Numeri: Djokovic 'vede' il record di Federer. Solo l'Italia ha tre under 20 tra i primi 400

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Numeri: Djokovic ‘vede’ il record di Federer. Solo l’Italia ha tre under 20 tra i primi 400

A Parigi nessuno ‘difende’ punti, ma il serbo avrà più chance di Thiem e Nadal di guadagnarne di nuovi. Gli mancano 24 settimane per superare Federer. Occhio a Ruud sul rosso

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Novak Djokovic - Internazionali d'Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)

12 – le partite vinte sulla terra battuta da Christian Ruud nel 2020. Il figlio di Christian Ruud – ex 39 ATP capace di arrivare in finale a Baastad nel 1995 e sconfiggere Corretja all’Australian Open e Kafelnikov a Montecarlo – si era fatto conoscere al grande pubblico già tre anni fa. Nel 2017, a diciotto anni compiuti da nemmeno due mesi aveva raggiunto la semifinale all’ATP 500 di Rio De Janeiro, un risultato che gli era servito da volano per fargli sfiorare la top 100. Allontanatosi nuovamente da quel range di classifica nella prima parte del 2018 – quando perdeva da 205 del mondo a Francavilla la finale contro Quinzi – quell’anno a Baastad sconfiggeva per la prima volta un top 50, Ferrer, e arrivava sino ai quarti. Casper chiudeva la stagione ancora in prossimità dei primi 100, per poi entrarvi definitivamente nel 2019, quando raggiungeva la prima finale della carriera nel circuito maggiore, a Houston.

Nel 2020 l’evoluzione è continuata: quest’anno è sinora primo per partite vinte sul rosso davanti a Garin, che ne ha vinte 10. Oltre alla semifinale conquistata la scorsa settimana al Foro Italico, le altre gli hanno portato in dote il primo titolo a Buenos Aires e la finale raggiunta a Santiago del Cile. Risultati che avevano consentito al norvegese il precedente best ranking al 34 ATP (questa settimana è 30, con la certezza di essere testa di serie al Roland Garros), grazie ai 400 punti messi complessivamente in cascina sette mesi fa. Tuttavia, nel corso della trasferta sudamericana di febbraio la consistenza dei miglioramenti del 21enne norvegese era avvolta nel dubbio dovuto al mediocre livello degli avversari affrontati (appena due erano top 50).

Perplessità fugate a Roma, dove Casper ha battuto Khachanov (primo successo della carriera sulla terra rossa contro un top 20) e Berrettini, prima vittoria in assoluto contro un top ten. La semifinale contro Djokovic, nonostante la sconfitta in due set, nelle oltre due ore di partita è stata la prova del nove del valore elevatissimo del tennis sul rosso di Ruud. Restano invece i dubbi sul valore del norvegese fuori dalla terra battuta: solo tre dei dieci quarti di finale raggiunti in carriera sono arrivati fuori dal rosso e, sulle altre superfici, non ha ancora raggiunto alcuna semifinale. Il futuro è dalla sua parte, anche perché solo Auger-Aliassime, Shapovalov e De Minaur, tra chi gli è avanti in classifica, sono più giovani di lui.

 

14 – i tennisti a non aver ancora compiuto vent’anni presenti questa settimana nella top 400 ATP, la fascia di classifica che indicativamente consente di entrare in alcuni casi nei tabelloni principali e quasi sempre in quelli delle qualificazioni dei tornei Challenger. Quando un tennista è intorno ai primi 400 al mondo, ha vinto qualche buona partita in cadetteria ed è professionista a tutti gli effetti (sebbene oltre i primi 100, ancora esista l’annoso problema delle mancate soddisfazioni economiche): l’ingresso nel circuito maggiore non è così lontano e si è consci di potersela giocare, nella singola partita, alla pari con molti giocatori. Il tennis è uno degli sport più praticati al mondo ed è un grande merito per questi ragazzi, nonché una buona indicazione per il loro futuro in questa attività, esserci arrivati in fretta. 

Se Jannik Sinner è l’unico, a 19 anni e un mese, a essere tra i primi 100 e aver vinto match in tornei Major (13 in totale nel circuito maggiore, di cui due addirittura contro top 10, il secondo dei quali contro Tsitsipas la scorsa settimana a Roma), la speranza concreta di diventare tennisti di alto livello ha basi solide anche per altri. A partire da Carlos Alcaraz, 186 ATP che a 17 anni e quattro mesi è tra i primi 200, ha già vinto una partita a livello ATP (lo scorso febbraio a Rio, sconfiggendo Ramos), conquistato un torneo Challenger (a Trieste) e fatto finale in un altro (Cordenons). Anche lo statunitense Brandon Nakashima – 199 ATP di 13 giorni più grande di Sinner, ha vinto tre partite nel circuito maggiore – e il tedesco Rudolf Molleker – che fa vent’anni il prossimo 26 ottobre, sin qui capace di vincere quattro partite nel circuito maggiore, di sconfiggere un top 50 e vincere un Challenger – sono tra i primi 200, fascia di classifica nella quale da questa settimana è presente un altro nostro rappresentante, Lorenzo Musetti. Il toscano è salito al 181 ATP con un balzo di 68 posizioni per quanto fatto al Foro Italico, dove è stato capace, da qualificato, di sconfiggere due ex top 5 come Wawrinka e Nishikori.

