Berrettini: "Dico sì agli US Open, ma senza rischi Covid" (Scanagatta). Dopo il virus esplode la tennis-mania. I circoli fanno il pieno di appassionati (Gambaro)

Rassegna stampa

Berrettini: “Dico sì agli US Open, ma senza rischi Covid” (Scanagatta). Dopo il virus esplode la tennis-mania. I circoli fanno il pieno di appassionati (Gambaro)

La rassegna stampa di lunedì 6 luglio 2020

Pubblicato

il

Berrettini: “Dico sì agli US Open, ma senza rischi Covid” (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)


 

Matteo Berrettini, n.1 italiano (e n.8 del mondo) ha vissuto tutti i primi mesi del lockdown in Florida accanto alla sua ragazza Ajla Tomljanovic («Meno male che c’era lei con me…la famiglia, gli amici mi sono mancati tantissimo»). Ora, da metà giugno si trova alla Tennis Academy di Patrick Mouratoglou (vicino Nizza), per partecipare con altri noti tennisti, Tsitsipas, Goffin, Lopez, Gasquet, a una strana competizione (l’Ultimate Tennis Show) articolata in più weekend, 50 match a tempo. Si concludono in un’ora con strane regole che stravolgono il tennis tradizionale ma, chissà, magari piacciono ai giovanissimi. Dal 10 marzo, quando si sarebbe dovuto giocare il Masters 1000 di Indian Wells, il vero tennis professionistico internazionale, ha tirato giù i bandoni, lasciando spazio solo a esibizioni nazionali in cui il distanziamento sociale (come nell’Adria Tour organizzato da Djokovic) non è stato sempre rispettato con conseguenze spiacevoli ed imbarazzanti per il n.1 del mondo, sua moglie, il coach Ivanisevic, Coric e altri. Sul resto della stagione del tennis c’è grarde incertezza.

Matteo dal 23 agosto si dovrebbe giocare il Masters 1000 dl Cincinnati…(ma a Flushing Meadow) e poi l’US Open (dal 31 agosto). Lo scorso anno hai fatto semifinale. Dovrai difendere tanti punti. Ci andrai a cuor leggero? «Andrò, ma a cuor leggero in questo momento non si fa nulla. Qui veniamo testati 2 volte a settimana e in Francia la situazione non è grave come a New York e negli USA. Adesso la situazione negli USA è nettamente peggiore; ci sono stati casi positivi sia in NBA sia nel tennis stesso (Tiafoe; n.d.r.). L’idea è di andare, ma vedremo l’evolversi delle cose. Per tutti è importante capire cosa succederà nei vari tornei se un tennista verrà trovato positivo. Ci vorrà un parere scientifico».

Djokovic, da presidente dei tennisti ATP, era contrario a che vi rinchiudessero nel solo TWA hotel del JFK airport. Poi con la positività sua e di altri protagonisti dell’Adria Tour, le cose sembrano cambiate…Tu e il tuo coach Santopadre dove stareste? «Dobbiamo cercare di adattarci, senza rischiare di fare casino – dice senza mezzi termini -. Se dovessi decidere di andare lo farei seguendo tutte le precauzioni del caso. Cercherei di avere contatti solo con il mio team e rispettare i protocolli. Tanta gente sarà in giro lo stesso anche se staremo in questa specie di “bolla” per 21 giorni. Ci saranno sempre almeno 500 persone (1000?) in giro per il torneo. Difficile che non ci scappi neppure un positivo. Però, senza nulla togliere alle persone ‘normali’, noi sportivi abbiamo una situazione particolare: se dobbiamo fare quarantena senza sintomi, i successivi tornei diventano un casino perché non puoi allenarti. Essere positivi non è brutto solo per il rischio della malattia, ma perché influenzerebbe tutta la programmazione».

[…]

Ti ho visto giocare con Tsitsipas, hai vinto i primi due short set, perso terzo e quarto… poi Il “sudden set”, ma mi pare tu sia in gran forma, anche di rovescio. Sbaglio? «No, sto giocando proprio bene, questo UTS è divertente. Sfidare top-ten aiuta, sono ai loro livelli. Mi sono allenato anche con Sinner. Gioca bene, devo stare attento quando giochiamo… mi devo impegnare: è giovane ma picchia duro. Sono pronto a ricominciare, nonostante il lungo stop».

[…]

Dopo il virus esplode la tennis-mania. I circoli fanno il pieno di appassionati (Francesco Gambaro, Il Secolo XIX)

Se non è ancora tennis-mania, poco ci manca. La ripresa post Covid ha portato molti ad avvicinarsi (o riavvicinarsi) al tennis che, rispetto ad altri sport, viene percepito come disciplina a scarso rischio di contagio. Il fatto di giocare all’aria aperta aiuta, così come il distanziamento che nel tennis è fisiologico. Non è un caso, quindi, che molti circoli in queste settimane stiano registrando un boom di prenotazione dei campi: nuovi adepti, ma pure vecchi appassionati che hanno voglia di riprendere in mano una racchetta, a distanza anche di molti anni. A confermare questa tendenza sono gli stessi addetti ai lavori.

[…]

Che ci sia un boom di nuove richieste lo ribadisce anche Davide Favati, responsabile della scuola tennis Sporting 3 Pini: «C’è un incremento di appassionati: dai soci, che prima giocavano a biliardo e adesso hanno deciso di cimentarsi col tennis, agli allievi che prima facevano due lezioni a settimana e ora vogliono farne almeno tre. Il fatto che altri sport siano bloccati può averci favorito.

[…].

A far da volano c’è stata anche la ripresa del turismo.

[…]

La tennis-mania è un fenomeno esteso anche alle altre regioni: «Nei giorni scorsi abbiamo fatto una riunione con i responsabili dei maestri italiani. I presidenti dei comitati di Emilia Romagna, Toscana e Trentino Alto Adige mi hanno confermato la tendenza a giocare di più — rivela Marco Lubrano che gestisce l’Accademia tennis all’impianto comunale Valletta Cambiaso ed è fiduciario regionale dei maestri — anche chi pratica il calcetto ultimamente si è avvicinato al tennis. Oggi si assiste a un ritorno di vecchi appassionati. Come scuole tennis, le nuove iscrizioni si vedranno a settembre». Le rigide precauzioni anti-Covid non hanno scoraggiato i tennisti: «Noi chiediamo mascherine all’ingresso — spiega Rastrelli — e negli spogliatoi i phon sono spenti, gli ambienti sono sanificati dopo ogni turno, le panchine sono dotate di dispenser igienizzanti». «Noi disinfettiamo anche il tubo di plastica che raccoglie le palline – gli fa eco Favati – Abbiamo quattro sedie o panchine dove poggiare l’attrezzatura e i capi d’abbigliamento e il dispenser in ogni campo». E proprio Favati he non perdona il campione serbo Djokovic per aver organizzato l’Adria Tour senza ricorrere alle precauzioni anti-Covid: «L’ha fatto per beneficenza, però ha toppato”.

