Aliassime: "Tennis e piano, la mia ricetta per suonarle al razzismo" (Cocchi). Vilas, poeta in campo e fuori (Azzolini). Djokovic, gli US Open e il santone sempre contro (Lombardo)

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Aliassime: “Tennis e piano, la mia ricetta per suonarle al razzismo” (Cocchi). Vilas, poeta in campo e fuori (Azzolini). Djokovic, gli US Open e il santone sempre contro (Lombardo)

La rassegna stampa del 7 giugno 2020

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Aliassime: “Tennis e piano, la mia ricetta per suonarle al razzismo (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

[…] Dopo Coco Gauff e Naomi Osaka, in prima linea nelle manifestazioni contro il razzismo per l’uccisione di George Floyd, anche Felix Auger Aliassime, ventenne canadese di padre togolese, numero 20 al mondo, ha voluto raccontare la sua esperienza. Felix, mai subito episodi di razzismo? “Mio padre sì, qualche anno fa a Montreal. Lui è nato in Togo ed è emigrato in Canada, poi ha sposato mia madre, bianca e canadese. Insomma stava tornando a casa con la sua Mercedes e si è accorto che la polizia lo seguiva. Lo hanno fermato e interrogato sul perché stesse guidando quell’auto. Pensavano che fosse rubata: era strano per loro che una persona di colore guidasse una macchina così costosa. Ha dovuto dimostrare che la macchina fosse davvero la sua. Può sembrare una sciocchezza se paragonata al dramma di Floyd, ma è un segnale che il razzismo e la discriminazione possiamo toccarli con mano ogni giorno, soprattutto nelle piccole cose” Sembra che la nuova generazione del tennis sia molto attiva sul fronte dell’impegno sociale. Non solo partite ma anche sensibilizzazione sui tempi più importanti. “Noi rispetto ai campioni che ci hanno preceduto abbiamo dalla nostra uno strumento molto potente, i social. Ognuno di noi cerca di fare la propria parte parlando a una grande platea. Sì, penso che noi giovani possiamo fare la differenza per sradicare la piaga sociale del razzismo e la discriminazione in generale”. Non sono stati mesi facili gli ultimi, Lei come ha trascorso la quarantena? “Quando è arrivata la notizia che non avremmo giocato a Indian Wells e Miami ero in Florida. Sono rimasto qualche giorno lì con la mia ragazza, poi sono tornato a Montreal dalla famiglia. Diciamo che pur nella difficoltà del momento, è stato bello passare così tanto tempo coi miei. […] Poi, a metà maggio sono tornato in Europa”. E’ stato complicato rientrare in Europa dal Canada? “Avendo la residenza a Montecarlo non troppo. Ho fatto tutti gli esami e ho dovuto firmare un po’ di documenti”. Sembra che sia il momento di tornare a giocare. Da metà giugno anche lei sarà in campo nell’ Uts alla Mouratoglou Academy. “Si, non vedo l’ora. Il tennis mi è mancato, la routine, l’adrenalina. Tutto quello che davo per scontato, da un giorno all’altro è sparito. Sono curioso di mettermi alla prova, vedere a che punto sono, provare il nuovo metodo di punteggio. Peccato che non ci sia il pubblico, ma potranno vederci in streaming: spero possano divertirsi”. Lei è uno dei giocatori più precoci, ha già centrato 5 finali Atp. Ora il nostro Jannik Sinner, sulla sua scia, sta infrangendo molti record di precocità. Ha qualche “consiglio” per lui? “Io non penso proprio di essere nella condizione di dare consigli (ride). Jannik gioca benissimo, lo scorso hanno ha dimostrato il suo valore. Ogni volta che si parla dei top player del futuro si fa il nome di Sinner. Lo conosco, mi sono anche allenato con lui e si impegna tantissimo, in più è umile, gentile, simpatico. E con Piatti, che ha una grande esperienza, non potrà che crescere bene”. Sappiamo che è un ottimo pianista. Tra un allenamento e l’altro ha modo di esercitarsi anche al pianoforte? “Ultimamente, andando in giro per il mondo, non avevo tanto tempo. Fermarmi a Montreal per tanto tempo è stato utile anche per migliorare al piano. Mi piace suonare Beethoven ma anche le colonne sonore dei grandi film. Poi ho una vera passione per la musica del vostro Ludovico Einaudi. Anche la musica, come lo sport, può cambiare il mondo”. Suonala ancora, Felix

