Andreescu scrive a Billie Jean King e alle 'Original 9' a 50 anni dal torneo che lanciò la WTA

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Andreescu scrive a Billie Jean King e alle ‘Original 9’ a 50 anni dal torneo che lanciò la WTA

La tennista canadese ha affidato a BBC Sport una lettera aperta per ringraziare le pioniere che hanno reso il tennis lo sport più redditizio per le atlete

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Bianca Andreescu e Billie Jean King - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Qui il link all’articolo contenente la lettera originale


Cinquant’anni fa, per la precisione il 23 settembre del 1970, nove tenniste – Peaches Bartkowicz, Rosie Casals, Judy Dalton, Julie Heldman, Billie Jean King, Kerry Melville Reid, Kristy Pigeon, Nancy Richey e Valerie Ziegenfuss (potete leggere qui le loro storie, ndt) – si inimicarono l’establishment del tennis iscrivendosi a un nuovo torneo, il Virginia Slims Invitational di Houston, e firmando un contratto da un dollaro che le rese le prime tenniste professioniste.

Nonostante la minaccia di essere bandite dagli Slam, presero l’iniziativa per cercare di incrementare i guadagni e le opportunità per le tenniste. Le loro azioni portarono alla creazione del Virginia Slims Circuit (oggi WTA Tour), e poi in seguito a montepremi uguali a quelli degli uomini nei tornei del Grande Slam e in altri eventi, rendendo il tennis uno degli sport più egalitari – le abbiamo celebrate in una serie di pezzi, iniziando da questo ripreso da un racconto pubblicato sul sito della WTA.

 

Pur ferma per infortunio da quasi un anno, la campionessa dello US Open 2019 Bianca Andreescu ha voluto tributare loro un omaggio, vergando una lettera aperta sul sito della sezione sportiva della BBC. Trovate la traduzione di seguito.

Care “Original 9”,
senza le vostre azioni coraggiose, la vostra visione, e la vostra determinazione per realizzare un futuro migliore per il tennis femminile, oggi non saremmo qui. Quando ho sollevato il trofeo dello US Open l’anno scorso e ho ricevuto l’assegno riservato alla vincitrice, sono stata consapevole da subito che è in gran parte grazie a voi ed alla vostra incredibile temerarietà se ho ricevuto la stessa cifra del campione del torneo maschile. A 15 anni, per la prima volta ho compilato un assegno (finto!) dello US Open a mio nome. Ogni anno guardavo il montepremi e, comprendendo il sacrificio che era stato fatto per assicurare che fosse uguale ai guadagni degli uomini, mi sentivo molto più stimolata a continuare a lavorare per realizzare il mio sogno di vincere quel torneo. Partecipare e vincerlo per davvero nel 2019 è stato incredibile. Questo è stato possibile solo grazie a voi nove.


Avevo 11 anni quando ho scoperto che, nell’estate del 1970, le giocatrici di tennis venivano pagate solo un ottavo di quanto erano pagati gli uomini – e a volte anche meno. Inoltre, avendo anche molte meno opportunità di giocare sui grandi palcoscenici, non c’è da meravigliarsi che vi foste sentite respinte dal gioco che amavate. Anche se le probabilità erano contro di voi, voi nove avete avuto abbastanza fiducia in voi stesse e l’un l’altra da firmare contratti da un dollaro con l’editrice Gladys Heldman, un’altra pioniera a pieno titolo, per competere in un torneo che avrebbe potuto distruggere le vostre carriere tennistiche.

È difficile immaginare ora che l’establishment tennistico, dominato dagli uomini, abbia minacciato di vietarvi non solo di giocare gli Slam, ma anche le competizioni a squadre come la Fed Cup (oggi è uno dei miei eventi preferiti da giocare) e di privarvi del vostro ranking a livello nazionale per aver giocato nel nuovo torneo Virginia Slims Invitational organizzato a Houston. Ma i vostri sogni erano molto più grandi delle classifiche e dei Grandi Slam. Avete deciso di rendere lo sport, e di riflesso il mondo, un posto migliore e più equo per le donne. I vostri obiettivi erano chiari: che qualsiasi ragazza di qualsiasi luogo avrebbe avuto un posto dove competere. Che le donne sarebbero state apprezzate per i loro risultati, non solo per il loro aspetto. E che sarebbero in grado di guadagnarsi da vivere giocando a tennis a livello professionistico.

