Dopo la “sbornia” Sinner, la O2 Arena vuota deprime Tsitsipas. E pure Rublev

Editoriali del Direttore

Dopo la “sbornia” Sinner, la O2 Arena vuota deprime Tsitsipas. E pure Rublev

London ATP Finals – Pistolesi e Nargiso, confronto impari con Jannik. Il greco “Master 2019” se la prende con l’atmosfera che non c’è. Thiem: vendetta servita. Nadal fresco come una rosa non cede un set al russo già domo. Federer non è Trump

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ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Stiamo tutti ancora smaltendo la sbornia Sinner, gira ancora un po’ la testa, quando cominciano le finali ATP all’O2 Arena che senza pubblico trasmettono una tristezza infinita per un addio a Londra che più moscio non poteva essere. I giocatori, e che giocatori!, per fortuna ci sono, i raccattapalle mascherati anche, un arbitro a partita anche, i cameramen guai se mancassero (addio milioni di diritti tv!), ma viene la nostalgia perfino dei giudici di linea e dei loro errori umani, tanto che Boschetto e Golarsa nel commentare Thiem-Tsitsipas si ribellano inconsciamente alle righe elettroniche e a quelle voci cacofoniche emesse da un computer spettrale invocando ripetutamente, ma invano, le chiamate al Falco che non potranno esserci.

L’effetto Sinner ci ha davvero travolto. Hai voglia carissimo Riccardo Piatti, e Jannik stesso, di invocare pazienza, di predicare umiltà, di raccomandare al colto e all’inclita perle di saggezza e buonsenso secondo cui, come rievoca Angelo Carotenuto nella sua brillante e quotidiana newsletter su “Loslalom.it” parafrasando coach Piatti ammonisce “la necessità di perdere a 19 anni è la miglior strada per aumentare la capacità di vincere”.

Vanni Gibertini ha preparato un articolo sulla “Nascita della Sinner-mania, tutti pazzi per Jannik” (che pubblicheremo nei prossimi giorni) prendendo un po’ le distanze dagli eccessivi entusiasmi dei nostri media in blocco suscitati in fondo in fondo (ma non solo…) dalla vittoria del giovanotto della Val Pusteria in un torneo minore, un ATP 250 cui non prendeva parte nessun top-ten.

 

A colpire l’immaginario collettivo hanno certo contribuito più fattori, in primis l’escalation straordinaria di un ragazzo che due anni fa non era fra i primi 800 tennisti del mondo, nonché la sua indiscutibile precocità che lo mette sulla falsariga dei leggendari Fab Four. Poi ci sono anche i particolari “romantici” del ragazzo che lascia la montagna e i genitori, ben ricostruiti da Alessandro Stella nel suo bell’articolo. Forse i media sono corsi un po’ dietro a quello che la gente, angosciata da ben altri problemi in quest’Italia in piena emergenza, voleva sentirsi dire, voleva leggere per aprire il cuore a un futuro più roseo (e magari anche azzurro) piuttosto che rosso o anche arancione.

Prima di chiudere quest’argomento che ci terrà compagnia almeno fino al prossimo Open d’Australia, ho pensato sorridendo a che cosa – nell’apprendere dell’esplosione della Sinner-mania – deve essere frullato per la testa a quel “romano de Roma” certo ricco di sense of humour di Claudio Pistolesi, fino a ieri il più precoce tennista italiano a vincere un torneo ATP, a Bari nel 1987 a 19 anni e 7 mesi. Quella vittoria non se la filò nessuno. Tutt’al più sarà uscita sulla Gazzetta del Mezzogiorno, e altrove in qualche “notizia in breve”. Le ingiustizie della vita, avrà di sicuro pensato “Pistola”, con una scrollatina di spalle.

Io che lo vidi giocare, però, posso garantirvi che con quel suo gioco da pallettaro –e lo dico con il massimo rispetto, perché ricordo perfino una sua vittoria su un Wilander dismesso – nessuno lo avrebbe mai pronosticato né n.1 del mondo, né top-ten o top-30. Difatti si è fermato a un best ranking di 71, raggiunto la settimana prima di compiere 20 anni (il 17 agosto 1987). Anche Diego Nargiso, a proposito di presunte promesse e classe 1970, a 18 anni si è issato al suo best ranking, n.67, senza poi riuscire a salire più su. Lui, napoletano verace, per la verità sembrava avere qualche arma tecnica in più rispetto al regolarista romano dalla mano quadra, il servizio mancino, il gioco a rete, qualche tocco al volo non disprezzabile – a Roma battè Emilio Sanchez, a Key Biscayne contro Courier “fece un primo set da fenomeno vinto al tiebreak e gli altri due da Nargiso… (6-2 6-0)” come scrisse Rino Tommasi. La testa di Diego non era davvero quella di Jannik.

Jannik Sinner – Sofia 2020 (foto Ivan Mrankov)

C’ero stato là per tutti gli ultimi 11 anni alla O2 Arena, e a giro per il mondo avevo visto dal vero 41 – fra Masters (1970-1989) e ATP Finals – di 49 edizioni della rassegna di fine anno. Mancare l’ultima, con il solito percorso a piedi che facevo per raggiungere la stazione underground di Canary Wharf attraverso il ponticino pedonale che varca il canale e l’Obika bar (con i suoi sandwich niente male) per trovarmi dopo una sola fermata a North Greenwich mi manca moltissimo, anche se non come Wimbledon e il Roland Garros… che gli Slam e i tornei all’aperto (senza la condanna della sessione serale!) sono tutta un’altra cosa. Ma anche alla 02 Arena, con tutto quel percorso dalla stazione metro al teatro in mezzo con tanta, tantissima gente, e non solo i 17 mila sugli spalti, ma anche tutti quei giovani a spasso fra pub, ristoranti, discoteche e negozi di ogni tipo, contribuivano a creare un’atmosfera che – come troppe cose quest’anno – se ne è andata e, almeno per il tennis, non tornerà più.

