WTA Ranking: Swiatek irrompe in top 20. Trevisan n.2 d’Italia

Focus

WTA Ranking: Swiatek irrompe in top 20. Trevisan n.2 d’Italia

La polacca passa dal n.54 al n.17 dopo la conquista del suo primo titolo a Parigi. Trevisan entra in top100, a poche posizioni da Giorgi

Pubblicato

il

Iga Swiatek - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

E così abbiamo una nuova vincitrice slam e top20. Si tratta, ovviamente, di Iga Swiatek (+37, n.17), che si è aggiudicata il torneo parigino senza perdere un set e lasciando per strada solo 28 giochi. Come già sottolineato da altri, si tratta della seconda miglior prestazione di sempre al Roland Garros in Era Open (Steffi Graf nel 1988 ne lasciò per strada 20) e l’ottava di sempre in uno Slam femminile a pari merito con l’US Open 1997 di Hingis e l’Australian Open 1994 di Graf. In questa speciale classifica, le 10 migliori performance sono firmate da grandissime campionesse che hanno fatto la storia del tennis: compaiono 3 volte Graf, 2 volte Navratilova ed Evert, una volta Hingis, Seles e, appunto Swiatek.

Per sottolineare ulteriormente la dimensione dell’impresa compiuta dalla giovane polacca, in questa graduatoria manca una come Serena Williams, che di Slam dominati ne ha vinti più di uno. Quindi siamo di fronte a una campionessa in grado, non dico di dominare e di diventare n.1, ma di vincere con continuità e destinata a diventare una top player stabile?

Nonostante le ottime premesse, a mio avviso, è ancora presto per sbilanciarci. Innanzitutto, perché dalla top ten dista la bellezza di 1120 punti e quindi se ne riparlerà nella stagione 2021, con tutte le ben note problematiche che porterà con sé. E poi perché non possiamo dimenticarci come è andata alle baby campionesse che sono salite alla ribalta in uno slam negli ultimi anni. Ostapenko su tutte, che con Swiatek condivide parecchie analogie: ha vinto il Roland Garros a 19 anni (Iga, per la precisione ha qualche mese in meno) da n.47 del mondo, la vittoria l’ha proiettata in top20, al n.12. La lettone si è issata fino alla posizione n.5 del ranking, ed è rimasta in top20 per poco meno di un anno e mezzo durante il quale ha centrato pure una semifinale a Wimbledon. Dopodiché è pressoché sempre mancata all’appuntamento importante, ritornando nei ranghi, da dove era venuta, e cioè tra il 40° e il 50° posto (attualmente è n.44).

Ma ci sono anche, con i dovuti distinguo, Marketa Voundrousova e Bianca Andreescu. Entrambe, a causa di un infortunio (polso per la ceca, ginocchio prima e piede successivamente per la canadese), non sono riuscite a confermare i risultati del 2019 e sono state “graziate” dal sistema di calcolo del ranking introdotto con l’avvento del covid. Questo per ribadire, se ce ne fosse bisogno, che per essere una top player in grado di competere per i titoli major e per la vetta del ranking non serve solo il talento e la forza mentale ma anche una salute di ferro.

Cambiando discorso, con la sconfitta di Halep a Parigi, proprio per mano di Swiatek, Ashleigh Barty concluderà per il secondo anno la stagione al n.1. C’è chi storcerà il naso, visto che l’australiana non gioca da fine febbraio. A questi ricordiamo che nella prima parte dell’anno Barty ha vinto il torneo di Adelaide, è arrivata in semifinale sia a Melbourne che nel Premier 5 di Doha. E il sistema che le permette di non scartare i risultati del 2019 pur non giocando è lo stesso che nell’ATP consente, ad esempio, a Federer o a Berrettini di restare in top10.

 

Vediamo, infine, quali sono i movimenti più rilevanti. Cominciamo dalla top10: raggiunge il best ranking Sofia Kenin (+2, n.4), esce dalla top5 Pliskova (-2, n.6), rientra in top ten Kvitova (+3, n.8), che “ruba” il posto a Bencic (-1, n.11). In top20, l’ingresso di Swiatek fa scendere Mertens al n.21.

Alle spalle delle prime 20, i progressi maggiori li registrano la semifinalista a Parigi Nadia Podoroska e la nostra bravissima Martina Trevisan. L’argentina fa un balzo di 83 posti e sale al n.48, mentre l’italiana si deve “accontentare” di 76 posti in più e del n.83. Per entrambe è la prima volta in top100. Altri movimenti degni di nota sono quelli di Fiona Ferro (+7, n.42), Danielle Collins (+11, n.46), Laura Siegemund (+16, n.50), Paula Badosa (+18, n.69), Barbora Krejcikova (+29, n.85) e Leylah Fernandez (+11, n.89).

Tra le atlete in discesa segnaliamo l’ex finalista a Parigi Sloane Stephens (-5, n.39), Kristina Mladenovic (-5, n.47), Polona Hercog (-5, n.52), Anastastasija Sevastova (-6, n.54), le giovanissime Cori Gauff (-4, n.55) e Anastasia Potapova (-7, n.99).

Classifica WTA Variazione Giocatrice Tornei Punti
1 0 Ashleigh Barty 17 8717
2 0 Simona Halep 17 7255
3 0 Naomi Osaka 16 5780
4 2 Sofia Kenin 25 5760
5 0 Elina Svitolina 25 5260
6 -2 Karolína Plískova 20 5205
7 0 Bianca Andreescu 10 4555
8 3 Petra Kvitova 16 4516
9 -1 Kiki Bertens 26 4505
10 -1 Serena Williams 13 4080
11 -1 Belinda Bencic 25 4010
12 0 Aryna Sabalenka 25 3675
13 0 Johanna Konta 18 3152
14 0 Victoria Azarenka 17 3122
15 0 Garbiñe Muguruza 17 3016
16 0 Madison Keys 16 2962
17 37 Iga Swiatek 16 2960
18 -1 Petra Martic 23 2850
19 -1 Elena Rybakina 28 2696
20 -1 Marketa Vondrousova 17 2538
21 -1 Elise Mertens 28 2490
22 -1 Anett Kontaveit 20 2330
23 1 Maria Sakkari 26 2300
24 -2 Angelique Kerber 21 2271
25 -2 Alison Riske 23 2256
26 -1 Jennifer Brady 24 2165
27 0 Yulia Putintseva 26 2015
28 -2 Karolína Muchova 17 1982
29 -1 Dayana Yastremska 25 1925
30 -1 Amanda Anisimova 20 1905
31 -1 Donna Vekic 25 1880
32 3 Ons Jabeur 22 1803
33 -2 Ekaterina Alexandrova 29 1775
34 -2 Qiang Wang 23 1706
35 4 Shuai Zhang 26 1693
36 -3 Svetlana Kuznetsova 18 1631
37 0 Barbora Strycova 21 1630
38 0 Anastasia Pavlyuchenkova 23 1630
39 -5 Sloane Stephens 22 1573
40 -4 Magda Linette 29 1573
41 -1 Saisai Zheng 24 1510
42 7 Fiona Ferro 26 1497
43 2 Caroline Garcia 28 1495
44 -1 Jeļena Ostapenko 25 1485
45 -4 Julia Görges 21 1483
46 11 Danielle Collins 20 1475
47 -5 Veronika Kudermetova 29 1388
48 83 Nadia Podoroska 29 1356
49 -5 Kristina Mladenovic 28 1335
50 16 Laura Siegemund 26 1331


CASA ITALIA

Grazie ai quarti raggiunti a Parigi, Martina Trevisan diventa la nuova n.2 d’Italia e tallona Camila Giorgi. Con l’ingresso di Trevisan, sono 3 le nostre atlete in top100, sebbene posizionane nella parte bassa della classifica. La buona prestazione a Parigi permette a Sara Errani di guadagnare 13 posizioni in classifica generale e potarsi al n.137.

Classifica WTA Variazione Giocatrice Punti Tornei
74 1 Camila Giorgi 940 24
83 76 Martina Trevisan 879 27
95 -1 Jasmine Paolini 785 30
131 -1 Elisabetta Cocciaretto 568 22
137 13 Sara Errani 554 28
164 -8 Giulia Gatto-Monticone 432 27
189 6 Martina Di Giuseppe 354 30
292 -2 Jessica Pieri 209 28
303 -3 Martina Caregaro 195 19
311 -1 Stefania Rubini 186 22
318 -1 Bianca Turati 177 14
336 -1 Federica Di Sarra 158 17
341 -1 Lucia Bronzetti 155 24
359 -1 Cristiana Ferrando 136 23
392 -2 Lucrezia Stefanini 122 25
412 -1 Deborah Chiesa 112 20
436 -2 Camilla Scala 100 14
438 -1 Camilla Rosatello 99 18
465 -3 Gaia Sanesi 91 16
471 -3 Angelica Moratelli 89 21


NEXT GEN RANKING

La novità, manco a dirlo, è il balzo di 3 posti di Iga Swiatek, che si posiziona al n.2. Bel Progresso anche di Leylah Fernandez: 2 posti in più e n.6 del ranking dedicato alle under20. Guida sempre Andreescu e non ci sono nuovi ingressi nemmeno questa settimana. (Nel Next Gen ranking del 2018 rientrano le giocatrici nate dopo il 1° gennaio 2000).

Posizione Variazione Giocatrice Anno Classifica WTA
1 0 Bianca Andreescu 2000 7
2 3 Iga Swiatek 2001 17
3 -1 Dayana Yastremska 2000 29
4 -1 Amanda Anisimova 2001 30
5 -1 Cori Gauff 2004 55
6 2 Leylah Fernandez 2002 89
7 -1 Varvara Gracheva 2000 96
8 -1 Anastasia Potapova 2001 99
9 0 Kaja Juvan 2000 101
10 0 Ann Li 2000 112

Continua a leggere
Commenti

Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: provaci ancora, Marin. “Sento che non ho raggiunto l’apice”

Due anni fa, Marin Cilic regalava alla Croazia la seconda Coppa Davis. Da lì a poco dichiarava di puntare ad un altro Slam. Oggi, tra infortuni, paternità e lockdown si ritrova ai margini della top 50. Ma lui è convinto di poter tornare in alto. Più in alto di prima

Pubblicato

il

Marin Cilic - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zagabria, novembre 2018. La nazionale di Coppa Davis, appena rientrata dalla Francia, festeggiava in una piazza Ban Jelacic – la piazza principale della capitale croata – gremita di tifosi la conquista della seconda Coppa Davis della sua storia. Il protagonista principale del trionfo croato era stato Marin Cilic, che dopo aver vinto il secondo singolare della prima giornata aveva conquistato anche il punto decisivo battendo Lucas Pouille. E sulla scia di quella vittoria, un paio di mesi dopo, avrebbe dichiarato di puntare ad un altro Slam e addirittura alla prima posizione del ranking, risultato mai raggiunto da nessun tennista croato (il migliore è stato il suo ex coach, Goran Ivanisevic, che fu n. 2 al mondo per dieci settimane nella seconda metà del 1994 e poi per altre tre all’inizio del 1997).

Il solito ginocchio
Ma oltre a quella dichiarazione d’intenti, Cilic avrebbe anche rivelato che già da un po’ era tornato a dargli parecchio fastidio quel ginocchio destro che nel corso della carriera lo aveva tormentato in più di un’occasione. Già nell’off-season 2018, subito dopo la conquista dell’insalatiera, si era sottoposto ad una serie di terapie, ma le battaglie vinte a Melbourne contro McDonald e Verdasco e poi ancora quella persa contro Bautista Agut (giocata con il ginocchio nuovamente parecchio dolorante) avevano peggiorato di nuovo la situazione. Che nonostante le parole di Cilic in quei giorni (“Fortunatamente ho un team che mi segue costantemente e cerchiamo di tenere la cosa sotto controllo”) non sarebbe migliorata nel prosieguo della stagione 2019. Anzi, a un certo punto – come rivelerà poi lo stesso giocatore –  l’unica soluzione percorribile sembrava essere l’intervento chirurgico. Invece l’ennesimo tentativo di terapia conservativa ottiene dei buoni risultati e Marin decideva di rinunciare a fine anno alla difesa della Davis per proseguire il percorso riabilitativo e puntare così a presentarsi al 100% per l’inizio della stagione successiva.

Un 2019 da dimenticare
I problemi al ginocchio hanno però avuto un impatto, purtroppo, su gioco e risultati dell’ex n. 3 del mondo. Nel 2019, per la prima volta dopo undici stagioni, la bacheca dei titoli ATP non si è allargata. Aveva infatti iniziato a riempirla nel 2008 vincendo a New Haven, per poi proseguire raggiungendo il massimo nel suo fantastico 2014, con la vittoria allo US Open ed in altri tre tornei, ed aveva poi continuato ad impreziosirla regolarmente fino al 2018, con l’ultimo trofeo alzato da vincitore al Queen’s.

Nota a margine: quella vittoria di due anni e mezzo fa a Londra, arrivata annullando un match point al fuoriclasse serbo, sembrava avesse certificato come dal punto di vista mentale Djokovic fosse ancora lontano dal top. Niente di più sbagliato, rileggendo tutto a posteriori. Da quella sconfitta Nole ripartì con rinnovato vigore per conquistare tre settimane dopo il suo quarto Wimbledon, invece per “Cila” – il soprannome di Marin in Croazia –  è stato (sinora) l’ultimo acuto, dato che i primi segnali di declino si avvertiranno subito dopo (e infatti si scoprirà dopo che il ginocchio aveva di nuovo iniziato a fargli male): la sconfitta contro Pella a Wimbledon, quella clamorosa sulla terra di Zara contro Sam Querrey nella semifinale di Davis e quella altrettanto impronosticabile contro uno specialista della terra battuta come Jarry al primo turno del Masters 1000 di Shanghai.

Anche il rapporto vittorie/sconfitte di fine stagione ha certificato il calo di rendimento di Cilic. Per uno abituato per anni a vincere due partite su tre – un rapporto infatti sempre attorno al 66%: il record, ovviamente, nel 2014, con il 72% di vittore – ritrovarsi a vincerne praticamente una su due (44-20, rapporto poco sopra il 50%), come nel 2007, quando era un diciottenne di belle speranze, era un brutto segno. Che chiaramente ha avuto le sue ripercussioni anche sul ranking. Già a febbraio era uscito dalla top 10 dopo più di due anni (ottobre 2016), ad agosto anche dalla top 20 dopo più di 5 stagioni (luglio 2014), ma soprattutto a novembre era scivolato ai margini della top 40, al n. 39, mai così in basso dall’ottobre 2013, ai tempi della controversa squalifica per doping.

 

Il 2020 e la ripresa che non c’è stata
Messi da parte i problemi al ginocchio, Cilic confidava di riprendere a gennaio il discorso interrotto dodici mesi prima. A Melbourne raggiungeva gli ottavi, con un paio di vittore lottate con Paire e Bautista Agut e una sconfitta netta con Raonic. Non di certo risultati degni del Cilic che fu, ma almeno dei piccoli segnali di crescita. L’ingaggio come nuove allenatore del connazionale Vedran Martic, neo selezionatore croato di Coppa Davis ed ex coach di Karen Khachanov, era un’ulteriore indicazione dell’effettiva volontà del tennista di Medjugorje di ritornare in alto, ma proprio subito dopo è arrivato il lockdown e la conseguente sospensione all’attività agonistica. Un periodo che è stato particolarmente importante per Marin, che a inizio febbraio è diventato papà del piccolo Baldo e ha potuto così stare vicino alla moglie Kristina nei primi mesi di vita del figlio.

Alla ripresa dopo il lockdown (e la quarantena a fine giugno in seguito alla partecipazione alla famigerata tappa croata dell’Adria Tour) per Cilic non è arrivato nessuno risultato degno di nota. Per lui solo qualche terzo turno: nel “suo” US Open, dove a fermarlo è stato il futuro vincitore Dominic Thiem, e ai Masters 1000 di Roma e Parigi-Bercy. Mentre al Roland Garros è uscito subito di scena, di nuovo contro Thiem. Delle sette vittorie, a fronte di otto sconfitte, ottenute da agosto in poi (di cui una per forfait contro Moutet), solo due sono arrivate contro dei top 30, Goffin e Auger-Aliassime, peraltro colte in un momento negativo dei suoi due avversari (per entrambi all’interno di una striscia di tre eliminazioni di fila al primo turno). La vittoria al Masters 1000 di Bercy contro il giovane canadese era stata letta in Croazia come un segnale di risveglio di Cilic, ma la sconfitta in tre set contro Humbert nello stesso torneo e soprattutto quella successiva, al primo turno dell’ATP 250 di Sofia, contro la giovanissima wild card ceca Forejtek, n. 399 ATP, aveva spento sul nascere gli entusiasmi a Zagabria. Seconda stagione consecutiva senza titoli ATP e con un rapporto vittorie/sconfitte poco sopra il 50%.

Oltre al ginocchio, c’è di più?
Guardando le partite di Cilic dopo il lockdown, quello che si nota immediatamente è che appare poco reattivo e mobile, lui che nei suoi anni migliori aveva indubbiamente una mobilità sopra la media per un giocatore di quasi due metri. Problema che già era emerso l’anno scorso, ma era stato imputato al ginocchio (“Più di tutto mi danno fastidio la scarsa flessibilità e la rigidità, che non mi consentono di essere elastico nel movimento, e a causa di questo nei cambi di direzioni, negli scatti o nei salti non posso essere al 100%. Un’altra conseguenza è anche il fatto che peggiora la velocità di reazione,” aveva dichiarato a suo tempo). Ma se i problemi all’articolazione sono risolti, allora il motivo va ricercato altrove. E per alcuni potrebbe essere al di fuori della sfera fisica. Ovviamente la questione desta molto interesse in Croazia – dove Marin Cilic contende al suo ex coach Goran Ivanisevic la palma di miglior giocatore croato di tutti i tempi e le discussioni in tal senso continuano da anni – dove si fanno le ipotesi più varie al riguardo.

L’effetto Goran
Proprio con riferimento alla collaborazione con Goran, durata quasi tre anni, una delle ipotesi correla il calo al fatto che, sotto certi aspetti, il gioco di Cilic abbia subito una involuzione dopo la conclusione del suo sodalizio con l’attuale membro dello staff di Novak Djokovic. Un sodalizio che inizialmente aveva suscitato molte perplessità, soprattutto in Croazia, viste le notevoli differenze caratteriali tra i due: esuberante ed impulsivo il mancino di Spalato (che continua ad esserlo anche alla soglia dei cinquant’anni, come le ultime dichiarazioni sulla finale del Roland Garros hanno confermato), tranquillo e riservato il ragazzo di Medjugorje.

Invece la “strana coppia” aveva funzionato, con l’apice della vittoria a New York nel 2014: Goran aveva aiutato Marin ad essere più aggressivo, a partire ovviamente dal servizio, il marchio di fabbrica dell’Ivanisevic giocatore. Un’aggressività che poi è andata affievolendosi: inizialmente impercettibilmente, poi in maniera più evidente, specie negli ultimi mesi. Citeremo al riguardo un dato: il rapporto di Marin tra ace e game di servizio. Nel 2015, l’anno post vittoria Slam e secondo consecutivo interamente con Goran in panchina, raggiunse lo 0,9%, quindi quasi un ace a game. Quest’anno è sceso allo 0,72%, il più basso dal 2013.

A un livello di gioco in cui spesso la differenza tra vittoria e sconfitta la fa una manciata di punti, se ogni volta ti mancano quei tre-quattro servizi vincenti a partita, che prima magari piazzavi proprio nei momenti cruciali del match, ecco che la fiducia nel tuo gioco – magari inconsciamente – comincia a incrinarsi, e un’aggressività che comunque era “appresa” e non “naturale” comincia a venir meno. E quella manciata di punti che ti serve per fare la differenza non riesci più a portarla a casa.

L’effetto Baldo
C’è poi chi sostiene che il motivo vada ricercato nella recente paternità, che talvolta rende meno prioritari per un giocatore gli obiettivi agonistici a cui prima dedicava tutto se stesso, dato che la sfera personale acquista molta più importanza. Al riguardo Marin ritiene invece che la nascita del piccolo Baldo sia per lui un aiuto dal punto di vista mentale, da sempre considerato un tallone d’Achille del tennista di Medjugorje: “Mi sento molto felice, in campo e fuori. Questo mi dà ancora un po’ più di stabilità quando gioco. Quando finisco un torneo, quando perso, sono felice perché vado a casa”.
iA leggerle da una certa angolazione, queste frasi in realtà potrebbero rafforzare la tesi di chi ritiene che la nuova situazione familiare di Marin abbia influito in negativo sul suo approccio al gioco. L’essere comunque sereno dopo una sconfitta, perché ciò significa poter tornare a casa ad abbracciare moglie e figlio, può legittimamente confermare i dubbi sul fatto che interiormente Marin abbia ancora l’animus pugnandi necessario per rimanere ad alto livello, quella “fame” di vittorie che invece continua a contraddistinguere dei “cannibali” come Feder, Nadal e Djokovic. E questo nonostante Cilic abbia due anno in meno del più giovane dei tre, Djokovic, e anche due di loro siano da tempo padri di famiglia.

Cilic insieme al figlio Baldo (Fonte: Instragram)

Ma altre parole dette dal campione croato sembrerebbero confutare decisamente anche questa ipotesi: “Sento di non aver ancora raggiunto il mio apice. Che significa sentirmi al massimo dal punto di vista fisico, mentale e tecnico, percepire la sensazione di stare giocando il mio tennis migliore. Vorrei raggiungere quell’apice, sentire di avercela fatta. Se ci riuscirò, allora potrò rilassarmi e ritirarmi”.

Riusciremo quindi a riammirare la versione “USOpenesque” di Cilic che ci stupì in quella incredibile settimana di settembre di sei anni fa a New York? Quella capace di infilare una striscia vincente di dieci set consecutivi – dal quinto contro Simon, passando per le tre vittorie in “straight sets” con Berdych, Federer e, infine, Nishikori – e che probabilmente era vicinissima a quell’apice che il tennista croato sta ancora cercando di raggiungere. Per non sentirsi più, nonostante i tanti titoli vinti, tra i quali spiccano uno Slam, una Coppa Davis e un Masters 1000, “Come se non avessi ottenuto ciò che potevo ottenere.E allora provaci ancora, Marin.

Continua a leggere

Al femminile

WTA 2020, dodici match da ricordare (parte 1)

Dalle partite australiane di gennaio sino all’anomalo Slam dell’autunno francese, dodici incontri memorabili scelti per qualità tecnica, tattica e agonistica

Pubblicato

il

By

Simona Halep e Garbiñe Muguruza - Australian Open 2020

Di tutti gli articoli che preparo abitualmente a fine anno, e che provano a ricapitolare sotto diversi aspetti la stagione WTA appena conclusa, quello con la scelta dei match da ricordare è senza dubbio il mio preferito. Mi diverte ripercorrere il pro-memoria che tengo, settimana dopo settimana, con le partite che mi hanno colpito; mi diverte incrociarlo a posteriori con i tabelloni dei tornei più importanti per una ulteriore verifica; e mi diverte provare a definire una gerarchia, consapevole che si tratta in ogni caso di un giudizio del tutto personale, senza pretesa di oggettività.

Per questo non mi ha sfiorato neppure per un momento l’idea di rinunciarci quest’anno, anche se la situazione del 2020 è molto diversa dal solito, con la pandemia che ha menomato in modo profondo il calendario, e quindi ha offerto un numero di tornei (e di partite) di gran lunga inferiore rispetto al normale. Se vogliamo trovare un lato positivo alla situazione, è che quest’anno le esclusioni da compiere per arrivare all’elenco conclusivo sono state poche, molto meno che nel passato. In sostanza si tratta di una selezione meno severa e per questo più semplice.

Ricordo in breve i criteri adottati per arrivare alle mie scelte. Innanzitutto non posso parlare di “migliori match” perché ho considerato solo le partite che ho visto personalmente, quindi una parte molto limitata rispetto a tutte quelle disputate. La preferenza cerca di tenere conto di diversi aspetti: qualità tecnica, tattica, ricchezza di emozioni, ma anche importanza dell’evento. E perché una partita diventi speciale non è sufficiente la grande prestazione di una giocatrice: occorre che in campo ci siano contemporaneamente due protagoniste che si combinano in un’alchimia particolare; un dominio che si risolve in un 6-0, 6-0 non può offrire il coinvolgimento di una partita decisa sul filo di lana.

Quest’anno però mi sono permesso una deroga a questa linea di condotta, inserendo in classifica anche un match che ha avuto uno sviluppo a senso unico, terminato in due set e con un punteggio molto netto. È la prima volta che mi capita: è la classica eccezione che conferma la regola, ma sentivo che “doveva” essere presente fra quelli da ricordare del 2020. E forse potete anche immaginare di quale match si tratta.

Premesso tutto questo, arriviamo alle partite scelte. Questo martedì iniziamo con i match dalla posizione 12 alla posizione 7, la prossima settimana i primi sei della classifica.

a pagina 2: Le partite numero 12 e numero 11

Continua a leggere

Flash

Murray: “Da appassionato, non guarderei un match di cinque set dall’inizio alla fine”

Il britannico si chiede se le abitudini di consumo degli appassionati di oggi siano compatibili con la durata dei match negli Slam

Pubblicato

il

Andy Murray - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Per tutta la settimana, Andy Murray ha fatto da spalla a Gael Monfils per delle dirette di commento alle ATP Finals trasmesse in streaming su Twitch. Come sempre, il tre volte campione Slam ha espresso pareri non banali, coadiuvato anche dal format che ha incluso frequenti domande da parte dei fan.

Durante l’ultimo episodio, trasmesso ieri, è stata rivolta al britannico una domanda su uno degli argomenti più caldi degli ultimi giorni, vale a dire l’ipotesi ventilata da Novak Djokovic di ridurre la durata dei match anche negli Slam, portandoli al format due su tre con cui si svolgono tutti gli altri tornei del circuito ATP. Un po’ a sorpresa, Murray ha dato ragione al coetaneo e avversario di tante finali, ma mentre Nole ne fa una questione legata principalmente al dispendio fisico, Sir Andy usa l’esperienza dello spettatore come fattore dirimente: “Due anni fa ho commentato un match fantastico fra Nadal e Del Potro a Wimbledon, credo oltre quattro ore. Il problema è che, a meno che tu sia di persona allo stadio, non hai modo di trovare il tempo per guardarlo tutto”.

Ci sono sempre appassionati più tradizionalisti che vogliono i cinque set, ma i più giovani oggi consumano in maniera un po’ diversa, ha aggiunto. “Da giocatore ho sempre amato il tre su cinque, ma se tu guardi ai Masters 1000 negli ultimi dieci anni, i vincitori sono più o meno gli stessi degli Slam, quindi non so quanta differenza avrebbe fatto. La cosa certa è che da fan non mi siederei più a guardare un match al meglio dei cinque dall’inizio alla fine“.

 

In realtà, questo è il quinto anno di fila in cui i Big Three vincono “solo” la metà dei grandi tornei due su tre (i nove Masters 1000, ridotti a tre nel 2020, più le Finals), un dato che indica un notevole equilibrio nei match più brevi:

  • nel 2016, Djokovic 4 e Nadal 1 da una parte, Murray 4 e Cilic 1 dall’altra;
  • nel 2017, Federer 3 e Nadal 2 da una parte, Dimitrov e Zverev 2 e Sock 1 dall’altra;
  • nel 2018, Nadal 3 e Djokovic 2 da una parte, Zverev 2 e Del Potro, Isner e Khachanov 1 dall’altra;
  • nel 2019, Djokovic e Nadal 2 più 1 di Federer da una parte, Medvedev 2 e Thiem, Fognini e Tsitsipas 1 dall’altra;
  • nel 2020, i 2 di Djokovic sono stati controbilanciati dai 2 di Medvedev.

Quindi è quantomeno ragionevole ipotizzare che forse ci sarebbero stati più vincitori diversi. Infine, lo scozzese ha opinato sull’utilizzo del termine “epico” per qualsiasi incontro finito al quinto: “Tanti confondono partite lunghe per buone partite, mentre spesso non è così, anzi. Leggo spesso il termine ‘epico’ associato con la durata di un match ma non con la sua qualità. Un incontro di quattro ore e mezza può avere un tennis di livello solamente medio per buona parte della sua durata, mentre un incontro al meglio dei tre spesso ha una qualità di gioco migliore, perché i giocatori possono dare tutto per tutto il tempo, mentre a volte sui cinque set hai dei momenti in cui cerchi di conservare le energie”.

Su un’altra questione, invece, Murray ha espresso maggiore scetticismo nei confronti del punto di vista (piuttosto netto) del N.1 ATP. Lo scozzese non è infatti così sicuro che l’eliminazione dei giudici di linea sia una scelta saggia per il futuro del gioco, in quanto potenzialmente deleteria per la formazione degli arbitri: “Una delle mie preoccupazioni principali è che la gran parte dei migliori giudici di sedia ha imparato facendo prima il lavoro di giudice di linea, mentre con l’utilizzo di Hawkeye per ogni punto questa possibilità non esisterebbe più”.

Per non farsi mancare niente, infine, Murray ha detto la sua anche sul parere ribadito da Nadal anche quest’anno sull’opportunità di alternare varie superfici per il Master di fine anno, data la natura del torneo: Credo che quello di Nadal sia un commento giusto, perché è vero che le Finals sono sempre state giocate sulla stessa superficie [dal 2006 ad oggi si è sempre giocato sul cemento indoor, ndr]. Se si fosse giocato sulla terra, Rafa le avrebbe probabilmente vinte sei o sette volte”.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement