Aliassime: "Tennis e piano, la mia ricetta per suonarle al razzismo" (Cocchi). Vilas, poeta in campo e fuori (Azzolini). Djokovic, gli US Open e il santone sempre contro (Lombardo)

Rassegna stampa

Aliassime: “Tennis e piano, la mia ricetta per suonarle al razzismo” (Cocchi). Vilas, poeta in campo e fuori (Azzolini). Djokovic, gli US Open e il santone sempre contro (Lombardo)

La rassegna stampa del 7 giugno 2020

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Aliassime: “Tennis e piano, la mia ricetta per suonarle al razzismo (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

[…] Dopo Coco Gauff e Naomi Osaka, in prima linea nelle manifestazioni contro il razzismo per l’uccisione di George Floyd, anche Felix Auger Aliassime, ventenne canadese di padre togolese, numero 20 al mondo, ha voluto raccontare la sua esperienza. Felix, mai subito episodi di razzismo? “Mio padre sì, qualche anno fa a Montreal. Lui è nato in Togo ed è emigrato in Canada, poi ha sposato mia madre, bianca e canadese. Insomma stava tornando a casa con la sua Mercedes e si è accorto che la polizia lo seguiva. Lo hanno fermato e interrogato sul perché stesse guidando quell’auto. Pensavano che fosse rubata: era strano per loro che una persona di colore guidasse una macchina così costosa. Ha dovuto dimostrare che la macchina fosse davvero la sua. Può sembrare una sciocchezza se paragonata al dramma di Floyd, ma è un segnale che il razzismo e la discriminazione possiamo toccarli con mano ogni giorno, soprattutto nelle piccole cose” Sembra che la nuova generazione del tennis sia molto attiva sul fronte dell’impegno sociale. Non solo partite ma anche sensibilizzazione sui tempi più importanti. “Noi rispetto ai campioni che ci hanno preceduto abbiamo dalla nostra uno strumento molto potente, i social. Ognuno di noi cerca di fare la propria parte parlando a una grande platea. Sì, penso che noi giovani possiamo fare la differenza per sradicare la piaga sociale del razzismo e la discriminazione in generale”. Non sono stati mesi facili gli ultimi, Lei come ha trascorso la quarantena? “Quando è arrivata la notizia che non avremmo giocato a Indian Wells e Miami ero in Florida. Sono rimasto qualche giorno lì con la mia ragazza, poi sono tornato a Montreal dalla famiglia. Diciamo che pur nella difficoltà del momento, è stato bello passare così tanto tempo coi miei. […] Poi, a metà maggio sono tornato in Europa”. E’ stato complicato rientrare in Europa dal Canada? “Avendo la residenza a Montecarlo non troppo. Ho fatto tutti gli esami e ho dovuto firmare un po’ di documenti”. Sembra che sia il momento di tornare a giocare. Da metà giugno anche lei sarà in campo nell’ Uts alla Mouratoglou Academy. “Si, non vedo l’ora. Il tennis mi è mancato, la routine, l’adrenalina. Tutto quello che davo per scontato, da un giorno all’altro è sparito. Sono curioso di mettermi alla prova, vedere a che punto sono, provare il nuovo metodo di punteggio. Peccato che non ci sia il pubblico, ma potranno vederci in streaming: spero possano divertirsi”. Lei è uno dei giocatori più precoci, ha già centrato 5 finali Atp. Ora il nostro Jannik Sinner, sulla sua scia, sta infrangendo molti record di precocità. Ha qualche “consiglio” per lui? “Io non penso proprio di essere nella condizione di dare consigli (ride). Jannik gioca benissimo, lo scorso hanno ha dimostrato il suo valore. Ogni volta che si parla dei top player del futuro si fa il nome di Sinner. Lo conosco, mi sono anche allenato con lui e si impegna tantissimo, in più è umile, gentile, simpatico. E con Piatti, che ha una grande esperienza, non potrà che crescere bene”. Sappiamo che è un ottimo pianista. Tra un allenamento e l’altro ha modo di esercitarsi anche al pianoforte? “Ultimamente, andando in giro per il mondo, non avevo tanto tempo. Fermarmi a Montreal per tanto tempo è stato utile anche per migliorare al piano. Mi piace suonare Beethoven ma anche le colonne sonore dei grandi film. Poi ho una vera passione per la musica del vostro Ludovico Einaudi. Anche la musica, come lo sport, può cambiare il mondo”. Suonala ancora, Felix

Vilas, poeta in campo e fuori (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Ebbe in dote un bel po’ di soprannomi, un formidabile armamento di colpi estremi nella sua santabarbara tennistica, una cascata di capelli da gran figo e muscoli d’acciaio, che produssero molteplici vittorie, svariati record, inascoltate polemiche e infiniti amori. […] Uno soltanto eterno, l’unico reso inaccessibile dalla ragion di Stato. Uno Stato pur piccino che esso sia. Ora che la vita di Guillermo Vilas, Willy per tutti, si è disposta in modalità “erase ,’ e giorno dopo giorno si diletta a sbianchettare i ricordi, rendendoli trasparenti e inaccessibili, gli amici raccontano che quelle ore giovanili trascorse con Carolina sulle spiagge esclusive dello Sporting del Montecarlo Beach Club, documentate di nascosto dagli scatti di un fotoreporter di Paris Match, sono fra le ombre che più spesso riemergono, a cullarlo per un po: E a farlo sorridere. DEMENZA SENILE Gli amici sono quelli del patto a non divulgare notizie sulla sua salute, e sono così tanti che Willy forse non l’avrebbe immaginato. Molti anche i giornalisti, come sempre in ambasce tra i confini del labirinto tracciato dalla legge di Hume. Essere o dover essere? […] Il quotidiano Ole, lo scorso aprile, ha reso di pubblico dominio le condizioni di Guillermo e poco importa se i social, così spesso indelicati, hanno lanciato roventi accuse per lo sgarbo perpetrato. La malattia ha un nome, sindrome neuro-degenerativa. Non proprio Alzheimer, o non ancora. Da noi, demenza senile, malgrado Guillermo abbia appena 67 anni e finché gli è stato concesso dalla sorte si è mostrato con donne sempre più belle e sempre più giovani al proprio fianco. «Sembri una fattucchiera», gli diceva Panatta, mentre Vilas se lo abbracciava con il trasporto che riservava agli amici di una vita. Vestiva di nero da quando aveva lasciato il tennis giocato. Pantaloni larghi e maglioncino, un gran basco sulla tre quarti che non riusciva a trattenere i boccoli ingrigiti da Medusa ormai pensionata, poi le scarpe, il foulard, e perfino l’orologio. Tutto nero. E anche un po’ sgualcito. Con quell’aria da artista e poeta che ha sempre preferito a quella da tennista. Divennero amici, con Adriano nei primi Settanta, quando Willy, diciottenne, imboccò le vie del professionismo. Fu Guillermo a chiedergli di aiutarlo. Cercava il posto fisso, uno stipendiuccio che gli procurasse una stanza in cui dormire e gli evitasse di tornare in Argentina alla fine di ogni torneo. Panatta, ventenne allora, chiese alla federazione di assumerlo come sparring della squadra di Davis, inventando l’assoluta indispensabilità di un mancino fra di loro. Cosi, Guillermo trovò gli emolumenti che cercava e anche una stanza all’Acquacetosa, nella Foresteria. Era un ragazzo semplice, simpatico, boccoli biondi e aria da macho, e piaceva alle donne, a tutte, ragazze, mamme, principesse e nonne. […] Raccontava Galeazzi, forse con una punta d’invidia: «Mangiava sei volte al giorno. Ai primi Internazionali fu ospite di un avvocato romano che conoscevo, amico del padre. Lo sentii lamentarsi per anni delle spese che dovette sostenere per sfamarlo». Ma i tennisti, forse già lo sapete, sono tutti un po’ bipolari. Hanno una doppia personalità (anche tripla e quadrupla, alcuni di loro). Guillermo era un masochista bell’e buono e lo dimostrava negli allenamenti. Amava i percorsi difficili, le fatiche improbe, le corse zuppe di sudore. E dato che ogni masochista finisce inevitabilmente per accompagnarsi a un sadico, Willy finì presto fra le pelose spire di un ragno più grosso di lui, Ion Tiriac. Il quale prese – con un vero brivido di piacere – a confezionargli autentici percorsi di guerra. «Lo alleno alla precisione e alla sofferenza silenziosa», diceva, con il ghigno che fa da brand a qualsivoglia emulo del Marchese primigenio, il De Sade. Gli preparava in realtà una sorta di tennis ipotetico, dentro il quale Guillermo, sudando, smaniando, soffrendo, avrebbe dovuto rintracciare gli elementi vincenti del tennis vero. Gli alzava la rete, per esempio, e qualche volta la bucava. Poi con la voce da orco comandava: «Infilaci la palla». E Vilas il più delle volte ci riusciva. The young bull of the Pampas, per gli americani. Un giovane toro. Da noi, il poeta delle Pampas, non si capisce se per fare un torto al suo tennis, alla poesia, o alle Pampas che Willy, per sua espressa dichiarazione, non aveva mai visitato. Componeva versi che nessuno voleva, e lui se li editava da solo. Due libri in tutto, il primo dedicato a Carolina di Monaco, “tu sei partita e io sono restato nudo e triste come un albero senza rami”… Il secondo dal titolo “125; che molto fece discutere sui reconditi motivi di quel numero, salvo poi contare le poesie in esso contenute. Centoventicinque appunto. Versi d’amore, per lo più. L’amore vagheggiato e l’amor carnale, per la gioia delle fans osannanti e del suo più accanito avversario, Ilie Nastase. ‘Quando mi donasti la tua bocca assetata il mio corpo desideroso di corpi vibrò e quando il mio pene sparse il suo miele pianse la mia anima assetata d’amore” Autentica manna, quei versi, per uno deciso a contrastarlo in tutto. […] E fuori, come improvvisato interprete di quelle poesie, con le quali amava giocare dando vita a improvvisati quanto scostumati teatrini. Accadeva sempre, quando giocavano l’uno contro l’altro. Su un punto ottenuto in destrezza (di quelli che Guillermo mal sopportava), Ilie fermava tutto e dalla tasca dei pantaloncini spuntava il libriccino sul quale aveva trascritto i versi del poeta. Allora Nasty dedicava a Vilas le sue stesse poesie, commentando in modo osceno i passaggi che suonavano meno riusciti, o più osé. Il pubblico rideva, Willy s’incazzava, Ion scuoteva la testa. Pare che la guerricciola fosse nata proprio a causa del coach, da poco tennista in pensione. Nastase dava per scontato che Tiriac sarebbe rimasto al proprio fianco, quello invece scelse Guillermo, che gli assicurava con la continuità dei risultati un assegno mensile che Nasty non si sarebbe potuto permettere. A AIX-EN-PROVENCE Fu su questi prodromi già alquanto foschi, che scoppiò la crisi del 1977, quella della Racchetta Spaghetti. L’aveva inventata, non si sa come, un orticoltore tedesco, forse amante del tennis, di sicuro non privo di tempo da perdere. Si trattava di una doppia incordatura che prevedeva, insieme con un minor numero d’incroci fra le corde, l’utilizzazione di nodi nei punti di sovrapposizione delle stesse, tali da rendere ruvida la superficie d’impatto con la palla. Venne introdotta nel circuito professionistico dal francese Goven e dallo statunitense Fishback. Battuto da Goven, anche Nastase volle provarne l’efficacia e decise di utilizzarla nel torneo di Aix en Provence dove – guarda il caso – giunse in finale proprio contro Vilas. Veniva, Guillermo, dal suo anno dei record. Aveva debuttato in Australia, sull’erba, raggiungendo la finale, poi aveva approfittato dell’assenza di Borg a Parigi per vincere il suo primo Slam (Fibak, quindi Ramirez, infine Gottfried steso con un 6-0 6-3 6-0 che la dice lunga) e si era ritrovato a luglio, di nuovo sull’amata terra (rossa in Europa, verde in America), pronto a fare i conti con una classifica che non lo vide mai numero uno e a suo dire gli sottraeva punti. Vinse quattro tornei di seguito (Kitzbuhel, Washington, Louisville e South Orange), si fermò per una settimana, tornò e vinse ancora a Columbus, e andò da favorito agli Us Open, che quell’anno si giocavano su terra, ultimo, vano tentativo di Forest Hills per non farsi scalzare dai campi in cemento di Flushing Meadows, che dal 1978 ne prese il posto spingendo il torneo più vicino a Manhattan. Vinse anche gli Us Open, Guillermo, dilagando con un 6-0 nel quarto set contro il numero uno Jimmy Connors, in finale. Il settimo successo di fila giunse a Parigi, a fine settembre, e al successivo impegno di Aix en Provence Guillermo si presentò con una striscia ininterrotta di 42 match vinti di seguito, che comodamente portò a 46 raggiungendo la finale. E li incontrò Nastase con la sua racchetta bitorzoluta. Innocua nelle mani di onesti tennisti come Goven e Fishback, quell’incordatura raddoppiata, messa a disposizione del tennis artistico di Nastase, imponeva alla palla le stesse acrobazie di un aereo della Pattuglia Tricolore. Scendeva d’improvviso, assumeva traiettorie arcuate, allungava e accorciava i rimbalzi senza un perché. Vilas si ritrovò presto sotto, 6-1 7-5, e al termine del secondo set Nastase, non contento, volle infierire estraendo dal borsone il fatidico libretto. Cominciò a leggere le poesie, a recitarle a voce alta davanti al pubblico, sghignazzando e trascinando tutti al riso più sfrenato. Per Vilas fu troppo. Se ne andò infuriato senza neanche dare spiegazioni, piantando in asso Ilie, il record, la finale e l’intero torneo. La