Vilas, poeta in campo e fuori (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Ebbe in dote un bel po’ di soprannomi, un formidabile armamento di colpi estremi nella sua santabarbara tennistica, una cascata di capelli da gran figo e muscoli d’acciaio, che produssero molteplici vittorie, svariati record, inascoltate polemiche e infiniti amori. […] Uno soltanto eterno, l’unico reso inaccessibile dalla ragion di Stato. Uno Stato pur piccino che esso sia. Ora che la vita di Guillermo Vilas, Willy per tutti, si è disposta in modalità “erase ,’ e giorno dopo giorno si diletta a sbianchettare i ricordi, rendendoli trasparenti e inaccessibili, gli amici raccontano che quelle ore giovanili trascorse con Carolina sulle spiagge esclusive dello Sporting del Montecarlo Beach Club, documentate di nascosto dagli scatti di un fotoreporter di Paris Match, sono fra le ombre che più spesso riemergono, a cullarlo per un po: E a farlo sorridere. DEMENZA SENILE Gli amici sono quelli del patto a non divulgare notizie sulla sua salute, e sono così tanti che Willy forse non l’avrebbe immaginato. Molti anche i giornalisti, come sempre in ambasce tra i confini del labirinto tracciato dalla legge di Hume. Essere o dover essere? […] Il quotidiano Ole, lo scorso aprile, ha reso di pubblico dominio le condizioni di Guillermo e poco importa se i social, così spesso indelicati, hanno lanciato roventi accuse per lo sgarbo perpetrato. La malattia ha un nome, sindrome neuro-degenerativa. Non proprio Alzheimer, o non ancora. Da noi, demenza senile, malgrado Guillermo abbia appena 67 anni e finché gli è stato concesso dalla sorte si è mostrato con donne sempre più belle e sempre più giovani al proprio fianco. «Sembri una fattucchiera», gli diceva Panatta, mentre Vilas se lo abbracciava con il trasporto che riservava agli amici di una vita. Vestiva di nero da quando aveva lasciato il tennis giocato. Pantaloni larghi e maglioncino, un gran basco sulla tre quarti che non riusciva a trattenere i boccoli ingrigiti da Medusa ormai pensionata, poi le scarpe, il foulard, e perfino l’orologio. Tutto nero. E anche un po’ sgualcito. Con quell’aria da artista e poeta che ha sempre preferito a quella da tennista. Divennero amici, con Adriano nei primi Settanta, quando Willy, diciottenne, imboccò le vie del professionismo. Fu Guillermo a chiedergli di aiutarlo. Cercava il posto fisso, uno stipendiuccio che gli procurasse una stanza in cui dormire e gli evitasse di tornare in Argentina alla fine di ogni torneo. Panatta, ventenne allora, chiese alla federazione di assumerlo come sparring della squadra di Davis, inventando l’assoluta indispensabilità di un mancino fra di loro. Cosi, Guillermo trovò gli emolumenti che cercava e anche una stanza all’Acquacetosa, nella Foresteria. Era un ragazzo semplice, simpatico, boccoli biondi e aria da macho, e piaceva alle donne, a tutte, ragazze, mamme, principesse e nonne. […] Raccontava Galeazzi, forse con una punta d’invidia: «Mangiava sei volte al giorno. Ai primi Internazionali fu ospite di un avvocato romano che conoscevo, amico del padre. Lo sentii lamentarsi per anni delle spese che dovette sostenere per sfamarlo». Ma i tennisti, forse già lo sapete, sono tutti un po’ bipolari. Hanno una doppia personalità (anche tripla e quadrupla, alcuni di loro). Guillermo era un masochista bell’e buono e lo dimostrava negli allenamenti. Amava i percorsi difficili, le fatiche improbe, le corse zuppe di sudore. E dato che ogni masochista finisce inevitabilmente per accompagnarsi a un sadico, Willy finì presto fra le pelose spire di un ragno più grosso di lui, Ion Tiriac. Il quale prese – con un vero brivido di piacere – a confezionargli autentici percorsi di guerra. «Lo alleno alla precisione e alla sofferenza silenziosa», diceva, con il ghigno che fa da brand a qualsivoglia emulo del Marchese primigenio, il De Sade. Gli preparava in realtà una sorta di tennis ipotetico, dentro il quale Guillermo, sudando, smaniando, soffrendo, avrebbe dovuto rintracciare gli elementi vincenti del tennis vero. Gli alzava la rete, per esempio, e qualche volta la bucava. Poi con la voce da orco comandava: «Infilaci la palla». E Vilas il più delle volte ci riusciva. The young bull of the Pampas, per gli americani. Un giovane toro. Da noi, il poeta delle Pampas, non si capisce se per fare un torto al suo tennis, alla poesia, o alle Pampas che Willy, per sua espressa dichiarazione, non aveva mai visitato. Componeva versi che nessuno voleva, e lui se li editava da solo. Due libri in tutto, il primo dedicato a Carolina di Monaco, “tu sei partita e io sono restato nudo e triste come un albero senza rami”… Il secondo dal titolo “125; che molto fece discutere sui reconditi motivi di quel numero, salvo poi contare le poesie in esso contenute. Centoventicinque appunto. Versi d’amore, per lo più. L’amore vagheggiato e l’amor carnale, per la gioia delle fans osannanti e del suo più accanito avversario, Ilie Nastase. ‘Quando mi donasti la tua bocca assetata il mio corpo desideroso di corpi vibrò e quando il mio pene sparse il suo miele pianse la mia anima assetata d’amore” Autentica manna, quei versi, per uno deciso a contrastarlo in tutto. […] E fuori, come improvvisato interprete di quelle poesie, con le quali amava giocare dando vita a improvvisati quanto scostumati teatrini. Accadeva sempre, quando giocavano l’uno contro l’altro. Su un punto ottenuto in destrezza (di quelli che Guillermo mal sopportava), Ilie fermava tutto e dalla tasca dei pantaloncini spuntava il libriccino sul quale aveva trascritto i versi del poeta. Allora Nasty dedicava a Vilas le sue stesse poesie, commentando in modo osceno i passaggi che suonavano meno riusciti, o più osé. Il pubblico rideva, Willy s’incazzava, Ion scuoteva la testa. Pare che la guerricciola fosse nata proprio a causa del coach, da poco tennista in pensione. Nastase dava per scontato che Tiriac sarebbe rimasto al proprio fianco, quello invece scelse Guillermo, che gli assicurava con la continuità dei risultati un assegno mensile che Nasty non si sarebbe potuto permettere. A AIX-EN-PROVENCE Fu su questi prodromi già alquanto foschi, che scoppiò la crisi del 1977, quella della Racchetta Spaghetti. L’aveva inventata, non si sa come, un orticoltore tedesco, forse amante del tennis, di sicuro non privo di tempo da perdere. Si trattava di una doppia incordatura che prevedeva, insieme con un minor numero d’incroci fra le corde, l’utilizzazione di nodi nei punti di sovrapposizione delle stesse, tali da rendere ruvida la superficie d’impatto con la palla. Venne introdotta nel circuito professionistico dal francese Goven e dallo statunitense