Bianca Andreescu – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Sono molto grata a tutti coloro che hanno reso l’evento di Houston un successo, grazie al quale abbiamo assistito al lancio del primo vero circuito femminile nel 1971 e più avanti, nel 1973, alla fondazione della WTA durante una riunione organizzata a Londra con oltre 60 giocatrici, poco prima di Wimbledon. Mi piace pensare che forse altre donne venute successivamente avrebbero fatto la stessa cosa, ma il punto è che voi avete fatto il balzo più grande, lo avete fatto per prime, e la vostra generazione ha ispirato la mia a continuare a lottare e battersi per il cambiamento.

Al giorno d’oggi, abbiamo più strumenti a nostra disposizione, come i social media, per aiutare a sostenere ciò in cui crediamo. Cambiamenti culturali e dei media hanno messo a disposizione di atleti e celebrità una piattaforma globale che ha consentito conversazioni significative, che altrimenti non sarebbero state possibili, incentrate sul bisogno di cambiamento e di uguaglianza. Quello che abbiamo visto fare a Naomi Osaka qualche settimana fa, quando ha deciso di non giocare una partita per protestare contro l’ingiustizia razziale, è incredibile, così come lo è stato il coinvolgente discorso di Coco Gauff durante una protesta di Black Lives Matter per chiedere il cambiamento.

Con le vostre esperienze come esempio, la prossima generazione – la mia generazione – di giovani donne sta assumendo il comando, usando le nostre piattaforme per parlare di ciò in cui crediamo mettendosi in gioco, indipendentemente da quale sarà il risultato o la reazione. La vostra leadership ha gettato delle potenti basi affinché tutti noi possiamo far sentire la nostra voce. Billie, quando ho avuto la fortuna di conoscerti l’anno scorso, ti ho chiesto quale fosse il tuo più grande risultato e tu hai risposto: “Ottenere lo stesso montepremi per il tennis femminile”. Ma hai anche chiarito che la lotta non era finita. Mi hai detto che avrei potuto continuarla, diffondendo maggiore consapevolezza sulle questioni che ci stanno a cuore durante le interviste e sui social media.

L’uguaglianza è un lavoro in corso d’opera, e c’è ancora molto margine di miglioramento. Se continuiamo tutti a fare la nostra parte e a difendere ciò in cui crediamo, le cose si evolveranno e si avrà un cambiamento. Ad esempio, al di fuori dei tornei del Grande Slam e di alcuni degli altri tornei più importanti, il prize money è rimasto disuguale, e il tour maschile ha ancora più tornei di quello femminile. Prometto di usare le mie piattaforme e la mia voce per incoraggiare questo necessario cambiamento. In ogni caso, abbiamo un grosso debito di gratitudine verso voi nove donne straordinarie, che eravate pronte ad un salto nel vuoto per fare in modo che le ragazze e le donne come me avessero la possibilità di sognare in grande e portare a casa dei risultati.

Sollevare il trofeo dello US Open è stata una sensazione incredibile, che mette in soggezione – e lo sarà di nuovo questo fine settimana per la donna che vincerà il titolo sabato
[la lettera è stata scritta durante il torneo, ndr]. E quindi per questa opportunità, e per tutte le altre barriere abbattute lungo il percorso, devo dire grazie a Peaches, Rosie, Judy, Julie, Billie Jean, Kerry, Kristy, Nancy e Valerie – e a tutte le giocatrici visionarie che vi hanno seguito – per aver reso il tennis femminile la storia di successo internazionale che è oggi. Cordialmente, B.”

Traduzione a cura di Giuseppe Di Paola

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Il rinascimento del tennis italiano

Martucci ricorda e Bertolucci pennella. Sull’onda prospettica della nouvelle vague italiana è giunto il momento di rileggere con serenità gli ultimi quarant’anni del tennis italiano, una ricchissima zona grigia posta tra Panatta-Barazzutti-Bertolucci e Sinner-Berrettini-Musetti

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Jannik Sinner e Lorenzo Musetti - Roma 2019 (foto Felice Calabrò)

Martucci V. Bertolucci P.., Il rinascimento del tennis italiano, Pendragon, Bologna, 2020, pp. 204.

Negli studi filosofici e sociali più evoluti il passato non è solo una porta chiusa o una cosa irreversibile posta dietro di noi ma un oggetto plastico paradossalmente modificabile solo dal presente. Per farla breve quello che sembrerebbe un piccolo rinascimento italiano con la racchetta, sostenuto dai risultati e più ancora dalle promesse dei vari Musetti, Sinner, Berrettini, Sonego e Cecchinato ci permette finalmente uno sguardo sereno sugli ultimi quarant’anni di tennis tricolore. Per chi l’ha vissuto un medioevo infinito, cominciato con l’uscita di scena di Panatta, che sembrava non dover finire mai. Quasi una maledizione. Chi ha un’età compresa tra i zero e cinquant’anni anni sa di cosa parlo.

Mentre francesi, svizzeri, argentini, slavi, russi, brasiliani, spagnoli ecc, si dividevano gli Slam, noi solo qualche raro torneo minore o al massimo esaltazioni per qualche partita di Davis. Ovviamente si parla del tennis maschile, perché quello femminile, col quale si apre la rilettura degli ultimi 40 anni di tennis italiano di Martucci e Bertolucci, è invece una pagina straordinaria che probabilmente ha avuto effetti notevoli anche negli uomini. Partendo dalla generazione Reggi, Cecchini e Farina, le ragazze hanno indicato la strada: lavoro duro, respiro internazionale e tagliare il cordone ombelicale dei centri federali. Un gruppo solido di ragazze che facendo gruppo, come nel ciclismo, alzano l’asticella reciproca arrivando vicino alle migliori.

In questo clima di sana competizione piovono lampi di luce nel buio medioevo italiano. L’indimenticabile partita di Laura Golarsa a Wimbledon a due punti dall’immortalità, Linda Ferrando che a suon di volèe elimina Monica Seles, gli exploit romani del tennis celebrale di Adriana Serra Zanetti, fino alla sintesi di quella generazione, il numero 11 del mondo raggiunto in tarda età da Silvia Farina “elegante nei movimenti, pulita nelle esecuzioni, forse troppo femminile nell’animo” per dirla con le parole di Bertolucci. È un gruppo che lascerà ambizioni e metodo alla generazione successiva, quella irripetibile che ci farà commuovere davanti agli occhi smarriti di Francesca Schiavone a Parigi e al miracolo Newyorkese in cui due ragazze pugliesi salgono in cima al mondo nello Slam più duro, mentre, per quanto riguarda il gradino più alto a squadre, quelle ragazze con l’aggiunta di Sara Errani domineranno la scena per un decennio.

Quel patrimonio etico, quell’attitudine, arriverà fino all’attuale generazione rinascimentale con i vari Sinner o Berretini, o Musetti che ormai hanno reciso quell’ombra di provincialità squisitamente politica che tanto ha pesato nel tennis italiano. In mezzo, come dicevo il Medioevo, due generazioni di incompiuti che riletti senza l’angoscia della maledizione risultano oggi molto più interessanti di quanto ci sono sembrati in sincrono. È la parte più corposa del libro. La cronaca delle carriere, le analisi caratteriali e le pennellate descrittive di Bertolucci, si confondono con la mia biografia e con la mia passione smodata verso gli eroi “just for one day”.

Le precise pagine di Martucci e Bertolucci diventano dei trampolini per la mia memoria e mi rivedo con gli occhi umidi davanti a quella fotocopia artigianale di McEnroe che risponde al nome di Gianluca Pozzi, il cavaliere bianco venuto dalla provincia che ha fatto un patto con il dio del tennis: se non tirerai mai, ma proprio mai un rovescio in top io ti trasformo in un mc in bianco e nero. Se vi sembra eccessivo chiedere ad Agassi. O mi vedo con gli occhi di mia madre mentre mi guarda stupita saltare sul divano in sincrono con i turborovesci di NeuroCané che hanno spaventato Lendl a Wimbledon e mandato in manicomio Wilander. Perché il medioevo tennistico italiano è stato questo, se c’era un gran dritto non c’era rovescio, se c’erano dritto e rovescio le gambe erano di pietra, se c’erano anche le gambe il problema era nella testa.

Il medioevo italiano è un lungo elenco di curiosissimi giocatori a cui mancava sempre un pezzettino per fare bingo. A me piacevano per questo e me li ricordo così: Bum Bum Camporese che non si spettinava nemmeno nella galleria del vento, con servizio e dritto al fulmicotone e le gambotte di mia nonna. Uno che ha fatto stare il Bum Bum vero per cinque ore e cinque set in campo. Mosé Navarra, bello come un attore che nei giorni buoni poteva giocare come McEnroe, solo che quei giorni non sono mai arrivati. Diego Nargiso con un servizio e volée perfette per l’erba ma aperture così ampie nei fondamentali buone solo per la sabbia. Cristiano Caratti con il suo stupendo schiaffo al volo di rovescio, uno che sapeva fare tutto, ma pesava 28 chili.

Furlan che non ha mai sorriso in vita sua. Pescosolido che a 50 anni gioca meglio che a trenta. Sanguinetti con un rovescio simile a Mecir e l’aria perenne di uno studente del college al primo esame. Il libro in realtà è quasi filmico o documentaristico nel suo incedere preciso, ma io i nostri eroi just for one day me li ricordo così: Bracciali servizio da dio, risposta da dio, volée da dio e ancora non ha capito come ha fatto a vincere solo un torneo. Gaudenzi, troppo intelligente per essere anche fortunato. Starace schiena di vetro, palla corta di dritto e le partite migliori con Nadal su terra rossa in cui la sconfitta era sicura. Volandri intimamente convinto che il cemento fosse sinonimo di criptonite, insomma un enorme affresco cubista in cui c’era sempre qualcosa fuoriposto e che troverà la sintesi di questo vorrei ma non posso in Fognini, il talento più brillante dai tempi di Panatta, uno che può vincere, e ha vinto con tutti, ma proprio tutti, ma che ha sempre perso la partita successiva.

Fognini rappresenta l’anello di congiunzione con la generazione del rinascimento. Accanto a lui Lorenzi che ha cominciato a vincere quando gli altri andavano in pensione, Bolelli che schioccava la palla come Federer e in cambio il solito dio cattivo non gli ha mai consentito di vincere tre partite di seguito e infine il rispettabilissimo e rispettatissimo Andreas Seppi, il vero alter ego di Fognini, la sua metà mancante, il calco del professionista che incuberà la successiva generazione che ha visto il vagito, o la fine della maledizione, nella semifinale di Parigi di Cecchinato. Come per incanto subito dopo è arrivato Berrettini, la cui intelligenza e voglia di migliorare compensa un rovescio non all’altezza del drittone e del servizio killer, e nemmeno il tempo di esaltarci che i progressi dell’albatros Sinner (sgraziato quando cammina, fluidissimo quando colpisce), Musetti e Sonego sembrano spalancare orizzonti innominabili fino a poco tempo fa.

Dietro la carrellata di tennisti c’è sullo sfondo la questione politica, una patata bollente che ha pesato come un macigno negli anni della maledizione, tra boicottaggi Davis e ostracismi. Oggi le relazioni politiche tra la federazione e i centri indipendenti sembrano incentrate su una reciproca collaborazione che si è sostituita alla lunga notte dei coltelli. Il clima sembra riverberarsi magicamente sui rapporti tra i nostri giocatori che sembrano sinceramente amici immersi in una sana competizione che ricorda molto da vicino quello della Golden age delle donne. Su questa tema, squisitamente politico e che forse il libro implicitamente attribuisce tutti i meriti all’attuale dirigenza, invito una sana operazione di incrociare i dati con i recenti editoriali del nostro direttore, al fine di avere una lettura più tridimensionale e probabilmente più completa.

 

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Australian Open

Australian Open, posticipo di due settimane? Murray e il vaccino obbligatorio

Notizie frenetiche, vaccini, ministri, professori universitari e perfino tennisti: ecco le ultime sull’Happy Slam

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Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Continuano a rincorrersi le notizie sull’Australian Open. L’escalation è iniziata con Craig Tiley, CEO di Tennis Australia, che dava tutto per deciso, rendendo così necessario l’intervento dei rappresentanti del governo dello Stato della Victoria, secondo i quali la situazione era ed è in divenire. Nel suo ultimo intervento, Tiley aveva comunicato che ci sarebbe stato un annuncio. Se in questi giorni abbiamo imparato a familiarizzare con il premier dello Stato con capitale Melbourne, Daniel Andrews, tocca ora al ministro dello sport Martin Pakula farsi avanti con una nuova informazione. Dopo le voci di uno spostamento anche molto più avanti nel calendario, addirittura in aprile, Pakula afferma perentorio: “Penso ancora che sia più probabile un breve rinvio piuttosto che uno lungo”. Il quotidiano The Age parla di un inizio ritardato di una o due settimane rispetto alla data originariamente prevista del 18 gennaio.

