Lettere al direttore: il no a uno Slam penalizzerebbe più Djokovic o Nadal?

Editoriali del Direttore

Lettere al direttore: il no a uno Slam penalizzerebbe più Djokovic o Nadal?

Lo stop dovuto al COVID-19 giova a Federer? Pete Sampras GOAT. Nuove regole del tennis al microscopio

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Come promesso, dopo la prima maxi-risposta alla domanda su come ‘scongelare’ le classifiche, ecco le risposte alle altre lettere che mi avete mandato. Continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


I PROSSIMI US OPEN E ROLAND GARROS RISCHIANO DI ESSERE RICORDATI COME WIMBLEDON 1973

Gent.mo direttore, lei pensa che rischiamo di avere uno US open o un Roland Garros come il Wimbledon 1973? E che accanto al nome del vincitore si metterà un asterisco? (Gianni Ferrari Milano)

 

No, non lo penso. Credo che alla fine la partecipazione sarà di primo livello. Mancherà Federer, ma è già mancato in altri Slam, dal 2016 in poi. A Wimbledon furono assenti, per lo sciopero d solidarietà a Pilic, 79 dei primi 100 tennisti del mondo. Wimbledon potè legittimamente sostenere che i “Championships” erano più importanti dei tennisti.

Quest’estate ne mancheranno, forse più a New York che a Parigi, massimo una ventina. E forse nemmeno quelli. Il 75% dei top 100 sono europei. Non ci sarà bisogno di nessun asterisco. E qualche anno dopo ci si dimenticherà perfino di chi erano e quanti erano gli assenti. Così come la gente, la pubblica opinione intendo, non ricorda davvero se un campione ha goduto di un tabellone più facile o difficile. Tutt’al più ricorda la finale. Tutti ricordano che Federer è tornato grandissimo – e a sorpresa – nel 2017 a trionfare all’Australian open battendo Nadal al quinto set (e magari qualcuno ricorda pure che Nadal era avanti nel quinto), ma se ricorda anche che Federer rivinse nel 2018 battendo Cilic, di certo non ricorda che non batté nessuno dei primi 20 del mondo prima della finale. Avrebbero potuto esserci innumerevoli assenti.

Anche se nel prossimo Slam dovesse imporsi per la prima volta un tennista che uno Slam non l’ha ancora mai vinto, dubito fortemente che la gente fra qualche anno perda tempo a sottolineare che Tizio e Caio non c’erano. Più facile tuttavia, anche in questo caso, che ciò possa accadere a New York piuttosto che a Parigi.  Del resto l’asterisco non viene messo neppure nel conto dei 24 Slam record di Margaret Court sebbene lei ne abbia vinti ben undici all’Australian Open con una concorrenza molto ma molto limitata (perché pochissime delle migliori tenniste volevano affrontare lo stress di una pesantissima trasferta australiana).


CHI CI RIMETTE FRA NADAL E DJOKOVIC A DISERTARE L’US OPEN?

Dopo le prime dichiarazioni abbastanza scettiche all’idea di affrontare il Covid-19 a New York, sembra che sia Djokovic sia Nadal siano diventati più possibilisti. Chi ci rimetterebbe di più a non andare? (Claudio Ricci Reggio Emilia)

Tutti e due. Anche quando dicono di non tenere al record degli Slam, in realtà ci tengono eccome. E le occasioni per arrotondare il bottino, con gli anni che passano, non saranno poi tante. Nadal può eguagliare Federer e vi sembra poco? Djokovic può avvicinare chi lo precede per tentare il sorpasso nel 2021. Entrambi, e soprattutto Djokovic per il suo ruolo, hanno anche la necessità di dimostrarsi solidali e non menefreghisti con gli altri tennisti. Chissà, magari alcuni di questi altri, potrebbero anche preferire che i due top player dessero forfait, ma in termini di immagine anche fra i colleghi, Djokovic e Nadal farebbero una brutta figura se decidessero di non giocare lo slam americano.

Sono curioso, piuttosto, di capire a quale dei due Masters 1000 eventualmente ciascuno di loro due rinuncerebbe nel caso arrivassero in finale (o anche in semifinale) a New York. Secondo me Nadal preferirebbe giocare a Madrid, per tanti motivi, e Djokovic invece forse a Roma. Mi sembrerebbe strano giocassero tutti e due gli Slam, tutti e tre i Masters 1000. E mentre Cincinnati serve a preparare lo US Open, invece l’accoppiata Madrid-Roma avrebbe di fatto ben poco senso. Salvo sconfitte, qua o là, nei primi turni…così da consentire recuperi più agevoli. Ma quale campione vorrebbe mettere in preventivo una sconfitta? La differenza sta nel fatto che un’assenza di uno dei due in uno Slam non porterebbe gran beneficio né all’uno né all’altro. Mentre quella di uno dei due in un Masters 1000 forse invece sì.


FEDERER È DANNEGGIATO DALLO STOP DEL CORONA VIRUS?

Roger Federer – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Egregio Scanagatta, sono suo seguace da tantissimi anni (toscano, lettore della Nazione). Non credo che lo stop Corona-virus avvantaggi Federer (per lui anno perso, anche per l’infortunio), anziché i sue due maggiori avversari, che hanno alcuni anni di meno. Per Djoko e Nadal è molto meglio un Federer più vecchio di un anno! Va tenuto conto che a Wimbledon scorso ha vinto Djoko ma Federer ha avuto due match-point sul proprio servizio! Hai voglia di parlare della solidità mentale di Djokovic. Se uno non concretizza un rigore al novantesimo puoi anche vincere la partita, ma fai bene a non esagerare con i festeggiamenti (Antonio Moise)

Non mi pare che Djokovic abbia esagerato con i festeggiamenti. Anzi era talmente seccato di aver avuto tutto il tifo contro che ha a malapena esultato. Forse si riferiva quindi i festeggiamenti dei suoi fan. Io non conosco la gravità del problema al ginocchio di Federer. Certo se ha dovuto sottoporsi a un nuovo intervento chirurgico significa che non sarebbe stato in grado di difendersi al meglio né a Parigi né a Wimbledon. E allora, fermo restando che non sarebbe certo stato favorito a Parigi, questo stop non lo ha danneggiato. Certo che l’anno prossimo avrà un anno in più, ma sperabilmente il ginocchio lo avrà sistemato. E se si dice che è meglio un asino vivo che un dottore morto, a gennaio prossimo Roger sarà vivo e non sarà certo un asino, nonostante l’incalzare dell’età. Mentre i suoi rivali potrebbero anche arrivare esausti da un finale di stagione super-stressante… quando Nadal negli ultimi anni invece si era spesso concesso una pausa. Obbligata ma pur sempre pausa.