Fishback. Battuto da Goven, anche Nastase volle provarne l’efficacia e decise di utilizzarla nel torneo di Aix en Provence dove – guarda il caso – giunse in finale proprio contro Vilas. Veniva, Guillermo, dal suo anno dei record. Aveva debuttato in Australia, sull’erba, raggiungendo la finale, poi aveva approfittato dell’assenza di Borg a Parigi per vincere il suo primo Slam (Fibak, quindi Ramirez, infine Gottfried steso con un 6-0 6-3 6-0 che la dice lunga) e si era ritrovato a luglio, di nuovo sull’amata terra (rossa in Europa, verde in America), pronto a fare i conti con una classifica che non lo vide mai numero uno e a suo dire gli sottraeva punti. Vinse quattro tornei di seguito (Kitzbuhel, Washington, Louisville e South Orange), si fermò per una settimana, tornò e vinse ancora a Columbus, e andò da favorito agli Us Open, che quell’anno si giocavano su terra, ultimo, vano tentativo di Forest Hills per non farsi scalzare dai campi in cemento di Flushing Meadows, che dal 1978 ne prese il posto spingendo il torneo più vicino a Manhattan. Vinse anche gli Us Open, Guillermo, dilagando con un 6-0 nel quarto set contro il numero uno Jimmy Connors, in finale. Il settimo successo di fila giunse a Parigi, a fine settembre, e al successivo impegno di Aix en Provence Guillermo si presentò con una striscia ininterrotta di 42 match vinti di seguito, che comodamente portò a 46 raggiungendo la finale. E li incontrò Nastase con la sua racchetta bitorzoluta. Innocua nelle mani di onesti tennisti come Goven e Fishback, quell’incordatura raddoppiata, messa a disposizione del tennis artistico di Nastase, imponeva alla palla le stesse acrobazie di un aereo della Pattuglia Tricolore. Scendeva d’improvviso, assumeva traiettorie arcuate, allungava e accorciava i rimbalzi senza un perché. Vilas si ritrovò presto sotto, 6-1 7-5, e al termine del secondo set Nastase, non contento, volle infierire estraendo dal borsone il fatidico libretto. Cominciò a leggere le poesie, a recitarle a voce alta davanti al pubblico, sghignazzando e trascinando tutti al riso più sfrenato. Per Vilas fu troppo. Se ne andò infuriato senza neanche dare spiegazioni, piantando in asso Ilie, il record, la finale e l’intero torneo. La Racchetta Spaghetti fece ad Aix en Provence la sua ultima apparizione, poi la doppia incordatura venne proibita. Guillermo riprese a vincere dal torneo successivo firmando una seconda striscia di 26 match consecutivi. Il suo record ancora resiste, con i 46 centri ottenuti da Kitzbuhel in poi, e nemmeno Federer, Nadal e Djokovic sono riusciti ad avvicinarsi. Ma sarebbero stati 73 senza Ilie e la racchetta proibita. IL DOSSIER La battaglia per la classifica, è ancora lì. Un dossier finito in qualche armadio dell’ATP, che gli promise una risposta, e forse gliela darà, prima o poi, ma finora – fanno sapere – non c’è stato il tempo. Sono passati sei anni. Un mistero che segue Willy come un’ombra. Vilas era convinto che il suo 1977 valesse il numero uno. Del resto, è difficile spiegare come un tennista da 920 vittorie sui 1201 incontri disputati, 62 centri nei tornei, 4 successi nel Grand Slam (Parigi il 5 giugno poi gli Us Open nel ’77, Australian Open nel ’78 e’79) e altre tre finali al Roland Garros, primo nel Grand Prix per tre stagioni e numero due per 83 settimane, non abbia ricevuto le insegne del primato anche solo per un minuto della sua carriera. Guillermo ha sempre avuto dei sospetti sulla classifica, non che sia stata manomessa a bella posta contro di lui, piuttosto che non abbia funzionato sempre a dovere. Qualcosa del genere la pensa anche Panatta, convinto non soltanto delle ragioni dell’amico, ma anche del proprio buon diritto a ritenersi sottovalutato in quel 1976 che lo vide appena quarto sommando – nel periodo fra luglio 1975 e luglio 1976 – tre successi sui numeri uno (Connors, Newcombe e Borg) a vittorie che andavano da Kitzbuhel e Stoccolma, a Roma e Parigi, in aggiunta alle finali di Barcellona, Madrid, Buenos Aires e Gstaad. Il dossier consegnato all’ATP nel 2014 curiosamente smentiva e insieme dava ragione a Guillermo. Il numero uno gli spettava di diritto, ma non nel 1977, bensì due anni prima. Lo redassero un giornalista argentino, Eduardo Puppo e un matematico rumeno, Madan Ciulpan. Mille e duecento schede a coprire gli anni dal 1973 al 1978 che evidenziano come la media punti di Willy, per cinque settimane a partire dal 22 settembre del 1975 (cui si aggiungono le prime due settimane del 1976), fosse più alta di quella del numero uno di allora, Jimmy Connors. Forse un giorno l’Atp chiarirà, nella speranza che un eventuale riconoscimento non giunga postumo. IL GRAN WILLY La parabola dell’uomo che domava l’erba australiana (una finale Masters e due Slam) e si smarriva come un principiante sui prati di Wimbledon (appena due quarti di finale), che non giocava mai partite di allenamento ma le scambiava volentieri con rampe di otto piani da scalare dieci, venti volte di seguito, il ragazzo dai boccoli d’oro che si allenava per otto ore ogni giorno accumulando fatiche che nessuno prima o dopo di lui ha mai ritenuto accettabili, tranne forse Thomas Muster, che anche sotto la scure di Tiriac non smise mai di accettare i consigli del suo primo insegnante, l’argentino Felipe Locicero, famiglia sicula, di professione coiffeur, socio del club Nautico di Mar del Plata, pessimo tennista ma studioso compulsivo di ogni manuale sul tennis esistente sulla faccia della terra, cui il padre di Guillermo, avvocato notissimo, affidò il figlio per farlo sfogare un po’ in attesa che diventasse anch’esso un avvocato di grido, forse, dicevamo, il grande mistero di un tennista che fu tutto e il contrario di tutto è agevolmente racchiuso nel breve tratto che va dal suo soprannome di sempre, Willy, all’invenzione di un colpo che lasciò in dote al tennis e che a lungo ha portato il suo nome, il Gran Willy, sebbene oggi si preferisca chiamarlo Tweener e attribuirlo ai moderni epigoni dell’argentino double face. Il colpo sotto le gambe, che altro? Fu per caso che quel colpo prese forma. Forse una palla deviata da un grumo di terra, una piccola emergenza tecnica sulla quale Willy mise da parte l’acciaio dei muscoli forgiati in ore di estenuanti allenamenti, e si produsse poeticamente in una invenzione da Barnum, rivelatrice della sua doppia anima di giovane tutto d’un pezzo eppure pazzo del tutto. Bastò aggiungere un “Gran” davanti al suo nome per chiudere il cerchio di tanta efficiente spensieratezza, un po’ come si fa con gli Slam e il Grand Slam.[…] La perfetta espressione artistica di un ragazzo che visse il tennis come un’ossessione e la poesia come il suo antidoto. 

