Uno contro tutti: da Borg a McEnroe

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Uno contro tutti: da Borg a McEnroe

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi il testimone passa da Bjorn a John

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Bjorn Borg e John McEnroe (foto via Twitter, @Wimbledon)

È scettico, alla vigilia, John McEnroe. Il campione in carica degli US Open ha appena perso ad Atlanta da John Austin e la caviglia infortunata gli impedisce di muoversi sul campo come vorrebbe. Bjorn Borg, invece, ha il terzo appuntamento consecutivo con il destino e stavolta non può fallire: deve portare a casa questo Slam e puntare dritto verso Melbourne, dove ad attenderlo c’è la leggenda. Ma se Atene piange, Sparta non ride e nemmeno il n.1 del mondo è in perfetta forma. Lo confermano le difficoltà che incontra sul suo cammino newyorchese, costretto com’è a cedere due set ancor prima dei quarti (a Sadri e McNamara) dove se la vedrà con uno di quelli che lo fanno soffrire, ovvero Tanner.

Stavolta si gioca di pomeriggio (e non con le luci artificiali come un anno addietro) ma l’esito sembra lo stesso; il bombardiere di Chattanooga si porta avanti due set a uno e 4-2 nel quarto però, come scriverà Barry Lorge sul Washington Post, lo svedese ha “il ghiaccio nello stomaco” e, anche lontano dal suo miglior tennis, recupera il parziale e vince 6-3 al quinto. La situazione si ripete in semifinale, dove Kriek va addirittura avanti con un doppio 6-4 ma da quel momento raccoglie appena tre giochi, uno per set. Dopo la prima semifinale maschile, il tradizionale Super Saturday prosegue con Chris Evert che conquista il suo quinto titolo a New York ma il piatto forte arriva in serata quando si affrontano McEnroe e Connors. Jimbo sembra incontenibile e sale 3-1 nel quarto parziale dopo aver dominato il terzo per 6-0 ma Mac reagisce, infila cinque giochi consecutivi e nel quinto serve per la finale. Connors non ci sta, gli strappa la battuta e rimanda il verdetto al tie-break, dove però crolla senza rimedio lasciando al giovane connazionale l’onore e l’onere di battersi contro Borg.

Anche se lo svedese rimarrà sul trono dell’ATP per altri dieci mesi, si può ben dire che l’atto conclusivo degli US Open 1980 ne abbia decretato l’inizio dell’inesorabile e repentino declino. Quando inizia il quinto set di un incontro teso ma meno spettacolare di quello andato in scena a Wimbledon, c’è un dato che balza agli occhi: su quella distanza, Borg ha perso l’ultima volta nel febbraio del 1976 (battuto da Nastase nella semifinale della Challenge Cup di Honolulu) e da allora ha vinto tredici incontri su tredici; più in generale, lo scandinavo ha un bilancio di 25-4 sulla lunga distanza. Se poi accade, come lì, che si trovi dietro 0-2 e riesca a rimontare, anche l’inerzia sembra sospingerlo verso il trionfo.

Invece una dubbia chiamata e due doppi falli nel settimo gioco spostano di nuovo l’equilibrio verso McEnroe che gli ruba la battuta e chiude 6-4. Si tratta della terza vittoria di John sul numero 1 ATP, la seconda nei confronti di Borg. Anche se non lo dà troppo a vedere, Bjorn accusa il colpo; dopo più di un mese di inattività torna in campo a Basilea e perde in finale con un cecoslovacco alto e magro di nome Ivan Lendl con le stesse modalità di Flushing Meadows, ovvero recuperando due set e perdendo il quinto. A Tokyo fa anche peggio e perde nei quarti per mano di Bill Scanlon, un texano amante delle Hawaii (a Maui ha vinto i suoi due titoli ATP) che più avanti riuscirà anche a entrare tra i top-10.

Prima che finisca l’anno, Borg e McEnroe si ritrovano avversari sia nella finale di Stoccolma che nel round-robin del Masters di New York: in entrambi i casi vince lo svedese ma il suo desiderio di continuare a praticare questo sport è sempre più flebile. Nel 1981, Borg riduce ulteriormente l’attività e gioca tre soli tornei prima del Roland Garros. A Bruxelles è la volta del tedesco Rolf Gehring di vivere la sua giornata di notorietà, al WCT di Milano perde in finale con McEnroe mentre a Monte Carlo – dove è imbattuto da 14 incontri e ha vinto gli ultimi tre tornei disputati – deve anche fare i conti con una spalla malandata e si arrende al debutto a Pecci in tre set. Il n°1 non sembra preoccupato e chiosa: “La stagione inizia a Parigi”.

