Lettera aperta a Gianni Clerici nel giorno dei suoi 90 anni

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Lettera aperta a Gianni Clerici nel giorno dei suoi 90 anni

Più di mezzo secolo vissuto vicino al grande Scriba, con infinita ammirazione, accompagnata dalla frustrazione per non essere mai riuscito a imitarlo. Aneddoti e video, da “Falso Allarme” a “Dottor Divago”

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Gianni Clerici - Wimbledon 2015
 

Tanti affettuosi, ma che dico, super-affettuosi auguri mio caro, carissimo Gianni, grande inimitabile e insuperabile Maestro. Con te ho avuto il privilegio, starei quasi per dire l’onore, di aver vissuto a stretto contatto una piccola grande parentesi della tua vita e della mia vita. Spesso davvero fianco a fianco, sì proprio insieme.

Una piccola grande parentesi di una sessantina d’anni! Che vuoi che siano 60 anni di fronte ai tuoi 90 anni di oggi? Sì e no due terzi.

Sì, credo che mio padre, dirigente del CT Firenze che era tuo amico e aveva in fondo solo 12 anni più di te anche se è scomparso prematuramente nel ‘78 (lui era classe 1918, ex seconda categoria e non meno appassionato di tennis di te e me) mi ti presentò che non avevo 9 anni quando venisti alle Cascine per seguire da giornalista de Il Giorno uno degli incontri di Coppa Davis giocati dall’Italia di Pietrangeli, Sirola e soci, contro l’India di Kumar e Krishnan (cui abbiamo dedicato di recente un articolo) nel 1958. Ti rincontrai quando la stessa squadra azzurra sfidò sempre alle Cascine il Sud Africa (1959) di Vermaak, Forbes, Segal e quando io ero orgogliosissimo di poter fare il raccattapalle di quei campioni che, bontà loro e certo per amicizia di mio padre, mi facevano perfino gli autografi.

 

Credo di ricordare che ritornasti nel ’62 quando l’ItalDavis affrontò l’Unione Sovietica di Lejus e Likhatcev (non era ancora Russia, Mikhail Gorbaciov non aveva ancora pensato a dar vita alla Perestroika: ha un anno meno di te Gianni avendo compiuto gli 89 anni il 2 marzo scorso) e io ero stato promosso a…segnapunti sul tabellone verde ricoperto da scritte dipinte di bianco. Coppa Davis, Italia vs avversaria di turno, computo dei set e dei game, eccetera.

Un tabellone che naturalmente era lontano anni luce dal divenire elettronico. C’erano infatti, da infilare su dei chiodi, e stando bene attento a camminare con attenzione su strette assi di legno, alcune pesanti placche di metallo abbrunito con su dipinti in bianco i numeri davanti e retro, lo 0 con l’1, il 2 con il 3 (e via proseguendo) con un buchino minuscolo: ricordo come fosse oggi il terrore che avevo di sbagliare e mettere magari alla rovescia quei numeri nell’infilare quelle placche nei chiodini infissi nel tabellone sotto al nome delle squadre, dei giocatori. Il tabellone finiva immancabilmente nelle inquadrature della RAI. E non potevo permettermi figuracce.

Ma fu probabilmente più in là con gli anni che, ostinandomi io a dare del lei a Gianni, mi sentii un giorno arrivare quasi uno scappellotto: “Ubaldino ma mi vuoi dare del tu?! Non sono mica così vecchio…e poi conosco tuo padre da sempre!”.

Se non sono stati 60 da… inadeguato collega, beh, saranno stati 50, mezzo secolo, i nostri anni di… colleganza, perché già a 20 anni, sulla rivista di Rino Tommasi “Tennis Club” scrivevo anch’io, nelle ultime pagine del magazine naturalmente, e te Gianni, ovviamente “ospitato” nelle primissime.

Ciò anche se Rino – come scherzavi tu prendendo in giro il grande amico – faceva un grandissimo sforzo ad… ammetterci a corte su quelle pagine, “perché per Rino per fare una buona rivista, bastano i suoi articoli. The Rhino non sente la necessità di mettere anche firme diverse dalla sua!”. Su 80 pagine, 70 le riempiva Rino, e non era tanto per risparmiare il costo delle collaborazioni per la rivista il cui fondatore Carlo Levi della Vida insieme a tal Nocella sostenevano avere i conti costantemente in rosso.

Era un po’ la stessa storia che avremmo rivissuto in TV fra Telecapodistria e Tele+. Se fosse stato per Rino lui avrebbe fatto otto telecronache al giorno. Un carro armato sempre in marcia, infaticabile, inarrestabile. Mentre te Gianni dopo un match ti saresti quasi sempre voluto arrendere, a meno che quello seguente fosse uno che ti intrigasse moltissimo, per Rino non c’era match che non meritasse una sua telecronaca. Si capiva che quando una delle due semifinali dovevamo seguirla noi del cosiddetto “duo Primavera”, io e Roberto, per Rino mollare il microfono era quasi una sofferenza, di certo un sacrificio. Pur essendo stato lui a scegliere prima me come partner del vostro duo Cult, e qualche anno dopo Robertino… sollecitato anche da te che, appunto, imploravi maggiori tregue… perché “la scrittura per il giornale viene prima della TV” e perché spesso io dovevo anche occuparmi delle interviste e vi costringevo a un extra minutaggio televisivo.

Ma tornando ab ovo e ai vecchi tempi ante-TV, mai avrei pensato allora che un giorno io ti sarei immeritevolmente succeduto nel tuo giornale d’origine, Il Giorno, che aveva avuto una tradizione di giornalisti scrittori di straordinario livello. Gianni Brera in primis, ma anche Giulio Signori per l’atletica, Mario Fossati per il ciclismo, Franco Grigoletti del basket, mentre sulle altre pagine si “esibivano” i Bocca, gli Arbasino, i Feltri.

Ogni tanto mi dico che il declino de Il Giorno deve essere “esploso” con la mia successione a te Gianni! Ricordo quando poco dopo i primi anni di Repubblica (1976 la nascita del giornale di Scalfari), mi chiamasti per dirmi: “Ubaldo senti, l’amico Paolo Garimberti, mi ha chiamato proponendomi di passare a Repubblica… so che ci stai scrivendo te settimanalmente. Mi dispiace dirgli di sì sapendo che in qualche modo ti danneggio… ma sai che posso fare? È un problema se accetto?

Naturalmente gli dissi che non era un problema, capivo benissimo. Figurarsi se Ubi non capiva il senso di… Ubi maior. Finì così da un giorno all’altro la rubrica settimanale che firmavo con lo pseudonimo di Mario Ellena (affibbiatomi da Mario Sconcerti). Si chiamava  “Tennis Week”.

Dicevo sopra che per almeno mezzo secolo con Gianni (e Rino) siamo stati a stretto, strettissimo contatto. Un po’ in tutti gli angoli del mondo. Vivendo spesso momenti memorabili, aneddoti infiniti. A volte in una angustissima cabina televisiva, come attorno al tavolo di un ristorante fra New York, Londra, Parigi, Melbourne con i vecchi e inseparabili Rino e Roberto – ok facciamo un po’ di show e parliamo solo di Slam! – o nella tua splendida casa di Holland Park Road vicino Nottingh Hill, quando insieme a Lea Pericoli ospitavi un giovane studentello squattrinato quanto appassionato di tennis – il sottoscritto – e nella casa vicina abitava Julie Heldman (tennista capace di giocare una finale degli Internazionali d’Italia, nonché la figlia di Gladys, la fondatrice di Tennis World e insieme a Billie Jean King del Women Tennis Virginia Slim Circuit) o anche su uno spazio molto più ampio come quello di un rettangolo di 23,77 m. e largo 10,97 m, il lawn perfettamente tagliato al Queen’s o alla vecchia sede dell’Australian Open, il leggendario Kooyong dove ricordo di averti visto esibirti anche in prodigiosi tuffi sotto rete alla Boris Becker (dai, dì la verità, un po’ erano recite a nostro godimento…).

Di aneddoti che ci riguardano, fin dai tempi in cui presi a chiamarti “Falso Allarme”, ancor prima che Rino ti ribattezzasse ancor più felicemente “Dottor Divago”, ne avrei a decine, non basterebbe un libro a raccontarli tutti.Alcuni li ho ripresi nel video che ti ho dedicato e che forse i nostri lettori di Ubitennis hanno già visto ma che qui ripropongo, così come potrei riproporre infinite volte quello di Rino, tuo compagno di merende.

Intervistato da Stefano Meloccaro per conto di Sky poco tempo fa ho spiegato quel che tutti sanno, e cioè perché il tuo modo di scrivere è – purtroppo! – inimitabile e anche se talvolta ti sei ispirato al principio caro a Rino “Never spoil a good story with the truth” (“Non rovinare mai una bella storia per amor delle verità”), o ti sei convinto che quel che avevi fantasiosamente immaginato era successo davvero, il bello della tua prosa abbinata al tennis sta nel fatto che sei riuscito ad affascinare lettori – un esempio l’ho vissuto proprio in casa mia, con mia moglie – che al tennis in sé e per sé erano pochissimo interessati. Ma alla tentazione di leggerti non resistevano. E pur non conoscendo i personaggi di cui parlavano… alla fine avevano la sensazione di conoscerli benissimo e di trovarli sempre unici nel loro genere.

Così come Rino ha sempre avuto la straordinaria dote della sintesi, la memoria di un esercito di elefanti (molto più di un elefante solo… anche se solo su Hollywood era capace di confondere Mel Brooks con Brooke Shields quando parlava della moglie di Agassi), la precisione statistica di un matematico, l’infallibilità delle sue ricostruzioni, tu hai avuto il dono dell’imprevedibilità, della capacità di associare sport e cultura in mille diversi ambiti e aspetti, di una creatività mai banale nell’approccio ai neologismi. Perfino adesso che ti ho sentito al telefono, in una registrazione in viva voce purtroppo un tantino disturbata da cali di tensione, hai pronunciato un paio di frasi che – confesso – a me non sarebbero mai venute in mente. Ne consiglio per questo ai lettori di Ubitennis l’ascolto, anche se l’audio non è perfetto.

Per il resto, oltre a consigliare la lettura di tutti i tuoi libri che ti hanno fatto definire dal grande Italo Calvino “Clerici, uno scrittore prestato allo sport”, posso anche dire che aprendo questo link, il tag ‘Gianni Clerici’, si troveranno tanti altri articoli che hanno parlato di te, una vera leggenda vivente.

Leggenda vivente, speriamo ancora a lungo sebbene tu non la consideri una fortuna, a prescindere dal tuo essere stato inserito nella Hall of Fame, solo italiano insieme a Nicola Pietrangeli mentre io mi onoro di essere stato chiamato recentemente dal presidente della Hall Of Fame Stan Smith e dal CEO Todd Martin a far parte più modestamente dell’Enshrinee Nominating Committee dell’Hall of Fame, con il compito di segnalare (insieme ad altri “mostri” sacri del tennis, quali per citarne alcuni, Martina Navratilova, Jan Kodes, Frew McMillan, Arantxa Sanchez, Mark Woodforde) i tennisti e i “contributors” meritevoli di venire “inducted” nella Hall of Fame.

A scanso di equivoci Gianni, non posso votare per me stesso, semmai avessi avuto la folle ambizione. Resterete tu e Nicola a rappresentare il tennis italiano per chissà quanti anni ancora! Oggi come oggi non riesco a immaginare un terzo italiano capace di far breccia lì – forse Rino Tommasi? – ma mi piacerebbe moltissimo poterne sostenere la candidatura di un nostro tennista. Vorrebbe dire che un nostro giocatore sarebbe stato protagonista di una serie di successi internazionali davvero importanti, indiscutibili.

Per ora ti rinnovo, carissimo Gianni, i miei più affettuosi auguri, sperando di poter leggere ancora a lungo su Repubblica i tuoi magnifici affreschi.

Un abbraccio dal tuo grande amico.

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Australian Open

Australian Open, preview finale maschile: Tsitsipas per la storia, Djokovic per la leggenda. Entrambi per la prima posizione

Manca sempre meno alla finale più attesa, l’ideale. Il greco e il serbo si contendono pezzi di storia personale e mito, oltre che il n.1 del ranking

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Stefanos Tsitsipas e Novak Djokovic - Shanghai 2019 (foto via Twitter, @atptour)

[3] Stefanos Tsitsipas – [4] Novak Djokovic

Il torneo delle sorprese e delle rivelazioni, tra eliminazioni eccellenti e storie da ricordare, si è infine ritrovato nella finale che era più lecito attendersi, tra i due giocatori migliori delle due metà di tabellone, e che hanno sempre mostrato grande feeling con l’Australia. Stefanos Tsitsipas, dopo tre semifinali perse negli ultimi quattro anni, battendo Khachanov ha finalmente conquistato la prima finale qui all’Australian Open, la seconda in carriera in uno Slam (al Roland Garros, dove si fece rimontare due set di vantaggio da Djokovic…anche se nessuno dei due sembra ricordarlo), mostrando maturità e gestione della tensione. Per il serbo sarà il decimo atto conclusivo sulla Rod Laver Arena, con 9 vittorie su 9 finali giocate in precedenza, l’ultima nel 2021 contro Medvedev. Sarà inoltre la 33° finale in assoluto in un Major, curiosamente la sesta di fila contro un avversario che non ha mai vinto un torneo del grande Slam (l’ultima volta contro un giocatore già campione in precedenza fu contro Nadal al Roland Garros d’ottobre, nel 2020).

La vittoria di Nole domani, con la partita che inizierà alle 9:30 italiane, gli porterebbe in dote il ventiduesimo titolo dello Slam, andando così a raggiungere Nadal al primo posto per vittorie nei Major, scrivendo un’ulteriore pagina di storia, entrando sempre più nella leggenda. Tsitsipas avrà invece l’occasione di divenire il diciannovesimo vincitore Slam del XXI secolo, e del secondo millennio, il primo a vincere il titolo di battezzo all’Australian Open da Wawrinka nel 2014. Sul piatto ci sarà però anche la prima posizione in classifica, con il vincitore che da lunedì scavalcherà Carlos Alcaraz come n.1 del mondo; occasione che si ripete per il secondo Slam di fila, dato che anche Carlitos è salito sul gradino più alto del podio dopo la vittoria nella finale dello US Open contro Ruud. I precedenti parlano abbastanza chiaro: 10-2 a favore di Djokovic, che ha vinto gli ultimi nove, con l’ultima vittoria del greco a Shangai 2019; da notare che però dei sette incontri sul cemento, (5-2 per il serbo) Tsitsipas ha vinto due dei tre match outdoor, capitolando sempre indoor. Inoltre, l’unico precedente a livello Slam è sempre in una finale, quella famosa del Roland Garros 2021.

 

Alla luce di ciò, dell’esperienza e del gioco mostrato nell’arco del torneo, è quasi impossibile non figurarsi già le immagini del serbo che alza il trofeo sotto il cielo dell’estate australiana, eppure…Eppure Tsitsipas ha giocato un Australian Open d’esperienza e qualità, di eleganza e sostanza, superando sempre con successo gli ostacoli e mostrandosi maturo come mai era successo nella sua carriera probabilmente. Ha saputo gestire i vantaggi e le rimonte, i giocatori che amano il ritmo alto e quelli che si esaltano in scambi lunghi e poco intensi; soprattutto, potrà giocare il suo dritto a braccio sciolto, e il servizio a cuor leggero, perché domani il favorito non è lui. Novak Djokovic gioca praticamente ogni match con il pronostico dalla sua da 10 anni (salvo qualche incrocio con Nadal sulla terra), dunque pensare che soffra la pressione è quasi utopico, ma che abbia un calo lo si può opinare. Il n.4 del mondo ha perso finora solo 50 game (qui nel 2011 vinse lasciandone per strada solo 60, il quantitativo di game più basso concesso nella sua carriera negli Slam vinti), di cui solo 5 break. Numeri che manifestano netta dominanza.

Va però sottolineato che domani troverà il primo (non ce ne vogliano Paul, Rublev, De Minaur e compagnia) “vero” avversario, che possa realmente dargli filo da torcere e giocarsela a viso aperto, senza timore reverenziale. Il greco ha già dimostrato che può farlo, che sa affrontare le leggende senza guardarle dal basso ma da pari a pari, come dimostra l’opera d’arte compiuta contro Nadal ai quarti del 2021. Il n.3 del seeding dovrà cercare di servire benissimo e di piazzare bene la battuta, trovandosi contro il miglior ribattitore del circuito, oltre che sbagliare il meno possibile e cercare di essere più incisivo che può con il dritto. Una tattica per uscire dallo scambio, e non concedere a Djokovic il tempo di martellarlo sulla diagonale del rovescio (il chiaro tallone d’Achille) potrebbe essere usare lo slice per poi prendere la rete, così da costringere il serbo a un gioco veloce, frenetico, senza troppo margine per preparare i colpi. D’altro canto è verosimile che Nole sappia quanto sin da subito dovrà cercare il lato sinistro di Stefanos soprattutto con cambi in lungolinea, senza dargli così tempo per girarsi sul dritto. Dovesse andare su questi binari, decisi da Djokovic, allora bisognerà dare ragione ai bookmakers: 1,20 su Bet365 e Snai la sua vittoria, 1,23 su Sisal, con queste ultime due che pagano invece 4,50 volte la posta il primo Slam di Tsitsipas, contro il 4,80 di Bet.

In Grecia spereranno che per una volta le quote si sbaglino, come forse molti di coloro che si auspicano questo tanto decantato cambio generazionale. Tsitsipas non è nuovissimo a ribaltare i pronostici, ma domani dovrà compiere il suo capolavoro, alla prima finale a Melbourne Park. Il suo avversario, che forse potrebbe quasi essere definito “passato” dai meno attenti, la prima finale qui la giocò esattamente 15 anni e un giorno fa, il 27 gennaio 2008 contro Jo Tsonga (che ora si è ritirato). Sarà uno scontro di stili, epoche, gioco, totale si potrebbe definire. Come lo spettacolo che ne uscirà, questo è poco ma sicuro.

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Australian Open

Australian Open: Sabalenka sugli scudi. Ha vinto il miglior servizio o il miglior dritto? E l’assenza di inno e bandiere bielorusse ha senso?

Hanno vinto…gli studi biomeccanici della regina 2022 dei doppi falli. Ma fra dritto e rovescio, quale è il colpo da fondo di solito più decisivo? Il duello Djokovic-Tsitsipas suggerisce una risposta sbagliata

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La nuova campionessa dell’Australian Open, Aryna Sabalenka, è una ragazza che l’anno scorso aveva vinto…la classifica di chi aveva fatto più doppi falli fra tutte le prime 100 tenniste della WTA.

Roba da far arrossire Sascha Zverev. Aryna, che diventa la seconda bielorussa a vincere uno Slam in Australia dieci anni dopo Vika Azarenka, di doppi falli ne aveva commessi ben 427 nel 2022, a una media di 8 a match. Ma lo scorso anno, durante lo US Open, subito dopo aver perso dalla Swiatek, lei che ama farsi  chiamare “Tigre” –e che si è fatta fare un tatuaggio di una tigre sull’avambraccio sinistro “perché mi deve ricordare di lottare sempre come una tigre…”- aveva deciso di mettersi a studiare la tecnica della sua battuta con uno specialista di biomeccanica, con due obiettivi: 1) ritrovare percentuali migliori sulle prime palle di servizio 2) servire seconde palle meno aleatorie.

Prima della finale il coach della Rybakina Stefano Vukov aveva dato l’aria di mettere le mani avanti, quasi anche  a voler mettere maggior pressione su Aryna: “Il risultato dipenderà da chi servirà meglio”.

 

E quello della Sabalenka, Anton Dubrov: “Vincerà chi saprà controllare meglio le proprie emozioni”. Anche questo, per la verità, sembrava più un messaggio rivolto alla sua “assistita” piuttosto che a Elena Rybakova, ragazza piuttosto introversa che sembra spesso anche fin troppo in controllo dei suoi nervi. Almeno all’apparenza, perché oggi l’ho vista spesso parlare con se stessa dopo alcuni errori. 

Beh, in questa finale vinta 4-6,6-3,6-4, Aryna ha perso il primo set della finale e il primo dell’anno, ma dopo è riuscita abbastanza bene a controllare le proprie emozioni fino a quando – a seguito dell’ennesimo dritto lungo della Rybakina (decisamente il colpo più incerto della kazaka) sul suo quarto matchpoint e dopo che sul primo aveva commesso un doppio fallo – si è lasciata andare lungo distesa sul campo centrale della Rod Laver Arena coprendosi il volto e piangendo come un vitellino, con tutto il petto percorso da sussulti irrefrenabili.

 Direi che lo studio ha pagato – soprattutto in percentuale di prime palle, il 65% contro la Rybakina che si è fermata  al 59%; la seconda palla invece secondo me necessità di studi ulteriori: è troppo piatta, c’è poco lift –  perché durante tutto l’Australian Open di doppi falli Iryna ne ha fatti “soltanto” 29 in 7 partite. Quindi è scesa a 4 di media a match.

Vero, però, che le prime sei Aryna le ha vinte tutte in due set e sempre perdendo pochi game, così come aveva vinto in due set tutte le partite giocate al torneo di Adelaide. Oggi  che la partita è durata 2h e 29 minuti per 3 set, i doppi falli sono stati 7, non pochissimi, però sono stati bilanciati da 17 ace (mentre la Rybakina ne ha fatti 9 e un solo doppio fallo: insomma la forbice dice +10 per gli ace a favore della ragazza bielorussa, + 6 a favore per i doppi falli a favore della kazaka) e poi non so dirvi quanti siano stati i servizi immediatamente vincenti, ma in quelle 70 volte in cui ha messo direttamente la prima ha fatto 50 punti. Sospetto che i servizi vincenti che siano stati parecchi.

Quindi il servizio ha svolto un ruolo importante in un match caratterizzato da pochi break, cinque in tutto in 29 game, come vediamo di solito accadere più in un match di uomini piuttosto che di donne.

D’altra parte le due ragazze finaliste hanno un fisico non così comune per il tennis femminile: un metro e 84 centimetri la Rybakina, un metro e 82 la Sabalenka che ha anche due spalle e una potenza che non tanti tennisti di sesso maschili possono vantare e disporre.

I servizi della Sabalenka sfiorano i 200 km orari e fanno male. Se un numero sufficiente di battute le sta dentro, strapparle il servizio è tutt’altro che semplice. Infatti la Rybakina c’è riuscita solo due volte pur essendosi procurata 7 pallebreak, entrambe nel primo set. E poi più.

Con le sue possenti, fracassanti risposte, invece la Sabalenka di palle break ne ha conquistate 13 e dopo l’inutile break del primo set per risalire dal 2-4 al 4 pari, un break a set nei due set successivi le sono bastati per vincere il match e conquistare il suo primo Slam alla sua prima finale e dopo tre stop in tre precedenti semifinali Slam.

Di solito, se fra due giocatrici di simile livello (ma vale forse ancor più per i giocatori) una ha un grandissimo dritto e l’altra ha un grandissimo rovescio, dai tempi di Steffi Graf (anche se Chris Evert potrebbe aver argomenti validi per obiettare), vince quella con il miglior dritto.

Il dritto, in genere, procura più punti. Tant’è che salvo poche eccezioni se a un tennista si offre una palla a mezza altezza e a metà campo, è più normale che il tennista giri attorno alla palla per schiaffeggiarla con il dritto piuttosto che con il rovescio. Il dritto è un colpo più dirompente. E’ più normale schiacciarlo dando anche una spallata. Ma su questa tesi sono più che aperto ad aprire un fronte di discussione e contradditorio…

Ora ci sarà chi, alla vigilia della finale maschile fra Djokovic e Tsitsipas mi obietterà che Djokovic è il favorito anche se il greco ha il miglior dritto e il serbo il miglior rovescio, ma io a mia volta potrò controbattere che Nole fa comunque di solito più punti vincenti con il dritto che con il rovescio. Vedremo domani (ore 9,30 su Discovery-plus).

Intanto chiudo il discorso sulla finale femminile osservando che la bielorussa Sabalenka non ha potuto godere né dell’inno nazionale a celebrare il suo trionfo, né della bandiera bielorussia sul tabellone e sul palmares dell’Australian Open accanto al suo nome. Magari fra qualche anno ricomparirà al posto di una bandiera bianca. E chissà poi che cosa deciderà Wimbledon quest’anno. Molti auspicano un ripensamento. Non i tennisti ucraini. La Kostyuk, sconfitta in semifinale nel doppio femminile, ha chiesto agli inglesi di non fare marcia indietro.

Io ripenso con piacere a quando l’indiano Bopanna e il pakistano Qureshi si sono messi a giocare il doppio assieme.

 Ma fra Russia-Bielorussia e Ucraina la guerra è ancora purtroppo così terribilmente virulenta, orribile oggi perché possano essere dei tennisti i primi a soprassedervi, a non farci caso. Anche se potrebbe essere un gran bel messaggio.  

La newsletter Slalom.it di Angelo Carotenuto ha riportato un articolo del Sydney Morning Herald secondo cui “Sopprimendo le loro bandiere (di russi e bielorussi), i dirigenti maldestri offrono solo più fiato al loro vittimismo. Che si tratti di Australia, Parigi, Londra o New York, l’anno scorso ha dimostrato che più bandiere vengono bandite dagli eventi sportivi, maggiore è la sfida che producono. Quanto più il mondo condanna il nazionalismo, tanto più acquistano forza coloro che ci credono. Chiediamolo agli ucraini

Comunque sia quando hanno chiesto a Aryna Sabalenkaq, nuovamente n.2 del mondo “nel giorno più bello della mia vita”  (la Rybakina sarà top-ten, ma sarebbe stata top-five se avesse potuto contare anche i 2.000 punti di Wimbledon 2022) se non le sembrasse strano aver vinto uno Slam senza una sola bandiera bielorussa e neppure una menzione alla bielorussa, lei ha risposto con un sorriso: “Credo che tutto il mondo sappia che sono bielorussa, non vale la pena di aggiungerlo”.

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Wilander sui Fab 4: “Vedremo se le rivalità del futuro saranno allo stesso livello”. Schett: “Non credo che a Djokovic manchi Federer”

Le parole degli opinionisti di Eurosport sul tramonto di un’era, e su quanto lascerà in eredità. “Novak sarà l’ultimo dei tre a giocare, grazie al suo corpo” dice Mats Wilander

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Mats Wilander e Barbara Schett

Il tennis, come tutti i grandi sport, vive dei grandi nomi che lo popolano, delle imprese, i momenti epici… e soprattutto delle rivalità. Le contrapposizioni tra grandi giocatori che alle volte quasi arrivano a prendere forma di complementarità e contemporanea distanza come yin e yang. Ma rivalità del livello di quelle dei Fab Four, la cui era sta ormai finendo, è difficile pensare di rivederne. “Ci mancheranno tremendamente“, spiega Matts Wilander dai microfoni di Eurosport, “penso che Novak sarà l’ultimo dei tre a giocare, grazie al suo corpo. Sembra essere in grado di affrontare gli infortuni che subisce. È così fresco, sembra così giovane, presumo batterà Federer anche nello sci (hobby che il campione svizzero ha ripreso a praticare dopo 15 anni, ndr), visto che Novak è cresciuto sciando. Ci mancherà“.

L’ex campione svedese sa quanto abbiano dato al tennis questi grandissimi, come prima aveva fatto lui insieme a Edberg e Lendl, e prima di loro Borg, Connors e McEnroe, o Sampras e Agassi subito dopo. In fin dei conti ci saranno altri grandissimi giocatori, altri duelli epici, ma varranno un Fedal o i 59 incontri di Rafa e Nole? La risposta dell’ex n.1 al mondo è chiara, ma lascia aperta una porticina: “Non dobbiamo preoccuparci che questi tre se ne vadano, perché si tratta solo di rivalità. Abbiamo visto Alcaraz e Jannik Sinner allo US Open lo scorso anno e per me è stato come “oh mio dio”, è tutta una questione di rivalità. La domanda è: ne avremo come le abbiamo avute con Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic. E Andy Murray“.

Barbara Schett, il volto di punta della cosiddetta “casa degli Slam” (almeno in TV), esamina lo stesso argomento, ma da una prospettiva diversa e più spinosa: cioè quanto e se realmente si possa dire che a un Novak Djokovic, ancora in piene forze sul circuito, manchi l’amico-rivale Roger Federer. Una questione non scontata, e che certamente vale la pena di considerare: “Novak ha detto che gli manca Roger nel Tour, ma quelle rivalità li hanno portati tutti e quattro dove sono oggi, a ricoprire il ruolo che hanno nel Tour in questo momento“.

 

Non credo che gli manchi Roger“, pizzica Schett, “probabilmente perché ha ottime possibilità di entrare nei libri di storia vincendo il maggior numero di titoli del Grande Slam di sempre. Certo, c’è Rafael Nadal, ma lui [Djokovic] è in ottima forma. Ha dei problemi ma non subisce infortuni gravi e sembra che il suo corpo stia davvero bene. Ed è anche ancora così motivato. 21 titoli del Grande Slam non sono sufficienti per Novak Djokovic ed è bello da vedere. Da un lato, probabilmente gli manca Roger Federer, ma dall’altro penso che probabilmente sia felice che non ci sia più“. Una disamina interessante della giornalista austriaca, che tratta chiaramente l’ipotesi di una felicità meramente sportiva, ma che considerando quanti titoli e quante vittorie si siano strappati a vicenda il serbo e lo svizzero, non è poi così azzardata.

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