Djokovic, gli Us Open e il santone sempre contro (Marco Lombardo, Il Giornale)

Il santone Nole vuole cambiare il mondo con la meditazione, la salute con l’alimentazione, il tennis con il suo metodo olistico. Va bene essere un numero uno del mondo, ma se mentre il tuo sport cerca di ripartire tu ti metti di traverso, forse abbiamo un problema. Il motivo del contendere sono gli Us Open di fine agosto, che gli organizzatori vorrebbero comunque far disputare, magari a spalti vuoti ma con tutte le tv (paganti) presenti. […] Poi ci sarebbe il problema Trump, ma chiusi tutti dentro il villaggio di Flushing Meadows anche la sicurezza sarebbe garantita. E dunque, dicono loro, perché no? La risposta appunto arriva da Djokovic, il quale si è espresso abbastanza chiaramente: «Le regole da rispettare per essere ammessi lì, per giocare semplicemente, sono estreme. Posso capire che per motivi finanziari, a causa di contratti già esistenti, gli organizzatori vogliano che l’evento abbia luogo. Però, vedremo che accadrà». Il tutto affermato, per dire, mentre sta organizzando in patria l’Adria Tour per ricominciare a picchiare palline, mentre il circuito resterà fermo fino al 31 luglio. Insomma: mentre Nadal si rende disponibile a ricominciare e Federer sta in famiglia fin quando serve, il terzo dei big fa trasparire poca voglia di stare alle regole degli altri. Soprattutto perché si sta costruendo le sue. In questo periodo infatti, oltre a rivelarsi no-vax convinto (e quindi contro il vaccino per tornare in campo), il santone ha dispensato consigli via Instagram, con lezioni da guru per i suoi fans. In pratica: il tennis è lontano per Djokovic, ma gli affari comunque vanno benissimo. E decidete voi il confine tra il guru e un paraguru

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Sinner al terzo turno (Crivelli, Mastroluca, Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 21 gennaio 2022

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Sinner, corridoio verso i quarti (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La notte è di Jannik. Se la promozione alla sessione serale doveva rappresentare un’investitura tra i protagonisti più attesi dello Slam degli antipodi per il giovane cavaliere azzurro, la prova è stata superata con l’autorevolezza dei grandi. Sinner domina lo yankee Johnson in meno di due ore e prosegue l’imperiosa marcia del 2021, con 5 vittorie in altrettanti match e nessun set concesso. Certo, arriveranno test più probanti, ma la solidità mentale e i progressi tecnici, soprattutto al servizio, sono da ammirare. E dopo una litania di sorteggi respingenti negli Slam, l’Australia sembra finalmente offrirgli l’autostrada della gloria: al terzo turno gli tocca il giapponese Daniel e poi negli ottavi il vincente tra De Minaur e Andujar, prima dell’eventuale incrocio con Tsitsipas nei magnifici otto. Largo ai sogni, che si allargano fino al potenziamento da lui stesso annunciato nel team con il famoso e fin qui ben celato supercoach: il cuore di Jannik sembrerebbe pulsare per Moya, attuale mentore di Nadal, ma nell’attesa si prospettano altre soluzioni di livello. Che tra i due team, quello di coach Piatti e quello di Rafa, i rapporti corrano sul filo della stima e dell’enorme rispetto, è dimostrato dalla scelta che il campione di 20 Slam fece un anno fa proprio in Australia, quando per le stringenti regole Covid ciascun giocatore poteva indicarne solo un altro per allenarsi insieme e Nadal prese con sé la stellina emergente della Val Pusteria. Restano poi le parole di Jannik prima degli Internazionali 2020, quando riuscì finalmente ad allenarsi con lo spagnolo: «Il mio idolo era Federer, ma adesso che ho palleggiato con Rafa e ho visto come si prepara, sono rimasto impressionato dalla sua concentrazione e dal suo perfezionismo». Insomma, la corrispondenza di amorosi sensi va avanti da tempo, ma resta un dettaglio non trascurabile: Moya si staccherà dal sodalizio solo nel momento in cui Nadal smetterà di giocare. E intanto? Lo scopriremo solo vivendo, mentre il presente racconta di un Jannik che contro Johnson ottiene l’82% di punti con la prima, concede appena una palla break e giganteggia con 30 vincenti: «In questo momento mi sto godendo il mio gioco, sono soddisfatto». Ma il corridoio verso la profondità della seconda settimana non lo scalda comunque: «Se Daniel è arrivato al terzo turno significa che se lo è meritato giocando bene. Non si va avanti in uno Slam per caso. A questo livello tutte le partite sono difficili, perciò sono favorito, è vero, ma solo sulla carta. Bisogna tener conto di tanti fattori, non sappiamo se farà caldo o ci sarà vento. Uno come Andy Murray lo devi battere. Lui ci è riuscito, io no. Sfrutterò la giornata di riposo per prepararmi al meglio e farmi trovare pronto». Non c’è dubbio, però, che il Sinner di questo inizio di stagione abbia conservato l’abbrivio delle sublimi, ultime uscite del 2021: «Io ci metto poco a ricaricare le batterie al termine di una stagione, sarà perché sono ancora giovane… Mi bastano pochi giorni a casa mia, in mezzo alle mie montagne. Mi ritrovo rapidamente lì, andando a sciare un paio di giorni. Mi aspetta comunque tanto lavoro per arrivare dove voglio io».

Sinner è diventato grande: «Io sono bravo» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Se un giocatore appare incontrastabile per gli avversari, pur facendo quel che gli risulta normale e replicabile, allora siamo davanti a un top player. È la sensazione che ha dato, e non per la prima volta, Jannik Sinner. Nell’amarcord contro Steve Johnson, l’altoatesino ha imposto una superiorità ineluttabile di fronte al baffuto statunitense. Il 6-2 6-4 6-3 finale rispecchia una partita senza storia, che l’azzurro ha chiuso con undici ace, l’82% di punti conquistati con la prima di servizio, una sola palla break concessa e salvata, 30 vincenti contro quindici errori. Dopo il terzo successo in altrettanti confronti diretti, Sinner ha mostrato rispetto verso l’avversario. «Quando batte, ha una prima precisa e difficile da leggere, era importante rispondere bene: ci sono riuscito e sono contento — ha detto —. L’ho fatto muovere, sono stato bravo a mescolare le carte in campo e sfruttare le occasioni». Per un posto negli ottavi, Sinner sfiderà Taro Daniel, giapponese che ha domato con un triplice 6-4 Andy Murray. Numero 120 del mondo, al massimo numero 64 nel 2018 quando ha vinto il suo unico titolo ATP a Istanbul, Daniel non aveva mai passato due turni in uno Slam prima d’ora. Di giapponese ha i tratti somatici e l’eredità genetica della madre, ex giocatrice di basket, ma è più che altro statunitense. È nato infatti a New York e vive in Florida, a Bradenton, dove si allena nell’accademia dello storico coach Nick Bollettieri. Daniel, ha sintetizzato Murray dopo la sconfitta, «è un giocatore molto solido, si muove bene e commette pochi errori. Non ti regala niente». Un avversario da non sottovalutare, dunque. Rischio che peraltro un giocatore come Sinner ancora imbattuto nel 2021 che ha perso un solo set nelle ultime otto partite giocate, non corre. […]

E’ un giovane jedi (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Arduo da vedere il Lato Oscuro è, e se lo dice Yoda, il maestro di Star Wars, potete esserne certi. Non si vede dove possa annidarsi, né sotto quali mentite spoglie nascondersi o quali trappole possa aver escogitato la lugubre ombra del male, lungo il percorso che l’apprendista padawan Jannik Sinner sta affrontando in questi Open, nei quali lui è bravissimo, ma gli altri sembrano estratti a sorte da uno dei challenger giocati sul lungo mare di Melbourne. Jedi Semola è solido, una roccia. E incuriosisce e muove a compiacimento vedere un ragazzo di appena vent’anni cosi sul pezzo, così pervaso di buon senso e devoto all’ideale dell’apprendimento che non ha mai fine, lontano dalle furie sterili di altri della sua età, come Denis Shapovalov, o dall’equilibrio instabile di un Auger Aliassime, tanto più dalle crisi adolescenziali dell’amico Musetti. Proprio così, un giovane jedi che cresce felice di scoprire, giorno per giorno, i propri poteri. Dopo Sousa e Johnson, debellati con la regola del 3 (set), Semola non avrà il piacere di incontrare Andy Murray, che lo ha battuto a Stoccolma 2021, indoor. Troppo stanco, dopo le buone prove di Sydney e i 5 set con Basilashvili, e per questo (altro non potrebbe essere) infilato da Taro Daniel, giapponese, altro prodotto del tennis da challenger, esperto però di battaglie contro gli italiani, quasi tutte vinte. Anzi, tutte, almeno le ultime. Nelle qualificazioni dello Slam ha tiranneggiato su Arnaboldi, Moroni e Caruso. Musetti invece lo ha battuto ad Adelaide, primo turno del 250. «Non ci ho mai giocato, ma se ha battuto Murray vuol dire che ci sa fare», dice Sinner «Non sapevo di questa sua consuetudine con gli italiani, ma so invece che ogni turno di uno Slam riserva problemi e sorprese. Sono favorito sulla carta, lo accetto, ma dovrò dare il meglio. Lui con Murray ha giocato e vinto, io quando è capitato ho giocato e perso. O sbaglio?». […]

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Fuga da…Alcaraz (Crivelli). Berrettini al bivio. C’è baby Nadal (Mastroluca). Pericolo Alcaraz (Azzolini)