Lì per lì sembra una boutade e invece, anche senza dominare come in passato, è la verità perché al Roland Garros si impone su Lendl in cinque set e incamera il sesto titolo parigino, quarto consecutivo. Siamo ai titoli di coda. A Wimbledon va in scena la ripetizione della finale del 1980 e stavolta in palio c’è anche il bastone del comando. A sentire Loredana Bertè nella sua autobiografia, quel giorno a Borg interessa ben poco dell’incontro e vuole solo uscire al più presto dal campo per dedicarsi ad altri piaceri ma io credo che lo svedese abbia perso già da tempo la determinazione necessaria per contrastare l’ascesa del rivale, che lo batte in quattro set e torna ad essere il n.1 per un paio di settimane perché la vittoria sulla terra di Stoccarda rimette Borg in vetta per gli ultimi quattordici giorni.

 

Il 2 agosto infatti si chiude definitivamente la sua epoca con questi numeri: 109 settimane, 152 incontri con un bilancio di 139 vinte e 13 perse che valgono una percentuale del 91,45%, la più alta in assoluto tra tutti i numeri 1 della storia. Nella sua esistenza da n.1, Borg ha giocato 32 tornei conquistando 23 finali e vincendone 18. Da numero 2 farà in tempo a perdere un’altra finale agli US Open e vincere, sulla terra di Ginevra, il 64° e ultimo titolo di una carriera che da lì in avanti si disperderà in mille rigagnoli fatti di altrettanti improbabili e improponibili rientri, che serviranno solo ad offuscarne (ma solo in minimissima parte) lo splendore.

Dunque, il 3 agosto John McEnroe riconquista la vetta del ranking ma questa volta avrà modo e tempo per abituarsi. Nelle tre precedenti esperienze, infatti, si è trattato di sporadiche settimane (sei in tutto) all’interno del regno di Borg; adesso invece non ci sono dubbi che il n.1 sia lui. Tuttavia, i risultati di SuperMac non sono straordinari e arrivano alcune sconfitte di troppo. In Canada lo batte Amritraj, a San Francisco Scanlon e a Tokyo addirittura Vincent Van Patten, che però nell’occasione completa la sua miglior settimana conquistando l’unico titolo della carriera e battendo, oltre a McEnroe, altri due campioni slam come Gerulaitis e Edmondson. Entrato con il n.83 ATP, Vincent esce dall’indoor giapponese con il best-ranking di n.26 e, una volta appesa la racchetta al chiodo, intraprenderà la carriera di attore partecipando, tra l’altro, a Baywatch e Love Boat. Altro ko doloroso, per il mancino di Wiesbaden, è quello rimediato a Wembley, dove Connors gli recupera due set anche grazie a una sua sceneggiata che inverte l’inerzia della sfida.

Consueta coda della stagione precedente, il Masters del Madison Square Garden apre di fatto il 1982 e per il n.1 arrivano altre due battute d’arresto, di cui la più dolorosa è quella rimediata in semifinale contro Ivan Lendl, ovvero colui che in futuro ne erediterà la leadership mondiale. Il cecoslovacco e il ritornante Connors saranno i rivali diretti di McEnroe per quattro stagioni ma il primo a strappargli la corona è proprio Jimbo, che mette fieno in cascina battendolo nelle finali del Queen’s e di Wimbledon e lo spodesta del tutto a Flushing Meadows, in cui torna a far valere la legge degli anni pari. Dopo il 1974, il 1976 e il 1978, Connors centra il poker ai danni di un Lendl che pure partiva con i favori del pronostico. Certo, i precedenti dicevano 8-1 Connors ma quell’1 era avvenuto poche settimane prima a Cincinnati e Ivan aveva vinto 6-1 6-1! Però gli Slam sono altra cosa e, come avrà modo di rimarcare il vincitore a fine incontro, “Wimbledon è sempre Wimbledon ma qui è diverso, sono a casa mia, nel mio territorio.”.

Il 13 settembre Jimbo si riprende il n.1 e inaugura un periodo di estremo equilibrio, confermato dai dati: in meno di due anni ci saranno ben venti cambi al vertice tra McEnroe, Connors e Lendl. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – QUINTA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1980BORG, BJORNMcENROE, JOHN67 16 76 75 46US OPENH
1980BORG, BJORNLENDL, IVAN36 26 75 60 46BASILEAH
1980BORG, BJORNSCANLON, BILL57 63 57TOKYO INDOORS
1981BORG, BJORNMAYER, GENE06 36MASTERS S
1981BORG, BJORNGEHRING, ROLF67 57BRUXELLES WCTS
1981BORG, BJORNMcENROE, JOHN67 46MILANO WCTS
1981BORG, BJORNPECCI, VICTOR06 64 57MONTE CARLO  C
1981BORG, BJORNMcENROE, JOHN64 67 67 46WIMBLEDONG
1981McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 1214 57DAVIS CUPH
1981McENROE, JOHNAMRITRAJ, VIJAY75 67 16CANADA OPENH
1981McENROE, JOHNSCANLON, BILL63 67 26SAN FRANCISCOS
1981McENROE, JOHNVAN PATTEN, VINCE36 57TOKYO INDOORS
1981McENROE, JOHNCONNORS, JIMMY63 62 36 46 26WEMBLEYS
1982McENROE, JOHNTELTSCHER, ELIOT46 16MASTERS S
1982McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 26MASTERS S
1982McENROE, JOHNKRIEK, JOHAN36 63 46MEMPHISS
1982McENROE, JOHNLENDL, IVAN26 63 36 36DALLAS WCTS
1982McENROE, JOHNDIBBS, EDDIE67 36FOREST HILLS WCTC
1982McENROE, JOHNCONNORS, JIMMY57 36QUEEN’SG
1982McENROE, JOHNCONNORS, JIMMY63 36 76 67 46WIMBLEDONG
1982McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 46CANADA OPENH
1982McENROE, JOHNDENTON, STEVE67 46CINCINNATIH
1982McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 46 67US OPENH