Racchetta Spaghetti fece ad Aix en Provence la sua ultima apparizione, poi la doppia incordatura venne proibita. Guillermo riprese a vincere dal torneo successivo firmando una seconda striscia di 26 match consecutivi. Il suo record ancora resiste, con i 46 centri ottenuti da Kitzbuhel in poi, e nemmeno Federer, Nadal e Djokovic sono riusciti ad avvicinarsi. Ma sarebbero stati 73 senza Ilie e la racchetta proibita. IL DOSSIER La battaglia per la classifica, è ancora lì. Un dossier finito in qualche armadio dell’ATP, che gli promise una risposta, e forse gliela darà, prima o poi, ma finora – fanno sapere – non c’è stato il tempo. Sono passati sei anni. Un mistero che segue Willy come un’ombra. Vilas era convinto che il suo 1977 valesse il numero uno. Del resto, è difficile spiegare come un tennista da 920 vittorie sui 1201 incontri disputati, 62 centri nei tornei, 4 successi nel Grand Slam (Parigi il 5 giugno poi gli Us Open nel ’77, Australian Open nel ’78 e’79) e altre tre finali al Roland Garros, primo nel Grand Prix per tre stagioni e numero due per 83 settimane, non abbia ricevuto le insegne del primato anche solo per un minuto della sua carriera. Guillermo ha sempre avuto dei sospetti sulla classifica, non che sia stata manomessa a bella posta contro di lui, piuttosto che non abbia funzionato sempre a dovere. Qualcosa del genere la pensa anche Panatta, convinto non soltanto delle ragioni dell’amico, ma anche del proprio buon diritto a ritenersi sottovalutato in quel 1976 che lo vide appena quarto sommando – nel periodo fra luglio 1975 e luglio 1976 – tre successi sui numeri uno (Connors, Newcombe e Borg) a vittorie che andavano da Kitzbuhel e Stoccolma, a Roma e Parigi, in aggiunta alle finali di Barcellona, Madrid, Buenos Aires e Gstaad. Il dossier consegnato all’ATP nel 2014 curiosamente smentiva e insieme dava ragione a Guillermo. Il numero uno gli spettava di diritto, ma non nel 1977, bensì due anni prima. Lo redassero un giornalista argentino, Eduardo Puppo e un matematico rumeno, Madan Ciulpan. Mille e duecento schede a coprire gli anni dal 1973 al 1978 che evidenziano come la media punti di Willy, per cinque settimane a partire dal 22 settembre del 1975 (cui si aggiungono le prime due settimane del 1976), fosse più alta di quella del numero uno di allora, Jimmy Connors. Forse un giorno l’Atp chiarirà, nella speranza che un eventuale riconoscimento non giunga postumo. IL GRAN WILLY La parabola dell’uomo che domava l’erba australiana (una finale Masters e due Slam) e si smarriva come un principiante sui prati di Wimbledon (appena due quarti di finale), che non giocava mai partite di allenamento ma le scambiava volentieri con rampe di otto piani da scalare dieci, venti volte di seguito, il ragazzo dai boccoli d’oro che si allenava per otto ore ogni giorno accumulando fatiche che nessuno prima o dopo di lui ha mai ritenuto accettabili, tranne forse Thomas Muster, che anche sotto la scure di Tiriac non smise mai di accettare i consigli del suo primo insegnante, l’argentino Felipe Locicero, famiglia sicula, di professione coiffeur, socio del club Nautico di Mar del Plata, pessimo tennista ma studioso compulsivo di ogni manuale sul tennis esistente sulla faccia della terra, cui il padre di Guillermo, avvocato notissimo, affidò il figlio per farlo sfogare un po’ in attesa che diventasse anch’esso un avvocato di grido, forse, dicevamo, il grande mistero di un tennista che fu tutto e il contrario di tutto è agevolmente racchiuso nel breve tratto che va dal suo soprannome di sempre, Willy, all’invenzione di un colpo che lasciò in dote al tennis e che a lungo ha portato il suo nome, il Gran Willy, sebbene oggi si preferisca chiamarlo Tweener e attribuirlo ai moderni epigoni dell’argentino double face. Il colpo sotto le gambe, che altro? Fu per caso che quel colpo prese forma. Forse una palla deviata da un grumo di terra, una piccola emergenza tecnica sulla quale Willy mise da parte l’acciaio dei muscoli forgiati in ore di estenuanti allenamenti, e si produsse poeticamente in una invenzione da Barnum, rivelatrice della sua doppia anima di giovane tutto d’un pezzo eppure pazzo del tutto. Bastò aggiungere un “Gran” davanti al suo nome per chiudere il cerchio di tanta efficiente spensieratezza, un po’ come si fa con gli Slam e il Grand Slam.[…] La perfetta espressione artistica di un ragazzo che visse il tennis come un’ossessione e la poesia come il suo antidoto. 

