Nadal: "I tic sono un modo di mettere ordine. Non butto la racchetta perché sbaglio io"

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Nadal: “I tic sono un modo di mettere ordine. Non butto la racchetta perché sbaglio io”

Aldo Cazzullo intervista Rafael Nadal per il Corriere della Sera. Paura di perdere in campo? “Mai, ma penso di poter perdere con qualsiasi avversario e questo mi aiuta. Non è vero che non vado d’accordo con Kyrgios. Coltivare inimicizie mi stanca”

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Rafa Nadal - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Manuel Queimadelos / Kosmos Tennis)

Il 13 volte campione del Roland Garros (13 trionfi su 13 finali disputate sulla terra parigina), è stato intervistato da Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera. Poche settimane dopo una delle imprese più grandi dello sport in generale – Rafa ha anche eguagliato Federer a 20 Slam – il campionissimo spagnolo si appresta ora a disputare l’ultimo Masters 1000 di questo anno funestato dal coronavirus. Con Cazzullo, a cui ha fatto fare un giro in macchina nella sua Manacor, Rafa ha parlato dell’annata segnata dalla pandemia, ma anche del suo passato, di come sia riuscito a diventare il grande campione che è oggi, degli insegnamenti dello zio Toni e del suo rapporto con Roger Federer.

Come si vincono 13 Roland Garros? Non lo so neppure io. Se è successo a me, può succedere a un altro. Io sono una persona normale. Con le mie incertezze, le mie paure. Ma paura di perdere, mai. Però penso sempre di poter perdere. Lo penso tutti i giorni, contro qualsiasi avversario. E questo mi aiuta moltissimo”.

L’intervistatore gl chiede se ha paura del COVID-19. «Non per me. Sono ancora abbastanza giovane, il fisico ancora risponde. Però, se mi infetto, posso infettare persone a rischio. Sono preoccupato per i miei genitori, per la mia famiglia. È il momento più duro nella nostra vita, dobbiamo lottare per cose molto più importanti di una partita di tennis”.

 

Il segreto per resistere, dice, è “avere sempre un obiettivo nella vita. Una speranza. Un’illusione, se necessario“. E la pandemia si affronta “con rispetto […], responsabilità e logica. Si muore per il virus; ma si può morire anche di fame. […] Bisogna trovare l’equilibrio tra la salute e il lavoro, tra la protezione sanitaria e quella sociale. La sicurezza è fondamentale; ma lo sono anche la libertà e la dignità“.

Rafa, a differenza di altri suoi colleghi, non si è rifugiato nei paradisi fiscali e paga le tasse in Spagna. È orgoglioso di essere spagnolo?Io sono spagnolo. E sono felice di esserlo. Certo, quando arriva il conto del fisco sono un po’ meno felice!“. Rafa è anche molto legato alla sua isola, Maiorca, e al suo paese, Manacor. “Mi sento profondamente manacorì, maiorchino, spagnolo ed europeo. E mi sento quattro volte fortunato“. A quel punto, Cazzullo racconta di trovarsi a Maiorca per la prima volta e Rafa si offre di condurlo in un giro panoramico, che svela la guida nervosa di Nadal – prende i dossi un po’ troppo forte, e per questo si scusa, ma si fa perdonare svelando i segreti dell’amata terra. Del resto, per aiutare i suoi conterranei dopo l’alluvione del 2018, si era messo a spalare il fango e aveva aperto la sua Accademia agli sfollati. “Ho fatto quello che hanno fatto tutti, e che avrebbe fatto chiunque“.

Rafael Nadal tra i soccorritori dopo l’alluvione che ha colpito Mallorca (foto da Twitter)

IL RAPPORTO CON GLI AVVERSARI E LA FAMIGLIA – “Roger Federer è uno dei più grandi uomini nella storia dello sport” ripete per l’ennesima volta. “È stato il mio grande rivale e questo ha giovato a entrambi, e un poco pure al tennis. Abbiamo diviso un tratto di vita. In alcune cose ci assomigliamo: teniamo alla tranquillità, alla famiglia. In altre siamo diversi. Lui è svizzero. Io sono latino. Abbiamo caratteri, culture, modi di vita differenti“. Dopo aver svelato di non essersi mai offeso per le imitazioni di Djokovic (‘Ma no! Io non mi offendo mai‘, assicura), giura di non essere superstizioso. “Non sono neanche schiavo della routine: la mia vita cambia di continuo, sempre in giro; e gareggiare è molto diverso dall’allenarsi. Quelli che lei chiama tic sono un modo di mettere ordine nella mia testa, per me che normalmente sono disordinatissimo. Sono la maniera per concentrarmi e zittire le voci di dentro. Per non ascoltare né la voce che mi dice che perderò, né quella, ancora più pericolosa, che mi dice che vincerò”.

Non mi sono mai permesso di intimidire un avversario“, è uno dei dogmi del Nadal-pensiero. “Dicono che non vado d’accordo con Kyrgios, ma non è vero. Una volta gli dissi quel che avevo da dirgli, e finì lì. La verità è che coltivare inimicizie mi stanca“. Però non applaude mai un avversario per un bel colpo. “Qualche volta lo faccio. Di rado. Ma non siamo lì per applaudirci. Quello spetta al pubblico”, che ora non c’è. “Mancano i colori, le grida, la passione, è triste”. Così come è stato triste il lockdown. “Soprattutto all’inizio è stato difficile: tutto quel tempo chiuso in casa, senza niente da fare, io che sono abituato a muovermi di continuo… almeno mia moglie Marìa Francisca aveva il suo lavoro di ufficio. È direttrice della nostra Fondazione“. Oltre che, parole sue, ‘il suo punto di stabilità’. Come i genitori, che in passato hanno avuto problemi coniugali influenzando il suo rendimento nel 2009. “Quell’anno si separarono, sia pure solo per un periodo. Io ne ho sofferto moltissimo; perché senza la mia famiglia non avrei fatto nulla“.

ANCORA TENNIS – “A diciannove anni, avevo appena vinto il primo Roland Garros, mi dissero che non avrei più potuto giocare, per una malformazione al piede sinistro“, svela Rafa. “Il dolore era tale che mi allenavo a colpire la pallina seduto su una sedia in mezzo al campo. Poi sono guarito, grazie a una soletta che cambiava la posizione del piede, ma mi infiammava le ginocchia…“. Poi un flashback della finale di Wimbledon 2007, persa con Federer, dopo la quale pianse negli spogliatoi. “Disperatamente. Per un’ora e mezza. Perché a volte la disillusione è terribile; anche se è solo un incontro di tennis. Ho pianto di dolore quando, nella finale degli Australian Open con Wawrinka nel 2014, mi sono infortunato alla schiena dopo aver vinto il primo set. Ho perso, ma ho portato a termine l’incontro; perché non ci si ritira da una finale Slam“.

Rafael Nadal – US Open 2019 (via Twitter, @usopen)

DEL TALENTO… E DI DIO –Ognuno di noi ha il suo talento“, illustra Rafa. “A qualcuno viene tutto facile; altri sanno resistere più a lungo sul campo. Lei può avere il talento di scrivere un buon articolo in mezz’ora; ma se un suo collega sa lavorare per sei ore di fila e tirar fuori un articolo ottimo, sarà un giornalista più talentuoso di lei“. Del ritiro, dice ‘quando sarà il momento, lo saprò’. Niente di nuovo, insomma. E una volta lasciato il tennis si dedicherà ‘alla nostra Fondazione che aiuta i piccoli che rischiano l’esclusione sociale“.

La chiusura è quasi mistica, e contiene una frase da incidere su pietra. L’intervistatore gli chiede se crede in Dio – “Non lo so, e non me lo chiedo. Per me l’importante è comportarsi bene, aiutare chi ne ha bisogno. Credo nelle brave persone. Se poi Dio esiste, sarà meraviglioso. L’aldilà? Non lo immagino” e poi perché non getta mai la racchetta. “Perché da piccolo mi hanno insegnato che non si fa. Sono io che sbaglio; non la racchetta“. Chapeau.

Ha contribuito Giorgio Di Maio

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Murray, prospettiva 2021: “Non ho dimenticato come si gioca a tennis”

Lo scozzese si sta allenando in vista del prossimo Australian Open, sulla cui data d’inizio non ci sono certezze. Negli ultimi tre anni Murray ha giocato appena 40 partite, ma sente di poterne giocare ancora di importanti

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C’è anche Andy Murray tra i tanti che hanno messo nel mirino il prossimo Australian Open come punto di ripartenza. Non lo vediamo in campo da metà ottobre a Colonia, quando ha perso al primo turno con Fernando Verdasco per poi assecondare una fastidiosa pubalgia che gli ha suggerito di fermarsi. Ho ripreso ad allenarmi al centro federale di Roehampton due settimane fa – ha raccontato a The Guardian – puntando molto sul lavoro di forza in palestra per compensare la velocità, che non è ancora quella di prima”. Dopo l’operazione per installare una protesi all’anca, successiva all’Australian Open del 2019, il tre volte campione Slam è apparso nel circuito a intermittenza. A ottobre dello scorso anno il punto più alto della nuova scalata, con il successo ad Anversa. Poi nel 2020 – stagione tormentata già di suo – solo la bolla di Flushing Meadows (dove ha battuto Zverev, al secondo turno di Cincinnati), il Roland Garros e, come detto, Colonia. Sette partite giocate, che diventano appena 40 (con 23 vittorie) se si allarga l’analisi alle ultime tre stagioni (2018-2020); sono meno di quelle vinte da Djokovic e Rublev, 41, nel solo 2020.

IPOTESI RINVIO – Nell’agenda di Sir Andy c’è adesso l’atterraggio in Australia, non appena gli sarà consentito, in attesa di conoscere le disposizioni definitive sul periodo di quarantena obbligatoria e sulla possibilità o meno di allenarsi (e di giocare, perché no, qualche torneo). “Lo scenario migliore, al momento – è il suo punto di vista – sarebbe rinviare l’Australian Open di un paio di settimane, ciò consentirebbe ai giocatori di arrivare lì a inizio gennaio. Ma non si può andare oltre, perché altrimenti verrebbero toccati Indian Wells e Miami in programma marzo”. In realtà, le ultime notizie dicono che l’ipotesi più probabile sembra essere quella del rinvio a febbraio, ma è tutto ancora avvolto nella nebbia.

Sull’ipotesi di clausura pre-torneo, una voce critica ma realista. Non di totale opposizione: “Sarebbe complicato – spiega -, ci sono giocatori che provengono da climi molto freddi. Chiedere loro di giocare a 35, 36 gradi senza preparazione per la partita aumenterebbe solo il rischio di infortuni e forse la qualità del tennis non sarebbe così alta. In ogni caso, non sarebbe un problema per me. Renderebbe solo tutto un po’ più duro“. Nessun dubbio invece sull’opportunità, guardando al medio-lungo termine, di subordinare al vaccino la possibilità di girare per il mondo nei tornei.

OBIETTIVI – La spinta che Murray ha alle spalle è quella di chiudere il cerchio, attraversando una stagione quasi “normale”, con tutto ciò che si è messo alle spalle. Pur nella consapevolezza di quanto possa essere controproducente guardare indietro. “Non ho dimenticato come si gioca a tennis – dichiara – so che potrò interpretare ancora grandi partite se riuscirò a mantenermi in salute e in forma“. Attualmente al numero 122 del ranking, lo scozzese – che ha rinunciato alla trasferta australiana nello scorso gennaio – può entrare nel tabellone principale di Melbourne con una wild card sulla quale non dovrebbero esserci dubbi. Ritroverebbe così quei campi su cui – dopo l’ultima dolorosa apparizione, gennaio 2019 – aveva annunciato un ritiro che per fortuna non è mai arrivato.

Il ritardo con cui si avvierà la spedizione gli consentirà di passare il Natale in famiglia – prendendo le dovute accortezze – e guardare con fiducia ai prossimi mesi. Per un due volte campione olimpico, Tokyo non potrà che essere una priorità. “Non posso negare di pensarci – ammette – nel 2021 voglio giocare l’Australian Open e tornare a Wimbledon, poi, se dovessi essere in forma, andrei all’Olimpiade con l’obiettivo di vincere un’altra medaglia“.

 

CASO OLYA – L’ultimo spunto è politico. Murray rivolge all’ATP l’invito a prendere “estremamente sul serio” i casi di violenza domestica, quella di cui è accusato Alexander Zverev (il quale però ha smentito ogni addebito). “Non so quanto tempo sia passato, ma di certo non è stata una reazione immediata“, ha commentato in relazione alla cauta (in assenza di azioni legali) presa di posizione dell’ATP dello scorso 13 novembre. Arrivata quando erano passate due settimane dalla pubblicazione delle dichiarazioni di Olya Sharipova sui media russi. “Il tennis oggi non ha una policy in materia – ha concluso -, penso che invece l’ATP dovrebbe sapere già cosa fare in questo tipo di situazioni, invece che dover pensare e poi reagire. Possono essere maggiormente proattivi in una situazione simile, che va presa molto sul serio aspettando di capire cosa uscirà fuori nei prossimi mesi“.

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Il primo anno di Andrea Gaudenzi alla presidenza dell’ATP

Cosa è successo nei primi dodici mesi di Andrea Gaudenzi a capo dell’ATP, perché è nata la PTPA di Djokovic e Pospisil e perché non può coesistere con l’ATP. Il nodo, come sempre, sono i soldi (delle TV e per i giocatori)

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Manca un mese a quello che sarà un Natale (in teoria) festeggiato in modo diverso dal solito, seguito poi da una notte di San Silvestro che vivremo priva delle illusioni che da sempre l’accompagnano: ciò che ha funestato il 2020 non svanirà il primo di gennaio. La parte positiva è che alcuni buoni propositi, invece di essere traditi nel giro di pochi giorni, potrebbero rimanere validi per parecchio tempo – “andrò in palestra cinque volte alla settimana… se mai le riapriranno”.

Non si scappa invece per quanto riguarda l’anno tennistico, più precisamente il circuito ATP terminato domenica scorsa, la cui gestione può quindi essere valutata. Ce ne dà lo spunto l’intervista rilasciata da Andrea Gaudenzi a SportsPro, nella quale il presidente dell’Associazione dei Professionisti torna a parlare dei suoi progetti per il tennis tra le cui ruote la pandemia ha infilato più di un bastone. Vediamo allora dove si propone di arrivare e come intende farlo, Gaudenzi, ma anche come ha gestito la sua prima stagione, oggettivamente travagliatissima e non solo a causa della pandemia.

“Il tema è l’unità” esordisce. “Si tratta prima di tutto di trovare un modo perché giocatori e tornei possano davvero lavorare insieme e crescere nella stessa direzione invece di passare il 90 per cento del tempo in conversazioni deleterie che alla fine sottraggono energie, tempo e denaro. Dovendo ridiscutere i montepremi ogni due anni, è molto difficile ragionare su come risolvere i problemi e migliorare nel lungo periodo”. Com’è noto, il CdA dell’ATP, composto dal presidente, da tre rappresentanti dei tornei e da tre dei giocatori, è il luogo di composizione di questi interessi a prima vista (ma anche a seconda) contrapposti: più soldi per una parte significano meno soldi per l’altra. “La seconda cosa” prosegue Gaudenzi, “è cercare di convincere tutti a spostare l’attenzione sui fan perché, in ultima istanza, siamo al loro servizio. Sono loro che comprano i biglietti, guardano gli incontri in TV, leggono i media e sono i destinatari dei nostri sponsor”. L’idea è allora di lavorare insieme superando l’approccio di parte, sia esso dei tennisti o dei tornei.

 

PTPA E ATP: UNA CONVIVENZA IMPOSSIBILE

Va da sé, quindi, che la nascita della PTPA non poteva essere accettata di buon grado da Gaudenzi. Se l’assenza di un’associazione di categoria dei tennisti è sempre stata ingombrante, con i risultati ottenuti dai rappresentanti dei giocatori all’interno dell’ATP evidentemente ritenuti non adeguati, la tempistica di questa creazione, nel momento più complicato per il tennis con i circuiti pro appena ripartiti grazie a notevoli sforzi organizzativi, non ha contribuito ad attrarre simpatie urbi et orbi. Né hanno giovato dichiarazioni (poco) implicitamente belligeranti come quella di Vasek Pospisil, secondo il quale la neonata associazione nel breve termine, le due associazioni possono assolutamente coesistere. Non c’è neanche da leggere tra le righe. È come se Darth Vader dicesse che “ finché non terminiamo i lavori, la Morte Nera e il vostro inutile pianeta possono coesistere”. Ma, anche senza l’ausilio della cultura pop, è chiaramente impossibile la convivenza con l’ATP come è attualmente strutturata.

Novak Djokovic – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Per fare un esempio, diciamo che, all’interno del Board ATP, i rappresentanti dei tornei raggiungono un determinato accordo con i rappresentanti dei giocatori; poi, arrivano quelli della PTPA e dicono che quell’accordo non va bene e vogliono negoziare altre condizioni per i loro affiliati: non può funzionare. Inoltre, è stata introdotta, ad hoc e all’ultimo minuto, la regola peraltro ineccepibile secondo cui, detta semplicemente, chi vuole ‘demolire’ l’ATP non può ricoprire cariche all’interno dell’ATP stessa. L’effetto, invero sbalorditivo, della nuova sigla è stato di compattare tutti gli organi che governano il tennis internazionale, immediatamente allineati alla risposta dell’ATP. Sbalorditivo perché il disallineamento di ATP, WTA, ITF e dei quattro Slam è il tratto distintivo dell’ultima decade tennistica. Andrea è da poco tornato sull’argomento ribadendo che “è l’ora dell’unità non dei conflitti. Combatterci non porta a nulla e ci perdono tutti. I tornei hanno bisogno dei giocatori e i giocatori hanno bisogno dei tornei”.

Non va neppure dimenticato, tuttavia, che tra la primavera e l’estate erano state diverse le voci dei giocatori ad alzarsi critiche nei confronti di Andrea Gaudenzi. Marco Trungelliti riteneva opportuno un taglio delle retribuzioni da parte dei dirigenti, un gesto dall’innegabile valore simbolico. Nick Kyrgios non usava mezzi termini nel suo “Amico, ti sei davvero preso cura dei giocatori in questo periodo… Sul serio, che ne dici di collaborare davvero con noi?”. Gilles Simon twittava (anche se in fretta cancellava) “Cari Massimo [Calvelli, il CEO dell’ATP] e Andrea, vi faccio solo sapere che siamo tornati in campo. Le vacanze sono finite. Spero di vedervi presto”, subito sostenuto da Reilly Opelka.

Certo, gli animi erano particolarmente inquieti perché lo stop forzato del Tour significava nessun reddito e non si possono non considerare le difficoltà oggettive legate alla gravità di una situazione senza precedenti, ma, probabilmente, la comunicazione di quel periodo avrebbe meritato una più attenta gestione. Per questo, che si parlasse di un sindacato dei giocatori ormai dagli anni ’90 ma che la sua creazione sia avvenuta quest’anno, è forse dipeso anche da un altro motivo, vale a dire che la nuova leadership ATP era percepita come debole, almeno rispetto alle precedenti.

PARLIAMO DI SOLDI: DIRITTI TV E MONTEPREMI

Durante la precedente esperienza triennale come amministratore non esecutivo per ATP Media, Andrea ha capito quanto sia importante cogliere le opportunità offerte dall’era digitale per uno sport con le caratteristiche del tennis che sembrano studiate per farlo apparire un prodotto poco appetibile alla TV lineare: l’aleatorietà di orari di inizio e durate dei match, il non sapere quando gioca chi fino alla sera prima. Senza abbandonare la fetta di appassionati che fruiscono dei servizi tradizionali (“ancora molto significativa; nella musica ci sono voluti quindici anni per invertire il rapporto di acquisto 80/20 tra CD fisici e digitale”), Gaudenzi rileva che le società media OTT, distribuendo tramite internet contenuti accessibili da diversi dispositivi, rappresentano la soluzione perfetta: “Campi multipli, disponibilità quotidiana, globale”.

E sottolinea l’importanza di un prodotto forte sia maschile sia femminile in correlazione con un pubblico altrettanto eterogeneo, circostanza che rende enormemente valida la cosiddetta ‘argomentazione esclusiva di vendita’. A questo proposito, è spuntata l’idea di una fusione tra ATP e WTA. Non bisogna però dimenticare che gli introiti del circuito femminile ammontano a poco più di un quarto dell’omologo maschile e per questo una tale proposta non ha l’appoggio incondizionato di tutti gli attori. Per completezza di informazione, i ricavi dei quattro Slam insieme valgono il 58% della torta. Una torta che è però troppo piccola rispetto alle potenzialità.

Fonte: documento confidenziale ATP di 92 pagine (visionato da Open Court)

Secondo i dati raccolti dal chairman, il quarto sport al mondo per popolarità con oltre un miliardo di fan racimola appena l’1,4 per cento della totalità della vendita dei diritti ai media, una cifra inferiore ai 700 milioni di dollari. “Ogni fan porta un’entrata di 50 centesimi di dollaro; per il golf è di 3 dollari”. Il problema, di nuovo, è la frammentarietà dell’offerta, addirittura all’interno della stessa ATP. Si torna così al discorso di assumere una posizione comune mettendo i fan davanti a tutto, perché i detentori dei diritti “parlano alle stesse persone. Inoltre, non sono in competizione tra loro, dal momento che occupano spazi diversi nel calendario. Wimbledon non è in concorrenza con l’Australian Open, proprio come i nostri tornei non sono in competizione diretta con loro”.

L’idea del faentino è di fissare un incremento annuo dei montepremi pari al 2,5%, la divisione a metà dei profitti tra organizzatori e tennisti (con tanto di revisori contabili indipendenti per valutare i bilanci dei tornei), l’allargamento di alcuni Masters 1000 in termini di tabelloni e durata, con ATP 250 programmati durante la seconda settimana, la concessione di un determinato status ai tornei per un periodo più lungo per offrire più certezze agli investitori e dunque opportunità di crescita (sul modello di Indian Wells, il fiore all’occhiello del Tour, forte della sua licenza trentennale).

Nell’attesa di sviluppi in questo senso, è stata senza dubbio apprezzabile e apprezzata la decisione di comprimere il prize money destinato a chi arriva in fondo a favore di un aumento della somma destinata ai perdenti dei primi turni negli eventi disputati dalla ripresa. A questo riguardo, un’altra nota positiva è l’essere riuscito a offrire una seconda parte di stagione quasi completa, con anche l’introduzione di quattro nuovi tornei e relativi piccoli incentivi per gli organizzatori; una differenza enorme rispetto a quanto è riuscita a fare WTA, per quanto penalizzata in misura molto maggiore dalla cancellazione dello swing asiatico e, forse, dall’assenza totale o parziale di alcune protagoniste come Barty, Andreescu e Halep.

Ottima anche la gestione del coup del Roland Garros, egoisticamente lanciatosi su due settimane che non gli appartenevano, evitando una dura contrapposizione e negoziando invece uno slittamento che ha permesso la disputa di una breve stagione sul rosso. Da mettere su un piatto della bilancia (ognuno decida su quale dei due) anche l’adozione del nuovo sistema di classifica biennale, nelle dichiarate intenzioni volto a proteggere chi non può o non vuole viaggiare durante la pandemia, ma che ha prodotto storture anche enormi nel ranking – per tacere di iniziative estemporanee, come i punti delle ATP Finals 2019 sottratti all’inizio della scorsa settimana e poi di nuovo aggiunti dopo un paio di giorni.

Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tornando ai piani del romagnolo trapiantato nel Regno Unito, si ripresenta il tema della frammentazione. I nostri tornei hanno 64 siti web, 64 app. Una ridondanza non necessaria e controproducente che si traduce nella mancanza di dati per gestire strategicamente i rapporti con gli attuali fruitori e quelli potenziali. Biglietti, merchandising, abbonamenti TV:Non siamo in grado di offrire un luogo unico in cui trovare tutto il tennis perché non abbiamo quel tipo di piattaforme”. Superare questa lacuna non può che portare a un’ulteriore diffusione del nostro sport.

Se da un lato il coronavirus ha distratto sforzi e impegno dalla realizzazione dei piani originariamente studiati, ha anche “mostrato chiaramente che dobbiamo lavorare insieme”. Il riferimento di Gaudenzi è sempre ai vari enti del tennis. “In questo momento, abbiano i quattro Slam, la WTA, l’ATP, alcuni ‘250’ e l’ITF che vanno sul mercato in cicli differenti, separatamente, con strategie diverse”. Per fare l’esempio dell’Italia, pure con il vantaggio dell’eccezionalità di Supertennis che trasmette in chiaro il Tour WTA e la maggior parte degli ATP 500 e 250, occorre rivolgersi ad altre due piattaforme (Sky ed Eurosport) per vedere gli Slam e i Masters 1000. Una possibilità presa in considerazione è il modello di GolfTV, canale monotematico realizzato grazie ad un accordo a lungo termine sui diritti con il PGA Tour. Perché il COVID-19, con gli stadi vuoti, ha anche accelerato la tendenza della necessità di raggiungere gli appassionati attraverso i media. Anche perché, meno dell’uno per cento di quel miliardo è raggiungibile in loco, per definizione”.

L’opportunità è chiara e presente, i mezzi per coglierla e sfruttarla altrettanto, ma il percorso per arrivarci è ancora molto lungo e accidentato. Tra critiche e buoni propositi, Andrea Gaudenzi merita comunque di poter portare a termine il proprio mandato triennale, con l’augurio che nei prossimi due anni possa essere il tennis – e non la gestione del virus – al centro del progetto.

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In memoria di Diego Maradona, eternamente giovane

Le ragioni del cordoglio unanime per il più discusso calciatore della storia

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Mi ha telefonato mia sorella oggi. Vive da anni lontana dalla mia città. Piangeva lei e piangevo io. Ci siamo chiesti il perché. Nessuno di noi conosceva Maradona personalmente. Nessuno di noi aveva mai avuto il piacere di una foto, di un incontro. Maradona, nella nostra vita di bambini napoletani di un tempo, era solo un coro, una casa a Posillipo, il battito di ali di una farfalla distante, nello spazio e nel tempo, capace oggi di scatenare l’uragano.

Ma non siamo gli unici a piangere e disperarsi. Le prefiche abbondano ovunque, e paiono persino portatrici di strazi sinceri. Si fatica a comprendere come mai, in morte, Maradona stia riscuotendo i consensi che la vita da un bel po’ gli aveva negato. L’uomo divisivo, manicheo, bianco o nero, sembra sparito. L’uomo che, o eri con lui o eri contro di lui (ma coma facevi ad essere con lui? dove era lui?), in queste prime ore della sua morte sembra essere riuscito a riscrivere di colpo la sua intera biografia. Miracolo, l’ultimo di una lunga serie.

Quello che gli stanno tributando tutti, non è il rispettoso e spesso ipocrita parce sepulto. Qui tutti sembrano amarlo per davvero. Diremmo di più: sembrano averlo amato. Tutti salgono sulla barca Diego. Ti guardi in giro e sono tutti argentini, tutti per i deboli dell’umanità, tutti Maradona è megl ‘e Pelé. Da buon napoletano, la cosa non mi convince. Cca nisciun è fess e la gelosia, noi napoletani, la mettiamo nel caffè.

 

Lasciamo perdere Napoli e l’Argentina, non fanno testo. Una città ed una nazione incoerenti fino al midollo, almeno sul punto saranno fedeli alla linea. Pensiamo piuttosto alle società di calcio italiane, che lo hanno detestato, che hanno riso delle sue patetiche vicende extracalcistiche. Oggi quasi ringraziano Maradona per i gol segnati contro di loro. Pensiamo ai comici, che si sono costruito una carriera facendo la battuta delle strisce del campo tirate su per il naso, e che oggi dicono che è morto il più grande. Pensiamo ai tifosi dell’Olimpico, che gli fischiarono l’inno nazionale in mondovisione in una finale mondiale, e che oggi raccontano a figli e nipoti di avere avuto l’onore ed il privilegio di averlo visto giocare.

Chissà se parlerà Andoni Goikoetxea, il macellaio di Bilbao, l’uomo che nel 1983 gli spezzò la caviglia in Spagna. Sono certo che anche lui si dirà affranto, dirà che Diego era il suo idolo e per commozione infilerà il piede sotto il primo tir di passaggio verso i Pirenei.

Guardandoci in giro, sembra davvero affetto sincero. Perché d’improvviso lo amano tutti? Perché si piange per l’immenso giocatore che da circa trent’anni aveva lasciato il campo al discutibile uomo?

Discutibile per non dire “pessimo” come fanno in tanti. Nel suo dizionario dei luoghi comuni Flaubert aggiungerebbe questa frase: “Diego Armando Maradona è un giocatore immenso in campo, ma fuori dal campo un pessimo uomo”.

Si sentono dire molte cose, sin da quando giocava, su Diego Armando Maradona. Sono sempre più o meno le stesse e sono tutte vere. Vale la pena riassumerle. Cocainomane, evasore fiscale, adulterino. Frequentatore di camorristi nelle notti napoletane. Ha impiegato vent’anni per riconoscere un figlio. Uomo kitsch, non elegante nel look e nelle sembianze, un po’ indio, un poco meridionale. Tracagnotto, godereccio, dionisiaco, quasi satiro. Ebbene, secondo molti così avremmo definito un uomo, e invece abbiamo definito i benpensanti.

C’è almeno un personaggio pubblico amatissimo, venerato, per ognuno dei difetti o attributi appena elencati. Ci sono state rock star che celebriamo da decenni morte con l’ago in vena. Campioni dello sport, imprenditori a capo di multinazionali, che hanno patteggiato con il fisco italiano e che ancora inviteremmo per il tè. I frequentatori di camorristi sono stati e forse sono ancora in parlamento, e a differenza di Maradona frequentavano i camorristi proprio perché gli serviva la camorra, non per una serata in discoteca. Quanto agli adulterini, ai kitsch e ai meridionali, beh quelli siamo noi: alle volte solo uno dei tre. Altre volte non ci vergogniamo di essere tutto.

Poi c’è il Maradona “politico”, il più pasticciato. Il nazional-comunista, un po’ peronista, un po’ bolivariano. L’amante della rivoluzione cubana, amico di Castro, Chavez e Maduro, ma anche colui che eliminando l’Inghilterra dai mondiali volle vendicare la sconfitta militare alle Falkland/Malvinas della dittatura fascista di Videla.

L’uomo del popolo, quello di Villa Fiorito lo è sempre restato. Roberto Benigni accogliendo un Oscar disse che ringraziava i suoi genitori per avergli dato il regalo più grande, la povertà. Maradona non sarebbe mai stato in grado di esprimere un concetto così nobile e così paraculo al tempo stesso. Ma la povertà se l’è portata addosso, in eterno. Cucita insieme a una dose di beata ignoranza. Il Maradona che con i suoi limitati mezzi culturali tuonava contro la Fifa, Havelange e Blatter, Platini e Pelé, la Federazione Argentina, ha bene o male sempre avuto ragione. Solo che a tutti è sempre sembrato che ciò fosse un caso, una schedina fortunata giocata insieme alle Marlboro morbide di sabato sera, e non la sfacciata sincerità di una persona che il sistema non è mai riuscita a contenere e a corrompere.

Volete l’uomo? Bene, chiedete a chi gli è stato amico. Chiedete dell’uomo. Fatevi spiegare cosa voleva dire per dei ricchi professionisti andarlo a recuperare a casa, la mattina degli allenamenti, strafatto di coca dalla nottata, per portarlo sul campo, quantomeno a farsi vedere.  Chiedete cosa fosse lui per loro mentre lo sollevavano dal letto senza sollevargli la vergogna di dosso, e gli facevano il caffè. Diego si svegliava che non li riconosceva neppure. Ma loro sapevano chi era e perciò erano lì. Chiedete a loro dell’uomo Maradona, dell’amico Maradona, del figlio Maradona, del padre Maradona. Vi diranno cose belle. Del marito no, non chiedete. Ma qui parliamo di uomini, anche di quelli che sbagliano.

Chiedete loro di uno spogliatoio prima di una partita a Milano. Della loro tensione, della loro ansia, quando qualcuno tirò fuori dal nulla una arancia ed iniziò a palleggiare. Apparentemente senza motivo. Chiedete chi fu l’uomo che per distrarre e rilassare la sua squadra, decise in uno spogliatoio di San Siro di battere il record mondiale di palleggi con arancia, mentre tutti ritmicamente battevano le mani e dimenticavano la paura.

Spiegare Maradona non è possibile. Non con le lacrime agli occhi. Principalmente perché si deve camminare sulle impronte lasciate da centinaia prima di te, che magari lo hanno davvero conosciuto e hanno scritto fiumi di bellissime parole sul più discusso calciatore mai esistito. Ripercorrere i sentieri già battuti con le lacrime agli occhi non è facile.

Allora tanto vale provare una strada nuova. Un profilo differente. Qualcosa che chi scrive conosce meglio. Cambiamo almeno la versione della storia su Napoli e Maradona. Hanno raccontato la Napoli storicamente sottomessa e umiliata che grazie a Maradona ha sollevato la testa. Hanno detto che è per questo che Napoli lo ha così amato. Fermate chi fa questo discorso, non lo state ad ascoltare. Hanno confuso l’amore con la gratitudine e a Napoli è peccato mortale. I trentenni che oggi piangono, e si radunano al San Paolo di notte, perché non avranno mai un funerale, di quell’alzata di capo non possono ricordarsi.

L’amore della città per Maradona è certamente anche l’amore per l’idolo sportivo. Ma Maradona sarebbe stato amato anche a Roma, a Milano e a Torino, città che la testa non avevano certo bisogno di sollevarla. Perché quest’uomo pessimo, in verità, al calciatore immenso un poco somigliava.

Chi gli stava vicino lo amava. Era inevitabile. Chi lo vedeva in televisione si infatuava di un sorriso. Alcune persone hanno questa qualità. Qualità che non si allena, come non si allenava Diego, ma con cui si nasce. Si chiama carisma, simpatia, leadership. Come si chiama si chiama, Maradona grondava di questa qualità. Essa dilagava in campo e fuori. Napoli era solo più ricettiva di altri posti per chi possiede questo estro, per chi è capace di farti stare meglio con un’arancia negli spogliatoi. Solo l’odio calcistico, che è sentimento forte e atroce, poteva impedire di esserne coinvolti. Si dice che l’avvocato Gianni Agnelli avesse Maradona in gran simpatia. Onore all’avvocato. E onore anche a Maradona.

Ma dopo trent’anni, questo dolore e questo cordoglio ancora non si spiegano. Quest’uomo di 60 anni, bruciatosi nell’incapacità di vivere e di esistere, giunto al limite del proprio corpo, muore. Ci sarebbe da essere tristi, fatalisti, ma non affranti.

Ecco che allora, l’unica spiegazione plausibile, è che forse non stiamo vedendo morire il sessantenne consumato da ogni vizio. Noi che non possiamo raccontare quelle mattine passate a fargli il caffè, che ne conosciamo solo una logorata immagine pubblica, vediamo morire un uomo di trent’anni, rimasto fermo lì al palo della vita, ancora in pantaloncini a maglia numero 10, mentre noi tutti andavamo verso l’età adulta.

È come se Maradona, per me e per tutti quelli che oggi lo piangono, dai 30 anni in poi non fosse più esistito. Tra droga, alcol, doping e squalifiche, odio cieco verso il sistema, figli illegittimi, orecchini sequestrati all’aeroporto, bypass gastrici, disintossicazioni, sigari e Fidel, scene sguaiate, separazioni, giornalisti sparati a sale, Maradona ha scelto di non esistere gli ultimi 30 anni. Nessun ricordo si è sovrapposto su quelli di lui in campo. Per quanto abbia penato nella seconda parte della sua vita, e fatto di tutto per gettare giù dal piedistallo la divinità, quei primi trenta anni di diamante non sono stati scalfiti.

Non è mai esistito un Maradona adulto. Non ne ho traccia, non ne ho memoria. L’adulto fuori dal campo è stato solo un’eco del ragazzo inarrestabile, riverberatasi a lungo, perché la nota di gioventù era limpida e duratura. È morto un ragazzo di trent’anni, ecco perché piango. E non parlo di me e del pezzo di me che se ne va con lui. A quei pezzi che perdiamo per la via ci stiamo tutti facendo il callo. Parlo di Diego Maradona che è rimasto là, a palleggiare con le arance, mentre noi tutti scappavamo via.

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