Intervista a Becker ed Henin: “Le pressioni extra-campo potrebbero aver fatto perdere il controllo a Djokovic”

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Intervista a Becker ed Henin: “Le pressioni extra-campo potrebbero aver fatto perdere il controllo a Djokovic”

Eurosport ha consentito al Direttore Scanagatta di partecipare a una chiamata con i due campioni Slam, che hanno detto la loro su questo US Open (ma non su chi vincerà)

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Novak Djokovic - Cincinnati 2020 (via Twitter, @CincyTennis)

Justine Henin e Boris Becker non hanno certo bisogno di presentazioni: sette Slam e tre stagioni da N.1 del ranking per la trentottenne belga, sei e uno per il cinquantaduenne tedesco (in realtà non ha mai chiuso una stagione al primo posto, ma è stato giocatore dell’anno per l’ATP nel 1989, anno in cui vinse due Slam). Se c’è qualcuno che può sapere cosa significhi arrivare in fondo alla seconda settimana di un torneo come lo US Open (che Henin ha vinto due volte contro l’unico titolo di Bum Bum Becker), questi sono proprio loro, anche se le condizioni dell’edizione 2020 sono terra incognita per chiunque.

Per questo hanno accettato di partecipare a un Q&A di mezz’ora organizzato da Eurosport (rete per cui entrambi fanno i commentatori, e che ringraziamo per l’invito) in cui hanno parlato di molti argomenti, focalizzandosi in particolare sulla squalifica di Novak Djokovic e sul suo nuovo sindacato, la PTPA – era abbastanza scontato che la dominante dell’intervista sarebbe stato il default del serbo, soprattutto per via del fatto che Becker l’ha allenato per tre stagioni, vincendo sei Slam. Di seguito l’intervista completa.


D: Quale pensi sarà il più importante insegnamento dal primo Slam che si è disputato in agosto, con la stagione che verosimilmente continuerà?
HENIN: Non lo so. È una domanda certamente molto interessante. Tutti ci interroghiamo su cosa sentiamo in questo torneo. Sono felice che questo torneo si sia disputato, seppur senza il format originale, ma i tifosi di tennis possono guardare i match in TV; i tennisti possono svolgere il loro lavoro e conoscono tutto sulla situazione. La cosa che possiamo imparare è che ognuno sta vivendo un’esperienza unica. Quello che dobbiamo conservare da questa esperienza è che nessuno è perfetto e la situazione è eccezionale, ma tutti dobbiamo adattarci – giocatori, autorità, il torneo e tutti quanti. Da un’altra prospettiva il nostro lavoro contempla il massimo adattamento, e penso sia normale aver assistito a tutti questi alti e bassi. Comunque, alla fine dobbiamo ricordare che stiamo parlando solo di tennis, dal quale traiamo emozioni, ma non è la cosa più importante in questo momento. Il torneo non sarà stato perfetto, ma è comunque stato un buon inizio, tutti stanno bene e ognuno deve apprendere la lezione.

D: Ero lì quando hanno fischiato Djokovic per un doppio fallo alla O2 di Londra, e stiamo parlando di uno che ha vinto 17 Slam. Novak ottiene il rispetto che merita?
BECKER: Penso di no. Credo i tifosi del tennis maschile si dividono tra i fans di Federer e i fans di Nadal. E improvvisamente irrompe Djokovic, qualcuno percepito come un intruso nella rivalità tra i due contendenti. Per questo viene criticato così tanto. Ora è al centro di una tempesta di m***a per quello che ha fatto contro Carreno, ma si è preso le responsabilità del suo errore chiedendo scusa, innanzitutto alla donna, alla USTA, e anche ai giocatori. Nessuno è perfetto. Roger fa doppio fallo, Rafa fa doppio fallo, e non vengono fischiati.

 

D: E come reagisce a queste situazioni? Incolpa qualcuno?
BECKER: Non gli piace. A nessuno piacerebbe essere fischiato. Djokovic è uno a cui piacciono le persone, fa tantissima beneficenza specialmente in Serbia, lavora per la sua fondazione. Ma la gente parla di lui quando infrange le regole, non parla di queste cose. È un campione, vuole vincere certamente, ma qualche volta commette errori.

