Roger non stop. Sinner, semifinale di classe. Ora rivincita con Zverev (Crivelli). Sinner, segnali di maturità (Bertellino). Becker (fallito) rifiuta l'asta sui trofei. "Li ho vinti a Wimbledon, li tengo" (Piccardi). Il dritto di Steffi Graf (Mecca). Martina risorta dagli abissi. Un sorriso contro l'anoressia (Narducci)

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Roger non stop. Sinner, semifinale di classe. Ora rivincita con Zverev (Crivelli). Sinner, segnali di maturità (Bertellino). Becker (fallito) rifiuta l’asta sui trofei. “Li ho vinti a Wimbledon, li tengo” (Piccardi). Il dritto di Steffi Graf (Mecca). Martina risorta dagli abissi. Un sorriso contro l’anoressia (Narducci)

La rassegna stampa del 24 ottobre 2020

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Roger Non Stop (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Federer, il Maestro di Basilea, ha dipinto capolavori per l’eternità, ma all’alba dei 40 anni che compirà ad agosto del 2021 e dopo una stagione, per lui, senza partite da gennaio, l’orizzonte merita uno sguardo più approfondito. Un’esplorazione nelle motivazioni e nelle condizioni atletiche e mentali approdata negli ultimi giorni alla conclusione più eccitante per lui e per i suoi milioni di tifosi in tutto il mondo: «Il ritiro è una cosa a cui penso fisiologicamente da cinque anni, ma poi decido sempre di andare avanti. Giocherò fin quando mi divertirò e soprattutto fin quando il fisico mi sosterrà. Ci vediamo in Australia». Senza pressioni Alleluja. Appena raggiunto a quota 20 da Nadal in vetta alla classifica dei plurivincitori Slam, Roger è dunque pronto a ritrovare il campo di battaglia per rintuzzare gli assalti ulteriori dello spagnolo e di Djokovic, anche se l’immagine di eroe bellicoso non gli appartiene: «Ho fatto i complimenti a Rafa perché se li meritava, vincere 13 volte il Roland Garros è un’impresa che va oltre lo sport. Ma gli Slam non diventeranno mai una guerra tra me e Nadal». In visita alla fabbrica di uno sponsor svizzero, uno di quelli che gli garantisce una fetta dei 106 milioni di euro all’anno di guadagni che ne hanno fatto lo sportivo più ricco del pianeta (fonte Forbes), Roger si è addentrato sulle sensazioni del momento, dopo che a giugno la riabilitazione dall’intervento al ginocchio destro pareva un macigno di difficile soluzione: «Il recupero sta andando bene, sono sulla strada giusta, ma ho intenzione di prendermi tutto il tempo necessario, senza mettermi pressione. Tornerò solo quando sarò totalmente in condizione e gennaio mi sembra una prospettiva ideale». Da un paio di settimane ha ripreso ad allenarsi con l’intensità che richiede la preparazione di un’altra stagione intensa: «Non posso ancora stare sul campo per più di due ore di fila, ma posso lavorare intensamente sulla condizione e sulla forza, senza avvertire dolore. Perciò non saranno necessarie altre operazioni». Insomma, il triello in stile spaghetti western con Nadal e soprattutto Djokovic è pronto ad esplodere racchette alla mano, e non più a parole come accaduto nella torrida estate del nuovo sindacato dei giocatori creato da Nole senza passare attraverso l’approvazione degli altri due: «Con Novak — confessa Federer — ci siamo sentiti l’ultima volta un paio di mesi fa, ma solo per parlare della ripresa del circuito e di come organizzare nei tornei le misure di sicurezza contro la pandemia. La posta in palio era in quel momento molto alta sia a livello sportivo sia a livello economico». I programmi In attesa di capire come maturerà la situazione politica del circuito, dall’inizio dell’anno prossimo finalmente torneranno a tuonare solo i cannoni del campo da tennis, se la pandemia stavolta risparmierà il calendario.[…] Dopo il trionfo parigino, Rafa aveva addirittura paventato l’ipotesi di fermare qui la sua stagione per ripresentarsi in Australia, ma si è fatto ingolosire da qualche prestigioso traguardo intermedio. Così, dopo il relax di questo weekend sui campi da golf, a inizio novembre giocherà il torneo di Bercy (mai vinto in carriera) dove invece non ci sarà Djokovic, con la possibilità dunque di agguantare il rivale nel numero di Masters 1000 conquistati (al momento 36 a 35 per il Djoker). Poi si concentrerà sulle Atp Finals, consapevole che l’annata monca lo porterà a Londra senza tutti quegli acciacchi che spesso gli hanno impedito di essere competitivo al Masters, guarda caso mai domato. Per questo si tratta di una perla (l’unica che gli manca, peraltro) da aggiungere volentieri alla lussuriosa collana di successi. Intanto, da lunedì, Nadal avrà eguagliato Connors per le settimane consecutive in top 10, addirittura 789, una serie iniziata il 25 aprile 2005. Ma la classifica è anche l’attuale ossessione di Djokovic, che certamente non abbandona l’idea di chiudere la carriera come recordman di Slam vinti, favorito dall’età e dalla superiore adattabilità a più superfici, e però vede ormai a tiro il primato di Federer nelle settimane trascorse al numero uno: Roger è a 310, lui a 292 e se non ci saranno scossoni il sorpasso potrebbe realizzarsi a marzo. Per questo Nole ha rinunciato a Bercy, dove non poteva aggiungere punti (avendolo vinto l’anno scorso) e si ripresenterà lunedì all’Atp 500 di Vienna, prima di trovare di nuovo Nadal e gli altri sei maestri alle Finals londinesi, dove i 1300 punti in palio saranno decisivi per cementarlo in vetta oppure renderlo attaccabile proprio dallo spagnolo. Intanto, in una conferenza stampa a Belgrado, Nole ha spaziato su presente e futuro: «Ho qualche rimpianto perché non ho vinto né a New York né a Parigi sebbene fossi in grandissima forma, ma in Francia il mio avversario mi è stato superiore. I miei obiettivi sono chiari, voglio chiudere l’anno al numero uno e battere il record di settimane in testa alla classifica, uno dei miei obiettivi più importanti». Sacra fame