Lorenzo Musetti – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

Più indietro troviamo gli altri under 20, a partire dal mancino francese Hugo Gaston, 236 ATP, che il prossimo sabato esce da questa categoria di età compiendo 20 anni: ex numero 2 juniores, è stato sinora incapace di acuti importanti, anche a livello challenger (dove sinora ha raggiunto una sola semifinale, a Bergamo lo scorso febbraio). Al 252 ATP c’è il ceco Tomas Machac (altro tennista che uscirà da questa categoria prestissimo, il prossimo 13 ottobre), vincitore del challenger di Koblenz sette mesi fa, ma anche lui senza partite vinte a livello ATP. Al 286 ATP c’è il cinese di Taipei Chun Hsin Tseng, vincitore di Roland Garros e Wimbledon juniores nel 2018: nato come Sinner e Nakashima nell’agosto del 2001, ha vinto nel luglio 2019 il Challenger di Praga (in Italia si è fatto conoscere sette mesi fa a Bergamo, perdendo in semi solo al tie-break del terzo set). 

Ancora tra i primi 300 e nemmeno diciottenne troviamo poi il britannnico Jack Draper, 290 ATP, finalista a Wimbledon junior due anni fa, ma al momento incapace di superare i quarti in un challenger. Il secondo statunitense di questo elenco è Jenson Brooksby, 292 ATP, anche lui prossimo a compiere 20 anni (è nato esattamente lo stesso giorno di Molleker) e sin qui famoso per aver sconfitto allo US Open 2019 un Berdych prossimo al ritiro, ma pur sempre ancora top 100. Proseguendo ancora troviamo poi il terzo italiano, il classe 2001 Giulio Zeppieri, che a Roma ha mostrato i suoi miglioramenti battendo nelle quali il primo top 200, Dellien, e il primo top 100, Norrie, per poi cedere al terzo set nel turno decisivo all’amico Musetti e interrompere un cammino che gli ha fruttato un salto in avanti di 25 posizioni, sino al 320 ATP. Tra gli under 20, seguono due argentini: Juan Manuel Cerundolo, 346 ATP, ancora diciottenne ma capace lo scorso novembre di cogliere la prima semifinale a livello challenger e Sebastian Baez, 360 ATP ed ex numero 3 juniores sinora impostosi solo a livello ITF. Chiude l’elenco il romeno Filip Cristian Jianu, 383 ATP, questa settimana al suo giovane best career ranking (qualche giorno fa ha compiuto 19 anni), ma con una classifica costruita al momento quasi esclusivamente sui tornei futures.

Questa ricerca parte da una imprescindibile premessa: va presa con le molle. Tanti tennisti maturano dopo i vent’anni (abbiamo in casa il brillante esempio di Matteo Berrettini), altri si dedicano sino all’ultimo momento possibile alla carriera juniores, alcuni sono infortunati e hanno perso la classifica, altri ancora hanno preferito per il momento provare a migliorarsi in allenamento e aspettare per cimentarsi con continuità nel circuito. Tuttavia è certamente di buon auspicio per il nostro tennis l’indicazione derivante dall’analisi della classifica ATP: per il movimento italiano essere l’unico paese con tre giocatori under 20 tra i primi 400 può far guardare con molta fiducia ai prossimi 10-15 anni.

19 – i set giocati in otto giorni da Dominik Koepfer agli Internazionali d’Italia. Solo per qualificarsi -nel corso dei tre incontri di qualificazione tutti vinti nel parziale decisivo contro Cobolli, Simon e Kujhuskin- il 26enne mancino tedesco era stato in campo una manciata di minuti sotto alle sette ore e mezza. Arrivato a Roma pressoché sconosciuto al grande pubblico -s inora la sua classifica l’aveva costruita grazie agli ottavi raggiunti allo US Open nello scorso anno, sconfitto solo al tie-break del quarto set dal futuro finalista Medevedev – la scorsa settimana ha raggiunto i primi quarti di finale della carriera, non solo a livello Masters 1000, ma di circuito maggiore. Koepfer c’è riuscito non solo sconfiggendo nettamente Musetti in ottavi, ma grazie alla seconda vittoria della carriera contro un top 30 (su De Minaur al tie-break del terzo dopo aver annullato un match point) e alla prima su un top 10 (Monfils al secondo turno, superato facilmente).

Ancora fuori dai 300 ATP ad inizio 2018, il tedesco che al massimo era stato 83 del mondo, nei quarti si è tolto la grande soddisfazione di tenere in campo per più di due ore il numero 1 al mondo e strappargli anche un set, unico ad esserci riuscito nel torneo. Difficile stabilire il suo preciso valore, ma sicuramente non va dimenticato che seppur sia un classe ’94, la sua carriera professionistica è molto giovane. Dominik ha deciso di diventare tennista molto tardi, dividendosi tra golf e sci sino ai 16 anni. Ha poi intrapreso la carriera dei college negli USA, dove si è laureato in finanza all’universita di Tulane (divenendo nel frattempo numero 1 universitario). La svolta è però arrivata a fine 2018, quando ha scelto come coach Rhyne Williams, ex pro statunitense (best ranking 113 ATP) che gli ha dato disciplina fisica e lo ha convinto della bontà dei suoi mezzi. Dopo aver vinto il primo Challenger sull’erba di Ilkey, l’anno scorso Koepfer si è qualificato a Wimbledon e poi, come detto, per lo US Open. Dopo quell’exploit, prima di Roma aveva però vinto una sola partita nel circuito maggiore: solo le prossime settimane ci diranno qualcosa in più su quale sia il suo reale livello.

24 – le settimane che separano Novak Djokovic dal conquistare il record assoluto del maggior numero di settimane al numero 1 del mondo. Qualora da oggi in poi il serbo non perdesse più la cima della classifica l’8 marzo 2021 dovrebbe superare in tal senso Roger Federer, fermo a 310 settimane in un primato sicuramente meno simbolico e universalmente riconosciuto rispetto agli Slam vinti ma probabilmente, dal punto di vista tecnico, di importanza paragonabile. Gli appassionati ricordano facilmente i trionfi negli Slam dei grandi campioni e, contando il loro numero, possono paragonarli – pur tra mille distinguo – non solo a quelli dei migliori tennisti degli ultimi cinquanta anni, ma anche ai campioni di un passato più lontano (la classifica ufficiale, redatta da un computer, è nata solo nel 1973). Tuttavia contare le settimane nelle quali un tennista ha fatto meglio di tutti i colleghi è un altro criterio molto importante per valutare l’impatto dominante di un campione. In ogni caso, riuscirà il serbo a superare le 310 settimane di Federer sulla cima della classifica? E se sì, ce la farà già tra poco meno di sei mesi?

Roger Federer e Novak Djokovic – ATP Parigi-Bercy 2018 (foto via Twitter, @RolexPMasters)

Difficile dirlo: di sicuro c’è che questa settimana Djokovic ha 1410 punti di vantaggio su Nadal e 2145 su Thiem, gli unici due che hanno concrete chance di superarlo entro metà marzo prossimo. Per quella data si giocheranno – di significativo per la classifica – due Slam, le ATP Finals, un Masters 1000, l’ATP Cup e un paio di ATP 500 nel mese di febbraio. Un totale potenziale di oltre 6000 punti che lascia tutto in sospeso, anche se, ad eccezione del Roland Garros in partenza la prossima settimana, il resto della programmazione si giocherà in condizioni – indoor e cemento all’aperto – che sembrano favorire il serbo rispetto ai suoi due rivali. Sino all’8 marzo, Nole difende 4085 punti (quelli dei titoli a Bercy, ATP Cup, Australian Open e Dubai, della semifinale al Roland Garros e della partita vinta nel girone delle ATP Finals) ma i 1720 conquistati a Parigi (Bercy e RG) sono ‘protetti’ dalla riforma del ranking fino al 31 dicembre. Sono 515 in più dei 3870 difesi nello stesso lasso tempo da Nadal (ben 2360 dei quali protetti come quelli di Nole) e 730 in più dei 3355 che scadono nei prossimi mesi a Thiem (1290 li conserverà almeno per altri tre mesi). 

Come detto, le previsioni sono difficili: tuttavia sembra probabile che il serbo riuscirà già a marzo a centrare questo prestigiosissimo record, per una serie di ragioni. Nole ha un bel vantaggio in classifica e due occasioni importanti per aumentarlo. Nadal e Thiem non perderanno punti al Roland Garros, quantomeno fino al 31 dicembre, ma solo l’austriaco può guadagnarne vincendo il torneo: a Nole ‘basta’ la finale per aggiungerne 480. Il serbo arriva a Parigi reduce dalla quinta vittoria negli ultimi dieci anni nella capitale italiana, un titolo che ha confermato la capacità del serbo di essere pronto a recitare da grande protagonista sul rosso anche in questo 2020. Ma è soprattutto alle ATP Finals, dove ha vinto cinque volte e l’anno scorso ha fallito, che Djokovic può giocarsi una carta molto importante. Senza contare che, come detto, Nole giocherà quasi sempre in condizioni di gioco in cui si trova tecnicamente molto bene, sicuramente più di quanto si sentano a loro agio Thiem e Nadal (in particolar modo nello indoor). Di sicuro, tra due settimane si avrà un quadro della situazione un minimo più chiaro: non resta che aspettare le sentenze del Roland Garros.

