Nadal contro Djokovic, Parigi trova la super finale (Scanagatta). Nadal-Djokovic duello infinito (Crivelli, Mastroluca, Azzolini, Rossi). Sinner: "Sogno il numero 1". La Trevisan è già nel 2021 (Cocchi). Trevisan: "Prossimo obiettivo? Entrare tra le migliori 50" (Uccello)

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Nadal contro Djokovic, Parigi trova la super finale (Scanagatta). Nadal-Djokovic duello infinito (Crivelli, Mastroluca, Azzolini, Rossi). Sinner: “Sogno il numero 1”. La Trevisan è già nel 2021 (Cocchi). Trevisan: “Prossimo obiettivo? Entrare tra le migliori 50” (Uccello)

La rassegna stampa del 10 ottobre 2020

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Nadal contro Djokovic, Parigi trova la super finale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Sarà Novak Djokovic contro Rafa Nadal, il n. 1 del mondo contro il n. 2, la finale di questo Roland Garros, la finale più attesa e più prestigiosa. Nadal ha battuto in 3 set l’argentino Schwartzman, ma il match ha comunque richiesto oltre tre ore. Anche Djokovic avrebbe potuto vincere in 3 set contro il greco Tsitsipas, se non avesse fallito un match-point sul 5-4 del terzo. Non aveva perso ancora un game di servizio, ma ne ha persi 3 di fila. E si è ritrovato prima al quarto set e poi al quinto perché nel quarto Tsitsipas gli ha annullato ben 10 palle-break. […] Rafa Nadal al Roland Garros aveva giocato 12 semifinali e le aveva vinte tutte, prima di trionfare anche in finale. La “rondine” argentina Schwartzman aveva battuto Nadal a Roma, dopo averci perso 10 volte consecutive. Nadal arriva a questa sua 13ma finale senza aver perso un set nell’intero torneo. Gli era già successo 5 volte. In tre occasioni non l’ha perso nemmeno in finale (2008, 2010 e 2012). Quest’anno chi è andato più vicino a strapparglielo è stato il nostro Jannik Sinner che nel primo set sul 5 pari lo aveva breakkato e sul 6-5 ha però giocato il peggio game della sua partita. Domani Rafa Nadal giocherà la finale n.13 contro quel Djokovic che vanta nei suoi confronti 29 vittorie contro 26 sconfitte, però negli Slam Nadal ha vinto 9 volte e perso 6. Djokovic è uno dei due giocatori che ha battuto Rafa a Parigi in 102 match. L’altro è lo svedese Soderling (2009). II serbo avrebbe potuto vincere in 3 set – se sul 5-4 del terzo non avesse commesso un errore sul matchpoint – ma anche in 4 set se avesse trasformato una delle 10 pallebreak conquistate. Oggi finale femminile fra la polacca Iga Swiatek (che non ha perso un set e dominato tutti i suoi incontri perdendo al massimo 5 games) e l’americana Sonia Kenin. Il pronostico è molto incerto. Nadal b.Schwartzman 63 63 76(0) (3h 09m) Djokovic b.Tsitsipas 63 62 57 46 61 (3 h e 54m) Su www.ubitennis.com videohighlights delle semifinali, cronache e interviste da Parigi

I soliti noti (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Ancora loro. Sempre loro. Fortissimamente loro. Scordatevi New York e l’abbozzo di rivoluzione dei leoni rampanti: Parigi torna terra di conquista dei giganti. Una finale Djokovic contro Nadal, ovvero Nole contro Rafa, l’episodio numero 56 della rivalità più corposa della storia del tennis. […] Fino al giudizio universale dell’anno prossimo, quando tutti e tre torneranno ad incrociare le lame, virus permettendo. Ma se il gaucho tascabile Schwartzman prova sulla sua pelle le bruciature della vendetta di Nadal dopo l’ebbrezza di Roma, quando lo aveva battuto per la prima volta su nove confronti, l’Apollo greco Tsitsipas lotta più di tre ore prima di arrendersi al solito spartito, mostrando la tempra e la mentalità del campione già arrivato, in quella che si iscrive tra le partite più belle dell’anno. Che battaglia Eppure Nole, dimenticati gli acciacchi della sfida con Carreño, per due set è un’iradiddio inarrestabile, furiosamente concentrato su una partita che domina in risposta, nelle manovre da fondo e nell’uso sapiente della palla corta dopo aver spinto Stefanos contro le transenne (alla fine otterrà 24 punti su 34 smorzate). Il match point sul 5-4 del terzo set per il numero uno del mondo sembra la logica conclusione di una lezione indimenticabile, ma dopo averlo annullato Tsitsi trova la linfa per rovesciare l’inerzia, forse memore di quel casuale incontro al torneo di Montecarlo del 2010, quando inciampò sul Djoker e da dodicenne in brodo di giuggiole gli chiese l’autografo proprio mentre papà Apostolos si concedeva una profezia a quei tempi quasi folle: «Novak, ricordati di lui: un giorno giocherà contro di te negli Slam». Così, strappato il servizio al rivale dopo 8 tentativi, il greco ritrova íl rovescio lungolinea e disegna favolosi dritti incrociati, fino al crollo eminentemente fisico del quinto set che regala a Djokovic il 37 successo stagionale (non ha mai perso quando è arrivato in fondo a una partita) e la quinta finale al Roland Garros, la terza contro Nadal (ci ha perso nel 2012 e nel 2014). Cioè il signore di questa terra: «Questa è casa sua — rammenta Nole — ma io ho la motivazione per vincere, l’ho già battuto qui nel 2015 (una delle due sconfitte di sempre di Rafa a Parigi insieme a quella con Söderling nel 2009, ndr), anche se giocare contro di lui sul rosso è la sfida più grande per un tennista. Che numeri Curiosamente il loro primo confronto diretto si giocò proprio nello Slam parigino addirittura nel 2006 e il mancino di Manacor, che aveva vinto il torneo l’anno prima e si sarebbe ripetuto qualche giorno dopo, sollevò un sopracciglio quando seppe che l’avversario, sconfitto per ritiro dopo aver perso i primi due set 6-4, aveva sostenuto che senza i guai alla schiena avrebbe potuto batterlo. In quella frase da sfrontato c’era però già l’essenza di Djokovic, la sua missione: non si sarebbe arreso al dominio dei due mostri (l’altro era Federer) che aveva davanti. Una tigna che continua a mettere in guardia Rafa, avanti nei testa a testa sulla terra (17-7) ma sotto in quelli generali (29-26): «Non posso prevedere l’avvenire, sarà una partita difficilissima perché lui è un avversario straordinario. E se non giocherò íl mio miglior tennis, passerò dei guai». Per dare la misura della loro grandezza, basti ricordare che a parte tre sfide nel round robin del Masters e un singolare di Coppa Davis, non si sono mai affrontati prima dei quarti in un qualsiasi torneo. Rafa è in finale senza perdere un set per la quinta volta in carriera e non ha lasciato scampo a Schwartzman, frantumato con il dritto lungolinea che aveva funzionato a sprazzi contro Sinner (fin qui, quello che lo ha messo più in difficoltà): «La differenza con Roma è che sono più preparato atleticamente». Nessun giocatore, donne comprese, ha mai vinto lo stesso torneo più di 12 volte, lui può arrivare a 13 al Roland Garros, lo Slam più difficile e più esigente per il fisico e la mente. Cose da superman. I supereroi sono di nuovo tra noi.

Nadal-Djokovic, la storia siete voi (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

Nelle condizioni estreme, si misurano gli uomini straordinari. Nel Roland Garros freddo, piovoso e autunnale, dopo tante sorprese alla fine restano i due campioni fuori scala, Novak Djokovic e Rafa Nadal. Saranno loro, il numero 1 e il numero 2 del mondo, a sfidarsi per il titolo. Il serbo può diventare il primo tennista a vincere tutti e quattro gli Slam almeno due volte. Lo spagnolo può eguagliare il record di venti titoli nei major di Roger Federer. […] LE SEMIFINALI. In semifinale, Nadal ha superato Diego Schwartzman, che l’aveva sconfitto a Roma, 6-3 6-3 7-6(0). «Vincere partite così, essere riuscito ad aggredire con il dritto nei momenti difficili mi rende fiducioso e positivo – ha detto Nadal in conferenza stampa – Devo giocare in quel modo, ma per continuare a credere di poterlo fare dopo sei mesi di stop forzato, che per me non sono abituali, mi serve vincere match così. È importante vivere tutto il processo. Devi anche soffrire, non puoi pensare di raggiungere la finale del Roland Garros altrimenti». Djokovic deve lottare per quasi quattro ore contro Stefanos Tsitsipas, numero 6 del mondo. Avrebbe potuto chiudere in tre set, ha mancato un match point nel terzo poi comincia un’altra partita. Finisce 6-3 6-2 5-7 4-6 6-1. Per oltre due set, il greco mette in campo il meglio del suo tennis completo ed elegante. «Ho riscoperto di essere un lottatore» aveva detto nel corso del torneo. Spalle al muro, macina un punto dopo l’altro di altissima qualità in risposta e con il dritto. Accarezza la seconda rimonta del torneo e della carriera da uno svantaggio di due set. Djokovic moltiplica le palle corte per sfiancare l’avversario. Sembra incerto, ma quando il gioco si fa duro, batterlo è quasi impossibile. Nel quinto set a Tsitsipas mancano le gambe. RIVALITA’ RECORD. Comunque vada, la storia la scriverà uno fra Nadal e Djokovic. Lo spagnolo potrebbe raggiungere in finale le 100 vittorie in carriera al Roland Garros. E completare un’impresa senza precedenti nell’era Open, nemmeno nel singolare femminile: vincere uno stesso torneo per tredici volte. La finale, dunque, vale un’impresa da leggenda per i due campioni che si sono affrontati più di qualunque altra coppia di rivali nell’era Open. La finale del Roland Garros 2020 sarà infatti la loro sfida numero 56 in carriera. Il serbo è in vantaggio 16-11 nelle finali. Ma negli Slam è avanti Nadal, 9-6, grazie soprattutto ai sei successi in sette partite a Parigi. Che il grande spettacolo abbia inizio

Nadal-Djokovic, duello infinito (Daniele Azzolini, Tuttosport)

In tre ore e nove minuti, Rafa Nadal ha rimesso il mondo a posto. […] Quindici giorni fa, a Roma, Topolino Schwartzman gliel’aveva scompaginato, messo sotto sopra, ingarbugliandolo non poco per poi ricostruirlo a sua immagine e somiglianza. In quel nuovo tennis che ne era sorto, la prima regola diceva così: tutti i Pequeñi del mondo hanno diritto alla propria rivincita. E Topolino se l’era presa, svelto e convincente, finendo per mettere Rafa alla porta di Roma e muovere spedito verso la prima finale “1000” della sua carriera da ventottenne tascabile, sebbene motorizzato Abarth. […] E se Topolino ci avesse riprovato da capo? Eccome se ci ha provato, il piccolo Diego. Ma dalle parti del Bois de Boulogne, Rafa si circonda di certezze granitiche e si muove in una dimensione che lo avvolge come una corazza creata su misura per i suoi muscoli da culturista del tennis. Di fatto, il match ha subito imboccato sentieri più noti e tranquillizzanti per lo spagnolo, scortandolo alla tredicesima fìnale su questa terra di mattone che finora gli ha concesso 99 successi e appena 2 sconfitte. A un passo dalla vittoria numero 100, che potrebbe far saltare il banco del Roland Garros, consegnando a Rafa il tredicesimo successo su 13 finali e la vittoria numero 20 nello Slam, alla pari di Federer. In tutto questo Topolino ha fatto da sparring. Bonario e accomodante nel primo set, stizzoso ma alla fine accondiscendente nel secondo, furioso e non più disposto a concessioni nel terza È stato quest’ultimo il set più complicato per Rafa, rimontato più volte in una baruffa di break e controbreak (quattro consecutivi, addirittura), prima di un tir break nel quale lo spagnolo ha preso con facilità il comando delle operazioni senza più concedere un punto all’argentino. «Rispetto a Roma è cambiato lo scenario – ha spiegato Rafa -. Là giocavo il primo torneo dopo sei mesi ed ero a corto di buone abitudini. Non dico di averle ritrovate ma qui a Parigi ho giocato altri match che mi hanno permesso di crescere come livello. Contro Diego ho fatto le cose giuste. Basterà per la finale? Non credo. Sarà una di quelle giornate in cui non potrò permettermi di sbagliare nulla». Parlava di Djokovic? O di Tsltsipas? Probabilmente di tutte e due. Del resto, la disputa su chi dovesse fare da cavaliere a Rafa, nella giornata di gala, è andata avanti per un bel pò fra ribaltoni imprevisti che hanno cambiato il tracciato della seconda semifinale in quello di un’eruzione vulcanica. Ha vinto Noie, alla fine, perché meglio del greco sa cogliere le opportunità. Ne è sortito però un match di molti contrappunti, nel quale á un avvio tutto favorevole a Djokovic (nel punteggio, ma con Tsitsipas ben vivo negli scambi), ha fatto seguito un’improvvisa accelerazione del greco, nata secondo le migliori tradizioni da un match point fallito dal serbo sul 5-4 del terzo set. Tsitsipas da ll è ripartito per accaparrarsi il set e nel quarto Djokovic ha sfruttato solo una delle dieci palle break procurate, dando a Stefanos la possibilità di riagganciarlo. Così, la decisione è andata alla 5° partita che Tsitsipas non ha giocato, travolto da stanchezza ed emozioni. Noie e Rafa sono alla 56a replica di un match ormai entrato nella storia. Il Djoker è avanti 29-26 ma in finale a Parigi – ne hanno giocate due – non ha mai battuto Rafa

Per Rafa e Nole la rivoluzione può attendere (Paolo Rossi, La Repubblica)

Tutti e tre, insieme, fanno 106 anni. E anche se uno dei tre (Roger Federer) a Parigi non c’è, hanno ribadito ai giovani che la ricreazione è finita, che continuassero ad aspettare. Novak Djokovic e Rafael Nadal hanno ripristinato l’ordine: il titolo del Roland Garros sarà affare loro (ma Djokovic è stato costretto al 5° set). […] L’argentino Schwartzman (sconfitto da Nadal 6-3, 6-3, 7-6) e il greco Tsitsipas (ko con Djokovic 6-3, 6-2, 5-7, 4-6, 6-1) sono stati respinti, confermando la tesi che «essere un top player richiede costanza, determinazione e sacrificio per tutto l’anno. Non basta giocare bene un match, un torneo, un mese. Serve tutto l’anno per essere uno dei migliori» (Djokovic dixit). Rimandati e bocciati i giovani, rieccoci a loro due e alla loro rivalità. Djokovic e Nadal, uniti da quel non volersi piegare all’altro. Uno che insegue la vittoria in modo ossessivo. algido, distante. L’altro orgoglioso, tignoso, sanguigno. […] Ma c’è anche chi rifiuta il déjà vu, come Yannick Noah: «non lo guardo più. È sempre lo stesso. Non compro un biglietto per il cinema 50 volte per vedere lo stesso film». Gli oppositori dovranno farsene una ragione: quel grido di aiuto che urta: “Avanti i giovani, avanti un altro”, dovrà attendere. Lo garantisce ancora il serbo n. 1. «Difficile dire se c’è una generazione perduta. Effettivamente io, Rafa e Roger abbiamo vinto il 90% degli Slam negli ultimi 10-15 anni. Ma non lo so, è più un discorso mediatico, una attesa del pubblico: vuoi vedere ragazzi emergere, fare grandi cose, battere record, è normale: vedere il più giovane qualsiasi che arrivi tra i primi 100, poi 50 infine 10 e poi vederlo battere il numero 1 del mondo». Teorie. I fatti sono altri, e siamo alla vigilia di un match in cui c’è in ballo ben altro: l’aggancio ai 20 Slam (se vince Nadal), il doppio Carrier Slam (se vince Djokovic), 13 Roland Garros (se vince Nadal) e una leadership morale che nessuno riconosce all’altro: l’ultimo esempio? Se Djokovic avvia un’associazione, Nadal e Federer disapprovano apertamente. Eppure resta vera l’analisi di Djokovic: «Penso che la gente si emozioni e si appassioni solo se ci sono grandi rivalità ad animare questo sport. E l’essere diversi, e noi lo siamo: non c’è uno stile di gioco comune, eppure a modo nostro, sia col gioco che con la personalità, siamo tutti carismatici. Per il tennis è solo un bene». Resta solo il dubbio di Alexandre Dumas: ritrovandosi tra 20 anni, andrebbero a cena insieme?

Sinner: “Sogno il numero 1”. La Trevisan è già nel 2021 (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Ci hanno fatto sognare, tifare, soffrire a Parigi e ieri sono arrivati al Festival dello Sport per raccontare e raccontarsi.[…] Sinner, ospite insieme al suo tecnico Riccardo Piatti, ha raccontato le sue sensazioni nell’incontro con Rafa Nadal ai quarti di finale del Roland Garros. Maestro Rafa Un match che all’inizio sembrava potesse avere un esito diverso: «È vero, ho avuto tante chance, ho provato a chiudere nei primi due set ma non è così facile come sembra… C’era tanto vento, faceva freddo e davanti avevo un grande campione con tanta esperienza, che sa come giocare queste partite. Lui sa che io ho dei colpi che gli danno fastidio e lui ne ha che danno fastidio a me, solo che Rafa cambia tanto la tattica, ti fa giocare tanti match in uno solo». Dalla sconfitta, comunque, Jannik riesce sempre a trarre un insegnamento: «È un’esperienza che mi servirà per il futuro, quando spero che riuscirò a sfruttare meglio le possibilità che mi guadagno. Il lato positivo è che ho sbagliato i colpi, ma non le scelte di gioco e questo è importante». Non cede facilmente all’emozione l’altoatesino numero 46 al mondo, più giovane italiano di sempre nella top 50: «Dicono che sono un tipo freddo, ma non è proprio così. Dentro ho tante cose, forse la differenza rispetto agli altri è che non lo faccio tanto vedere». Si scatena solo nella partite di Fortnite o Fifa insieme agli amici; «E uno dei divertimenti che mi concedo quando ho un po’ di tempo libero. Ne approfitto e gioco online con loro, è un modo per stare insieme anche se a distanza, perché non li vedo quasi mai». Sacrifici Le rinunce sono tante quando punti in alto, e Jannik ha molto chiaro in testa l’obiettivo dei prossimi anni: «Penso che se si comincia a fare questo lavoro in modo serio, il sogno sia diventare numero uno al mondo. Non è detto che poi ci si riesca, ma io metterò tutto il lavoro necessario per arrivare e sul mio tennis non ho dubbi». Idee chiare e nessuna ipocrisia dunque: «Io farò di tutto per aiutare Jannik a raggiungere il suo obiettivo — ha detto Piatti —. Gli metto a disposizione tutto il mio tempo e le mie conoscenze, oltre a un team di professionisti. Investirò sul suo futuro e se fosse necessario cercherò anche altri professionisti in grado di portarlo così in alto». E chissà se una volta raggiunto l’obiettivo continuerà a incordarsi da solo le racchette: «Quando ero piccolo rompevo un sacco di corde. Alla sera spesso non avevo più racchette quando giocavo i Challenger, e allora ho chiesto a mio papà che mi regalasse una macchina incordatrice. Lui era titubante poi ha accettato, gli ho spiegato che fa parte del mio lavoro, come lui che fa lo chef quando cuoce la pasta deve saper anche fare il sugo!». Ancora adesso lo fa: «Anche se comincio a guadagnare, non significa che devo spendere soldi per cose che posso fare da solo». Futuro Martina Trevisan sta ancora realizzando quello che è successo nelle due settimane che hanno cambiato la sua carriera e in parte anche la vita. Ora tutto è diverso, da 83 al mondo: «Il mio team mi sta aiutando a capire che questo non è successo per caso, non è un sogno, ma è un risultato ottenuto con fatica, lavoro e tenacia. Peccato che adesso sia praticamente finita la stagione e non ci siano tornei. Mi concentrerò sulla preparazione della prossima stagione, che inizierà naturalmente dall’Australia». Incredula ma felice per tutto l’affetto ricevuto e per le opportunità che questa posizione in classifica le concederà: «Certo potrò fare tornei più prestigiosi ma devo ancora lavorare. Soprattutto sul servizio. E sul mio fidanzato, che adesso mi avrà molto meno a casa…». Ma va bene così

Trevisan: “Prossimo obiettivo? Entrare tra le migliori 50?” (Luca Uccello, Tuttosport)

Il Roland Garros è solo l’inizio. A Parigi sui quei campi umidi, con quelle palline che saltavano di meno, non giravano come volevano lei è nata Martina Trevisan. […] Felice, sorridente, l’abbiamo incontrata a Milano, nello show-room di Le Coq Sportif, il suo sponsor tecnico. Inutile dire che Martina ha vissuto «venti giorni intensi, indimenticabili, pieni». Giorni dove »ho vissuto un’emozione incredibile, è stato bellissimo. Ancora oggi non riesco a realizzare quello che è successo». Non si sarà mica montata la testa ora? Martina non è cambiata, forse ha solo più fiducia in se stessa, ha più consapevolezza perché arrivare fino ai quarti di finale in un grande Slam, battere chi ho battuto, è un sogno che si avvera…». Si sarebbe mai immaginato da ragazzina di arrivare a giocare un Roland Garros così? «Quand’ero piccola, a 10-12 si mi immaginavo di giocare questi tornei e anche di vincerli. Poi mi sono fermata per qualche anno ma quando ho ricominciato a giocare, ho iniziato anche a sognare. Era una cosa che avrei desiderato…». Ha pensato mai di farcela, arrivare in finale? «Partita dopo partita non mi sono accontentata, ho cercato di rimanere concentrata, di non sentirmi realizzata o appagata del risultato però la Swiatek è stata più brava ed ha vinto». Cosa ricorda di quel periodo dove stava male, dove soffriva di anoressia e aveva deciso di fermarsi? «Ricordo tutto, è successo non tanto tempo fa. Ricordo ogni cosa di quei momenti difficili. Mi ha lasciato tanta sofferenza, un periodo cupo, grigio per me. Mi ha lasciato delle ferite che solo lavorando su me stessa sono riuscita a ricucire. Ferite che rimarranno sempre nella mia vita, sulla mia pelle. Alle volte potranno riaprirsi, stuzzicare un po ma ora so che sono ferite chiuse…». Ha avuta paura di mettere da parte la racchetta? «Forse i primi due anni. Mi mancava lo stimolo di giocare a tennis. Non mi interessava questo mondo, avevo il rigetto dell’ambiente. Poi da quando ho ripreso a vivere, sentivo che avrei ripreso anche il tennis, la mia vita professionistica». Cosa si sente di dire a quelle persone che stanno passando quello che lei ha già vissuto? «Che anche quando il mondo sembra caderti addosso e si fanno la domanda perché è successo a me, cosa ho fatto di male per sentirmi così non bisogna mai lasciarsi andare del tutta Ma da soli non d si riesce. Il consiglio è provare a sforzarsi, di farsi aiutare. L’aiuto si rifiuta, si crede a farcela da sola, si crede di essere dei vincenti. E invece no, c’è bisogno di qualcuno che ti vuole bene…». E’ arrivata per la prima volta nella top 100, quale è il suo prossimo obiettivo? «Il prossimo obiettivo è quello di poter entrare nel top 50. So che per riuscirci dovrò continuare a lavorare duro, solo così potrò realizzare tutti i miei obiettivi, tutti i miei sogni». Quali sono i suoi modelli? «Flavia Pennetta è sempre stata fonte d’ispirazione dentro e fuori del campa Negli uomini ci sono Rafa e Roger. Mi spiace per Novak..». E Sinner? «Mi ha colpito come persona fuori dal campo, è molto educata Come giocatore mi piace come colpisce la palla». Se avesse la bacchetta magica in che cosa migliorerebbe Martina? «Sto lavorando sul servizio, gli angoli e le percentuali di prime…».

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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