È Naomi Osaka la regina dello US Open "nella bolla": battuta Vika Azarenka

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È Naomi Osaka la regina dello US Open “nella bolla”: battuta Vika Azarenka

Rimontando un set di svantaggio, Naomi Osaka sconfigge Victoria Azarenka conquistando il suo secondo US Open

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Naomi Osaka con il trofeo - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

[4] N. Osaka b. V. Azarenka 1-6 6-3 6-3

Con lo stesso punteggio con cui curiosamente Victoria Azarenka aveva sconfitto la grande pretendente al titolo Serena Williams in una grande semifinale, Naomi Osaka ha sconfitto proprio Azarenka per aggiudicarsi il suo terzo titolo del Grande Slam, il secondo a Flushing Meadows.

Il livello del match non ha raggiunto quello delle due semifinali di giovedì, principalmente perché ci sono stati pochi momenti in cui le due protagoniste hanno espresso il loro miglior tennis contemporaneamente. Osaka, partita malissimo, è andata gradualmente in crescendo nel secondo e nel terzo set, quando Azarenka, anche se sempre combattiva come non mai, ha commesso qualche errore di troppo in alcuni momenti cruciali.

 

IL MATCH

Come durante la semifinale con Serena Williams, Azarenka era partita malissimo andando subito sotto 0-4, così in questa finale la bielorussa parte fortissimo e coglie di sorpresa la sua avversaria. Osaka ha quasi il freno a mano tirato, i suoi colpi non fanno male e gli errori fioccano abbondanti.

Il primo set è una mattanza: 6-1 Azarenka in 26 minuti, tre break subiti da Osaka che viene quasi doppiata nei punti vinti (15-27). Solo cinque i vincenti per la nipponica, contro ben 13 errori gratuiti. Ma quello che sorprende più di tutto è l’efficienza, o forse si dovrebbe dire l’inefficienza, della battuta di Naomi: solamente il 13% di servizi “senza risposta”, e il 44% di punti vinti sia sulla prima sia sulla seconda.

Victoria Azarenka in action against Naomi Osaka during a women’s singles final match at the 2020 US Open. (Photo by Simon Bruty/USTA)

Azarenka dal canto suo esegue il compito alla precisione, serve con grande precisione, mettendo oltre l’80% di prime palle e comandando gli scambi a piacimento soprattutto con i suoi famosi lungolinea. Dopo aver ceduto il quarto turno di servizio su cinque, Osaka inizia a trovare la misura con i colpi da fondocampo, ottiene il prezioso controbreak immediato dopo aver annullato una delicata palla per lo 0-3 e con due ace nel game seguente agguanta l’avversaria sul 2-2.

Due game più tardi il match gira improvvisamente: tre accelerazioni da fondo campo che mancano il campo da parte di Azarenka e Osaka per la prima volta va avanti di un break. La nipponica ora trova gli angoli per le sue accelerazioni incrociate con più continuità, Azarenka prova ad aprirsi il campo con il servizio esterno spingendo sulla prima, a scapito delle percentuali, ma il secondo set è di Osaka che dopo 1 ora e 7 minuti porta la finale alla partita decisiva.

IL TERZO SET

Il primo allungo arriva al quarto game e lo mette a segno Naomi, aiutata da Vika che commette due errori gratuiti nel palleggio da fondo e un sanguinoso doppio fallo, il secondo del suo match, per concedere due palle break. La prima viene cancellata da un diritto lungolinea in corsa, la seconda invece viene convertita da un rovescio lungolinea di Osaka. Azarenka perde un bel treno il game seguente, quando non sfrutta uno 0-40 per ottenere il controbreak e lascia scappare l’avversaria sul 4-1. Grave soprattutto l’errore in risposta sull’ultima palla break, dopo che Osaka aveva servito una seconda corta e centrale a 78 miglia orarie (125 km/h) proprio sul diritto.

Azarenka però non molla la presa e, dopo aver annullato con gran coraggio tre palle dell’1-5, si va a prendere il controbreak rovesciando il game successivo rimontandolo dal 40-15 con due splendidi diritti sulla riga. Al cambio di campo la bielorussa non si siede e fa esercizi di stretching per le gambe, segno che forse sente che i crampi possono essere in arrivo. Al servizio toglie il piede dall’acceleratore quanto basta per sbagliare i due colpi che mandano Naomi Osaka a servire per il titolo.