Spero proprio di ritrovarla a Torino quell’atmosfera, magari già dal 2021, anche se l’epidemiologa romana Stefania Salmaso che ho ascoltato l’altra sera su “La 7” dalla Gruber mi ha dato la bruttissima notizia che anche se spuntassero fuori quattro, cinque, sei vaccini efficaci, finché tutto il mondo, ma proprio tutto (Africa e Asia comprese) non sarà negativizzato (e non vedo proprio come sarà possibile arrivarci, anche se sparissero d’incanto i negazionisti) per tre anni lei non prevede la possibilità di liberarsi di queste insopportabili (ma necessarie) mascherine. Se ha ragione non vorrà dire soltanto perdersi miliardi di sorrisi, ma un susseguirsi di rischi di nuovi contagi. E non se ne può più.

Chiedo scusa per le divagazioni. Di certo l’atmosfera della 02 Arena 2019 non l’ha sentita il “Maestro” in carica Tsitsipas che un anno fa, sebbene all’esordio alle ATP Finals, in finale con Thiem aveva vinto al tiebreak del terzo set. Stefanos ha imputato la sua sconfitta con Thiem anche – sia pur non solo – all’assenza del pubblico, di un calore che non c’era. Questo appena vissuto rischia di essere l’unico duello fra due tennisti dal rovescio a una mano, se non si ripeterà in una nuova finale. Tutti gli altri sei lo giocano bimane (ogni volta che lo scrivo penso che il neologismo appartiene allo scriba Clerici) e mi piacciono meno, anche se ormai ci ho fatto l’abitudine.

Chissà, magari quella di Tsitsipas – il cognome di tennista che si presta ai refusi come nessun altro, a parte l’accento che alcuni fanno cadere sulla seconda i e altri sulla a e almeno i telecronisti dello stesso match si dovrebbero mettere d’accordo… – sarà stata anche una scusa, un alibi per giustificare la sconfitta nella rivincita con Thiem, però secondo me un pochino ci sta. Perché il greco, un po’ Superbone (qualcuno fra gli over 50 ricorda il fumetto?) e un po’ istrione con la tendenza a filosofeggiare da uomo vissuto, secondo me è tipo più di altri incline a esaltarsi se gli riesce un colpo da maestro, se può far uscire un coniglio dal cilindro. Mi dà l’aria di essere un po’… narciso, di uno che ha bisogno di consenso, di entusiasmo attorno a sé, e meglio se ad applaudirlo c’è una folla adorante.

Ho conosciuto tanti giocatori così: di quelli che sul centrale a spalti gremiti giocavano da fenomeni, mentre sul campo 17 davanti a quattro spettatori non beccavano palla. Non dico che Tsitsipas abbia avuto una annata inferiore rispetto al 2019 per via del Covid e dell’assenza di pubblico alle sue partite – non ne ha vinta più una dai quarti del Roland Garros – però non mi sento di escluderlo del tutto. Vero anche che è sempre più difficile confermarsi che emergere, soprattutto se non si ha troppa pazienza e umiltà.

Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

La cronaca del duello fra rovesci monomani Ubitennis l’ha già pubblicata e la condivido, quindi ve la risparmio. E spero non me ne vogliate ma anche la partita fra Nadal e Rublev, un giocatore che è freschissimo per aver giocato poco e un altro che è stanco per aver giocato troppo, non mi ha fatto impazzire, tranne che per qualche recupero pazzesco di Nadal con il rovescio da posizioni impossibili per chiunque altro. Rublev, che mi dà sempre l’aria – anche per quel suo rispondere alle domande sempre con il testone riccioluto e gli occhi bassi – d’essere un timidone, un ragazzo ipersensibile, ha forse accusato anche la tensione di ritrovarsi per la seconda volta al cospetto del suo idolo Nadal insieme all’élite del tennis mondiale. La prima volta risaliva a tre anni fa, Rublev non era competitivo allora, non conta. Stavolta più di qualcuno pensava che Andrey potesse mettere in difficoltà un Nadal che l’unico torneo sul cemento indoor l’ha vinto 15 anni fa, contro Ljubicic a Madrid 2005 (il coach di Federer e il neomanager di Berrettini con LJSportGroup).

Ma Rublev ha perso presto il servizio nel primo set, prestissimo nel secondo, e Rafa si è limitato a controllare la situazione. Vincendo in due set, mentre Thiem – suo prossimo avversario domani martedì – aveva vinto in tre, Rafa ha messo da parte un piccolo bottino che tante volte in questa competizione con i round robin si è rivelato importante. Rafa è sembrato in forma, ma il suo avversario no. Ho chiesto a Rublev se non ritenesse d’aver giocato troppo e mi ha risposto che sì, a Parigi era stanco, ma qui non riteneva d’esserlo: “D’altra parte per cercare di qualificarmi ho dovuto iscrivermi al maggior numero possibile di tornei…”. Ne ha vinti cinque, più di tutti. Difficilmente vincerà questo.

Nadal invece questa volta ha più chances di altre. Mai era arrivato così fresco a Londra in quelle nove volte in cui aveva partecipato. E altre sei non era neppure riuscito a venire. Alle semifinali secondo me arriverà. Un bel tassello per la qualificazione l’ha già messo. E mi è piaciuta anche una sua dichiarazione in risposta a una domanda di Cindy Shmerler del New York Times che gli ha chiesto se non ritenesse che anche per gli Slam sarebbe venuto il tempo di giocare sulla distanza dei due set su tre, come accade ormai per tutti i Masters 1000 e anche per le finali ATP: No, credo che si dovrebbe continuare a giocarli tre set su cinque, negli Slam si gioca un giorno sì e uno no. Nei Masters 1000 si passò ai due su tre anche nelle finali soltanto nel 2007… dopo che per due anni di fila io giocai di domenica due finali a Roma intorno alle cinque ore contro Coria e contro Federer e c’era Amburgo che cominciava il lunedì”.

