Matteo Berrettini in esclusiva su Ubitennis: "Non vado a cuor leggero a New York"

Interviste

Matteo Berrettini in esclusiva su Ubitennis: “Non vado a cuor leggero a New York”

Il vantaggio di allenarsi con Tsitsipas. Il ricordo di WImbledon, prima e dopo Federer. Matteo Berrettini parla anche del nuovo format di Mouratoglou

Pubblicato

il

Matteo Berrettini, conferenza - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tra la sconfitta di ieri contro Tsitsipas nella settima giornata dello Ultimate Tennis Showdown, il nuovo circuito messo in piedi da Patrick Mouratoglou, e la sfida di oggi (ore 18:30) contro Popyrin in un match decisivo per la qualificazione, Matteo Berrettini si è ritagliato un po’ di tempo per farsi intervistare in diretta su Facebook.

C’è stato qualche piccolo problema tecnico ieri sera, quando vi avevamo promesso di andare in diretta alle 19:30, e quindi siamo andati LIVE questa mattina. Mi avete visto un po’… emozionato? Beh, in fondo è normale: ero pur sempre con il numero uno d’Italia!

Trovate qui il video della nostra intervista:

 

In partenza abbiamo commentato la sua esperienza nel nuovo circuito di Mouratoglou. “Si usano più facilmente la carta del vincente che vale triplo e quella per rubare il servizio all’avversario. Mi sento bene fisicamente; è un tennis diverso, le partite sembrano andare in una direzione e poi può succedere di tutto. Nonostante il lungo stop, però, mi sento pronto per ricominciare. Questo evento è molto divertente ed è utile per avvicinarsi agli eventi ufficiali“. Berrettini però ci rassicura: ha giocato per troppo tempo con le regole classiche e ad agosto non avrà certo dimenticato come si fa.

Sulla partita con Tsitsipas, finita al ‘Sudden Death‘ (il quarto decisivo), Matteo commenta così “Un pochino troppo estremo!“, mi dice. “Però sto giocando partite di livello con avversari di livello – Goffin, Feliciano Lopez – e anche questo ha contribuito a farmi raggiungere la condizione che ho adesso“. A Montecarlo si è allenato anche con Sinner: “Gioca bene, devo stare attento quando giochiamo… mi devo impegnare: è giovane ma picchia duro“.

CAPITOLO US OPEN – “In questo momento veniamo testati due volte a settimana, e qui in Francia la situazione non è grave come a New York” esordisce Matteo. “Adesso la situazione negli Stati Uniti è nettamente peggiore; hanno trovato casi positivi sia in NBA che nel tennis stesso (si riferisce alla positività di Tiafoe, ndr). L’idea è quella di andare, ma bisogna vedere l’evolversi delle cose. Per tutti è importante capire cosa succederà nei vari tornei se un tennista verrà trovato positivo. Per queste cose ci vuole un parere scientifico“.

Matteo sta pensando di soggiornare in hotel, dovesse effettivamente partecipare allo US Open. “Dobbiamo cercare di adattarci, senza rischiare di fare casino” dice senza mezzi termini – e con un pizzico di apprezzata saggezza. “A cuor leggero credo che in questo momento non si faccia nulla, e se dovessi decidere di andare lo farei seguendo con tutte le precauzioni del caso. Cercherei di avere contatti solo con il mio team e rispettare i protocolli“. In ogni caso, per Berrettini sarà difficile avere tutte quelle persone a New York senza avere neanche un positivo.

Matteo fa poi una giusta puntualizzazione: “Senza nulla togliere alle persone ‘normali’, noi sportivi abbiamo una situazione particolare: se dobbiamo fare quarantena senza sintomi, a quel punto i successivi tornei diventano un po’ un casino perché non puoi allenarti. Essere positivi non è brutto solo per il rischio della malattia, ma perché andrebbe a influenzare tutta la programmazione“.

WIMBLEDON, VECCHIE RACCHETTE… E PROGRAMMI PER IL FUTURO – “La partita con Roger mi rimarrà dentro… sia per il punteggio, che per aver giocato contro di lui sul centrale. Un’emozione forte” (e qui gli ricordo, mio malgrado, del mio pronostico azzeccato… al contrario!). “Colpa mia, mica tua…” scherza Matteo. “Non ho servito bene, ed è successo. Ma a parte quello, è stata incredibile anche la partita precedente con Schwartzman, o quella con Baghdatis perché era la sua ultima partita. Sicuramente Wimbledon mi manca, mi mancano i tornei ‘normali’ e viaggiare”.