Dopo un’ora e 53 minuti di battaglia, non sempre entusiasmante ma sicuramente intensa, almeno nel terzo set, è Naomi Osaka che quasi con un sospiro di sollievo va a rete a stringere la mano (o meglio a toccare la racchetta, di questi tempi) di Victoria Azarenka come vincitrice di questo stranissimo US Open 2020.

Victoria Azarenka (sinistra) e Naomi Osaka (destra) durante la premiazione dello US Open 2020 (foto Twitter @usopen)

NAOMI III

È la prima finale femminile dello Slam americano che viene vinta rimontando un set di svantaggio da quella del 1994 nella quale Arantxa Sanchez Vicario si aggiudicò il titolo dopo aver ceduto, curiosamente anche in quel caso per 1-6, il primo set a Steffi Graf. Naomi Osaka si aggiudica quindi il suo terzo titolo in carriera, il secondo a Flushing Meadows dopo quello famosissimo del 2018 vinto contro Serena Williams.


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Racconti

Kaiser Thiem imperatore a Londra… o no?

Le ATP Finals 2020 sono state vinte da Daniil Medvedev. Ma diverse partite si sono decise su pochi punti. E se fossero andati in un altro modo?

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Dominic Thiem - ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Che cos’è l’ucronia? Wikipedia la definisce così: “Genere di narrativa fantastica basata sulla premessa generale che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo rispetto a quello reale”. In campo letterario abbiamo celebri esempi di narrativa ucronica, ne citiamo solo due: “La svastica sul sole” di Philip K. Dick e “Complotto contro l’America di Philip Roth.

Il giornalismo ha per obiettivo quello di raccontare il più fedelmente possibile i fatti come si sono svolti ed è quindi impermeabile a scenari ucronici. Spesso però leggendo le cronache di incontri di tennis particolarmente combattuti e conclusisi sul filo di lana, abbiamo la sensazione che – se non proprio l’ucronia – quanto meno la fantascienza fosse sempre lì lì per fare capolino tra le righe dell’articolo. Quante volte gli autori degli articoli dedicati a queste partite fanno esplicito riferimento a ciò che avrebbe potuto capitare (e non è capitato) se in un dato momento dell’incontro il punto vinto da Tizio fosse stato vinto da Caio. I commenti dei nostri lettori sono spesso a loro volta dei brevi racconti ucronici in cui – forse spinti dalla preferenza per l’uno o l’altro dei protagonisti in campo – viene descritta una realtà potenziale alternativa a quella che si è effettivamente verificata.

Un po’ per celia e un po’ per non morir… di noia in queste lunghe giornate di isolamento sociale, abbiamo scelto un punto che – se avesse avuto esito diverso – avrebbe potuto determinare un ribaltamento del risultato finale delle semifinali e della finale appena disputate a Londra. Lo abbiamo battezzato (ci perdoneranno gli anglofobi) “sliding point”.

Andiamo in ordine cronologico: Thiem batte Djokovic 7-5 6-7 7-6.

 

SCENARIO

Siamo nel secondo set e Thiem è alla battuta sul punteggio di 5-6 15-40; si trova quindi a fronteggiare due set point consecutivi, il primo dei quali costituisce il nostro…

… SLIDING POINT

Thiem serve una prima a 196 km orari che Djokovic ribatte ottenendo una risposta sufficientemente profonda; Thiem con il diritto cerca nuovamente il rovescio di Djokovic. È un buon diritto ma non sembra tale da indurre in errore l’uomo con il miglior rovescio bimane del circuito e forse di tutti i tempi, eppure …. Eppure in quel preciso istante gli spiriti di Jack Sock e Steve Johnson (rispettivamente il rovescio peggiore del west e dell’est) s’impossessano del corpo di Djokovic e gli fanno tirare abbondantemente in corridoio uno sgangherato rovescio incrociato. Il non verbale del serbo ripreso in primo piano è inequivocabile: “Ragazzi, ma come si fa… questa la teneva in campo anche Marian… oggi non è cosa”.

CONCLUSIONE

Djokovic in quell’istante ebbe una premonizione corretta e la storia lo confermerà da lì a poco. Ma se il punto che abbiamo descritto lo avesse vinto lui? Sicuramente avrebbe tolto molto al fascino dell’incontro, perché quello che è successo nel gioco decisivo del secondo parziale rimarrà a lungo nella memoria degli appassionati, ma crediamo che Nole avrebbe volentieri rinunciato all’epica pur di evitare la fatica fisica e mentale rappresentata dai 20 minuti del primo tie break per arrivare poi più lucido e fresco a quello successivo.

Novak Djokovic – ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Seconda semifinale: Medvedev batte Nadal 3-6 7-6 6-3.

SCENARIO

Siamo nel tie-break del secondo set; Medvedev è alla battuta sul punteggio di 4 a 3 in suo favore e al nostro…

… SLIDING POINT

Il russo mette in rete la prima palla; sulla seconda Nadal prende in mano lo scambio mettendosi in condizione di tirare un diritto a colpo sicuro a due passi dalla rete; la violenta traiettoria della pallina scagliata dallo spagnolo incontra il telaio della racchetta di Medvedev che mette così a segno un beffardo pallonetto vincente. La Gialappa’s Band lo avrebbe probabilmente definito “il puntolo della settimana”. Nadal – i cui lineamenti sempre più ci ricordano quelli dell’attore Wes Study nel film “Geronimo” – con ammirevole compostezza si limita a tornare al suo posto alzando gli occhi al cielo, forse per chiedere aiuto a Manitù. Che non glielo darà.

CONCLUSIONE

Scopriamo l’acqua calda affermando che in un tie-break un conto è essere sotto 3 a 5 e ben altro essere in parità 4 a 4. Però lo facciamo confidando nella vostra comprensione aggiungendo che il fattore psicologico quando un tennista si sente incolpevole vittima dalla sorte può risultare decisivo, anche se il tennista in questione è una roccia come Nadal. Il primo a esserne consapevole ci sembra sia proprio lui quando nella conferenza stampa post-partita afferma: “Ho perso una grande occasione”.

Rafael Nadal si mette la fascia – ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Dulcis in fundo la finale: Medvedev batte Thiem 4-6 7-6 6-3.

SCENARIO

Thiem ha vinto il primo parziale chiudendolo con un nastro a suo favore che ha lasciato in molti osservatori – e forse anche in lui – la sensazione che gli dei del tennis in questa partita siano schierati al suo fianco. Il secondo set segue l’alternanza dei servizi e i due contendenti si trovano sul punteggio di 3 a 3, 30-40 con Medvedev alla battuta che deve annullare un break point che ha il profumo di un match point e che costituisce il nostro ultimo…

… SLIDING POINT

La prima di Medvedev è fuori; la seconda è una battuta fiacca e centrale che viaggia a 133 km orari, dietro alla quale il nostro novello Enrico Toti si lancia a rete offrendo lo scarno petto alla risposta di diritto di Thiem; l’austriaco non si fa pregare e tira un colpo violentissimo che costringe Medvedev a effettuare una volée di diritto in tuffo puramente difensiva che ha però il decisivo pregio di ributtare la pallina poco oltre la rete con un insidioso quanto casuale effetto a rientrare. Thiem ha però iniziato a correre verso la palla non appena questa è uscita dalla racchetta di Medvedev e la raggiunge con il tempo sufficiente per piazzare un colpo apparentemente non complicato anche per chi – come lui –non è dotato di grande tocco; il destino di Medvdedev sembra segnato ma Thiem appoggia in corridoio il diritto e poi rimane pietrificato nei pressi della rete con lo sguardo rivolto al suo coach non meno pietrificato di lui. Un errore che ci ha fatto tornare alla mente per associazione di idee quello celeberrimo commesso da Nadal nel quinto set della finale dell’Australian Open 2012 contro Djokovic.

CONCLUSIONE

Se Thiem avesse conquistato quel punto si sarebbe trovato potenzialmente a due turni di servizio dalla vittoria. Non possiamo sapere cosa sarebbe successo in seguito, ma il dubbio che questa partita l’abbia più persa lui che non vinta Medvedev ci accompagnerà a lungo.

Affidiamo la conclusione dell’articolo alle parole scritte da Vittorio Sereni. Il grande poeta lombardo amava lo sport a cui dedicò saggi e articoli che sono stati recentemente raccolti in un’antologia intitolata “Il verde è sommesso in nerazzurri”. In un articolo dedicato al calcio scrisse: “Non credo esista un altro spettacolo sportivo capace, come questo, di offrire un riscontro alla verità dell’esistenza, di specchiarla o piuttosto rappresentarla nei suoi andirivieni, nei suoi imprevisti, nei suoi rovesci e contraccolpi; e persino nelle sue stasi e ripetizioni; al limite, nella sua monotonia…”.Mutatis mutandis crediamo che questa riflessione possa applicarsi altrettanto bene al tennis. E voi?

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Libreria

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Il rinascimento del tennis italiano

Martucci ricorda e Bertolucci pennella. Sull’onda prospettica della nouvelle vague italiana è giunto il momento di rileggere con serenità gli ultimi quarant’anni del tennis italiano, una ricchissima zona grigia posta tra Panatta-Barazzutti-Bertolucci e Sinner-Berrettini-Musetti

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Jannik Sinner e Lorenzo Musetti - Roma 2019 (foto Felice Calabrò)

Martucci V. Bertolucci P.., Il rinascimento del tennis italiano, Pendragon, Bologna, 2020, pp. 204.

Negli studi filosofici e sociali più evoluti il passato non è solo una porta chiusa o una cosa irreversibile posta dietro di noi ma un oggetto plastico paradossalmente modificabile solo dal presente. Per farla breve quello che sembrerebbe un piccolo rinascimento italiano con la racchetta, sostenuto dai risultati e più ancora dalle promesse dei vari Musetti, Sinner, Berrettini, Sonego e Cecchinato ci permette finalmente uno sguardo sereno sugli ultimi quarant’anni di tennis tricolore. Per chi l’ha vissuto un medioevo infinito, cominciato con l’uscita di scena di Panatta, che sembrava non dover finire mai. Quasi una maledizione. Chi ha un’età compresa tra i zero e cinquant’anni anni sa di cosa parlo.

Mentre francesi, svizzeri, argentini, slavi, russi, brasiliani, spagnoli ecc, si dividevano gli Slam, noi solo qualche raro torneo minore o al massimo esaltazioni per qualche partita di Davis. Ovviamente si parla del tennis maschile, perché quello femminile, col quale si apre la rilettura degli ultimi 40 anni di tennis italiano di Martucci e Bertolucci, è invece una pagina straordinaria che probabilmente ha avuto effetti notevoli anche negli uomini. Partendo dalla generazione Reggi, Cecchini e Farina, le ragazze hanno indicato la strada: lavoro duro, respiro internazionale e tagliare il cordone ombelicale dei centri federali. Un gruppo solido di ragazze che facendo gruppo, come nel ciclismo, alzano l’asticella reciproca arrivando vicino alle migliori.

In questo clima di sana competizione piovono lampi di luce nel buio medioevo italiano. L’indimenticabile partita di Laura Golarsa a Wimbledon a due punti dall’immortalità, Linda Ferrando che a suon di volèe elimina Monica Seles, gli exploit romani del tennis celebrale di Adriana Serra Zanetti, fino alla sintesi di quella generazione, il numero 11 del mondo raggiunto in tarda età da Silvia Farina “elegante nei movimenti, pulita nelle esecuzioni, forse troppo femminile nell’animo” per dirla con le parole di Bertolucci. È un gruppo che lascerà ambizioni e metodo alla generazione successiva, quella irripetibile che ci farà commuovere davanti agli occhi smarriti di Francesca Schiavone a Parigi e al miracolo Newyorkese in cui due ragazze pugliesi salgono in cima al mondo nello Slam più duro, mentre, per quanto riguarda il gradino più alto a squadre, quelle ragazze con l’aggiunta di Sara Errani domineranno la scena per un decennio.

Quel patrimonio etico, quell’attitudine, arriverà fino all’attuale generazione rinascimentale con i vari Sinner o Berretini, o Musetti che ormai hanno reciso quell’ombra di provincialità squisitamente politica che tanto ha pesato nel tennis italiano. In mezzo, come dicevo il Medioevo, due generazioni di incompiuti che riletti senza l’angoscia della maledizione risultano oggi molto più interessanti di quanto ci sono sembrati in sincrono. È la parte più corposa del libro. La cronaca delle carriere, le analisi caratteriali e le pennellate descrittive di Bertolucci, si confondono con la mia biografia e con la mia passione smodata verso gli eroi “just for one day”.

Le precise pagine di Martucci e Bertolucci diventano dei trampolini per la mia memoria e mi rivedo con gli occhi umidi davanti a quella fotocopia artigianale di McEnroe che risponde al nome di Gianluca Pozzi, il cavaliere bianco venuto dalla provincia che ha fatto un patto con il dio del tennis: se non tirerai mai, ma proprio mai un rovescio in top io ti trasformo in un mc in bianco e nero. Se vi sembra eccessivo chiedere ad Agassi. O mi vedo con gli occhi di mia madre mentre mi guarda stupita saltare sul divano in sincrono con i turborovesci di NeuroCané che hanno spaventato Lendl a Wimbledon e mandato in manicomio Wilander. Perché il medioevo tennistico italiano è stato questo, se c’era un gran dritto non c’era rovescio, se c’erano dritto e rovescio le gambe erano di pietra, se c’erano anche le gambe il problema era nella testa.

Il medioevo italiano è un lungo elenco di curiosissimi giocatori a cui mancava sempre un pezzettino per fare bingo. A me piacevano per questo e me li ricordo così: Bum Bum Camporese che non si spettinava nemmeno nella galleria del vento, con servizio e dritto al fulmicotone e le gambotte di mia nonna. Uno che ha fatto stare il Bum Bum vero per cinque ore e cinque set in campo. Mosé Navarra, bello come un attore che nei giorni buoni poteva giocare come McEnroe, solo che quei giorni non sono mai arrivati. Diego Nargiso con un servizio e volée perfette per l’erba ma aperture così ampie nei fondamentali buone solo per la sabbia. Cristiano Caratti con il suo stupendo schiaffo al volo di rovescio, uno che sapeva fare tutto, ma pesava 28 chili.

Furlan che non ha mai sorriso in vita sua. Pescosolido che a 50 anni gioca meglio che a trenta. Sanguinetti con un rovescio simile a Mecir e l’aria perenne di uno studente del college al primo esame. Il libro in realtà è quasi filmico o documentaristico nel suo incedere preciso, ma io i nostri eroi just for one day me li ricordo così: Bracciali servizio da dio, risposta da dio, volée da dio e ancora non ha capito come ha fatto a vincere solo un torneo. Gaudenzi, troppo intelligente per essere anche fortunato. Starace schiena di vetro, palla corta di dritto e le partite migliori con Nadal su terra rossa in cui la sconfitta era sicura. Volandri intimamente convinto che il cemento fosse sinonimo di criptonite, insomma un enorme affresco cubista in cui c’era sempre qualcosa fuoriposto e che troverà la sintesi di questo vorrei ma non posso in Fognini, il talento più brillante dai tempi di Panatta, uno che può vincere, e ha vinto con tutti, ma proprio tutti, ma che ha sempre perso la partita successiva.

Fognini rappresenta l’anello di congiunzione con la generazione del rinascimento. Accanto a lui Lorenzi che ha cominciato a vincere quando gli altri andavano in pensione, Bolelli che schioccava la palla come Federer e in cambio il solito dio cattivo non gli ha mai consentito di vincere tre partite di seguito e infine il rispettabilissimo e rispettatissimo Andreas Seppi, il vero alter ego di Fognini, la sua metà mancante, il calco del professionista che incuberà la successiva generazione che ha visto il vagito, o la fine della maledizione, nella semifinale di Parigi di Cecchinato. Come per incanto subito dopo è arrivato Berrettini, la cui intelligenza e voglia di migliorare compensa un rovescio non all’altezza del drittone e del servizio killer, e nemmeno il tempo di esaltarci che i progressi dell’albatros Sinner (sgraziato quando cammina, fluidissimo quando colpisce), Musetti e Sonego sembrano spalancare orizzonti innominabili fino a poco tempo fa.

Dietro la carrellata di tennisti c’è sullo sfondo la questione politica, una patata bollente che ha pesato come un macigno negli anni della maledizione, tra boicottaggi Davis e ostracismi. Oggi le relazioni politiche tra la federazione e i centri indipendenti sembrano incentrate su una reciproca collaborazione che si è sostituita alla lunga notte dei coltelli. Il clima sembra riverberarsi magicamente sui rapporti tra i nostri giocatori che sembrano sinceramente amici immersi in una sana competizione che ricorda molto da vicino quello della Golden age delle donne. Su questa tema, squisitamente politico e che forse il libro implicitamente attribuisce tutti i meriti all’attuale dirigenza, invito una sana operazione di incrociare i dati con i recenti editoriali del nostro direttore, al fine di avere una lettura più tridimensionale e probabilmente più completa.

 

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Australian Open

Australian Open, posticipo di due settimane? Murray e il vaccino obbligatorio

Notizie frenetiche, vaccini, ministri, professori universitari e perfino tennisti: ecco le ultime sull’Happy Slam

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Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Continuano a rincorrersi le notizie sull’Australian Open. L’escalation è iniziata con Craig Tiley, CEO di Tennis Australia, che dava tutto per deciso, rendendo così necessario l’intervento dei rappresentanti del governo dello Stato della Victoria, secondo i quali la situazione era ed è in divenire. Nel suo ultimo intervento, Tiley aveva comunicato che ci sarebbe stato un annuncio. Se in questi giorni abbiamo imparato a familiarizzare con il premier dello Stato con capitale Melbourne, Daniel Andrews, tocca ora al ministro dello sport Martin Pakula farsi avanti con una nuova informazione. Dopo le voci di uno spostamento anche molto più avanti nel calendario, addirittura in aprile, Pakula afferma perentorio: “Penso ancora che sia più probabile un breve rinvio piuttosto che uno lungo”. Il quotidiano The Age parla di un inizio ritardato di una o due settimane rispetto alla data originariamente prevista del 18 gennaio.

La riapertura degli arrivi internazionali del 7 dicembre, per consentire il rientro per le vacanze di Natale, è limitata a 160 persone al giorno. “La questione è ancora sul tavolo” dice Pakula. “Non sappiamo ancora se i tennisti debbano rientrare in quel numero o vi si aggiungeranno, quindi non voglio fare congetture”.

L’altro nodo, ancora più centrale, rimane la possibilità per i giocatori di allenarsi durante la quarantena. “Non puoi restare due settimane in isolamento e poi essere pronto per l’Australian Open”, rileva John Millman. “Credo che nessuno dei tennisti internazionali lo farebbe. Il tuo corpo ne paga le conseguenze. Sei a rischio di infortuni, non puoi andare subito da zero a 100”. Secondo Millman, le priorità sono la sicurezza, la salute ed evitare una nuova diffusione del contagio. E, come ribadito più volte, la Victoria ha troppo da perdere in caso di un nuovo focolaio in coincidenza con l’evento. “Se vogliamo disputare il torneo, ci deve essere una qualche forma di flessibilità. Senza un livello di flessibilità sicuro, potremo non arrivare al risultato desiderato”. Sulla stessa lunghezza d’onda, il nuovo Maestro Daniil Medvedev: “Non credo che ci sarà il torneo se, per esempio, dovremo passare 14 giorni in una stanza d’albergo”.

 

Sempre stando al ministro Pakula, “i requisiti della quarantena saranno quelli concordati con il dipartimento di salute pubblica e a quel punto toccherà all’ATP e alla WTA decidere se considerarli o meno accettabili”. Riguardo ai protocolli, prosegue: “Un programma di test estremamente rigoroso sarà applicato prima della partenza e all’arrivo. Poi, immagino regolarmente durante la loro permanenza nella bolla”. Ricordiamo che alla O2 Arena, con il rilevante distinguo che si trattava di una manciata di persone nemmeno lontanamente comparabile ai numeri dello Slam di Melbourne, i tennisti sono stati testati solo all’arrivo.

Visto che ormai il vaccino (più di uno, in realtà) pare in dirittura d’arrivo, a Andy Murray è stato domandato se i tennisti dovrebbero obbligatoriamente vaccinarsi per partecipare ai tornei. “Sì, credo che probabilmente sarebbe il caso” ha risposto l’ex n. 1 del mondo. “Spero che tutti i giocatori siano disposti a farlo per il bene dello sport – a condizione che ne sia stata provata la sicurezza, che siano stati eseguiti i test clinici e che non ci siano effetti collaterali significativi”. Sull’obbligatorietà per i tennisti si era a suo tempo espresso in senso contrario l’attuale n. 1 del ranking Novak Djokovic.

A organizzatori, politici e tennisti si aggiungono anche gli accademici. Secondo Ross Booth, professore associato di Economia dello Sport all’Università Monash di Melbourne, “più tardi è, meglio è, c’è tempo in abbondanza”. Queste le parole riportante dal Guardian Australia. “Non ci sono altri eventi in quel periodo. Anche cominciando il torneo all’inizio di marzo, sarebbe concluso al momento di partire con l’AFL e la Formula Uno”. Ci vengono in mente alcuni problemi con quelle date. “Sì, le vacanze scolastiche estive saranno terminate, ma più si va avanti nell’anno, maggiore sarà il numero di spettatori ammessi… piuttosto che averne uno ogni quattro posti”.

Oltre alle vacanze scolastiche, tuttavia, a marzo sono terminate anche le ferie. E, come ci ricorda spesso il nostro Vanni Gibertini, tra raccattapalle e addetti ai diversi servizi, l’evento di Melbourne Park è reso possibile da un esercito di 20.000 volontari. E magari non ci saranno eventi di grande importanza in Australia nelle prime due settimane di marzo, ma forse il dottor Booth non ha pensato che esiste un intero Tour tennistico con un suo calendario. Calendario 2021 che, a dirla tutta, ancora non c’è.

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