1462 – i punti che separano Simona Halep dalla vetta della classifica WTA, attualmente detenuta da Ashleigh Barty, al numero 1 da poco più di un anno. Un distacco consistente, ma colmabile per la rumena con una vittoria al Roland Garros (l’anno scorso si fermò ai quarti, sconfitta da Anisimova). Quello parigino è un torneo dove Simona ha vinto due anni fa e raggiunto due finali e, soprattutto, si gioca sulla sua superficie preferita (sul rosso Halep ha vinto nove dei ventuno trofei conquistati in carriera e giocato nove delle sedici finali perse). Vincendo a Parigi Simona guadagnerebbe 1570 punti in più rispetto ai 430 che attualmente porta in dote dallo Slam parigino, salendo al primo posto e assicurandosi così la chiusura della stagione in vetta alla classifica per la terza volta negli ultimi quattro anni.

Comunque vada a finire questo 2020 segnato dalla pandemia rimarrà una stagione positiva per la rumena, che dal 2014 chiude l’anno nella top 5. Halep, infatti, dopo la sconfitta in semifinale all’Australian Open contro Muguruza, ha vinto quattordici partite di fila (di cui tre contro top 20 e una contro una top 10, sebbene infortunata e costretta al ritiro, Pliskova, contro la quale Simona era in vantaggio nei precedenti, ma aveva perso tre degli ultimi quattro confronti diretti). Una serie aperta di vittorie che le ha consentito di incamerare i titoli a Dubai, Praga e, per la prima volta, Roma. Agli Internazionali d’Italia, in nove partecipazioni nel tabellone principale, rispetto alle sue potenzialità sinora non aveva avuto mai molta fortuna: due finali nel 2017 e 2018 (sempre perse contro Svitolina) e due semi (nel 2013 e nel 2015), ma questa volta si è rifatta soffrendo davvero solo con Muguruza, contro la quale ha vinto solo al terzo dopo più di due ore di partita, e approfittando di un pizzico di fortuna consistita nei ritiri di Putintseva (quarti) e appunto Pliskova in finale.

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L’infanzia di Rublev in un documentario: “Ricordo una partita con Medvedev: io piagnucolavo, lui urlava!”

Il tennista russo ripercorre la sua infanzia nella città natia, i primi passi allo Spartak Club di Mosca e la rivalità con Medvedev: “Una volta abbiamo giocato pallonetti per circa 4 ore. Siamo entrambi fuori di testa!”

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Andrey Rublev - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

La conduttrice sportiva russa Sofya Tartakova ha realizzato una lunga intervista ad Andrey Rublev, che sports.ru ha pubblicato su YouTube in forma di documentario. La visita allo Spartak Tennis Club di Mosca, il primo circolo dove Rublev ha mosso i primi passi, è dunque l’occasione per raccontare come è iniziata la sua carriera di tennista.

Il documentario completo, sottotitolato in inglese

Mi sembra di essere sempre stato in campo, anche prima che iniziassi ad allenarmi. Ero lì tutto il giorno. Oltre a giocare a tennis, c’erano i miei amici. Per me è più di un semplice club, è stata tutta la mia infanzia. Al di fuori del club, stavo solo a casa. Tutti i miei amici vengono da questi campi; praticavo il tennis lì, scherzavo, giocavo con gli amici, mangiavo ecc. Tutta la mia infanzia è collegata a quel luogo ed è ancora fantastico ogni volta che lo visito. Anche se è stato completamente riorganizzato e sembra così diverso, va bene comunque”.

Stare molto tempo sui campi da tennis, però, nel caso del piccolo Andrey non significa stare lontano dalla mamma perché Marina Maryenko di professione fa l’allenatrice di tennis. “Tutto ciò di cui avevo bisogno, i miei genitori me lo hanno sempre dato. Mi sento come un bambino normale. Mi piaceva stare in campo con lei e i miei amici, anzi, non mi piacevano i fine settimana perché rimanevo a casa”. La situazione tutta rosa e fiori è però cambiata quando Rublev si è trasferito a Barcellona nel 2016. Inizialmente i risultati hanno tardato ad arrivare e in famiglia sono sorti dubbi sulla bontà della scelta appena fatta. “La gente iniziò a fare pressioni sui miei genitori. ‘Come puoi lasciarlo rimanere in Spagna? Sta sprecando il suo potenziale!’ Forse i miei genitori hanno avuto troppi consigli da questi… esperti. Deve essere stato difficile per mia madre.. La tua vita sta andando in un certo modo e poi cambia drasticamente”.

 

Le cose si sono rapidamente sistemate, perché nel 2017 Rublev ha fatto prepotente irruzione in top 100 e poi subito in top 50. Nel 2020 ha fatto un’ulteriore salto di qualità passando dalla posizione 23 alla n. 8 in classifica, vincendo cinque titoli e guadagnando l’accesso alle ATP Finals.

COME SENTIRSI A CASA? – “Mi piace ogni visita che faccio a Mosca, mi ricarica. Grazie alla mia famiglia e ai miei amici. Mi distraggono da questa vita. Ma ho decisamente perso il ‘senso di casa’ nel corso degli anni. Senza di loro mi sentirei solo”. Il tennis, però, non è solo un lavoro ma anche una via di fuga. Non so chi sarei senza il tennis e sto cercando questa risposta. Il tempo me la darà”.

Il suo aspetto silenzioso lascia trasparire una personalità malinconica e lui stesso ne dà conferma. Durante i tornei di San Pietroburgo, Amburgo e Vienna ero depresso. Ora non lo sono perché sono occupato e mi sto ricaricando; avere cose da fare mi distrae. Quando ero in Germania l’ho sentita in maniera più forte. Avevo molta ansia per mia nonna e mio nonno; inoltre vivevo solo sui campi da tennis e negli hotel”. I nonni hanno ricoperto per anni ruoli cruciale nella sua vita, e la morte della nonna avvenuta ad ottobre, durante il Roland Garros, è stato un duro colpo. La vittoria successiva nel torneo di San Pietroburgo “è stato il momento più emozionante della mia carriera, ha sottolineato il tennista russo.

DRITTO VELOCE, PIEDI LENTI – Una delle giocate più frequenti che lascia il pubblico a bocca aperta durante una partita di Rublev è il dritto vincente, giocato da ogni parte del campo ma soprattutto dal lato destro. Lui però non sempre è stato consapevole di questa sua forza.“Beh, è ​​stato così fin da quando ero bambino, in modo naturale. A 13-14 anni mi hanno detto che il mio diritto è fantastico. In realtà avevo sempre pensato che fosse debole e dopo che la gente lo ha elogiato, mi sono detto ‘se il mio dritto è così buono, perché servo male?’ Forse, se non me l’avessero detto, avrei continuato a servire come prima senza ragionarci troppo”. Il russo è dunque soddisfatto del suo dritto esplosivo – e come potrebbe non esserlo! – ma chiamato a sceglierne uno, tra quello dei suoi colleghi, fa una scelta insolita: Mi piace il dritto di Dominic Thiem“.

Parlando delle debolezze, invece, Rublev va dritto al punto:Non sono veloce quanto potrei, mi muovo lentamente in campo. I miei piedi potrebbero essere più veloci e c’è molto da lavorare. Credo che quello attuale non sia il mio limite. Vedo come si muovono altri ragazzi più alti di me: sono più veloci, più bilanciati. Daniil Medvedev per esempio è molto più veloce, basta guardare a quali servizi riesce a rispondere. È molto più alto di me, almeno 10 cm, e corre due volte più veloce“.

© Peter Staples/ATP Tour

I CAPRICCI CON BABY MEDVEDEV – “È stato il mio primo vero torneo. non era nemmeno ufficiale, eravamo bambini: avevo 6 anni. Non so se Danya [Daniil Medvedev, ndr] si ricorda, ma è stata l’unica volta che l’ho battuto”. Rublev infatti ha perso contro Medvedev tutte le quattro partite disputate nel circuito maggiore, l’ultima allo US Open 2020. Tornando a quella sfida di molti anni fa, Andrey ricorda: “Erano quattro game a set, terzo set con tie-break da 7 punti e siamo riusciti a giocare questa partita breve per circa 2 ore e mezza, usando i pallonetti. Poi ci siamo incontrati di nuovo al torneo ufficiale under-10 a Zhukovka, e anche lì abbiamo giocato 3 set – di nuovo per circa 4 ore. Era davvero dramma per noi. A quel punto ho capito che siamo entrambi fuori di testa“.

Se possiamo dire che la follia si è un po’ attenuata negli atteggiamenti in campo di Andrey, lo stesso non vale per Daniil. “Giocavamo pallonetti, ogni scambio durava dieci minuti. Abbiamo continuato a spingere quei pallonetti fino all’esaurimento! Uno di noi due sbagliava il pallonetto, poi c’erano tre minuti di pianti e lanci di racchette. Poi via col secondo punto, altri dieci minuti di attesa e altri tre di pianto; magari uno si rotolava sul campo dopo aver vinto e l’altro imprecava ‘è tutto terribile‘. Andava avanti così per 3-4 ore.”