Continua a leggere
Commenti

Rassegna stampa

Tennis, delusione Berrettini. Festa Ruud dopo tre ore di lotta (Franci). Il rimpianto di Berrettini (Esposito). Demolitor pentito. Così Berrettini regala le semifinali (Azzolini). Nadal giù per terra, la Decima sfuma (Crivelli). Djokovic nervoso e vincente: «Roma mi ama» (Marchetti)

La rassegna stampa di domenica 20 settembre 2020

Pubblicato

il

Tennis, delusione Berrettini. Festa Ruud dopo tre ore di lotta (Paolo Franci, La Nazione)

Il sogno di Matteo Berrettini e dell’Italia tennistica finisce così, con un maledetto tie break al terzo set dopo tre ore di battaglia durissima contro il norvegese Casper Ruud. Una specie di iceberg in maglia rossa, solidissimo, atleticamente eccellente e meno falloso del tennista romano. Evapora così il sogno di incrociare la racchetta con Nole Djokovic, che tra l’altro, prima di scendere il campo sul Centrale per battere al terzo set il giustiziere di Musetti, il tedesco Koepfer, s’era presentato al ‘Pietrangeli’ per studiare il suo prossimo avversario. Chissà, forse anche lui era convinto che sarebbe stato Matteo Berrettini. Poi però, come si dice, in campo c’è anche l’avversario e certamente Ruud è quel che negli spogliatoi i giocatori definiscono «cagnaccio», dal tennis fastidioso, che non scende mai a rete, che corre come tre persone facendo sfiancare l’avversario. Matteo era partito bene per portare a casa la semifinale di Roma, casa sua. Ha vinto il primo set dando la sensazione di poter chiudere la storia. Da quel momento però, la partita diventa una scivolosa salita, sulla quale Casper s’arrampica i virtù di un tennis essenziale e una condizione atletica notevole. Quando tutto sembra perduto al tie break del terzo set, Berrettini torna dominatore per un lampo di partita. Uno sguardo al tabellone luminoso e quel 5-3 sembra sufficiente a spingere il numero 8 del mondo lassù, dove lo attende Nole. E invece no: dritto fuori, due ace di Ruud e ancora un errore sul dritto, anche banale. Ruud esulta. Matteo rimane lì, immobile, testa china e chissà quante cose gli passano per la testa. Tre ore, 4/6, 6/3, 7/6 e l’ultimo degli italiani, dopo l’eliminazione di Sinner e Musetti, saluta il Foro e se ne va.

Il rimpianto di Berrettini. «Il tifo mi sarebbe servito, però ho sbagliato troppo» (Elisabetta Esposito, La Gazzetta dello Sport)

 

E’ vero, non bisogna vivere di rimpianti. Ma dietro all’eliminazione di Matteo Berrettini, l’ultimo italiano ancora in corsa in questi strani Internazionali, ce ne sono tanti. Troppi. Rimpianti per i colpi mancati, prima di tutto. La partita dei quarti contro Casper Ruud, numero 34 del ranking, è finita 4-6, 6-3, 7-6(5). Matteo, che era partito a mille attaccando con potenza il norvegese e mostrando un grande gioco fatto di rovesci incrociati, lungolinea all’angolino, smash, ace e una straordinaria efficacia sottorete, è poi mancato nei momenti chiave, non riuscendo a sfruttare le chance di divorare il match e prendersi le tanto desiderate semifinali. Il 24enne romano, 8 del mondo, ci ripensa e non si nasconde. «Ci sono due-tre occasioni che proprio non mi vanno giù: quella volée nel primo game del terzo set per andare sull’1-0, e poi ho subito il break; il dritto fuori di poco sul 5-4 30-30; soprattutto quello vincente ma appena fuori misura nel tie break, quando stavo avanti 5-3. Io purtroppo ho molta memoria, mi ricordo ogni singolo punto…». Altro rimpianto: l’assenza del pubblico. Matteo, infatti, analizzando la sua partita, fa una sincera autocritica: «Nel secondo set ho abbassato un pochino l’intensità e a questo livello ogni minimo calo si paga caro. Dopo aver vinto il primo, mi sono sentito comodo, e di conseguenza moscio, poco adrenalinico. Non era una questione fisica, ma di energia emotiva. Di certo se ci fossero stati i tifosi al mio fianco sarebbe stato tutto diverso. Non so dire se avrei vinto, ma di certo avrei avuto molta più adrenalina, sarei stato più teso». Ma non è finita. Berrettini confessa anche di aver avuto qualche problema sul Pietrangeli: «Finora avevo sempre giocato sul Centrale, quindi lì sarei stato più abituato. E il Pietrangeli secondo me è in condizioni un pochino più brutte, proprio dal punto di vista del manto. Mi sarebbe piaciuto il Centrale, insomma, ma non voglio trovare alibi: staremmo parlando di tutt’altro se avessi tirato dentro quel dritto sul 5-3». Allora basta rimpianti. Del resto il Berrettini visto oggi ha fatto vedere anche moltissime cose buone. Il gioco c’è e lui è ottimista per il futuro, a partire dall’imminente Roland Garros: «Qui a Roma ho giocato tre partite ad alto livello, nonostante mancassi dalla terra rossa da oltre un anno e nonostante le tre ore di match contro Casper non mi sento neanche stanco. Avrei potuto fare tranquillamente altri due set. Quindi sono contento di me, sto bene, e lo penso anche in ottica Parigi. Margini di miglioramento? Ce ne sono, ma il mio livello si sta già alzando, lo dico io e lo dicono i miei allenatori. Poi certo, non posso ritenermi soddisfatto, anche se sono fiero di come ho affrontato le partite dopo tanto tempo senza terra».

Demolitor pentito. Così Berrettini regala le semifinali (Daniele Azzolini, Tuttosport)

A volte Matteo incanta. Anzi, quasi sempre. Lo fa quando sembra volteggiare fra le asperità più acute dei match. A suo modo un artista, anche se non lo direste mai, visti gli spari che produce. Altre volte ammalia con quel suo modo di incombere sul match, e sembra ingrandirsi a ogni punto che incamera. La storia questa volta ribolle di suggestioni psicologiche, e non sapremmo quale titolo affidarle, se non sommando i momenti centrali del match. Forse… Il Demolitor Pentito Sottotitolo: come regalare altrui una semifinale che sembrava già scritta. Tranquillo, Matteo. Ti sei appena iscritto a una lista di attori di grande spessore, che sanno come strappare le emozioni dalle nostre anime. Su quei campi abbiamo visto regalare finali e vittorie, altro che semifinali, e se hai voglia di leggere i nomi che hanno condiviso quello stesso malessere, al primo posto trovi nientemeno che Federer, dissipatore di due match point nel 2006 al cospetto di Nadal. Eppure, anche tu hai saputo aggiungere un tocco di magnificenza alla recita. Perché hai capovolto la trama quando nessuno se l’aspettava. Filava tutto liscio, e non c’erano motivi per lasciarsi prendere dai dubbi. E allora, perché? Hai dato come l’impressione di esserti pentito di tanta supremazia, quasi fossi convinto che il norvegese – per quello che poneva in atto – non meritasse un trattamento tanto soverchiante. Gli hai offerto di tirare su la testa per respirare. Lo hai fatto a inizio secondo set. Forse perché ti sentivi comodo, o chissà, non vedevi in che modo lui potesse salire fino al tuo livello. Ti diranno – vedrai – che sei mancato di personalità. Noi, al contrario, pensiamo che tu ne abbia sin troppa. Malgrado ciò, c’era solo una cosa da fare, la più semplice: colpire Casper fino a trasformarlo in una illusione. Il resto è venuto da sé, anche quando hai recuperato il break del terzo e hai condotto le operazioni nel tie break finale. Lì è mancato qualcosa, un dritto l’hai sprecato un filo fuori, sul 5-3 del tie break. […]