La riapertura degli arrivi internazionali del 7 dicembre, per consentire il rientro per le vacanze di Natale, è limitata a 160 persone al giorno. “La questione è ancora sul tavolo” dice Pakula. “Non sappiamo ancora se i tennisti debbano rientrare in quel numero o vi si aggiungeranno, quindi non voglio fare congetture”.

L’altro nodo, ancora più centrale, rimane la possibilità per i giocatori di allenarsi durante la quarantena. “Non puoi restare due settimane in isolamento e poi essere pronto per l’Australian Open”, rileva John Millman. “Credo che nessuno dei tennisti internazionali lo farebbe. Il tuo corpo ne paga le conseguenze. Sei a rischio di infortuni, non puoi andare subito da zero a 100”. Secondo Millman, le priorità sono la sicurezza, la salute ed evitare una nuova diffusione del contagio. E, come ribadito più volte, la Victoria ha troppo da perdere in caso di un nuovo focolaio in coincidenza con l’evento. “Se vogliamo disputare il torneo, ci deve essere una qualche forma di flessibilità. Senza un livello di flessibilità sicuro, potremo non arrivare al risultato desiderato”. Sulla stessa lunghezza d’onda, il nuovo Maestro Daniil Medvedev: “Non credo che ci sarà il torneo se, per esempio, dovremo passare 14 giorni in una stanza d’albergo”.

 

Sempre stando al ministro Pakula, “i requisiti della quarantena saranno quelli concordati con il dipartimento di salute pubblica e a quel punto toccherà all’ATP e alla WTA decidere se considerarli o meno accettabili”. Riguardo ai protocolli, prosegue: “Un programma di test estremamente rigoroso sarà applicato prima della partenza e all’arrivo. Poi, immagino regolarmente durante la loro permanenza nella bolla”. Ricordiamo che alla O2 Arena, con il rilevante distinguo che si trattava di una manciata di persone nemmeno lontanamente comparabile ai numeri dello Slam di Melbourne, i tennisti sono stati testati solo all’arrivo.

Visto che ormai il vaccino (più di uno, in realtà) pare in dirittura d’arrivo, a Andy Murray è stato domandato se i tennisti dovrebbero obbligatoriamente vaccinarsi per partecipare ai tornei. “Sì, credo che probabilmente sarebbe il caso” ha risposto l’ex n. 1 del mondo. “Spero che tutti i giocatori siano disposti a farlo per il bene dello sport – a condizione che ne sia stata provata la sicurezza, che siano stati eseguiti i test clinici e che non ci siano effetti collaterali significativi”. Sull’obbligatorietà per i tennisti si era a suo tempo espresso in senso contrario l’attuale n. 1 del ranking Novak Djokovic.

A organizzatori, politici e tennisti si aggiungono anche gli accademici. Secondo Ross Booth, professore associato di Economia dello Sport all’Università Monash di Melbourne, “più tardi è, meglio è, c’è tempo in abbondanza”. Queste le parole riportante dal Guardian Australia. “Non ci sono altri eventi in quel periodo. Anche cominciando il torneo all’inizio di marzo, sarebbe concluso al momento di partire con l’AFL e la Formula Uno”. Ci vengono in mente alcuni problemi con quelle date. “Sì, le vacanze scolastiche estive saranno terminate, ma più si va avanti nell’anno, maggiore sarà il numero di spettatori ammessi… piuttosto che averne uno ogni quattro posti”.

Oltre alle vacanze scolastiche, tuttavia, a marzo sono terminate anche le ferie. E, come ci ricorda spesso il nostro Vanni Gibertini, tra raccattapalle e addetti ai diversi servizi, l’evento di Melbourne Park è reso possibile da un esercito di 20.000 volontari. E magari non ci saranno eventi di grande importanza in Australia nelle prime due settimane di marzo, ma forse il dottor Booth non ha pensato che esiste un intero Tour tennistico con un suo calendario. Calendario 2021 che, a dirla tutta, ancora non c’è.

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Flash

Fabio Fognini ha un nuovo coach: con Alberto Mancini l’assalto al 2021

L’azzurro ha interrotto la collaborazione con Corrado Barazzutti per affidarsi al campione degli Internazionali nel 1989. Mancini è stato capitano di Davis dell’Argentina e ha seguito Guillermo Coria e Cuevas

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L’indizio social era arrivato a metà giornata da papà Fulvio su Twitter: “Oggi o domani le novità di Fabio per la stagione 2020/2021“. Tempo di arrivare all’ora di cena e l’annuncio era giù su Instagram: Alberto Mancini è il nuovo allenatore di Fabio Fognini. Il numero 17 del mondo interrompe così la collaborazione con Corrado Barazzutti – con il quale continuerà, chiaramente, a interfacciarsi per la Davis – e sceglie di affidarsi al tecnico argentino, classe 1969, vincitore degli Internazionali d’Italia nel 1989 ma costretto a ritirarsi dal circuito principale a soli 25 anni per il susseguirsi dei guai fisici. La foto che ha ufficializzato la nuova era per il tennista ligure è stata scattata al Tennis Club Sanremo, dove si sta allenando in vista della nuova stagione affiancato anche dal preparatore fisico Alejandro Lacour.

RIPARTENZA – Il “Day One” della preparazione al 2021, a 33 anni, segna una svolta per il tennista di Arma di Taggia che prova così a mettersi alle spalle una stagione non semplice. Scivolato al numero 17 del mondo, Fognini ricorderà il 2020 per l’intervento chirurgico di fine maggio a entrambe le caviglie, soluzione meditata già da un paio d’anni e messa in atto quando l’anomalo calendario post lockdown si prestava a ottimizzare i tempi di recupero. Il ritorno, morbido, sarebbe dovuto avvenire in autunno a Santa Margherita di Pula. Ma in Sardegna Fabio è inciampato nella positività al Covid-19 che ha chiuso definitivamente i conti di una stagione sfortunata.

Il momento migliore rimangono i tre turni superati all’Australian Open, che adesso – al netto delle incertezze organizzative – diventano l’obiettivo della ripartenza. Con la (sana) pressione dettata dalla crescita dei giovani, dal sorpasso in classifica da parte di Matteo Berrettini e dal fenomeno (tennistico e mediatico) Jannik Sinner, Fognini punta a regalarsi nella nuova stagione qualche lampo di qualità. Tra Slam e Masters 1000 – Montecarlo 2019 rimane una perla – perché no, anche nella “sua” Davis. Per non far cadere nell’oblio gli anni, non dorati come quelli che stiamo vivendo, in cui il tennis maschile italiano è rimasto aggrappato a lui.

 
Fognini e Barazzutti – Allenamento agli Internazionali d’Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)

IL NUOVO COACH – Il Mancini giocatore è stato uno specialista della terra battuta, eccellente nel rovescio. Protagonista assoluto della stagione 1989 in cui ha trionfato a Montecarlo – battendo in finale Boris Becker – e poi subito dopo al Foro Italico, sorprendendo il favorito Andre Agassi al termine di un romanzo di cinque set. Due volte ai quarti di finale del Roland Garros, è stato numero 8 del mondo. Tra il 1991 e il 1992 ha perso cinque finali, una proprio a Roma (per ritiro, guai muscolari) contro Emilio Sanchez. Prima di chiudere precocemente la sua carriera. Di origini italiane da parte del nonno, Mancini è stato anche capitano dell’Argentina in Coppa Davis (raggiungendo una semifinale e due finali). L’avventura albiceleste si è chiusa dopo la finale del 2008 persa clamorosamente in casa, a Mar del Plata, contro la Spagna priva di Nadal.

Da coach ha seguito con profitto un giovane Guillermo Coria, Nicolas Lapentti e poi – dopo la parentesi in Nazionale – Varvara Lepchenko e soprattutto Pablo Cuevas (fino allo US Open 2019). Fognini torna così a lavorare con un tecnico argentino dopo l’esperienza con Franco Davin, che aveva preceduto proprio Barazzutti. Mancini, ragionevolmente, potrebbe essere il compagno di viaggio scelto per arrivare al traguardo della carriera.

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