Non fate come Kyrgios: non sottovalutate Pablo Carreño Busta allo US Open

Personaggi

Non fate come Kyrgios: non sottovalutate Pablo Carreño Busta allo US Open

Tra i quattro semifinalisti lo spagnolo è il meno titolato, ma a livello Slam non ha tanto da invidiare ai suoi avversari. Prima di sminuirlo, Kyrgios dovrebbe dare uno sguardo ai suoi risultati

Pubblicato

il

Pablo Carreño Busta - US Open 2020 (photo by Simon Bruty/USTA)

Le semifinali dei due tabelloni dello US Open 2020 hanno un tratto comune? In tanti potrebbero rispondere sì a questa domanda e potremmo essere parzialmente d’accordo anche noi. Per quale motivo? Beh, nel femminile abbiamo parlato ieri di Jennifer Brady, numero 41 del ranking (28 del seeding) alla prima semifinale Slam, che si è ritrovata attorno Serena Williams (23 Major), Azarenka e Osaka (due titoli Slam per parte). Nel maschile invece i quattro giocatori rimasti non hanno mai vinto un titolo a questi livelli, ma nonostante ciò si parla principalmente di Zverev, Thiem e Medvedev e Pablo Carreño Busta, che a differenza di Brady una semi Slam l’ha già giocata, viene erroneamente considerato un intruso.

A ingannare è probabilmente il ranking: lo spagnolo è una ventina di posizioni dietro i tre che hanno raggiunto come lui il penultimo atto del torneo, ma arrivati in queste fasi l’abitudine a giocare su determinati palcoscenici e con una certa pressione sulle spalle può fare la differenza tra una sconfitta e una vittoria. E a tal proposito, Carreño non parte battuto in partenza, almeno nella semifinale. Per Sascha Zverev è la seconda semi Slam della carriera, come lo è per lo spagnolo. Dall’altro lato invece Thiem giocherà la sua sesta, ma appena la seconda su cemento, mentre Medvedev ha raggiunto questa fase in un Major solo un anno fa, sempre a Flushing Meadows. Tuttavia non è da trascurare il fatto che sia il russo che l’austriaco hanno già preso parte a una finale Slam e tutti e tre hanno già vinto un trofeo Masters 1000. Ad ogni mod,o se si guardano le due sfide da questa prospettiva, il gap tra i tre top 10 e Carreño è abbastanza piccolo, di certo infinitamente inferiore rispetto a quello tra Brady e le altre tre campionesse.

Detto ciò, è comprensibile che l’attenzione sia rivolta a Dominic, Sascha e Daniil per un altro motivo. È da quattro anni ormai (Wawrinka allo US Open 2016) che non si vede un vincitore Slam diverso da Federer, Nadal o Djokovic e da allora si cerca un giovane in grado di interrompere il loro dominio. Vista l’assenza dei Big Three, non veder vincere uno tra Thiem, Zverev o Medvedev nemmeno stavolta porrebbe dei grossi dubbi sulle loro capacità di sostituirsi al trio che ha dominato l’ultimo decennio. Perciò anche mediaticamente Carreño Busta “tira” meno degli altri tre, ma non per questo va sottovalutato. Ci ha messo del suo anche Nick Kyrgios con i suoi tweet.

 

L’australiano da qualche giorno sta conducendo una crociata contro Carreno, tacciandolo come terraiolo “che senza il mattone tritato non sarebbe arrivato nemmeno vicino alla top 50”. “Deve essere piuttosto annoiato” ha commentato lo spagnolo e Nick alla vigilia delle semifinali ha risposto ancora, postando su Instagram i confronti diretti (conduce 2-0) con Carreno, dicendo che alla noia preferirebbe giocare lo US Open e batterlo ancora. Tuttavia l’australiano al massimo ha raggiunto due quarti di finale negli Slam, peraltro vecchi di oltre cinque anni. In più dimostra di non aver letto con la dovuta attenzione i risultati della carriera di Carreño Busta.

Pablo Carreño Busta – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Usando la lente d’ingrandimento sulla carriera dello spagnolo, capiamo ancora meglio che la sua superficie preferita non è la terra battuta come dice Kyrgios, bensì il cemento outdoor. A 23 anni centra il primo discreto risultato in uno Slam, un terzo turno allo US Open nell’edizione 2014. Si ripete due anni dopo, sempre a Flushing Meadows e poi all’Australian Open 2017, quello che a tutti gli effetti è l’anno della sua esplosione definitiva. Bisogna attendere il Roland Garros 2017 per vederlo superare il secondo round nell’unico Slam su terra del calendario. Quell’anno si spinse fino ai quarti, dove fu costretto al ritiro contro Rafa Nadal. Non si spinse mai oltre sul rosso, cosa che invece gli è riuscita due volte sul duro, la prima alla fine di quell’estate.

A Flushing Meadows non perse neanche un set fino alla semifinale, la sua prima in un Major. Tuttavia ci riuscì superando ben quattro qualificati. King al primo turno, Norrie al secondo, Mahut al terzo e Denis Shapovalov in ottavi. Quest’anno ha battuto nuovamente il canadese, diventato nel frattempo un tennista ‘vero’, al termine di una durissima battaglia durata cinque set ai quarti di finale. Riguardando il tabellone dell’edizione 2017 è curioso vedere che il canadese (che qualche settimana prima si fece conoscere alla Rogers Cup, battendo Rafa Nadal) superò al primo turno Daniil Medvedev, abbastanza nettamente (7-5 6-1 6-2).

Proprio in relazione a Shapovalov, si può evidenziare come il canadese avesse battuto in quattro set Goffin prima di arrestarsi al cospetto di Carreño Busta. Due tennisti che presentano delle somiglianze, e rispetto al quale ‘Shapo’ è certamente più esplosivo: eppure, contro Goffin la rimonta gli è riuscita piuttosto agevolmente, mentre lo spagnolo gli ha imposto un 6-3 al quinto set. Interrogata sulla questione, è probabile che la maggioranza degli appassionati definirebbe Goffin un tennista più forte di Carreno Busta: quanto al rendimento negli Slam, però, il belga è arrivato tre volte ai quarti vincendo un solo set, Carreño (un anno più giovane) ha fatto lo stesso avanzando due volte in semifinale.

Qualche dato ci permette di chiudere definitivamente il discorso rispetto alla superficie d’elezione di Carreño Busta: in carriera ha vinto complessivamente 289 match su cemento, il 66% di quelli disputati. Invece su terra battuta sono 157 le vittorie su 257 partita, un ottimo 61%, ma piuttosto inferiore rispetto al record personale sul duro. E infine, anche i trofei confermano tale rapporto: tre li ha vinti su cemento (Winston-Salem 2016, Mosca – indoor – 2016 e Chengdu 2016) e uno su terra battuta (Estoril 2017). Adesso siete convinti del fatto che Carreno è tutt’altro che un intruso in queste semifinali?

Continua a leggere
Commenti

Australian Open

Francesca Jones oltre ogni limite: si qualifica per l’Australian Open con otto dita

La britannica, 20 anni, è uscita vincitrice dalle qualificazioni a Dubai. La malformazione alle mani e ai piedi non le ha impedito di realizzare il suo sogno: “Come giocare a carte con un mazzo diverso da quello degli altri: non significa che hai già perso”

Pubblicato

il

Oltre i limiti del possibile – almeno quello che si immaginava come tale – c’è Francesca Jones. Che lasciando un solo game alla cinese Jiajing Lu si è messa al collo il pass per l’Australian Open, traguardo enorme per il tunnel che ha dovuto attraversare. La ventenne di Leeds, numero 241 WTA, è affetta da una malattia rara e sulla carta invalidante per una sportiva professionista. Per colpa della ectrodattilia-displasia ectodermica (sindrome EEC, per comodità), si ritrova con le dita centrali delle mani e dei piedi fuse tra loro. Ne ha quindi quattro per mano e sul piede sinistro, appena tre sul piede destro, dopo aver subito una serie di interventi chirurgici adattativi. In aggiunta – e sembra quasi nulla, in un quadro così complesso – varie problematiche alla pelle, ai denti, ai capelli.

Sullo sfondo c’è però una sconfinata passione per il tennis, oltre a una famiglia in grado di sostenerne lo spirito di sacrificio. “I dottori mi hanno sempre detto che non avrei potuto giocare – le sue parole in un’intervista al Guardian -, la mia reazione è stata provare a dimostrargli che stessero sbagliando, farlo anche per i tanti ragazzi che hanno questo tipo di problemi. Forse non ho un corpo adatto, ma anche una Rolls-Royce è costruita da zero“.

GIOCARE A CARTE – In realtà, per gli ostacoli che ha dovuto superare, il paragone motoristico che viene più immediato non è con una berlina di lusso. Francesca è stata fortemente sostenuta dalla famiglia e all’età di dieci anni si è trasferita a Barcellona, diventando allieva dell’Academia Sanchez-Casal. Tra le mani ha sempre avuto una racchetta più leggera, per rendere meno complesso (si fa per dire) il problema dell’impugnatura. Nella quotidianità degli allenamenti, tante le ore dedicate alla postura dei piedi, al loro movimento, più in generale allo sviluppo dell’equilibrio. Un gap costante da rimontare, una sintesi concettuale di disarmante efficacia: “È come giocare a carte con un mazzo leggermente diverso da quello degli altri: non significa che hai già perso. Ho trasformato la mia diversità in un vantaggio, per esempio sfruttando il fatto che tutti gli altri pensino, sbagliando, che io parta svantaggiata“.

 

LA RINCORSA – E poi c’è la piena consapevolezza del proprio essere e del proprio percorso, perché alla maturità ci è arrivata presto. “Ho imparato a essere indipendenteha raccontato alla BBC dall’hotel di Doha – e a sviluppare il mio carattere. Nelle condizioni in cui sono avrei anche potuto subire atti di bullismo, ma ho una personalità tale che mi scivola tutto addosso. Se vogliono offendermi, il problema è il loro e non il mio“.

Jones fa base ancora a Barcellona, ma approfitta anche delle strutture del centro tecnico federale di Roehampton per sfruttare al meglio i periodi che trascorre in patria. Si trovava proprio al National Tennis Centre quando, a marzo, il premier britannico Boris Johnson annunciò il primo lockdown. “Sono stata l’ultima atleta a lasciare il centro – racconta – in quello che è stato l’ultimo giorno di normalità. Intuendo la situazione, ho chiesto al capo della sicurezza se potessi prendere in prestito degli attrezzi. E così, durante il lockdown, mi sono allenata tutti i giorni con mio padre allestendo una palestra nel garage di casa“. Quasi un gioco, per chi del superamento dei limiti ne ha fatto una ragione di vita. E così è partita la rincorsa: ad agosto il torneo di Praga, l’unica presenza nel circuito maggiore prima di tanti W25 (Tarvisio, Zagabria, Reims, Istanbul, Las Palmas). I gradini da cui spiccare il volo verso l’Australia, passando da un’indimenticabile trasferta a Dubai.

Il quadro completo delle qualificate all’Australian Open 2021

Continua a leggere

Personaggi

Vika Azarenka, la campionessa nata due volte

La ‘nuova’ Vika Azarenka è una campionessa ritrovata, dopo essere stata a un passo dal ritiro

Pubblicato

il

Credere in se stessi, sempre. Banale, certo, ma non così scontato. Per Vika Azarenka, questo concetto apparentemente semplice ma essenziale è un mantra che ne ha scandito l’intera esistenza. Se c’è un’atleta che possiede una fiducia incrollabile nelle proprie possibilità è proprio Vika. Ragazza apparentemente algida ma dal fare cortese, la campionessa bielorussa non è poi cosa fredda (anzi, tutt’altro!) ma possiede invece una volontà d’acciaio. Azarenka ha 31 anni e vanta una carriera ormai lunga ma, soprattutto, tennisticamente è nata due volte. Di questo sono capaci solo i fuoriclasse, ovvio, ma in particolare coloro che sono profondamente convinti di poter intraprendere e completare il percorso della risalita. Volli e fortissimamente volli, questo il motto che accompagna la rinascita di Vika Azarenka.

L’ASCESA ALL’OLIMPO DEL TENNIS – Eh sì, perché la campionessa bielorussa, dopo essere stata una delle regine indiscusse del circuito tra il 2012 e il 2013 e (tra alti e bassi) fino al 2016, conosce poi un periodo di grande crisi. Con il suo tennis esplosivo, a tratti inarrestabile, Azarenka si afferma tra le grandi vincendo il suo primo Slam a Melbourne (2012) dopo aver vinto titoli importanti già nel 2009 e nel 2011 (due volte il torneo di Miami, rispettivamente contro Serena e Sharapova). In quella magica estate australiana, Vika sbaraglia tutte le avversarie e vince il torneo facendo un sol boccone di Maria Sharapova in finale, totalmente inerme di fronte al tennis dominante – e anche chirurgico – dell’avversaria. Vittoria che le vale la prima posizione mondiale. Nello stesso anno si issa in finale allo US Open, fermata da Serena in tre set.

