Caruso, missione speciale: "Gli ottavi con Berrettini" (Cocchi). Voglia di derby (Zanni). Sono colpi grossi (Azzolini). Cocciaretto a Praga vola in semifinale (Senigalliesi)

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Caruso, missione speciale: “Gli ottavi con Berrettini” (Cocchi). Voglia di derby (Zanni). Sono colpi grossi (Azzolini). Cocciaretto a Praga vola in semifinale (Senigalliesi)

La rassegna stampa del 5 settembre 2020

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Caruso, missione speciale: “Gli ottavi con Berrettini” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

[…] Salvatore Caruso da Avola oggi a New York contro Andrey Rublev tenta l’assalto agli ottavi dello Us Open. Una missione difficile, ma non impossibile. Soprattutto se ci si approccia con l’atteggiamento di Sabbo. Caruso, il menu di oggi dice insalata russa. Le piace? «Beh, è un punto di vista che non avevo considerato. Però sì, mi piace. Tornando al tennis, con Rublev non vedo l’ora di giocare. Perché sono sicuro che sarà una partita molto divertente. Per me, spero anche per chi la vedrà». Un bel modo di affrontare la sfida che vale gli ottavi. «In fin dei conti tutti noi iniziamo a giocare perché ci piace e ci divertiamo. Io ho la fortuna di aver fatto diventare questo sport il mio lavoro. Si fatica e ci si sacrifica per sfide come questa. E Andrey è uno con cui si riesce a giocare. Non è il classico bombardiere, gioca a viso aperto. Insomma per fare un paragone calcistico è un po’ come l’Atalanta». Senza tirare in ballo gesti scaramantici: dovesse superare il turno all’orizzonte potrebbe esserci un derby con Berrettini che oggi trova Ruud. «Sarebbe bellissimo, perché significa che almeno un italiano arriverebbe ai quarti. Con Matteo ci siamo allenati un po’ insieme in questi giorni. Lui qui sa come muoversi…». Senza pubblico, New York non è la stessa cosa, e anche Roma al momento pare si giocherà a porte chiuse. «No! Che brutta notizia… A Flushing Meadows spero di tornare anche i prossimi anni e giocare questo torneo vivendone l’atmosfera. Ma Roma senza pubblico non riesco nemmeno a immaginarla. Soprattutto per i giocatori di casa sarebbe triste. Speriamo che si trovi una soluzione e un po’ di gente possa venire, tanto anche quando siamo pochi noi italiani ci facciamo sentire». Due terzi turni Slam in due anni diversi e su due superfici diverse: a cosa deve questa crescita? «Alla decisione di investire al meglio sulla carriera. Di puntare, oltre che sul mio allenatore Paolo Cannova, con cui lavoro già da una decina d’anni, anche su preparatore, osteopata, psicologa. L’aspetto mentale è importante». Faccia uno spot per il suo sport: perché un ragazzino dovrebbe scegliere il a tennis? «Uh, che responsabilità. Allora, innanzitutto lo sport, tutto lo sport, fa bene. A tutti. Trovo che il tennis sia educativo, non si imparano volgarità, bisogna mantenere un certo comportamento in campo. Poi, e questa forse è la cosa che più serve da adulti, in campo sei da solo. Impari a cavartela senza l’aiuto di altri. Mica puoi chiamare a casa: “Mamma, ho una palla break da salvare, mi aiuti?”». Cosa ne pensa del sindacato dei giocatori fondato da Djokovic? Si è iscritto? «Ho ascoltato, mi sono fatto un’idea, ma al momento non ho firmato. Sono una persona che vuole capire bene le cose, e poi penso che sia meglio stare uniti. L’unione fa la forza». Così la pensa anche Federer. Sappiamo che qualche anno fa ha passato tre giorni ad allenarsi con lui. «Sì. Purtroppo dopo quella volta non gli ho più fatto da sparring. Ma è colpa mia! Perché giocando di più, facendo le qualificazioni degli Slam, ho avuto meno tempo». Siete ancora in contatto? «Ogni volta che ci incontriamo ai tornei viene a salutarmi. È davvero molto carino, non mi sarei mai aspettato un atteggiamento così da un tale fenomeno. Si informa su quel che faccio e si sforza sempre di parlarmi italiano. Cosa mi direbbe se fosse qui? Spero: “Bravo Salvatore”». Federer non sbaglia mai. 