E anche l’Open del Canada e Cincinnati avevano lo stesso problema del back to back. Oggi si giocano altre due rivincite di finali: quella di Roma fra Djokovic e Schwartzman e quella di Bercy fra Medvedev e Zverev. Per la prima… non ci sarà vera rivincita, vincerà per la sesta volta il serbo che mira a eguagliare i sei trionfi di “Maestro” Federer anche se non ha più vinto a Londra dal 2015. Interpellato su tale evenienza Federer avrebbe dichiarato che non si comporterà come Trump, ma accetterà sia il pareggio che la presente leadership di Novak. Per la seconda semifinale si potrebbe rovesciare il risultato di Bercy anche perché la superficie mi è sembrata molto veloce e più adatta al tennis di Zverev, “Maestro” a Londra due anni fa. Anche i bookmakers parevano incerti alla vigilia del torneo: qualcuno aveva considerato Medvedev terzo favorito delle Finals dopo Djokovic e Nadal, qualcuno invece Zverev. Stasera qualcuno dovrà aggiornare quelle quote.

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Editoriali del Direttore

ATP Finals: Medvedev degno ‘Maestro’ a Londra per almeno otto motivi

Le ultime tre partite potevano finire con vincitori diversi, ma il giovane russo è il tennista più completo e ha meritato il successo. Thiem e una tattica monocorde. Ha funzionato all’inizio, ma Medvedev ha un gioco più vario e intelligente

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Daniil Medvedev - ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Da Davydenko a Medvedev i 12 anni di ATP Finals a Londra si sono chiusi come si erano aperti, con il successo di un tennista russo. Medvedev non lo sapeva neppure… ma l’ha scoperto direttamente da Davydenko stesso, telecronista della tv russa nel corso dell’intervista finale. Davydenko batté in finale del Potro 6-3 6-4 e in semifinale Federer (!) 7-5 al terzo e proprio 7-5 al terzo aveva perso da Djokovic nel round robin, in cui le sue vittorie erano state raggiunte a spese di Nadal (6-1 7-6) e di Soderling (7-6 4-6 6-3).

La vittoria di Davydenko rappresentò all’epoca una notevole sorpresa. Quella di Medvedev lo è stata tutto sommato meno, perché a Parigi-Bercy Daniil aveva già destato una grandissima impressione. Insomma Medvedev è un più che degno Maestro della racchetta. Il giovane russo, 24 anni e n.4 del mondo, si merita certamente il titolo più importante della carriera per più di un motivo.

1) Per non avere perso un match in tutto il mese di novembre, fra Parigi-Bercy e il Masters ATP di fine anno dove ha incontrato e battuto 5 top-ten, cogliendo in totale 10 vittorie e 2.500 punti. A Londra è stato un vincitore senza macchia, capace di onorare il suo mestiere anche nel match che non aveva necessità di vincere (Schwartzman) perché non solo era già qualificato per le semifinali, ma sapeva d’essere comunque primo nel suo girone. Vero che il suo avversario era il più debole degli otto tennisti a Londra, ma lui avrebbe potuto anche scegliere di risparmiare energie.

 

2) 25 vincitori della storia del Masters di fine anno avevano perso un match nei round robin. Sono più della metà, quindi, i vincitori “macchiati da almeno una sconfitta”, perché nelle ATP Finals ci sono state anche edizioni in cui si è giocato ad eliminazione diretta.

3) Medvedev è il primo tennista ad averle vinte battendo in fila il n.1 del mondo Djokovic, il n.2 Nadal, il n.3 Thiem. Nel round robin, in semifinale, in finale.

4) Soltanto altri tre giocatori avevano battuto nello stesso torneo i primi tre tennisti del mondo: Becker a Stoccolma nel 1994, Djokovic a Montreal nel 2007 e Nalbandian a Madrid 2007. Ma nessuno dei quei tornei era importante come il Masters ATP di fine anno. Se fosse successo in uno Slam sarebbe stato già diverso.

5) Nel round robin Medvedev non ha perso un set. E credo si debba considerare un titolo di merito anche l’aver vinto in rimonta gli ultimi due match. Infatti con Nadal aveva perso il primo set ed era indietro di un break fino al 4-5 del secondo quando Rafa ha perso a zero il game di battuta. E anche con Thiem ha perso il primo, ha annullato tre palle break nel secondo, e quando è arrivato al terzo tutte le occasioni per vincere le ha avute lui: 0-30 nel primo game, tre palle break nel terzo, altre due nel quinto quando ha trasformato la sesta palla break che era anche l’ottava del match dopo quella avuta nel primo game della finale e quella mancata nell’ottavo game del secondo set.

6) Ha dimostrato di essere un giocatore completo e, per quando inelegante stilisticamente, un tennista che gioca un tennis senza apparente sforzo. Sebbene sia alto un metro e 98 cm si muove benissimo, si piega fino a terra ancor meglio, non fa fatica a correre, a recuperare, a tirare seppur in modo apparentemente non ortodosso (specie il dritto con un movimento amplissimo e brutto a vedersi). Forte atleticamente Daniil ha fatto accendere la spia rossa della benzina sia a Nadal sia a Thiem quando si è trattato di giocare il terzo set. Nadal ha 34 anni e ci sta. Thiem ha probabilmente faticato con Djokovic più di quanto Medvedev abbia faticato con Nadal e ci sta che, pur avendo finito di giocare qualche ora prima, abbia pagato quello sforzo.

7) Degli otto era anche quello che serviva meglio, per numero di ace, percentuale di prime, efficacia della “seconda”: è un bel vantaggio poter godere di tanti punti gratis quando invece le sue tre “vittime” Djokovic, Nadal (più degli altri) e Thiem quasi tutti i punti devono invece sudarseli. Inoltre, quando dico che Daniil è un giocatore completo (limitato soltanto sulla terra battuta) mi riferisco alla varietà del suo tennis. Ha dimostrato di essere capace di venire avanti, anche in controtempo, anche seguendo la seconda di servizio come una risposta aggressiva sulla seconda dell’avversario, di scambiare slice dopo slice con Nadal (meglio di Rafa) come con Thiem (appena meno bene ma più che dignitosamente), di variare velocità e altezza di palla come hanno fatto in passato Mecir e Murray, di tirare colpi piatti lungolinea come incrociati di grande profonda penetrazione e velocità.

8) È certamente un giocatore intelligente. Lo è fuori dal campo, lo è dentro. Thiem ha voluto impostare un match tattico. Ma c’è rimasto invischiato e non ha avuto la presenza di spirito di provare a cambiare qualcosa, anche se non era facile. Glielo ho chiesto a Dom subito dopo il match, pur sapendo che l’austriaco è tennista di maggior potenza ma non di grandissime variazioni. Ci sono state anche tre palle break mancate nel secondo set e una in particolare quando Medvedev ha fatto serve&volley e, sbilanciato, una drop-volley su cui Dom è arrivato bene ma ha messo fuori un dritto non difficilissimo a campo aperto…

Ho chiesto a Dom: “L’aver rinunciato a tirare i tuoi magnifici rovesci coperti per giocarli sempre slice non è stata una scelta tattica alla fine penalizzante?”. Dominic mi ha risposto che no, non la pensava così: Dovessi rigiocare contro Medvedev giocherei ancora il rovescio così, l’avevo già fatto anche nei nostri precedenti duelli”.

Certo glielo avrà detto il suo coach Massu, ma a me è sembrato che l’idea fosse buona fino a tutto il secondo set, ma che poi invece avrebbe fatto meglio a cambiare qualcosa. Il suo rovescio slice era diventato invece molto prevedibile e non procurava punti. Quasi come per Nadal la sera prima. Anche Rafa si era rifugiato nello slice. Ma Medvedev avrebbe poi detto: “Con quel rovescio Nadal non ha fatto più di due punti, non mi dava noia che lo tagliasse”.

Come sempre manca la controprova. Però la mia sensazione è stata che Medvedev, cui Thiem intendeva spezzare il ritmo, si sia messo con santa pazienza ad affettare anche lui, salvo poi presentarsi a rete all’improvviso per cogliere un gran bel bottino di punti. Nel solo secondo set mi pare 12 punti in 17 discese. E in tutto 28 punti su 37. Mica male! Per Thiem giocare a quel modo, invece di sparare quei rovesci che ci hanno fatto sobbalzare come quel tracciante incrociato che gli aveva dato il punto del 6-4 nel tiebreak del terzo set contro Djokovic, era un po’ come giocare contro natura, secondo me. Anche gli sforzi fatti con la testa comportano dispendio di energie. Se ne può pagare un prezzo quando un match va per le lunghe.

Concordo con Paolo Bertolucci che invocava una maggior varietà di schemi quando ormai Medvedev aveva imparato a prendere le sue contromisure su quelle palle tagliate che lo avevano infastidito per un set e mezzo. Però nel suggerirlo Paolo non aggiungeva quanto sia difficile alternare rovesci tagliati e rovesci coperti. Quando ti metti a giocarne cinque, sei tagliati di fila, devi cambiare impugnatura per tirare improvvisamente un rovescio coperto e non è facile farlo senza perdere il controllo. Tant’è che quando Thiem ci ha provato ha commesso anche diversi errori. E curiosamente sbagliava anche parecchi dritti, quasi che nel cambiare l’impugnatura, e magari pure la distanza dalla palla, si trovasse ancora più a disagio.

Il fatto è che Thiem restava comunque quasi sempre ancorato a fondocampo, mentre Medvedev poteva fare qualsiasi cosa, stare metri e metri indietro, liftare, tagliare, colpire piatto, e poi venire avanti dietro al servizio, alla risposta…e con quelle lunghe leve mica facile passarlo! Anche perché di tocco il russo non è affatto male. E se la tattica di Thiem ha pagato bene nei precedenti, come ha detto Thiem, forse non tiene conto del fatto che Medvedev potrebbe avere fatto dei progressi. Vabbè, la pianto qui, perché non voglio passare da presuntuoso che pensa di capirne più di Massu che ha evidentemente consigliato il suo ragazzo a giocare così vita natural durante.

Chiudo rallegrandomi del fatto di aver potuto assistere a gran belle partite. In particolare, anche se mi è piaciuta molto anche Thiem-Nadal nel round robin, direi che sono state particolarmente avvincenti ed equilibrate le ultime tre. I loro risultati sono stati frutto di minime differenze, dettagli, episodi. Avrebbero potuto dare un esito opposto a quello che hanno dato. Quindi applaudiamo in ugual misura – sebbene nello sport non sia quasi mai così – vincitori e vinti. Avrei voluto essere là, ma anche te in tv mi sono appassionato e divertito. Spero anche voi.

In questi tristi tempi di Covid abbiamo passato ore piacevoli davanti alla tv per seguire – i più fortunati che potevano permetterselo – un tennis niente male a New York (finale bruttina, ma in quanto a suspence all’altezza di queste di Londra), Roma, Parigi, Londra, nonché negli altri tornei in cui hanno brillato i nostri Sinner, Sonego, Cecchinato, Musetti, Berrettini (da Matteo speravo di più, ma se in passato avessimo avuto un tennista che faceva ottavi all’US Open e quarti a Roma saremmo già stati contenti). Non dimentichiamo che tre settimane prima dell’inizio dei tornei di Cincinnati-NewYork e dell’US Open non eravamo ancora certi che avremmo visto tennis per tutto il resto del 2020.

Non so che succederà per l’Open d’Australia, nessuno lo sa, ma se per tutta la primavera l’incognita virus permane, beh per le finali ATP di Torino spero proprio che saremo usciti fuori da quest’incubo, anche se nessuno sa per quanto tempo ancora saremo costretti a indossare le mascherine.

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Editoriali del Direttore

ATP Finals: Thiem vs Medvedev, è il cambio della guardia. Ma l’appeal è, e sarà, lo stesso?

Djokovic e Nadal hanno lasciato Londra con la valigia piena di rimpianti. I loro fan in gramaglie. Il sesto “Maestro” inedito di fila sarà un vero “Maestro”?

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Novak Djokovic e Dominic Thiem - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

Sei Maestri tutti diversi dal 2015 non saranno troppi? Forse, ma era già successo fra il 1974 e il 1979 (Vilas, Nastase, Orantes, Connors, McEnroe, Borg) e ricapiterà quest’anno dal momento che chiunque vincerà la sfida odierna fra Medvedev e Thiem seguirà a Djokovic (2015), Murray, Dimitrov, Zverev e Tsitsipas.

Ad onor del vero, comparando quei sei Maestri di allora e quelli di quest’ultima mandata, beh, sarò considerato un nostalgico del tempo che fu come quei vecchietti che cominciano i loro discorsi con “Ai miei tempi…”, ma mi pare che il confronto a distanza fra quei nomi, quei campioni, e questi contemporanei proprio non regga.

Il nuovo Maestro per il 2020 sarà il secondo russo della storia, dopo Davydenko che vinse nel 2009 la prima edizione Brit della 02 Arena, oppure il primo austriaco di sempre (Muster si qualificava… ma il cemento non era pane per i suoi denti).

 

Avevo presentato le semifinali come uno scontro tra il Duo Matusa e il suo Primavera – era stato Rino Tommasi a “brevettare”  il soprannome alla coppia formata da lui e Gianni Clerici e a quella più giovane di Roberto Lombardi con il sottoscritto – e non era stato molto difficile prevedere che sarebbero state due sfide molto equilibrate, senza veri favoriti capaci di dominare i loro sfidanti. Beh fin lì ci abbiamo azzeccato tutti. Anzi, assistere a partite più equilibrate di così era impossibile.

Forse oggi abbiamo assistito, semmai, anche al cambio della guardia. L’hanno invocato molti, stufi dei ripetuti trionfi dei soliti Fab, ma era l’ora? Mah, non è che io sia del tutto convinto. Di certi “de profundis” pronunciati anzitempo, anni e anni fa, per un presunto anziano campione  svizzero, ce ne ricordiamo tutti. E siamo stati tutti contenti quando il quasi “caro estinto” ha dimostrato di non essere estinto affatto.

Per quanto mi riguarda, bene che soffi il vento delle novità, ma bene anche che i Fab 4 – sì, se fosse possibile anche Andy Murray – continuino a sfoderare le loro racchette e a mulinare dritti e rovesci eccellenti ancora a lungo. E poi, per carità, vincano i migliori, ma senza che a decidere sia necessariamente la carta d’identità.

Ieri i due “Matusa” hanno ceduto, fra mille rimpianti, ai due “Primavera”. Non so chi fra le due “vittime” anziane di quei rimpianti ne avrà di più. Forse Nadal, perché questa era forse l’ultima occasione di vincere uno dei pochi tornei che non figurano ancora nel suo ricchissimo palmares. Lui stesso ha ammesso con voce tristissima ai colleghi spagnoli: “Sì, credo di aver mancato una opportunità di giocare un’altra finale e di vincere questo torneo…ma la vita va avanti”.

Mentre per Djokovic, anche se ha sottolineato comprensibilmente e sportivamente più i meriti dello straordinario tiebreak giocato da Thiem – ma dallo 0-4 in poi però! – ci sono in bacheca cinque trofei vinti all’02 Arena a poterlo consolare. Quindi ok, non ha eguagliato i sei vinti da Federer, ma insomma non è la stessa delusione che deve avere provato Rafa.

Magari si poteva pensare che in due partite giocate spalla a spalla e decise all’ultimo sprint, 2h e 54 m il match vinto da Thiem, 2h e 36 m quello vinto da Medvedev, l’esperienza dei due Fab avrebbe potuto avere il sopravvento. Invece non è stato così e soprattutto nel caso di Medvedev con Nadal ho avuto l’impressione che nello spagnolo sia affiorata nel finale una stanchezza abbastanza evidente, anche se lui l’ha orgogliosamente negata. Ho avuto perfino la sensazione che nel finale camminasse male, quasi zoppicasse quando è uscito dal campo. Ma Rafa non ne ha fatto il minimo cenno. Se ha un problema ad una gamba, per andare a pesca con la sua mega barca a Maiorca non ne risentirà.

Non so poi se quella prolungata condotta remissiva di Djokovic non fosse anch’essa conseguenza di un po’ di stanchezza, forse più mentale che fisica. E non andiamo adesso a cercarne ancora le cause vere o semplicemente presunte facendo ricorso a psicologi da supermercato…

Novak Djokovic – ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Però in tutte le previsioni della vigilia il fattore fisico, atletico come mentale, non era stato forse preso abbastanza in considerazione e invece ha l’aria di avere almeno un po’ influito. Decisivo non si può dire, perché almeno Rafa in un’ora e mezzo avrebbe potuto chiudere la pratica a suo favore. 

Una volta Martina Navratilova mi disse: Non è vero che invecchiando si senta meno la pressione per un fattore di maggiore esperienza… la si sente invece di più, perché ogni giorno e ogni torneo che passa si teme di non essere più in grado di salire sull’ultimo treno“.

Certo il maiorchino difficilmente dimenticherà di aver perso a zero il game di battuta quando – dopo un’ora e 24 minuti di buon tennis – si è trovato a servire per il match sul 6-3 5-4. Dopo aver vinto un primo set che aveva subito un’improvvisa e inopinata svolta sul 3 pari, quando invece pareva che Medvedev fosse molto più ispirato di Nadal. Ma il russo aveva avuto un improvviso black out e Rafa ne aveva prontamente approfittato.

Ma, al di là di quel game del 5-4 in cui avrebbe avuto tanto bisogno di qualche “prima” in più, quasi altrettanto determinante è stata, ormai nel terzo set, anche quella facile volée giocata troppo morbida sulla palla game del 4-3 nel terzo set. A quella ha fatto seguito, due punti dopo, un altro errore al volo proprio simile. Volée abbastanza comoda giocata un po’ lontana dalla rete e senza la spinta delle gambe. Lui non l’ha chiusa e in entrambe le occasioni lesto Medvedev –che ha un’agilità straordinaria per un uomo d’un metro e 98 – ne ha approfittato per infilarlo a rete. Subito dopo il russo, che sa tirar su piegandosi come una molla anche palle che non si alzano da terra, è venuto intelligentemente avanti in controtempo – avendo scorto che Rafa avrebbe giocato un rovescio slice – a prendersi il punto del break per il 4-3 in suo favore. Lì si è in pratica decisa la partita. A vederlo Medvedev è tutto il contrario di Federer: è l’ineleganza stilistica fatta persona. Ma quanto a efficacia siamo lì. Salvo che per i passaggi a vuoti che di solito accusa.

Anche Novak Djokovic, del resto, non dimenticherà facilmente di essere stato avanti 4-0 nel tiebreak del terzo set, dopo aver annullato a Thiem quattro match point nel tiebreak del secondo. Lui, ribattezzato “l’uomo dei tiebreak” – nella specialità poteva vantare un bilancio nel 2020 di 16 tiebreak vinti su 17 (erano 15 su 16 prima di quello vinto 12-10 su Thiem) e di 24 sugli ultimi 26 – chissà perché ha deciso di giocare in maniera conservativa proprio questo tie-break nel quale si era procurato due mini-break che avrebbero dovuto spalancargli la via per la finale.

Vero che Thiem, dopo aver esordito nel tiebreak decisivo con un doppio fallo e aver regalato un dritto sullo 0-3, si è riscattato prima con un ace sullo 0-4 e poi con uno splendido scambio per risalire a 2-4. Ma lì Djokovic, già fin troppo passivo e a rincorrere lungo quasi tutta la gara, ha sotterrato un rovescino slice senza pretese prima di sbagliarne un altro. Al miglior Djokovic non sarebbe mai successo. Rinfrancato dal raggiunto 4 pari, Thiem ha messo a segno l’ace n. 12 e poi, rischiato super-coraggiosamente il tutto per tutto, ha fatto un punto assolutamente straordinario con un missile incrociato di rovescio che lo ha portato sul 6-4 e a due match point. Il secondo è stato quello buono.

Eccolo, il missile di rovescio di Thiem

Insomma la finale che avevo pronosticato, Thiem-Nadal, non ci sarà. Ci sono andato vicino, ma come si è potuto constatare, ad andare vicino al traguardo ci sono andati anche i due rappresentanti old-gen che hanno fatto le valigie per tornare a casa.

Chi vincerà adesso fra il n.3 e il n.4 del mondo, Thiem o Medvedev? (trovate qui le quote dei bookmaker). Beh, adesso basta con i pronostici. Ho azzeccato il 50% di quelli che avevo fatto ieri, non voglio sciupare la mia dote.

Non significa granché che Medvedev – che prima di ieri non aveva perso un set – non abbia perso neppure una partita in questo torneo. Chissà infatti se Thiem avrebbe perso con Rublev se quel successo gli fosse stato necessario per raggiungere le semifinali. E poi in ben 25 occasioni il Masters di fine anno è stato vinto da un tennista che nel corso del torneo aveva perso almeno una volta.

Thiem ha vinto tre volte su quattro con Medvedev, ma una sola partita meriterebbe di avere un po’ di peso specifico nel valutare le chance di successo dei due finalisti, perché le altre tre sono troppo datate (due nel 2019, una nel 2018) e troppe cose sono cambiate. Sono cambiate per Thiem, che intanto quest’anno a New York ha sfatato il tabù che gli aveva impedito di vincere uno Slam – ma anche un protagonista di quattro importanti finali perse, due a Parigi con il Nadal imbattibile sul rosso del Roland Garros, una in Australia con Djokovic a Melbourne Park, la quarta alla 02 Arena con Tsitsipas. Che l’austriaco abbia cambiato marcia lo prova il fatto che è diventato il solo giocatore, assieme a Murray, ad aver battuto almeno cinque volte ciascuno dei Fab 3 (quindici volte in tutto). Le cose sono cambiate anche per Medvedev, che lo scorso anno raggiunse fra sei finali anche quella dell’Open degli Stati Uniti persa con Nadal 6-4 al quinto.

Quell’unico scontro significativo cui alludevo è la recente semifinale dell’US Open. Thiem l’ha vinta in tre set. Ma dopo aver dominato il primo, gli altri due li ha vinti soltanto al tie-break e dopo che in entrambi i set Medvedev aveva servito per il set, tanto da meritarsi da Ubiennis l’appellativo di ‘sprecone’. Insomma, scommettere su un altro match bello e equilibrato, dovrebbe essere una scommessa abbastanza facile da vincere.

Sarà però – sospetto – una partita con minor appeal che se ci fossero stati Djokovic e Nadal, o almeno uno dei due, perché sì, prima o poi il cambio della guardia doveva avvenire, ma ai due Matusa ci eravamo tutti un po’ affettuosamente affezionati – perfino i tifosi di Federer oso dire… sapendo di esagerare! – proprio come a me accade quando penso ai miei cari “Maestri” Rino e Gianni.

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Voi votate il vostro e la finale. Finora decisamente migliori gli young gen Thiem e Medvedev nel round robin. Fino a che punto conta l’esperienza degli old-gen Djokovic e Nadal?

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Alla fine sono arrivati alle semifinali di questo Masters di fine anno (che si temeva non si potesse neppure giocare) tutti i primi quattro tennisti del mondo. Normale? Beh, mica tanto. Non era più successo dal 2004. Allora i 4 furono Federer, Roddick, Hewitt e Safin. Direi che, vista la facilità con cui Federer aveva preso a sbarazzarsi di Roddick e Hewitt, ma anche di Safin, questo quartetto di semifinalisti 2020 si presenta certamente come molto ma molto più equilibrato.

Possono davvero vincere tutti. Non come nel 2004 quando Federer era il netto favorito e, salvo che per la mina vagante Safin, nessuno avrebbe scommesso un euro su Hewitt e Roddick. Federer – vi ricordo – ha avuto a fine carriera un bilancio di 21 a 3 con Roddick, di 10 a 2 con Safin, di 18 a 9 con Hewitt, con il quale perse tante delle prime volte… ma già a partire dal 2004 prese a batterlo quasi tutte le volte, 4 su 4.

È anche per questi risultati a senso unico che qualcuno – certo fra i non simpatizzanti di Roger – ha parlato non del tutto a sproposito al di là degli schieramenti ideologici diweak era” agli albori dell’avvento del campione svizzero. Lo so che c’è stato anche un 16-14 con Roddick nella finale di Wimbledon 2009, ma delle ultime 18 partite contro Andy (dal 2004 in poi) Federer ne ha vinte 16.

 

Nel quartetto di quest’anno, previsto per tre quarti dai bookmaker alla vigilia del torneo dal momento che pagavano il sesto trionfo di Djokovic a 2,5, il primo di Nadal a 5, il primo di Medvedev a 6 mentre il primo di Thiem era a 8,5, preceduto dal secondo di Zverev a 7, il primo di Rublev a 11, il secondo di Tsitsipas a 12, il primo di Schwartzman a 26, un superfavorito onestamente non c’è. E ho sentito i pronostici di tanti ragazzi.

Le quote del torneo nel momento in cui scrivo ancora non le conosco, ma potrebbero essere cambiate sensibilmente, perché Medvedev è sembrato il tennista più in forma e non solo perché ha vinto tre partite su tre, ma per come le ha vinte. Con una maggiore attenzione avrebbe potuto vincerne tre anche Thiem, ma a semifinale raggiunte ha perso un match con Rublev che magari in una situazione psicologica diversa avrebbe forse vinto.

Thiem ha battuto Nadal nel round robin, Medvedev ha fatto altrettanto con Djokovic. Nel doppio conflitto generazionale di queste due semifinali – sì il duo Matusa contro il duo Primavera, proprio come si chiamava su Tele+ il duo Clerici-Tommasi e il duo Lombardi-Scanagatta – si dovrebbero considerare favoriti i due “vecchietti” perché più esperti, o i due “giovanotti” perché migliori nel round robin, più freschi e apparentemente più in forma continua?

Non è una scelta facile. Fossimo stati alla fine di una stagione super intensa avrei pensato che i “vecchietti” potessero essere più logori, però questo non è il caso per il 2020. I successi dei vari Dimitrov, Zverev e Tsitsipas, sono stati forse determinati proprio dalla loro maggior freschezza. In fondo anche Murray rovesciò la leadership di Djokovic nel 2016 perché dopo quattro Slam di fila vinti da Djokovic fra il 2015 e il 2016, il serbo entrò in crisi e lo scozzese invece infilò una striscia pazzesca fino a detronizzarlo proprio sul traguardo finale. Ma, al di fuori dei Masters ordinari, la storia dei FAB (3 o 4 che fossero) dice che sono state tantissime le volte in cui loro sono stati capaci di produrre, giorno dopo giorno lungo il corso di un torneo, un tennis sempre migliore.

Di sicuro in prospettiva Thiem e Medvedev sembrano oggi i più probabili successori al trono dei Fab 4. L’austriaco ha già vinto uno Slam a New York ed è stato finalista al Roland Garros e in Australia. Medvedev trascinò Nadal al quinto set a New York un anno fa e sembra molto più sicuro di sé di quanto lo fosse un anno fa qui a Londra, sebbene nel 2019 avesse disputato sei finali in un’estate travolgente.

Meglio di così questo torneo non poteva finire. Avremo oggi due rivincite di finali Slam, oggi alle 15 quella dell’Australian Open 2020, Djokovic-Thiem vinta dal serbo 6-4 al quinto, stasera alle 21 quella dell’US Open 2009, Nadal-Medvedev, vinta anche quella – idem con patatine – 6-4 al quinto dal maiorchino.

Rafa Nadal e Daniil Medvedev – US Open 2019 (photo by Darren Carroll/USTA)

All’epoca delle due finali Slam non è sembrato affatto un caso che i due campioni più titolati ed esperti vincessero il torneo come era in fondo pronosticato dai più. Diversi mesi dopo, 15 e 10, le gerarchie non paiono più così definite. I più giovani hanno fatto sicuri progressi, i meno giovani forse no. È vero però che quando hai perso tre volte su tre con il tuo avversario Nadal – che Daniil ha detto essere stato un suo idolo quando era ragazzino – non è semplicissimo dimenticarselo.

Una settimana fa – ma l’ho già scritto ieri elencando sei punti a… sfavore delle chance di Rafa di imporsi in questo torneo – Nadal sembrava competitivo all’80/90 per cento. Però dopo averlo visto contro Tsitsipas (e anche con Thiem dal quale ha perso di stretta misura) le prospettive sembrano cambiate. Nessuno oggi si meraviglierebbe più se Rafa scrivesse un’altra pagina di storia che potrebbe cominciare battendo stasera Medvedev per proseguire domani contro il vincente fra Thiem e Djokovic. Se Nadal battesse Medvedev io credo proprio che in finale Rafa preferirebbe rigiocare con Thiem piuttosto che con Djokovic con il quale, al di fuori della terra rossa ha troppi brutti ricordi. E per ragioni certamente anche tecniche.

Penso che Rafa tema di più il miglior Djokovic. E se Djokovic avesse battuto anche Thiem dopo Zverev  potrebbe uscir fuori il miglior Djokovic anche se non tutti se lo aspettano più. Vorrebbe dire che la sua orribile partita contro Medvedev era stata un caso e in buona parte legata a tutto quanto successo nei corridoi della politica.

Il fatto che Djokovic abbia vinto 23 degli ultimi 25 tie-break la dice lunga sulla sua capacità di alzare l’asticella (una delle frasi predilette da Paolo Bertolucci…) quando arriva il momento giusto di giocare i punti che contano di più.

Contro Zverev per la verità Djokovic, tie-break a parte, non è che mi sia piaciuto troppo: l’ho trovato troppo passivo… ma potrebbe essere che dopo essere stato accusato d’essere stato troppo impaziente, di essersi lanciato troppo allo sbaraglio contro Medvedev, Nole abbia stavolta esagerato in senso opposto. Pochissimi vincenti, partita di pura attesa per gran parte dei game.

È proprio vero che ogni partita fa storia a sé. Ed è anche vero che è di solito difficile battere due volte lo stesso avversario nello stesso torneo, come capita soltanto in un torneo dalla formula round robin. E qui sono tutti grandi avversari. Quindi per Thiem non sarebbe facile battere Nadal due volte di fila. Sia Rafa sia Dominic lo sanno.

Fra Thiem e Djokovic ci sono 11 precedenti, 7 vinti da DjokerNole e 4 da Dominator. Le più facili da ricordare sono quella vinta 7-6 al terzo un anno fa da Thiem nelle semifinali dell’ATP Finals all’02 Arena e – l’ho appena citata – quella rivincita che Djokovic si è preso Djokovic all’Open d’Australia al termine di una partita ugualmente incerta.

Novak Djokovic e Dominic Thiem – Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

Tutti hanno buonissime ragioni per cercare di vincere, al di là dell’innata competitività senza la quale non sarebbero mai diventati quei grandi campioni che sono. A parte il fatto che nessuno sa di sicuro quando si potrà rigiocare a tennis – in Australia quasi certamente sì, ma quando? – i due vecchietti sono inesauribilmente sempre affamati di nuovi record.

Djokovic ha addirittura due obiettivi. Eguagliare i sei trionfi a Londra di Roger Federer, superare le 39 vittorie di Ivan Lendl nei Masters ATP di fine anno. Battendo Zverev ha raggiunto quota 38. Lendl era stato finalista per nove finali di fila dall’80 all’88.

Nadal potrebbe finalmente vincere, 15 anni dopo il suo ultimo trionfo indoor (Coppa Davis esclusa), il suo primo Masters alla decima partecipazione londinese dopo due finali perdute (2010 e 2013).

Thiem e Medvedev hanno l’ambizione di succedere nell’albo d’oro delle finali ATP a un tris di giovani campioni che non erano pronosticati Maestri alla vigilia di quei tornei e che poco fa ricordato: Dimitrov nel 2017 (dopo Djokovic 2015 e Murray 2016), Zverev nel 2018, Tsitsipas nel 2019. Hanno quell’ambizione anche se i tre ultimi Maestri hanno vissuto annate tutt’altro che memorabili dopo il loro trionfo all’02 Arena. Vorrà dire che il vincitore… toccherà legno.

Mentre fra Nadal e Medvedev credo che le relazioni siano superbuone, seppur non troppo ravvicinate, fra Djokovic e Thiem forse non sono così buone. Quando si è chiesto a Thiem se avesse avuto mai intenzione di aderire alla PTPA lui ha dato una risposta sincera che a Djokovic non avrà fatto certamente piacere: “Non vedo la ragione di essere scontenti dell’ATP che ha fatto un ottimo lavoro… ma ciascuno è libero di pensarla come vuole”. Sic.

A suo tempo Thiem si era anche lasciato andare a dichiarazioni poco apprezzate dai giocatori meno forti: “Non vedo perché dovrei rinunciare a dei soldi per darli a giocatori che non sono troppo seri professionisti, che non lavorano sempre abbastanza duramente”. L’austriaco è tipo che dice pane al pane e vino al vino. Magari chi è più politically correct da alcuni viene più apprezzato. A me, anche quando non lo condivido, piace così.

Djokovic, più generoso – se non altro del suo tempo e dell’ impegno messo nell’occuparsi di problemi che sembrano stare meno a cuore dei top-players come Federer e Nadal –  ha perso certamente un po’ di credibilità per quanto accaduto durante l’Adria Tour (una sfortuna un po’ cercata), allo US open (una sfortuna meno cercata), e anche nella scarsa diplomazia nel condurre una battaglia altrimenti sacrosanta in favore dei giocatori economicamente meno autosufficienti. Di certo questi giocatori non hanno ricevuto grande aiuto da parte degli organizzatori dei tornei che in seno all’ATP dividono il potere politico-economico con i tennisti.

Djokovic ha ricordato che Thiem era nato come tennista più forte sulla terra rossa: “Ma è uno che ha sempre lavorato più duro di tanti e ha migliorato ovunque, tanto che il suo primo Slam lo ha vinto sul cemento e l’anno scorso mi ha battuto qui. Speriamo di dar vita a un altro grande match – ha concluso – ma con un risultato diverso…”.

Voglio concludere anch’io questo lungo articolo… esponendomi al pubblico ludibrio e sbagliando il mio pronostico per le semifinali e anche per l’eventuale finale. Lo faccio secondo il noto detto ‘tommasiano’ che dice che i pronostici li sbaglia solo chi li azzarda; vi rivelo una mia malignità, secondo me Rino lo coniò perché il suo “compagno di merende” Gianni Clerici tendeva spesso a sottrarvisi rifugiandosi in battute originali e acute quanto geniali perifrasi.

Pronti a rinfacciarmi la cattiva profezia vita natural durante: penso che Nadal batterà Medvedev e in finale anche Thiem, nel caso che l’austriaco batta Djokovic come io penso che farà avendo visto Novak palleggiare così piano e corto con Zverev (o anche così fallosamente quando ha cercato di giocare più brillante contro Medvedev). Però, attenzione, penso anche se invece io mi sbagliassi e Djokovic battesse Thiem allora in finale Nole batterebbe anche Rafa.

Preparatevi a sbeffeggiarmi, però già che ci siete chi legga questo articolo fino in fondo (lo so, è dura) esprima fra i post le proprie previsioni. Poiché sbaglieranno in tanti, almeno non sarò solo.

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