Alexander Bublik, il funambolo alla ricerca di un equilibrio (im)possibile

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Alexander Bublik, il funambolo alla ricerca di un equilibrio (im)possibile

L’unicità del kazako con un occhio ai suoi modelli di riferimento: Kyrgios e Monfils

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Alexander Bublik - Chengdu 2019 (foto via Twitter,

A modo suo, Alexander Bublik è un tennista prevedibile. No, non nel senso che adotta sempre i soliti schemi magari anche noiosi, bensì perché possiamo prevedere che ogni suo incontro riserverà sorprese. Come ci sorprende l’evoluzione nell’approccio al tennis che emerge dall’intervista rilasciata ad AtpTour.com; un lieve cambio di mentalità che, senza soffocare la sua natura, potrebbe riservargli soddisfazioni in termini di risultati. Senza dubbio, questo ventitreenne kazako nato in Russia può essere annoverato tra i giocatori atipici dell’ATP, uno di quelli che si distinguono per la loro unicità. Allenato dal padre Stanislav e, ripresa del tennis permettendo, alla ricerca del suo primo titolo, l’anno scorso Alexander ha raggiunto la sua prima finale sull’erba di Newport che ha poi bissato sul duro di Chengdu.

“Sono un giocatore d’azzardo” racconta. “Mi piace la sensazione quando le probabilità sono 50 e 50. Quando tiro a tutta una seconda di servizio sulla parità, sento la paura, sento il gioco, mi sento bene. Quando piazzo un ace di seconda nel tie-break del terzo sul 5 pari, ho quella scarica di adrenalina in corpo ed è grandioso. Questo è il tipo di persona che sono”.

Se una determinata situazione tattica “consiglia” una certa scelta – che è poi quella di (almeno) nove tennisti su dieci – il nostro fa il contrario. Perché è fatto così e la locuzione “giocala in sicurezza” non ha molto senso per lui. Sulle seconde di servizio da tirare come prime in allenamento è già stato abbondantemente chiaro nella sua dichiarazione di apertura, ma nel suo arsenale ci sono anche le smorzate toccate da zone del campo improbabili, i servizi da sotto e altro ancora. Come il pallonetto vincente in tweener frontale contro Viktor Troicki a Newport: certo, trovandosi un po’ in anticipo rispetto alla palla, avrebbe potuto (dovuto?) rallentare la corsa e posizionarsi per il passante di dritto, ma perché imbrigliare la creatività? Senza contare la spinta che si riceve da un colpo del genere: “Dopo questo numero, non posso perdere” potrebbe aver giustamente pensato.

 

L’attuale n. 51 del ranking con un best al 47° posto poco prima del congelamento prosegue raccontando che “se qualcosa è noioso, abbi il coraggio di tirare la seconda sul 5 pari e farcela. Qualcuno può dire che è stupido. Sì, è stupido. Ma ho le palle per farlo. A volte funziona, a volte no, ma questo è il modo in cui voglio giocare”. Inevitabilmente, talvolta capita che vada proprio male. E ripetutamente. Se lanci 15 volte una moneta, nulla vieta che esca croce altrettante volte, numero non casuale bensì quello delle sue sconfitte all’esordio nel 2019. Diverso è invece quanto successo nella semifinale di doppio all’ultimo Australian Open contro Ram/Salisbury, che avrebbero poi alzato il trofeo: avanti 3-1 nel set decisivo in coppia con Mikhail Kukushkin, per due volte Alexander ha perso il servizio con un numero spropositato di doppi falli non per aver rischiato come ama fare, anzi, per essersi “bloccato” intravedendo il prestigioso traguardo. In quell’occasione, è purtroppo evaporato il fondamento del tennis di Bublik: la ricerca di una felice via di mezzo tra l’audacia e l’indifferenza.

“Se sai unire la regolarità al buon talento e colpire qualche colpo fantastico con giocate ad alto rischio, allora diventi un buon giocatore” dice. Non può mancare il riferimento a Nick Kyrgios, ma anche a Gael Monfils, “solido, ma una volta ogni tanto ti sorprende e magari lo fa sul 6 pari al tie-break”. Vincere più incontri lasciando sbalorditi gli avversari: un obiettivo ambizioso. Per ottenerlo e diventare un top 20 o, chissà, un top 10, nei mesi di stop del circuito il kazako ha lavorato particolarmente sulla seconda di servizio perché “non puoi forzarla ogni volta”. Durante il lockdown, ha avuto modo di riflettere e ha capito di non voler essere uno che brilla per un solo match e per riuscirci deve essere più solido. Mentre si aspetta al 100% un nuovo vincitore Slam, più probabilmente a New York, “immaginando che Nadal si concentrerà sul Roland Garros”, è ormai giunto per lui il momento del suo ritorno in campo con le qualificazioni del Western&Southern Open.