Il momento magico continua anche nel 2013, con il secondo sigillo in Australia (batte Li Na in una finale al cardiopalma) e il raggiungimento di un’altra finale newyorkese, ancora persa contro Serena Williams al terzo set. Poi alti e bassi, tra infortuni e cambio di allenatore, fino alla storica doppietta Indian Wells – Miami nel 2016 ottenuta battendo in finale prima Serena e poi Kuznetsova (terza tennista a realizzarla dopo Steffi Graf e Kim Cljisters).

 

Ma il trofeo più bello per Victoria giunge il 19 dicembre 2016, quando nasce Leo, il bimbo avuto dal compagno statunitense Billy McKeague. I due si separano alcuni mesi dopo e comincia una lunga battaglia giudiziaria per la custodia del piccolo, voluta dall’ex compagno, che costringe Vika a mettere in pausa la carriera tennistica per l’impossibilità di lasciare il suolo americano. Salta dunque tutta la stagione 2017 per riprendere infine le gare nella primavera del 2018.

COMEBACK DIFFICILE E RINASCITA – La ripresa si rivela però complicata e tutta in salita. Ritrovare il tennis ‘di ritmo’ che l’aveva fatta schizzare in cima alla classifica non è scontato. Sono due anni di tante sconfitte e qualche rara vittoria. Nel 2018 giunge in semifinale a Indian Wells e nel 2019 disputa la sua prima finale dopo tre anni, a Monterrey. Poi non gioca più dallo US Open 2019 fino al marzo del 2020. La stagione comincia maluccio, con due sconfitte a Monterrey (prima della pandemia) e Lexington, alla ripresa. Poi, improvvisamente, scatta qualcosa.

Dopo aver più volte considerato l’idea di ritirarsi definitivamente dal circuito, la bielorussa fa un ultimo tentativo, supportata dal nuovo coach, il giovane francese Dorian Descloix. Terminato il riposo forzato dovuto alla pandemia, quella che scende in campo in agosto per il torneo di Cincinnati (ma sui campi di New York) è una giocatrice il cui fuoco dentro brucia di nuovo. Tenuta atletica eccellente, timing perfetto nel colpire la palla, una ritrovata profondità e pesantezza di colpi, siluri che schizzano vicino alle righe. Insomma l’ex n. 1 del mondo gioca di nuovo da numero 1. Niente da fare per Donna Vekic, Caroline Garcia, Alizé Cornet e Ons Jabeur, tutte sconfitte in due set. In semifinale, contro Johanna Konta, la bielorussa fatica di più; perde il primo set, rimonta e la vittoria è sua al terzo. In finale, Naomi Osaka, infortunata, dà forfait. Dopo tre anni e mezzo, la Azarenka solleva nuovamente un trofeo, per giunta in un Premier 5. Ma non finisce qui.

I campi di Flushing Meadows, che tanto le hanno sorriso negli anni passati, le portano ancora fortuna. Vika continua imperterrita la sua corsa e si ripresenta pressoché ingiocabile contro Barbara Haas, Aryna Sabalenka e Iga Swiatek (che poi vincerà a sorpresa il Roland Garros). Karolina Muchova la trascina al terzo ma Vika non si scompone; rimonta e vince. Nasconde la palla e Mertens ai quarti e in semifinale travolge Serena Williams alla distanza, vincendo al terzo set. Dodici vittorie di fila per lei, con un tennis che ricorda da molto vicino quello espresso nel 2012 e nel 2013. Vika è una roccia in campo, è tornata a coniugare le giuste misure e la spinta perfetta con le gambe e il resto del corpo. Senza contare la solidità mentale prolungata, che le permette di essere più lucida e nettamente superiore alle avversarie – la vediamo spesso chiudere gli occhi e isolarsi, in panchina, sull’obiettivo da cogliere in campo.

All’ultimo round, però, contro Naomi Osaka – che stavolta scende in campo – forse paga lo scotto di un tale tourbillon e della lunga tensione mentale. Dopo averla stordita nel primo parziale con un rapido 6-1, Vika esaurisce benzina e lucidità e cede alla giapponese per 6-1 3-6 3-6. Il filotto delle 12 vittorie si interrompe ma Vika è comunque raggiante. Per lei è la quinta finale slam in carriera. Protagonista di un comeback da sogno, ritorna in Top 15. Ma, soprattutto, a 31 anni, può ancora considerarsi tra le più forti del circuito. Nonostante il rapido passaggio dal cemento alla terra, a Roma si issa ai quarti di finale – fermata da Muguruza (che disputerà la finale). Non va oltre il secondo turno al Roland Garros ma, nell’ultimo suo torneo della stagione, a Ostrava, si regala un’altra finale (contro la connazionale Sabalenka, che vince il torneo).

In una stagione difficile, quasi surreale, dopo aver ritrovato la serenità nella vita privata, indispensabile per vincere, Vika Azarenka dimostra di poter ancora “graffiare” le avversarie. Chiude l’anno al n. 13 del ranking WTA, tennisticamente rinata e forgiata dall’esperienza accumulata negli anni, che si manifesta anche nei suoi post Instagram, che sfrutta per condividere (oltre ad alcuni momenti della sua vita quotidiana) pensieri sull’importanza di avere fiducia in se stessi, senza mai dimenticare che niente è impossibile. Prima tennista, poi mamma, quindi tennista e mamma: se lo dice una roccia come Vika, possiamo crederci.

Continua a leggere

Personaggi

Massimo Cierro: memorie di un tennista

Non di soli predestinati è fatta la storia del tennis. Oggi vi raccontiamo la storia di Massimo Cierro, ex tennista napoletano, che batté Muster ma non ci riuscì con Connors

Pubblicato

il

5-2, manca un game, poi set, match e torneo. Al servizio la coppia avversaria. Prima risposta buttata via. Fuori. Palesemente fatto apposta.
“Ma cosa fai, dobbiamo chiudere”.
“No, il torneo si vince quando sarò io a servire!”
“Ma non possiamo rischiare, e poi non ho mai vinto un torneo di doppio, mica vuoi lo perda così?”
“Ho detto che devo essere io a servire il game decisivo della vittoria e basta”.
E via palle sparacchiate nei teloni fino al game in questione.

Al servizio Julio Goes. Il game tanto invocato. Il suo. Doppio fallo.
“A fine match giuro che ti strozzo, non esiste che perda così una partita vinta e il torneo”.
“Non preoccuparti”.
Altro doppio fallo. Rabbia, insulti e lacrime si mischiano.
“Bene, adesso si fa sul serio, piazzo quattro ace e vinciamo il titolo e tu la smetti di frignare! Te l’ho detto, si vince quando sarò io a servire ed ora sono io che sto servendo”.
Due ace e due servizi vincenti, da 0-30, game set, match e torneo. Massimo Cierro vince il torneo in coppia con Julio Goes, tennista brasiliano e persona sui generis che per dimostrare a chi lo pensa di non sbagliare, da vita a una esultanza/danza il cui leit motiv è… indicare i genitali al pubblico.


Agadir, Marocco. 1992. Cierro vs Davin. Match point Cierro sul 6-5. Massimo si gira verso Castellani che lo segue in quel periodo.
“Cosa faccio, che ho una paura?”
“Batti e scendi”.
“Sicuro Albè?”
“Batti e scendi”.
“E battiamo e scendiamo”.
Se Castellani ha detto di far così, si fa così. Servizio, risposta nei piedi, splendida volée stoppata, Davin prende la palla al secondo rimbalzo e la ributta di là. Racchetta in aria ed esultanza. L’arbitro chiama la parità. Proteste di Cierro, perplessità di chiunque ha visto. Il match continua ma per Massimo è finito là. Vince Davin 7-6 al terzo.


Massimo Cierro da Napoli, famiglia di tennisti e il fratello Gianni come coach, raggiunse l’apice della notorietà battendo a Roma nel 1991 Karel Novacek, top 10 e fresco vincitore del torneo di Amburgo dove aveva steso Becker in finale. Cierro non era, per gli addetti ai lavori, un (cog)nome nuovo, di lui si parlava già da un po’ per i buoni risultati che stava ottenendo nel circuito. Durante la sua carriera avrebbe raccolto diversi scalpi tra cui un giovanissimo Muster, Korda, Schapers, Alberto Mancini, Martin Jaite, perso incontri ben giocati come quello col finalista di Roma 1988 Perez Roldan e giocato non come avrebbe potuto e voluto contro Connors (Roma 1989) e Vilas. Vinse cinque titoli di Campione d’Italia (tre in doppio e due in singolare) che gli valsero anche, cosa bizzarra, un contratto con Lacoste, da sempre marchio di riferimento della “francesità”.

