Roger non stop. Sinner, semifinale di classe. Ora rivincita con Zverev (Crivelli). Sinner, segnali di maturità (Bertellino). Becker (fallito) rifiuta l'asta sui trofei. "Li ho vinti a Wimbledon, li tengo" (Piccardi). Il dritto di Steffi Graf (Mecca). Martina risorta dagli abissi. Un sorriso contro l'anoressia (Narducci)

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Roger non stop. Sinner, semifinale di classe. Ora rivincita con Zverev (Crivelli). Sinner, segnali di maturità (Bertellino). Becker (fallito) rifiuta l’asta sui trofei. “Li ho vinti a Wimbledon, li tengo” (Piccardi). Il dritto di Steffi Graf (Mecca). Martina risorta dagli abissi. Un sorriso contro l’anoressia (Narducci)

La rassegna stampa del 24 ottobre 2020

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Roger Non Stop (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Federer, il Maestro di Basilea, ha dipinto capolavori per l’eternità, ma all’alba dei 40 anni che compirà ad agosto del 2021 e dopo una stagione, per lui, senza partite da gennaio, l’orizzonte merita uno sguardo più approfondito. Un’esplorazione nelle motivazioni e nelle condizioni atletiche e mentali approdata negli ultimi giorni alla conclusione più eccitante per lui e per i suoi milioni di tifosi in tutto il mondo: «Il ritiro è una cosa a cui penso fisiologicamente da cinque anni, ma poi decido sempre di andare avanti. Giocherò fin quando mi divertirò e soprattutto fin quando il fisico mi sosterrà. Ci vediamo in Australia». Senza pressioni Alleluja. Appena raggiunto a quota 20 da Nadal in vetta alla classifica dei plurivincitori Slam, Roger è dunque pronto a ritrovare il campo di battaglia per rintuzzare gli assalti ulteriori dello spagnolo e di Djokovic, anche se l’immagine di eroe bellicoso non gli appartiene: «Ho fatto i complimenti a Rafa perché se li meritava, vincere 13 volte il Roland Garros è un’impresa che va oltre lo sport. Ma gli Slam non diventeranno mai una guerra tra me e Nadal». In visita alla fabbrica di uno sponsor svizzero, uno di quelli che gli garantisce una fetta dei 106 milioni di euro all’anno di guadagni che ne hanno fatto lo sportivo più ricco del pianeta (fonte Forbes), Roger si è addentrato sulle sensazioni del momento, dopo che a giugno la riabilitazione dall’intervento al ginocchio destro pareva un macigno di difficile soluzione: «Il recupero sta andando bene, sono sulla strada giusta, ma ho intenzione di prendermi tutto il tempo necessario, senza mettermi pressione. Tornerò solo quando sarò totalmente in condizione e gennaio mi sembra una prospettiva ideale». Da un paio di settimane ha ripreso ad allenarsi con l’intensità che richiede la preparazione di un’altra stagione intensa: «Non posso ancora stare sul campo per più di due ore di fila, ma posso lavorare intensamente sulla condizione e sulla forza, senza avvertire dolore. Perciò non saranno necessarie altre operazioni». Insomma, il triello in stile spaghetti western con Nadal e soprattutto Djokovic è pronto ad esplodere racchette alla mano, e non più a parole come accaduto nella torrida estate del nuovo sindacato dei giocatori creato da Nole senza passare attraverso l’approvazione degli altri due: «Con Novak — confessa Federer — ci siamo sentiti l’ultima volta un paio di mesi fa, ma solo per parlare della ripresa del circuito e di come organizzare nei tornei le misure di sicurezza contro la pandemia. La posta in palio era in quel momento molto alta sia a livello sportivo sia a livello economico». I programmi In attesa di capire come maturerà la situazione politica del circuito, dall’inizio dell’anno prossimo finalmente torneranno a tuonare solo i cannoni del campo da tennis, se la pandemia stavolta risparmierà il calendario.[…] Dopo il trionfo parigino, Rafa aveva addirittura paventato l’ipotesi di fermare qui la sua stagione per ripresentarsi in Australia, ma si è fatto ingolosire da qualche prestigioso traguardo intermedio. Così, dopo il relax di questo weekend sui campi da golf, a inizio novembre giocherà il torneo di Bercy (mai vinto in carriera) dove invece non ci sarà Djokovic, con la possibilità dunque di agguantare il rivale nel numero di Masters 1000 conquistati (al momento 36 a 35 per il Djoker). Poi si concentrerà sulle Atp Finals, consapevole che l’annata monca lo porterà a Londra senza tutti quegli acciacchi che spesso gli hanno impedito di essere competitivo al Masters, guarda caso mai domato. Per questo si tratta di una perla (l’unica che gli manca, peraltro) da aggiungere volentieri alla lussuriosa collana di successi. Intanto, da lunedì, Nadal avrà eguagliato Connors per le settimane consecutive in top 10, addirittura 789, una serie iniziata il 25 aprile 2005. Ma la classifica è anche l’attuale ossessione di Djokovic, che certamente non abbandona l’idea di chiudere la carriera come recordman di Slam vinti, favorito dall’età e dalla superiore adattabilità a più superfici, e però vede ormai a tiro il primato di Federer nelle settimane trascorse al numero uno: Roger è a 310, lui a 292 e se non ci saranno scossoni il sorpasso potrebbe realizzarsi a marzo. Per questo Nole ha rinunciato a Bercy, dove non poteva aggiungere punti (avendolo vinto l’anno scorso) e si ripresenterà lunedì all’Atp 500 di Vienna, prima di trovare di nuovo Nadal e gli altri sei maestri alle Finals londinesi, dove i 1300 punti in palio saranno decisivi per cementarlo in vetta oppure renderlo attaccabile proprio dallo spagnolo. Intanto, in una conferenza stampa a Belgrado, Nole ha spaziato su presente e futuro: «Ho qualche rimpianto perché non ho vinto né a New York né a Parigi sebbene fossi in grandissima forma, ma in Francia il mio avversario mi è stato superiore. I miei obiettivi sono chiari, voglio chiudere l’anno al numero uno e battere il record di settimane in testa alla classifica, uno dei miei obiettivi più importanti». Sacra fame

Sinner, semifinale di classe. Ora rivincita con Zverev (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

[…] Non è solo la seconda semifinale di sempre in carriera un anno dopo Anversa a certificare la crescita impetuosa di Jannik Sinner, ma il modo in cui la conquista: con la freddezza del predestinato. Perché dopo un primo set in cui costruisce il suo vantaggio sulla risposta al servizio di un Simon carente di prime e sulla diagonale destra, quella del dritto del francese, l’allievo di Riccardo Piatti si affloscia improvvisamente, tramortito dagli scambi lunghi cui lo costringe il rivale, che sceglie traiettorie centrali per aprirsi il campo con il rovescio. Sinner subisce un bruciante 60 e poi va sotto 2-0 anche nel terzo, un parziale di otto game di fila che manderebbe k.o. anche giocatori ben più esperti. E invece, a 19 anni, il fenomeno di Sesto Pusteria ritrova d’incanto la prima di servizio, nonché l’aggressività e la pressione dei colpi da fondo, torna a pizzicare il dritto di Simon e malgrado qualche nervosismo di troppo (si prende anche un warning per aver dato un calcetto alla racchetta) riporta il match dalla sua parte: «Simon lo avevo visto giocare tante volte in tv è molto solido, non sbaglia niente. Nel secondo set ho iniziato a forzare un po’ troppo le soluzioni e mi sono trovato indietro di un break anche nel terzo. Ho cercato di fargli giocare più il diritto dopo che ho perso otto game di fila: la prossima volta dovrò trovare delle soluzioni prima». E stavolta non ha avuto paura di mostrare le sue emozioni: «Quando perdi tanti game di fila è difficile nascondere quello che provi». Oggi all’ora di cena (non prima delle 19, diretta Supertennis) concederà la rivincita a Sascha Zverev, battuto negli ottavi al Roland Garros con una prestazione memorabile. Il tedesco è fresco del successo di una settimana fa sullo stesso campo (Colonia ha organizzato due tornei consecutivi), ma sta mostrando qualche difficoltà di troppo con il servizio, una debolezza da sfruttare per il virtuale numero 43 del mondo (ha superato Kyrgios). Intanto Fognini, in attesa dell’esito del tampone dopo la positività a Cagliari, e Berrettini, rinunciano a Vienna da lunedì: a questo punto Matteo, per sperare in una replica al Masters, dovrà fare molta strada a Parigi Bercy.

Sinner, segnali di maturità (Roberto Bertellino, Tuttosport)

[…] Per il modo con il quale l’ha ottenuta, dopo 2 ore e 33 minuti, reagendo con la prepotenza dei colpi e la testa ad un secondo set perso 6-0, e per l’avversario contro il quale è arrivata, l’esperto francese Gilles Simon. La svolta è giunta dopo che Jannik aveva perso 8 game consecutivi, fino allo 0-2 del set finale. E’ risalito sul 2-2 e nel sesto game ha recuperato sul proprio servizio dallo 0-30. Poi break per i1 4-3 e servizio e chiusura al primo match point, sul 6-3 0-6 6-4 dopo aver annullato al transalpino alcune palle break Sta maturando, il 19enne altoatesino, perché alcuni mesi fa partite come questa le perdeva, uscendo dal confronto più sotto l’aspetto mentale che tecnico. «Sono felice per il risultato – ha detto a caldo Sinner – perché sono riuscito a riprendere un match diventato diffìcile. Dopo il primo set lui non ha più sbagliato nulla, dimostrandosi come da storia personale un autentico muro. Sono rimasto in partita, anche se la prossima volta dovrò reagire prima di subire una serie negativa di 8 game. Il punteggio del secondo set non è proprio veritiero, perché le mie occasioni le ho avute ma non sono stato bravo a concretizzarle. Lui comunque ha meritato di vincerlo e io ho esagerato cercando di forzare troppo. Ho cambiato qualcosa a quel punto, soprattutto giocandogli più sul diritto. Quando perdi così tanti game non è facile nascondere le emozioni». Il tabellino dell’incontro dimostra la capacità di Sinner di giocare bene nei momenti importanti. Sono state 4 su 5 le palle break messe a segno, contro le 5 su 21 del francese, già dimostratosi negli ottavi decisamente in palla con la vittoria contro il canadese Shapovalov. Seconda semifinale a livello ATP (dopo Anversa 2019) per l’allievo di Riccardo Piatti, che durante il match è stato autore anche di un siparietto simpatico nel primo set Chiamato allo smash sul 4-2 e servizio ha colpito la palla ma perso subito dopo la racchetta, andata a incastrarsi nella rete. Simon ha rispedito la pallina dalla parte opposta del campo incamerando il punto su un colpo di testa fuori misura e ovviamente fuori regolamento del giovane avversario. Oggi per Jannik ci sarà la semifinale contro il tedesco Alexander Zverev, n.7 del mondo che ha faticato contro il mancino francese Adrian Mannarino(6-4 6-7 6-4), facendo anche ricorso al fisioterapista in campo

Becker (fallito) rifiuta l’asta sui trofei. “Li ho vinti a Wimbledon, li tengo” (Gaia Piccardi, La Repubblica)

<<Non colpevole, vostro onore». Personaggio soavemente drammatico che sarebbe piaciuto a Bertolt Brecht, ormai protagonista assoluto della sua stessa opera da tre soldi, Boris Becker si dichiara innocente davanti alla corte di Southwark, tribunale di Londra, che gli contesta 28 accuse circostanziate relative al processo che nel 2017 aveva dichiarato la bancarotta del re bambino di Wimbledon 1985, capace di annettersi il giardino più importante del tennis mondiale a 17 anni e 227 giorni. L’accusa, in particolare, contesta all’ex campione tedesco di aver occultato beni, sia pecuniari che materiali, per impedire che venissero messi all’asta allo scopo di ripianare gli ingenti debiti: nella lista delle sue proprietà sarebbero sparite proprio la coppa di Wimbledon ’85, il trofeo cui Becker è più legato, quella del 1989, i due trofei dell’Australian Open 1991 e 1996, due President’s Cup (’85 e’89), le medaglie per i trionfi in Coppa Davis con la Germania (’88 e ’89) e l’oro olimpico vinto in doppio insieme a Michael Stich ai Giochi di Barcellona ’92.[…]. II wunder kid di Germania, insomma, il ragazzino biondo di Leimen che i tifosi tedeschi sognavano fidanzato con Steffi Graf, la valchiria dei 22 titoli del Grande Slam, da grande è diventato il bad boy inseguito dagli avvocati di mezza Europa. Già nel luglio dell’anno scorso Becker aveva accettato di vendere 82 articoli della collezione privata (i cimeli della carriera) per un totale di 765 mila euro, che però non erano bastati per risolvere tutte le pendenze. Ma i ricordi di Wimbledon, il torneo più importante ed amato, quelli non si toccano: «Sono miei, li tengo». Il tocco che aveva in campo, risultato del polso di ferro che gli permetteva di giocare le celebri volée in tuffo, Boris Becker non l’ha mai avuto per gli affari. Nel passato íl tedesco era già finito nei guai con la giustizia spagnola per i lavori di ristrutturazione della mega villa di Maiorca e con quella svizzera per non aver mai pagato il pastore che nel 2009 aveva celebrato íl matrimonio con la modella olandese Sharlely Kerssenberg, dalla quale ha avuto un figlio, Amadeus, che si aggiunge ai due avuti dalla prima compagna, Barbara Feltus, Noah e Elias, e ad Anna, la figlia concepita con Angela Ermakova durante un fugace incontro nel bagno di un sushi bar di Londra, nel periodo in cui Becker era in crisi con la prima moglie. II nuovo processo, costola della prima condanna per bancarotta, è fissato per il prossimo 13 settembre e potrebbe portare Boris Becker, che nei primi 52 anni della sua vita non si è fatto mancare niente, in carcere.

Il dritto di Steffi Graf (Giorgia Mecca, Il Foglio)

[…] Un tempo gli atleti erano belli perché erano impossibili, adesso la maschera è caduta, sono persone normali, con tutti i nostri difetti. Cristiano Ronaldo che si allena sulla cyclette è un po’ meno Cr7, così come Federica Pellegrini che racconta su Instagram le cronache del contagio ci appare sempre meno divina. La verità è che non ne possiamo più di vederli così simili a noi, non ne possiamo più di vederli invecchiare, cercare ancora un po’ di luce come se non ne avessero ricevuta abbastanza. Non ne possiamo più di non provare nostalgia. In questo panorama di sipari alzati fuori tempo massimo, Steffi Graf rappresenta una meravigliosa eccezione. L’ex tennista tedesca, numero uno al mondo per 377 settimane diede l’addio al tennis in un giorno di agosto del 1999: “Lo dico subito: è una scelta liberatoria per me. Smetto anche perché, negli ultimi tempi, dopo il torneo di Wimbledon, ho perso il piacere di giocare, mi pesava prendere l’aereo per i tornei, mi pesava essere sempre lontana da casa. Insomma, non mi divertivo già e non mi era mai capitata una cosa simile in tanti anni. Il futuro? Mah, sarà il tempo a dire quello che vorrò fare”. Da quel momento in poi Steffi è diventata Stefanie ed è uscita di scena per sempre. Ogni tanto la si vedeva sugli spalti a tifare per suo marito Andre Agassi, dopodiché è sparita alimentando desideri, benedette nostalgie per quel modo di colpire la pallina. A raccontare perfettamente la vita e la carriera di una delle più grandi sportive del Novecento è Elena Marinelli nel libro “Steffi Graf. Passione e perfezione”, appena uscito per la casa editrice 66thand2nd, il primo libro della collana Vite inattese dedicato a una donna e scritto da una donna. “Steffi è quel classico tipo di ragazza che se fosse in mezzo a una folla non noteresti mai. Ma eccola, vestita di bianco, con gambe lunghissime, la camminata leggermente ancheggiante, il mutismo dell’umiltà profonda, il cassetto biondo casuale che infila un dritto mai visto prima”. Graf è silenziosa, fredda, introversa, distaccata, forse soltanto timida. È stato suo padre Peter il primo a insegnarle come si sta in campo: regola numero : “Non farti vedere mai”.[…] L’infanzia trascorsa a giocare in salotto con papà Peter, la rinuncia alla giovinezza, la rivalità con Arantxa Sanchez Vicario e con Monica Seles, la prima volta che ha giocato e perso a Wimbledon: “Papà, promettimi che non ci torneremo mai più”. Più di mille partite, novecento delle quali vinte, tutte a caro prezzo: “Steffi Graf ha cambiato per sempre la prospettiva del tennis femminile. Ha raccontato che per vincere in quel modo unico bisogna essere unici, ma lo ha fatto senza evidente brio, senza mostrare spensieratezza, e rinunciando alla sua età. Nessuna adolescente vuole essere Steffi perchè Steffi Graf adolescente in realtà non esiste, nessuno la conosce, nessuno ci ha mai parlato”. Ogni performance che non assomigli alla perfezione, per la giocatrice tedesca assume i chiaroscuri di un fallimento. Il tennis può essere una tortura, trasforma le ragazze in mostri, in macchine da guerra. Per Steffi Graf il tennis è stato bello ed è stato troppo, per questo si è ritirata a trent’anni, senza ripensamenti e sicuramente senza rimpianti. È stata dimenticata troppo presto e senza ragione. Era ora che qualcuno ricominciasse a parlare del suo dritto. Benedetta nostalgia.