“Non sarò nervoso” assicura, “però altri saranno parecchio tesi all’inizio”. Ma Bublik conferma la sua ricetta: “L’importante è avere il giusto equilibrio tra l’essere super-rilassati e super-tesi”. Vedremo se saprà darci un motivo in più – non che ce ne sia assoluto bisogno – per goderci l’ormai prossima ripartenza dell’agognato Tour maggiore.

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La straordinaria adolescenza di Iga Swiatek: “Se non sfondo vado al college”

Campionessa Slam a diciannove anni, eppure la vita non gira attorno a una pallina. “Fare tutto alla perfezione è il mio segreto e il mio cruccio”. La regina del Roland Garros si confessa a Behind the Racquet

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Ci sono eventi che tendono a indirizzare un’esistenza, inevitabilmente o quasi. Vincere un torneo del Grande Slam a diciannove anni, per esempio. Stavolta Iga Swiatek finisce dietro la racchetta, non certo dietro la lavagna visti gli ottimi voti raccolti in campo e sui banchi. Normalmente vite come la sua ruotano intorno a una palla di feltro giallo, e in molti casi, non di rado dolorosi, il progetto-campione è stato elaborato nel laboratorio familiare quando il pargolo riusciva a malapena a impugnare l’attrezzo del mestiere. Ma la parabola di Iga Swiatek non è stata disegnata a tavolino.

I miei genitori mi hanno messa a giocare a tennis quand’ero piccolissimaha confessato Iga a Behind the Racquet -, solo perché ero una bimba vivace, piena di energie. Mi piaceva, ma non ne ho mai fatta una malattia, anche perché non avevo idea di quanta importanza avrebbe finito per avere nella mia vita“. Eppure più di qualcuno deve aver sospettato che di ordinario c’era ben poco, osservandola con la racchetta in mano. “Sapevo di avere potenziale, di essere la ragazza polacca con la classifica migliore, ma vedevo i miei orizzonti piuttosto incerti. Sarei stata abbastanza costante, preparata, dedicata da diventare una professionista? Poi ho giocato a quindici anni il Roland Garros Junior e lì, per la prima volta, ho capito di volerci provare seriamente“.

Certamente la strada verso “il mestiere” è lastricata di insidie, quelle che stracciano le ambizioni di molti ragazzi e ragazze provvisti di larghi talenti. “La paura di infortunarmi mi tormenta da quando sono ragazzina, da prima che finissi per la prima volta sotto i ferri a sedici anni. Alla vigilia del terzo turno al Roland Garros 2019 mi sono fatta male alla schiena. Sono scesa in campo disperata; sapevo che avrei perso e non poter competere al meglio nel mio torneo preferito aveva assunto i contorni del dramma. Credevo di non riuscire nemmeno a piegarmi, e ho perso il primo set 6-0. Poi ho avuto l’illuminazione: gran parte del dolore era prodotto dai miei pensieri e da null’altro. Sono rientrata in campo con una diversa prospettiva e ho girato quella partita. Credo si possa parlare di svolta“.

 

Prima di guardare i sorteggi, i tabelloni e gli avversari occorre fare i conti con sé stessi, e nel complicato viaggio verso la conoscenza del proprio io la teenager di Varsavia è già piuttosto avanti, nonostante gli appena diciannove anni. Come più volte orgogliosamente sottolineato, Iga collabora da un paio di stagioni con la psicologa Daria Abramowicz, personalità a quanto pare decisiva per la giovane carriera della polacca. “In molti pensano che uno psicologo sia utile solo a chi ha problemi specifici, ma non penso sia così. Il mio percorso è iniziato aprendomi sul modo di vedere il mondo, sul rapporto con i miei genitori, con la realtà circostante. Sono sentimenti magari schermati, ma che influiscono sul lavoro quotidiano, dunque nel mio caso sull’approccio alla partita di tennis. Ho lavorato su me stessa, accompagnata da una grande professionista. Noi tennisti siamo obbligati a stare molto da soli, è importante passare del tempo con persone di cui ci fidiamo“.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma colpire una pallina non è l’unica cosa che intriga Iga Swiatek. Per ora le vicende sul rettangolo di gioco vanno alla grande, ma se il livello dovesse scendere è già pronto il piano B. “Qualche mese fa mi sono diplomata con un ottimo voto. Voglio essere perfetta in tutto ciò che faccio e questo approccio a volte ha costituito un problema, su cui ho lavorato insieme a Daria. Lo scrupolo di raggiungere l’eccellenza spesso diventa il primo ostacolo da superare per conquistarla, ed è una difficolta che ci poniamo noi stessi, non necessaria“. Il fatto è che i grandi risultati, qualunque sia il campo, sembrano piovere tra le mani di Iga.