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A proposito dei Re di Roma: quando la pistola di Borg sconfisse il fucile di Lendl

Oppure quando il legno sconfisse (meglio, dominò!) metallo e fibra di vetro. Con tutto il corollario di volée perfette e passanti imprendibili

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La scorsa settimana abbiamo dedicato sette articoli ad altrettanti campioni che nel corso dell’era Open hanno vinto più di una volta gli internazionali d’Italia. Tra di essi ci sono Ivan Lendl e Bjorn Borg.

Nel corso della loro carriera l’ex cecoslovacco e lo svedese si sono affrontati sette volte nelle quali per cinque volte ha avuto la meglio Borg.

In questo articolo vogliamo parlarvi della partita che li vide protagonisti nella finale del Masters 1980, disputatasi il 18 gennaio del 1981. Una partita nella quale Borg dimostrò che non sempre “quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile l’uomo con la pistola è un uomo morto” (dal film ‘Per un pugno di dollari’).

 

Prima di addentrarci nella cronaca postuma di quel match crediamo utile premettere qualche informazione di contorno. Il Volvo Masters è l’equivalente delle attuali Finals. All’edizione del 1980 presero parte gli otto giocatori presenti nelle prime otto posizioni del ranking alla fine dell’anno precedente che, in ordine di classifica, erano:

1. Bjorn Borg
2. John McEnroe
3. Jimmy Connors
4. Guillermo Vilas
5. Gene Mayer
6. Ivan Lendl
7. Harold Solomon
8. Louis Clerc

Il ventenne cecoslovacco numero 6 del mondo in semifinale aveva superato in due comodi set lo statunitense Gene Mayer mentre Bjorn Borg aveva avuto la meglio su Jimmy Connors al termine di tre set molto combattuti. Prima delle semifinali non erano mancate le polemiche: Connors aveva infatti accusato Lendl di avere volontariamente perso contro di lui nell’ultima partita del round robin per evitare di incontrare Borg in semifinale e lo aveva definito un vigliacco (chicken in inglese).

La finale mise uno di fronte all’altro non solo il monarca regnante del tennis contro un possibile, futuro pretendente al trono, ma anche – se ci passate la metafora – una pistola contro il fucile: la Donnay in legno di Borg contro la Kneissl in fibra di vetro di Lendl. Fu René Lacoste a proporre per primo racchette fatte con materiale diverso dal legno intorno alla metà degli anni ’60, ma solo dalla metà degli anni ’70 questi materiali (metallo e fibra di vetro) iniziarono a prendere piede nel circuito maggiore. I vantaggi derivanti dall’uso di racchette costruite con i nuovi materiali erano evidenti: leggerezza e maneggevolezza le rendevano sensibilmente superiori a quelle tradizionali.

Lendl – nato nel 1960 e pertanto quattro anni più giovane di Borg – appena giunto al professionismo alla fine degli anni ’70 (ovvero quando le racchetta in fibra non rappresentavano più un’eccentrica eccezione) abbandonò la tradizionale Dunlop in legno utilizzata nel circuito junior per affidarsi ad uno strumento prodotto da una casa austriaca: la Kneissl World Star Cup in fibra di vetro. Fu la racchetta che lo accompagnò per tutta la carriera. L’Adidas “Ivan Lendl GTX Pro” con il quale lo ricordiamo era identica al precedente modello e appositamente costruita per lui dallo sponsor francese.

Con i suoi 400 grammi di peso e i 75 pollici quadrati di piatto corde questa racchetta impallidisce sotto il profilo delle prestazioni rispetto alle attuali, più leggere, aereodinamiche e con piatto corde raramente inferiore ai 95 pollici quadrati. Ma rispetto alla racchetta di Borg è un gioiello tecnologico; per averne un’idea leggiamo le caratteristiche tecniche della sua Donnay: una clava sormontata da un piatto corde di circa 70 pollici quadrati per un peso complessivo di 440 grammi, con corde di budello tirate ad un peso superiore di 33 chili (ma questa non era una scelta della Donnay bensì dell’orso svedese).