Djokovic, gli Us Open e il santone sempre contro (Marco Lombardo, Il Giornale)

Il santone Nole vuole cambiare il mondo con la meditazione, la salute con l’alimentazione, il tennis con il suo metodo olistico. Va bene essere un numero uno del mondo, ma se mentre il tuo sport cerca di ripartire tu ti metti di traverso, forse abbiamo un problema. Il motivo del contendere sono gli Us Open di fine agosto, che gli organizzatori vorrebbero comunque far disputare, magari a spalti vuoti ma con tutte le tv (paganti) presenti. […] Poi ci sarebbe il problema Trump, ma chiusi tutti dentro il villaggio di Flushing Meadows anche la sicurezza sarebbe garantita. E dunque, dicono loro, perché no? La risposta appunto arriva da Djokovic, il quale si è espresso abbastanza chiaramente: «Le regole da rispettare per essere ammessi lì, per giocare semplicemente, sono estreme. Posso capire che per motivi finanziari, a causa di contratti già esistenti, gli organizzatori vogliano che l’evento abbia luogo. Però, vedremo che accadrà». Il tutto affermato, per dire, mentre sta organizzando in patria l’Adria Tour per ricominciare a picchiare palline, mentre il circuito resterà fermo fino al 31 luglio. Insomma: mentre Nadal si rende disponibile a ricominciare e Federer sta in famiglia fin quando serve, il terzo dei big fa trasparire poca voglia di stare alle regole degli altri. Soprattutto perché si sta costruendo le sue. In questo periodo infatti, oltre a rivelarsi no-vax convinto (e quindi contro il vaccino per tornare in campo), il santone ha dispensato consigli via Instagram, con lezioni da guru per i suoi fans. In pratica: il tennis è lontano per Djokovic, ma gli affari comunque vanno benissimo. E decidete voi il confine tra il guru e un paraguru