Il voto di diploma mi permetterebbe di iscrivermi a qualsiasi università polacca, oppure di ottenere una borsa di studio negli Stati Uniti. Per ora voglio concentrarmi sul tennis e non è semplice conciliare sport professionistico e studio, ma se non dovessi vincere un altro Slam ed entrare nella top 5 a breve potete stare sicuri che mi iscriverò al college“. Non ci stupiremmo, dovessimo ritrovarla tra qualche anno laureata e con una mezza dozzina di Slam in bacheca.

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Il favoloso mondo di Iga: tennis, psicologia e jazz

L’anno scorso Swiatek aveva vinto un solo gioco contro Halep al Roland Garros. Quest’anno l’ha dominata. “Partita perfetta. Miglioro passo dopo passo”. Con l’aiuto di una psicologa. Nella sua playlist? “Ascolto di tutto. In questo periodo molto jazz”

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Iga Swiatek - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Un anno nella carriera di un tennista equivale a dieci di una persona normale. Soprattutto quando sei all’inizio. Lo sa bene la 19enne polacca Iga Swiatek, uno dei volti nuovi più interessanti nel circuito femminile. Al Roland Garros dell’anno scorso, dopo tre buone vittorie, Swiatek si era ritrovata al cospetto della campionessa in carica Simona Halep. Ed era finita sotto la doccia dopo tre quarti d’ora di gioco, sconfitta con un pesantissimo 6-1 6-0. In questo 2020, le due si sono ritrovate a disputare la medesima partita. E ad andare negli spogliatoi con le pive nel sacco è stata Halep, schiantata con il punteggio di 6-1 6-2

“Tutto è stato diverso per me. Sapevo che questa era una grande opportunità. E sapevo di poter giocare il mio miglior tennis in grandi palcoscenici perché mi era già capitato”, ha dichiarato una raggiante Swiatek nella conferenza stampa post-match. “Ora ho più esperienza, so reggere la pressione. Sento che sono cresciuta. Sono in grado di giocare un match come questo e vincerlo. Tutto ha funzionato bene. Ho fatto tutto quello che mi ha detto il mio coach. È stato il match prefetto per me”. Ed, in effetti, perfetta lo è stata davvero la ragazzina di Varsavia. Più incisiva con i colpi a rimbalzo, più capace di variare angoli e soluzioni tecniche, più resiliente nella fase difensiva. In una sola parola: dominante. 

Negli oltre 365 giorni che sono passati tra questi due match, Swiatek ha fatto registrare dei buoni risultati. A partire dagli ottavi agli Australian Open. Ma senza exploit straordinari. Tanto che quella contro Halep è stata la prima vittoria contro una Top 10 in carriera. Una crescita non rapidissima ma costante quella della polacca. Che sente che questa sia la via giusta per lei. Mi piace fare un passo alla volta perché così sento che posso essere più consistente nel futuro”, ha spiegato. “Sono contenta che ad esempio non sono riuscita ad arrivare in finale l’anno scorso al Roland Garros perché penso che oggi la pressione sarebbe troppo grande. Mi piace avere tempo per crescere. Il fatto che sto progredendo passo dopo passo è perfetto per me”. E di sicuro di passi ce ne saranno altri nei prossimi mesi e anni. 

 

Questi progressi sono arrivati anche grazie ad un lavoro specifico sull’aspetto mentale. Ormai tanti tennisti di vertice, tra i quali anche il nostro Matteo Berrettini, si fanno seguire da uno psicologo che li aiuta a trovare le giuste sensazioni dentro e fuori dal campo. Così sta facendo anche la polacca. “Non ci sono molte persone che parlano di psicologia nel tennis. È una cosa abbastanza nuova. Io ho una psicologa nel mio team da un paio di anni circa. Penso che l’aspetto mentale sia fondamentale nel tennis di oggi perché tutte sanno giocare molto bene. Ma quelle che riescono ad essere anche forti mentalmente fanno la differenza. Quindi ho sempre cercato di migliorare da questo punto di vista”, ha detto a riguardo.

Ma Swiatek non è una di quelle che pensano al tennis 24 ore al giorno. Lo si può dedurre anche dal suo profilo Instagram, in cui alle foto degli allenamenti e dei successi in campo se ne alternano altre più buffe e ironiche di vita quotidiana. Iga che studia, Iga che legge libri, Iga che fa vela. Ma soprattutto Iga che ascolta musica. E non esattamente le ultime novità del pop contemporaneo, come ci si potrebbe aspettare. La ragazza ha infatti gusti un po’ retrò. Come ad esempio Guns and Roses e AC/DC. “Mi ricordo quando ero più giovane e viaggiavo insieme ai coach della federazione polacca. Ognuno mi faceva ascoltare musica diversa. Quindi ascolto un po’ di tutto. Ho cominciato ad ascoltare anche molto jazz di recente. Mi piace sapere di cose che non sono il tennis”, ha raccontato. 

Sara proprio la giovane e interessante tennista polacca a sfidare oggi la nostra Martina Trevisan, assoluta rivelazione di questa edizione dello Slam parigino, per un posto in semifinale. L’unica volta che abbiamo giocato contro ho perso (6-2 2-6 6-2 il punteggio, ndr). Era a Varsavia (un torneo 25k, ndr). Ero nervosa perché è la mia città e volevo fare bella figura. Ma non penso che conterà molto. È successo alcuni anni fa (due, ndr) e oggi siamo in una situazione completamente diversa”, ha commentato. Difficile darle torto. La posta in palio è enormemente più alta. E Iga sembra essere una che impara in fretta le lezioni. Chiedetelo ad Halep. La nostra Martina è avvertita. 

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Italiani

Conosciamo Lorenzo Giustino, il napoletano di Barcellona che ha conquistato Parigi

L’azzurro ha vinto contro Moutet il secondo match più lungo della storia del torneo. “Ho cercato i vincenti fino alla fine, non mi regalava nulla”. Sei italiani al secondo turno, sulla sua strada c’è Schwartzman

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Sto benissimo, andrò anche a farmi un giro per quanto mi sento fresco“. Ci scherza su, Lorenzo Giustino, propensione naturale alla battuta anche dopo la serata più bella della sua vita sportiva. O meglio, la due giorni: perché il romanzo da sei ore di cui è stato protagonista vincente è iniziato domenica. Il successo contro Corentin Moutet, 71 del mondo, gli ha fatto salire il conto in banca di 84.000 euro. Un quinto del totale guadagnato fino ieri in una carriera da operaio del tennis, arrivata a 29 anni senza la gioia del successo in un match nel circuito maggiore. Lorenzo, napoletano cresciuto e residente a Barcellona, si è ripreso tutto con gli interessi. Insieme al clamore suscitato dal secondo match più lungo di sempre al Roland Garros, secondo solo alle sei ore e 33 minuti di Santoro-Clement del 2004. Il primo per un italiano, superando Camporese-Becker dell’Australian Open 1991 (cinque ore e 11 minuti).

MARATONA – Domenica sera lo stop intorno alle 22:30, causa pioggia, con il tabellone fermo sul 4-3 e servizio per l’azzurro nel terzo set (dopo che ne avevano vinto uno per parte). “Mi sono messo a guardare insieme al mio allenatore Gianluca Carbone la partita tra Chardy e Rodionov – ha raccontato, sempre col sorriso – e ho detto: vuoi vedere che finisco anche io con un punteggio tipo 12-10 al quinto?“. È chiaramente andata anche peggio, con un quinto parziale durato tre ore e diventato guerra di nervi oltre che di colpi. Epopee generate dall’assenza del tie break, in partite che però poi rischiano di eliminare sul piano delle energie entrambi i giocatori. “Siamo rimasti solidi e centrati, sbagliando entrambi pochissimo – ha raccontato in sala stampa – per questo siamo arrivati al 18-16 del quinto. Nel finale in ogni caso ho provato a essere aggressivo, i punti dovevo farli cercando i vincenti perché lui non mi regalava davvero nulla“.

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Lorenzo Giustino, 29 anni da Napoli, ha vinto la partita più lunga giocata da un italiano nella storia dei tornei dello Slam. L'incontro è cominciato ieri, è stato sospeso sul punteggio di 0-6 7-6 4-3 e servizio per Giustino, è ricominciato oggi e si è prolungato fino al 18-16 nel quinto set: come è noto, al Roland Garros non esiste il tie-break al set decisivo. Giustino l'ha spuntata dopo oltre 6 ore, togliendosi la soddisfazione di vincere il suo primo incontro in un Major Si tratta di una partita da record su più fronti: è l'ottavo match più lungo dell'Era Open, il secondo qui al Roland Garros dopo il Santoro-Clement del 2004 e il quarto in assoluto negli Slam. Ecco la top 10 degli incontri più lunghi: 1️⃣ 11:05 – Isner b. Mahut – Wimbledon 2010 2️⃣ 06:43 – L. Mayer b. Souza – Coppa Davis 2015 3️⃣ 06:36 – Anderson b. Isner – Wimbledon 2018 4️⃣ 06:33 – Santoro b. Clement – Roland Garros 2004 5️⃣ 06:22 – McEnroe b. Wilander – Coppa Davis 1982 6️⃣ 06:21 – Becker b. McEnroe – Coppa Davis 1987 7️⃣ 06:15 – Clerc b. McEnroe – Coppa Davis 1980 8️⃣ 06:05 – GIUSTINO b. MOUTET – RG 2020 9️⃣ 06:04 – Clement b. Rosset – Coppa Davis 2001 🔟 06:01 – Tahiri b. Muller – Coppa Davis 2005 #rolandgarros #rolandgarros2020 #giustino #lorenzogiustino #record #tennis #instatennis #instasports

 

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COMBATTENTE – Per rendere l’idea dell’eccezionalità di quanto accaduto: Giustino, che ha nella vetrina di casa i trofei di nove Futures e un Challenger (Almaty 2019), ha giocato un totale di appena sei partite nel circuito maggiore. Nel tabellone principale di uno Slam ci era finito solo un’altra volta, da lucky loser all’ultimo Australian Open, perdendo in tre set da Raonic. Per ben 17 volte si era fermato alle qualificazioni. Ha messo piede a Parigi da numero 157 del mondo (è stato anche 127, un anno fa, prima di essere frenato da qualche guaio fisico) e stavolta si è finalmente arrampicato nel main draw con le sue mani: nei giorni scorsi ha battuto in serie Maximilian Marterer, Hugo Grenier e Dustin Brown sulla distanza dei tre set. “Sono molto migliorato negli ultimi due anni – ha raccontato -, non solo sul piano tecnico ma anche dal punto di vista mentale. L’ho dimostrato non solo in questa impresa, ma anche nelle qualificazioni, lottando in due casi fino ai terzi set vinti 7-5 e 7-6“.

ALLE RADICI – Lorenzo Giustino nasce tennisticamente a Barcellona, dove si è trasferito a sette anni insieme ai genitori che hanno scelto di lasciare Napoli per regalare ai figli un orizzonte più ampio (ora però sono rientrati in patria). Il fratello Gennaro, oggi, è medico a New York, dopo essersi specializzato in cardiologia al San Raffaele. Il giovanissimo Lorenzo inizia a palleggiare nell’accademia di Manuel Orantes, promette bene e si guadagna le attenzioni di guide di spessore: il suo primo allenatore è Albert Torras, diventato poi coach di Federico Delbonis. Ma anche Sergi Bruguera e il padre Luis hanno contribuito significativamente alla sua formazione da terraiolo, provando anche (senza esito) a suggerirgli di acquisire la cittadinanza sportiva spagnola.

Ha sempre avuto buone capacità di adattamento all’avversario e ha svelato, di recente, come la fase matura della sua carriera sia orientata alla qualità del lavoro e alla cura dei dettagli, dopo tanta quantità. Al secondo turno troverà forse uno dei giocatori più adatti ai campi e al clima di Parigi: Diego Schwartzman, fresco finalista di Roma. Ostacolo altissimo, ben più dei centimetri che l’argentino porterà sul campo. Nel frattempo, il napoletano di Barcellona ha contribuito al record: mai nell’era Open sei italiani si erano spinti al secondo turno del Roland Garros (in attesa che si concluda il match di Mager). Lui era decisamente il meno pronosticabile.

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