La rassegna stampa di giovedì 20 gennaio 2022

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Fuga da…Alcaraz (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Attenti al giovane toreador. Quel quarto di tabellone (la parte più alta) aveva in origine un padrone assoluto, Novak Djokovic, ma l’incredibile saga australiana del numero uno culminata con la revoca del visto e conseguente espulsione dal primo Slam stagionale, ha creato golose praterie per chi avrebbe dovuto incrociare il Djoker. Così, in quello spicchio, Matteo Berrettini si è ritrovato con la testa di serie più alta (la 7) e Lorenzo Sonego senza il più forte giocatore del mondo da affrontare già al terzo turno. Non si farebbe peccato a immaginare un quarto di finale tutto azzurro tra i due grandi amici, ma la realtà è decisamente più ostica. E viaggia a cavallo del talento, dei muscoli e dell’impressionante ferocia agonistica di Carlito Alcaraz, il diciottenne d’assalto signore delle ultime Next Gen, che sarà il rivale, complicatissimo, di Berretto fin dal prossimo step in un incrocio da fuochi d’artificio. A ottobre, nell’unico precedente tra i due a Vienna, l’esuberanza del murciano e la sua imperiosa crescita sorpresero il nostro numero uno. che però non era al top atleticamente e rimase ancorato alla partita soprattutto con l’orgoglio. Dunque, quel precedente segnala che ci vorrà un Matteo al top psicofisico per imporre le sue armi alla pericolosità del golden boy spagnolo. «Intanto – dice Matteo – ho recuperato completamente dal problema allo stomaco del primo turno, e mi sento molto meglio. Non è stato il miglior match della mia vita, ma sono soddisfatto di aver concesso cosi poco con il servizio» . Durante la sfida, in un accesso di rabbia, Berrettini se n’è uscito con la frase «non sono fatto per questo sport», dettata dalla rabbia del momento ma utile a scrollarlo: «Ogni tanto capita di darsi un po’ addosso, ma paradossalmente mi serve per trovare l’energia nervosa giusta». Soprattutto dopo una vigilia che ha stravolto tutti: «E’ strano non trovare Djokovic nel tabellone, e l’intera situazione è stata difficile per tutti. Il fatto che qui non ci sia il giocatore più forte del mondo è qualcosa dl diverso rispetto al solito. Ma io devo concentrarmi soltanto su Alcaraz. Averlo già affrontato mi può essere d’aiuto. Sarà un avversario caldissimo, fisicamente e soprattutto mentalmente è già molto maturo, è aggressivo e si muove bene, ma le caratteristiche di questo campo mi danno la possibilità di sfruttare le mie qualità, del resto si vive e ci si allena per giocare partite così, quindi sono pronto». *** Sembra quasi si siano letti nel pensiero: «Sarà una sfida eccitante – ammette Alcaraz – e non vedo l’ora di giocarla. Sono consapevole di affrontare un top player, il suo è uno dei servizi migliori del circuito e quindi sai già che ti metterà in difficoltà. E’ vero però che l’altra partita tra di noi l’ho vinta io, mi ricordo di essere stato molto aggressivo. Sarà fondamentale non permettere a Matteo di dominare il gioco e portarlo sul suo dritto. Da quel match sono cresciuto molto anche come esperienza». […]

Berrettini al bivio. C’è baby Nadal (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Non è ancora una marcia in fa maggiore, quella di Matteo Berrettini a Melbourne. I problemi intestinali sofferti all’esordio contro Brandon Nakashima sono superati. «Stavolta tutto bene» ha scritto sull’obiettivo della telecamera dopo il 6-1 4-6 6-4 6-1 su Stefan Kozlov, classe 1998, qualche anno fa considerato la grande promessa del tennis USA. Una vittoria che lo lancia verso un terzo turno contro il diciottenne Carlos Alcaraz, il più giovane a debuttare come testa di serie in uno Slam dai tempi di Michael Chang nel 1990. I bookmakers danno sfavorito Berrettini, sconfitto dallo spagnolo l’autunno scorso a Vienna al tiebreak del terzo set. «Più affronto certi giocatori più li conosco. Alcaraz ha studiato me, io ho studiato lui. Qui per caratteristiche ambientali e di campo posso fare bene – ha detto l’azzurro -, Alcaraz è giovanissimo, ma fisicamente e soprattutto mentalmente sembra già molto maturo. Sono fiducioso, sarà importante far pesare la mia esperienza». RAGNO KOZLOV. Il piano sembrava ben avviato anche contro Kozlov, ma dopo aver vinto il primo set 6-1 Berrettini ha perso un po’ il filo della partita nel secondo set. A un certo punto, ha anche urlato di non essere fatto per questo sport. Non ha ancora perso del tutto l’abitudine di darsi addosso. Gli serve, ha spiegato, «a trovare l’energia nervosa giusta per reagire». Sostenuto dal servizio, ha chiuso con 21 ace e un’ottima resa con la prima, il numero 1 azzurro ha cambiato marcia nel terzo set poi ha beneficiato del calo fisico del rivale, che non aveva mai giocato un quarto set in carriera prima d’ora. «Ho completamente recuperato dal problema che ho avuto all’esordio – ha detto Berrettini -. Oggi non ho giocato il mio miglior match, ma Kozlov è come un ragno. Mi sono lasciato intrappolare nella sua ragnatela, poi però ho giocato sempre meglio e gli sono stato superiore dal punto di vista fisico». Dopo l’espulsione dall’Australia di Novak Djokovic, che l’aveva battuto negli ultimi tre Slam, Berrettini è la testa di serie più alta nel quarto più alto del main draw. «E’ strano non trovare Novak, l’intera situazione è stata difficile per tutti, lui per primo. II fatto che qui non ci sia il vincitore di tre degli ultimi quattro Major è qualcosa di diverso dal al solito. Ma io devo concentrarmi su Alcaraz, che è un ottimo giocatore». Alcaraz ha le idee chiare su quale potrà essere la chiave della partita. «Matteo è uno dei migliori battitori del circuito, è difficile leggere il suo servizio – ha detto dopo il successo sul serbo Dusan Lajovic -. A Vienna, ricordo che ho risposto davvero bene. È stata quella una delle principali ragioni della mia vittoria. Sarà fondamentale entrare in campo e attaccare, non lasciare che sia Matteo a dominare con il suo diritto. Di sicuro, sarà una partita divertente. Vediamo come andrà».

Pericolo Alcaraz (Daniele Azzolini, Tuttosport)

In un tennis a fumetti, i due che Matteo e Lorenzo hanno affrontato, farebbero la loro figura nei panni di Smarty, Greasy e Stupid, o Wheezy, le sciroccate faine del commando Morton che devono arrestare Roger Rabbit a Cartoonia. A Stefan Kozlov manca solo il berretto con l’elica. A Oscar Otte un’ombra che ne insegua, sbagliando direzione, i movimenti del corpo. Il commando precede l’ingresso in scena dei grandi cattivi, di cui Capitan Alcaraz assembla alcune delle caratteristiche più nocive, su tutte la mistica determinazione a liberarsi in ogni modo di qualsiasi possibile intralcio. Salvo ricordare che i buoni alla fine vincono, quasi sempre. Come non si sa. Del resto, neanche Berrettini e Sonego, al momento, ne hanno la benché minima idea. Se il problema è Carlitos Alcaraz, Berrettini ha tempo ventiquattro ore, nelle quali dovrà riposare, liberare il corpaccione dalle scorie di un match che sperava più breve e disporre uno straccio di tattica per opporsi al diciottenne spagnolo. Lo farà partendo dalle impressioni ricavate dal match di Vienna, nei quarti, lo scorso ottobre. Lì l’allievo di Juan Carlos Ferrero straripò un un primo set vorticoso. E’ questa una delle sue prerogative, dovuta in parte all’età che gli consente di non avvertire il peso dello stress o delle fatiche accumulate. Le quali, in effetti, manco ci sono, data la facilità con cui divelle gli avversari. In primo turno il povero Tabilo, stracciato manco fosse una T shirt infeltrita, ieri Dusan Lajovic, che con spirito patriottico si cinge di bandiere serbe e di dichiarazioni evitabili. «Ci penseremo noi, i suoi amici, a tenere alto il nome di Djokovic nel torneo, e a ricordare a tutti ciò che è successo». A Vienna Carlitos partì svelto, Berrettini scese in campo solo all’inizio del secondo set, ma riuscì a vincere il tie break e a portare il terzo al gioco decisivo. La vittoria se la prese Alcaraz, ma d’un soffio: «So bene come gioca, lo spagnolo. So che sarà una sfida zeppa di trappole, ma da giocare a viso aperto, e questi sono i match che mi piacciono di più. Credo che questa superficie mi favorisca, malgrado le magagne di questi giorni sento bene la palla, e i rimbalzi sono giusti per le mie caratteristiche». […]

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Rassegna stampa

Sinner, buona la prima (Pierelli, Mastroluca, Azzolini). Maratona da favola, riecco l’Highlander (Pierelli)

La rassegna stampa di mercoledì 19 gennaio 2022

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Sinner crescente (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

L’Australia gli piace e le partenze a razzo di inizio stagione ormai sono una costante della giovane carriera di Jannik Sinner: nel 2021 vinse Melbourne 1, quest’anno non ha sbagliato un colpo in singolare nell’Atp Cup e ora sta cercando feeling anche con il primo Slam della stagione, dove al massimo ha raggiunto il secondo turno. Gli obiettivi del rosso di Sesto Pusteria sono immutati: giocare almeno 60 partite all’anno e fare il meglio possibile nei tornei più importanti, quelli che danno lustro alla carriera dei campioni. E per fare questo ha annunciato una sorpresa: allargherà il team, come rivelato da lui stesso dopo la travolgente vittoria in tre set contro il lucky loser portoghese Joao Sousa. «Come sapete – ha detto Sinner – da un po’ di tempo il mio team è composto da me e da altre tre persone: assieme all’allenatore Riccardo Piatti ci sono il fisioterapista Claudio Zimaglia e il preparatore Dalibor Sirola. A breve ci sarà un quinto componente, ma per adesso non posso dirvi altro». In attesa di sapere novità, si può ricordare come in passato, spesso, Riccardo Piatti abbia parlato di affiancare una figura di peso tipo quella di John McEnroe per permettere al suo pupillo di allargare gli orizzonti e assorbire insegnamenti che possono essere molto importanti. Staremo a vedere. Intanto Jannik parte nel migliore dei modi: Joao Sousa è spazzato via in tre comodi set, in poco più di due ore di gioco. Al prossimo turno l’altoatesino avrà l’americano Steve Johnson che ha già battuto a Roma 2019 e a Washington 2021. «Ricordo bene gli incontri con Johnson – ha detto Jannik -, in particolare quello del Foro Italico: ero sotto nel punteggio, facevo molta fatica, e il pubblico mi aiutò a tirarmi fuori dai guai e a vincere. In generale mi sento di essere la stessa persona di allora, anche se allo stesso tempo cresco, maturo, come ho fatto negli ultimi mesi. Mi chiedete del ranking e non posso certo dire che non mi interessi. Però non per il numerino di fianco al mio nome, ma perché la classifica è la diretta conseguenza dei risultati: ogni volta che vinci fai un piccolo passo in avanti. Ma non bisogna farsi abbagliare: certi obiettivi vanno valutati nel lungo periodo. So di avere tanto ancora da imparare. Penso al servizio, al gioco di volo, alla necessità di fare delle variazioni. Ci vuole quella pazienza che può essere la tua migliore amica o la tua peggiore nemica, a seconda dei momenti. Anche io sembro calmo, ma ogni tanto la fretta mi spinge a commettere degli errori, a perdere l’equilibrio del mio gioco. Io ho la fortuna di avere un team solido che mi aiuta a rimanere calmo». […]

Sinner vola sulle ali del vento (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Federico Zampaglione, il cantante dei Tiromancino, voleva imparare dal vento a respirare. Janník Sinner, invece, dal vento ha imparato che la velocità serve più della pazienza delle onde. Nella nuova Kia Arena l’altoatesino ha fatto tesoro del ricordo della sconfitta di due anni fa contro Marton Fucsovics. Il risultato è una netta vittoria sul lucky loser portoghese Joao Sousa. «Mi sono dovuto adattare in fretta alle nuove condizioni – ha detto -. Mi sono ricordato della partita che avevo perso due anni fa in condizioni ventose, e allora Fucsovics era stato bravo a comprendere la situazione andando spesso a rete per chiudere il punto. Così stavolta mi sono in un certo senso imposto di andare a giocare al volo più spesso del solito. Alla fine la tattica ha pagato». Il 6-4 7-5 6-1 vale al ventenne altoatesino la quarta vittoria consecutiva in questa trasferta australiana, iniziata con la presenza da secondo singolarista azzurro in ATP Cup, competizione a squadre in cui si è messo alla prova anche in doppio con Matteo Berrettini. I bookmaker gli danno più chances di conquistare il titolo a Melbourne di Berrettini e lo considerano, complessivamente, come il quinto favorito dopo Medvedev, Zverev, Nadal e Tsitsipas, facile vincitore ieri sullo svedese Mikael Ymer. Giovedì, il ventenne di Sesto Pusteria ritroverà Steve Johnson. Tre anni fa, agli Internazionali Bnl d’Italia a Roma, contro l’ex Top 20 festeggiò il primo successo in un Masters 1000 con sobrietà inattesa. Allora Jannik era poco più di un ragazzino alto e magro con una cascata di capelli rossi e tanta voglia di arrivare. «Ricordo bene il nostro match a Roma – ha detto in conferenza stampa Sinner -. Oggi sento di essere la stessa persona di allora. Ma allo stesso tempo cresco, maturo, l’ho fatto anche negli ultimi mesi. Non solo come giocatore ma anche nel privato. Quella partita al Foro Italico non me la scorderò mai: ero sotto nel punteggio, facevo fatica, ma il pubblico mi ha aiutato a tirarmi fuori e a vincere. Finora è senza dubbio uno dei momenti più belli della mia carriera».

Il certo e l’incerto (Daniele Azzolini, Tuttosport)

È lui il più bravo, diceva Jannik, ma a vederli oggi non si direbbe. Sinner e Musetti sembrano finiti in due zone opposte del tennis, lontanissime, agli antipodi. Non c’entrano le vittorie, la classifica. E nemmeno i risultati delle loro ultime fatiche nella notte australiana. Jannik aveva la strada spianata, un avversario a portata di racchetta, inferiore per tecnica e velocità dei colpi Musetti sapeva di avere un percorso in salita, che si sarebbe presto ridotto a un acciottolato stretto e scivoloso se non avesse imposto ad Alex de Minaur buoni diritti che gli vengono da una classe eccelsa. Sostenendoli però con il sudore di una prova vigorosa, pronto a sporcarsi le mani e a dare battaglia centimetro su centimetro. Ma così non è stato. La differenza la fa ciò che i due portano in campo, insieme con gli attrezzi del mestiere. Nel borsone di Sinner ci sono racchette e certezze. In quello di Musetti le certezze ci sono state, oggi regna la confusione che sul campo si traduce nel trambusto di un tennis che fa seguire ai colpi più spettacolari soluzioni che paiono tirate vie, senza un perché. Semola è un giovane vecchio, il suo team l’ha messo a parte di un progetto che lo porterà in alto per restarci a lungo, lui l’ha fatto suo e non deroga dagli schemi che ormai gli sono familiari. Ne ha dato prova anche ieri, dopo i tre set inflitti a Scusa. «Mi chiedete spesso della classifica, e sarebbe sciocco se vi rispondessi che non mi interessa. Mi interessa eccome, ma non tanto per il numero accanto al mio nome, quanto per essere la diretta conseguenza dei risultati che riesco a ottenere. Se vinco, salgo. Ma non mi faccio abbagliare. L’obiettivo è dato dall’evoluzione del gioco. Ci sono questioni tecniche da perfezionare. Tante. Servizio, gioco a volo, variazioni, rotazioni. Ci lavoriamo lutti i giorni, ma la conclusione è sempre la stessa: ho ancora molto da imparare. Ci vuole pazienza. C’è un team che mi aiuta a stare calmo. Ma a volte la fretta si fa strada, e allora avverto che l’equilibrio del mio gioco rischia di andare in frantumi». Musetti si stringe al primo set, giocato davvero molto bene, sebbene la magia si sia esaurita troppo presto per sperare di battere de Minaur. «Davanti al suo pubblico Alex è davvero un demonio. Sapevo che sarebbe stata dura, ma nel primo set mi riusciva tutto. Poi sono stato più discontinuo. Da domani si ricomincia, allenamento e lavoro». […]

 Maratona da favola, riecco l’Highlander: «Ho sofferto tanto» (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

Il pensiero non può che tornare a tre anni fa, quando Andy Murray lasciò Melbourne in lacrime dopo la sconfitta al primo turno contro Bautista Augut. Quella avrebbe potuto essere l’ultima partita della sua carriera, il dolore all’anca destra era troppo forte per andare avanti: lo scozzese annunciò che si sarebbe fermato, non sapendo se sarebbe mai potuto tornare in campo. Invece, dopo gli interventi chirurgici a cui si è sottoposto, si e piano piano ricostruito, andando a giocare con umiltà anche i challenger (come ad esempio a Biella a febbraio), lui che e stato due volte oro olimpico nonché eroe di tre Slam. E ora eccolo qua, a 34 anni, capace di vincere al quinto set contro Basilashvili. Dopo una battaglia di 3 ore e 52 minuti nello Slam che lo ha visto cinque volte finalista ma sempre respinto all’ultimo metro: quattro volte da Novak Djokovic e una da Roger Federer. Per Murray si e trattato del primo successo agli Australian Open a distanza di cinque anni: ha saltato il 2018 e 2020 per infortunio e il 2021 per il Covid. Stavolta, da numero 113 del mondo, ha potuto beneficiare della wild card. E l’ha sfruttata nel migliore dei modi: adesso è ritornato virtualmente nei primi 100. «Tre anni fa, qui in pratica davo l’addio al tennis – ha detto lo scozzese dopo il match -, ma l’impressione che ho avuto è quella di non averlo mai abbandonato, anche se sono stato fermo tanto tempo. È stata dura. Ho capito che avrei potuto continuare a giocare verso la fine del 2019, durante I tornei in Asia. Ma il dolore all’anca mi condiziona ancora e so di non poter dare il massimo in tutti i tornei. La strada intrapresa è quella giusta, però è difficile pensare di tornare al livello di qualche anno fa». Adesso Andy avrà un possibile secondo turno contro Taro Daniel: se saltasse anche questo ostacolo potrebbe trovarsi di fronte Jannik Sinner, impegnato contro Steve Johnson. «Mi piacerebbe andare il più avanti possibile – ha aggiunto Murray – è qualcosa che negli Slam mi manca da tanto e che mi motiva. Qui comunque ho giocato alcuni dei miei match migliori e mi sento a mio agio. Quindi...».

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