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Ercoli)

La rassegna stampa di venerdì 5 agosto 2022

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Lorenzo Ercoli, Corriere dello Sport)

A ventisei anni stava per abbandonare il tennis, tre stagioni dopo incanta Umago con una semifinale e si porta a un passo dalla top 100 mondiale. Potrebbe sembrare la trama del sequel di “Match Point”, scritta e diretta da Woody Allen, ma è semplicemente la storia di Franco Agamenone. Il racconto del tennista italo-argentino, dal 2020 in campo con nazionalità italiana, inizia nel 1993 a Cordoba, ma ha dei marcati tratti tricolore. «C’è stato un periodo in cui facevo fatica ad entrare in campo e a ogni sconfitta crollavo mentalmente. Prima di trasferirmi in Italia avevo quasi smesso di crederci», raccontava qualche tempo fa l’attuale numero 108 del mondo, a inizio 2020 ripartito fuori dalle prime mille posizioni. Giovane, Franco si era subito fatto strada come uno dei prospetti più interessanti del tennis argentino, ma non appena sono mancati i risultati nei primi anni di professionismo, sono venute meno anche le condizioni di stabilità economica. La rinascita parte da Lecce, dove ha trovato un ambiente ideale e soprattutto un maestro perfetto, Andrea Trono. Ingaggiato dal CT Mario Stasi come semplice giocatore per il campionato a squadre, Franco strega il capitano, che fa di tutto per convincerlo a provarci un’ultima volta. L’opera va a buon fine e regala un nuovo tennista alla batteria tricolore: «Qualche anno fa non stavo bene, ma ci ho provato di nuovo e a Lecce ho trovato la situazione perfetta. La gente mi vuole molto bene ed in qualche modo qui riesco a respirare l’odore di casa: sono davvero felice». La consacrazione di Franco è arrivata a più di 11.000 km dall’Argentina, la stessa distanza percorsa dai suoi bisnonni quando, come centinaia di migliaia di italiani a cavallo tra il 1902 ed il 1912, migrarono in Sud America alla ricerca di un futuro migliore. Più di cent’anni dopo Franco ha percorso la rotta inversa per cercare fortuna qui, lontano dagli affetti più cari. In tempi recenti la famiglia Agamenone è stata lontana per più di un anno e mezzo, la reunion è avvenuta a giugno in occasione della trasferta di Wimbledon. «Per chi ha famiglia in Argentina non è facile fare questo lavoro perché siamo sempre in giro e tornare a casa è molto più difficile per noi che per i giocatori europei. Rivederci dopo quasi due anni è stato un momento toccante per tutti. Siamo stati insieme per un mese e i miei genitori sono rimasti molto sorpresi dai miei miglioramenti in campo». Giocatore sopra il metro e novanta, Agamenone ha scoperto all’improvviso di poter giocare un tennis diverso, in grado di poterlo portare a vincere anche sul cemento. Nelle ultime due stagioni ha impreziosito la sua ascesa con i titoli Challenger di Praga, Kiev e Roma, ma i veri capolavori sono la partecipazione al tabellone principale del Roland Garros e la recente semifinale all’ATP 250 di Umago dove si è fermato al cospetto del n.1 d’Italia Jannik Sinner «Sono contento. Ho sempre creduto di poter arrivare vicino alla top 100 e adesso sono convinto di potermi spingere oltre: non ho paura di sognare. Il mio segreto? Non penso mai alla classifica ma solo a migliorare, il resto viene da sé».

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Zeppieri: «Io, tennista per caso grazie alla scuola» (Burreddu). Un’onda azzurra su New York: 34 italiani (Fiorino)

La rassegna stampa di mercoledì 3 agosto 2022

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Zeppieri: «Io, tennista per caso grazie alla scuola» (Giorgio Burreddu, Corriere dello Sport)

Due anni fa stava per smettere. «Volevo farlo, sì. Fortuna che i miei genitori mi hanno fatto riflettere. Loro sono per la libertà: scegli tu, ma sempre con attenzione. E’ che non mi divertivo più, mi ero rotto. Ero bloccato». Se Giulio Zeppieri avesse lasciato il tennis, oggi mancherebbe un tassello prezioso al maestoso mosaico dello sport italiano. Andate a rivedervi la bellezza delle tre ore giocate da Zeppo (è così che lo chiamano) contro Alcaraz, a Umago, in semifinale, e capirete che il tennis azzurro ha colori infiniti. Uno è lui. «E’ stata la prima sfida contro un giocatore di quel livello. Carlos, sulla terra, è tra i primi tre del mondo. Io fermato dai crampi. Doveva andare così, quasi mi scappava da ridere. Però quel match mi ha fatto capire che a quel livello passo starci e che però devo lavorare ancora tanto. Il mio tennis è moderno, aggressivo per comandare lo scambio. Il gioco migliore lo faccio così, non quando temporeggio».