Voglia di derby (Roberto Zanni, Il Corriere dello Sport)

 

Matteo Berrettini e Salvatore Caruso, portabandiera italiani a New York Numero 8 (6 del tabellone) e 100 del ranking, rispettivamente, due storie diverse che però oggi potrebbero unirsi un’altra volta […] Infatti una doppia vittoria odierna li metterebbe uno contro l’altro negli ottavi, per un inedito derby italiano: tra i due a livello Atp non ci sono precedenti, tra i Challenger si, un paio, 2016 e 2018, una vittoria a testa IL FAVORITO Sta cresendo, e tanto, Matteo Berrettini e oggi potrà confermarlo contro il norvegese Casper Ruud (37). Prima del cemento di Flushing Meadows si sono incontrati solo una volta, l’anno scorso, sulla terra rossa del Roland Garros. «Da quando l’ho sconfitto – ha ricordato Ruud a Ubitennis – ha cominciato a giocare benissimo…». E il romano non può che concordare con quel giudizio. «Quell’incontro mi è servito tanto in terreni di motivazioni personali». Solo per menzionare una tappa, la più importante: le semifinali agli U.S. Open 2019, ma quello è il passato remoto. «Sono contento di come ho giocato – così Berrettini è tornato sul successo al secondo turno contro il francese Ugo Humbert – soprattutto per la risposta. Il servizio invece era già andato bene dal primo turno. In allenamento si lavora molto su come variarlo, per non dare punti di riferimento all’avversario». Non avrà però l’appoggio della compagna Ajla Tomljanovic. «È partita – ha concluso – Stavo meglio quando era qui, ma non per questo voglio andarmene anch’io..». LA SORPRESA. Chi si aspettava Salvatore Caruso al terzo turno a New York, suo miglior risultato in uno Slam, eguagliando l’ultima Parigi? […]. «Credo di essere diventato un giocatore più forte – ha spiegato il ventisettenne siciliano di Avola dopo il successo sullo statunitense Escobedo – migliore sotto tutti i punti di vista: fisicamente, tecnicamente e mentalmente». Oggi però c’è la grande partita: davanti si troverà il ventiduenne russo Andrey Rublev, 14 del ranking e testa di serie n.10. Figlio di un ex pugile, la boxe (in particolare Mike Tyson) è una delle sue passioni. Ma se i cazzotti possono temprare, Caruso non sembra averne bisogno: grinta e caparbietà sono diventate sue caratteristiche. Ultimo esempio le 14 palle break su 15 salvate contro Escobedo. «Ma anche al primo turno contro Duckworth ero entrato in campo pensando “tanto non mi brekka”» ha raccontato. Uno degli aspetti su cui Caruso e il suo team puntano molto è proprio quello mentale. Per questo nello staff c’è anche la psicologa Monica Bazzano. «Lavoriamo sulla persona – ha aggiunto Salvo – in questo modo si migliora anche il giocatore. Dopo ogni partita parliamo sempre». STORIE DI DERBY. Ci saranno ancora due italiani contro agli U.S. Open? Nell’attesa, ecco gli ultimi due precedenti: in campo maschile nel 2017, vittoria di Paolo Lorenzi su Thomas Fabbiano al terzo turno, mentre tra le donne chi potrà mai dimenticare lo straordinario 2015, con la finale vinta da Flavia Penetra su Roberta Vinci?

Sono colpi grossi (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Il colpo non ha ancora un nome. Cé il tweener che un tempo chiamavano Gran Willy, dove Willy stava per Guillermo, e Guillermo per Vilas, primo interprete del colpo sotto le gambe, spalle alla rete. E c’è la veronica, lo smash dorsale che Panatta depositava in ogni angolo del campo con precisione chirurgica, simile alla rotazione che fa il torero con la sua cappa rossa quando si lascia appena sfiorare dalla carica del toro, scartando di lato all’ultimo e dandogli le spalle. E c’é la Sabr, ovviamente, Sneak Attack by Roger, l’attacco proditorio sul servizio avversario che Federer ha inserito fra i diletti di fine carriera, convinto anche lui di poter innalzare con i suoi colpi per altri impossibili, un monumento più duraturo del bronzo. […] Anzi, potrebbe continuare, se solo si trovasse un titolo al colpo da centomila like sui social che Matteo Berrettini ha rispolverato nel terzo set della sua travolgente galoppata con il francese Ugo Humbert. […] Si tratta di far passare la palla, da posizione parecchio defilata, dietro il palo che tiene la rete, e depositarla comunque fra le righe del campo avverso. Un colpo da matti, si dirà. Di sicuro un colpo da Matteo. Ottenuto il suo spicchio di certificata presenza in tutti gli spot che ricapitoleranno per i posteri queste giornate sotto la bolla degli Us Open, Berrettini è chiamato a occuparsi di Casper Ruud, terzo turno di un torneo in cui, a detta di Vincenzo Santopadre (rimasto a Roma a trepidare davanti alla tivvù, mentre a NewYork c’é Marco Gulisano, a fare le sue veci), «Matteo sta cominciando a ingranare le marce alte. Nelle prime sortite, durante il torneo di Cincinnati appariva come stranito, ne abbiamo parlato a lungo nelle chat quotidiane che ci concediamo per fare il punto della situazione. Faceva fatica a tenere il filo del gioco, ma credo sia normale. Prima Ruusuvuori, con cui ha vinto, poi Opelka, dal quale invece è stato battuto, rappresentavano due tennisti diversi, ma molto migliori delle loro rispettive classifiche. Mi aspettavo una svolta, e credo sia arrivata con la vittoria nel primo set degli Us Open, contro Soeda. Lì Matteo ha ritrovato molte delle sue sicurezze, e nei due set finali con il giapponese, poi con Humbert, l’ho rivisto procedere alla sua velocità di crociera, che è davvero molto alta rispetto alla norma». Humbert, sconquassato nei primi due set, rappresentava per Matteo una piccola trappola psicologica. Si erano incontrati tre anni fa e il francese l’aveva cancellato dal campo. «Ma la reazione è stata buona, anche molto matura», continua Santopadre, «Matteo ha messo subito in chiaro che questi tre anni non sono passati invano». Identico problema rappresenta Casper Ruud – 21 anni da Oslo, il padre Christian nel circuito Atp (e numero 39) a metà anni Novanta – atteso in terzo turno. Anche qui, si sono incontrati una volta, l’anno scorso al Roland Garros, e Casper ebbe vita facile. Era uno dei momenti di bassa per Berretto, nella stagione che l’ha poi consegnato al n. 8 della classifica. «Sa che cosa fare. Se resta concentrato sui suoi colpi, Matteo può venire a capo anche di questo match». E inoltrarsi verso un ottavo che porterà con sé nuove palpitazioni, contro Sabbo Caruso o Andrey Rublev. Un derby italiano e una rivincita, contro il russo che Matteo sradicò dal torneo un anno fa, sempre negli ottavi. Match mai giocato quello fra Caruso e Rublev, con il russo n.14 ovviamente favorito. «Ma Salvatore è un lottatore estremo» avverte Santopadre. Uno che se riesce ad attrarre il russo alla sua velocità di crociera, può metterlo nei guai.

La Cocciaretto a Praga vola in semifinale (Roberto Senigalliesi, Corriere Adriatico)

Elisabetta Cocciaretto ha ormai messo il turbo e prosegue la sua marcia al Prague Open, Wta 125k, il ricco torneo, per montepremi e punti assegnati, in corso sulla terra rossa del Tennis Club Sparta Praga, nella capitale della Repubblica Ceca. Nei quarti la 19enne fermana, numero 144 Wta (ma ancora per poco, visto che con i punti fino a qui conquistati arriverà almeno tra le prime 125) e seconda favorita del torneo, ha battuto in rimonta per 3-6 6-26-1, in poco più di due ore di partita, la ventiseienne la slovacca Anna Karolina Schmiedlova, numero 182 Wta, ma numero 29 quando aveva 21 anni, avversaria mai affrontata in carriera. Un match insidioso, contro una buona giocatrice, iniziato in salita, in cui ha perso il primo set in cinque partite giocate nel torneo. Ma poi Elisabetta si è ripresa alla grande, comandando il gioco e mettendo a segno un impressionante parziale di 12 game a 3. […] «È vero, sono partita male ma non ho mai perso la calma e la fiducia – racconta al telefono a fine match, con la sua consueta disponibilità – Sono riuscita a fare un passo avanti, ad essere propositiva e sviluppare il mio gioco. Sono soddisfattissima di quanto fatto finora, anche se mancano ancora due partite per arrivare alla fine e cerco di rimanere umile e concentrata». Sotto con la Podoroska Oggi, in semifinale, la Cocciaretto troverà dall’altra parte della rete l’argentina Nadia Podoroska, numero 165 del ranking. La 23enne di Rosario si è aggiudicata entrambe le sfide precedenti con la marchigiana, in semifinale nell’Itf da 25mila dollari di Pula 2019 e nel turno decisivo delle qualificazioni del Wta International di Monterrey lo scorso marzo, subito prima del lockdown. «Nadia gioca molto bene – afferma Elisabetta – Sarà un match tosto, come gli altri che ho affrontato finora, ma darò tutto per vincere ancora». Intanto pensa anche al prossimo impegno. «Vero, da domenica ci sarà il Wta da 250mila dollari di Istanbul. Spero di entrare nelle qualificazioni e se non riesco ad affrontarle perchè in campo a Praga spero in uno special exempts. Sono in forma e voglio sfruttare questo momento». E già perché il numero 100 del mondo si avvicina sempre più ed Elisabetta non vuole perdere l’attimo. Dopo ci saranno gli Internazionali d’Italia a Roma, dove spera di entrare nel tabellone principale con una wild card, e poi il Roland Garros a Parigi. 

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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