Sinner, semifinale di classe. Ora rivincita con Zverev (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

[…] Non è solo la seconda semifinale di sempre in carriera un anno dopo Anversa a certificare la crescita impetuosa di Jannik Sinner, ma il modo in cui la conquista: con la freddezza del predestinato. Perché dopo un primo set in cui costruisce il suo vantaggio sulla risposta al servizio di un Simon carente di prime e sulla diagonale destra, quella del dritto del francese, l’allievo di Riccardo Piatti si affloscia improvvisamente, tramortito dagli scambi lunghi cui lo costringe il rivale, che sceglie traiettorie centrali per aprirsi il campo con il rovescio. Sinner subisce un bruciante 60 e poi va sotto 2-0 anche nel terzo, un parziale di otto game di fila che manderebbe k.o. anche giocatori ben più esperti. E invece, a 19 anni, il fenomeno di Sesto Pusteria ritrova d’incanto la prima di servizio, nonché l’aggressività e la pressione dei colpi da fondo, torna a pizzicare il dritto di Simon e malgrado qualche nervosismo di troppo (si prende anche un warning per aver dato un calcetto alla racchetta) riporta il match dalla sua parte: «Simon lo avevo visto giocare tante volte in tv è molto solido, non sbaglia niente. Nel secondo set ho iniziato a forzare un po’ troppo le soluzioni e mi sono trovato indietro di un break anche nel terzo. Ho cercato di fargli giocare più il diritto dopo che ho perso otto game di fila: la prossima volta dovrò trovare delle soluzioni prima». E stavolta non ha avuto paura di mostrare le sue emozioni: «Quando perdi tanti game di fila è difficile nascondere quello che provi». Oggi all’ora di cena (non prima delle 19, diretta Supertennis) concederà la rivincita a Sascha Zverev, battuto negli ottavi al Roland Garros con una prestazione memorabile. Il tedesco è fresco del successo di una settimana fa sullo stesso campo (Colonia ha organizzato due tornei consecutivi), ma sta mostrando qualche difficoltà di troppo con il servizio, una debolezza da sfruttare per il virtuale numero 43 del mondo (ha superato Kyrgios). Intanto Fognini, in attesa dell’esito del tampone dopo la positività a Cagliari, e Berrettini, rinunciano a Vienna da lunedì: a questo punto Matteo, per sperare in una replica al Masters, dovrà fare molta strada a Parigi Bercy.

Sinner, segnali di maturità (Roberto Bertellino, Tuttosport)

[…] Per il modo con il quale l’ha ottenuta, dopo 2 ore e 33 minuti, reagendo con la prepotenza dei colpi e la testa ad un secondo set perso 6-0, e per l’avversario contro il quale è arrivata, l’esperto francese Gilles Simon. La svolta è giunta dopo che Jannik aveva perso 8 game consecutivi, fino allo 0-2 del set finale. E’ risalito sul 2-2 e nel sesto game ha recuperato sul proprio servizio dallo 0-30. Poi break per i1 4-3 e servizio e chiusura al primo match point, sul 6-3 0-6 6-4 dopo aver annullato al transalpino alcune palle break Sta maturando, il 19enne altoatesino, perché alcuni mesi fa partite come questa le perdeva, uscendo dal confronto più sotto l’aspetto mentale che tecnico. «Sono felice per il risultato – ha detto a caldo Sinner – perché sono riuscito a riprendere un match diventato diffìcile. Dopo il primo set lui non ha più sbagliato nulla, dimostrandosi come da storia personale un autentico muro. Sono rimasto in partita, anche se la prossima volta dovrò reagire prima di subire una serie negativa di 8 game. Il punteggio del secondo set non è proprio veritiero, perché le mie occasioni le ho avute ma non sono stato bravo a concretizzarle. Lui comunque ha meritato di vincerlo e io ho esagerato cercando di forzare troppo. Ho cambiato qualcosa a quel punto, soprattutto giocandogli più sul diritto. Quando perdi così tanti game non è facile nascondere le emozioni». Il tabellino dell’incontro dimostra la capacità di Sinner di giocare bene nei momenti importanti. Sono state 4 su 5 le palle break messe a segno, contro le 5 su 21 del francese, già dimostratosi negli ottavi decisamente in palla con la vittoria contro il canadese Shapovalov. Seconda semifinale a livello ATP (dopo Anversa 2019) per l’allievo di Riccardo Piatti, che durante il match è stato autore anche di un siparietto simpatico nel primo set Chiamato allo smash sul 4-2 e servizio ha colpito la palla ma perso subito dopo la racchetta, andata a incastrarsi nella rete. Simon ha rispedito la pallina dalla parte opposta del campo incamerando il punto su un colpo di testa fuori misura e ovviamente fuori regolamento del giovane avversario. Oggi per Jannik ci sarà la semifinale contro il tedesco Alexander Zverev, n.7 del mondo che ha faticato contro il mancino francese Adrian Mannarino(6-4 6-7 6-4), facendo anche ricorso al fisioterapista in campo

Becker (fallito) rifiuta l’asta sui trofei. “Li ho vinti a Wimbledon, li tengo” (Gaia Piccardi, La Repubblica)