Il primo a contattarla dopo la partita contro Alcaraz?

 

La mia ragazza. Ma tutti sono contenti per me. E orgogliosi.

Come ha cominciato?

A scuola, prima elementare. C’erano due corsi pomeridiani di tennis, scelsi un po’ a caso. Facevo tantissimi sport. Calcio, nuoto, sci, baseball, basket. Sono iper competitivo. Quando, a dodici anni, ho capito di esserlo ad alto livello, ho pensato di potermi anche divertire.

Per lei che cos’è lo sport?

Apertura mentale. Vedo posti nuovi, conosco gente, altre culture. E poi mamma mi ha inculcato un pensiero: mai stare con le mani in mano.

Ha capito cosa ci vuole per essere un grande tennista?

Sì, da un po’: bisogna lavorare tutti i giorni, il talento non basta e la testa fa molto, il 70%. Ora sto giocando meglio di rovescio rispetto a prima, sto cercando di fare più lavori a rete. Il servizio e il dritto sono i miei colpi migliori, ma sto lavorando su tutto, per essere completo.

Qual è il suo sogno?

Diventare un tennista professionista e essere contento della mia vita. Guardare indietro e dire: no, non ho rimpianti. Mi piacerebbe vincere Roma o uno tra tutti gli Slam. Per ora l’obiettivo è migliorare. So che questo è un anno interlocutorio. Se finisco cento al mondo, bene. Ma non è un pensiero fisso. Vivo a Roma da qualche mese con altri cinque ragazzi, tutti tennisti, più piccoli e anche più grandi. E’ stato un passo importante. Io sono romano, ma sono cresciuto a Latina: gli amici , la famiglia, tutto lì. Lasciare casa non è facile. Però è un passo che andava fatto. Anche così si diventa grandi. 

Un’onda azzurra su New York: 34 italiani (Luca Fiorino, Corriere dello Sport)

Un’ondata azzurra imperversa su New York Matteo Berrettini e Jannik Sinner sono pronti a guidare una spedizione italiana da record per gli Us Open, ultimo Slam stagionale al via il 22 agosto sui campi in cemento di Flushing Meadows con il tabellone di qualificazione, al quale sono iscritti per la prima volta nella storia ben 22 azzurri. I cinque italiani già sicuri di un posto nel main draw – oltre al romano e all’altoatesino ci sono Fabio Fognini, Lorenzo Sonego e Lorenzo Musetti – aspettano buone notizie dal plotone guidato da Franco Agamenone e Giulio Zeppieri. Dopo l’ottima prestazione contro Carlos Alcaraz, il tennista di Latina si prepara all’appuntamento negli States con tanta più consapevolezza. «Sono molto elettrizzato all’idea di poter giocare a New York – confessa Zeppieri – Immagino che assisteremo a tanti derby». Musetti, appena entrato per la prima volta in top 30 dopo essere diventato ad Amburgo il terzo italiano più giovane a conquistare un titolo ATP, è entusiasta. «Partirò martedì prossimo per Cincinnati. Spero di giocare più partite possibili prima degli Us Open per potermi riabituare alla superficie. Voglio mantenere la stessa mentalità propositiva di questo periodo». Nell’entry list femminile figurano invece Martina Trevisan, Camila Giorgi (chiamata a difendere prima il prestigioso titolo conquistato alla Rogers Cup), Jasmine Paolini e Lucia Bronzetti. Nel tabellone cadetto proveranno invece a sbaragliare la concorrenza altre tre azzurre: Sara Errani, Lucrezia Stefanini ed Elisabetta Cocciaretto. «Sarà un’esperienza nuova perché gli Us Open li ho giocati soltanto a livello juniores – rivela la marchigiana – ma darò il massimo per qualificarmi». Tra uomini e donne, dunque, i tennisti azzurri iscritti allo Slam americano sono 34. Una marea tricolore.

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