Martina risorta dagli abissi. Un sorriso contro l’anoressia (Fausto Narducci, Sportweek)

[…] La prima sveglia ce l’ha data a inizio agosto una nuotatrice vincente come Ilaria Cusinato che, in una confessione in prima persona, ha raccontato la sua battaglia contro la bulimia. Chiosando con questa frase: «Mi sono trovata di fronte a una grande montagna da scalare, la più alta di tutte: chiedere una mano». Pochi mesi dopo siamo qui a confrontarci con un problema alimentare che ha le stesse radici: l’anoressia. Ce l’ha sbattuto in faccia, quasi senza parlarne, Martina Trevisan che era uno dei tanti talenti persi prematuramente dallo sport italiano. Mentre la 27enne tennista fiorentina ci incantava con la sua scalata fino ai quarti del mitico Roland Garros e all’83° posto nel ranking Wta, ci siamo ricordati la sua storia. Quella Martina. Quella promessa, figlia di una maestra del tennis e sorella di un numero uno del tennis giovanile (Matteo) che nei primi anni Duemila aveva frequentato i Major juniores e si era affacciata al grande professionismo. Poi lo stop imposto dall’anoressia che aveva trovato terreno fertile nell’incapacità di gestire le pressioni e nei problemi familiari. Martina, con quel nome che sembra un omaggio a una regina della racchetta (Navratilova) e un allenatore dal cognome profetico (Matteo Catarsi) si era persa in un labirinto. Per sopravvivere le restavano 30 grammi di cereali e una pesca che la madre le portava ogni giorno: il corpo era diventato un avversario con un servizio imprendibile. Quattro anni e mezzo di convalescenza non possono bastarti per guarire se non hai al fianco uno psicoterapeuta bravo come Lorenzo Beltrame e una capitana che crede in te come Tathiana Garbin. Pochi si sono accorti che la leonessa stava risorgendo dagli abissi. Arrivata a Parigi senza mai aver battuto una top 60, Martina fin dalle qualificazioni ha sfoderato dalla custodia un grande sorriso e si è messa in tasca rivali che la sovrastavano in classifica (Giorgi, Gauff, Sakkari e Bertens) arrendendosi alla polacca Iga Swiatek. Dal 9 novembre la rivedremo a Linz e ci sentiremo tutti più forti.

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Fognini torna…argentino (Mastroluca)

La rassegna stampa di mercoledì 25 novembre 2020

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Fognini torna…argentino (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Una nuova partenza. Un nuovo inizio. Il “Day One” postato su Instagram ha annunciato l’avvio della collaborazione di Fabio Fognini con il coach argentino Alberto Mancini. Ex numero 8 del mondo con un nonno italiano, Mancini ha vissuto il suo anno migliore nel 1989. Vinse allora il titolo a Montecarlo, in finale su Boris Becker e gli Internazionali d’Italia di Roma salvando un match point ad Andre Agassi. Dopo i quarti di finale al Roland Garros e una serie di cinque finali perse, si ritirò a soli 25 anni. Da allenatore, ha avviato la carriera di un giovane Guillermo Coria, futuro finalista a Roma, ha seguito l’ecuadoriano Nicolas Lapentti, la statunitense Varvara Lepchenko e da ultimo l’uruguagio Pablo Cuevas fino allo US Open 2019. Dal 2006 al 2008, ha guidato da capitano la nazionale argentina di Coppa Davis. Due dolorose finali perse incorniciano il suo triennio, prima contro la Russia e poi contro la Spagna senza Rafa Nadal in casa a Mar del Plata. Termina, dunque, il rapporto con Corrado Barazzutti che manterrà il ruolo di capitano azzurro in Davis. «E’ stata una scelta condivisa – ci spiega via telefono – penso che fosse la cosa migliore per lui avere un team dedicato. Io resterò comunque a disposizione, come lo sono stato in passato per Francesca Schiavone e per tutti gli azzurri». Fognini torna così ad affidarsi a un allenatore argentino dopo Jose Perlas, con cui ha lavorato dal 2011 al 2016, e Franco Davin, con cui ha conquistato cinque titoli, compreso il trofeo più prestigioso nella sua bacheca, il Masters 1000 di Montecarlo nel 2019. Alla fine dell’anno scorso, l’annuncio della separazione decisa in autunno durante il torneo di Shanghai. Fognini sta preparando il 2021 al Tennis Club Sanremo con un occhio all’Australia, anche se le date del calendario della prossima stagione restano ancora tutte da decifrare. Proprio i tre turni superati un anno fa a Melbourne rappresentano il punto più alto di una stagione non certo accompagnata dalla luce della buona sorte. Fognini ha approfittato del lockdown per un doppio intervento chirurgico alle caviglie, è rientrato sulla tersa rossa in autunno vincendo una partita su quattro poi, alla vigilia del Forte Village Sardegna Open a Santa Margherita di Pula ha ricevuto il verdetto più temuto in questo 2020: la positività al test anti-Covid. Fognini riparte, con nuovi orizzonti e ambizioni in una stagione che promette magnifiche sorti per tutto il tennis italiano.

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Chi sarà il numero 1? “Medvedev e Thiem pronti a scalzare i mostri sacri” (Bertolucci). Smith primo maestro: “Impressionato da Sinner” (Piccardi)

La rassegna stampa di martedì 24 novembre 2020

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Chi sarà il numero 1? “Medvedev e Thiem pronti a scalzare i mostri sacri” (Paolo Bertolucci, Gazzetta dello Sport)

Quante volte ci siamo affannati nella ricerca spasmodica di un cambio generazionale al vertice del tennis mondiale che rivoluzionasse la classifica Atp? Da anni la cosiddetta Next Gen sta provando ad alzare la voce per imprimere una svolta. Fino a questo momento, però, anche se i Fab 4 hanno perso un pezzo grosso con l’uscita di Andy Murray dai palcoscenici importanti, a causa della doppia operazione alle anche, i giovani solo in rare occasioni si sono seduti al tavolo dei big. I paladini del cambiamento sono stati in particolare i vincitori delle ultime tre edizioni delle Finals, il torneo di fine stagione riservato agli otto giocatori migliori dell’anno tennistico: Grigor Dimitrov, Sascha Zverev e Stefanos Tsitsipas. Il bulgaro aveva illuso ma poi si è smarrito nell’anno successivo, tanto da retrocedere di parecchie posizioni della classifica mondiale senza mai più ritrovare lo splendore di quei giorni. Zverev, campione ad appena 21 anni due anni fa in finale contro Djokovic, si è poi complicato la vita creandosi troppe aspettative, cambiando diverse guide tecniche, compreso Ivan Lendl, e cacciandosi nei guai con problemi personali che esulano dal campo di gioco. Il greco, che si presentava quest’anno a Londra come campione in carica, anche a causa di questa particolare stagione stravolta dalla pandemia di Covid, è sembrato troppo impulsivo nella continua ricerca dell’affondo vincente e i risultati non sono stati pari alle attese. A trionfare alle Finals di quest’anno è stato Daniil Medvedev al termine di una edizione particolarmente accesa e ricca di partite che hanno tenuto con il fiato sospeso gli appassionati. Il russo, da sempre abituato a strisce vincenti, dopo una stagione altalenante è entrato in forma proprio nelle ultime fasi, sbaragliando il campo e alzando i due trofei annuali più prestigiosi a livello indoor: Parigi Bercy e, appunto, il torneo dei Maestri. Medvedev è in possesso di un gioco che può non catturare l’occhio, e che va osservato con attenzione per coglierne l’essenza. I suoi tentativi non sono mai scriteriati e poggiano su basi solide, costituite da affidabili colpi di rimbalzo dove, al preciso e ficcante rovescio, affianca uno scomposto ma solido dritto. Ricava molto dal servizio e non si tira indietro nella fase difensiva mostrando umiltà e capacità di resistenza. Pronto, quindi, per dire la sua il prossimo anno insieme a Dominic Thiem che si è costruito una carriera da giocatore completo e affidabile e già siede al terzo posto del ranking mondiale. Saranno quindi loro a guidare la pattuglia degli inseguitori che cercheranno di scalzare, se non di mettere ancor più pressione a suon di successi, a quei tre mostri sacri autori di una meravigliosa storia che sembra non finire mai […]

Smith primo maestro: “Impressionato da Sinner” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Per la generazione dei millennials è la scarpa da ginnastica più famosa del pianeta, per gli appassionati di tennis meno giovani una leggenda che orbita intorno a pochi titoli, ma buoni. Stan Smith, californiano di Pasadena, 74 anni, è stato un sublime interprete dell’arte dimenticata del doppio (con il partner Bob Lutz) e un eccellente portatore sano di gesti bianchi (due titoli Slam). […] Sono passati dieci lustri: qual è il ricordo più vivido del Master di Tokyo, Stan? «Un’enorme palestra gelata che aveva ospitato la ginnastica ai Giochi ’64 e un campo di plastica che va letteralmente in pezzi mentre gioco con Rod Laver davanti a 10 mila giapponesi. Il 14 dicembre ’70, giorno del mio compleanno, affronto Rosewall nel match decisivo (la formula era a round robin) e ricevo la cartolina di chiamata alle armi! Tanta roba tutta insieme per un ragazzo di 24 anni…». Ha conservato del cimeli? «Una bottiglia di Pepsi, che sponsorizzava il torneo: il primo premio era di 15 mila dollari, una cifra più che decente per l’epoca». Chi è stato il più forte, tra i suoi avversari? «Penso che siamo tutti d’accordo nel dire che, per conquistare due volte tutti e quattro gli Slam nello stesso anno solare, devi essere un po’ speciale. La risposta, quindi, è facile: Laver». C’è unanimità anche sul nome del più grande di sempre, Federer, secondo lei? «Oh sì. In una mia classifica di ogni tempo dopo Roger metto Rod, Djokovic e Nadal a pari merito, Sampras e Borg». Arthur Ashe, benché non abbia stravinto, è stato un personaggio rivoluzionario. Ci racconta il suo Ashe? «Molto volentieri. Arthur era un gran tennista e una persona, se possibile, ancora migliore. Il padre Arthur senior gli aveva insegnato il rispetto e lui era incapace di giudicare gli altri. Aveva carisma, empatia. A Houston non gli permisero di entrare in spogliatoio in quanto nero: lui si cambiò nel corridoio e giocò, senza un lamento. Non era accettato ma accettava le diversità». Diversità tipo le follie di quel pazzo di Nastase? «Ilie in campo faceva diventare matto anche me, poi si andava a bere una birra. Arthur marciò a Washington contro le ingiustizie, studiò perché sapeva che l’istruzione era vitale, soprattutto per lui. Un leader nato». II cambiamento più grande rispetto ai suoi tempi sono le racchette, mister Smith? «Insieme al business che ruota intorno al tennis e alla televisione, senza dubbio. Con la racchetta di legno il gioco è per forza diverso, meno potente e più lento: se non colpivi la pallina al centro perfetto dell’ovale, erano guai. Io credo che l’unico che sarebbe altrettanto vincente con il legno sia Federer. Roger gioca come giocavamo noi. Pulito». Ha sentito parlare di un certo Jannik Sinner, the Italian sensation? «Certo che sì, l’ho anche visto in azione alla tv: a New York e Parigi. Ha un tennis a tutto campo che mi ha impressionato e un buon atteggiamento. Ora che ha vinto il primo titolo Atp e che l’Italia fa il tifo per lui, determinante sarà come gestisce il successo e le attenzioni. La testa, nel tennis, è tutto. Ma non sarà una meteora: su questo mi sento di sbilanciarmi». Se potesse tornare indietro, rifarebbe tutto? Anche boicottare Wimbledon ’73? «Sì. A quel tempo pensavo che fosse la cosa giusta da fare e ne sono convinto ancora. Ha contribuito a far diventare il tour Atp quello che è oggi. Ma ci sono cose del mio passato che, potendo, cambierei: mi prenderei più cura del mio corpo, portandomi dietro un fisioterapista al tornei (cosa che non usava assolutamente: si viaggiava da soli) e giocherei meno. Da numero uno del mondo, nel ’72, chiesi troppo al mio fisico» […]

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Medvedev batte tutti. È il nuovo maestro (Crivelli). Medvedev, rimonta e trionfo tra i maestri (Scanagatta). La rivoluzione non russa. Medvedev nuovo maestro. E adesso tocca a Torino (Piccardi). Medvedev, rimonta da grande. Thiem non ha scampo (Mastroluca). È Medvedev il Maestro della rivoluzione. Trionfo con vista su Torino (Semeraro)

La vittoria di Daniil Medvedev alle ATP Finals nella rassegna di lunedì 23 novembre 2020

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Medvedev batte tutti. È il nuovo maestro (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Vazioni e musica per il nuovo Maestro. Sette giorni di lezioni di russo, una cavalcata trionfale da cosacco senza macchia e senza paura: le Finals sono di Daniil Medvedev, con il trionfo che richiama il romanticismo dei grandi romanzieri del suo paese. Perché nel 2009, quando il Masters si giocò per la prima volta alla 02 Arena di Londra, si impose Davydenko: 12 anni dopo, il torneo saluta l’ultima edizione sulle rive del Tamigi (l’anno prossimo approderà a Torino) regalando la seconda perla alla Grande Madre Russia. Apertura e chiusura. Giusto così: come un abilissimo giocatore di poker, il moscovita che a 16 anni ha messo radici in Costa Azzurra per seguire la sorella che aveva trovato lavoro in Francia, ha smascherato tutti gli avversari. Che impresa: per toccare il paradiso, Daniil ha battuto il numero uno del mondo Djokovic nel round robin, il numero 2 Nadal in semifinale e il numero 3 Thiem per il titolo. È solo il quarto di sempre dopo Becker, lo stesso Nole e Nalbandian, che però ci riuscirono in contesti meno competitivi. Un anno fa, alla prima qualificazione alle Finals, Medvedev perse tutte le partite

[…]

 

La profezia A Thiem, sconfitto dopo una battaglia durissima che ha scavallato di 42 minuti le due ore, forse saranno risuonate beffarde le parole che riservò al russo quando si affrontarono la prima volta, nel 2011, in un torneo giovanile, con lui diciottenne e fresco finalista del Roland Garros juniores e l’altro appena quindicenne con un atteggiamento da moccioso: «Forse avrai un grande futuro, ma hai bisogno di rimanere un po’ più calmo». Il futuro è adesso, in un match comandato all’inizio da Dominator, più concentrato e meno farfallone (Daniil subisce il break decisivo del primo set da 40-0), e poi sfuggitogli dal controllo quando il russo comincia a sbagliare di meno e soprattutto sfrutta la strategia a sorpresa di occupare spesso la rete (addirittura 37 attacchi), mentre da fondo la solita ragnatela scava pian piano nelle certezze dell’austriaco, che non sfrutta un paio di facili occasioni per strappare il servizio al rivale nel secondo set e allungare per la sentenza definitiva. Il tie break di Medvedev è un capolavoro (sette punti di fila da 0-2) e il terzo set diventa un’apoteosi con Thiem sempre più stanco e sfiduciato. Medvedev chiude imbattuto il mese di novembre (10-0), cogliendo il fiore fin qui più profumato della sua carriera: «Una delle più grandi emozioni della mia vita, contro un avversario formidabile che quest’anno ha vinto uno Slam. Spero che con lui ci saranno tante altre partite come questa».

[…]

Intanto, l’augurio è che le Finals non diventino per Daniil ció che al momento sono state per Dimitrov, Zverev e Tsitsipas dopo le rispettive vittorie: una sorta di maledizione che ne ha ridotto il rendimento. Del resto, che tra i possibili dominatori del decennio entrante si potesse annoverare il dinoccolato moscovita appariva piuttosto improbabile fino a tre anni fa

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Ci deve pensare coach Gilles Cervara ad annacquare la doppia personalità del pupillo, con lunghe partite a scacchi oppure alla playstation e con un questionario da compilare due volte al giorno in cui Daniil deve segnare le cose che funzionano e quelle che non vanno. È vero, a Wimbledon nel 2018 Medvedev ne combina un’altra, mimando di lanciare delle monetine a una giudice di sedia accusandola di essere venduta, ma è l’ultimo colpo di testa certificato. Lo aiuta il matrimonio con Daria, la fidanzata di una vita sposata l’anno scorso e poi il ricorso a uno psicologo. In fondo, bastava un clic e dall’agosto del 2019 il cammino dell’Orso (il suo cognome significa quello) è semplicemente formidabile, con quei suoi colpi piatti e quasi ritardati difficilissimi da leggere e un servizio miglioratissimo grazie ai test svolti in un laboratorio universitario di Rennes. Non sarà un mostro di eleganza, ma nel club dei fenomeni in pectore da ieri si è iscritto pure lui.

Medvedev, rimonta e trionfo tra i maestri (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

Le finali Atp salutano un nuovo Maestro, il 51esimo della storia del tennis, in Daniil Medvedev, il russo di 24 anni, alto un metro e 98cm, che ha battuto Dominic Thiem 46 76 64 dopo un match di quasi due ore e tre quarti. Medvedev è il sesto “Master” diverso dal 2015 quando Djokovic vinse per il secondo anno consecutivo (ed era il suo quinto trionfo) prima di Murray, Dimitrov, Zverev e Tsitsipas.

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La finale fra i due giovani killer in semifinale degli Old-Fab 2, Djokovic e Nadal, è stata all’altezza delle due splendide semifinali soprattutto per la sua incertezza, fino all’ultimo punto di un match che Medvedev, efficace quanto sgraziato, ha fatto suo dominando nel terzo set i game di servizio, ben al di là di una dozzina di ace. E’ stato un match molto tattico da parte di Thiem che ha insistito molto nel giocare rovesci tagliati per costringere l’altissimo russo a piegarsi fino a terra e soprattutto per evitare di dargli ritmo. L’austriaco, 27 anni e campione all’Us Open, nonché finalista battuto lo scorso anno da Tsitsipas, avrebbe potuto vincere in due set non si fosse mangiato una delle due palle break avute sul 3 pari del secondo set. Giocando così ha però un po’ snaturato il suo gioco. E infatti nel terzo set Medvedev ha trovato le contromisure e tutte le migliori occasioni le ha avute lui, fino a che dopo 7 pallebreak non sfruttate ha trasformato l’ottava per salire sul 4 a 2 e per non farsi più riprendere. Medvedev ha vinto tutti i match del Masters ed è il secondo russo a vincere le finali Atp dopo Davydenko nel 2009, prima edizione del torneo all’02 Arena. In questo torneo ha battuto tutti i primi 3 tennisti delle classifiche mondiali negli ultimi anni, nel round robin Djokovic, in semifinale Nadal, e in finale Thiem.

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Per Medvedev, n.4 Atp è il nono torneo vinto in carriera e certo il più importante. Thiem, n.3, aveva vinto la semifinale dell’Us Open, Medvedev aveva perso in 3 set e gli ultimi due al tiebreak dopo che però il russo aveva servito per il set.

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La rivoluzione non russa. Medvedev nuovo maestro. E adesso tocca a Torino (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Dasvidania, Londra. II maestro è russo, imprevedibile, ancora rovente dopo il successo di Parigi indoor. E ingiocabile. Daniil Sergeyevich Medvedev da Mosca, 24 anni, figlio di Sergey e Olga, economista mancato trapiantato ad Antibes, in Costa Azzurra, perché in riviera coltivasse il suo talento per il tennis, scioglie in tre set (4-6, 7-6, 6-4) l’acciaio temperato di Dominic Thiem e chiude l’era delle Atp Finals a Londra. Undici anni dopo (2009-2020), a cinquant’anni di distanza dal primo trionfo nel Master di fine anno dell’antenato Stan Smith (che si complimenta con il vincitore da Hilton Head, Carolina del Sud), Medvedev si mette in tasca il torneo riservato ai migliori otto del ranking battendo il numero uno Djokovic nel girone, il numero due Nadal in semifinale e il numero tre Thiem nell’ultimo atto.

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Il russo Davydenko aveva aperto l’era londinese e il russo Medvedev la chiude premiato da Andrea Gaudenzi, presidente italiano dell’Atp e di un tennis che ha trovato in Dominic (re dell’Us Open) e in Daniil (fresco numero 4 del ranking), più Jannik Sinner the italian sensation (che chiude la stagione n.37 del mondo a 19 anni), gli uomini in grado di aprire qualche crepa nell’epopea degli Immortali.

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Sotto i coriandoli di Londra, aspettando il primo Master italiano a Torino nel novembre 2021, si chiude una stagione frenetica e compressa, amputata di quattro mesi dal virus che ha costretto uno sport globale, ad alto tasso di voli intercontinentali, a terra. Ancora non si sa quando e dove comincerà il 2021: lo stato di Vittoria, appena uscito da un lungo lockdown, non aprirà le frontiere dell’Australia prima del primo gennaio e costringerà tutti, tennisti e staff, a una quarantena di due settimane.

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Le parole del premier Daniel Andrews, inoltre («Sono ottimista: l’Open d’Australia verrà giocato nella prima parte della prossima stagione»), lasciano supporre lo scenario di uno spostamento del primo Slam a marzo o aprile, quando le misure anti Covid, grazie al vaccino, forse saranno allentate. In questa incertezza, ognuno a casa sua. Rafa Nadal a pescare tonni a Maiorca, Novak Djokovic tra Montecarlo e Belgrado, Matteo Berrettini (se qualcuno se lo fosse scordato, il romano è sempre numero 10 del mondo) a meditar vendetta dopo un anno storto, Jannik Sinner ad irrobustire il titolo di Sofia, il primo della carriera, con una solidità in grado di competere con tutti i top-10. E Roger Federer in Svizzera a riprendere confidenza con la palla in vista di un’annata che, a 39 anni abbondantemente compiuti, somiglierà più alla tournée d’addio di una rock star che alle splendide campagne vincenti di un tempo: l’attempato maestro, operato due volte al ginocchio, non gioca un match ufficiale dalla semifinale a Melbourne persa con il Djoker.

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Medvedev, rimonta da grande. Thiem non ha scampo (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Ha sette vite, Daniil Medvedev. Si insinua nelle pieghe di una partita e la cambia un po’ alla volta. Quando l’avversario se ne accorge, è troppo tardi. Alle ATP Finals, ha sconfitto così in finale Dominic Thiem 4-6 7-6(2) 6-4. Prima, aveva battuto così Novak Djokovic e Rafa Nadal. E’ il primo a superare i primi tre giocatori del mondo in una stessa edizione delle ATP Finals. In uno stesso torneo, ci erano riusciti solo in tre prima di lui: Boris Becker nel 1994 a Stoccolma, Novak Djokovic a Montreal nel 2007 e David Nalbandian nello stesso anno a Madrid. «Che partita! E’ stata una delle mie vittorie migliori – ha detto il russo durante la cerimonia di premiazione – Ho giocato due ore e 42 minuti contro un avversario formidabile. Spero che avremo ancora match così in futura». Lo spera anche il pubblico del tennis, che ha ammirato una sfida in cui si sono visti tutti i tipi di colpi, tutte le variazioni e le sottigliezze che rendono così affascinante questo sport. LO SHOW DEI RECORD.

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Il russo ha chiuso con 37 vincenti contro 29 e più errori dell’austriaco. Ha vinto più punti, anche se di poco, negli scambi brevi e nelle battaglie più lunghe. Considerato un giocatore soprattutto difensivo, Medvedev ha preso il controllo del gioco con servizio e risposta, con le discese a rete e le accelerazioni lungolinea, molto più frequenti di quelle dell’austriaco. I 12 ace hanno fatto il resto. «Ho sempre detto prima di questo torneo che vincere a Londra sarebbe stato straordinario per me. E’ una storia incredibile – ha detto Medvedev – E’ l’ultima edizione, dopo undici anni a Londra. Qui un russo ha vinto per la prima volta, e un russo ha vinto l’ultima». La storia londinese, infatti, è iniziata con il trionfo di Nikolay Davydenko nel 2009.

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Thiem si ritrova per il secondo anno consecutivo ad accettare il premio di consolazione per il finalista sconfitto alla 02 Arena. Sognava di diventare il primo austriaco nell’albo d’oro, ha invece nuovamente scoperto quanto avesse avuto ragione anni fa. Dopo averlo battuto in un torneo junior in Croazia, infatti, diede un appropriato consiglio all’allora quattordicenne Medvedev: «Se cambi atteggiamento, avrai un grande futuro». Il russo si è calmato, ha incanalato il disordine del genio, e ha vinto. È diventato il settimo giocatore a trionfare alle ATP Finals prima di vincere uno Slam, il sesto vincitore diverso negli ultimi sei anni.

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È Medvedev il Maestro della rivoluzione. Trionfo con vista su Torino (Stefano Semeraro, La Stampa)

Gioiamo: c’è vita oltre Federer (e Nadal, e Djokovic). La buona novella arriva da Londra, dove le giocate incendiarie di Daniil Medvedev – la cosa più simile ad un antieroe dostoevskiano mai prodotta dal gioco – hanno stroncato in finale il taylorismo tennistico di Dominic Thiem (4-6 7-6 6-4). Daniil l’Orso – la traduzione del suo nome – è il sesto diverso Maestro in sei anni, in un torneo dove l’ultimo dei Fab Four ad alzare il trofeo è stato Andy Murray, nel 2016, ed è bizzarro, ma forse segretamente coerente – come ha riconosciuto lo stesso Medvedev durante la premiazione – che a chiudere l’era londinese delle Finals sia stato un russo, come russo era stato il primo a salire in cattedra alla 02 Arena, Nikolay Davydenko, vincitore nel 2009.

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La premiazione di Gaudenzi. Medvedev, con il suo efficientissimo caos biomeccanico, il rovescio da unto del signore e il fascino maudit di molte sue uscite (vedi la rissa seriale con il pubblico di New York l’anno scorso agli Us Open) ha l’aria di un apripista, di un messaggero del futuro. Non a caso a Londra, da n. 4 Atp, ha seccato tutti i tre che lo precedono: Djokovic, Nadal – in una carambolesca semifinale in cui Rafa sabato ha servito per il match – e Thiem.

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Dall’anno prossimo e per cinque anni il torneo si trasferirà a Torino, e ieri in campo si è già vista un’avanguardia italiana, Andrea Gaudenzi, presidente dell’Atp che ha officiato una premiazione un po’ desolante, viste le tribune vuote. Ma che nel 2021 spera di dover amministrare un’annata meno tragica e che sotto sotto sogna di consegnare una coppa ad un compatriota: magari Matteo Berrettini, che dopo il debutto del 2019 quest’anno era a Londra da riserva, o magari Jannik Sinner, che – lampo profetico? – ieri sera proprio durante la finale è apparso in tv da Fazio. Medvedev è piombato come una furia sulla stagione indoor, vincendo prima a Bercy e poi le Finals, dieci vittorie filate. Ha tremato con Nadal, dimostrando però corazon da rivoluzionari, e anche con Thiem in finale ha saputo rimontare con grinta.

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