<<Non colpevole, vostro onore». Personaggio soavemente drammatico che sarebbe piaciuto a Bertolt Brecht, ormai protagonista assoluto della sua stessa opera da tre soldi, Boris Becker si dichiara innocente davanti alla corte di Southwark, tribunale di Londra, che gli contesta 28 accuse circostanziate relative al processo che nel 2017 aveva dichiarato la bancarotta del re bambino di Wimbledon 1985, capace di annettersi il giardino più importante del tennis mondiale a 17 anni e 227 giorni. L’accusa, in particolare, contesta all’ex campione tedesco di aver occultato beni, sia pecuniari che materiali, per impedire che venissero messi all’asta allo scopo di ripianare gli ingenti debiti: nella lista delle sue proprietà sarebbero sparite proprio la coppa di Wimbledon ’85, il trofeo cui Becker è più legato, quella del 1989, i due trofei dell’Australian Open 1991 e 1996, due President’s Cup (’85 e’89), le medaglie per i trionfi in Coppa Davis con la Germania (’88 e ’89) e l’oro olimpico vinto in doppio insieme a Michael Stich ai Giochi di Barcellona ’92.[…]. II wunder kid di Germania, insomma, il ragazzino biondo di Leimen che i tifosi tedeschi sognavano fidanzato con Steffi Graf, la valchiria dei 22 titoli del Grande Slam, da grande è diventato il bad boy inseguito dagli avvocati di mezza Europa. Già nel luglio dell’anno scorso Becker aveva accettato di vendere 82 articoli della collezione privata (i cimeli della carriera) per un totale di 765 mila euro, che però non erano bastati per risolvere tutte le pendenze. Ma i ricordi di Wimbledon, il torneo più importante ed amato, quelli non si toccano: «Sono miei, li tengo». Il tocco che aveva in campo, risultato del polso di ferro che gli permetteva di giocare le celebri volée in tuffo, Boris Becker non l’ha mai avuto per gli affari. Nel passato íl tedesco era già finito nei guai con la giustizia spagnola per i lavori di ristrutturazione della mega villa di Maiorca e con quella svizzera per non aver mai pagato il pastore che nel 2009 aveva celebrato íl matrimonio con la modella olandese Sharlely Kerssenberg, dalla quale ha avuto un figlio, Amadeus, che si aggiunge ai due avuti dalla prima compagna, Barbara Feltus, Noah e Elias, e ad Anna, la figlia concepita con Angela Ermakova durante un fugace incontro nel bagno di un sushi bar di Londra, nel periodo in cui Becker era in crisi con la prima moglie. II nuovo processo, costola della prima condanna per bancarotta, è fissato per il prossimo 13 settembre e potrebbe portare Boris Becker, che nei primi 52 anni della sua vita non si è fatto mancare niente, in carcere.

Il dritto di Steffi Graf (Giorgia Mecca, Il Foglio)

[…] Un tempo gli atleti erano belli perché erano impossibili, adesso la maschera è caduta, sono persone normali, con tutti i nostri difetti. Cristiano Ronaldo che si allena sulla cyclette è un po’ meno Cr7, così come Federica Pellegrini che racconta su Instagram le cronache del contagio ci appare sempre meno divina. La verità è che non ne possiamo più di vederli così simili a noi, non ne possiamo più di vederli invecchiare, cercare ancora un po’ di luce come se non ne avessero ricevuta abbastanza. Non ne possiamo più di non provare nostalgia. In questo panorama di sipari alzati fuori tempo massimo, Steffi Graf rappresenta una meravigliosa eccezione. L’ex tennista tedesca, numero uno al mondo per 377 settimane diede l’addio al tennis in un giorno di agosto del 1999: “Lo dico subito: è una scelta liberatoria per me. Smetto anche perché, negli ultimi tempi, dopo il torneo di Wimbledon, ho perso il piacere di giocare, mi pesava prendere l’aereo per i tornei, mi pesava essere sempre lontana da casa. Insomma, non mi divertivo già e non mi era mai capitata una cosa simile in tanti anni. Il futuro? Mah, sarà il tempo a dire quello che vorrò fare”. Da quel momento in poi Steffi è diventata Stefanie ed è uscita di scena per sempre. Ogni tanto la si vedeva sugli spalti a tifare per suo marito Andre Agassi, dopodiché è sparita alimentando desideri, benedette nostalgie per quel modo di colpire la pallina. A raccontare perfettamente la vita e la carriera di una delle più grandi sportive del Novecento è Elena Marinelli nel libro “Steffi Graf. Passione e perfezione”, appena uscito per la casa editrice 66thand2nd, il primo libro della collana Vite inattese dedicato a una donna e scritto da una donna. “Steffi è quel classico tipo di ragazza che se fosse in mezzo a una folla non noteresti mai. Ma eccola, vestita di bianco, con gambe lunghissime, la camminata leggermente ancheggiante, il mutismo dell’umiltà profonda, il cassetto biondo casuale che infila un dritto mai visto prima”. Graf è silenziosa, fredda, introversa, distaccata, forse soltanto timida. È stato suo padre Peter il primo a insegnarle come si sta in campo: regola numero : “Non farti vedere mai”.[…] L’infanzia trascorsa a giocare in salotto con papà Peter, la rinuncia alla giovinezza, la rivalità con Arantxa Sanchez Vicario e con Monica Seles, la prima volta che ha giocato e perso a Wimbledon: “Papà, promettimi che non ci torneremo mai più”. Più di mille partite, novecento delle quali vinte, tutte a caro prezzo: “Steffi Graf ha cambiato per sempre la prospettiva del tennis femminile. Ha raccontato che per vincere in quel modo unico bisogna essere unici, ma lo ha fatto senza evidente brio, senza mostrare spensieratezza, e rinunciando alla sua età. Nessuna adolescente vuole essere Steffi perchè Steffi Graf adolescente in realtà non esiste, nessuno la conosce, nessuno ci ha mai parlato”. Ogni performance che non assomigli alla perfezione, per la giocatrice tedesca assume i chiaroscuri di un fallimento. Il tennis può essere una tortura, trasforma le ragazze in mostri, in macchine da guerra. Per Steffi Graf il tennis è stato bello ed è stato troppo, per questo si è ritirata a trent’anni, senza ripensamenti e sicuramente senza rimpianti. È stata dimenticata troppo presto e senza ragione. Era ora che qualcuno ricominciasse a parlare del suo dritto. Benedetta nostalgia.

Martina risorta dagli abissi. Un sorriso contro l’anoressia (Fausto Narducci, Sportweek)

[…] La prima sveglia ce l’ha data a inizio agosto una nuotatrice vincente come Ilaria Cusinato che, in una confessione in prima persona, ha raccontato la sua battaglia contro la bulimia. Chiosando con questa frase: «Mi sono trovata di fronte a una grande montagna da scalare, la più alta di tutte: chiedere una mano». Pochi mesi dopo siamo qui a confrontarci con un problema alimentare che ha le stesse radici: l’anoressia. Ce l’ha sbattuto in faccia, quasi senza parlarne, Martina Trevisan che era uno dei tanti talenti persi prematuramente dallo sport italiano. Mentre la 27enne tennista fiorentina ci incantava con la sua scalata fino ai quarti del mitico Roland Garros e all’83° posto nel ranking Wta, ci siamo ricordati la sua storia. Quella Martina. Quella promessa, figlia di una maestra del tennis e sorella di un numero uno del tennis giovanile (Matteo) che nei primi anni Duemila aveva frequentato i Major juniores e si era affacciata al grande professionismo. Poi lo stop imposto dall’anoressia che aveva trovato terreno fertile nell’incapacità di gestire le pressioni e nei problemi familiari. Martina, con quel nome che sembra un omaggio a una regina della racchetta (Navratilova) e un allenatore dal cognome profetico (Matteo Catarsi) si era persa in un labirinto. Per sopravvivere le restavano 30 grammi di cereali e una pesca che la madre le portava ogni giorno: il corpo era diventato un avversario con un servizio imprendibile. Quattro anni e mezzo di convalescenza non possono bastarti per guarire se non hai al fianco uno psicoterapeuta bravo come Lorenzo Beltrame e una capitana che crede in te come Tathiana Garbin. Pochi si sono accorti che la leonessa stava risorgendo dagli abissi. Arrivata a Parigi senza mai aver battuto una top 60, Martina fin dalle qualificazioni ha sfoderato dalla custodia un grande sorriso e si è messa in tasca rivali che la sovrastavano in classifica (Giorgi, Gauff, Sakkari e Bertens) arrendendosi alla polacca Iga Swiatek. Dal 9 novembre la rivedremo a Linz e ci sentiremo tutti più forti.

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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