Entrando nello specifico della ‘follia in campo’ dei due russi, la distinzione che fa Rublev è chiara. “Danya lanciava racchette piangere e piagnucolare, invece urlava contro tutto e tutti, compresi i giudici. Dava di matto così. Sarebbe capace dire al giudice cosa pensa di lui senza problemi. Io per lo più piagnucolavo, piangevo, ogni tanto lanciavo le racchette. Afferravo la terra dal campo e la mangiavo”. Per fortuna, la sua dieta è migliorata parecchio e con essa anche l’atteggiamento in campo è diventato invidiabile. Tutte qualità che possono dargli lo slancio necessario per fare un passo ulteriore ed entrare in top 5. Magari già a partire dall’Australian Open.

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Perché ci sono pochi allenatori donna?

Laura Vallverdu, Direttore Associato per il Player Development alla Miami Beach Tennis Academy ed ex-coach presso la University of Miami, ha affrontato il tema per Racquet Magazine

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Amelie Mauresmo - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Qui il link all’articolo originale

Come coach, enfatizzo sempre il valore dello sforzo e dell’impegno per le mie giocatrici, sia che le cose vadano bene sia che vadano male. Nel nostro mestiere, i continui alti e bassi richiedono pazienza e le capacità di ascoltare le tue giocatrici, di analizzare la situazione, e di approntare cambiamenti opportuni per costruire migliori risultati in futuro.

Quest’anno, la pandemia ha messo alla prova il mondo del tennis, imponendo uno stop improvviso al modo in cui solitamente portiamo avanti l’attività ma anche un risveglio all’interno delle organizzazioni sportive, che ora sono alle prese con il cambiamento e stanno sperimentando alcune strategie per proseguire in modo migliore. Tra i tanti cambiamenti attualmente in discussione c’è quella su un potenziale rafforzamento dei rapporti tra la WTA e la ATP per lavorare su un fronte unito.

 

È proprio ora che questo accada. Come ex-giocatrice, sia come junior che come professionista, ho sperimentato il tennis a diversi livelli, e con essi diversi gradi di parità tra uomini e donne. È da quando ho iniziato la mia carriera come coach, sin dal 2013 come capo allenatrice della squadra di tennis dell’Università di Miami, che sono curiosa di capire perché la demografia dei coach non sia rappresentativa della popolazione che gioca a tennis sia a livello amatoriale che professionistico. Non solo: perché il tennis, un gioco perfettamente egalitario riguardo i sessi, e che è storicamente più avanti di altri sport in termini di parità tra i generi, non ha più donne coach ad alti livelli?

Ovviamente, le cose hanno iniziato a cambiare nel 2014, quando l’allora N.2 ATP Andy Murray sparigliò le carte puntando su Amelie Mauresmo, due volte campionessa Slam, come suo coach. Tempo dopo, Anabel Medina Garrigues guidò Jelena Ostapenko al Roland Garros 2017, causando una proliferazione di ex-giocatrici di primo livello WTA nel ruolo di coach delle migliori tenniste: Rennae Stubbs e Conchita Martinez con Karolina Pliskova; Lindsay Davenport con Madison Keys; Sandra Zaniewski con Petra Martic; Biljana Veselinovic e Nicole Pratt con Daria Gavrilova; e così via.

Ma nonostante questo, alla fine del 2018 appena l’otto percento delle Top 100 lavoravano con coach donne. Nonostante alcune partnership di alto profilo – Conchita Martinez che si è unita a Garbine Muguruza un anno fa, Lucas Pouille che ha scelto Amelie Mauresmo, e Denis Istomin allenato dalla madre, Klaudiya Istomina – il tennis non è ancora riuscito a rendere questo fenomeno la normalità, soprattutto se paragonato a realtà come quella della NFL, che ha accresciuto la presenza di donne nelle posizioni di leader di alto livello da quando nel 2015 Jen Welter fece la storia diventando la prima capo-allenatrice di sempre.

Garbine Muguruza e Conchita Martinez – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

La NFL ha lavorato duramente per aumentare il numero dei coach femminili, con 16 donne ufficialmente assunte al momento. Sam Rapoport, il direttore dello sviluppo NFL, ha spiegato a ESPN nell’aprile 2019 che questo sforzo è solo “una goccia nell’oceano, e ci fa capire quale potrebbe essere il futuro”. Ha continuato dicendo che “il piano dei prossimi 10 anni è normalizzare la presenza delle donne a bordocampo nel football. Per noi la prima volta di una donna come coach o come manager non è una notizia su cui concentrarsi. Vogliamo normalizzare la cosa in modo da smettere di parlarne”.

Durante la pandemia, visto il dibattito sulla fusione tra ATP e WTA, la curiosità mi ha spinto ad approfondire questo tema. Ho quindi parlato con Nicolas Pereira, mio amico da sempre, che ha giocato nel circuito ATP, è diventato un commentatore per ESPN nel 2000, e ora lavora come analista per Tennis Channel. “Se abbiamo imparato qualcosa da questa pandemia, è il fatto che il tennis nel suo insieme dovrebbe essere unificato, ha detto. “Se donne e uomini gravitassero negli stessi luoghi con una potenziale fusione tra i due organi, penso che ci sarebbe decisamente una maggiore possibilità di aumentare il numero dei coach femminili nel nostro sport”. Ha poi proseguito: Se ci fossero più eventi combined, sarebbe più facile attrarre pubblicità e sponsor, perché avrebbero decisamente più appeal presso i clienti. E ci sarebbe maggior possibilità che le donne venissero maggiormente considerate in ogni posto di lavoro nell’industria del tennis”.

Nel corso degli anni, vari fattori (calendario compresso, problemi di percezione da parte del pubblico, difficoltà finanziarie, mancanza di inclusione e potenziali interruzioni dell’attività causa gravidanza) hanno scoraggiato le giocatrici dal diventare coach. Rennae Stubbs, un’ex-giocatrice australiana, coach d’élite e commentatrice a tempo pieno per ESPN, quando interpellata sul tema ha risposto molto volentieri.

“Prima di tutto, non c’è dubbio sul fatto che molte ex-tenniste abbiano messo su famiglia una volta smesso di giocare e che questo abbia impedito loro di diventare coach. Non tutte possono permettersi di portarsi dietro la famiglia nei viaggi. In secondo luogo, alcune giocatrici cercano un coach uomo per la maggior forza che imprime alla palla negli allenamenti. Insomma, cercano uomini per fare sia da coach che da sparring. Secondo me non è facile rivestire entrambi i ruoli allo stesso tempo: alcuni coach ci riescono, ma questa è sicuramente una variabile. Inoltre, il fatto di assumere un coach donna è vissuto come un rischio da molti. Ma penso che più questo sarà fatto, più continuerà a succedere”.

Rennae ha concluso così: Ha un valore il fatto che le donne coach abbiano un approccio più realista e più onesto con le giocatrici. In molti casi, le coach possono capirle meglio. Ti faccio un esempio: con Genie Bouchard [la giocatrice che attualmente Stubbs allena, ndr], quando c’è un problema sono la prima a dirle: parliamone. In questo le donne possono avere un rapporto più diretto. Nel mio caso, io ero una giocatrice molto emotiva e quindi posso immedesimarmi nel suo vissuto. Genie è una delle atlete più famose in Canada; da questo deriva una grande pressione, e qualcuno che non ha voglia di immergersi mani e piedi in questo problema non riuscirà ad attingere da lei il massimo del potenziale”.

Che ci sia un lato positivo nella pandemia, visto che ha costretto i due organi di governo del tennis a pensare a una potenziale unione? In questo sport, il fatto che l’ATP abbia fatto lo sforzo di condividere la luce dei riflettori con la WTA riconoscendo l’apporto delle donne ha fatto apparire una luce in fondo al tunnel e ha fornito loro una concreta apertura affinché si sentano più incluse ed accettate.

Il dibattito sul tema è sempre partito dal presupposto che uomini e donne possano lavorare assieme, senza che un sesso prevalga sull’altro. Si è iniziato a parlare di questo quando nel 2014 Andy Murray ha fatto da guida e ha smosso le opinioni nella comunità del tennis, e da allora se ne è parlato sempre di più. Flash forward al 2020, quando i temi dell’inclusione, del dare il giusto valore a ciascuno, dell’avere sensibilità e dell’avere correttezza sono concetti che occupano le prime pagine dei giornali. Questo spirito è stato giustamente traslato anche nel mondo del tennis.

Traduzione a cura di Gianluca Sartori

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Petra Kvitova: “Sapevamo di poter finire in isolamento”

La campionessa ceca si racconta a Tennis Majors. Tra il lavoro della off-season e le difficoltà della quarantena australiana

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Petra Kvitova - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

A Melbourne con il coach e il fisioterapista, Petra Kvitova si sta preparando per lo Slam di cui è stata finalista due anni fa, sconfitta da Naomi Osaka. La compagna di allenamento prescelta, Amanda Anisimova, è però risultata positiva al test effettuato ad Abu Dhabi e non è potuta partire per l’Australia. Non si è perfezionato nemmeno l’accoppiamento con Jennifer Brady, tra le sfortunate passeggere di uno degli aerei “infetti”, così ora scambia con l’altra Petra, la croata Martic, “una brava ragazza”, dice la due volte campionessa di Wimbledon nell’intervista concessa a Tennis Majors in cui racconta le sue giornate, le regole della quarantena, l’atteso ritorno del pubblico sugli spalti e altro ancora.

Petra ha i suoi tempi, suoi ritmi, lo sappiamo, quindi non tutte le quarantene vengono per nuocere.“Onestamente, sono una di quelle fortunate: posso uscire almeno per allenarmi. Ma, in generale, ho lavorato molto durante la off-season e finalmente ho un po’ di tempo per riposarmi” ammette. “Così, in realtà, mi godo anche il tempo libero. Guardo delle serie ceche, bevo un caffè, leggo l’ultimo libro giallo, chiamo amici e familiari e, certo, devo anche fare esercizio fisico. C’è comunque tanto da fare”.

Come già avevano rilevato diversi tennisti, la sicurezza colpisce per la rigidità di alcune regole, ma si tratta di abituarcisi e comprendere il quadro generale. “Sono molto severi” conferma Petra. “Non puoi aprire la porta perché ti va, ma solo quando ti portando da mangiare e bussano. All’inizio, nessuno conosceva davvero le regole e sentivo spesso le porte aprirsi. Una volta ho provato a spiegare di averla aperta perché non sapevo se il pasto fosse arrivato mentre dormivo e quelli della reception mi hanno detto di chiamarli la prossima volta, in modo che possano mandare qualcuno a vedere se c’è qualcosa di fronte alla mia porta e avvertirmi. Ho detto ‘va bene’, ma penso che sia più semplice aprire la porta di dieci centimetri” aggiunge la nostra con comprensibile perplessità. “Era dura all’inizio, ma ora le cose si sono sistemate e vanno via lisce”.

Per quanto riguarda i contatti con i colleghi (e con chiunque altro), più che limitati sono pressoché inesistenti. “Naturalmente possiamo parlarci al telefono, ma non vedo nessuno, davvero. Anche quando siamo sulla navetta per andare ai campi, ci sono due metri di distanza e devi disinfettarti le mani tipo cinque volte prima di arrivare e lo stesso al ritorno. È molto rigoroso, ma capisco che è importante”.

 

È consapevole delle critiche da parte di alcuni giocatori costretti all’isolamento per 14 giorni e sa che Craig Tiley conosce perfettamente la situazione. “Da un lato, è più che comprensibile la frustrazione dei giocatori; dall’altro, so che è difficile, ma dobbiamo conviverci. Io non sono rinchiusa e loro sì, ma Tennis Australia sta cercando di aiutarli con l’equipaggiamento, i pesi, le cyclette. Credo che tutti sapessimo più o meno che sarebbe potuto accadere di finire in quarantena dura”. Per essere precisi, quella che per loro è quarantena dura altro non è che “quarantena” per qualsiasi altra persona. Chiamiamola allora isolamento per distinguerla da quella che consente di uscire per allenarsi. “Probabilmente, pensavamo di avere fortuna e poter giocare, ma c’era comunque questa possibilità”.

Al momento dell’intervista, Petra non aveva ancora sentito di cambi di programma nella settimana che precede lo Slam per aiutare chi non ha potuto allenarsi, ma in questi giorni ci sono state novità, come un nuovo torneo riservato alle tenniste ora in isolamento e la riduzione a un solo turno delle qualificazioni per i due WTA 500, mentre l’inizio dei due ATP 250 è stato posticipato di ventiquattro ore. ”Credo però che tutti stiano pensando più all’Australian Open perché i tornei precedenti sono una sorta di preparazione – importante, ma meno dello Slam”. Qui Kvitova sembra un po’ mancare il punto e aggiunge che, in termini di tempo per l’allenamento in campo, ci sarà un po’ differenza, “ma credo che tutti sappiano come si gioca a tennis e si rimetteranno presto sulla strada giusta. È sicuramente difficile”. Un punto su cui si è espresso in termini ben diversi il preparatore atletico di Andy Murray che, estremizzando all’opposto, vede importanti rischi per il fisico di quei giocatori.

Tra campo, palestra e cibo, i tennisti non “isolati” hanno cinque ore a disposizione. Quasi certamente a qualcuno stanno strette, ma a Kvitova? “Se devo essere sincera, per me è sufficiente. Gioco circa un’ora e mezza compreso il riscaldamento, poi vado dritta in palestra per un’ora, un’ora e mezza al massimo. Immagino che per altri probabilmente non sia abbastanza giocare solo una volta al giorno, ma a me va benissimo” assicura la trentenne di Bilovec. “Sto diventando vecchia e ho bisogno di salvaguardare un po’ il corpo”.

Kvitova ha giocato tre tornei nella seconda parte della stagione 2020: dopo l’uscita precoce al Western&Southern Open, sono arrivati gli ottavi allo US Open e la semifinale di Parigi. “So che ci sono persone che stanno perdendo il lavoro, quindi sono molto riconoscente per l’opportunità di competere. E non è facile neanche per chi gioca, con tanti tornei cancellati”. Quella decina di incontri è stata però sufficiente a farla abituare all’assenza (o quasi) di pubblico, tanto da pensare che, se saranno ammessi molti spettatori a Melbourne, “sarà assolutamente diverso, mi darà la pelle d’oca”. I tornei dello Slam e le Olimpiadi sono i cinque obiettivi della stagione di Petra, che spera di “restare in salute e giocare del buon tennis, come ho cercato di fare durante tutta la carriera”.

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