Nadal giù per terra, la Decima sfuma (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il re è nudo. Nadal è a terra. Smascherato dal Peque, il prode gaucho Schwartzman, che dal basso del suo metro e 70 dimentica gli schiaffoni precedenti negli scontri diretti (9-0 Rafa, con un parziale di 22 set a 2) e giganteggia contro l’ombra del campionissimo che su questa polvere rossa si è preso nove volte il trionfo. Il 2020, a suo modo, continua perciò a essere memorabile e d’altronde 200 giorni senza partite, nemmeno in esibizione (tanti ne sono passati dalla vittoria ad Acapulco di febbraio al debutto romano di mercoledì), tutto d’un tratto presentano il conto al maiorchino, troppo falloso e troppo passivo per opporsi alla serata stellare dell’argentino tascabile. Del resto, se servi con il 42% di prime contro uno dei migliori ribattitori del circuito, sei destinato ad un’apnea prolungata: forte di una smagliante condizione atletica ed esaltato dalla prospettiva di abbattere il monumento, Diego può così azzannare al collo Nadal fin dall’inizio dello scambio, resiste sulla diagonale del rovescio al dritto uncinato dello spagnolo e anzi lo pizzica più volte fuori posizione con il lungolinea. Una lezione al dominatore degli ultimi 15 anni: oggi entrerà il pubblico, ma non troverà Nadal, che esce dal torneo con mille dubbi e senza l’opportunità di un eventuale test in finale con Djokovic sulla via di Parigi. Nole la sua semifinale la agguanta interrompendo la corsa del sorprendente Koepfer, ma si porta ancora appresso il fardello del fattaccio degli Us Open: «Quella pallata mi accompagnerà per tutta la carriera, dovrò imparare a conviverci». Sul campo, i tanti pensieri hanno annacquato una delle sue armi letali, il killer instinct nei momenti decisivi. Capita anche contro il mancino della Foresta Nera, che fino a una settimana fa non aveva mai vinto una partita Atp sulla terra. Eppure Djokovic comincia da Djokovic, inchiodando subito l’avversario a un parziale di quattro game a zero. Lì però si concede la prima dormitina, esorcizzata con il break del 5-3 che gli consegna in pratica il primo set. E quando sale 2-0 nel secondo, la 68 semifinale in un Masters 1000 pare una semplice questione di minuti. E invece Novak piomba d’improvviso nei tormenti della confusione, compie scelte tecniche affrettate, perde il dritto che ora gli esce corto dalle corde e spesso non riesce a contrastare il rovescio incrociato del tedesco. Roso dal nervosismo, il numero uno adesso soffre le accelerazioni del Pitbull Koepfer, non sfrutta quattro palle break nel nono game che lo porterebbero a servire per il match e si incarta finendo per regalare il set. Per la frustrazione distrugge la racchetta: «Mi spiace, non sono perfetto. Sono umano». Con il carisma e l’orgoglio, più che con la qualità del gioco, Nole allunga di nuovo a inizio terzo set, e stavolta non si farà più raggiungere.[…]

Djokovic nervoso e vincente: «Roma mi ama» (Christian Marchetti, Corriere dello Sport)

Nole (Djokovic) sull’orlo di una crisi di nervi. Di questi tempi non è una novità. Stavolta c’è una partita contro Koepfer che è il festival dei blackout, ma anche una racchetta fracassata. Shapo (Shapovalov), invece, è all’ultimo respiro. Perché per correre come lui serve almeno un’altra coppia di polmoni. In un’ideale corsa sui 100 metri, sul traguardo vede comunque la top 10 del ranking mondiale. Non parte male il numero 1 del mondo. Un battito di ciglia ed è già 4-0. Poi Koepfer riesce a limitare i danni fino al 6-3 del serbo. Il secondo set è regalato al tedesco. In mezzo una racchetta fracassata, che «non è la prima né sarà l’ultima che spaccherò nella mia carriera. Sto lavorando sull’aspetto mentale». Arriviamo al terzo set, dove il povero Dominik esce con le gambe rotte da quel terzo gioco che invece fa crescere Nole fino al traguardo (6-3, 4-6, 6-3). E, per quest’ultimo, strada spianata per la settima semifinale a Roma. «Credo di avere un feeling speciale con i romani E non mi riferisco soltanto a quelli sugli spalti. Tolte Serbia e Cina, qui trovo tanto calore e sono riconoscente per come riescono a farmi sentire le persona». A vedere andare Denis così veloce, viene quasi da pensare che abbia impegni per la serata. Che diventano impellenti quando utilizza il rovescio. Rovescio mancino e a una mano, farina del diavolo. Il solito Shapo, insomma Dimitrov fa quel che può: cede il primo set 6-2 e corre. E, quando prova a tornare, dall’altra parte trova una difesa efficace. Eppure vince il secondo set, colpa anche della frenesia di Shapovalov. Ma il terzo è un monologo del canadese. Un dinamico, insostenibile, monologo: 3-0 e ancora 5-2 che diventa 6-2. Denis parla del successo contro il bulgaro, che poi è il numero 100 in totale, come di «un grande passo avanti per la mia carriera» e di questo ringrazia tutti, compreso il suo psicologo «che mi ha aiutato tanto, anche per il mio gioco».

Continua a leggere

Rassegna stampa

Matteo, missione semifinale (Crivelli). Nadal e Djokovic, esperienza e fame. Il cuore di Vika (Esposito). Sinner e Musetti… escono insieme. “Dateci tempo, siamo ragazzi” (Marchetti, Piccardi). Berrettini, l’età giusta per Roma. Sinner a scuola di back (Azzolini). Quel ragazzo mi ricorda Panatta (Clerici)

La rassegna stampa del 19
settembre

Pubblicato

il

Matteo, missione semifinale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Un quarto di finale a Roma, la sua città. Contro il solido tronco di Norvegia Ruud, buonissimo ma non certo inavvicinabile. E perciò con la speranza vivida di una semifinale che all’Italia manca dal 2007, quando Volandri, negli ottavi giustiziere di Federer allora padrone Indiscusso della scena, si fermò contro «Mano de Pedra» Gonzalez. E se le congiunzioni astrali si allineeranno per entrambi, il passo successivo sarà una sfida a Djokovic, ancora mai affrontato: il completamento della personale trilogia dopo Roger a Wimbledon e Rafa agli Us Open. E con il prezioso sussidio dei mille spettatori che il ministro Spadafora ha concesso per le ultime due giornate. Derby complicato. Berrettini è dunque l’ultimo highlander tricolore. Ne è rimasto solo uno, perché gli ottavi non si rivelano un paese per giovani, interrompendo la fantastica avventura di Sinner e Musetti. Non si prospettava semplice la giornata del numero 8 del mondo, sia perché i derby sono sempre insidiosi sia perché Travaglia possiede il ritmo e il gioco di gambe per farlo muovere verso gli angoli e disinnescargli così la penetrazione dei colpi a rimbalzo. In una battaglia allo specchio, dove la diagonale di rovescio per tutti e due è un terreno pericoloso da sminare girando attorno alla palla e azionando il dritto anomalo, Matteo prende il vantaggio di un break tanto nel primo quanto nel secondo set, ma non lo difende (anzi pasticciando quando andrà a servire per il match sul 5-3) e perciò deve rifugiarsi nelle insidie di due tie break, giocati con la lucidità del più forte, per aggiustare una pratica il cui equilibrio è testimoniato dallo stesso numero di vincenti (17) e di gratuiti (28) dei contendenti: «Sapevo sarebbe stata una partita difficile – ammetterà il vincitore – lui è un lottatore. Sono stato bravo nei momenti chiave e sono contentissimo per il risultato, la mia prima volta nei quarti non era per nulla scontata». Ora, dopo íl fratello d’arte Federico Coria al secondo turno, gli capita il figlio d’arte Casper Ruud, che ha già ottenuto il primo obiettivo in carriera, cioè fare meglio di papà Christian in classifica (che fu al massimo 39, lui adesso è 34) e pur senza il colpo che spacca ti concede pochissimo ed è abilissimo in difesa: «Con il norvegese ho giocato due settimane fa a New York (vincendo in tre set, ndr) ma sulla terra mi ha battuto l’anno scorso a Parigi. Chi arriva ai quart’ è comunque in forma, sarà una partita difficile perché qui ogni match è una lotta. Devo dire però che sono molto soddisfatto della mia condizione fisica, a ogni step metto dentro qualcosa in più». E’ lui il il leader, il condottiero del movimento, ma la settimana romana lo avrà sicuramente fatto sentire ben accompagnato per il futuro: «Musetti e Sinner sono impressionanti per la loro precocità e la capacità di gestire i momenti chiave con avversari di spessore, alla loro età avevo molto meno tennis». Addio ai sogni. Peccato che la corsa della fenomenale baby-coppia italiana si arresti tra qualche rimpianto e piccole frustrazioni, assolutamente comprensibili nel cammino di crescita, confermando la maledizione degli Internazionali verso gli Under 20 azzurri, perché il primato di gioventù per un nostro giocatore tra i migliori otto resta di Andrea Gaudenzi, che aveva appunto 20 anni e 10 mesi nel 1994. Jannik gioca un primo set di grande spessore contro Dimitrov, poi si lascia abbindolare dal rovescio in back del bulgaro sul quale non può appoggiarsi pagando pure qualche momento di confusione tecnica. Però ha l’orgoglio e la tigna per recuperare il break di svantaggio nel terzo set e di annullare quattro match point sul 5-4 e servizio, prima di arrendersi a un clamoroso smash spedito in rete da un metro: «Non ho avuto problemi fisici, ma è andata un po’ giù la condizione generale. Io devo accettare che ci sono avversari fisicamente più forti di me e che a questo livello devo potenziarmi. Potrà succedere tra due settimane, un anno, dieci anni. Non mi metto fretta, gioco tranquillo. So cosa devo fare». È il medesimo refrain di Musetti, legittimamente stanco e scarico dopo le meraviglie dei giorni scorsi, con la spalla destra dolorante e incapace di opporsi alle palle alte e lavorate del mancino tedesco Koepfer, 97 Atp, che gli impediscono di prendere il controllo con lo schiaffo di rovescio: «Ma se mi avessero detto tre settimane fa che avrei fatto terzo turno a Roma non ci avrei creduto. Mi porterò tante emozioni, tante notti passate a cercare invano di dormite». Ben svegliato, Lollo.