Con una racchetta simile era necessaria la forza di polso e di avambraccio di un saltatore con l’asta per tirare oltre la metà campo avversaria la pallina e la precisione di un amanuense per colpirla perfettamente al centro del piatto corde onde evitare di accecare qualche spettatore. Doti che evidentemente Borg possedeva in abbondanza se con quel misero strumento riuscì ad impartire una severa lezione a Lendl: 6-4 6-2 6-2 il risultato finale in suo favore.

Abbiamo molte testimonianze video di quella partita che ci permettono di ammirare le straordinarie qualità del vincitore e di fare qualche considerazione. Noi per farle abbiamo utilizzato una sintesi di circa 13’ presente su YouTube. Al termine della visione anche a un profano apparirà evidente che Borg non era soltanto un grande decatleta con la racchetta, bensì anche un tennista tecnicamente straordinario. E non solo quando tirava randellate da fondocampo.

Guardando le immagini si sorride pensando che il campione svedese nell’immaginario collettivo è posto nella categoria dei giocatori da fondocampo (pallettaro è un termine che per principio e per rispetto non osiamo neppure prendere in considerazione per definire il suo gioco). Forse lo era per gli standard dell’epoca quando – favoriti dalla rapidità delle superfici e dal fatto che le racchette non consentivano di tirare proiettili travestiti da palline come succede oggi – erano in maggioranza gli attaccanti. Ma non certo per quelli attuali.

Borg, pur prediligendo il gioco difensivo, era un ottimo giocatore di volo dotato di mano sensibile e di grande senso della posizione a rete. Se non avesse padroneggiato adeguatamente il gioco offensivo, non avrebbe potuto vincere per cinque volte consecutive Wimbledon in un’epoca in cui la pallina sull’erba rimbalzava pochissimo. Lendl, che il gioco a rete non lo padroneggiava altrettanto bene, Wimbledon non lo ha mai vinto. A fortiori sottolineiamo il fatto che a inizio carriera Borg ottenne ottimi risultati anche in doppio, culminati in due semifinali consecutive al Roland Garros nel ’74 e nel ’75.

Le immagini della finale del Masters confermano la nostra affermazione. Ammiriamo la volée di rovescio in allungo con il quale Borg si aggiudica il primo scambio della sintesi citata e chiediamoci: quanti dei migliori giocatori della Next Generation dotati di racchette bioniche saprebbero eseguirla con altrettanta efficacia ed eleganza? Forse Tsitsipas. E poi? Domanda che potremmo riproporre a proposito del rovescio d’attacco che la precede ed alla quale probabilmente dovremmo dare una risposta analoga. Una rondine non fa però primavera. Quindi, per raccogliere altre prove sulle capacità offensive di Borg soffermiamoci su due volée di diritto al minuto 3.18 e 5.43 della sintesi e, già che ci siamo, aggiungiamoci quella che pose fine alla partita: in tutti i casi un mix di tecnica e di riflessi spettacolare.

Non vogliamo spingerci sino a sostenere la tesi che Borg fu altrettanto forte a rete come da fondocampo, perché sarebbe un’evidente forzatura. La natura prevalentemente difensiva del gioco di Borg emerge in alcune circostanze del match in cui un attaccante sarebbe sceso a rete mentre lui non lo fa. Sosteniamo però con convinzione che quando decideva che era il momento di attaccare sapeva come farlo e raramente perdeva il punto. Vi ricorda forse qualche giocatore contemporaneo che – en passant – ha pure migliorato il suo record di vittorie a Parigi?

Veniamo ora al pezzo forte dell’orso svedese: la difesa. Quando non soffoca Lendl con incessanti martellamenti sul rovescio, lo annichilisce con passanti straordinari come quello di diritto al termine di uno scambio di 17 colpi che strappa l’ovazione al pubblico al minuto 9.20, oppure come quello forse ancora più difficile effettuato poco dopo con il rovescio. Non a torto il commentatore lo definisce “quasi fisicamente impossibile”. Dal filmato non emerge chiaramente, ma Borg aveva anche a sua disposizione una prima di servizio importante. A tale proposito possiamo portarvi la testimonianza diretta di Luca Bottazzi – numero 133 del mondo nel 1985 – che si allenò spesso con lo svedese quando questi tentò il rientro nel circuito a metà anni ’80: “Una mazzata tremenda e molto precisa. Finiva sempre sulle righe”.

Una macchina da tennis prodigiosa di fronte al quale l’eterna disputa su chi sia il più grande tennista di sempre ci pare davvero discorso da tifosi da bar sport più che da veri competenti. Diamo agli attuali top ten la Donnay di Borg e ne vedremo delle belle! Vale anche il discorso inverso: Borg tentò il rientro con la sua vecchia racchetta in legno perché non seppe adattarsi alle nuove racchette in fibra e i risultati – disastrosi – si videro.

Tornando alla finale del Masters, confessiamo che, insieme agli applausi, il filmato ci ha strappato anche qualche lacrima di commozione poiché da lì a pochi mesi Borg annuncerà al mondo attonito la sua decisione di ritirarsi a soli 25 anni. Ma quel 18 gennaio 1981 pistola batté fucile 3 set a 0.

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Quel Thiem dirompente che annichilì Nadal agli Internazionali 2017

Un affresco del quarto di finale di Roma 2017, quando persino una ‘nadaliana’ in tribuna Tevere dovette applaudire le bordate dell’austriaco. Per poi ripiegare su Djokovic… e Zverev

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Mi chiedessero di definirli in poche battute non avrei dubbi: dinamici come il cinema di Spielberg, vintage come un affresco alla Pupi Avati! Gli Internazionali d’Italia sono così: una macchina in continua evoluzione cullata nel fascino antico del Foro Italico. Aggiungerei passionali, per via di un pubblico senza mezze misure che ama pendere comunque per qualche cocco di mamma eletto a beniamino. Talora con qualche contraddizione, come avveniva nell’edizione del maggio 2017

C’ero anch’io, altroché se c’ero! Per l’esattezza me ne stavo appollaiato nell’anello più basso di quella tribuna Tevere che senza far torto a nessuno regala ombra fino all’ora di pranzo e sole negli occhi di lì all’imbrunire. Così, alle cinque di quel venerdi pomeriggio, avrei firmato in bianco per un bel panama a tese larghe che mi lasciasse osservare, seppure a chiazze, uno scoppiettante confronto tra Rafael Nadal e Dominic Thiem. Un quarto di finale che il Dio Elios lasciava appena intravedere affidando il resto a sonori schiocchi di palla replicati all’infinito tra le righe del centralone romano. 

Una prima mezz’ora luci e ombre che l’arbitro santifica con un 4-1 per l’austriaco e che la dice lunga sulla strana piega presa dal match. I due rantolano a qualche metro da me mentre alle mie spalle una ‘sfegatata nadaliana’ piuttosto in carne va facendo un gran chiasso per rivendicare la cattiva giornata del suo amato eroe. Non molla neanche quando il giovane Thiem sigilla il primo set con un 6-4 senza macchia. “ Gentile signora”, azzardo voltandomi il giusto per spizzarla con l’occhio, “non se ne abbia a male, ma quel ragazzo ha qualità da vendere”! “Per carità, caro lei, non lo dica neanche per scherzo”, replica piuttosto inviperita dondolando nervosamente un viso rotondo nascosto sotto un caschetto di capelli tinti di nero malamente tirati sulle orecchie e più arrabbiati di lei, “…ma non lo vede che non è in giornata?”. 

 

Come da copione, il secondo set accende nel maiorchino forti reazioni ma ogni tentativo ne esce frustrato di fronte a una macchina da guerra che dalla parte avversa spedisce diritti da codice penale e rovesci smazzolati con i quali muove la palla a piacimento tra diagonali lungolinea e sporadiche smorzate. “ Sei solo fortunato…”, torna a gracchiare l’indiavolata donnona all’indirizzo del bel Dominic . “Vuoi darti una calmata…?” esordisce d’acchito un signore accanto rivelandosi quale impacciato consorte, “ se non la pianti me ne vado”. “…uff che strazio”, replica lei paonazza in volto e senza tante storie.

In campo l’austriaco mostra qualche flessione, e io mi abbandono a taciti pensieri su quel match che anche a posteriori avrei giudicato il più bello del torneo e su quel ragazzo che per un’edizione orfana di Federer era per l’organizzazione una vera manna dal cielo. Avesse cercato di più la rete e alternato qualche anguilla scivolosa di rovescio sarebbe già stato un serio incomodo per i Fab Four . Divenendo un incubo se solo si fosse ritagliato una postura più avanzata mettendo il gioco sul piano del timing più che della forza. Pensieri in libertà di fronte a quel fior di giocatore che intanto dirigeva l’orchestra portandosi avanti 4-3 al secondo.

Dominic Thiem, Roma 2017 (foto di Roberto Dell’Olivo)

Dai forzaaaa”, si danna a squarciagola la spaventapasseri lanciando messaggi al corrucciato spagnolo intento ad allinear bottiglie durante il cambio di campo. Rintronato faccio per voltarmi quando il maritozzo, giocando d’anticipo, prende iniziativa: “…basta mi hai rotto le palle”, ruggisce aggrottando la fronte, e senza aggiungere sillaba si alza di scatto e sgattaiola via appena in tempo per guadagnare la fuga prima che una graziosa hostess chiudesse il passaggio. Lasciata alla sua sorte, la rabbiosa consorte si dà un tono replicandogli alle spalle: “…fai un po’ come ti pare. Che ne sai tu di tennis”!

Con una serie vertiginosa di bombarde, l’austriaco chiude la questione con un secco 6-3 che rende pan per focaccia alle finali perse in successione a Barcellona e Madrid. È la seconda vittoria in carriera contro Nadal e il pubblico gli tributa la giusta standing ovation; lui ripaga tutti con sorrisi elargiti ai quattro venti. In forte minoranza, anche la paonazza tifosa, si aggiunge, con fare un po’ furtivo, al resto dei plaudenti e con i piedi in due staffe non rinuncia al suo canto d’amore: “Rafa sei sempre grande ma mi hai deluso”! È il giro di boa e sull’onda dell’osanna generale subito dopo si lascia andare: “Dominic, sei fantastico”! Il Giuda in gonnella aveva saltato il fosso facendo abiura e abbandonando il buon Nadal al suo destino. Di lì in avanti avrebbe tifato Thiem? Due giorni dopo dipanavo l’arcano sbirciandola, questa volta a debita distanza, mentre in esordio di finale se la prendeva a cuore per Novak Djokovic. Il serbo perdeva il primo e vista la malparata la fedigrafa finiva col gettarsi senza ritegno tra le braccia di un giovane Zverev, punta di diamante del nuovo che avanza e vincitore a sorpresa di quell’edizione 2017.

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Italiani

I sette re di Roma: Adriano Panatta

Nella settimana in cui si sarebbero dovuti giocare gli Internazionali d’Italia, un articolo per ognuno dei sette migliori giocatori della storia del torneo. L’ultimo è dedicato ad Adriano Panatta, unico italiano a vincere a Roma in Era Open

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Dall’10 al 17 maggio, se non fosse intervenuto il coronavirus a complicare tutto, si sarebbero giocati gli Internazionali BNL d’Italia. Per lenire un po’ la nostalgia, e sperando che il torneo possa essere recuperato quest’anno, abbiamo preparato una serie di articoli sui Sette Re di Roma da pubblicare fino a domenica, il giorno in cui si sarebbe disputata la finale. Abbiamo selezionato i sette tennisti che più degli altri hanno contribuito a scrivere la storia di questo torneo in Era Open.

Il settimo e ultimo re di Roma non poteva che essere Adriano Panatta, l’unico italiano capace di vincere gli Internazionali d’Italia in Era Open.


Pensi ad Adriano Panatta e non puoi non pensare innanzitutto al 1976, il suo anno d’oro, con la vittoria al Foro Italico, a Parigi e culminata poi nella vittoria in Cile nella Coppa Davis. Pensi ad Adriano e alle sue voleé, alle sue smorzate che mandavano al manicomio Bjorn Borg costretto a lasciare la presa bimane per arrivare su quelle palle, al suo servizio certo poderoso per l’epoca.

 

Adriano aveva anche un gran diritto con il quale si apriva il campo per le sue discese a rete  e lo mascherava benissimo, perchè con lo stesso movimento dell’attacco in chop poteva invece giocare a sorpresa micidiali smorzate favorite dal tocco delicato e sopraffino. Il rovescio, nelle giornate migliori, era un’ottima arma per venire a rete. In quelle peggiori diventava un handicap. Lui soffriva inevitabilmente chi era capace di attaccarlo sul rovescio nelle giornate in cui il passante lo aveva abbandonato. Di fatto era facile individuare le giornate in cui si presentava in campo il miglior Adriano: erano quelle in cui il passante di rovescio andava subito a segno.

Panatta è rimasto impresso nella mente dei tanti appassionati di quell’epoca soprattutto per la sua abilità istintiva e straordinaria a improvvisarsi portiere di razza. I suoi tuffi spettacolari sotto rete lo trasformavano in un Dino Zoff con racchetta. E come dimenticare, poi, la famosa “Veronica”, termine inventato da Rino Tommasi, mutuandolo dal gergo della tauromachia, anche se in realtà con tori e toreri non c’entrava per nulla tanto che spesso Gianni Clerici all’udirla se ne mostrava quasi infastidito? A dispetto di Clerici e della sua idiosincrasia quel termine improprio è entrato nel lessico popolare del tennis. Cosa era, vi chiederete, la “Veronica”? Era il termine con il quale, Rino dixit, si indicava la voleé alta di rovescio con spalle alla rete nelle quali Adriano era un vero straordinario maestro. Nelle corride era in realtà quel movimento che il torero fa verso il toro quando volteggia la muleta.

Insomma Adriano è sempre stato considerato da tutti l’erede naturale di Nicola Pietrangeli, talento cristallino ma anche (solo male lingue?) poco propenso a sacrificarsi con duri allenamenti, a prepararsi fisicamente giorno dopo giorno con la consistenza di tanti altri giocatori assai meno talentuosi di lui. Dove sarebbe mai giunto se si fossero, Pietrangeli e Panatta, allenati quanto gli altri migliori tennisti della loro epoca?

Ma la forza di Panatta era proprio quella: prendere il tennis con leggerezza, divertirsi e far divertire, non lasciare mai l’iniziativa agli avversari, anche nelle giornate peggiori. Quando girava tutto per il meglio Adriano era un vero spettacolo e i tifosi del Foro Italico non riuscivano a contenersi, a volte esagerando fino a scandalizzare; le grida “Aaaaaaadrianooooooooooooo, Aaaaaaadrianoooooooooo! rimbombavano da una tribuna all’altra del Centrale del Foro Italico che ancora non si chiamava Pietrangeli ma aveva già quella cornice di magnifiche statue che ne fanno forse il più bel campo del mondo, certo unico.

Molti imputano la svolta del 1976 nella carriera di Adriano Panatta all’arrivo sulla panchina della nazionale di Coppa Davis di Nicola Pietrangeli, capace nel suo ruolo di dare maggiore sicurezza al campione romano. Questo aspetto poteva forse valere per la storica competizione a squadre, nella quale peraltro Corrado Barazzutti si dimostrò spesso perfino più solido di Adriano che però restava sempre il leader carismatico della squadra, colui al quale veniva attribuita la maggior parte dei meriti di un successo della squadra anche perché in coppia con Paolo Bertolucci formava un doppio fantastico e vincente. Se poteva capitare che Adriano perdesse un punto in singolare contro un giocatore battuto da Barazzutti, Adriano poteva vincere il doppio e conquistare due punti come Corrado. E se i due punti finali della vittoria, quello del doppio più il singolare della terza giornata li portava lui, l’eroe del match, quello che finiva in copertina era lui.

In copertina Adriano finiva sempre, perché era personaggio, bello, elegante nel giocare come nel vestire, simpatico, romano de Roma, a suo agio con il mondo dello spettacolo, le belle donne, attrici, cantanti, da jet-society. Con Barazzutti non aveva nulla, ma proprio nulla in comune. E poi la verità era un’altra. A 26 anni Adriano aveva raggiunto la sua maturità agonistica e quell’anno (perché funziona quasi sempre così nella realizzazione delle grandi imprese), anche più di un pizzico di fortuna (peraltro assolutamente cercata e meritata) lo aiutò nel raggiungere i risultati da sempre agognati.

Roland Garros 1976 – Panatta ha appena annullato il match point a Pavel Hutka

ADRIANO AL FORO

Ma visto che stiamo celebrando il Foro Italico, quale era stato il rapporto con il torneo di casa per Adriano fino ad allora? Si sa che per il tennista italiano giocare a Roma è un sogno che si avvera. Se da un lato assicura la spinta dei tifosi (soprattutto nel vecchio Centrale), dall’altro comporta il peso di una grossa responsabilità, la dannata pressione di dover fare bene.

Figurarsi per il romanissimo Adriano, nato e cresciuto al TC Parioli, figlio di Ascenzio, indimenticato custode del circolo. Dalla prima partecipazione – giovanissimo – nel 1968, fino al 1975, Adriano non era mai andato oltre il terzo turno, battuto in qualche occasione anche da giocatori abbondantemente alla sua portata (uno fra tutti il mancino egiziano Ismail El Shafei).

E quell’anno, non ancora magico, la musica pareva proprio non voler cambiare. I famosi 11 match point annullati a Kim Warwick al primo turno (di cui 10 sul servizio dell’avversario!) si rivelarono essere proprio un segno del destino. Adriano trovò la forma (come avviene sempre in questi casi) strada facendo, battendo con fatica Zugarelli nel derby, liquidando Franulovic, venendo fuori nei quarti da una partita arroventata e piena di polemiche contro Harold Solomon, ritiratosi sul 5-4 in suo favore nel terzo set.

Il dettaglio di tutti questi match e le relative cronache dell’epoca la troverete negli articoli del nostro Direttore pubblicati a suo tempo sui giornali dei quali era inviato, La Nazione, il Resto del Carlino, e poi ripresi in una serie di libri (poi saccheggiati da chiunque in casa FIT) confluiti in un sito web creato per la massiccia parte statistica insieme a Luca Marianantoni. Troverete la ricostruzione del direttore dello strepitoso percorso di Adriano in questo articolo: ‘Dagli 11 match-point annullati, alla furia di Solomon, al trionfo con Vilas’.

Sta di fatto che Adriano avrebbe poi travolto in semifinale John Newcombe in tre set (semifinali e finali si giocavano al meglio delle 5 partite) e vinto la resistenza di Guillermo Vilas in finale, su un campo preparato ad arte, un po’ più veloce del solito per il “nostro”. Dopo una comprensibile partenza ad handicap figlia dell’inevitabile tensione, Panatta dette però il meglio di sé. Perso il primo parziale 6-2, Adriano seppe ritrovare la magia dei suoi colpi e dettare la sua legge, quella del gioco d’attacco, delle smorzate, delle voleé incredibili, delle veroniche spettacolari, trascinando con sé l’entusiasta pubblico del Foro. Quella è stata purtroppo anche l’ultima vittoria di un italiano a Roma e solo Dio sa quanto manchi agli appassionati italiani il replay di un momento del genere.

Adriano in quel suo anno magico trionfò anche a Parigi (anche lì annullò un match point al primo turno con il ceco Hutka e lo fece in maniera spettacolare, prima “Veronica” e poi voleé in tuffo) battendo in finale ancora una volta Solomon che avrebbe tanto voluto vendicarsi della sfida all’OK Corral di un paio di settimane prima. Poi come detto trascinò Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli alla vittoria in Davis con Pietrangeli che si battè come un leone, andando contro tutto e tutti per portare gli azzurri in Cile quando si susseguivano le manifestazioni della sinistra dell’epoca al grido: “No alle volée con il regime di Pinochet“. Il punto decisivo arrivò nel doppio contro Cornejo e Fillol, quando Panatta aveva convinto Bertolucci ad indossare la famosa maglietta rossa – e il rosso era il colore simbolico (Bandiera Rossa,,,) contro il regime ‘nero’ del generale e dittatore Augusto Pinochet.

Da quell’anno il rapporto di Adriano con il Foro cambiò in positivo. Nel 1977 Adriano fu sconfitto ai quarti da Gerulaitis (che poi vinse il torneo battendo Tonino Zugarelli), nel 1978 invece arrivò di nuovo in finale, quella più bella che il pubblico potesse desiderare, contro l’amico Bjorn Borg. Quell’edizione degli Internazionali fu parzialmente macchiata dal comportamento del pubblico che diede il peggio di sé nella sfida di Adriano contro José Higueras in semifinale. Accadde che lo spagnolo, trovatosi avanti 6-0 5-1, si ritrovò ad essere bersagliato dai fischi del pubblico quando i fan di Adriano si accorsero che finalmente stava reagendo e rimontando anche in quella situazione quasi disperata.

L’errore commesso da Higueras fu quello di riscaldare ancor di più gli animi rispondendo in un’occasione ad urla e sberleffi con un plateale gesto dell’ombrello. In queste condizioni la partita divenne una corrida, con Adriano che tra lancio di monetine, lattine e panini verso il suo avversario vinse in maniera inimmaginabile il set 7-5. Qui Higueras capì che oramai l’atmosfera era compromessa e lasciò il campo (“Avrei ammazzato qualcuno se fossi rimasto lì“), così come il giudice di sedia che dichiarò finito il match, scappandosene via quasi di corsa.

L’uscita dal campo di Higueras e del giudice di sedia

Messa alle spalle cotanta tensione, la finale tra Adriano e Borg del giorno successivo ebbe per tre set uno strano andamento, per diventare bellissima negli ultimi due. Adriano, complice anche una puntura di un’ape a Borg – che cercò di liberarsene roteando la racchetta come uno spadaccino – stravinse il primo set 6-1, ma perse secondo e terzo 6-1 6-3. Nel quarto Panatta con una grande prova salì 5-1 40-0, ma sprecò incredibilmente i tre set point e chiuse solo 6-4, consumando però così tante energie fisiche e mentali che probabilmente gli costarono il quinto set e la vittoria finale. Anche quel giorno il pubblico fece fatica a controllarsi, a comportarsi civilmente. Tanto che, a seguito di un lancio di monetine in direzione dello svedese da parte di un esagitato, Borg arrivò a rivolgersi all’arbitro e a dire: “O li fate smettere oppure esco dal campo!“. Di monetine non ne volarono più e alla fine la superiore condizione atletica e la proverbiale pazienza dell’”orso svedese” Borg ebbero il sopravvento.

Adriano non sfigurò nemmeno negli anni a seguire, giocando almeno altre due splendide partite, purtroppo entrambe perse ai quarti. Nel 1979 ancora contro Guillermo Vilas, vincitore in tre set. Una partita incredibile, con Vilas che si vide annullati due match point nel secondo set, ne annullò a sua volta due nel terzo prima di vincere il match. Nel 1981 invece fu un altro argentino a fermarne la corsa nei quarti, José Luis Clerc, grande amico e coetaneo di Claudio, il fratello d’arte di Adriano. Panatta cedette soltanto al tie-break del terzo set, vinto dalla fatica contro un avversario che era ben più giovane di lui. Adriano aveva quasi 31 anni, Clerc 23.

È innegabile che Adriano Panatta abbia scritto al Foro Italico le pagine più belle del tennis italiano a Roma dopo Nicola Pietrangeli e (anni prima) Fausto Gardini e Beppe Merlo. Ancora oggi, sia pure incoraggiati a sognare dalla vittoria di Fognini a Montecarlo e dai ripetuti exploit di Matteo Berrettini nel 2019 che gli hanno consentito subito dopo Fabio di raggiungere un posto nell’élite dei top-ten, non sappiamo se vivremo più emozioni azzurre così forti come quelle che Adriano ci permise di vivere in quell’indimenticabile 1976. Qui di seguito vi riproponiamo il video-racconto che Ubaldo Scanagatta ha dedicato a Panatta.


I sette re di Roma

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