Lunedì mattina sarò a Kitzbuhel e giocherò martedì“, dice Matteo del suo prossimo impegno, l’esibizione ‘Thiem’s 7’. L’impegno si sovrappone in parte con le eventuali fasi finali dell’Ultimate Tennis Showdown, in programma domenica prossima: “Anche se dovessi fare il meglio possibile a Kitzbuhel, riuscirei a tornare qui in tempo per le semifinali. Probabilmente domenica mattina: nel caso, qualcosa mi inventerò!“.

In chiusura, gli chiedo se ha mai impugnato una racchetta di legno: “L’ultima volta ci ho giocato quattro o cinque anni fa con Vincenzo Santopadre. Lui giocava benissimo, era fastidiosissimo! Io per le mie impugnature facevo un po’ fatica, quindi alla fine ho impugnato continental e giocavamo solo slice… ma mi sono reso conto che, probabilmente, il mio gioco avrebbe pagato molto meno con quelle racchette“.

Continua a leggere
Commenti

Interviste

Berrettini: “Non immaginavo di fare finale a Madrid. Ljubicic mi ha detto che credeva in me”

“Sono ancora più felice per le difficoltà che ho avuto dopo l’infortunio”, racconta Matteo in conferenza. “Zverev ha battuto Rafa e Dominic, ma in fondo anche io sono arrivato in finale”

Pubblicato

il

Matteo Berrettini - ATP Madrid 2021 (ph. Alberto Nevado)

Con l’ottava vittoria consecutiva – alle quattro di questa settimana si sommano quelle ottenute per sollevare il trofeo di Belgrado – Matteo Berrettini raggiunge la finale del Masters 1000 di Madrid. Una progressione aritmetica che rende a tutti gli effetti la finale contro Sascha Zverev una prova del nove, in senso stretto e in senso più metaforico. Purtroppo sono tornei in cui non ci si può fermare troppo a godersi una vittoria, ancorché netta e brillante come questa in semifinale contro Casper Ruud, perché il riposo concesso non supera le ventiquattr’ore.

Anche a questo servono le conferenze stampa, a verbalizzare quello che si ha dentro dopo aver raggiungo un traguardo che i tennisti italiani avevano raramente avvicinato nei primi trent’anni dell’esistenza dei Masters 1000 (nati come ATP Championships Series nel 1990), e che invece Fognini, Sinner e Berrettini hanno tagliato tutti e tre in un biennio.

È sicuramente una gran bella sensazioneracconta Matteo in un inglese che ormai non ha molto da invidiare a quello dei top player, categoria in cui non è affatto peregrino includerlo. “In un certo senso è differente rispetto alle altre finali, ma quando si tratta di andare in campo ti ritrovi a pensare semplicemente… che è una finale. Il telefono è pieno di messaggi: la mia famiglia, la mia ragazza, poi con calma risponderò a tutti. Però non sto qui a festeggiare perché domani c’è un altro match“. Sì, però un pensiero meno razionale deve averlo avuto subito dopo il match point. “Ho pensato a me stesso e alla fatica che ho fatto per arrivare qua. Sono ancora più felice per le difficoltà che ho avuto dopo l’infortunio. Non mi voglio fermare, non è finita, ma sento tanta volontà di tornare e di essere più forte di prima. Devo continuare così”.

 

Gli chiediamo se al momento dell’infortunio – ricordiamo che Berrettini ha subito uno strappo ai muscoli addominali durante l’Australian Open – avrebbe mai scommesso di trovarsi qui, oggi, finalista a Madrid e nuovo numero otto della Race (fresco di sorpasso ai danni di Sinner). “In Australia non ricordo a che punto fossi nella Race, ma ricordo che ero contento di essere partito bene. Pensavo di rientrare più facilmente di così, invece è stata tosta. No, non immaginavo di fare finale a Madrid: anche se ho sempre saputo che le condizioni qui sono buone per me, una volta vista la gravità dell’infortunio non pensavo di mettere tutte queste partite in fila e giocare a questo livello“. Giova ricordare che questa è appena la sua prima partecipazione al main draw del torneo di Madrid.

Matteo Berrettini – ATP Madrid 2021 (ph. Mateo Villalba)

Matteo approfondisce poi le sensazioni del periodo immediatamente precedente e successivo all’infortunio. “Ho lavorato duro in pre-season, ma non mi sentivo così bene in campo. Sapevo però che il lavoro avrebbe pagato, in qualche modo, e infatti quando ho iniziato ad allenarmi in Australia, durante la quarantena, io e Vincenzo ci siamo detti ‘Ok, ora sto giocando bene’. Per questo motivo ho preso così male la notizia dell’infortunio: mi sono detto ‘E adesso, di nuovo? Devo ricominciare tutto da capo?’. Decisivo è stato l’apporto di chi gli sta attorno. “A volte è questione di mantenere alta la fiducia. C’è stato un momento in cui Ivan Ljubicic, il mio manager, mi ha detto che credeva davvero in me. Queste sono cose che aiutano, soprattutto quando arrivano da qualcuno che come lui ha avuto una carriera incredibile. In ogni momento ho sentito il supporto del mio team“.

Berrettini ha sicuramente dimostrato una forza d’animo non convenzionale, ma alla fine le partite si vincono (soprattutto) con la racchetta. Ed è rilevante analizzare come sia riuscito a rendere privo di armi un giocatore solido e in crescita come Ruud, affrontato tre volte negli ultimi nove otto mesi. “Credo di aver giocato una partita molto simile a quello dello US Open, ho sempre avuto la sensazione di stargli sopra. La mia risposta oggi è stata di alto livello e lui invece ha fatto fatica. Ci affrontavamo per la quarta volta, lo conosco bene e lui conosce me, ma io stesso non mi aspettavo una prestazione del genere. Quando entri in campo sai di poter rispondere in un certo modo, ma alla fine non sai quanto bene. Credo che oggi la chiave sia stata aver messo sempre pressione sul suo servizio, anche sulla prima, perché so che a lui piace avere tempo per girare attorno al dritto“. Che poi è la stessa cosa che piace a Berrettini, oggi molto più abile a ritagliarsi spazi e tempi per esplodere il dritto anomalo.

Contro Zverev sarà una partita diversa. Più difficile sicuramente, e soprattutto la capacità di far partire con costanza lo scambio in risposta sarà ancora più importante. “Cosa ricordo delle nostre sfide (sono tre, il bilancio dice 2-1 Zverev,ndr)? Ricordo che è molto difficile rispondere! Le partite giocate a Roma (due, nel 2018 e nel 2019, una vittoria per parte, ndr) sono state diverse, per via delle condizioni, mentre a Shanghai il campo era molto veloce e credo che il tetto fosse chiuso. Lui semplicemente servì meglio di me. Domani sarà una partita simile. Lui ha battuto Rafa e Dominic, è vero, ma anche io sono arrivato in finale. Alla fine, si affrontano i due giocatori che hanno dimostrato di essere più forti“.

Continua a leggere

Flash

ATP Madrid, Medvedev: “Né i miei colpi né il mio aspetto fisico sono adatti alla terra!”

Il russo si sente bene dopo il Covid: “I primi 4-5 giorni di allenamento non sono stati semplici”. E intanto colpisce in testa il compagno di doppio Demoliner

Pubblicato

il

Daniil Medvedev in allenamento a Madrid (Credit: Alvaro Diaz, MMO21)

Daniil Medvedev non gioca dal torneo di Miami e non è ancora sceso in campo sulla terra battuta, visto che subito prima di Montecarlo è risultato positivo al coronavirus e si è quindi dovuto fermare per dieci giorni. Durante la conferenza stampa pre-torneo di ieri, però, ha affermato di aver recuperato appieno e raccontato la sua esperienza con il Covid: “Mi sento bene, altrimenti non sarei venuto qui, avrei provato a recuperare meglio per tornare in campo a Roma o da qualche altra parte. Ho avuto qualche sintomo, è stato come un forte raffreddore. Naso e gola erano un po’ congestionate, e per qualche giorno mi sono sentito fiacco, ma niente di più. Non è stato semplice quando ho ricominciato ad allenarmi, soprattutto per i primi 4-5 giorni, perché venivo da dieci giorni passati a letto. Ora però ho avuto una settimana e mezza di buoni allenamenti, e ho appena vinto il mio match di doppio [in coppia con il brasiliano Demoliner ha eliminato Evans/Skupski, finalisti a Miami e Montecarlo, ndr], quindi la situazione mi sembra positiva. Ovviamente non vedo l’ora di giocare”.

IL CATTIVO RAPPORTO CON LA TERRA ROSSA

Nonostante la forma recuperata, però, rimane il fatto che il suo gioco semi-piatto mal si adatti a questa superficie. Il russo ebbe due grandi settimane sulla terra nel 2019, raggiungendo la semi nel Principato e la finale a Barcellona, ma da allora non ha più vinto un match sul rosso, rimediando sei sconfitte di fila. Durante la conferenza è stato molto onesto a riguardo, dicendosi consapevole del fatto che questa non sarà mai la sua parte di stagione preferita ma anche di poter avere successo su questi campi.

“Non credo che la situazione sulla terra cambierà molto per me in futuro. Né i miei colpi né il mio modo di muovermi né il mio aspetto fisico sono adatti alla terra! Sarò onesto, durante la prima settimana della stagione sulla terra odio tutto quello che mi circonda, odio anche stare in campo, ed è una cosa molto rara per me. Poi mi abituo e le cose iniziano a migliorare. Ciò che mi motiva è la consapevolezza di saper vincere dei match, due anni fa ho battuto dei grandi giocatori su questa superficie ed ero in grande forma, quindi so di esserne capace. Devo solo trovare la fiducia necessaria e quella sensazione positiva che per me è più difficile da catturare sulla terra rispetto al cemento”.

Medvedev non ha mai vinto un match a Madrid, e quindi vuole cercare di progredire in modo graduale: “L’obiettivo è andare passo dopo passo. Voglio vincere almeno un match in ciascuno dei tre tornei che giocherò sulla terra, Madrid, Roma e Parigi. Ovviamente quando gioco un torneo il proposito principale è di vincerlo, ma sulla terra è più difficile che sul cemento, quindi cercherò di adattarmi e dare del mio meglio, sperando di poter mostrare un buon tennis, che alla fine è la cosa più importante – quando gioco un buon tennis posso vincere le grandi partite”.

 

Detto questo, è anche convinto che le condizioni più rapide del torneo spagnolo lo possano aiutare: “Certo, Rafa ha vinto tante volte anche qui, ma direi che le condizioni sono più simili al cemento, perché la superficie è veloce grazie all’altura e il servizio viaggia di più. Spesso dei giocatori poco usi alla terra giocano bene qui. Sicuramente è un elemento che mi fa sentire più a mio agio alla vigilia del torneo. Dopodiché, il primo match è sempre il primo match, una volta giocato quello riesci a valutare il tuo livello di fiducia […] Sarà dura, perché affronterò Davidovich o Herbert, e Davidovich ha già giocato cinque tornei sulla terra [in realtà sarà questo il quinto, ndr], mentre io non ne ho fatto neanche uno. Ho bisogno di vincere qualche partita per sbloccarmi sulla terra, ho bisogno di quella sensazione, è la cosa più importante“.

DEMOLIRE DEMOLINER

Come accennato all’inizio, il N.3 ATP ha già esordito in doppio, facendo coppia con Marcelo Demoliner. Nonostante la vittoria, però, il match è stato anche fonte di apprensione, perché con una prima violenta ha colpito il malcapitato brasiliano alla testa: “Non me l’aspettavo, perché sentivo che il mio servizio sarebbe entrato, quindi non so se fosse il mio colpo ad essere un po’ sballato verso il centro o se fosse lui a trovarsi fuori posizione. Sono rimasto sorpreso perché la pallina è praticamente finita a Barcellona! È stato un momento difficile, però, perché lui ha scherzato dicendo di aver perso la vista da un occhio, e quindi mi sono spaventato prima di capire che fosse una battuta, ed è un emozione che non voglio provare!

Qui il video dell’episodio:

Continua a leggere

Focus

Altre due chiacchiere con Yoxoi: dai tennisti che brontolano al Bublik scanzonato

Seconda parte dell’intervista con i soci fondatori di Yoxoi, azienda italiana che produce abbigliamento sportivo. “Il tennista si limita a brontolare se il prodotto non è perfetto!” (articolo sponsorizzato)

Pubblicato

il

Spazio sponsorizzato da Yoxoi


Seconda parte dell’intervista fatta a Diego Mandarà e Giacomo Ruzza, soci fondatori di Yoxoi, l’azienda che sta portando una rivoluzione tecnologica nel mondo dell’abbigliamento dedicato al tennis. Nella prima parte ci siamo soffermati sul prodotto e sulla filosofia che ispira Yoxoi; nella seconda affronteremo temi più direttamente legati al mondo dei tennisti professionisti.


In formula uno il pilota dà un contributo essenziale alla messa a punto della macchina. Succede anche nel tennis?
GR/DM: Assolutamente no. Nel tennis il giocatore si limita a brontolare se il prodotto che gli fornisci non è perfetto! Diciamo, per essere buoni, che possono aiutare nell’evidenziare possibili difetti…

 

Quanto pesano i testimonial alla voce “investimenti” per una società come la vostra?
DM
: I primissimi giocatori del mondo sono fuori portata per aziende delle nostre dimensioni. Un atleta tra la ventesima e la cinquantesima posizione invece lo è e rappresenta una voce di costo importante. Un conto è poi sponsorizzare un ventenne numero 50 del mondo e un conto un trentenne: il primo costa di più. I contratti di sponsorizzazione prevedono poi dei meccanismi di adeguamento del cachet direttamente proporzionali alle performance dell’atleta.

GR: Contano anche la nazionalità dell’atleta sponsorizzato e la classifica che occupa. Un tennista in grado di prendere parte di diritto ai tornei dello Slam ed a maggior ragione ai 500 ed ai 1000 costa incomparabilmente di più rispetto a un tennista la cui classifica non glielo consente.

Dura la vita per chi è sotto la posizione numero 130…
GR
: È così, o, se vuoi leggerla in positivo, dolce per chi rientra tra i primi 130 giocatori del mondo e dolcissima tra i primi 60-70. Per chi è fuori da queste fasce oggettivamente al giorno d’oggi è difficile mantenersi giocando a tennis.

I vostri testimonial attualmente sono Tennys Sandgren e Alexander Bublik. A regime quanti vi piacerebbe averne?
DM
: Una volta sviluppato un buon volume di affari crediamo che per le nostre esigenze quattro potrebbero essere sufficienti. Potessimo sceglierne uno tra i giovani ci piacerebbe avere Frances Tiafoe o Ugo Humbert. Per l’anticonformismo che un po’ contraddistingue il nostro marchio anche Benoit Paire non ci dispiacerebbe, ma siamo consci dei rischi che si corrono con un testimonial come lui! Sarebbe infine bellissimo vestire un italiano. Ci proveremo.

GR: A me piacerebbe anche per una volta vedere Rafa Nadal e Stefano Tsitsipas indossare una nostra maglietta. Se funziona con loro…

Quando nacque il rapporto con Alexander Bublik?
DM
: Noi abbiamo puntato su questo giocatore quando era ancora giovanissimo e al di sotto di quella fatidica soglia di classifica di cui parlavamo poco fa. Ci eravamo innamorati di lui e del suo stile vedendolo giocare il primo turno a Wimbledon nel 2017 contro Murray: originale e creativo. Ci sembrava rappresentare perfettamente lo spirito Yoxoi. Lo abbiamo aspettato dopo che un infortunio lo aveva fatto precipitare oltre la duecentesima posizione (nel 2018, NdA) e adesso la nostra pazienza è stata ricompensata. Crediamo abbia le carte in regola per arrivare molto più in alto di quanto già non sia ora.

Fuori dal campo che tipo è?
GR
: È come lo si vede in campo: simpatico, scanzonato, spontaneo e con la battuta pronta. Un ragazzo brillante e molto disponibile.

Prima avete accennato all’importanza della nazionalità dei potenziali testimonial. Yoxoi su quali mercati sta puntando in questo momento e attraverso quali canali di distribuzione.
DM
: Per ora siamo concentrati soprattutto sull’Italia e il canale di distribuzione è rappresentato dai negozi specializzati, attualmente una settantina. Una volta ben consolidati in Italia punteremo all’estero e quindi anche alla vendita on line.

Oltre all’abbigliamento per il tennis avete in mente di produrne anche per altri sport?
GR: Tennis, paddle e squash. Stop. Non vogliamo defocalizzarci. È questo che ci differenzia dai marchi sportivi più celebri. Per queste società l’intero segmento “abbigliamento sportivo” rappresenta spesso una percentuale piccola del loro fatturato globale e quello per il tennis è decisamente marginale; sono impegnate a sfornare collezioni su collezioni ogni anno, rincorrendo e creando mode volte soprattutto a spingere le vendite dei loro prodotti “leisure”, meno le collezioni “sport”. Non ha quindi per loro molto senso fare importanti investimenti nel campo della ricerca e dello sviluppo del prodotto “tennis match”. Per noi è esattamente l’opposto, dal momento che dagli sport con racchetta ricaviamo il 100% del nostro fatturato.

DM: Yoxoi vuole portare cultura tecnologica in questo ambito; fare sì che chi pratica questi sport dia l’importanza che merita a ciò che indossa sul campo da gioco. Il successo della nostra impresa passa da qui.

Ed è con questo messaggio che si è conclusa la nostra intervista. Noi aggiungiamo un sincero in bocca al lupo.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement