Quella volta che Andrea Gaudenzi gettò il cuore oltre l'ostacolo, ma non bastò

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Quella volta che Andrea Gaudenzi gettò il cuore oltre l’ostacolo, ma non bastò

4 dicembre 1998, Forum di Assago di Milano, terra rossa: finale di Coppa Davis. Andrea rimonta Norman al quinto set, poi si sente un rumore sinistro. E il sogno svanisce

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Dicembre 1998. L’anno nefasto del Cermis e dell’alluvione di Sarno volge al termine e l’Italia che si lecca le ferite prova a dare di sé la miglior versione possibile aggrappandosi come spesso gli accade allo sport. Se Pantani con la doppietta Giro-Tour ha già scritto tra primavera e estate un’indimenticabile pagina di ciclismo, l’inverno chiama all’appuntamento con la storia la squadra azzurra di Coppa Davis. I ragazzi capitanati da Pasta Kid, al secolo Paolo Bertolucci, si sono infatti guadagnati l’accesso alla finalissima contro la Svezia da disputarsi tra le mura amiche. L’epilogo, che si scoprirà poi essere amaro, restituisce agli appassionati di racchette e palline pelose un momento sportivo di rara intensità emotiva che vale la pena di ricordare proprio in questi giorni in cui, un ventennio più tardi, lo sfortunato protagonista di allora torna a essere un punto di riferimento per il tennis mondiale. Il tennis toglie e il tennis dà, dunque, un po’ come la vita, della quale la disciplina che fu di Rod Laver è sempre un meraviglioso paradigma.

Milano, Italia. La possibilità che il trofeo di Cile ‘76 vecchio più di due decadi non resti più solo nella bacheca è almeno sulla carta abbastanza concreta perché il team italiano ormai da qualche stagione si mantiene su ottimi livelli di rendimento. Merito anche di Andrea Gaudenzi, talento purissimo da giovane quando fu numero uno ITF e plurivincitore Slam poi evoluto a indomabile gladiatore nel mondo dei grandi grazie alla cura Leitgeb, il mentore di Muster, sempre a proposito di personalità forgiate nell’acciaio. Nato a Faenza nel 1973, Gaudenzi non è mai stato un ragazzo banale, non fosse altro per una qualità dialettica nelle esternazioni superiore alla media degli stereotipati colleghi.

Assegnato all’esordio tra i professionisti alle cure dell’indimenticabile doppista Bob Hewitt (che poi ha fatto cose piuttosto dimenticabili), in un rapporto peraltro mai decollato, è appunto in Austria che il faentino ingrana le marce alte. Un esempio, il suo, di abnegazione e umiltà che lo francobolla all’affetto della gente, agli occhi della quale incarna il mito di colui che ce l’ha fatta con due spicci in tasca e un cuore grande così.

Numero 18 del ranking mondiale all’età di ventidue anni, con tre titoli in bacheca, la semifinale fratricida di Monte Carlo e gli scalpi di Sampras e Federer, è appunto la Davis la manifestazione che più ne ha esaltato le doti da feroce agonista. Fascetta tricolore legata in testa e corporatura decisa, per un lustro abbondante le gesta di Gaudenzi, narrate con enfasi da un cantore ancora più corpulento, sono un must tutto italiano in un periodo storico globalmente avaro di soddisfazioni. Gaudenzi in campo suda e sbuffa; Galeazzi al microfono urla scomposto e sbuffa anch’esso. È la classe operaia che va in paradiso e che fa innamorare un’intera generazione.

Per l’atto finale di Davis la federazione attrezza così il Forum di Assago con il campo in terra battuta più lento della storia del tennis, una palude, un po’ per mettere in difficoltà gli avversari svedesi sulla carta meglio attrezzati per le superfici rapide e molto per esaltare l’attitudine terricola di Andrea che rasenta l’arte. Gaudenzi, però, è al rientro da una fastidiosa operazione alla spalla. Il nostro secondo singolarista designato è Sanguinetti, uno capace di grandi exploit ma che soffre il mattone tritato non meno di quanto Lendl in vita sua abbia subito i prati, cioè molto, ragion per cui sulle spalle muscolose di Gaudenzi poggiano gran parte delle speranze di successo.

All’esordio di un venerdì che finirà per essere maledetto, l’avversario è Norman, un vichingo che qualche anno più in là raggiungerà la seconda piazza del ranking mondiale grazie a colpi di rimbalzo che filano come traccianti, e si intuisce fin dagli albori che il match non sarà una passeggiata per nessuno dei contendenti. Tennis brutale, più passionale che bello, nel clima da torcida che notoriamente unicizza la più importante kermesse per nazioni dove anche il pubblico è differente, tendente al calcistico. Nel pomeriggio che diventa sera, Gaudenzi sporca i colpi esasperando le rotazioni per disinnescare il rivale e Norman, imperterrito, lascia andare il braccio come un cecchino al fronte. Stratega il primo, colpitore quell’altro. Ciò che però li accomuna è una feroce voglia di prevalere.

Benché imbottito di antidolorifici, Andrea soffre le pene dell’inferno per quella spalla non ancora del tutto ristabilita al punto che non serve avere l’occhio lungo per capire che l’azzurro possa contare solo sulle traiettorie incrociate, quelle che per biomeccanica meno sollecitano l’articolazione malandata, come se al ciclista prima della volata venisse a mancare il lungo rapporto. Dopo cinque ore che a definire collose si sbaglia per difetto, è tempo di quinto set. Norman ha più benzina nel serbatoio, lo certifica un inequivocabile linguaggio del corpo, e in un amen vola sul 4 a 0 con a monte tutta l’inerzia del mondo. “Non volevo prendere un 6-0 in una finale”, dirà qualche anno dopo Gaudenzi, fatto sta che sospinto da quindicimila tifosi indemoniati, trasfigurato dal dolore ma con il fuoco dentro di chi riconosce l’occasione per cui ci si è dannati l’anima una vita, Andrea risale la montagna.

Intorno all’adagio pallonaro per il quale se con l’attacco si vendono i biglietti è con le difese che si sollevano i trofei, l’azzurro scolpisce nel marmo la rimonta. Corre spingendo forte sui quadricipiti e rispedisce al di là della rete tutto ciò che gli capiti a tiro, è un muro di gomma, e il risultato è che le certezze dell’avversario col passare dei minuti si sgretolano, una a una. La bordata liberatoria scagliata con il servizio che vale l’eroico sorpasso è però accompagnata da un rumore sinistro: il palasport è una bolgia dantesca ma lo sentono tutti. È il tendine della spalla, quella spalla, che si spezza in due come un elastico messo in croce dalla ripetizione di tensioni al limite del sopportabile. Il cambio di campo che fa seguito all’undicesimo gioco, con l’azzurro avanti per sei giochi a cinque, è un minuto surreale avvolto dal silenzio assordante che rammenta quanto lo sport sia talvolta un esercizio ludico crudele.

 

Come fu per Dorando Pietri, il sogno di Gaudenzi si inceppa con lo striscione d’arrivo a un palmo. L’Italia tutta implode su sé stessa in quel frangente e, incapace di reagire alla resa del suo uomo simbolo, l’insalatiera d’argento finisce per essere sollevata dagli svedesi. Andrea non era pronto per la guerra ma per quella guerra scelse di sacrificare il resto della carriera ritagliandosi un posto d’onore nella storia dello sport italiano, quello puro, fatto più di emozioni che almanacchi. Quando si dice innalzare l’asticella dei propri limiti.

Appesa la racchetta al chiodo qualche anno più tardi, Gaudenzi, laureatosi in giurisprudenza a Bologna si è rapidamente affermato come imprenditore di successo. Dopo un Master in Business Administration all’università di Monaco e diversi incarichi nell’ambito dei digital media si è occupato anche della produzione delle immagini televisive dei tornei quale membro del Board della divisione media dell’Associazione dei tennisti professionisti. Risultato di un lavoro evidentemente apprezzato dall’establishment è che dallo scorso gennaio, e per i successivi quattro anni, Gaudenzi ricopre il prestigioso ruolo di Chairman proprio dell’ATP. Dai playground alla scrivania il passo è dunque stato breve per l’uomo che ha preso il posto dell’uscente Kermode, stimato e sostenuto dai suoi ex colleghi tennisti in questa nuova avventura dirigenziale.

Gaudenzi è oggi parte di un tennis italiano che risolleva la testa in maniera impetuosa, sul campo come nella politica che gravita intorno. Al faentino – en passant, uno dei tre soli italiani menzionati da Agassi nella celebre autobiografia Open a testimonianza dello spessore internazionale conseguito negli anni di attività – vanno pertanto i complimenti per l’impegno assunto. Laureato ad honorem all’università della fatica estrema, non sarà certo una responsabilità da Presidente, anche in questo periodo sui generis di lockdown, a intimorirlo. E allora game, set and match Gaudenzi, per questa seconda carriera. Come in quelle giornate intrise di polvere rossa e passione in cui ha inchiodato al televisore l’esigente popolo del tennis senza mai risparmiare testa, cuore e gambe.

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WTA Praga: Giorgi sempre discontinua, Mertens la supera in due set

La solita valanga di colpi vincenti alternati a una ancora più grande di errori, porta Camila alla sconfitta contro la N.3 del seeding. Fuori la N.2 Martic

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L’ultima partita della giornata di Praga presenta due tenniste in momenti opposti di forma, Camila Giorgi ed Elise Mertens. La numero 23 del mondo Mertens è reduce dalla sconfitta al primo turno di Palermo contro Sasnovich. Giorgi ha mostrato una buona condizione dal ritorno in campo, spingendosi a Palermo fino alla semifinale persa contro Ferro e superando Kostyuk in rimonta nel primo turno di Praga.

L’inizio della tennista italiana rispecchia le attese. Domina sin da subito tutti gli scambi da fondocampo e trova il break alla prima occasione, sfruttando un rovescio a rete di Mertens. La tennista belga però è glaciale nel game successivo e capitalizza qualche indecisione di Camila per recuperare il break. La tennista italiana sembra calare di prestazione con il passare dei minuti. Giorgi continua a macinare metri di campo con il suo rovescio ma si trova sempre a soffrire durante i suoi turni di servizio, merito di una Mertens che non molla su ogni punto. La numero 23 del mondo ha il merito di mettere in difficoltà Giorgi con palle scariche e difese sempre profonde che fanno giocare all’italiana quel colpo in più che tanto la mette in difficoltà.

Un settimo game da ben otto deuce e più di 10 minuti vale il break per Mertens, che tiene senza problemi il servizio e chiude per 6-4 un primo set meritato.

Nel secondo set il gioco di Camila si sgretola diventando sempre più impreciso: alla prima palla break concessa nel terzo gioco l’azzurra cede il servizio. Nel sesto avrebbe l’opportunità di rientrare ma non riesce a sfruttare quattro palle del 3-4 di cui tre consecutive. A quel punto la partita è di fatto finita. Mertens chiude con un parziale di 11 punti a 1 e archivia la pratica in 1 ora e 44 minuti. Ora attende la vincente di Bouchard-Zidansek nei quarti di finale in programma venerdì.

 

L’altro quarto di finale della parte bassa è già formato e vedrà di fronte Kristyna Pliskova, vincitrice a sorpresa in due set su Petra Martic, e la rumena Bogdan che ha approfittato del walkover della sua avversaria Lesia Tsurenko. Giovedì in campo gli altri cinque ottavi di finale.

Risultati:

2° turno
[3] E. Mertens b. C. Giorgi 6-4 6-2
A. Bogdan b. [Q] L. Tsurenko W/O
Kr. Pliskova b. [2] P. Martic 6-1 7-5

1° turno
L. Siegemund b. [Q] M. Sherif 4-6 6-0 6-1
T. Zidansek b. K. Siniakova 6-3 3-6 6-0

Il tabellone completo

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Italiani a New York: Berrettini guida un gruppo da record

Facciamo il punto sui nove azzurri che scenderanno in campo nel tabellone maschile dello US Open

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (via Twitter, @usopen)

Lo US Open della semi-bolla è sempre più vicino, ed è quindi tempo di ricominciare a parlare di tennis giocato, soprattutto perché il tennis italiano (maschile) sarà uno dei più presenti al via. Infatti, con il cut-off per ora al N.127 ATP, sono nove gli uomini italiani sicuri di un posto in tabellone a Flushing Meadows: Berrettini, Sonego, Sinner, Mager, Travaglia, Seppi, Caruso, Cecchinato e Lorenzi – come noto, Fabio Fognini si sta riprendendo dall’operazione alle caviglie e con ogni probabilità rientrerà sulla terra, mentre Federico Gaio potrebbe entrare in caso di una nuova defezione, essendo fuori di un solo posto.

La cifra, un record per il nostro Paese in termini di ingressi diretti (negli ultimi due anni è stata toccata quattro volte fra qualificati e lucky loser), vedrà l’Italia al terzo posto nel tabellone maschile di New York dietro a USA (20 con otto wildcard) e Spagna (dieci). Una tale cornucopia di azzurri non è casuale, e anzi certifica la salute del movimento negli ultimi anni. Se si guarda alla Top 300 di marzo (che poi è la stessa di oggi), il dato sulla continuità del nostro movimento è incontrovertibile: 21 azzurri sono presenti nello scorcio di classifica, quarto Paese dopo la Spagna (22), la Francia e gli Stati Uniti (27 ciascuno) – questi quattro rappresentano, assieme a Germania, Australia (18 a testa) e Argentina (15) praticamente la metà dei migliori tennisti ATP.

Fra i giocatori automaticamente presenti nello Slam americano, Berrettini è al momento l’unico già presente nel main draw del prodromo newyorchese che sarà il torneo di Cincinnati 2020; Sonego è il primo degli esclusi e dovrebbe giocare le qualificazioni, ma potrebbe entrare direttamente in caso di abbastanza probabili forfait, mentre Sinner, Mager, Travaglia e Seppi dovranno per forza passare dalla porta sul retro (gli ultimi tre al momento dovrebbero dotarsi del potere dell’ubiquità, essendo iscritti anche al Challenger di Todi).

 

Per la verità, è quasi impossibile fare delle previsioni credibili, date la lunga pausa del circuito e l’inattendibilità delle esibizioni, vuoi per una questione di stress competitivo, vuoi per il basso numero di partite giocate, vuoi per il livello degli avversari. Anche le valutazioni durante i tornei saranno improbe, poiché gli addetti ai lavori, accasati, potranno basarsi esclusivamente su quanto visto in partita, privati della possibilità di seguire gli allenamenti e parlare con i team. Perciò, quello che segue non sarà un vero pronostico, ma solo una panoramica.

D’altro canto, però, per la prima volta si potranno saggiare le condizioni dei giocatori sugli stessi campi dello Slam, una sorta di anteprima: il 1000 di Cincinnati, infatti, si giocherà nel complesso del Billie Jean King Tennis Center, seppur non sui campi principali. Grazie a questo preludio sarà quindi possibile fare una stima (incompleta e distante) dell’adattamento dei giocatori alla superficie, quantomeno sul due su tre e quantomeno per i 56 che scenderanno in campo nel main draw.

Questo tema è ancora più interessante se si pensa a un aspetto di cui non si è parlato molto, per ovvi motivi: questo US Open sarà il primo ad utilizzare Laykold come superficie, abbandonando lo storico binomio con il DecoTurf. Non si può sapere ancora sapere che tipo di impatto avrà la decisione, visto che i due tornei che già utilizzano Laykold hanno dati estremamente diversi fra loro, vale a dire Miami e Long Island, ma, nonostante la vicinanza geografica del secondo con Flushing Meadows, è ragionevole pensare che le condizioni si avvicineranno a quelle dell’Hard Rock Stadium in Florida (campo storicamente fra i più lenti del circuito), trattandosi di eventi outdoor con notevoli tassi di umidità, mentre Long Island è un torneo al chiuso peraltro assiduamente frequentato dai big server, cosa che potrebbe sballare il dato relativo alla velocità del campo. Sarà quindi interessante vedere che tipo di condizioni di gioco ci saranno.

Per quanto riguarda la logistica del torneo, l’aspetto più pressante per i giocatori, vale a dire il numero di membri del team da cui potranno essere accompagnati, non sembra più essere un problema: che si risieda in albergo o in un’abitazione privata, ci si potrà portare fino a tre persone (cifra ampiamente sufficiente per la maggior parte dei giocatori), anche se solo uno potrà poi seguire il giocatore durante le partite. La cancellazione dell’aspetto più mondano del soggiorno nella Grande Mela, invece, non dovrebbe essere un problema: nell’epoca dell’iper-professionismo, i giocatori hanno routine talmente rigide che l’impossibilità di muoversi per la città sarà sicuramente accettata dalla maggior parte dei giocatori, anzi, per molti le abitudini saranno praticamente invariate.

Ma passiamo agli italiani, iniziando, ça va sans dire, con Matteo Berrettini. Il capitolino ha detto a La Stampa di essere ancora “indeciso” sulla partecipazione, ma sarebbe una grossa sorpresa se alla fine non andasse a New York. Certo, il tema presenta segnali contrastanti: da un lato, il braccio di ferro sotterraneo dei Top 20 (con tanto di paventato boicottaggio) per non dover fare la quarantena una volta tornati dagli States, a cui si aggiunge una liberatoria non proprio incoraggiante dal punto di vista legale; dall’altro, il DPCM che consentirà ai giocatori di venire in Italia (e per Berrettini il rientro a Roma è più rilevante che per chiunque altro) con l’unica condizione di un tampone da fare due giorni prima del loro arrivo – non va dimenticato, inoltre, che il taglio del prize money per il singolare è stato tutto sommato trascurabile, e questo conta parecchio. Non ci può dunque essere certezza, ma al momento Berrettini risulta iscritto e va trattato come tale, e lo stesso vale per tutti i giocatori italiani.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Per certi versi, le condizioni psicologiche lo favoriscono: tornerà sui campi dove l’anno scorso si è mostrato al mondo (seppur senza pubblico) raggiungendo la semifinale, ma senza la pressione di dover difendere quei 720 punti – è bene ricordare che, con la nuova classifica marzo 2019/novembre 2020, solo il risultato migliore in un dato torneo verrà tenuto in considerazione. Matteo sarà la tds N.6, con la possibilità di salire ulteriormente nell’eventualità di rinunce (per la verità poco probabili al momento, a parte il Fedal gli altri top sembrano intenzionati a giocare) – fra l’altro, se queste dovessero avvenire, il romano si avvicinerebbe al concittadino Panatta come seed italiano più alto in uno Slam maschile, visto che Adriano fu al massimo N.4 allo US Open del 1976, e subito prima N.5 a Wimbledon.

Come detto, fare una valutazione è estremamente complicato (bisognerà aspettare “Cincinnati” per farsi un’idea più precisa), ma di sicuro le prestazioni dell’azzurro lasciano ben sperare: all’UTS di Mouratoglou, Berrettini ha vinto il torneo, l’unico giocato sul cemento finora, e, nonostante le regole ludicizzate, ha raccolto il plauso dell’organizzatore, che ha detto a UbiTennis di essere rimasto colpito dalla sua determinazione e dal suo rovescio. Proprio il colpo bimane, spesso attaccato dagli avversari in passato, è stato un tema ricorrente della quarantena berrettiniana, perché lui stesso ha affermato in una chat con Chris Evert di averci lavorato assieme a Tomljanovic – il mood della conversazione era certamente giocoso, ma il riferimento al lavoro su un colpo successivamente apprezzato per i suoi miglioramenti non può essere casuale.

L’aspetto che potrebbe condizionare maggiormente Berrettini è la tenuta fisica. La sua costituzione belluina (1,96×95) l’ha portato a farsi male più volte nel corso dell’ultimo anno; prima dello stop del tour, aveva giocato solo due partite nel 2020. Per certi versi, quindi, Berrettini è stato uno dei maggiori beneficiari della pausa, che gli ha permesso di rimettersi in sesto completamente, cosa che di solito non si può fare, dovendo viaggiare da un torneo all’altro. Va detto, inoltre, che i precedenti del 2019 depongono a suo favore: quando raggiunse la semifinale a Flushing Meadows, aveva giocato un solo match, perdendolo, nelle sei settimane precedenti al torneo, mentre nei due Slam precedenti era arrivato con tanti match sulle spalle, e si era arreso rapidamente a Casper Ruud a Parigi e a Roger Federer a Londra. Insomma, se non dovesse incorrere in infortuni, è lecito aspettarsi un torneo di alto livello da parte sua, anche perché sarà l’unico della coorte a non dover sperare in un sorteggio favorevole in virtù del suo status.

Passando agli altri italiani, non può che esserci curiosità per Jannik Sinner. Lo scorso anno si era fatto notare giocando un grande match contro Stan Wawrinka, e la sua crescita dei mesi successivi lo ha trasformato in uno dei giovani più in vista del circuito. Come Berrettini, si è detto incerto sulla trasferta newyorchese, ma dovrebbe essere della festa. Prima di giocare le due esibizioni berlinesi (sconfitto entrambe le volte da Thiem, la seconda in finale sul cemento), Sinner aveva mantenuto un basso profilo durante il lockdown, un periodo in cui, stando alle parole di Riccardo Piatti, ha continuato ad allenarsi assiduamente.

Jannik Sinner – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Le uniche immagini del campione NextGen provenivano da Montecarlo, dove si è allenato con Zverev e Wawrinka, fra gli altri, una scelta fatta per metterlo a confronto con i più forti su una base costante. Sempre secondo il coach comasco, il mentore ideale per lui sembra essere Rafa Nadal: “Ho parlato con Carlos Moyà e appena potremo faremo altri incontri con Rafa. La sua tenacia, il suo modo di affrontare le difficoltà in campo, la forza mentale sono rare forse più del suo gancio mancino. Voglio che Jannik lo veda, ci parli, vada a mangiare con lui, chieda e si confronti”. Sinner giocherà le qualificazioni a Cincinnati, dove il livello sarà già molto alto, e se dovesse riuscire ad accumulare match potrebbe diventare uno degli avversari meno desiderabili al primo turno.

Lorenzo Sonego si è preso l’estate umbra, vincendo a Todi e Perugia, e con delle condizioni particolarmente lente potrebbe riuscire a far valere le sue sbracciate di dritto. Di sicuro il torinese non sarà stato felice dello stop al circuito nel momento in cui era riuscito a sbloccarsi dopo mesi di sconfitte, raggiungendo i quarti a Rio de Janeiro. Ancorché vicino ad entrare in tabellone al Western & Southern Open, come Sinner potrebbe in realtà beneficiare da un paio di match di qualificazione, che gli permetterebbero di arrivare a Flushing Meadows (metaforicamente, visto che sarà già lì) con un tennis più rodato.

A proposito di giocatori fermati dalla pandemia, Gianluca Mager avrebbe dei buoni motivi per ritenersi in credito con la sorte. Al momento del fermi tutti, il ligure stava giocando il miglior tennis della carriera, con la finale a Rio che l’aveva sospinto fra i Top 100 e un ottimo esordio in Davis contro la Corea del Sud nel tie che a posteriori ha anticipato la gestalt del tennis attuale, e probabilmente di quello a breve e medio termine. La sfida principale per lui sarà cercare di ritrovare l’ispirazione, sperando che il treno non sia già passato. La sua problematica principale è che avrà pochi mesi per cercare di incrementare il proprio punteggio, cercando di limitare l’impatto di quei 300 punti, e che la maggior parte dei tornei da qui a febbraio si giocheranno sul cemento, superficie che a livello ATP (due match giocati).

Abbiamo poi gli “americani”, Seppi e Lorenzi, che risiedono rispettivamente in Colorado e Florida (l’altoatesino vive ancora a Caldaro secondo il sito dell’ATP, ma ha una casa a Boulder e suo figlio è nato lì, a febbraio) e che sono i patriarchi del gruppo azzurro. Seppi è un altro che è stato fermato in un buon momento (aveva appena raggiunto la finale a Long Island) e non ha storicamente un buon feeling con la Grande Mela, dove i suoi colpi piatti non scorrono particolarmente bene, mentre il senese è un aficionado del torneo, con otto vinte e quattro perse nelle ultime quattro edizioni e con la ciliegina degli ottavi raggiunti nel 2017, ed è uno dei beneficiari del cutoff allargato a 120 giocatori. Entrambi spereranno in un buon sorteggio per sfruttare al meglio gli ultimi scampoli di carriera.

Fra i restanti (Caruso, Travaglia e Cecchinato), il secondo parrebbe quello con più chance di fare bene, avendo giocato dei buoni match sul duro nel 2020 (una gran ATP Cup con un bel primo set contro Khachanov e vittoria su Fritz, seguiti da una finale e una semi Challenger e da una sconfitta di misura a Marsiglia contro Aliassime dopo aver avuto match point nel secondo), mentre il semifinalista del Roland Garros sembrerebbe aver ritrovato un po’ di pace interiore grazie alla paternità e al rinnovato sodalizio con Sartori, di cui ha detto: “Max mi ha dato grande fiducia, ha rimesso insieme i pezzi del puzzle. Sartori ha visto cosa non andava in me prima ancora dei problemi tecnico-fisici. L’allenamento dà buone sensazioni, ora sto bene. Ripeto, sono tornato alle origini: ma, come dice il mio coach, non ho più tanto da imparare quanto da ripulire.

Come si può vedere, dunque, gli italiani al via dovrebbero essere numerosi e motivati a fare bene. Certo, la valutazione delle prestazioni di un giocatore segue troppo spesso dei parametri fenomenologici (e.g. ha perso al primo turno quindi è andato male), mentre, soprattutto nel caso di giocatori fuori dai primi 32, necessariamente dipendenti dal sorteggio (citofonare a Struff, J.-L., per delucidazioni a riguardo), il modo della sconfitta e la qualità dell’avversario dovrebbero essere fattori molto più che contingenti in fase di giudizio – tante volte, però, questo aspetto è dimenticato in favore delle fredde cifre, ed è un attimo passare dall’accusatorio all’inquisitorio. In sintesi: sarebbe una cosa buona vedere nove italiani su nove fuori al primo turno ma in cinque set combattuti? Certamente no, ma la presenza fisica e mentale dei giocatori, soprattutto in questo momento storico, sarebbe un indice assai più positivo di una vittoria occasionale a fronte di brutte sconfitte degli altri, ed è questo che bisognerebbe augurarsi alla vigilia del tennis 2.0.

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A Praga, Giorgi vince in rimonta. Halep passa al settimo match point

Camila a corrente alternata. Esordio complicato per la n.2 del mondo. La spuntano entrambe al tie-break decisivo

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Il lunedì di pioggia lascia il posto a una giornata almeno inizialmente calda e soleggiata in quel di Praga. Fra i tanti incontri in programma, sono impegnate anche le due tenniste azzurre presenti in tabellone, Paolini e Giorgi, con diverse fortune, la favorita del seeding Halep e la sua principale antagonista Martic. Non sono mancati neanche i forfait: non sono scese in campo Daria Kasatkina per un infortunio agli ischiocrurali, la campionessa di Palermo Fiona Ferro a causa di un problema a una costola e Dayana Yastremska per un meno “atletico” mal di denti, sostituite da tre lucky loser. E abbiamo visto il gold badge Kader Nouni vestire i panni di uomo dei campi (in senso figurato, letteralmente ha solo indossato la mascherina) per passare ripetutamente lo “straccio” bonificando la palude in cui gli addetti avevano trasformato il campo 10 al termine del primo set di un incontro poco interessante.

CAMILA SUL FILO DI LANA – Dopo il bel torneo della settimana scorsa, Camila Giorgi torna in campo per un’altra battaglia e batte la diciottenne ucraina Marta Kostyuk al tie-break del terzo. Una Giorgi che “ha fatto il suo gioco” e ha avuto ragione di un’avversaria che, attualmente n. 140 WTA, si conferma ottima promessa.

Un doppio fallo e un tentativo di smorzata di Giorg permettono il 3-1 a Kostyuk che, inesperta, probabilmente pensa al contrario (“non regalare punti facili”), incespica sul servizio e fa rimanere in scia Camila che poi completa la rimonta all’ottavo gioco. Entrambe sembrano adottare il principio del non mettere pressione all’avversaria quando si trova sotto nel punteggio del game e regalano punti invece di tenere la palla in campo. Non proprio inaspettati, due errori necessariamente macroscopici di Giorgi chiudono il set a favore di Kostyuk. È però tutta un’altra musica nel secondo parziale: oltre a un punto importante giocato prendendosi l’opportuno margine sulla rete che per un attimo fa preoccupare per le condizioni di salute di Camila, la nostra aggiusta almeno momentaneamente la mira travolgendo Marta, pressoché impossibilita a contenere come era riuscita a fare finora; un piccolo passaggio a vuoto nella fase centrale non compromette l’esito del parziale che termina 6-2.

La partenza è invece da dimenticare nel set decisivo, ma l’azzurra ritrova i colpi riprendendosi il break e pareggiando al sesto gioco. Kostyuk tiene un servizio che vale oro, ma il vantaggio esterno che Camila annulla con decisione è altrettanto determinante, anche se la risposta torna a essere poco incisiva e la 2002 di Kiev può tornare avanti senza sprecare energie. Giorgi non vacilla servendo per restare nel match e interpreta il tie-break alla sua maniera, staccando Kostyuk con vincenti clamorosi, ma con sbavature che la tengono in vita (tennistica). È però l’ucraina a compromettere l’esito sbagliando la risposta aggressiva sul 4-5 che accompagna con uno dei soliti urli acutissimi e Camila si guadagna il secondo turno contro Elise Mertens.

La belga si è imposta su Jasmine Paolini per 7-5 4-6 6-3 in un incontro estremamente equilibrato durato due ore e tre quarti. Complessivamente più che buona la prestazione dell’azzurra che ha perso il match per qualche imprecisione sui punti pesanti, nonostante sia riuscita a rientrare nel primo parziale annullando un set point sul servizio belga con un bel dritto, per poi cedere nuovamente la battuta e fallire due occasioni per il tie-break. Persa la seconda partita, Mertens accelera nel finale e vince il suo primo incontro dalla ripartenza dopo la precoce sconfitta palermitana inflittale da Sasnovich.

 

HALEP, CHE FATICA – Come aveva già fatto nei due confronti del 2019, Polona Hercog costringe al terzo set Simona Halep per poi cedere alla numero 2 del mondo. Simona, che aveva allungato di una settimana l’attesa dei fan con il forfait di Palermo, ha scelto di ripartire dal torneo di Praga, al termine del quale deciderà se partecipare allo US Open.

Dopo i primi due giochi combattuti, Halep prende il largo tra le usuali solidità e facilità nei cambi in lungolinea. Il 6-1 e il break in apertura suggeriscono che ormai siamo a metà della sessione di allenamento, ma Polona si riaccende quasi dal nulla dopo un paio di bei punti e la partita gira completamente: Simona cala in modo evidente, si irrigidisce, sbaglia, mentre la slovena piazza smorzate vincenti e soprattutto 6 giochi di fila. La lotta infuria nella partita finale, Simona sfodera tutta la sia grinta, eppure si fa prima raggiungere dal 3-1 poi dal 5-3, quando serve invano per il secondo turno e poi non sfrutta tre match point consecutivi in risposta – risposta non pervenuta in nessuna delle occasioni. Altre tre palle per andare in doccia evaporano al dodicesimo game finché, al tie-break Halep trasforma prontamente (per così dire) il primo di altri tre match point con un gran rovescio lungolinea scoccato in allungo ben lontana dal campo. Al prossimo turno troverà la wild card ceca Barbora Krejcikova, ottava del mondo in doppio ma oltre la centesima posizione in singolare.

PETRA, LINDA E LE ALTRE – La n. 2 del tabellone Petra Martic supera in due set la russa Varvara Gracheva, mentre cadono le teste di serie Pavlyuchenkova (n. 6), Strycova (7) e Sevastova (9) per mano rispettivamente di Arantxa Rus, Sara Sorribes Tormo e Irina-Camelia Begu. Primo incontro nel Tour WTA per la quindicenne ceca Linda Fruhvirtova che si arrende in due set alla connazionale Kristyna Pliskova, n. 69 del ranking. Allieva della Mouratoglou Academy con la sorella Brenda, Linda gioca già piuttosto bene, ma la differenza tra le due è evidente e la mancina di Louny, gettati due match point consecutivi in risposta che riaprono il secondo parziale, torna ad affidarsi a dritto e servizio (oltre che alle seconde “da quindicenne” e a un paio di errori dell’avversaria) e chiude 7-5.

Risultati:

[1] S. Halep b. P. Hercog 6-1 1-6 7-6(3)
[2] P. Martic b. V. Gracheva 7-6(2) 6-3
C. Giorgi b. M. Kostyuk 4-6 6-2 7-6(4)
I.C. Begu b. A. Sevastova 6-2 6-2
[3] E. Mertens b. J. Paolini 7-5 4-6 6-3
A. Rus b. [6] A.Pavlyuchenkova 7-5 6-2
[WC] B. Krejcikova b. M.P. Tig 6-4 6-3
S. Sorribes Tormo b. [7] B. Strycova 7-6(3) 6-1
Kr. Pliskova b. L. Fruhvirtova 6-2 7-5
L. Tsurenko b. E. Alexandrova 6-2 6-4
M. Frech b. E-G. Ruse 7-6(8) 6-3
L. Kung b. A. Bolsova 6-4 6-3
A Bogdan b. S. Sanders 6-1 6-1
T. Zidansek vs K. Siniakova 6-3 3-6 sospesa
L. Siegemund vs [Q] M. Sherif 4-6 4-0 sospesa

Il tabellone aggiornato

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