 

Ha prodotto un modello di racchetta davvero strano Lacoste, in mano a Forget va che è una meraviglia. Ha la particolarità di essere simmetricamente ammaccata ai lati dell’ovale, che chi la vede pensa di essere ubriaco prima di realizzare che proprio di un’ammaccatura si tratta. Massimo non è che ci si trovi tanto bene, e prima di partire per Parigi va in una autocarrozzeria e fa dipingere di nero le sue vecchie racchette su cui farà apporre il logo del coccodrillo.

Parigi finalmente. Primo turno sul campo 1 contro Henry Leconte. Caos tra racchette vecchie pittate, nuove ammaccate e l’emozione e difficoltà di giocare al Roland Garros contro un francese. Leconte è tanta roba, tanta spocchia e ancor maggiore talento e braccio veloce. Poco da fare, buon secondo set, primo e terzo un po’ meno e il match viene archiviato nella cartella “è meglio perdere che non essersi mai incontrati.”

Sarà vero che uno sportivo abbisogni di una corretta alimentazione? Cierro ricorda, in quel di Rotterdam, quando con l’amico Cancellotti commentavano le imprese culinarie di Camporese, mentre loro pesavano e contavano anche le foglie di insalata. Qualche giorno dopo avrebbero commentato quelle tennistiche. Omar vinse il torneo in finale contro Ivan Lendl, match che chiunque può trovare sul tubo e apprezzarne il folle finale con la chicca della telecronaca del duo Scanagatta/Lombardi.

In rilassati pomeriggi al sole, Cierro nei panni di Massimo, racconta di questo ed altro, di quando in un primo turno a Roma, si prese a male parole con Pistolesi rimediando una multa di consistenza appena inferiore al piacere della vittoria o quando il giovane Nargiso affermava senza pudore alcuno di essere nel tennis quello che Maradona era nel calcio prendendosi gli insulti e sfottò di chiunque. E ancora della annichilente personalità di Capitan Panatta, della competenza di Paolo Bertolucci, di Barazzutti “dedizione e lavoro” e Zugarelli mix degli ultimi due. Sorride nel ricordare la testa scollegata dal talento di Paolo Canè contro cui ha anche vinto, la tigna organizzativa di Piatti, di cui ha battuto l’allora pupillo Furlan e di quando Rino Tommasi, durante un US Open, lo umiliò nelle sue pagelle che la metà sarebbe bastato.

Cierro è stato numero 113 del mondo. Dotato di buona gamba e capacità di muovere il gioco, avrebbe potuto avere una carriera migliore se avesse creduto maggiormente in se stesso da dedicarsi con più convinzione anche alla stagione sul duro. Purtroppo in quegli anni il tennis in Italia nasceva e finiva sul rosso e nessuno pensava di poter azzardare altro ed oltre. Eppure si poteva. I successi di Pozzi, Camporese e del Pescosolido di Scottsdale stavano a dimostrarlo, iniziando a sdoganare il concetto, tutto latino, dell’imprescindibilità del tennis dalla terra.

Chi non agisce non ha rimpianti. Massimo ha quelli di aver buttato qualche match, su tutti quello contro Connors e di non aver intrapreso la carriera di coach. Adesso si gode la sua vita di tecnico federale, insegnando tennis in un circolo sul mare nella sua Napoli, raccontando a chi vuol saperne, dell’Italia del tennis negli anni ’80 e ’90, di quando Mc Enroe e Lendl avevano pensionato le star del decennio precedente e Becker, Edberg e Wilander dominavano ignari che la generazione del 1970/71 stava per spazzare via tutto, ridisegnando il tennis e trasportandolo in una nuova era.

Il libro della Storia dell’uomo raccoglie tanti capitoli e tante singole storie. La copertina di ognuno ha per l’icona l’eroe degli avvenimenti che narra. Quella di Massimo Cierro è quella di un ragazzo normale, che si divertiva a giocare a tennis e che, passo dopo passo, si è ritrovato a recitare se stesso con una racchetta in mano, nei grandi teatri che quel palcoscenico offriva. Non di soli predestinati son pieni gli avvenimenti. Una canzone la canta per primo il cantante, ma poi a tutti appartiene.

“La storia siamo noi
nessuno si senta offeso
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo
la storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso”


Ancora, su Massimo Cierro: fu lui a soprannominare ‘Diavolo’ lo svedese Kent Carlsson

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement