Sonego show, altra favola azzurra. Una lezione al numero 1 Djokovic (Scanagatta). Sonego fa la storia (Crivelli, Mastroluca, Bertellino, Calabresi, Frasca, Lombardo, Semeraro, Balestracci, Mecca)

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Sonego show, altra favola azzurra. Una lezione al numero 1 Djokovic (Scanagatta). Sonego fa la storia (Crivelli, Mastroluca, Bertellino, Calabresi, Frasca, Lombardo, Semeraro, Balestracci, Mecca)

La rassegna stampa del 31 ottobre 2020

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Sonego show, altra favola azzurra. Una lezione al numero 1 Djokovic (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

In quest’anno così strano e imprevedibile, può anche succedere che un tennista italiano, sconfitto nelle qualificazioni del torneo Atp 500 di Vienna domenica scorsa, venga ripescato e domini il numero 1 del mondo Novak Djokovic con un punteggio che (62 61 in 68 minuti) neppure a Rafa Nadal capita di imporre. E si ritrovi in semifinale di un torneo nel quale le prime teste di serie erano Djokovic, Thiem, Tsitsipas, Medvedev, Riublev, Schwartzman, Monfils, Shapovalov. […] II tennista italiano in questione è Lorenzo Sonego, 25 anni e n.42 Atp (un posto davanti a Sinner). Il torinese, (torinista convinto), era stato battuto dallo sloveno Bedene in qualificazione. Da lucky loser («perdente fortunato» subentrato a Schwartzman grazie al forfait dell’argentino) Sonego ha esordito nel tabellone principale eliminando al primo turno il serbo Lajovic, n.26 ATP, ha proseguito battendo il polacco Hurkacz. n.31, e ieri ha sconfitto nientemeno che il n.1 del mondo che in tutto l’anno aveva perso una sola volta, la finale del Roland Garros con Rafa Nadal, se non si considera il match perso per squalifica all’Us Open con lo spagnolo Carreno Busta a causa di quello sfortunato lancio della palla che colpì alla gola una giudice di linea. Salirà come minimo a n.35 Sonego, in giornata straordinaria sia con il servizio (8 ace e zero doppi falli) oltre che con il dritto, caratteristiche tecniche simili a quelle del quasi gemello Matteo Berrettini di cui è anche inseparabile compagno. E’ il settimo italiano a battere un n.1 del mondo.[…] I sei che c’erano riusciti erano stati Barazzutti nei quarti a Monaco di Baviera nel ’74 contro Nastase (36 76 61), poi due volte Adriano Panatta sempre contro Jimmy Connors, in finale a Stoccolma 1975 sotto i miei occhi (46 63 75) e al primo turno a Houston 1977 (61 75), Gianluca Pozzi al terzo turno del Queen’s 2000 sull’erba su Agassi (46 32 ritirato), Filippo Volandri al terzo turno a Roma 2007 su Roger Federer (63 64), Fabio Fognini a Roma 2017 su Andy Murray (62 64). Vero che Djokovic è apparso poco motivato, quando ha visto che le cose si sono messe male «Ero venuto a Vienna soprattutto con l’obiettivo di chiudere l’anno da n.1 del mondo, per la sesta volta come Pete Sampras, e l’obiettivo l’ho raggiunto…». «E’ la miglior partita che io abbia mai giocato, il servizio è stata l’arma determinante, non l’ho mai ceduto, il campo è velocissimo, e mi ha dato grande fiducia. Djokovic non sarà stato al massimo, ma a me non importa…», le parole a caldo di un Sonego al settimo cielo che oggi, ancora una volta, non avrà nulla da perdere. Su www.ubitennis.com le intervista di Sonego e Djokovic. Oggi semifinali live: Rublev (76 62 a Thiem) vs Anderson (64 76 a Medvedev), Sonego contro il vincente di Evans-Dimitrov.

Super Sonego! (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

[…] Da ieri, Lollo Cuore Toro, un passato da centravanti nelle giovanili granata e un presente da stella illuminatasi con tempi molto personali ma adesso brillantissima, è il sesto giocatore azzurro ad aver sconfitto un numero uno in carica. E da lucky loser. Una fortuna assai meritata. Più che una vittoria, infatti, si rivelerà un cataclisma: Djokovic raccoglie appena tre game in 68 minuti di una lezione a senso unico. Stropicciatevi pure gli occhi per l’incredulità: tre game. La debacle numericamente più sciagurata della carriera del serbo in una partita due set su tre: l’unica altra volta in cui aveva conquistato appena tre giochi risaliva agli Australian Open dei 2005, quando ancora bambino venne travolto in tre set da Marat Safin. Servizio e nervi saldi Nole, fin qui, aveva perso appena due volte da un italiano: nel 2004 da Volandri a Umago, ma era un ragazzino praticamente al debutto, e poi due anni fa nell’indimenticabile pomeriggio dell’apoteosi di Cecchinato al Roland Garros. […] Il Djoker di questa settimana, invece, si era presentato in Austria con appena una sconfitta sul campo nel 2020 in 41 match (quella con Nadal in Francia, l’altra era l’ormai celebre squalifica newyorkese) e con l’intenzione di chiudere una volta per tutte la questione del primo posto in classifica a fine stagione, per eguagliare Sampras a sei e lasciarsi dietro, con una forte carica simbolica, gli eterni nemici Federer e Nadal. Invece dovrà aspettare ancora qualche giorno, non tanto perché è uscito dagli spogliatoi svogliato, lento e macchinoso, per una volta senza uno straccio di strategia, ma soprattutto perché di fronte si è trovato un avversario che lo ha aggredito senza paura, tecnicamente e mentalmente solidissimo. Sonego si appoggia al servizio per fare subito la voce grossa e alla fine, con 8 ace e l’80% di punti con la prima, avrà disinnescato la mortifera risposta di Djokovic. Ma è da fondo campo, negli scambi con cui il serbo prova a sollecitargli il rovescio, il colpo meno nobile, che il torinese costruisce le sue fortune, non arretrando di un passo e anzi riuscendo spesso a girare attorno alla palla poco profonda di Novak per azionare il micidiale dritto, anomalo oppure lungolinea. Traguardo possibile Una dimostrazione di enorme lucidità: «Dovevo avere coraggio — spiegherà Lollo a fine match — e cercare di rimanere concentrato sui miei punti di forza. Quando giochi contro un campione del genere, devi predisporti a imparare, qualunque cosa succeda. ma senza avere timore». Non avrà il talento puro di un Sinner, la fantasia di un Musetti, l’esplosività di un Berrettini, però possiede una grande etica lavorativa e soprattutto la tigna di non sentirsi battuto contro nessuno. Una dote esaltante. Così, quando a metà del secondo set il numero uno del mondo, sotto 3-1, ha un sussulto d’orgoglio e si procura le prime tre palle break della partita che lo riporterebbero psicologicamente nel cuore della contesa, Lorenzo replica come si conviene al padrone emozionale dell’incontro, senza tremori e con il solito uno-due servizio dritto, fino al passante in corsa che nel game successivo gli consegna il doppio break di vantaggio e dunque anche il bottino completo. Con annessi complimenti del serbo bastonato, che nelle precedenti 12 occasioni non era mai stato sconfitto da un ripescato: «Mi ha letteralmente spazzato via dal campo, è stato migliore di me in tutti gli aspetti del gioco». Eppure, prima della resurrezione al Roland Garros con il prestigioso traguardo degli ottavi, Lollo aveva trascorso una stagione altalenante pre e post lockdown, con appena tre vittorie conquistate in 18 partite: «Però tutte le sconfitte mi sono servite per capire su quali dettagli era opportuno lavorare di più. E sono riuscito a ripartire. Così adesso posso festeggiare il successo più bello della mia vita». Del resto, malgrado i 25 anni, Sonego resta un prospetto in divenire che solo ora, come pronosticato dallo storico (e bravissimo) coach Gipo Arbino a inizio 2018, sta completando la maturazione tecnica e fisica: a 13 anni, non dimentichiamolo, era ancora indeciso tra calcio e tennis e lo chiamavano Polipo perché con una racchetta in mano sapeva solo proporre un gioco difensivo. Lunedì, comunque vada, sarà almeno 36 del mondo (da 42 a inizio settimana), ma è giusto offrirsi altri sogni, perché una semifinale contro Evans (33 Atp), l’avversario di oggi, apre intriganti prospettive: «Non dovrò guardare a lui, ma pensare a riproporre la qualità e la mentalità che ho messo in campo contro Djokovic». Volare. Nell’azzurro più azzurro che c’è.

Sonego fa la storia (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

Un’impresa da leggenda. Lorenzo Sonego la racconterà negli anni a venire. Ha inflitto a Novak Djokovic la sconfitta più severa della sua carriera. […] Di sicuro, è la più bella vittoria della mia vita» ha detto Sonego, più a suo agio con i passanti di dritto che con l’inglese al microfono. «Novak è il migliore al mondo, io oggi ho giocato benissimo. È davvero incredibile». […] Eppure, niente di tutto questo sembrava possibile cinque giorni prima della partita, quando perdeva nell’ultimo turno di qualificazione contro lo sloveno Aljaz Bedene. Ma è entrato in tabellone come lucky loser dopo il forfait di Diego Schwartzman, l’argentino in corsa per l’ultimo posto alle ATP Finals. ITALIANI CONTRO NUMERI 1. Sonego diventa così il primo lucky loser a battere Djokovic in un torneo ATP e il sesto italiano a sconfiggere un numero 1 del mondo in carica dal 1973, quando è stato introdotto il ranking computerizzato. Prima di lui ci erano riusciti solo Corrado Barazzutti contro Ilie Nastase a Monaco di Baviera nel 1974, Adriano Panatta due volte contro Jimmy Connors (finale di Stoccolma 1975, primo turno WCT Houston 1977), Gianluca Puzzi contro Andre Agassi che si ritirò al Queen’s nel 2000, Filippo Volandri contro Roger Federer agli Internazionali BNL d’Italia 2007 e Pabio Fognini sempre al Foro Italico contro Andy Murray dieci anni dopo. Djokovic ha commesso un numero inusuale di errori gratuiti, c’è chi ha parlato di “fantasma di Nole”. Ma anche contro il fantasma, l’opera va sempre realizzata. E portata a temine. In questo, Sonego ha dimostrato maestria e coraggio.Il dritto ha funzionato senza pause, ha comandato il gioco, ha soprattutto attaccato con la consapevolezza di potercela fare. Con la convinzione di non partire sconfitto. […] Lo storico maestro “Gipo” Arbino l’ha conosciuto, e iniziato ad allenare, quando era un ragazzino gracile con una coordinazione nella corsa sorprendente. Ha regalato al tennis italiano un giocatore capace di appassionare, a cui è bastata a Vienna un’ora da campione per far innamorare. FUTURO. Il primo set si chiude con la velocità di un’apparizione, nel secondo Djokovic prova almeno a mettere in campo il peso del blasone. Ma non c’è storia, e il segno lampante arriva con il passante di dritto con cui si guadagna il secondo break di vantaggio. il tennis, si dice, è pugilato senza contatto, altrimenti a questo punto avrebbe lanciato l’asciugamano al centro del quadrato. La partita procede su un binario, senza scarti di lato. Sonego vince l’80% dei punti con la prima di servizio contro il giocatore che risponde meglio nel circuito ATP. Con questa semifinale, la prima in un ATP 500, è virtualmente numero 35 del mondo. E può sognare di essere testa di serie all’Australian Open 2021. Solo tre anni fa, a Melbourne vinceva la sua prima partita nel circuito maggiore. Il meglio deve ancora venire

Meraviglia Sonego (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Fantastica prima assoluta per Lorenzo Sonego, 25 anni, torinese, n. 42 Atp, contro Novak Djokovic, n° 1 del mondo, sul centrale dell’impianto che ospita l’ATP 500 di Vienna, ed è stata da inconiciare. […] Partenza sontuosa la sua, che in 11 minuti lo ha portato sul 3-0 e servizio con due break. Aggressione costante a Djokovic, ad onor del vero un po’ sopito e sorpresa, da ogni zona del campo. E cosi è il 4-0 Sonego. Il serbo si è sbloccato dopo 18 minuti conquistando il primo game per l’ 1-4. Sonego non si è scomposto e con rinnovata autorevolezza ha concluso con un ace il game di servizio, per il 5-1 parziale. Altro game conquistato da Novak Djokovic, già certo di essere ancora il primo del lotto a fine 2020, ma nel successivo è stato il torinese a chiudere con un ace e quattro punti consecutivi incamerati dallo 0-15: 6-2 in 31 minuti. Subito palla break in apertura di seconda frazione per l’azzurro che non si è fatto pregare ed ha approfittato di un errore. Gioco di grande intensità il quarto, con Sonego costretto ad annullare tre palle break Passante vincente ancora di Sonego pochi minuti dopo per il secondo break del set e volo sul 4-1 e servizio. Game difficile il sesto, ma Sonego lo ha recuperato da tre palle break consecutive per il nobile rivale e concluso con uno smash spettacolare che ha strappato gli applausi del pubblico. ENTUSIASMO La partita della vita, per le emozioni assortite che ha generato in lui, in chi lo segue e in chi lo conosce da sempre, ha visto il sigillo su una risposta perfetta: 6-2 6-1 e sensazioni uniche: «Il mio inglese non è il massimo -ha esordito a caldo il torinese – La vittoria più importante della mia carriera, contro il numero 1. Ho giocato molto bene, mi piacciono il torneo e le condizioni qui a Vienna. E’ straordinario». Bravissimo Lorenzo a sfruttare l’opportunità che ha avuto come lucky loser e giocare alla pari con Djokovic anche sulla parte del rovescio. Oggi troverà Evans, alle 15, che ha battuto Dimitrov 7-6 (3) 4-6 6-3. Nell’altra semifinale Anderson, che ha fermato Medvedev, troverà Rublev, che ha battuto il campione in carica Thiem. Sonego è in semifinale ed è il sesto italiano di sempre a battere il migliore, a fianco di Adriano Panana, Corrado Barazzutti, Filippo Volandri, Fabio Fognini e GianlucaPozzi. Lorenzo, che salirà ancora nella classifica Atp, ha ricevuto complimenti dal Toro, la sua squadra del cuore, sul profilo Twitter ufficiale della società granata, così come dal sindaco Chiara Appendino: «Siamo entusiasti per l’exploit di Sonego, che magnifica affermazione!». Entusiasmo anche al Circolo della Stampa Sporting, il cui presidente Luciano Borghesan ha commentato: «Qui Lorenzo è cresciuto, qui abbiamo già collocato la sua sagoma all’ingresso quando è diventato Campione d’Italia; ora ne metteremo sei e una per il Numero Uno del mondo, Djokovic. Sperando di averli entrambi con noi per allenarsi assieme sui nostri campi nell’Atp 2021, visto che dal prossimo anno le Finals si disputeranno a Torino»

Magico Sonego, ipnotizza Djokovic (Marco Calabresi, Il Corriere della Sera)

[…] Nel mondo che sta chiudendo le porte degli eventi sportivi, Sonego è stato fortunato a trovare la gente (distanziata) sulle tribune della Wiener Stadthalle: ma forse è stato più fortunato il pubblico di Vienna, ad assistere a una giornata così straordinaria. Nella negatività della prestazione di Novak Djokovic ma anche nella perfezione di quella di Lorenzo cuore granata. Nei 2005, quando Nole aveva perso per l’ultima volta una partita così nettamente (6-o, 6-2, 6-1 agli Australian Open da Marat Safin, ma il serbo era numero 188 del mondo e il russo 4°), Sonego doveva compiere 10 anni e non aveva ancora preso in mano una racchetta. Anzi, prendeva a calci il pallone, nella scuola calcio del Toro, e sognava di arrivare tra i grandi anche se nei contrasti pagava una fisicità che non reggeva il confronto. Ci è riuscito lo stesso, ma in un altro sport, dopo che Gipo Arbino, il suo coach storico, se lo è preso sotto braccio sin da bambino e non lo ha mai mollato: già in questo mese di ottobre, Sonego aveva raggiunto il suo miglior ranking, il numero 42 del mondo, ma la semifinale conquistata nell’Atp 50o di Vienna lo catapulterà nei primi 4o, con la prospettiva di entrare nei primi 3o in caso di vittoria del torneo (oggi la semifinale contro Evans, che ha battuto Dimitrov). Lontano ancora dai posti che valgono le Atp Finals, ma per guadagnarsi un altro sogno, quello di giocarle nel 2021 (o negli anni seguenti) a Torino, casa sua, c’è ancora tempo. […] Vincenti da ogni zona del campo (26), errori ridotti all’osso (7, nel 6-2, 6-1 durato 68′), Djokovic inerme davanti allo show del 25enne che all’improvviso si è scrollato di dosso l’ombra di Fognini e Berrettini — che lo precedono in classifica — ma anche di Sinner e Musetti, eredi designati del tennis azzurro nel decennio appena iniziato. «Tutto questo è incredibile — ha detto —. Nole è il migliore al mondo, ma ho giocato la partita più importante della mia vita». Servono quelle, per entrare nella lista ristretta degli italiani ad aver battuto un numero i del mondo: prima di ieri, era successo soltanto 6 volte, a 5 giocatori diversi. Corrado Barazzutti contro Nastase (1974), Adriano Panatta due volte contro Connors (1975 e 1977), Gianluca Pozzi contro Agassi (2000, per ritiro), Filippo Volandri contro Federer (2007) e Fabio Fognini, ultimo a riuscirci nel 2017 a Roma contro Andy Murray. E pensare che Sonego questo torneo non avrebbe dovuto neanche giocarlo: domenica aveva perso nelle qualificazioni contro lo sloveno Bedene. Poi, il forfait dell’argentino Diego Schwartzman (che lo aveva battuto negli ottavi a Parigi) gli ha spianato le porte del tabellone principale. Lucky loser, perdente fortunato: Djokovic, contro un ripescato, in vita sua non aveva mai perso.

Super Sonego, scacco al re (Guido Frasca, Il Messaggero)

Strepitoso. Lorenzo Sonego ha rifilato un incredibile 6-2 6-1 in poco più di un’ora al n1 del mondo Novak Djokovic nei quarti a Vienna La peggior sconfitta in carriera del 33enne campione serbo in match al meglio dei tre set a livello Atp. «La partita più bella della mia vita», ha sottolineato il 25enne torinese. […] La sua storia è nota giocava soprattutto sulla terra rossa, vinceva con i polmoni ancor prima che con la tecnica. Accanto a lui c’è Gipo Arbino, il coach con la pipa che ha rinunciato allo stipendio sicuro alla Vagnone&Boeri Abrasivi per inseguire un sogno: aveva visto nel braccio di Lorenzo qualcosa di speciale ed era convinto che quel ragazzo alto e magro, ma dal cuore gigante (“cuore Toro”, ripete sempre), gli avrebbe regalato grandi soddisfazioni. Nonostante la statura, si muove molto bene, è solido in difesa e con il tempo si è trasformato nel “bomber” versatile di oggi. Un risultato mai in discussione contro un avversario capace di vincere 37 match in stagione e che si già assicurato la prima posizione mondiale alla fine di questo tormentato 2020 condizionato dalla pandemia da Covid-19. […] E pensare che Sonego a Vienna era stato ripescato come lucky loser dopo il ko nelle qualificazioni. L’impresa c’è, ed è grande, anche se il Djokovic visto contro l’azzurro è apparso spento e fuori dal match. Ma tutto ciò non deve togliere nulla alla grandissima prestazione del piemontese, che da lunedì entrerà nei top 40 (è già virtualmente numero 35): ha collezionato 26 vincenti, tenendo in campo tantissime risposte e concedendo appena 4 errori non forzati di rovescio. Due break per l’azzurro nei primi due turni di battuta del rivale: subito 4-0 e poi 6-2 senza correre rischi nei propri turni di servizio (8 ace in totale). Nel secondo set il diritto di Lorenzo filava via che era una meraviglia, il rovescio teneva. Non ha mai tremato: ha cancellato 3 palle break in favore di Nole sul 2-1 e poi altre 3 consecutive (era sotto 0-40) sul 4-1, quando ha chiuso con uno smash acrobatico il game più combattuto dell’incontro volando 5-1, prologo al quinto break in suo favore che ha decretato il 6-1 conclusivo. ADESSO EVANS Sonego è il sesto italiano nell’era open a battere il n1 al mondo. Il primo è stato Corrado Barazzutti, che nel1974 nei quarti di Monaco superò lie Nastase per 3-6 7-6 6-1. Nel 1975 fu la volta di Adriano Panatta nella finale di Stoccolma sconfisse Jimmy Connors (4-6 6-3 7-5), successo replicato dallo stesso romano sempre contro lo statunitense due anni dopo al primo turno di Houston (6-1 7-5). Nel 2000 Gianluca Pozzi sull’erba del Queeñ s approfittò negli ottavi del ritiro di Andre Agassi, che aveva vinto il primo set. Quindi Filippo Volandri centrò l’impresa al terzo turno contro Federer (6-3 6-4) nel 2007 al Foro Italico. L’ultimo squillo portava la firma di Fabio Fognini: 6-2 6-4 sempre a Roma contro Andy Murray al secondo turno. Sonego in semifinale sfiderà Evans che ha battuto per 2 seta l (7-6 4-6 6-3) Dimitrov

Sonego si traveste da Nole e batte Dio Nole (Marco Lombardo, Il Giornale)

[…] Lorenzo Sonego insomma è un altro di quelli che sta riportando il tennis italiano ai vertici del mondo, 191 centimetri di razza piemontese con lo sguardo di chi non ha paura e il tennis spavaldo. Si era capito che a 25 anni era pronto per la maturazione, ma il 6-2, 6-1 affibbiato ieri nei quarti dell’Atp 500 di Vienna al numero uno del mondo va oltre ogni previsione. Anche se non è roba che succede per caso: con un punteggio così si entra nella storia, e dalla porta principale. Insomma con Sinner che si era arreso a una vescica al piede giovedì, il nostro tennis si era apprestato ieri a vivere il solito incontro in cui la sfida era resistere a Djokovic. Invece il serbo, che sa già di poter raggiungere il record di Sampras (chiuderà per il sesto anno al vertice del ranking), ha trovato quel giorno un po’ così in cui il suo mental game va in tilt. Ma soprattutto un italiano di quelli che non devono chiedere mai quando il momento giusto bussa alla porta. E quindi: il risultato fa scalpore, anche perché era dal 2005 che Nole non finiva un match con soli tre game nel sacco (contro Safin a Melbourne, ma allora era al meglio dei 5 e finì 6-0, 6-2, 6-1 per il russo), e perché tutto sommato alla fine la partita l’ha proprio vinta Sonego. «E stata la vittoria più importante della mia carriera – ha ovviamente commentato lui ad impresa appena compiuta -. Nole è il migliore al mondo ma oggi ho giocato molto bene: mi piace questo torneo e mi piacciono le condizioni in cui si gioca. E veramente incredibile e straordinario». Già, forse incredibile, ma anche per Sonego questa partita potrebbe diventare ordinarietà. E fanno un po’ sorridere le parole dell’ex campione Jim Courier che solo qualche ora prima aveva vaticinato così il futuro prossimo: «Solo la salute e Nadal possono dar fastidio a Djokovic». Da ieri c’è anche Lorenzo

Sonego piega Djokovic, il rinascimento continua (Stefano Semeraro, La Stampa)

Il tennis è uno sport individuale, ma il tennis italiano degli ultimi due anni sembra una staffetta. Il testimone delle vittorie di prestigio passa da una mano all’altra, – da Fognini vincitore a Monte Carlo a Cecchinato semifinalista al Roland Garros, da Sinner re delle Next Gen e fenomeno a Parigi a Berrettini semifinalista a New York, a Musetti stella di Roma, senza dimenticare le perle di Caruso e Travaglia. L’ultimo frazionista, per ora, ha la maglia da ex granata di Lorenzo Sonego che ieri nei quarti di finale dell’Atp 500 di Vienna si è tolto lo sfizio di rimandare a casa il numero 1 del mondo Novak Djokovic in 68 minuti – dicasi un’ora e 10 – lasciandogli appena 3 game (6-2 6-1). […] Solo altri due italiani, Filippo Volandri e Marco Cecchinato, erano riusciti a battere Djokovic, solo altri cinque nell’era Open l’avevano spuntata contro un number one in carica: Corrado Barazzutti contro Ilie Nastase a Monaco nel 1974, Adriano Panatta contro Connors a Stoccolma nel 1975 e a Houston nel 1977, Gianluca Pozzi contro Agassi nel 2000 al Queen’s (ma il Kid si ritirò), Filippo Volandri contro Federer a Roma nel 2007 e Fabio Fognini nel 2017 contro Andy Murray, sempre al Foro. Oggi sfida Evans alle 15. Magari non è stato il miglior Djokovic della storia, di sicuro non quello che fino a ieri nel 2020 aveva vinto 39 match su 41, inchinandosi solo a un immenso Nad al nella finale del Roland Garros e alla squalifica per la pallata alla giudice di sedia degli us Open. Ma Sonny non lo ha mai fatto entrare in partita, sorprendendolo con una partenza da microonde (4-0), e reggendo nell’interminabile quarto gioco del secondo set quando il Djoker, fra lo stupito e il dimesso, ha provato a riagganciarsi al match. «Non mi aspettavo nemmeno io di partire così bene», ammette che Lorenzo, che il successo se l’è costruito soprattutto con l’80 percento di punti vinti con la prima di servizio (contro la miglior risposta del pianeta), il 53 in risposta, e con 25 vincenti totali (appena 7 quelli di Djokovic): «È stata la miglior partita della mia vita, ho servito bene, risposto bene, mi sono mosso da paura, e l’ho fatto per tutta la partita, su una superficie che si adatta bene al mio gioco». Il Djoker non ha cercato scuse: «Mi ha spazzato via dal campo, è stato migliore in tutto. Io non ho giocato una gran partita, ma lui si è meritato la vittoria».A Djokovic sfugge così la certezza matematica di finire l’anno da numero 1, che avrebbe avuto in caso di vittoria nel torneo, Sonego invece è già sicuro di ottenere la miglior classifica in carriera, per ora al numero 35 Atp. E oggi sfiderà per un posto in finale il britannico Daniel Evans (ore 15, Supertennis) numero 33 del mondo. «E una soddisfazione importante, dopo un anno difficile e impegnativo. Di partite ne ho perse tante, ma mi sono servite». Gipo Arbino coach storico di Sonego, apre il libro delle spiegazioni: «Finalmente vediamo il vero Sonego. La sosta in realtà è stata utile, finalmente abbiamo potuto allenarci molto, migliorando i suoi punti deboli, la risposta, il rovescio, ma soprattutto puntando su quelli forti, diritto e servizio. Uno che serve a 230 all’ora prima o poi doveva arrivare, e io sempre creduto nel salto di qualità, che è figlio anche del momento strepitoso che sta vivendo il nostro tennis: Lorenzo è amico di Berrettini, Sinner, Musetti, noi coach andiamo d’accordissimo e questo serve a motivarci». Tutti per uno, uno per tutti

Sonego o son desto? (Roberto Balestracci, Libero)

Il tennis italiano è davvero in buone mani. Dopo l’exploit di Musetti a Roma (il diciottenne ha raggiunto gli ottavi di finale battendo tennisti del calibro di Wawrinka e Nishikori) e l’esplosione definitiva di Sinner – senza dimenticare la stagione scorsa stratosferica di Berrettini con la partecipazione alle Atp Finals -, c’è una nuova stella nel firmamento azzurro: Lorenzo Sonego. Il 25enne di Torino, nei quarti di finale del torneo Atp 500 d’Austria a Vienna, ha battuto con il punteggio di 6-2/6-1 il numero uno al mondo Novak Djokovic. Una partita durata poco più di un’ora (68 minuti) dove Sonego ha dominato il suo avversario in lungo e in largo senza mai perdere il servizio e strappandoglielo ben cinque volte. […] Un match meraviglioso, quello di Sonego, che da lunedì entrerà nei primi 40 della classifica Atp (attualmente è il numero 42): e pensare che Lorenzo non doveva nemmeno esserci ai quarti di finale di questo torneo, visto che è stato ripescato dopo la sconfitta nel secondo turno di qualificazione contro Bedene. «E stata la vittoria più importante della mia carriera – ha commentato Sonego al termine dell’impresa – Lui (Djokovic, ndr) è il migliore al mondo ma io ho giocato molto bene. Mi piace questo torneo e mi piacciono le condizioni in cui si gioca. È veramente tutto incredibile e straordinario». CUORE GRANATA Sonego nasce a Torino 1’11 maggio 1995, ma la sua carriera tennistica inizia relativamente tardi. Lorenzo diventa un grande tifoso granata visto che, prima di cimentarsi nel tennis, gioca fino a 13 anni nelle giovanili del Toro e a giudicare dal “cuore” che mette in campo quando gioca a tennis sembra aver recepito le qualità tipiche di un tifoso granata (che sui social si sono complimentati con lui). Ma il calcio non è il solo sport che Sonego pratica prima di approdare al tennis: visto il suo metro e novantuno di altezza, Lorenzo si dà al basket prima di decidere di passare ad uno sport individuale cominciando molto più tardi (a vent’anni, nel 2014), rispetto ai suoi colleghi, la carriera da professionista. Nel 2016 lascia il circuito Futures e si dedica esclusivamente ai tornei Challenger con il primo titolo che arriva ad Ortisei nel 2017, anno che conclude al 212° posto del ranking mondiale. Nel 2018, grazie al secondo turno raggiunto nel primo Slam a cui prende parte (gli Australian Open) viene conosciuto dal grande pubblico chiudendo poi l’anno in top-90. Nel 2019 raggiunge la top-70 grazie ad una serie di buoni risultati, tra cui spiccano i quarti di finale raggiunti sulla terra di Marrakesh e di MonteCarlo. il 29 giugno 2019 vince il suo primo torneo in carriera, l’Atp 250 di Antalya sull’erba, che gli vale il primo ingresso in top-50 in carriera. Lorenzo fa del servizio e del dritto i suoi colpi di forza su cui costruire i punti, ma contro Djokovic si è visto un netto miglioramento anche in altri fondamentali: nei drop shot (palle corte) e nel rovescio con cui Sonego ha saputo sorprendere il numero uno al mondo aprendosi il campo e sorprendendo Djokovic in tutti i colpi senza dare punti di riferimento. Quello contro Djokovic è il primo grande risultato ottenuto da Sonego contro un top tennista e così, dopo aver ben figurato al Roland Garros raggiungendo gli ottavi, l’azzurro ora spera di proseguire il cammino a Vienna cercando di volare in finale.

“Il mio miglior match” (Giorgia Mecca, Il Corriere – Torino)

Il numero uno del mondo Novak Djokovic quest’anno ha perso soltanto due partite sul campo. La prima a Parigi contro Nadal, il re della terra rossa, la seconda ieri a Vienna contro il nostro Lorenzo Sonego, che ha vinto 6-2 6-i. Era la sua prima sfida contro il numero uno del mondo, il venticinquenne torinese l’ha vissuta come se fosse normale amministrazione. […] La sera della vigilia, il coach Gipo Arbino aveva commentato: «Chi l’avrebbe mai detto, Djokovic contro Sonego, domani mi godrò lo spettacolo». Come a dire, in occasioni come queste, il risultato non conta, andrà bene comunque. Ma siccome non si scende in campo per fare le comparse, nemmeno contro i cannibali, Sonego fin dall’inizio ha fatto il proprio gioco, senza considerare chi aveva di fronte: servizio e dritto e qualche perla di rovescio lungolinea messa a punto durante i mesi di lockdown. Djokovic era stanco, svogliato, apatico: è vero ma non significa niente. La brutta prestazione del giocatore serbo non sminuisce per niente quella eccellente di Sonny. […] Mai un rischio inutile né una sbavatura, mai una distrazione che avrebbe potuto permettere al serbo di ritornare nel match. L’atteggiamento del giocatore dello Sporting è sempre stato chiaro nei confronti dell’avversario: «Se vuoi vincere questa partita, devi venirtela a prendere». Djokovic ieri non ne ha avuto le forze, merito anche di Sonego, che non gli ha concesso né il tempo né lo spazio per rianimarsi. «In che momento hai capito che avresti potuto battere il numero uno del mondo?», gli hanno chiesto a fine match, e lui con il suo solito sorriso ha risposto che non lo sapeva o forse non se lo ricordava, c’era troppa adrenalina in circolo, troppa tensione: «Ho solo giocato il miglior tennis della mia vita». Sì, vero, non succede a tutti di riuscirci contro il numero uno del mondo. Servono fiducia e personalità, Sonego ne ha da vendere, oltre ad un atteggiamento in campo che dovrebbero insegnare in ogni scuola non soltanto di tennis. In Federazione lo chiamano il gigante buono, perché è alto quasi due metri e sorride sempre a tutti, mai una cattiveria, né dentro né fuori dal campo, mai una parolaccia. Sa di essere fortunato e sa anche che la fortuna non basta. A chi gli ha sempre rimproverato un deficit di talento rispetto ai suoi colleghi top 4o lui ha risposto correndo il doppio degli altri, allenandosi fino allo sfinimento, partecipando a tutti i tornei a cui poteva iscriversi. Perché non si arriva in semifinale di un Atp 5oo per caso. Lui ripescato dopo aver perso durante le qualificazioni, da lucky losers domani giocherà contro il vincente tra Dimitrov ed Evans e da lunedì sarà almeno il numero 35 del mondo. Si è guadagnato ogni posizione in questi anni, la fortuna aiuta gli audaci e anche le persone buone: nel tennis ognuno occupa il posto che si merita.

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Flash

Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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