Roland Garros 2020: Halep contro tutte

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Roland Garros 2020: Halep contro tutte

I pochi match sulla terra battuta hanno dato una indicazione precisa: Simona Halep, testa di serie numero 1, si presenta a Parigi da chiara favorita

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Simona Halep - Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Sta per cominciare uno Slam del tutto inedito. Nella speranza che la situazione sanitaria in Francia non crei ulteriori problemi (abbiamo già avuto notizia di giocatori positivi al virus costretti a rinunciare alle qualificazioni), ci saranno comunque da fronteggiare situazioni tecniche completamente nuove.

Nell’era Open mai il Roland Garros si era tenuto in autunno, e mai a due settimane di distanza da un Major disputato sul cemento. Come è noto, giocare sulla terra non è esattamente la stessa cosa che giocare sul duro, e per questo nelle stagioni normali l’avvicinamento allo Slam sul rosso si svolge attraverso diversi tornei di preparazione. Nel calendario WTA, di solito sono quattro i Premier precedenti (più alcuni tornei International di contorno). Si comincia con la terra verde di Charleston, poi ci si sposta in Europa per la sequenza Stoccarda (indoor), Madrid, Roma.

Questa volta invece il cambio di superficie sarà repentino: solo Roma come preparazione, con l’eventuale ultima possibilità di scendere in campo a Strasburgo in queste ore, ma concludendo l’impegno a ridosso del torneo più importante. Nemmeno quando c’erano solo due settimane fra Roland Garros e Wimbledon la transizione era così complicata, perché questa, volta oltre al cambio delle condizioni di gioco, per chi proviene dallo US Open ci sarà da assorbire anche quello di fuso orario. Ma il 2020 è un anno di emergenza e occorre arrangiarsi per quanto possibile.

 

Purtroppo non è il solo aspetto critico del torneo. Senza arrivare alla falcidia di New York (dove erano mancate sei delle prime otto giocatrici del ranking) anche a Parigi dovremo fare il conto con alcune assenze pesanti. Mancheranno due, o forse tre, stelle extraeuropee. Innanzitutto la attuale numero 1 in classifica e campionessa in carica del Roland Garros, la australiana Ashleigh Barty, che ormai ha deciso di tornare a competere solo nel 2021. Quindi il “campionato del mondo su terra battuta” si disputerà senza la detentrice del titolo.

Mancherà anche la numero 1 d’Asia, la giapponese Naomi Osaka. La fresca vincitrice dello US Open ha rinunciato per i postumi dell’incidente alla coscia sinistra, non del tutto guarita. Dopo i guai alla spalla avuti nel 2019, che si erano trascinati a lungo (limitandola al servizio e penalizzando il suo rendimento complessivo) evidentemente Osaka ha scelto un approccio diverso: scendere in campo solo quando i guai fisici sono del tutto sanati.

Altra assenza probabile quella della canadese Bianca Andreescu. La campionessa dello US Open 2019, per quanto mostrato in passato sul cemento, dovrebbe disporre di un tennis piuttosto adatto alla terra battuta. Purtroppo per il secondo anno consecutivo non potemo verificarlo a causa di problemi fisici. Un paio di settimane fa il suo allenatore Sylvain Bruneau aveva rilasciato una intervista sulle condizioni di Bianca:

Dunque, dopo i guai al ginocchio del 2019, Andreescu si è di nuovo infortunata in giugno, questa volta al piede. ll coach diceva “dita incrociate” a proposito della partecipazione allo Slam parigino. Ma secondo i media canadesi avrebbe preso la decisione di rinunciare. A meno di sorprese positive in extremis, dovremo ancora fare a meno del suo talento.

E così, al momento, sono solo le statunitensi Sofia Kenin e Serena Williams le prime teste di serie di provenienza non europea. A questo proposito: vediamo come stanno le prime sedici teste di serie (salvo imprevisti) a pochi giorni dall’inizio del torneo.

a pagina 2: Le teste di serie dalla 1 alla 8

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Grande Slam 2020, la classifica femminile

Da Kenin a Sabalenka, da Swiatek a Pliskova, chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei tornei più importanti del tennis? E chi invece ha deluso?

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Garbiñe Muguruza e Sofia Kenin - Australian Open 2020

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, costruita esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Più ancora che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.  Ecco perché, malgrado le tribolazioni che hanno profondamente alterato il calendario 2020, ho deciso di presentare ugualmente la classifica.

Naturalmente andrà considerata con cautela, a causa dei fattori esterni che hanno inciso sulle questioni tecniche: innanzitutto la cancellazione di Wimbledon, ma anche lo spostamento di data del Roland Garros, le assenze importanti che hanno caratterizzato lo Slam americano e, in parte, anche quello francese.

Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo l’attribuzione WTA. Questa è la ripartizione:
2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

 

Ecco dunque la Classifica Slam completa sino alla posizione numero 32, con in più le sette giocatrici, più arretrate, che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale:

In questa tabella nelle tre colonne a sinistra ci sono diverse graduatorie. La prima colonna a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam.

La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA, che nel 2020 ha visto congelare i punti in scadenza, con una logica inedita che ha prodotto situazioni anomale. Per esempio Bianca Andreescu mantiene la settima posizione senza avere disputato alcun match in tutto il 2020 (causa problemi fisici), mentre Ashleigh Barty conserva il primo posto malgrado non sia più scesa in campo dal 28 febbraio.

La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. La definizione “Race” in questa stagione è ufficiosa e non viene utilizzata da WTA, visto che le Finals non si disputeranno; questa graduatoria fa riferimento ai calcoli di questo sito, e spero siano esatti. Rimane comunque un dato molto interessante perché restituisce il rendimento stagionale, depurato dai risultati conquistati nel 2019.

a pagina 2: Le delusioni del 2020 negli Slam

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Ancora sul Roland Garros

Da Sofia Kenin a Martina Trevisan, da Nadia Podoroska a Petra Kvitova e Garbine Muguruza: chi sono state le altre protagoniste dello Slam dominato da Iga Swiatek

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Sofia Kenin - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

1. Finali e numero di Slam
Ho aperto l’articolo della scorsa settimana sottolineando il dominio delle giocatrici giovani negli ultimi Slam. Dallo US Open 2018, con la vittoria di Osaka su Serena Williams, hanno sempre prevalso tenniste al massimo di 23 anni; solo Simona Halep ha fatto eccezione (Wimbledon 2019). C’è però da sottolineare un altro aspetto abbastanza curioso che riguarda questa stessa serie di Major: nella composizione delle finali, ha sempre vinto la giocatrice con meno titoli e finali Slam in carriera:

US 2018: Osaka (zero Slam) su Williams (23 Slam)

Aus 2019: Osaka (1 Slam) su Kvitova (2 Slam)
RG 2019: Barty (zero Slam) su Vondrousova (zero Slam)
Wim 2019: Halep (1 Slam) su Williams (23 Slam)
US 2019: Andreescu (zero Slam) su Williams (23 Slam)

 

Aus 2020: Kenin (zero Slam) su Muguruza (2 Slam)
US 2020: Osaka (2 Slam) su Azarenka (2 Slam e 2 finali)
RG 2020: Swiatek (zero Slam) su Kenin (1 Slam)

Come interpretare questi risultati? Ecco una possibile spiegazione: le giovani, che spesso in queste partite sono scese in campo da sfavorite, hanno finito per giocare con meno timori e condizionamenti. Le più esperte (come Williams, Kvitova, Azarenka) hanno probabilmente sofferto il peso della consapevolezza dell’importanza della posta in palio. Erano cioè profondamente consce, perfino troppo, di quanto potesse contare per la loro carriera un ulteriore successo Slam. In queste condizioni o si possiede un chiaro margine fisico-tecnico sull’avversaria, oppure chi affronta il match con la mente più sgombra finisce per avere la meglio.

2. Sofia Kenin
Nell’articolo della scorsa settimana ho sottolineato come nessuna delle giocatrici che erano arrivate almeno ai quarti di finale a Flushing Meadow sia poi riuscita a ripetersi al Roland Garros: miglior turno raggiunto in Francia il terzo, da parte di Putintseva e Mertens. Mi sembra un dato significativo per valutare quanto sia stato complesso il doppio impegno Slam, che prevedeva un passaggio di superficie con due sole settimane di separazione temporale fra i Major.

Impegno complesso non solo per ragioni tecniche, ma anche mentali e persino logistiche, visto che i trasferimenti transcontinentali nell’epoca del Coronavirus richiedono procedure specifiche che non facilitano gli atleti. A conti fatti, soppesando le prestazioni nei due Slam, Sofia Kenin e Petra Kvitova sono state le giocatrici più consistenti: non tanto per punti WTA conquistati, ma perché sono riuscite ad approdare al quarto turno a New York (sconfitte rispettivamente da Mertens e Rogers) e poi, a Parigi, a spingersi sino alla finale (Sofia) e alla semifinale (Petra).

Paradossalmente questa discreta consistenza nei due Slam potrebbe essere stata favorita dalle poche partite disputate al di fuori dei Major. Mi spiego. Sicuramente questo non ha permesso loro di arrivare rodate a inizio torneo, con qualche possibile extra-rischio iniziale. Però una volta superati indenni i primi turni, si sono ritrovate con un po’ più di benzina nel serbatoio rispetto a molta concorrenza. Kvitova infatti aveva perso immediatamente a New York/Cincinnati (sconfitta da Bouzkova) e poi aveva rinunciato all’impegno in Italia. Kenin era stata eliminata da Cornet all’esordio di New York/Cincinnati, e poi a Roma aveva giocato un solo match, perso addirittura per 6-0 6-0 contro Azarenka.

Non è usuale per una campionessa Slam in carica subire un doppio bagel. Una sconfitta durissima, che però (con il senno di poi, sia chiaro) potrebbe avere avuto un effetto quasi benefico. Perché se da una parte una batosta del genere ha diminuito la fiducia e l’autostima, dall’altra ha fatto scendere la pressione, visto che la responsabilità di dover fare per forza risultato era molto diminuita.

Con pochissimo rodaggio sulla terra, l’inizio parigino di Kenin è stato complicato: al primo turno si è ritrovata sotto di un break all’inizio del terzo set contro Ludmilla Samsonova, ma ha rimediato con un parziale conclusivo di sei game a uno (6-4, 3-6 6-3). Poi ha di nuovo perso un set contro Ana Bogdan (3-6, 6-3, 6-2), uscendo però ancora una volta alla distanza. Superato lo scoglio non impossibile di Irina Bara, al quarto turno è arrivata la prova della verità: lo scontro con Fiona Ferro.

Ferro era reduce dal successo nel torneo di Palermo (terra rossa); poi aveva rinunciato alla trasferta americana e, da francese, aveva puntato tutto sullo Slam di casa. E anche se non era testa di serie, era sicuramente una delle giocatrici da evitare, perché aveva mostrato di saper spingere benissimo con il dritto senza subire troppo dalla parte del rovescio, il suo colpo meno forte. Confesso che ritenevo Fiona favorita, e invece le cose sono andate diversamente.

Sotto 0-2 nel primo set, Ferro ha infilato un parziale di sei giochi che le è valso il primo set, e la sensazione di avere la partita in mano. Invece Kenin ha reagito: ha avanzato la propria posizione in campo e questo le ha permesso di condurre più spesso gli scambi (trovando più vincenti) ma anche di sfoderare tante smorzate efficaci. E le smorzate non soltanto le hanno portato molti punti, ma hanno anche finito per mandare in crisi fisica Fiona, costretta a frequenti rincorse in avanti. E così la partita è completamente girata, come testimonia il punteggio (2-6, 6-2, 6-1). A mio avviso con questa partita Kenin ha dimostrato che si era lasciata alle spalle la giornataccia romana contro Azarenka, che il cambio di superficie era ormai metabolizzato e che era di nuovo pronta a giocarsela sino in fondo. Come in Australia.

Nei quarti di finale contro Danielle Collins, Sofia ha iniziato un po’ titubante, probabilmente a causa dei precedenti scontri diretti negativi (3-0 per Collins, 6 set a zero), ma una volta ingranato ha sempre avuto la situazione sotto controllo, anche a dispetto del punteggio (6-4, 4-6, 6-0). Perché quasi non si riesce a spiegare come abbia potuto perdere il secondo set, chiuso con lo stesso numero di punti vinti (32 a testa), ma sfuggito per qualche distrazione di troppo nel decimo game. Poi però ha rimesso tutto a posto nel terzo set, ulteriormente aiutata da qualche problema fisico della avversaria.

Tutto sommato Kenin mi è sembrata sempre in controllo anche nella semifinale contro Petra Kvitova. Un match nel quale, a mio avviso, sono risultati fondamentali i fattori agonistici e mentali. Kvitova ha iniziato contratta, ha perso due volte di fila la battuta (Kenin si è trovata avanti 4-1 e servizio) e da quel momento ha continuato a inseguire, senza mai riuscire a rovesciare l’inerzia del match (6-4, 7-5). Nemmeno quando, nel secondo set, Sofia ha concesso qualcosa per un po’ di comprensibile braccino (sul 5-4 e servizio) sono cambiate le cose; un immediato controbreak ha fatto di nuovo la differenza. Un dato credo illustri bene la differenza di killer instinct delle protagoniste. Palle break convertite: Kenin 4 su 5, Kvitova 2 su 12.

Forse l’aspetto più interessante che si può ricavare dal Roland Garros di Kenin è questo: in tre partite contro avversarie di livello medio-alto (Ferro, Collins, Kvitova), Sofia ha sempre messo in campo lo stessa atteggiamento tecnico-tattico. Quando il match ha attraversato le fasi più complesse e lottate, ha sempre deciso di prendere in mano lei le sorti dello scambio, provando a spingere di più, e a cercare il vincente. Sui campi lenti dell’autunno parigino, più che i lungolinea rendevano molto gli incrociati stretti e i drop-shot; e Sofia ha dimostrato di saperli giocare con efficacia proprio in questi frangenti. Sono tratti caratteriali importanti, che spiegano come mai a soli 21 anni abbia già nel proprio palmarès una vittoria e una finale Slam.

Poco da dire sulla finale, persa quasi senza storia contro Swiatek (6-4, 6-1). Difficile capire quanto abbia inciso il problema alla gamba nel secondo set (evidenziato dal Medical Time Out). Resta il fatto che, superata la fase del recupero da 3-0 a 3-3 del primo set, Swiatek è sempre riuscita a comandare la situazione. E lo ha fatto con un margine tale da mettere in secondo piano le componenti agonistiche, nelle quali Kenin aveva dimostrato di avere un punto di forza.

a pagina 2: Nadia Podoroska

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Il Roland Garros di Iga Swiatek

A Parigi si attendeva il successo di Simona Halep, e invece a trionfare è stata una teenager polacca, al primo titolo a livello WTA

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Iga Swiatek - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

1. Uno Slam difficile da interpretare
Il Roland Garros appena concluso, terzo e ultimo Major di una particolarissima stagione, ha di nuovo ribadito il predominio delle giocatrici più giovani. Nel 2020 le vittorie Slam sono andate a una tennista di 21 anni (Sofia Kenin in Australia), una di 22 (Naomi Osaka negli Stati Uniti) e addirittura una teenager (19 anni) in Francia: Iga Swiatek.

Quando si tratta di Major, la generazione più giovane sembra ormai avere preso il sopravvento. Dalla affermazione di Naomi Osaka allo US Open 2018, infatti, tutti i titoli più prestigiosi sono stati vinti da giocatrici al massimo di 23 anni; unica eccezione Simona Halep (nata nel 1991) a Wimbledon 2019.

Queste le vincitrici Slam da Flushing Meadows 2018 in poi: Osaka, Osaka, Barty, Halep, Andreescu, Kenin, Osaka, Swiatek. Di tutti questi nomi, al momento del successo solo Andreescu era più giovane di Swiatek: Bianca aveva vinto il suo titolo americano a 19 anni e 83 giorni; Iga c’è riuscita a 19 anni e 132 giorni. Dunque, Slam dopo Slam, la prevalenza della linea verde si consolida sempre più. E più i numeri che illustrano la tendenza aumentano, meno si possono interpretare come casuali: rappresentano ormai un dato di fatto incontrovertibile.

 

Stabilito questo aspetto, confesso però che dell’ultimo Slam fatico a trovare chiavi di lettura altrettanto chiare ed evidenti sul piano strettamente tecnico. Per quanto mi sforzi, non riesco a individuare una sintesi che spieghi i risultati del torneo. E non sto parlando in particolare della vincitrice, quanto piuttosto di tutto l’andamento del tabellone.

Procediamo con ordine, dall’antefatto. Sapevamo che sarebbe stato un torneo anomalo, influenzato dal calendario, perché l’autunno parigino prometteva pioggia, vento, campi pesanti e temperature ben al di sotto della media degli anni precedenti. Alla ricerca di qualche rimando storico, ci si poteva rifare alla edizione del 2016, caratterizzata da un clima simile: il maltempo di quell’anno aveva addirittura portato la Senna ad esondare. Ma a differenza del Roland Garros appena concluso, quel torneo aveva prodotto risultati facilmente interpretabili.

La Senna il 3 giugno 2016

La Senna il 3 giugno 2016

Condizioni di gioco come quelle del 2016 avevano favorito le tenniste potenti, forti muscolarmente, capaci di spingere la palla in circostanze così estreme. Tanto che in semifinale erano arrivate Garbiñe Muguruza (che avrebbe vinto il titolo) Serena Williams (finalista), Samantha Stosur e Kiki Bertens. Un esito inequivocabile: pur con le ovvie specificità che appartengono a tutte le giocatrici, c’era un evidente legame tra le caratteristiche fisico-tecniche delle quattro principali protagoniste e le condizioni di gioco particolari di quell’anno.

Ora, con tutta la buona volontà, se considero l’andamento del 2020, non sono in grado di ritrovare un simile chiave di lettura. Swiatek, Kenin, Podoroska, Kvitova; ma anche le quattro eliminate nel turno precedente (Trevisan, Collins, Svitolina, Siegemund): cosa hanno in comune? Alzo le mani, mi arrendo: non so proprio cosa dire. Intendiamoci, può capitare che nelle fasi finali di un torneo arrivino anche giocatrici molto differenti, ma a livello di quarti di finale 8 giocatrici così tanto differenti rappresentano un caso piuttosto raro.

Per esempio l’Australian Open 2020 aveva visto la prevalenza delle giocatrici di manovra, capaci di difendere ma anche di attaccare attraverso scambi medio-lunghi (Kenin, Muguruza, Barty, Halep). Mentre le condizioni particolarmente veloci del recente US Open 2020, avevano finito per agevolare tenniste più aggressive, come Osaka, Azarenka, Brady, Williams. Ma a Parigi 2020? Boh, ditemi voi.

La difficoltà interpretativa mi spinge allora a ricorrere a un piano B, alla ciambella di salvataggio che va sempre bene in questa stagione senza precedenti: il coronavirus. Mi riferisco alla situazione anomala che ha preceduto il Roland Garros. A causa della pandemia, infatti, ci sono state almeno tre conseguenze significative. Primo: la rinuncia preventiva di nomi importanti (la campionessa in carica Barty, a cui si sono aggiunte per problemi fisici Osaka, Andreescu, Bencic). Secondo: la mancanza degli abituali tornei di preparazione sulla terra (Stoccarda, Madrid, e vari International). Terzo: l’estrema vicinanza con lo US Open.

Questi ultimi due fattori probabilmente hanno finito per pesare sul rendimento delle giocatrici. Per esempio: nessuna delle tenniste arrivate almeno nei quarti di finale a New York è riuscita a fare strada sulla terra di Parigi. Osaka ha dato forfait prima del via, Serena si è ritirata dopo la partita di esordio per un problema al tendine di Achille; Brady e Rogers hanno perso al primo turno, Azarenka e Putintseva al secondo, mentre Pironkova e Mertens al terzo.

D’altra parte l’esiguità dei tornei di preparazione (dopo lo US Open si è giocato solo a Roma e a Strasburgo), non ha consentito di definire un preciso quadro tecnico delle forze in campo, e non ha permesso a molte giocatrici prevenienti dal cemento americano di adattarsi per tempo al cambio di superficie.

In sostanza, più che le tipiche questioni di campo, potrebbero essere stati questi elementi anomali a determinare l’indecifrabile (almeno per me) sviluppo dell’ultimo Roland Garros. A scanso di equivoci: analizzo tutto questo non per togliere meriti a chi ha saputo arrivare in fondo in Francia, ma solo per cercare di mettere a fuoco una situazione che si presenta abbastanza nebulosa.

E se da una parte si poteva immaginare sin dalla vigilia che questo Roland Garros non sarebbe stato un torneo scontato e lineare, dall’altra sembrava che ci fosse almeno un punto fermo, un “ubi consistam” sufficientemente solido a cui fare riferimento, rappresentato dalla figura di Simona Halep. Campionessa a Parigi nel 2018, altre due volte finalista (2014 e 2017), alla ripresa del tennis agonistico Halep aveva deciso di rinunciare alla trasferta americana e di dedicarsi solo ai tornei su terra battuta.

Di conseguenza, sfumata l’occasione di giocare a Palermo, era scesa in campo a Praga (torneo vinto), poi a Roma (altro torneo vinto). Se a questi risultati aggiungiamo il successo di Dubai (pre-lockdown), Simona era imbattuta da gennaio, e vantava una serie aperta di 14 vittorie consecutive. Era logico guardare a lei come alla favorita assoluta di Parigi. Ma sulla strada di Halep, fra uno scroscio di pioggia e l’altro, si è abbattuto un inatteso ciclone tennistico che aveva le sembianze di Iga Swiatek.

a pagina 2: Il dominio di Iga Swiatek a Parigi

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