trovare un complemento ai propri lavori. Invece Laforgue, inaspettatamente, gli porge l’occasione che aspettava: “Perché non fai un giro nel Tour (ATP) per presentare i tuoi lavori? Ti posso introdurre ad alcuni coach di mia conoscenza. E così, due settimane dopo questo incontro fortuito arriva il momento di preparare lo zaino, con in mano un biglietto aereo, destinazione Canada: è l’anno in cui il Masters 1000 nordamericano si gioca a Montreal.

Come ci racconta Fabrice (dal minuto 5:50 dell’intervista), si trova catapultato all’interno di un torneo di livello, con i migliori 50 giocatori del mondo che conosceva molto bene, ma solo sulla carta, dopo averne passato al microscopio migliaia di punti per ognuno. E così, dopo qualche approccio interlocutorio, la sua strada incrocia quella di Gilles Cervara, il coach di Medvedev, che gli concede udienza. Sbarro presenta così il suo approccio e la sua metodologia e ma non si aspetta di trovare un terreno così fertile. Cervara infatti è un coach aperto alle novità e come potete leggere anche in questa intervista realizzata da Ubitennis lo scorso anno al torneo di Barcellona, Fabrice è perfetto per le esigenze di Cervara: qualcuno che sappia interpretare dati fornendo insight azionabili, consentendo di ottimizzare il processo di preparazione dei match.

Gilles Cervara nel box di Daniil Medvedev – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

“Ok Fabrice, facciamo una prova, proviamo a preparare il prossimo match di Daniil con Kyle Edmund”. I due si trovano a collaborare nella preparazione di un match prendendo in esame gli spunti statistici prodotti dall’analista svizzero. Il match in questione è quello di secondo turno fra Medvedev ed Edmund, un cliente ostico che all’epoca navigava intorno al numero 30 e veniva dalla vittoria contro Kyrgios, vincitore a Washington pochi giorni prima proprio contro Medvedev. La partita finisce 6-3 6-0. Dopo il match, il telefono di Sbarro squilla: è Cervara. “Ok Fabrice, dobbiamo parlare, per questo torneo prepareremo assieme tutti i match di Daniil. I match seguenti del russo lo vedono sfidare Garin, Thiem e Kachanov. Risultato: tre vittorie, sei set vinti, 0 persi e prima finale del russo in un Masters 1000 contro Nadal, contro il quale poi soccomberà.

Ricapitoliamo: sette giorni prima Fabrice era in volo per il Canada armato solo delle proprie idee. Ora è riuscito a entrare nel team di un top player e a dare il suo contributo per aiutarlo a raggiungere la prima finale in un Masters 1000 della carriera. Finito Montreal, Cervara invita il ragazzo venuto dalla Svizzera ad aiutarlo anche per il torneo seguente, il secondo Masters 1000 dell’estate americana, quello di Cincinnati. Cincinnati è un torneo che talvolta riserva delle sorprese, come nel 2017 quando in finale si affrontarono Kyrgios e Dimitrov. Nel 2019 la sorpresa è proprio Medvedev, che batte Djokovic in un match incredibile con il quale guadagna l’accesso alla finale. Superato lo scoglio serbo, il russo si sbarazzerà agevolmente di Goffin per sollevare il primo trofeo 1000 della carriera. Riassumendo, Fabrice si è trovato indubbiamente al posto giusto e nel momento giusto, aiutando Medvedev a diventare l’uomo copertina dell’estate sul cemento americano.

E qui Fabrice ci dà forse la chiave di lettura giusta: “Ovviamente io ho solo dato un contributo in tutto questo, era Daniil a scendere in campo; tuttavia credo di aver fatto quel che potevo per aiutarlo a compiere quell’ultimo step che a volte fa la differenza. Mettiamola così, ho dato il mio contributo affinché Daniil potesse migliorare le proprie performance di quell’1% marginale che gli serviva per sfondare definitivamente. Insomma dopo Cincinnati il vento ha decisamente cominciato a cambiare per Fabrice, e al riguardo riportiamo anche un fatto curioso: durante lo US Open, il rapporto di collaborazione con il team di Medvedev non era ancora esclusivo e nel frattempo anche il team di Wawrinka aveva chiesto una prova con il nostro analista svizzero. Peccato che ai quarti di finale fosse in programma proprio Wawrinka-Medvedev, e quindi in quel caso Fabrice ha dovuto gentilmente declinare l’invito del team di Stananimal: chi l’avrebbe detto appena un paio di mesi prima!

Appuntamento a domenica per l’ultima parte dell’intervista, in cui parleremo del misero 2% che divide Gasquet dai tre fenomeni e di tante altre cose.

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