D: Credi che ci sia una mancanza di rispetto, considerato quello che ha ottenuto durante la sua carriera?
HENIN: È veramente strano. Personalmente io rispetto il campione. Può piacerti o non piacerti in termini di personalità e atteggiamento sul campo. Stiamo vivendo un periodo d’oro nel tennis maschile per i risultati dei Big Three ma anche per i giocatori che stanno crescendo dietro di loro. Novak è diverso da Rafa e Roger in un certo modo, anche perché sono arrivati un pochino prima, ma dobbiamo avere il massimo rispetto per quello che sta facendo per il tennis.

D: Credi che l’eliminazione prematura di Djokovic da New York possa essere un vantaggio per lui in vista del Roland Garros?
BECKER: Mi piace il tuo atteggiamento, molto positivo! Novak sta ancora digerendo quanto successo ma deve interpretare la squalifica come un’opportunità per fare rumore in campo e costruire nuovi successi. La domanda è se giocherà a Roma in vista del Roland Garros; in Italia è molto popolare. Sì, è un serio pretendente al titolo di Parigi ma metto Nadal tra i favoriti con Thiem.

D: I giocatori di tennis saranno più attenti da ora in poi?
HENIN: Siamo esseri umani. Questo ci ricorda che alla fine ci vuole umiltà e i giocatori possono commettere errori. E quando questo accade loro pagano per i loro errori. Alla fine, anche se Novak è un campione, può fare errori come qualsiasi altro essere umano. Le emozioni e le pressioni bisogna cercare di controllarle in campo, ma non è facile. È una lezione non solo per i giocatori ma per tutti noi. La regola è giusta perché alla fine noi giocatori dobbiamo proteggere gli arbitri e gli spettatori. Magari certe persone pensano che questa regola sia troppo severa, ma io non penso che debba essere cambiata, perché spinge i giocatori a controllare le loro emozioni e frustrazioni. Ma è stata sfortuna nel caso di Djokovic.

Domanda di Ubaldo: Vorrei chiedere a Justine quali possibilità dai alla nuova associazione, la PTPA, di riscuotere successo?
HENIN: Penso che Boris possa fornire più dettagli, dato che io non sono troppo informata sull’argomento. Vogliamo che i giocatori siano rappresentati tutti insieme nei tornei nel modo giusto. È difficile per me giudicare quale sia il modo migliore per ottenere questi risultati. Alla fine, ci sono differenti opinioni su questo assunto. Boris cosa ne pensi?

BECKER: Il sindacato dei giocatori fu fondato nel 1972, per iniziativa dei giocatori. Alla fine, questo si è trasformato in ATP Tour e l’ATP Tour ha due parti: da una parte i tornei e dall’altra parte i giocatori. Apparentemente molti giocatori non si sentono adeguatamente rappresentati dall’ATP. E questa è stata la ragione per fondare una nuova associazione solo per i giocatori. Mi piacerebbe vedere coinvolte anche le donne. Mi piacerebbe che l’ATP e WTA facessero qualcosa insieme. Questo è l’unico errore che vedo. Ma di principio mi pare corretto che i giocatori abbiano voce in capitolo nel consiglio dell’ATP dato che la struttura dell’ATP è differente da quando fu fondata nel 1972.

Domandi di Ubaldo: Perché pensi che Nadal e Federer non abbiano capito il messaggio lanciato da Djokovic, dato che secondo me Djokovic non vuole entrare in conflitto con il Players Council e vuole che anche le donne si uniscano alla neonata associazione, da quello che ho capito?
BECKER: Penso che Federer e Nadal abbiano obiettivi differenti. Stanno facendo la storia del gioco, e hanno una storia che non li vede troppo coinvolti in giochi politici. Secondo alcuni questa è una decisione intelligente. Ma sono anche i personaggi più famosi che abbiamo nel tennis. Avrebbe dovuto esserci una decisione unanime, ma ci sono differenti opinioni in merito alla nuova associazione. E quindi gli interessi di Nadal e Federer sono differenti da quelli di Djokovic. Mi piacerebbe che fossero unificate ATP e WTA, cosa che non abbiamo in questo momento.

D: Si può ammorbidire la regola del “ball abuse” in certi casi, per evitare casi come quelli di Djokovic dove era evidente che non avesse colpito intenzionalmente la giudice di linea?
HENIN: Penso che la regola sia giusta, almeno questa è la mia opinione. Se ammorbidiamo la regola, dove poniamo il limite? Molta gente pensa che la regola sia stata applicata troppo severamente con Djokovic per via del caso di Bedene della scorsa settimana, ma a mio parere quell’episodio è stato completamente diverso. Ma non ho mai visto nessuno nel campo da tennis che abbia avuto l’intenzione di fare male, ma qualche volta fai del male involontariamente e dobbiamo necessariamente controllare questi casi, ponendo dei limiti che non dovrebbero essere valicati. È anche un messaggio che lanciamo a tutti gli altri. Siamo essere umani non perfetti ma dobbiamo essere d’ispirazione per gli altri, dando l’esempio. E penso anche che sia un’esperienza per crescere. Non sono mai stata coinvolta in un caso del genere, ma sono sicura che sarà un duro colpo per l’ego di Novak. Questo implica che non siamo macchine. Personalmente non cambierei la regola.

BECKER: Sono d’accordo per la maggior parte con Justine. È stata duro per Novak e sai sono un suo tifoso, ma in un certo senso è stato fortunato, perché questa donna poteva farsi male davvero. La regola è chiara. Novak qualche istante prima aveva colpito la palla fuori ed era chiaramente frustato, era in preda alle sue emozioni. Non dobbiamo pensare che Novak sia una cattiva persona, entrambi sappiamo che nel campo mostri emozioni, e che è nella natura umana comportarsi male quando le cose non vanno per il verso giusto. Non cambierei la regola, perché i giocatori sono role models. È un peccato che sia andata così, ma la decisione è stata corretta.

Segue a pagina 2: come si gestisce la pressione, il ritorno di Clijsters, il figlio di Bjorn Borg e i nuovi favoriti per la vittoria finale

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Il sollievo di Thiem: “Non ho mai smesso di crederci, ora giocherò più serenamente”

Il neo-campione dello US Open ha parlato del travaglio mentale della prima finale Slam giocata da favorito. “All’inizio ero molto contratto. Continuavo a chiedermi: ‘Avrò un’altra chance?'”

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Dominic Thiem - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Lo stato d’animo di Dominic Thiem nella conferenza stampa seguita alla vittoria del suo primo Slam è di liberazione, più ancora che felice. Le oltre quattro ore passate in campo contro l’amico Alexander Zverev l’hanno messo alla prova in più modi, dalla tensione iniziale ai crampi finali, passando per il ruolo di favorito della vigilia di cui avrebbe volentieri fatto a meno. L’austriaco, infatti, non si vedeva come il sicuro vincitore: “Io non mi consideravo il favorito, so di cosa è capace Sascha; erano i media ad avermi messo in quella posizione. Il nostro match in Australia era stato equilibrato fino alla fine, quindi mi aspettavo lo stesso tipo di incontro. Oggi l’andamento è stato diverso, soprattutto all’inizio, ma non ho mai smesso di crederci. Ho vinto uno Slam ed è fantastico, non importa contro chi”.

Elementi come i pronostici e l’esperienza delle finali Major raggiunte negli ultimi due anni e mezzo sono stati a suo dire deleteri per la qualità della sua performance, soprattutto all’inizio: Non credo che le finali precedenti mi abbiano aiutato, anzi, forse il contrario, visto quanto ero contratto all’inizio. Il problema è che volevo tantissimo il titolo, ma allo stesso tempo il pensiero di andare a zero su quattro nelle finali mi ronzava in testa. Continuavo a chiedermi, ‘avrò un’altra chance?’ Questi pensieri non ti aiutano a giocare liberamente”.

LA TENSIONE E I CRAMPI

I primi due set, infatti, sono stati un incubo, tanto che era sorto spontaneamente il dubbio che i problemi fisici accusati durante la semifinale contro Daniil Medvedev non fossero stati risolti appieno. Thiem ha però smentito l’ipotesi:Ero al 100% fisicamente, ho avuto qualche problema al tendine d’Achille in semifinale ma è stato risolto alla grande, non avevo alcun tipo di dolore. Il problema erano i nervi. Non ero più abituato a sentirmi così, e non sapevo come liberarmene, ma in qualche modo ci sono riuscito durante il terzo set”. Anche i crampi finali non sono stati il frutto di errori di preparazione o di problemi pregressi: Erano anni che non avevo i crampi, ma erano dovuti al mio stato mentale, non fisico. Ero stato incredibilmente teso per tutto il giorno, oltre che per i primi due set. La mia convinzione è stata più forte del mio corpo, però. Non sono state quattro settimane facili, né per il corpo né per la mente, e parte del grande sollievo finale è anche dovuto a questo”.

 
Dominic Thiem – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

I DOLORI DEL GIOVANE SASCHA

Lo svantaggio iniziale era all’apparenza incolmabile, sia per come stava servendo l’avversario, sia per la condizione quasi senza precedenti in cui versava: nell’Era Open, infatti, solo quattro volte un giocatore aveva rimontato due set in una finale Slam, sempre e solo a Parigi (1974, 1984, 1999, 2004). Sarebbe quindi stato normale accettare l’ineluttabilità della sconfitta, ma non per lui: “Restare in partita e continuare è crederci è stato molto complicato, ma ci sono riuscito – voglio dire, era una finale Slam. Stavo giocando male, braccia e gambe pesanti, ma ho sempre sperato che sarei riuscito a liberarmi a un certo punto. Per fortuna, il contro-break nel terzo non è arrivato troppo tardi, e da lì ho iniziato a crederci sempre di più. Ovviamente crederci non era abbastanza, perché sono sicuro che anche Sascha fosse convinto al 100% di poter vincere, e infatti siamo arrivati al tie-break del quinto”.

Va anche detto che, senza una grossa mano dal tedesco, il comeback non sarebbe stato possibile, soprattutto alla fine, quando Zverev ha servito per il match e affrontato il tie-break quasi senza servizio, limitandosi a cercare di evitare il doppio fallo (alterni risultati) con palombelle anodine: “Per lui era la prima finale, e nessuno dei due aveva dovuto battere uno dei Big Three, e credo che questo pensiero fosse presente nella mente di entrambi. Arrivati al tie-break sapevamo che potesse vincere chiunque, e quindi credo che sia comprensibile che non siamo riusciti a giocare il nostro miglior tennis. Quando ha servito per il match io avevo qualche problema fisico, ma ho pensato che anche lui non fosse più troppo fresco, e quindi speravo di avere un’altra chance, perché lui non stava più servendo come all’inizio – ho affrontato quel game alla grande e sono tornato in partita”.

Il finale è stato talmente drammatico (il Direttore l’ha definito “un copione di Agatha Christie diretto da Alfred Hitchcock”) che i due hanno finito per infrangere il protocollo del distanziamento sociale, finendo abbracciati a dispetto delle raccomandazioni e delle emozioni agli antipodi, una dimenticanza tutto sommato comprensibile: “Siamo grandi amici, abbiamo sia un’amicizia a lungo termine che una rivalità a lungo termine. Questa settimana siamo risultati negativi al tampone 14 volte, una cosa del genere. Volevamo solo condividere il momento, e non penso che questo abbia messo in pericolo nessuno, perciò credo che non ci sia stato niente di male”.

Dominic Thiem e Alexander Zverev – US Open 2020 (via Twitter, @atptour)

CEMENTO MON AMOUR

Nel giorno in cui in patria, a Kitzbuhel si giocava la finale di un torneo di cui lui era il campione uscente, Thiem è diventato il primo austriaco a vincere uno Slam dal Roland Garros del 1995 vinto da Thomas Muster, ma ha sempre pensato di poterne vincere uno? “Ho iniziato a pensare che avrei potuto vincere uno Slam quando ho raggiunto la mia prima semifinale a Parigi [nel 2016, ndr] – da lì ho pensato che potesse essere un obiettivo realistico. Quando ho iniziato a giocare sognavo di farcela, ma era un obiettivo così distante! Poi mi sono avvicinato alla vetta, e mi sono detto, ‘wow, forse un giorno potrò vincere uno dei quattro titoli più importanti del tennis’. Ho lavorato tanto, si può dire che abbia dedicato tutta la mia vita a questo obiettivo, e non vale solo per me, questo è un traguardo anche per il mio team e per la mia famiglia – oggi è il giorno in cui posso restituire molto di quello che hanno fatto per me”.

Molti avevano vaticinato una sua vittoria in un Major, ma quasi tutti avevano sempre pensato che il luogo della consacrazione sarebbe stato Parigi, visto che Dominator nasce come specialista del rosso, e lui era della stessa idea: “Pensavo che le mie chance migliori sarebbero arrivate sulla terra, di gran lunga, ma dallo scorso autunno qualcosa è cambiato: ho vinto Pechino, ho vinto Vienna, ho giocato benissimo alle Finals [perse in finale con Tsitsipas, ndr]; da lì ho capito che il mio gioco si potesse adattare molto bene anche al cemento”. L’uomo che ha cambiato tutto è Nicolas Massù, che l’ha portato prima alla vittoria in un Masters 1000 (Indian Wells 2019) e poi a quella di Flushing Meadows: “Ovviamente Nico ha contribuito tanto a questi miglioramenti. Mi ha fatto cambiare idea su quanto molti dei miei colpi potessero funzionare sul duro. Infatti, credo di aver giocato il mio miglior Slam a Melbourne, prima di questo US Open. In ogni caso l’unica cosa che mi interessa ora è di averne vinto uno, non importa quale!

Una domanda, infine, sulle sue chance al Roland Garros, dove ha perso le ultime due finali contro Nadal – quali saranno gli strascichi, sia positivi che negativi, di New York? “Sarò al 100%, senza dubbio. La grande domanda è la condizione mentale con cui arriverò al torneo, perché non mi sono mai trovato in questa situazione. Ho raggiunto un grande obiettivo, non so come mi sentirò a riguardo nei prossimi giorni. Detto questo, la mia aspettativa è che da ora sarà più facile affrontare i grandi tornei, sarò più rilassato e giocherò liberamente, perché prima di questa vittoria avevo questo tarlo di dover vincere uno Slam”.

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Naomi Osaka: “Non pensavo a vincere, volevo solo competere. Celebrerò la vittoria con me stessa”

La campionessa dello US Open in dubbio per il Roland Garros: “Avevo intenzione di giocarli quando sono arrivata qui, ora vedremo”

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Naomi Osaka - Premiazione US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Terzo titolo Slam, secondo allo US Open per Naomi Osaka. La numero 9 del mondo, dopo mesi intensi sia dentro che fuori dal campo, torna a sorridere per un risultato sportivo memorabile. Se due anni fa la sua vittoria a New York era divenuta celebre per le proteste di Serena Williams, questa volta a renderla insolita è stato il contesto. “Questa vittoria ha un sapore complessivamente diverso rispetto a quella del 2018 a causa delle circostanze; l’ultima volta non mi trovavo in una bolla e c’erano molti fan. Alla fine io mi concentro su quello che posso controllare in un campo da tennis. Questo è quanto ho fatto la scorsa volta e penso sia quello che ho fatto anche oggi.”

Trovarsi in una bolla inevitabilmente influisce anche sui festeggiamenti e in questo caso la tennista giapponese ha un piano molto semplice: Celebrerò questa vittoria elaborandola con me stessa. Nelle ultime due occasioni (che per lei erano anche le prime, ndr) non sono stata in grado di farlo, perché ero circondata dal mio team. Mi auguro che, più Slam vincerò e più sarò in grado di celebrare al meglio”. La metafora perfetta di questa sua volontà di ‘elaborare’ la vittoria è il momento in cui si è distesa sul cemento dell’Arthur Ashe, con pochissimi occhi a guardarla – quantomeno dal vivo – e ha semplicemente guardato il cielo respirando a pieni polmoni, come sollevata.

Naomi Osaka – Finale US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

La Naomi che si è presentata a New York quest’anno è sicuramente una persona più coscienziosa nei propri mezzi ma anche più consapevole della propria forza mediatica, un fattore sul quale ha riflettuto soprattutto negli ultimi mesi. “Per me la vita era sempre stata movimentata, orientata sul tennis soprattutto dopo la precedente vittoria allo US Open. La cosa ha accelerato tutto senza darmi tempo per rallentare. La quarantena mi ha dato l’opportunità di pensare molto in generale, su cosa voglio realizzare, sui motivi per cui voglio essere ricordata. Per quanto mi riguarda, mi sono presentata a questi due tornei con questa mentalità e questo mi ha aiutato molto”.

 

La principale conseguenza di questa crescita è la capacità di non lasciare spazio ai rimpianti; la lezione è stata messa in pratica anche in questa finale contro Victoria Azarenka. “Un buon esempio sono il primo e il secondo set della partita odierna. Penso che avrei potuto facilmente lasciarmi andare ma avevo davvero voglia di lottare, di competere. Non so descriverlo bene, non c’erano altri pensieri nella mia mente. Non pensavo davvero alla vittoria, volevo solo competere e in qualche modo mi ritrovo con quel trofeo in mano. Direi quindi che ho davvero cercato di maturare; non ero sicura del processo da intraprendere, ma direi che la lezione che ho imparato dalla vita mi ha fatto crescere come persona”.

Entrando più nello specifico della finale di questo Slam, la vincitrice l’ha descritta così: “Nel primo set ero così nervosa, non mi stavo muovendo con i piedi. Avevo la sensazione di non star giocando affatto… non che mi aspettassi di giocare al 100% ma sarebbe stato bello se fossi stata almeno al 70%. Era come se ci fosse troppa roba nella mia testa. Poi nel secondo set mi sono ritrovata presto in svantaggio e questo non ha aiutato. Mi sono solo detta di restare positiva e non perdere 6-1 6-0, darle almeno una tenue resistenza per conquistarsi quei soldi. Più o meno sono questi i pensieri che mi hanno accompagnata”. In realtà, dopo l’occasione del 3-0 fallita dalla bielorussa nel secondo set, la partita ha cambiato completamente volto.

Sul terzo set, parlando alla stampa giapponese, ha aggiunto: “Direi che un game davvero importante è stato quello del mio break nel terzo set. Sono contenta di averlo fatto all’inizio perché avevo la sensazione che se fossimo arrivate in fondo sarebbe stata molto tirata”. Per quanto riguarda il futuro imminente, Osaka si prenderà un po’ di tempo per riflettere e dunque – già certa la sua assenza agli Internazionali d’Italiaresta ancora in dubbio la sua presenza al Roland Garros. “Avevo intenzione di giocarli quando sono arrivata qui, ma ora vedremo cosa succede”.


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Interviste

Azarenka lancia l’allarme: “Se ti vedi solo come una macchina da tennis, rischi di perderti nella vita”

Vika si dice più matura, più consapevole del percorso. Poi l’appello: “Prestiamo più attenzione alla felicità dei giocatori”. La sconfitta nella finale dello US Open: “Ho dato tutto. Che io vinca o perda, non cambierò”

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Victoria Azarenka - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Per la terza volta in carriera, Victoria Azarenka è arrivata a un passo dal vincere lo US Open e ancora una volta il trofeo le è scivolato via dalle mani. La sconfitta però non ridimensiona minimamente quello che la bielorussa è riuscita a fare in queste tre settimane di tennis newyorchese, che la vedono ripartire alla volta dell’Europa con un titolo e una finale in valigia. Anche la stessa Vika non riesce a essere arrabbiata per la sconfitta, o meglio, non in modo mortificante. Nessuno è mai felice di una sconfitta, ma da lì all’abbattersi o strapparsi i capelli il passo è lungo, soprattutto se si è una orgogliosa campionessa uscita dal campo con la certezza di aver dato tutto.

Non sono delusa, non sono necessariamente delusa. È solo doloroso. È doloroso perdere. Ero vicina, ma non è andata come volevo. Ci penserò troppo a lungo? Nient’affatto. L’ho già detto: che io vinca o perda, non cambierò. Non starò seduta a piangermi addosso. Questa è stata solo un’esperienza che non è andata come volevo. Ho passato due settimane fantastiche. Mi sono divertita. Ho fatto tutto che potevo oggi. Avrei potuto giocare meglio? Sì. Ma oggi ho dato tutto quello che avevo in campo. Lei ha vinto la partita. Tutto il merito va a Naomi. È una campionessa“.

In tutto il corso del torneo, Vika è sembrata molto più serena e padrona della situazione, anche nei momenti più complicati (la semifinale contro Serena è lì a dimostrarlo). A notare la differenza è la stessa bielorussa: “Sento di essermi goduta di più il mio modo di stare in campo. Non necessariamente focalizzandomi sul risultato, ma concentrandomi sui miei progressi, vivendo nel momento, abbracciando i momenti difficili, le sfide difficili. Quando le cose non vanno come vuoi, è più divertente capire come uscirne piuttosto che pensare: ‘Oh, merda, sono nei guai, cosa devo fare?'”.

La maternità, tutta la spinosa questione dell’affidamento del figlio Leo, l’essere stata davvero a un passo dal ritiro, la ritrovata pace degli ultimi tempi sono tutti stati fattori determinanti in questo cambio di mentalità di Azarenka, che si è trovata ad allargare il proprio orizzonte extra-tennis, come forse non aveva mai fatto. “Quando sei giovane, puoi avere alcune persone non così fantastiche intorno a te, che ti mettono il paraocchi per così dire. Non guardare a destra, non guardare a sinistra. Ti perdi un po’ il senso di vivere. Diventi questa macchina focalizzata solo sull’essere una giocatrice di tennis. Ora mi sento più realizzata, fuori e dentro il campo. Penso che sia un vero successo. Un risultato molto più importante per me a livello personale”.

Quando le chiedono di approfondire questo tema, particolarmente delicato, dello sviluppo di giocatrici e giocatori, Vika lancia un appello a coach e genitori, invitandoli a investire sul lato umano tanto quanto su quello tecnico-atletico per evitare di sfornare solo delle macchine sparapalle.

“Tutto nasce ovviamente dalla tua educazione. Però penso che molti giovani giocatori, soprattutto ragazze, siano molto vulnerabili alla manipolazione, a essere indirizzati in un certo modo. È davvero un peccato quando accade. Non è facile quando sei giovane e devi capire, sotto molta pressione, come navigare in un altro mondo, soprattutto quando hai molto successo. Spero che verrà posta un po’ più di attenzione non necessariamente sulla forza mentale, ma sulla felicità generale dei giocatori. A volte vediamo giocatori che identificano se stessi solo come tennisti, poi sono un po’ persi nella vita, non sanno cosa fare alla fine della carriera. Non parlo solo di tennis, penso allo sport generale. Spero che si inneschi un meccanismo migliore e si cerchi il modo di parlare di come affrontare la vita, le responsabilità, il prendere decisioni che non sono facili in giovane età. Magari non vedremo più questi sfortunati casi che invece ora vediamo”.

In chiusura di conferenza stampa, giunge una nota tenera, pur velatamente amara, quando viene chiesto a Vika come pensa di raccontare al piccolo Leo tutto quello che è successo negli ultimi anni: le montagne russe emotive, le scelte, le battaglie, i successi e le cadute. “In realtà non ci ho ancora pensato. Penso che a un certo punto dovremo avere parecchie conversazioni su come sono andate le cose, il viaggio che abbiamo fatto entrambi. Non lo so. Non sono pronta per quella conversazione ancora. Spero che ci saranno altri capitoli da scrivere che renderanno più facile il parlare. Al momento non penso di essere pronta per questa conversazione. Fortunatamente non è abbastanza grande per avere quel genere di conversazioni, così ho tempo per prepararmi“.


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