Nadal e Djokovic, esperienza e fame. Il cuore di Vika (Elisabetta Esposito, La Gazzetta dello Sport)

 

[…] Prendete Rafa. Alla fine del match contro Dusan Lajovic, vinto 6-16-3 in un’ora e mezzo esatta, passa due minuti ad andare ad indicare al suo coach Carlos Moya il punto preciso in cui è finita quella palla che gli hanno chiamato fuori e che invece “era dentro!”. Che cosa gli importa? Ha stravinto, è volato ai quarti (dove affronterà l’argentino Schwartzman, «uno dei più forti al mondo», dice), perché interessarsi ancora a quella palla? Perché ha ancora e sempre fame, perché è un perfezionista, perché non gli basta battere l’avversario, deve farlo nel miglior modo possibile, anche se manca dai campi da sei mesi. Per questo ha tenuto duro su ogni palla, non lasciando quasi nulla al serbo che pure ha provato davvero in tutti i modi a dargli fastidio. Nel secondo game del match, dopo che il maiorchino lo aveva lasciato a zero nel primo, Lajovic ha osato addirittura fargli un break. Reazione? Dodici minuti abbondanti di gioco nel terzo pur di riuscire a riequilibrare la situazione. Il resto è stato gestione, esperienza appunto. Ma Nadal è sincero: «L’inizio è stato durissimo, non gioco da tanto e si sente. Alla fine sono contento così, ma devo fare ancora tante partite e continuare a migliorare». Non bastano dunque il 6-1 6-1 contro Carreno Busta e questo 6-1 6-3, Rafa vuole di più. Eppure sembra chiaro a tutti che, pure non al top, sulla terra rossa è sempre lui l’uomo da battere. Nole, non è fortuna. Fame ed esperienza, dicevamo. Novak Djokovic ha mostrato entrambe nel suo match contro l’amico e connazionale Filip Krajinovic. Il suo primo set è stato faticoso, lo ha conquistato (dopo aver fallito due set point sul 5-4) soltanto al tie break dopo addirittura un’ora e 27 minuti. «Uno dei più lunghi della mia carriera. Filip era in gran forma e il primo set sarebbe potuto finire diversamente. Per fortuna mi è andata bene». Per fortuna? Ecco, in questo anche il modesto Nole sbaglia. Non è fortuna, è esperienza. E poi c’è la fame. Quella che lo sta spingendo a dare il massimo colpo dopo colpo, per tornare a vincere il torneo che tanto ama dopo cinque anni di astinenza. Domani gioca i quarti (contro il mattatore di Musetti Koepfer) per la quattordicesima volta consecutiva. E anche se questo è un anno strano, è convinto – come sempre – di poter tornare ad alzare il trofeo. Potrebbe farlo davanti a mille persone, quelle a cui dalle semifinali sarà concesso l’ingresso: «Beh, ne sarei ovviamente molto felice». E su questo Nadal non può che essere d’accordo: «È fantastico, meglio mille di niente!». Azarenka infermiera. Ma ieri il Foro Italico ha raccontato anche un’altra storia, che va oltre lo sport. Durante il tie break del match contro la Azarenka, la russa Daria Kasatkina si infortuna in uno scatto per recuperare una palla corta: la caviglia che si gira, le urla, il pianto. E qui “mamma” Azarenka mette da parte ogni rivalità e si lancia sulla 23enne scavalcando la rete, la accarezza, la accudisce. La gara non riprenderà, ma ogni tanto una dose di rara umanità è meglio di un rovescio perfetto.

Sinner e Musetti…escono insieme. “Dateci tempo, siamo ragazzi” (Christian Marchetti, Il Corriere dello Sport)

[…] Jannik Sinner, classe 2001: «Penso che fisicamente debba ancora crescere molto. II gioco sta migliorando e questo succede quando metti una partita dietro l’altra, ma devo migliorare su quell’aspetto per pareggiare i fattori». Lorenzo Musetti, classe 2002: «Ha pienamente ragione, siamo ancora ragazzi Guardate la mia partita contro Koepfer. Lui era al sesto match come me, ma era senz’altro più fresco». NIENTE SCUSE. Jannik lo dice dopo due ore e mezza a giocare allo stesso livello con Dimitrov, il quale alla fine la spunta esasperando il back e buttando tra una racchettata e l’altra tonnellate d’esperienza. Lorenzo ha invece una sacca del ghiaccio sulla spalla bollita e nella testa quei trionfi con Wawrinka, Nishikori e i veraci «Congratulezzioni» dei giornalisti stranieri collegati via Internet. I ragazzi piangono, ma lo fanno oggi per essere più forti domani. Al contempo c’è tanta maturità: gli elogi che i due si scambiano pubblicamente, la soddisfazione di vedere campioni seguire i loro match. «Ringrazio Nole Djokovic, ma mi dispiace che abbia dovuto assistere a questa partita», quasi arrossisce Musetti. Il più arrabbiato è Sinner. In conferenza stampa mangiucchia unghie come il demonio fa con le fiamme dell’inferno. «Perdere così fa male. Parlerò col team e vedremo». Contro Dimitrov la vittoria sembrava una formula matematica. Break sin dal primo gioco e nervi d’acciaio per arrivare al primo 6-4. Break e controbreak in apertura di secondo set con il bulgaro che prende le contromisure col rovescio in back «Ci devo lavorare su – dice Sinner – Lo so io, lo sa Riccardo» (coach Piatti, ndr)» e cresce in maniera esponenziale. Infine quel maledetto set decisivo: Jannik che risale da 5-2 a 5-4 e perde la partita sul suo servizio, al quinto match point, scagliando sul nastro uno smash non impossibile. CRESCERE. Poco da dire sulla partitaccia di Lorenzo. Nonostante il 6-4, il primo set scappa subito via. Il secondo è invece una punizione troppo severa, seppure sportivamente giusta. E quel dolore alla spalla. «Porterò con me tante emozioni, tante notti trascorse a cercare di dormire. Inutilmente, perché i pensieri in testa erano troppi. Nelle prossime settimane giocherò a Forlì con una wild card, poi stop, poi ancora Parma, infine Sardegna. Ho bisogno di giocare». Però non troverà un Nadal a dargli una pacca sulla spalla come accaduto al Foro. «Un gesto che mi ha colpito particolarmente per la sua umiltà». Bilancio anche per Sinner: «Da questo torneo ho capito tante cose e certo questa non era la fine che volevo. C’è quella parte fisica da migliorare e, per ora, devo solo accettare la situazione». I ragazzi piangono di rabbia e quella ha tutta l’aria di essere rabbia giusta.