 PETE SAMPRAS IL PIU FORTE TENNISTA DI TUTTI I TEMPI?

Caro Direttore, secondo lei, perché ci si dimentica così facilmente di Pete Sampras? Le confesso che io lo considero il più grande di tutti i tempi con una sola “macchia” che è costituita dalla partita persa contro Federer a Wimbledon (un grande rammarico, considerando il tutto a posteriori). Secondo me, bisogna ammettere che egli dominò gli anni ’90, un periodo in cui non erano solo in tre a giocare bene a tennis. Grazie e saluti (Massimo)  

È normale che i Millennials non abbiano idea di come giocava Sampras, servizio (prima come seconda), dritto, volée da vero fenomeno, uno smash infallibile e con un’ elevazione degna di Air Jordan. Poi una capacità impressionante di giocare al meglio i punti importanti. È altrettanto normale che i Millennials lo sottovalutino perché è impossibile non restare colpiti, anzi proprio impressionati, dai record pazzeschi dei top 3 di questo terzo millennio. Sampras è stato l’ultimo eroe tennistico del XX secolo. Gli americani lo chiamavano Pistol Pete per l’esplosività del suo servizio, per i missili di dritto, o anche Sweet Pete perché lui non diceva mai una cosa antipatica, non era mai polemico. Anzi semmai poteva apparire talvolta un po’ noiosino. Nel ribattere ad Agassi, il kid di Las Vegas che aveva tutt’altro carattere, Pete era capace di opporsi con un “Io lascio parlare la mia racchetta”…e una racchetta non ha mai fatto ridere nessuno. Fatto sta che Pietrino l’Antidivo – come lo chiamava Gianni Clerici – ha vinto 14 Slam quando il record di Roy Emerson, 12 Slam, pareva imbattibile e dovuto principalmente al fatto che “Emmo” li aveva conquistati approfittando del passaggio al professionismo dei migliori della sua epoca, Rosewall, Laver, Hoad, Gonzales e soci. Era un record, quello di “Emmo” che reggeva da un quarto di secolo.

Poi sono arrivati invece i 14 Slam di Pete, dal primo colto a sorpresa nel ’90 a New York da testa di serie n.12 su Agassi che era più anziano di un anno e favorito. Fino all’ultimo dei 14 Slam quando sembrava ormai in declino nel 2002 all’US open, di nuovo contro il rivale di sempre Agassi (33 ace disseminati lungo 4 set, 6-3 6-4 5-7 6-4, per raggiungere la vittoria n.20 su 34 duelli all’ultimo sangue). E in mezzo sette Wimbledon, che se non fosse stato per il fenomeno Federer che ne avrebbe vinti ben otto, chissà quanto avrebbe resistito come record. Si diceva che quello di Wimbledon fosse il suo giardino, che le chiavi dei Doherty Gates le avesse prese lui.

Quattordici Slam parevano insuperabili. Anche perché, salvo le eccezioni Rosewall e Connors, non si pensava che si potesse essere competitivi ai massimi livelli anche superati i 32-33 anni, in uno sport sempre più caratterizzato dalla potenza atletica, dalla forza fisica, dalla rapidità. E anche 286 settimane da n.1, sei anni di fila chiusi da n.1 del mondo, parevano record insuperabili, seppur raggiunti da una star… normale!

Ciò detto, però, pur essendo io un grande, grandissimo estimatore di Pete Sampras – a proposito del quale, vi preannuncio, sta per uscire a giorni un libro scritto dal mio amico Steve Flink in collaborazione proprio con Sampras – non posso fare a meno di sottolineare anche quella sua incompletezza tecnica che mi impedisce di condividere quanto scrive Massimo. Non può essere il più grande di tutti i tempi un giocatore che al Roland Garros non solo non è mai riuscito a trionfare, ma nemmeno ad arrivare in finale. E a giocare una sola semifinale, nel 1996, in 13 partecipazioni caratterizzate anche da tre eliminazioni al primo turno e da cinque al secondo. Ha vinto 64 tornei… ma sui campi rossi soltanto a Kitzbuhel (con l’aiuto dell’altitudine che faceva volare ancor di più i suoi missili di servizio) e Roma 1994, dove l’allora direttore del torneo Franco Bartoni aveva trasformati i campi di “fango rosso” che avevano favorito i “terraioli” sudamericani per anni, in campi dove la terra rossa era stata appena spruzzata e pareva di giocare sul cemento, tant’è che in finale Sampras battè Becker che aveva sconfitto in successione Stich nei quarti e Ivanisevic in semifinale. Insomma, quel torneo anomalo al Foro pareva lo si fosse giocato a Wimbledon!


LA REGOLA SUGGERITA DAL LETTORE E QUELLA DAL DIRETTORE

Caro Direttore, le scrivo sulla scia di queste nuove regole inventate da Mouratoglu per l’Ultimate Tennis Showdown. Come tanti altri appassionati, non le condivido affatto, ma forse è lecito che ci sia l’esigenza di attrarre un pubblico più giovane. Dico “forse” perché in fondo Wimbledon è il più tradizionalista dei tornei, eppure quello con più fascino; inoltre, vorrei verificare quell’indagine di mercato dove si è giunti a quell’età di 61anni citata da Mouratoglu. Comunque, (qui mi autocito perché l’avevo già scritto come commento a un recente articolo) se si volesse premiare il gioco d’attacco e fantasioso, basterebbe che il “vincente” (senza che l’avversario tocchi la palla) valga doppio – vale sia per uno smash/volée che per un passante. Da questa regola sono esclusi gli ace di servizio per non dare troppo vantaggio al servitore. A mio avviso, data la maggiore posta in palio, i giocatori rischierebbero di più e la qualità di gioco migliorerebbe senza snaturare il gioco stesso; le partite sarebbero più veloci e più spettacolari. Ovviamente, una regola del genere dovrebbe essere accettata nelle dovute sedi, ma l’implementazione sarebbe semplice e non traumatica per nessuno. Secondo lei potrebbe essere una proposta accettabile/percorribile? Che idee ha in proposito?

Cordiali saluti, Gianluca Jandelli (Bali, Indonesia)   

In breve. All’indagine di Mouratoglou secondo cui gli appassionati di tennis avrebbero mediamente 61 anni non ci credo affatto. Per me è una notizia manipolata e raccontata ad arte.

Il vincente che vale triplo assomiglia un po’ ai tre punti nel calcio che come conseguenza hanno fatto sì che il pareggio sia un risultato molto meno interessante di una volta, sia molto più di una mezza sconfitta piuttosto che una mezza vittoria. Temo che snaturerebbe un po’ il gioco: se io fossi in grossa difficoltà, anziché tentare di buttarla di là alla meno peggio – all’insegna di quanto diceva il maestro Tellarini tanto caro a Rino Tommasi: “Tirala di là, può darsi che non torni indietro” – per evitare di dare un assist a un vincente del mio avversario e di consentirgli di fare due punti, la butterei in tribuna. Credo che molte palle finirebbero in bocca agli spettatori!

Io fra tutte le regole tradizionali del tennis… ho pensato a volte che così come nel volley è stato un bene aver abolito la vecchia regola del cambio palla, forse si accrescerebbe la suspence di ogni singolo game se non fossero quasi sempre i battitori a conquistare il game. Ci sono set che terminano senza break, o magari con un solo break (un 7-5, un 6-4, anche un 6-3 se chi vince il set ha cominciato a servire per primo). Certi game, soprattutto sui campi veloci, finiscono in un baleno, a zero, a 15. Il discorso vale soprattutto per il tennis maschile, dove l’incidenza del servizio è a mio avviso eccessiva. Infatti in termini di incertezza è decisamente più imprevedibile il tennis femminile. Ogni game – salvo debite eccezioni – può essere vinto, fra le donne, da chi batte come da chi risponde. Ho pensato che il solo modo per dare incertezza a un maggior numero di game campo maschile sarebbe quello di far battere un solo servizio. I più coraggiosi, e più abili, prenderebbero ugualmente rischi con l’unico servizio e probabilmente vincerebbero il 60% dei games di battuta. I ribattitori verrebbero avvantaggiati ma non al punto di fare un break dopo l’altro. Ogni game diventerebbe più equilibrato. L’handicap agli occhi dei producer televisivi? Il fatto che le partite probabilmente durerebbero (ancora) di più.  


IL TENNIS SPORT A TEMPO PIENO È UNA BESTEMMIA!

Caro Direttore, ho letto l’intervista che ha fatto a Patrick Mouratoglou, una serie di dichiarazioni assurde, di cui voglio qui ricordare solo la perla più grande.:  “Quello che propongo è sempre tennis, ma un modo di fare tennis che si adatta al mondo in cui viviamo. Recuperando allo stesso tempo quello che rendeva il tennis eccitante negli anni ’80”. Le carte da giocare, invece, mi paiono molto più adatte a Giochi senza frontiere. Ma pensare di trasformare il tennis in uno sport a tempo, è davvero la bestemmia più colossale che si possa dire sul nostro nobile e antico sport. Chiunque abbia visto, dal vivo o in tv, una partita di tennis, se questa gli è rimasta nel cuore e nella testa per le emozioni che è riuscita a regalargli, 9 volte su 10 è una partita finita al quinto set (o al terzo per le donne), magari a oltranza, dopo almeno 3 ore di battaglia. Leggendola da molti anni, penso di sapere la sua opinione a riguardo, ma vorrei sentirla di nuovo. [Simone Frosali – Carmignano (PO)]

Io ho 10 anni più dei 61, l’età media dell’appassionato di tennis a sentire Mouratoglou. Quindi non mi piace questo UTS, non mi piacciono le carte, non mi piace il tempo pieno. Però aspetto di vedere le reazioni degli… under 30. Se a loro piacesse occorrerebbe prenderne atto e, senza arrivare alle carte, studiare cosa si debba fare per avvicinare un mondo giovanile che ci sfuggisse. 

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Editoriali del Direttore

Come ‘scongelare’ le classifiche ATP? 17 ipotesi. Mager, Garin e Rublev vittime, Fognini e Sonego fortunati?

Il tennis si interroga anche sulla proposta biennale auspicata da Nadal. Lo US Open con il “taglio” a 120 favorisce Marco Cecchinato e Paolo Lorenzi, ma non Fabbiano, Giustino e Marcora

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Lorenzo Sonego, Fabio Fognini e Simone Bolelli - Italia-Corea del Sud, Coppa Davis 2020 (foto Felice Calabrò)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi, cercando di andare contro la mia natura per essere il più sintetico possibile. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio e mi scuso del ritardo (di solito vi rispondo al venerdì)… e per aver risposto a una sola domanda, perché quella di Roberto da Siracusa sviscera un tema assai interessante che meritava una trattazione individuale. Risponderò in separata sede alle altre domande: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Ma questi punti ATP con le classifiche congelate dal 16 marzo scorso, come verranno calcolati? Come sarebbe giusto farlo? O quantomeno… meno ingiusto? (Roberto M – Siracusa)

Ti ringrazio dell’argomento proposto. Molto attuale, assai dibattuto, e noi ci eravamo già interrogati su qualche scenario quando si era ancora nel pieno caos da pandemia. Mi dicono che l’ATP abbia interpellato un team di matematici e statistici per affrontare nel modo più equo la situazione. Pare dalle loro fervide menti siano uscite ben 17 soluzioni diverse. E che alla fine siano due le attualmente prevalenti, nessuna delle quali ancora ufficializzata.

 

Sia chiaro: dopo che l’ATP ha fatto sapere che “le classifiche resteranno congelate fino a che il Tour non riprenderà, dopo di che una decisione verrà comunicata”, è difficile pensare che io possa suggerirne una più valida di quelle dei cervelloni incaricati dall’ATP. Partiamo, per ora, dalle due ipotesi ATP oggi prevalenti, ma anche dalla certezza  – difficilmente evitabile – che quale che sia il sistema alla fine prescelto (e fra le due mi sembra più equa l’ipotesi B rispetto all’ipotesi A), ci sarà sempre qualcuno più danneggiato, più vittima, di qualcun altro.

Succede praticamente sempre quando si prende una decisione “orizzontale”. Un’azienda licenzia tutti gli over 50? Chi ha 50 anni e un mese è “sfigato”, chi ne ha 49 e 11 mesi è invece fortunato.

Lo US Open decide che non si giocano le qualificazioni ma ammette i primi 120 direttamente in tabellone? Dal n.104 al n.120 (e magari 130 se ci saranno defezioni… Federico Gaio, n.130, prega perché ci siano) brindano alla fortuna di poter evitare le qualificazioni e intascare 50.000 euro sicuri con la prospettiva di poter raddoppiare. Fra questi ci sono Marco Cecchinato n.113 e Paolo Lorenzi n.121.

Dal n.130 in giù invece smoccolano tutti quelli che avrebbero avuto la chance delle qualificazioni e si devono accontentare di 15.000 dollari che l’USTA ha “devoluto” all’ATP. Fra questi Fabbiano 147, Giustino 153, Marcora 158, Giannessi 160. Loro – tocchino legno… – dovrebbero prendere almeno i 15.000 dollari. Meglio che niente, ma oltre al dispiacere di non poter giocare uno Slam e dover stare a casa a guardare la TV, c’è anche la frustrazione di non poter aspirare a guadagnare di più e magari fare un super risultato in un Major. Il che può comportare ingressi in altri tabelloni, approcci da parte di sponsor, eccetera.

Ma anche fra chi prenderà i 15.000 e chi no… ci sarà certo qualche vittima che griderà all’ingiustizia del criterio prescelto. Con le sue ragioni. Il n.222 Viola e il n.236 Moroni non prenderanno neppure i 15.000 dollari… ma dove verrà fatto il taglio? Dopo i primi 128 a partire da coloro che saranno entrato in tabellone o comunque dal n.120? Ancora non è stato detto.

Anche riguardo all’attribuzione delle wild card sono curioso di vedere come si comporterà l’USTA, se tutti i primi 120 alla fine si presentassero a New York: avete fatto caso che Anderson è n.123 del mondo, del Potro n.128, Murray n.129? In teoria se questi tre vincitori e/o finalisti di Slam, volessero giocare, e se tutti quelli che li precedono fossero presenti, loro resterebbero fuori. Salvo che venissero gratificati di una wild card – che di sicuro otterrebbero – o decidessero di fare ricorso al ranking protetto, che con buone probabilità sarà loro garantito (resta da vedere come l’ATP considererà la pausa dovuta al COVID-19).

Andy Murray – Pechino 2019 (foto via Instagram, @atptour)

LE PRIMA IPOTESI

L’ipotesi A: non appena si rigioca un torneo, scadono i punti conquistati in quel torneo. Esempi: si gioca il Roland Garros a settembre e Nadal perde i 2000 punti del Roland Garros 2019. Si rigioca l’US Open, Nadal perde i 2000 punto dell’US Open 2019 così come Berrettini ne perde 720. Ma se uno ha fatto i punti al torneo di Pune e il torneo di Pune non lo si rigioca o viene posticipato che succede? Sarebbe giusto che un Rio 2020 scadesse prima di un Montecarlo 2019? Certamente no.

Lasciamo perdere il fatto che Mager (n.79 ATP) imprecherebbe (e con lui quelli che hanno giocato e fatto punti nei primi mesi del 2020, un Garin n.18, un Rublev n.14), mentre Fognini (n.11) e Sonego (n.46) invece godrebbero, perché la loro classifica resterebbe intatta fino ad aprile per Fabio, fino a giugno per Lorenzo (campione a Antalya, torneo che verrà sostituito da Maiorca). I nomi e le situazioni che faccio rappresentano soltanto degli esempi di situazioni estreme. Ma spiegano perché si verificherebbero situazioni inique. Che sarebbero tali anche se i nomi fossero rovesciati. Si evitino, per favore, i commenti sciocchi di coloro che pensassero che nello scrivere sono condizionato dai miei rapporti con questo o quel giocatore.

LA SECONDA IPOTESI

L’ipotesi B: si considerano congelati i punti attuali. Si divide il totale dei punti per 52, quante le settimane di un anno, e poi ogni settimana si scalano progressivamente quei punti. Sempre per fare il caso Mager, che di punti ha un “tesoretto” di 771, ne dovrebbe scalare 13,6 a settimana. Per quante settimane ancora non si sa. Forse sei mesi, quanti i mesi della pausa dovuta al COVID-19. Ma se in tempi normali quel “tesoretto” gli sarebbe bastato per giocare l’Australian Open pur perdendo – teoricamente – al primo turno di ogni torneo, adesso perdendone 13,6 a settimana dal 24 di agosto, o ne conquista altri vincendo qua e là o l’impresa si rivelerà parecchio complicata. Intanto in questo articolo avevo scritto che secondo sarebbe giusto permettere ai giocatori di difendere i punti conquistati in dodici mesi ‘effettivi’ di tennis, evitando che alcuni tennisti (come Mager) abbiano a disposizione solo un finale di stagione per sfruttarli e altri (come Fognini) addirittura fino alla primavera del 2021. “c’è chi ha potuto godere dei punti conquistati per 16 mesi e chi invece soltanto per 4 o 5, scrivevo.

ALTRE IPOTESI

C’è poi chi perora la causa a lungo sostenuta da Rafa Nadal. Quella di far sì che i punti durino per un biennio. È sempre stata respinta perché avrebbe costituito un ‘tappo’ alla naturale osmosi del ranking, avrebbe favorito chi sta sopra rispetto a chi sta sotto, raddoppiando il gap. Già oggi chi sta nei primi 100 e può partecipare agli Slam ha una tale possibilità di guadagnare più punti e più soldi di chi ne sta fuori che favorire ancora maggiormente chi sta più in alto sarebbe stato iniquo. Come farebbero i vari Thiem, Tsitsipas, Zverev a recuperare il gap da Nadal e Djokovic, capaci di vincere rispettivamente tre e quattro Slam nel biennio 2018-19, che significa 6.000 e 8.000 punti in cascina per 24 mesi? A ogni livello sarebbe la stessa cosa: diventerebbero difficilissimi tutti i sorpassi. L’ATP non poteva cogliere con favore la proposta Nadal. Vero peraltro che questo blocco di sei mesi per il COVID-19 è stato eccezionale e potrebbe richiedere contromisure eccezionali.

Infine un’altra ipotesi assomiglia a quella che ho sostenuto equa, per mantenere a tutti i propri punti per 12 mesi. Siamo stati fermi da metà marzo, per sei mesi? Beh, si riprende il 14 agosto a Washington e si fa scadere la settimana di sei mesi prima, cioè quella di Indian Wells, e così via settimana dopo settimana. Una nuova comincia, una vecchia esce: per tutti. Poi però si arriverà a un momento in cui bisognerà dire stop a questo processo per riallinearsi. Ma quando? Vabbè, io ho presentato una serie di ipotesi e problematiche. I lettori dicano la loro.

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Editoriali del Direttore

Slam&ATP Tour… de force! 2 Slam e 3 Masters 1000 in 7 settimane. Ma si pensa solo ai top 120 e a… Serena Williams

Imbufaliti tutti i tennisti da 140 in giù. Il business ha prevalso. Il Masters 1000 di Cincinnati ha “fregato” le qualificazioni. Ma i diritti TV son soldi. La flessibilità dell’US open per attrarre le star

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Cari lettori, in via eccezionale questa settimana la risposta alle vostre lettere (scrivete a scanagatta@ubitennis.com) arriverà sabato o domenica


La montagna ATP-ITF-WTA ha partorito molto più d’un topolino questa volta. Dal 23 agosto all’11 ottobre, in sette settimane ci saranno – a COVID-19 piacendo – due Slam e tre Masters 1000. Un’indigestione di eventi mai verificatasi prima. E c’è anche il torneo di Palermo che al momento gode di una posizione invidiabile: sarà il primo torneo della ripresa ufficiale del tennis, addirittura con un “buco” di una settimana dopo la sua conclusione. E con ottime chance di diventare un “Premierino” con una quindicina di top 30 – e magari tre top 10! – affamate di tennis dopo il lungo stop.

Una goduria per i tifosi a digiuno, anche se i due Slam dovessero giocarsi a ranghi ridotti per i problemi legati alle quarantene e ai timori individuali dei professionisti.

 

D’altra parte quando, a Wimbledon 1973, 79 dei primi 100 del mondo dettero forfait in segno di solidarietà a Nikki Pilic (sebbene il tennista croato non fosse neppure troppo popolare fra i suoi colleghi: “Ma fu una questione di principio…” spiega Stan Smith nella videointervista con Ubitennis), i “Championships” non ne risentirono minimamente. Così come oggi, non è che Jan Kodes, vincitore in finale su Alex Metreveli, viene discusso come vincitore di Slam. Vero, peraltro, che il tennista ceco ha vinto anche due Roland Garros consecutivi (’70-’71) e raggiunto due finali all’US Open (’71 e ’73), evitando ogni discussione su sue qualità e meriti.

Visto che lo Slam parigino si gioca quasi un mese dopo – oggi apparentemente in condizioni sanitarie meno preoccupanti di quello di New York – e considerato che il 75% dei top 100 sono europei, così come europee sono 21 delle prime 30 tenniste del ranking WTA, il Roland Garros dovrebbe poter contare su una partecipazione quasi ottimale.

Lo US Open ha, d’altro canto, il vantaggio di ospitare il Masters 1000 di Cincinnati nello stadio di Flushing Meadows. Fra soldi e punti tanta, tantissima roba, cui non sarà facile rinunciare.

Ma quanti saranno in grado di sopportare sette settimane di tennis ad altissimo livello, di cui quattro giocando tre set su cinque, attraversando l’Atlantico e vivendo in condizioni e situazioni cui non sono abituati? Il rischio di patire infortuni c’è tutto. La necessità di guadagnare finalmente dei soldini dopo un 2020 assai avaro spingerà molti tennisti a sobbarcarsi il tour de force. Ma anche alcuni a rinunciare a qualche evento.

Tutti i due Slam e i tre Masters 1000 volevano disperatamente poter organizzare i loro tornei. Pena il disastro economico. Binaghi per Roma lo ha detto più volte. Era disposto a far giocare gli Internazionali in qualunque data e in qualunque città, all’aperto, indoor, anche nella settimana di Natale se fosse stato necessario. C’è da capire lui e gli altri organizzatori.

Wimbledon si era assicurato, loro no. Ma l’All England Club è quasi una fondazione benefica, di cui gode in massima parte la LTA, la federtennis inglese. Investire una cifra compresa tra 200.000 e 700.000 euro all’anno (queste le stime del New York Times) per assicurarsi era più semplice per chi non ha il primario obiettivo di guadagnare dei soldi, e comunque di non rimetterli. Tiriac, promoter di Madrid, non li avrebbe certo investiti per tutti questi anni. Avrebbe pensato che “erano buttati”. Idem la FIT e la FFT (la federtennis francese che con gli Internazionali di Francia finanzia gran parte del suo movimento tennistico).

L’US Open ha subito annunciato l’ok entusiasta di Serena Williams e non a caso il New York Times ha aperto il suo articolo dando notizia della sua partecipazione. Dopo quattro Slam in cui Serena, al rientro dopo la maternità, ha perso altrettante finali senza vincere un set pur essendo scesa in campo da favorita – Patrick Mouratoglou nella sua intervista con Ubitennis ha spiegato perché Serena abbia fallito quei quattro appuntamenti – non c’è dubbio che la sua rincorsa ai 24 Slam di Margaret Court sarà un leit-motiv mediatico per tutta la durata del torneo, finché sarà in gara.

Avuto sentore dei dubbi espressi da Djokovic, Nadal, Halep e altri, la neo boss dell’US Open Stacey Allaster con tutto il seguito dei dirigenti americani ha subito aggiustato il tiro (raccogliendo subito il favore di Djokovic, per dirne uno): ok perché i giocatori possano portarsi dietro tre persone del team anziché una sola, come avevano invece annunciato solo pochi giorni fa. Ok uscire dalla “Bubble” (la bolla di sicurezza) e consentire ai più “ricchi e viziati” di affittare una villa nelle vicinanze di Corona Park – non a Manhattan…ma poi voglio proprio vedere chi controllerà gli spostamenti di chi volesse andarci a…ballare! – anziché accettare il confinamento nell’hotel TWA dell’aeroporto JFK.

Figurarsi se l’America non si piegava al profumo dei dollari. Se i giocatori più forti non volevano venire occorreva far ponti d’oro. E glieli hanno fatti.

Il discorso sui test e a tamponi vari, con varie frequenze, riguardo ai quali ho posto una domanda durante la conferenza stampa via Zoom mercoledì pomeriggio al consesso dell’USTA, è ancora tutto da definire con precisione. Tutti fanno appello al senso di responsabilità dei giocatori, ma poi quando si vede quel che accade nelle varie esibizioni di questi giorni… i dubbi che quel senso lo avvertano proprio tutti, beh mi restano.

Riguardo ai… molto meno forti l’US Open ha poi deciso di devolvere più di 6,6 milioni di dollari a ATP e WTA (3,3 per circuito) che potranno gestirli come vogliono, per compensare i tennisti danneggiati dall’assenza delle gare di qualificazione, per organizzare o supportare tornei challenger ATP o tornei internazionali WTA, i tornei ufficiali con i punti.

L’US Open ammetterà direttamente i primi 120 tennisti. Immagino che Paolo Lorenzi, alla notizia, avrà stappato champagne. Lui è n.121, e poiché almeno Federer sarà certamente assente a New York – oltre che a Basilea dove infatti hanno tutte le intenzioni di cancellare il torneo – Paolo è certo al 100% di entrare in tabellone. Altrimenti avrebbe dovuto fare le qualificazioni, con tutti i rischi del caso. Anche per Cecchinato, n.113, salvo che ci fossero state 9 defezioni, le qualificazioni non potevano essere escluse.

Secondo me anche Gaio, n.130, non avrà problema a figurare nel main draw. Starà probabilmente imprecando chi è più indietro, come Fabbiano che è n.147, Giustino 153, Marcora 158. Che diano forfait temendo il virus o altro in 30 e più di 30 non è proprio troppo probabile. Che una trentina di “terraioli” optino decisamente per il trittico Madrid-Roma-Parigi evitandosi la trasferta americana sul cemento anche non è probabile. Intanto meglio un uovo oggi che la gallina domani, e poi un Nadal e un top player che può arrivare alle fasi finali di New York magari sarà in difficoltà a precipitarsi subito a Madrid… ma quei giocatori che molto probabilmente pensano di perdere nella prima settimana dell’US Open andranno certamente a New York a raccogliere il grano.

Per chi era più giù del n.160 sarà dura, durissima. Dopo quattro mesi di inattività forzata, saranno tutti costretti a star ancora fermi. Il calendario dei challenger del secondo semestre è ancora per aria. E mentre in un primo momento si diceva che anche a dicembre sarebbe stato possibile giocare tennis agonistico, le ultime notizie dicono invece che non lo è più. In teoria il circuito cadetto dovrebbe ripartire dal 14 agosto… durante Washington. Forse a Orlando potrebbe essere organizzato un torneo da 150.000 dollari…

E comunque anche i challenger sono e saranno così pochi che chi è classificato più giù del 180° posto probabilmente non riuscirà nemmeno a entrare prima del “taglio”. A parte il fatto che solo chi li vince guadagna soldini interessanti: qualificarsi per uno Slam significa invece prendere 50.000 euro, e passare un turno 100.000 (mediamente). E poi vuoi mettere la diversa soddisfazione? Insomma, chi è n.200 si attacca al tram.

Illya Marchenko, numero 200 del mondo

L’ATP aveva due opzioni, in teoria, dopo che l’USTA ha fatto capire che l’US open sarebbe andato avanti per la sua strada, ma senza la forza finanziaria per reggere un mese di apertura per il Masters 1000 di Cincinnati trasferito a New York, una settimana di qualificazioni, le due settimane dello Slam.

Il business ha vinto, come era praticamente scontato, anche se ai 400 giocatori dell’ATP nella riunione di mercoledì scorso si è “finto” di avere in piedi due opzioni: una è l’opzione che ha prevalso. L’altra (finta) era quella che si rinunciava al Masters 1000 di Cincinnati e si giocavano le qualificazioni come sempre a Flushing. La prima soluzione significava far giocare sempre gli stessi 100 primi della classe. La seconda far giocare anche quelli che vanno da 104 a 200 e passa.

L’ATP ha deciso per la prima perché far vedere un Masters 1000 in più significa diritti TV, sponsor, soldi. Le qualificazioni rappresentano soprattutto spese e proventi inesistenti. È bastato poi che alcuni dei primi 100 (Shapovalov fra gli altri) dicesse: “Ma noi come facciamo a esordire subito in un tre su cinque?” perché l’ATP prendesse la palla al balzo, fregandosene – di fatto – dei tennisti non compresi fra i primi 120 ammessi direttamente all’US open. Ok, l’US Open ha messo sul piatto i 3,3 milioni per ciascuno dei due circuiti, ma chissà con quali criteri verranno distribuiti e a chi.

C’è anche il sistema dei punti che è tutt’altro che ben calibrato e funzionante. Viene aspramente contestato. Sarebbe giusto consentire a ciascuno di “difendere” i punti lungo l’arco di 12 mesi – e il difenderli significa poter entrare nei tabelloni dei tornei per 12 mesi, quindi proteggere le proprie entrate. Invece c’è chi, come Mager (è solo un esempio, ce ne sono altri), li ha fatti nel mese di febbraio ma non avrà altro che settembre, ottobre, novembre e gennaio per “sfruttarli” mentre magari un Fognini (è un altro esempio del tutto casuale, credetemi) che li ha fatti a Montecarlo 2019, ha avuto sette mesi del 2019 con quei punti e quella classifica (teste di serie e posizioni in tabellone incluse) e li mantiene anche per i cinque mesi finali del 2020 nonché per i primi quattro del 2021. Insomma, e ora ho preso due estremi, c’è chi ha potuto godere dei punti conquistati per 16 mesi e chi invece soltanto per 4 o 5. Ancora, peraltro, non è detto che questo sia il sistema finale con il quale i punti verranno “congelati” e “sfreezzati”.

Concludo dicendo che il Masters 1000 di Parigi Bercy, 1-8 novembre si dovrebbe svolgere regolarmente, a 20 giorni dalla conclusione del Roland Garros, con più o meno gli stessi protagonisti. I soldi vanno sempre dove sono i soldi. È una vecchia storia. Nella vita mai smentita.

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Editoriali del Direttore

Il caso di George Floyd, il razzismo, le sofferenze di Arthur Ashe, Althea Gibson e Yannick Noah

Quando nel tennis il “nero” nel dubbio doveva dare il punto all’avversario bianco. E raccogliere le palle. I compagni bianchi al ristorante e i neri invece in macchina a mangiar panini

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Arthur Ashe regge il trofeo di Wimbledon, dopo la vittoria su Jimmy Connors: è il 5 Luglio 1975

Non si può restare indifferenti a quanto accaduto negli Stati Uniti a seguito del brutale assassinio di George Floyd da parte di un poliziotto che era passato indenne attraverso più di un comportamento violento, disumano e razzista. “I can’t breathe” è diventato il banner di sfilate, più o meno pacifiche, in giro per il mondo. Quanto accaduto a Minneapolis ha scosso l’opinione pubblica mondiale, non solo quella degli Stati Uniti. Tutti noi sappiamo bene che il razzismo c’è ancora, anche se non più come ai tempi della schiavitù. La questione razzismo non sopravvive soltanto nell’America di Trump e non riguarda soltanto i poliziotti violenti e aggressivi di quel Paese. E neppure soltanto i tifosi negli stadi di calcio che fanno “buuuh” al calciatore avversario che ha la pelle scura.

Un sito di tennis non è il luogo più adatto per addentrarsi nelle complesse implicazioni di un tema come quello del razzismo. Ci sono sedi e commentatori assai più autorevoli. In questa sede basterebbe intanto – e non solo per aver pubblicato su Ubitennis le reazioni di Osaka, Gauff e Auger-Aliassime – ammettere che l’atteggiamento più inaccettabile e misero che possiamo manifestare è quello di dire ‘il problema non esiste, gli si sta dando eccessivo peso‘.

Il problema esiste eccome ed è sotto gli occhi di tutti. Ricordo le forche caudine – perché al tennis mi voglio circoscrivere – attraverso cui sono dovuti passare tanti tennisti afroamericani. Penso alla storia di Jimmie McDaniel – il più forte tennista nero prima della seconda guerra mondiale, mancino d’un metro e 95, quattro volte campione dei tornei “segregati per colored“, l’American Tennis Association – cui fu straordinariamente “permesso” di affrontare il primo vincitore Slam, il bianco dai capelli rossi Don Budge, in un match di esibizione il 29 luglio 1940. Perse 6-1 6-2, ma tutta l’America fu emotivamente interessata a quell’incontro.

 
Don Budge e Jimmy McDaniel (Ph. from Whirlwind The Godfather Of Black Tennis by Doug Smith)

Anche perché Jimmie, il cui padre era stato un giocatore di baseball della “Negro League“, aveva avuto un passato burrascoso: a 18 anni aveva messo incinta una ragazza di 15 ed era finito per due anni in un riformatorio. L’ex olimpionico nero Ralph Metcalfe (quattro medaglie olimpiche compresa la staffetta 4×100 a Berlino con Jesse Owens sotto gli occhi rabbiosi di Adolf Hitler, correva i 100 in 10’3” e i 200 in 20’6”) gli aveva fatto avere una borsa di studio per l’atletica alla Xavier University di New Orleans, ma Jimmie era troppo più portato per il tennis.

E penso pure a Oscar Johnson, di Long Beach in California, primo afro-americano a vincere un campionato nazionale (The National Parks Junior Singles) a 17 anni, nel ’48. È morto nel marzo dello scorso anno (2019). Aveva ricevuto un’onorificenza nella Hall of Fame di Newport nell’87, ma è stato “enshrined” nella Black Hall of Fame soltanto nel 2010. E Robert Ryland, che nel 1946 fu uno dei primi due neri a gareggiare nel campionato NCAA di tennis. “Abbiamo dovuto fronteggiare moltissimi problemi a causa della discriminazione razziale in questi giorni – raccontava Ryland -. Quando ci mettevano in viaggio per giocare a Purdue o nell’Indiana, noi eravamo soliti mandare i nostri compagni bianchi nei ristoranti, dove loro mangiavano tranquillamente, a prendere dei panini che noi avremmo mangiato in macchina“.

Una decina d’anni dopo ecco Althea Gibson che prima di poter varcare i cancelli dei tornei americani dovette passarne di ogni tipo, di Arthur Ashe che vinse a Forest Hills nel ’68 in quel club di West Side Tennis in cui non avrebbe potuto mettere piede, sette anni prima di diventare il primo afro-americano a vincere a Wimbledon. Ricordava nell’81 Ashe: “Non puoi paragonare il tennis al football o al basketball. Quando Jackie Robinson infranse nel ’47 la frontiera del colore della pelle con i Brooklyn Dodgers, c’erano decine di buoni giocatori di baseball nelle Negro League che erano pronti a seguirne l’esempio. Quando Althea Gibson, la prima donna nera importante nella storia del tennis, vinse il titolo nazionale sull’erba di Forest Hills nel ’57 e nel ’58 non aveva alle spalle alcuna di riserva di talenti neri che aspettasse dietro alla porta per varcare la stessa soglia. I neri non si identificano in nessun modo con questo sport, né dentro né fuori dal campo“.

E nell’87 sempre Ashe: Ciò di cui abbiamo bisogno è uno Yannick Noah americano. Sotto molti aspetti io non ero un grande modello da seguire. Abbiamo bisogno di qualcuno che abbia un gusto e giochi un tennis sfrontato. E questi dovrebbe comportarsi come Julius Erving”.

Ma anche Zina Garrison e Lori McNeil, cresciute tennisticamente nei parchi pubblici del Texas, ne hanno raccontate di tutte e di più. Ora io non ho tempo per riaprire le loro autobiografie che ho nella mia biblioteca per ricostruire le loro storie quasi incredibili, certo imbarazzanti per qualunque essere umano dotato di un minimo di consapevolezza e sensibilità. Perfino le due sorelle Williams non hanno avuto vita facile, sebbene l’essersi rivelate super-campionesse già a 17 anni abbia contribuito all’apertura di qualche porta in più… ma Richard Williams non si è mai fidato troppo di tanta acquiescenza. Certo esagerando, ma lui era un personaggio così, quando disse: “È il peggior atto di pregiudizio razziale da quando hanno ucciso Martin Luther King”, sbottò polemizzando contro chi aveva seppellito di ‘buuh’ Serena Williams durante la finale 2001 di Indian Wells. La folla schernì anche Venus e il padre quando i due si sedettero fra gli spettatori, e le sorelle decisero di boicottare il torneo per ben 14 anni (15 anni Venus).

Serena, Venus e Richard Williams a Indian Wells

Mi perdonerete allora, spero, se saccheggio rapidamente anche una serie di dichiarazioni raccolte in un libro, Ipse Dixit” di Vincenzo Spina, che a suo tempo ha raccolto tante frasi pronunciate da tennisti, tenniste e personaggi del mondo del tennis. La maggior parte – lo avete già visto – sono di quel grande uomo, prima ancora che grande campione, che è stato Arthur Ashe, nonché di quel giovane camerunense, Yannick Noah, che fu proprio Arthur a scoprire nel corso di un viaggio fatto in Africa. Di Arthur Ashe, il delegato statunitense alle Nazioni Unite, di una trentina di anni fa ebbe a dire: Arthur Ashe ha preso il fardello della razza e lo ha indossato come un mantello di dignità.

Ecco allora alcune frasi di Ashe: “Grazie alla combinazione di una serie di fattori, i neri americani oggi rappresentano la sostanziale maggioranza tra gli atleti americani negli sport maggiori. Questo non è avvenuto nel tennis perché questo sport è stato organizzato in modo tale da scoraggiare la partecipazione dei neri (1988).

“Dajè Arturooo!” ricordo che un tifoso romano gridò al suo indirizzo mentre Arthur si esibiva al palasport dell’EUR, ma quello non era uno sfottò come quelli dell’ineffabile Ilie Nastase, che lo chiamava irridendolo “Negroni” senza che Arthur se la prendesse come invece fece a Stoccolma al Masters di fine anno 1975, sotto i miei occhi, quando Ilie prese a protestare per la luce insufficiente della Kungliga Halle dicendo spudoratamente: Ashe viene a rete e in questo buio non riesco a vederlo!. Disse quella e numerose altre finché la partita fu addirittura sospesa. Ashe, furibondo come non lo avevo mai visto, se ne uscì dal campo. Prima gli fu data partita persa, poi la fecero perdere giustamente a Nastase. Nastase era un tipo che fuori dal campo scherzava, anche pesantemente, con tutti: se incontrava un sudafricano, Drysdale, McMillan, lo salutava dicendogli “Salve Razzista!”.

Di Arthur ricordo questa profezia: È più facile che il prossimo vincitore nero di un Grande Slam sia una donna piuttosto che un uomo. I migliori atleti neri maschi preferiscono ancora giocare a basket, football e correre in una pista d’atletica (1992)”. Le due Williams, che all’inizio di carriera i giornali americani chiamavano “Ghetto’s sisters“, l’hanno confermata, altro che se l’hanno fatto! 23 Slam Serena, 7 Venus…

Ma già Zina e Lori, proprio a Wimbledon dove la prima ha raggiunto una finale e la seconda riuscì ad eliminare Steffi Graf al primo turno, avevano sfiorato il grande exploit, mentre fra gli uomini solo Malivai Washington, finalista nel 1996 dopo aver rimontato da 1-5 Todd Martin ma poi battuto da Richard Krajicek, è stato l’altro unico tennista di colore capace di sfiorare una vittoria Slam. Washington ebbe a dichiarare: È molto difficile per un ragazzo nero identificarsi con un tennista bianco. Voglio dire… con chi sarai più portato a identificarti, con Michael Jordan e Walter Payton oppure con Boris Becker e Ivan Lendl?”.

Nel 2006 James Blake (oggi direttore del torneo di Miami, padre afroamericano, mamma inglese), con il suo best ranking di n.4, è stato il tennista di colore più forte del terzo millennio assieme a Tsonga e Monfils. Althea Gibson disse: “Nello sport sei più o meno accettata per ciò che fai che per ciò che sei”. E anche: No, non mi considero una rappresentante della mia gente. Io penso a me stessa e a nessun altro…“. Le avevano chiesto se fosse fiera di essere paragonata al giocatore di baseball Jackie Robinson come rappresentante di spicco della sua razza, dopo che lei aveva vinto Wimbledon nel 1957. “Non sono una persona consapevole dal punto di vista razziale… Sono una giocatrice di tennis, non una giocatrice di tennis negra“.

Althea Gibson

Ancora Ashe: “Ricordo che c’erano regole destinate soltanto ai ragazzi neri del Sud. Quando hai dubbi su una palla (mio ricordo personale: negli USA fino al college ci si arbitrava da soli e io nella mia esperienza universitaria a Tulsa Oklahoma ricordo personalmente l’imbarazzo nel dover giudicare certi servizi fulminanti che sul cemento non lasciavano alcun segno. Non volevi passare da ladro, ma nemmeno regalare punti; nota di Ubs) considera buono il colpo del tuo avversario di pelle bianca. Se stai servendo prima del cambio campo… alla fine raccogli tutte le palle che si trovano nella tua metà campo e consegnale in mano al tuo avversario quando lo incroci. Il dottor Robert Walter Johnson, il nostro coach, sapeva che noi ci stavamo inoltrando in un territorio che spesso ci era ostile e voleva che il nostro comportamento fosse irreprensibile. Ci sarebbero voluti anni prima che io riuscissi a superare un simile pedaggio emotivo fatto di ira repressa e frustrazione!“.

Una volta Ashe, che io ho avuto ospite al mio torneo di Firenze e per la cui splendida, deliziosa moglie, fotografa professionista, avevo organizzato una mostra di fotografie, disse: Ogni giorno chiudo gli occhi e prego che le persone non siano crudeli con i miei figli come lo sono state con me. “Quel che mi fa infuriare di più è vedere un qualcuno della mia città, Richmond (Virginia) avvicinarsi a me in qualche altra città del mondo per dirmi: ‘Ti ho visto giocare a Byrd Park, quando eri un bambino’. Nessuno può avermi visto giocare a Byrd Park, perché quando ero bambino a Byrd Park potevano entrare solo i bianchi!.

E Yannick Noah, ultimo francese a vincere il Roland Garros nel 1983, ma nato a Yaoundè nel Camerun nel 1960, accenna ad un razzismo diverso: “Non ho mai avuto problemi ad essere nero, ma la federazione del Camerun non mi ha mai supportato. La ragione? Mia madre era bianca. Non sono ambasciatore di alcuna razza e di alcun Paese proprio per quello: con mia madre bianca e mio padre nero… dentro di me non mi sento bianco o nero. Penso di aver fatto più per la gente vincendo il Roland Garros di quanto avrei potuto fare andando in Sudafrica, durante il regime di apartheid, a fare conferenze. Può darsi che un giorno, verso i 35 anni, cambierò idea, ma non credo”.

Però quando Yannick Noah decise di portare i capelli con i dreadlocks (1983) si accorse che in Francia i bianchi facevano più fatica a riconoscerlo e ad accettarlo: D’improvviso non ero più un giocatore di tennis. Ero nero e non ero nessuno. Le reazioni della gente diventarono completamente differenti. Nulla di terribile, nulla che potesse scatenare una rissa, semplicemente differenti. In effetti non ho mai avuto alcun problema nell’essere un nero qui. È come dice Larry Holmes: se sei un nero e hai i soldi, allora non sei nero.

Però, come ha raccontato Felix Auger-Aliassime, “Se guidi una Mercedes di lusso, i poliziotti tendono a fermarti, come hanno fatto con mio padre, perché pensano che tu possa averla rubata”.

L’ex giocatrice Katrina Adams, best ranking n.67 WTA, ex semifinalista di doppio a Wimbledon nell’88 con Zina Garrison, è stata la prima presidente di colore dell’USTA, la federtennis americana, nonché la prima ad essere stata riconfermata – contro tutte le regole federali prima esistenti – dopo un quadriennio di presidenza. Se le cose sul fronte razzismo, almeno nel tennis, non sono cambiate con lei e grazie a lei, forse non cambieranno davvero mai con nessun altro.

Madison Keys, Katrina Adams e Sloane Stephens – US Open 2017 US Open (foto Art Seitz)

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