Aggrappati a Berrettini. Sinner e Musetti si sciolgono, “Limiti fisici, cresceremo” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

[…] E invece, viaggiando a fari spenti sulla terra della sua città, Matteo Berrettini si prende di forza il primo quarto di finale a Roma (oggi a mezzogiorno contro il norvegese Ruud sul Pietrangeli, un campo di bellezza struggente che il mondo ci invidia), ha solo 24 anni ed è numero 8 del ranking eppure nell’euforia della nouvelle vague di questi Internazionali molto d’Italia l’avevamo considerato l’usato sicuro. Ora è l’ultimo baluardo. Si arrendono in rapida successione sia Jannik Sinner che Lorenzo Musetti, 37 anni in due, dimostrando limiti più di fisico che di testa e senza che evapori il profumo di campione che entrambi emanano forte, ciascuno a modo suo, Jan baciato dalla facilità con cui i colpi gli escono dalla racchetta e Lollo ricco sfondato di tennis nel braccio, tutti e due destinati a un futuro radioso. La giovane Italia, insomma, c’è, anche le sconfitte sono utili per migliorare: «Come non butta via una palla, Jannik non spreca i match, anche quelli persi — riflette coach Riccardo Piatti sbollita l’arrabbiatura per una partita tenuta in pugno con Dimitrov e decisa da pochi break —. Lui capisce tutto, usa tutto: la lezione gli servirà». Con il bulgaro ex n.3, Sinner ha un netto calo nel terzo, contro il mancinaccio tedesco Koepfer, Musetti accusa un dolore alla spalla, tiene nel primo set, crolla nel secondo, ma è chiaro che i ragazzi sono ancora teneri per gli urti del tennis di alto livello, va dato loro il tempo di crescere e assestarsi. «Andando avanti nella partita la condizione fisica scendeva e quella è la parte dove devo migliorare tanto. Ho perso partite che potevo vincere per questo motivo. Adesso c’è solo da imparare e cercare di capire cosa si può far meglio a partire dal Roland Garros. Non mi metto fretta, ho le idee chiare» spiega Sinner, killer di Tsitsipas, che già in Australia si era piegato senza spezzarsi (crampi e mal di schiena), cresciuto nei sei mesi di stop per la pandemia ben di 5 cm in altezza e 4 chili di muscoli. Musetti condivide l’analisi di Jannik: «I tanti match giocati qui e le quattro settimane di fila nei tornei si sono fatte sentire. Ma se mi avessero detto che a Roma avrei battuto Wawrinka e Nishikori, non ci avrei creduto. Dal Foro mi porterò dietro tantissime emozioni e notti insonni perché avevo tanti pensieri in testa» dice il carrarese, che ha ricevuto i complimenti di Nadal e Djokovic. […] Vitamina preziosa per Matteo Berrettini, nato a un paio di colli romani da qui: l’enfant du pays vorrebbe farsi largo nel torneo prenotato da Djokovic e Nadal e in previsione di una semifinale con il numero uno serbo qualche daje dalle tribune sarebbe prezioso. «Sono impressionato dai giovani azzurri, io a 18 anni non giocavo al loro livello» osserva il capitano aggrappato ai suoi sogni_ E noi, di rimando, a lui.

Berrettini sulle tracce di Djokovic (Massimo Griili, Il Corriere dello Sport)

[…]Ma così è andata, e allora non ci resta che tifare per il nostro numero uno, Matteo Berrettini, finalmente nei quarti di finale di Roma, due anni dopo Fognini. Ieri ha battuto, in un derby molto combattuto, il quarto azzurro ancora in gara, Stefano Travaglia, che l’ha tenuto in campo per due ore esatte arrendendosi solo dopo un doppio tie break. «Sapevo che mi aspettava una partita difficile – ha detto il vincitore – perché Stefano ha un tennis che mi dà fastidio e le nostre prime sfide sono state tutte battaglie. Ho vinto un bel braccio di ferro, per fortuna nei tie break (vinti per 7-5 e 7-1, ndr) sono riuscito ad alzare il livello del mio gioco». L’ equilibrio in campo è dimostrato dal numero dei vincenti (17) e degli errori non forzati (28), esattamente pari tra i due giocatori. In una partita giocato a specchio sulla diagonale di sinistra, Matteo – che aveva perso tre volte su tre contro contro il tennista ascolano, ma sempre a livello di tornei Futures, e l’ultima volta nel 2016 – non ha fatto cose strabilianti al servizio (solo 3 ace contro i 6 dell’avversario) alternando belle cose a qualche errore di troppo da fondo campo. «Ma partita dopo partita sento di Ruud: «Meno male che non sia 1 pe centro Matteo W.» migliorare – ha detto il romano in conferenza stampa – dalla ripresa dell’attività ho giocato poco (8 incontri, ndr), è normale che non possa essere al massimo della forma. Mi sono sentito un po’ scarico in alcuni momenti importanti, perd lo considero un ottimo match. Quello che conta poi è che fisicamente mi sento molto bene, meglio anche rispetto all’inizio della stagione (il riferimento è ai problemi avuti all’anca, ndr). Questo grazie al lavoro svolto durante il lockdown». VERSO NOLE. […] «Il ritorno del pubblico è una cosa molto positiva, ovvio che mi sarebbe piaciuto che ci fosse già dall’inizio del torneo. Mille persone non sono poche, le motivazioni e la spinta ci saranno. Io mi sto abituando a giocare senza tifosi al Centrale, ma fa male al cuore vedere questo stadio vuoto». E la possibile sfida con Nole? Lasciatemi pensare alla gara dei quarti… – si schermisce Berrettini, ieri assistito da papà e mamma in tribuna – Ruud è un ottimo giocatore, ho visto la sua partita di giovedl contro Sonego e mi ha impressionato, picchia duro». Due i confronti diretti con il figlio d’arte (papà Christian è stato 39 nella classifica dell’Arp, mentre lui, Caspar, è già 34) con una vittoria a testa: tre set a zero per il norvegese, ventidue anni il 22 dicembre, al Roland Garros del 2019 e tre set a zero per Berrettini due settimane fa sul cemento di Flushing Meadows. «So che mi aspetta un match molto duro – ha detto ieri Ruud – Matteo ha un gran servizio, un dritto potente, proverò ad aggredirlo io per primo. A New York ha vinto facilmente lui, ma sulla terra è un altro sport. E poi, sono contento che il pubblico non ci sia. Non posso immaginare come sarebbe giocare contro Berrettini davanti a diecimila spettatori…».

Berrettini, l’età giusta per Roma (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] Non si tratta di porre inutili barriere psicologiche, e nemmeno di sottovalutare la gang dei tre colori, che coni 18 anni di Musetti e i 19 di Sinner ha lambito il traguardo, senza trovare l’ultimo appoggio per completare la scalata.[…] Una è questa: per gli ottavi, svolte, basta la spinta di una spregiudicata gioventù, ma i quarti pretendono un pizzico di maturità in più. Ce ne teniamo uno. Matteo Berrettini l’età giusta ce l’ha. È ancora giovane e fresco, ma ha già superato i primi esami cui il Tour inevitabilmente sottopone gli allievi più giovani e rampanti. Matteo ne ha da poco 24 e alla sua età vi sono riusciti in pochi. Tra questi non c’è il prossimo sposo Panatta, che vanta il numero più alto di sconfinamenti dagli ottavi. Adriano è giunto ai quarti in quattro occasioni, la prima per vincere il torneo. Ma aveva 25 anni, quasi 26. La lista non è lunga. Vi compaiono 15 nomi, per 23 tentativi riusciti. A ruota di Adriano, due volte Bertolucci e due Volandri, entrambi semifinalisti, due anche Camporese e due Gaudenti. Poi Zugarelli, Barazzutti, Odeppo, Cancellotti e Claudio Panatta insieme nel 1984. E ancora Claudio Mezzadri, Canè, Seppi e Fognini. Berrettini, appunto, è il quindicesimo, e l’impresa gli è costata un bel po’ di fatica mentale, oltre che fisica, in una giornata da 34 gradi. Era un derby, si dirà. Mentre Sinner incontrava Dimitrov e Musetti era alle prese con il più sconosciuto dei partecipanti, il tedesco Dominik Koepfer, 26 anni, di scuola americana. Numero 97 del mondo al suo arrivo a Roma. È vero, era un derby italiano, ma da giocare col fiatone. […] Matteo ha affrontato Stefano Travaglia sapendo che c’era un tempo in cui Steto lo batteva. Sono passati anni, e lui è da mesi piazzato comodo su una poltrona della Top Ten, ma niente è più disagevole nel tennis di un ricordo negativo che ti circola dentro. «Non è mancanza di fiducia nei propri mezzi – azzarda una spiegazione Matteo -, è che ci si conosce a fondo, e lui ha il tennis che mi dà più fastidio. Colpisce bene con il servizio e con il dritto, è resistente, corre e risponde bene. Nel primo set mi ha fatto il break in un game in cui ho servito quattro prime. Come se niente fosse». Ma anche lui gliel’ha fatto, e ha accelerato i ritmi del suo tennis martellante. «Ho corso il rischio di andare qualche volta fuori giri, ma era importante che fossi io ad avere l’iniziativa». Eccole le scelte mature che servono. Matteo e Steto hanno boxato alla pari, in definitiva, ma Berrettini ha avuto gli spunti migliori quando serviva. «Nel tie break .. Alla fine sono stati proprio loro a fare la differenza». C’è Ruud nei quarti. Matteo l’ha battuto di recente a New York, traumatizzandolo. Sul rosso sarà più difficile, e per il romano c’è il precedente negativo del Roland Garros di un anno fa. Il norvegese gioca dentro le righe, a un ritmo ossessivo. Servizi e dritti contundenti saranno indispensabili per disinnescarlo. Ci si chiede se Musetti avrebbe potuto approfittare meglio del tennis volitivo ma in qualche caso artigianale di Koepfer. Difiìcile dire. Tartarini, il coach, avverte che Lorenzo è giunto al match «troppo stanco». Ci sta. Sette partite di fila negli ultimi giorni, e due vittorie che possono far smarrire la retta via. Alla fine, va bene così. Musetti (frenato anche da un problema alla spalla) ha sostenuto il primo esame di tennis vero. Per il resto c’è tempo. 

Sinner a scuola del back (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] Dei tre match giocati in questa seconda campagna romana che l’ha consegnato agli ottavi per poi sospingerlo fino all’orlo dei quarti, quello con Grigor Dimitrov è stato il match più vero, e gli servirà per capire e capirsi. Non la solita banalità sulle sconfitte che consentono di crescere più del le vittorie, piuttosto dell’insieme di stimoli e novità con cui il bulgaro l’ha invitato a confrontarsi nel breve volgere di tre set. Se conosciamo bene Riccardo Piatti, i compiti a casa glieli ha già affidati, al giovane Pel di Carota. Una tesina, di sicura Titolo: come opporsi a un avversario che impone continui cambiamenti al gioco. […] A conti fatti, Jannik Sinner ci ha pure provato, ma le sue buone intenzioni non si sono tramutate in quel tennis di continue percussioni che in altre occasioni gli abbiamo visto fare. Tenga conto, l’esaminando, che l’avversario in questione, un tempo aitante steward della stella siberiana Sharapova, oggi frustrato da un inizio di calvizie, è di quelli che si sottrae a tutto, e se non si sta attenti e pure capace di farlo lui, lo sgambetto infido.[…] Consiglieremmo a JS di focalizzare un intero capitolo su come reagire meglio agli improvvisi rallentamenti mossi dal rovescio in back di Grisha. La mobilità che occorre per recuperarli e la tattica utile a trasformarli in repliche vincenti, a costo di frequentare con assiduità le zone calde vicine alla rete. Semola se n ‘è reso conto. «Il back lungo non mi ha creato problemi, l’ho saputo gestire. Meno bene, invece, quando ha colpito in back per offrirmi palle senza forza. Sono colpi che Grigor sa rendere facili, e non sempre li ho intuiti con il giusto anticipo». Sinner ha condotto il primo set, senza strafare. Un break in avvio, e l’ha portato a casa. La battaglia ha preso fuoco nella seconda frazione, e ancora di più nel finale della terza. Grigor ha pareggiato il conto alla prima occasione, un set point offerto da Sinner nel frangente imbambolato dai repentini cambi di gioco di Dimitrov Nel terzo, il bulgaro ha preso il largo e servito per il match sul 5-3, qui Sinner ha mostrato di sapersi ribellare ai momenti di sconforto. Ha ottenuto il controbreak, ma non l’ha saputo sfruttare. Al quinto tentativo Dimitrov ha sfondato. E si misurerà con Shapovalov nei quarti. Semola ha a disposizione un università unica nel suo genere. Potrà rivedere il match nei dettagli. È un ragazzo fortunato. La sconfitta di ieri farà da prodromo a una vittoria domani. Basta crederci.

Quel ragazzo mi ricorda Panatta (Gianni Clerici, La Repubblica)

Gardini ml battè nella finale del mio club, il tennis Como. Pietrangeli lo battei al Parioli ma capii che non lo avrei più battuto. Rosewall sconfisse al 1′ turno di Parigi Gardini, e il Fausto diede questo risultato come irripetibile. John McEnroe tira tutto più lungo di un metro, ml disse suo padre. Lo vedrà tirare più corto, gli risposi. Sampras e Chang giocavano in un campetto di periferia, e a Bud Collins dissi: “Entrambi vinceranno uno slam”: avevo ragione. Può Musetti aspirare a qualcosa di simile? Sinner sicuramente si, ne va della mia serietà di pronosticatore. Dopo aver visto Musetti penso che possa diventare almeno un nuovo Panatta. […] Dissi ad Ascenzio, il papà di Adriano: per un match di Davis se uno mi nomina Adriano va bene, il fratello minore Claudio, no. Non è certo l’occasione per giudicare Musetti inferiore o superiore a Sinner nel futuro, Rianna e Tartarini lo conoscono meglio di me: il primo dà la colpa a una spalla dolorante, il secondo perché dopo 8 partite precedenti non aveva dormito bene. Probabilmente hanno tutti e due ragione

Sinner e Musetti fuori, Berrettini vuole Nole (Paolo Rossi, La Repubblica)

ROMA – Ne restò uno soltanto, dei quattro moschettieri giovani e belli. Quello con il pedigree e con la classifica migliore di tutti. […] Ai quarti di finale degli Internazionali Bnl d’Italia accede Matteo Berrettini che ha la meglio su Stefano Travaglia (7-6, 7-6) ed escono dal tabellone Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, i due terribili teenager che hanno allietato la settimana romana del tennis. Il più giovane, il diciottenne Lorenzo, s’è sciolto di pomeriggio (dopo le magie notturne dei turni precedenti) contro Dominik Koepfer, 26enne tedesco non proprio di primo pelo nei giorni di massima celebrità. Ma, come ha commentato un indigeno sugli spalti, “A Roma bisogna saper battere anche i parafangari, non solo i padri nobili del Foro”, con chiaro riferimento agli scalpi eccellenti dei giorni precedenti (Wawrinka e Nishikori) del carrarese. L’altro, Jannik, aveva invece iniziato lo spartito secondo i dettami di coach Piatti, e andava con il vento in poppa prima che arrivasse la bonaccia, tradito da stanchezza e, forse anche dall’assenza di un piano B, quello che amava scrivere Foster Wallace: «Non ci vuole solo la velocità meccanica: occorre intelligenza, intuitività, senso del campo, capacità di interpretare e manovrare gli avversari, fuorviare e dissimulare, usare fiuto tattico». Spenta la luce, al bulgaro Dimitrov non è parso vero di poter rientrare nel match, riequilibrarlo (4-6, 6-4) e addirittura involarsi verso un insperato successo fino al 5-2. Ma qui, e di questo non può che esserne felice Piatti, il suo pupillo ha mostrato la stoffa e si è ricordato di certe lezioni di strategia: «La fortuna aiuta chi si crea le occasioni, non arriva per colpi isolati» e dunque, cocciuto come solo un orgoglioso 19enne di montagna può esserlo, s’è rifiutato di perdere e ha attinto alle energie residue, gettando nell’angolo l’avversario, fino al 4-5. Ma Jannik ha esaurito la riserva del serbatoio, e l’ultima stilla s’è dispersa in uno smash di frustrazione. «Imparerà da questi momenti» ha sentenziato capitan Piatti, e tutti hanno volto il pensiero verso Musetti. Resta dunque Berrettini, atteso oggi al suo mezzogiorno di fuoco sul campo Pietrangeli con Casper Ruud per un nuovo remake: se il norvegese vinse al Roland Garros 2019, Matteo ha avuto la sua rivincita a New York, agii US Open 2020. In semifinale ad aspettare il vincitore ci sarà probabilmente Djokovic. L’ultimo azzurro ad arrivarci fu Volandri: era il 2007

Berrettini, quarti con vista sul sogno. Sinner-Musetti ko (Gianluca Cordella, Il Messaggero)

«Pijamose Roma». Ecco, Matteo Berrettini non sarà – per fortuna – minaccioso come il Libanese di “Romanzo criminale” ma ne condivide il piano. […] In questo progetto che è poco criminale ma che potrebbe diventare uno splendido romanzo di sport, ieri ha fatto un significativo passo avanti, battendo Stefano Travaglia nel derby tutto azzurro e qualificandosi per i quarti di finale. È la seconda volta che ci riesce in un Masters 1000, dopo Shanghai 2019. Non saranno purtroppo al suo fianco Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, i nostri due talentuosissimi Next Gen, che, dopo aver sognato e fatto sognare, sono stati bruscamente riportati alla realtà da Grigor Dimitrov e Dominik Koepfer. I loro Internazionali sono comunque da applausi scroscianti. MATCH SPINOSO Dopo aver portato otto giocatori agli ottavi, il tennis italiano si ritrova con il solo Matteo a cullare ancora sogni di gloria. «Sapevo che in termini di ranking ero favorito con Travaglia ma sapevo che era una partita difficile perché lui per caratteristiche mi può dare molto fastidio». E infatti al di là delle differenze in classifica – Berrettini è numero 8 del mondo, Travaglia 84 (ma dopo Roma diventerà 72, suo best ranking) – pesavano sulla sfida che ha aperto il programma del Centrale i precedenti. Matteo e Stefano, che mai si erano sfidati prima di ieri nel circuito maggiore, a livello di Future avevano battagliato tre volte tra il 2015 e il 2016 e aveva sempre vinto il marchigiano. Un dato che in parte è do- vuto alla differenza d’età, all’epoca dei fatti Matteo avevo 19 anni e Stefano 23, differenza non da poco in quella fascia anagrafica.[…] Che anche ieri ha provato a togliere il ritmo al drittone di Matteo, servendo molto bene e spingendolo il più possibile sul lato del rovescio. Il romano ci ha messo un po’ a trovare le contromisure ma, ciò che più conta per lui, è riuscito a trovarle nei momenti clou, i due tie-break, chiusi a 5 punti e a 1, che hanno decretato il suo passaggio al turno successivo. Matteo diventa così il quinto italiano a qualificarsi per i quarti romani dal 2000 in poi, l’ultimo era stato Fabio Fognini nel 2018, fermato poi da Rafa Nadal. Oggi, a partire dalle 12, sul Pietrangeli ritroverà il norvegese Casper Ruud, numero 34 del mondo, battuto pochi giorni fa sul cemento di New York Ma quello agli Us Open non è l’unico precedente fra i due che si sono sfidati anche sulla terra rossa, un anno fa al Roland Garros, e quella volta ad imporsi fu il norvegese (che dopo aver eliminato Lorenzo Sonego, ieri ha battuto 6-2 7-6 Marin Cilic). Ma Matteo vuole prendersi Roma, o quantomeno arrivare a giocarsi la semifinale nel torneo di casa con un po’ di pubblico in tribuna. «Pecccato che non ci fosse dall’inizio…», la chiosa. DOPPIO STOP Se Matteo sorride, Jannik Sinner e Lorenzo Musetti hanno la faccia dei ragazzini messi in castigo che sanno di avere sbagliato. Lorenzo, complice un problema fisico, è stato travolto 6-4 6-0 dal qualificato tedesco Koepfer, altro livello rispetto ai già battuti Wawrinka e Nishikori, ma anche altra integrità fisica e pesantezza di palla. Jannik è partito benissimo contro Dimitrov, vincendo 6-4 il primo set, poi ha iniziato a sbagliare un po’ troppo e la maggior esperienza del bulgaro lo ha punito restituendogli, non uno, ma due 6-4. E i Fab Two? Novak Djokovic soffre un set contro Krajinovic poi vince 7-6 (7) 6-3. Rafa Nadal lascia le briciole a Lajovic: 6-1 6-3.

Continua a leggere

Rassegna stampa

La vittoria di Musetti sulla stampa italiana (Crivelli, Grilli, Azzolini, Franci). Picchia, medita e sorride: è la nuova Azarenka (Grilli)

La rassegna stampa di venerdì 18 settembre 2020

Pubblicato

il

Strepitoso Musetti, stende pure Nishikori (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Banzai. Diecimila di questi giorni. Musetti schianta anche Nishikori e a 18 anni e sei mesi diventa il giocatore più giovane ad approdare agli ottavi di un Masters 1000 sulla terra dai tempi di Rafa Nadal ad Amburgo nel 2003: chiamarla favola, adesso, non gli rende più merito. Perché Lorenzo, nella notte spettrale del Foro vuoto e muto, conferma le sensazioni che ha disseminato nella settimana della sua clamorosa epifania: il braccio e la testa sono quelli di un campione in velocissimo divenire, non di un fuocherello destinato a estinguersi presto. Certo, Kei ha fronteggiato le paure del virus, da cui è stato contagiato a metà agosto, e dunque non possedeva la condizione e lo spirito dei giorni miliori, ma Lollo non trema. […] e negli ottavi se la vedrà con il qualificato mancino tedesco Koepfer, 97 Atp. Già: il sogno potrebbe prolungarsi. Musetti si unisce a Berrettini, Travaglia e Sinner in un festival tricolore assistito pure da un tocco di sorte benevola: alle 21.58, con Nishikori al servizio sul 4-4 30-15 del secondo set, sul Foro si spengono tutte le luci. Un miniblackout che dura otto minuti e che al rientro spegne incredibilmente le ultime velleità del più esperto Nishikori: «Ringrazio chi non ha pagato le bollette. Scherzi a parte, Kei non mi ha regalato nulla, è partito subito aggressivo ma quando ho annullato quelle palle break all’inizio ho capito che potevo giocarmela. In questo match la chiave è stata la mia capacità di giocare bene i punti importanti, sono davvero soddisfatto della mia prestazione, credo sia stata davvero di alto livello». Negli ottavi non ci saranno invece Sonego, che si inchina alla solidità di Ruud, e soprattutto Fognini, che deve ancora masticare il pane duro di una tortuosa riabilitazione dal doppio intervento alla caviglia di fine maggio. Fabio sbuffa, sbraita, pizzica verbalmente il giudice di sedia, manda occhiatacce ai giudici di linea che gli chiamano troppi falli di piede («Ma non voglio parlarne») e alterna le solite, deliziose prodezze a errori marchiani (alla fine 58 gratuiti) contro il francesino di mano mancina Humbert. «La parola fondamentale di questo 2020 è automatismi: che non ho ancora e ovviamente devo ritrovare. Però sono contento al 99% di questa partita, ho fatto un grande passo avanti rispetto a Kitzbuehel (perse subito col 303 del mondo, ndr), anche se mi è dispiaciuto perdere. Non lo nego, in campo sto ancora soffrendo, non sono rapido e reattivo». […]

Mago Musetti, un altro show (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

 

Il mondo salvato dai ragazzini. Magnifico Lorenzo, che ha superato senza tremare la fatidica prova del nove, malgrado anche il tentativo di disturbo di un blackout che sul Centrale è durato poco meno di un quarto d’ora, dimostrando che l’exploit di martedì contro Wawrinka non era solo una splendida illusione. Magnifico Musetti, diciotto anni compiuti il 3 marzo, che ha smontato punto dopo punto il trentenne Kei Nishikori, numero 35 del ranking, qui semifinalista nel 2016 ma appena alla terza partita quest’anno. Un break al quarto gioco del primo set, uno al nono del secondo: ieri il veterano sembrava il ragazzo di Carrara, capace di reggere da fondo campo senza apparente fatica il ritmo del giapponese, per poi sfoderare i suoi tocchi, i suoi passanti, le sue smorzatine. E con l’aiuto di un servizio sempre robusto, che ha contribuito ad annullare tutte e 5 le palle break a disposizione di Nishikori. Grazie all’exploit di Musetti, portiamo quattro italiani agli ottavi di finale di oggi. «Un altro match incredibile – ha detto a caldo – sono davvero felice, su questi campi mi trovo sempre meglio. E’ stata una partita diversa da quella con Wawrinka, credo di aver giocato molto bene, soprattutto di dritto, cosa che mi ha consentito di spingere tanto, anche dalla risposta». Oggi negli ottavi se la vedrà con il tedesco Koepfer; 26 anni e numero 97 del mondo. Vediamo se Lorenzo ha ancora voglia di stupirci. La partita di Musetti era stata preceduta dalle sconfitte di Fognini e Sonego. Fabio è rimasto in campo due ore esatte contro il francese Humbert, numero 42 del mondo, in una partita molto irregolare, cominciata con sei break consecutivi, dove il ligure ha ottenuto gli stessi punti dell’avversario (75) ma ha perso in due set, «perché mi manca – ha detto in conferenza stampa – la lucidità nei momenti decisivi, mi mancano gli automatismi». […] «Ma io sono molto contento della mia prestazione: questi mesi rappresentano un allenamento agonistico ai tornei dei 2021, e le mie sensazioni sono positive. Gioco soffrendo, non sono ancora veloce e reattivo come al solito, ma penso che avrei meritato di giocarmi il terzo set. Ora vado ad Amburgo poi al Roland Garros quindi deciderò se fermarmi o proseguire con i tornei indoor». […]

Lorenzo Magnifico (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«Lui è meglio di me». Jannik Sinner lo aveva presentato così. Con la semplicità che fa da supporto ai ragionamenti accurati. Lo è davvero? Il dibattito si è aperto ieri, sul web e nei circoli. Musetti meglio di Sinner? Ma dai. Ha addirittura un anno in meno, il ragazzo di Carrara, ed esperienze ridotte nel Tour che conta. Ha scelto la strada dei tornei juniores: dopo la finale agli Us Open, ha vinto i baby Australian Open 2019, poi ha frequentato Future e Challenger, ficcando il naso nei tornei maggiori solo quando gliel’hanno permesso. Due modi dissimili di giungere alla fioritura. Ma perché metterli in contrapposizione? Quello che conta è che sono entrambi negli ottavi a Roma, il diciannovenne che ha battuto Paire e Tsitsipas e il diciottenne che sembra aver preso di mira gli ex Top Five. Prima Stan Wawrinka, dominato dall’alto di un 8-0 in avvio. Ieri sera Kei Nishikori, uno dei più forti ribattitori che vi siano. Vero, entrambi usciti da infortuni e periodi di sfiga che difficilmente dimenticheranno, ma soprattutto impreparati a controbattere la verve fisica ed emotiva di Lorenzo, che ti ha sovrastati per spirito di iniziativa e inventiva. «Ho giocato moltissimo in queste settimane», racconta Lorenzo. «Credo di essere alla settima partita consecutiva. Sto scoprendo un mondo nuovo. Sul Centrale è stato amore a prima vista. Nishikori mi ha presentato problemi diversi da quelli di Wawrinka. Ho cercato sempre di fare il mio gioco, di non subire il peso della loro esperienza. Ho spinto e alternato i colpi. E andata bene, ma tutto andrà rivisto con coach SimoneTartarini e immagazzinato. Per ora posso solo dire che è bellissimo sia successo. Sono orgoglioso di me, stavolta ho servito molto bene». La verità è che Musetti, ogni qual volta il giapponese abbia cercato di imporre le proprie geometrie, ha trovato contromosse naturali. Questione di talento. «Non solo. Mi sto preparando con grande intensità al mestiere di tennista, ci metto anima e corpo. Ma non ne sento il peso. Provo per questo sport un’autentica devozione». […] Da oggi, nuovi esami: c’è il tedesco Koepfer, che ha eliminato Monfils. […]

Musetti, la favola continua: battuto anche Nishikori (Paolo Franci, La Nazione)

Quattro italiani agli ottavi di finale al Foro Italico 41 anni dopo. Un colpo di grancassa nel circuito della racchetta, forte e potente come lo è il tennis del baby boom Lorenzo Musetti da Carrara, 18enne dal talento enorme e l’approccio al campo di un veterano. Lui è il quarto della lista dopo Berrettini, Travaglia e Sinner. L’ultima volta, gli eroi del Foro erano stati quelli che hanno scritto la storia del tennis mondiale: Panatta, Bertolucci, Barazzutti e “l’intruso” Ocleppo. Era il 1979. Il ragazzino toscano ieri sera ha martellato e messo ko il giapponese Nishikori, gran brutto cliente, anche se tormentato dagli infortuni. Musetti ha battuto il giapponese 6/3 6/4 e ha dovuto fare i conti anche con un blackout che ha spento le luci del Centrale per otto lunghissimi minuti. «Nishikori è stato un avversario molto diverso da Wawrinka – ha detto il talento azzurro dopo il match – lui non concede davvero nulla. Ringrazio chi non ha pagato la bolletta, dopo il blackout le cose si sono messe bene per me…». Oggi c’è il derby italiano tra Matteo Berrettini e Stefano Travaglia. E poi c’è Jannik Sinner, il baby-killer di Stefanos Tsitsipas che sente l’odore dei quarti contro Dimitrov e se la giocherà fino all’ultimo lungolinea. Disegnare l’incrocio tra Berrettini – numero 4 del tabellone – e Travaglia è forse più semplice. Il tennista romano è certamente favorito per ranking e abitudine a certi livelli. Però va ricordato che in questo torneo Stefano ha già battuto due Top 50 e c’è anche qualcosa che vale la pena ricordare, perlomeno come curiosità. Sì perchè Travaglia ha sempre battuto Berrettini, anche se a livello di Futures, mettendolo sotto in tre occasioni. In ogni caso, un italiano è già nei quarti. […]

Picchia, medita e sorride: è la nuova Azarenka (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Vika ci sta prendendo gusto. Vincitrice al torneo di Cincinnati-New York e poi finalista agli Us Open, la trentunenne Azarenka – in piena rincorsa alle prime pozioni della classifica – continua nella sua demolizione del tennis statunitense. Dopo aver battuto in pochi giorni le sorelle Williams (Serena nella semifinale di Flushing Meadows, Venus mercoledì nel primo turno al Foro) ieri ha letteralmente travolto Sofia Kenin, numero 5 del mondo e tre del tabellone (e vincitrice a gennaio degli Open d’Australia) assolutamente incapace di controbattere alla furia agonistica della bielorussia. E’ stato un impietoso 6-0 6-0, raro da trovare a questi livelli. Sessantuno minuti che la ventunenne americanina – che ha trattenuto a stento le lacrime – rischia di ricordare a lungo e che rilanciano anche a Roma le ambizioni della Azarenka, sempre più a suo agio (ieri solo 4 errori forzati) nella sua nuova e sorridente versione. La maternità, la penosa lite con il marito in merito all’affidamento del piccolo Leo, il ritiro dal circuito come opzione possibile, sono state infatti negli ultimi tre anni tappe determinanti di una profonda rifondazione interna, di una nuova mentalità finalmente aperta – grazie anche al ricorso alla meditazione – al mondo che circonda le righe di un campo da tennis. «Quando sei giovane – ha detto Azarenka nei giorni scorsi – è facile che certe persone ti mettano il paraocchi, per così dire. Ti dicono di non guardare a destra, non guardare a sinistra, diventi così una macchina focalizzata solo sull’essere una giocatrice di tennis. Ora mi sento più realizzata, fuori e dentro il campo. Penso che sia un vero successo, molto più importante per me a livello personale». Ma anche sul campo i risultati sono arrivati: dal ritorno in campo dopo l’emergenza Covid, Vika ha vinto 13 partite sulle 15 giocate. Numero 50 a fine 2019, ora è numero 14. Oggi negli ottavi affronterà la Kasatkina (2-0 a suo favore i precedenti) inseguendo quella finale raggiunta qui nel 2013 (e persa contro Serena Williams). «Ho disputata una partita di grande consistenza – ha detto ieri – dal primo all’ultimo game. Con Sofia siamo amiche, ci alleniamo insieme, abbiamo anche giocato in doppio, però oggi io avevo più voglia. Ho servito bene, ho trovato subito il ritmo della partita. E devo continuare così».

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement