Lettere al direttore: quando Berlusconi alle 4 di notte...

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Lettere al direttore: quando Berlusconi alle 4 di notte…

Il ruolo di Rino Tommasi e il mio esordio in panchina a Canale 5: una storia che non leggerete altrove. In difesa di Gianni Clerici. Sinner e il fisco. Raonic e il… fisico

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Attenzione: la priorità verrà data alle domande più brevi. Continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com o inviate un tweet a @ubiscanagatta


Carissimo direttore archiviata questa stagione anomala le chiedo perché secondo lei non c’è nemmeno un tennista nord americano nei primi 20 del ranking anzi 24 (Isner 25). Il tennis è diventato uno sport “minore” negli Usa finita l’epoca Agassi – Sampras? GrazieWalter Caregnato (Vicenza) ma residente a Mosca

Gentile Walter, su questo “problema” americano abbiamo pubblicato proprio in questi giorni una corposa video chiacchierata con Steve Flink, citando vari dati e ricordi del passato, accennando qualche spunto critico e provando a suggerire anche qualche correttivo. Non contenti di ciò ho scritto al direttore della comunicazione della USTA Chris Widmaier chiedendogli l’autorizzazione a contattare e intervistare il responsabile tecnico del tennis americano Martin Blackman e la Direttrice dell’US Open Stacey Allaster. Siamo in attesa di una sua risposta.

Non è detto che arrivi, perché anche se con Steve Flink abbiamo garantito che… non avremmo tirato grucciate agli zoppi, posso capire che un direttore della comunicazione tema di rendere un cattivo servizio al buon nome del tennis made in USA concedendoci di parlare di un periodo di indubbia crisi. Non so se la direzione comunicazione FIT (che non so più nemmeno da chi sia rappresentata adesso…) mi darebbe l’opportunità di parlare con i tecnici a capo del tennis italiano ora che in campo maschile si sta vivendo un bellissimo momento, ma so per certo che se chiedessi di intervistarli per parlare del tennis femminile… la risposta sarebbe certamente: “No grazie, ripassate più tardi!”.


Gentile direttore Scanagatta, il suo riferimento in un recente articolo al “Duo Matusa” e al “Duo Primavera” ha stimolato la mia curiosità: mi piacerebbe avere una ricostruzione storica delle mitiche telecronache del gruppo formato, oltre che da lei, da Rino Tommasi, Gianni Clerici e Roberto Lombardi. Se non sbaglio, avete cominciato per l’allora Fininvest e proseguito con TeleCapodistria e poi con Telepiù. Qual è il primo Slam in assoluto che avete commentato? (C’erano solo Tommasi e Clerici o già anche il “Duo Primavera”?) Mi piacerebbe sapere, per ciascuno Slam, quando avete cominciato a fare le telecronache… In che anno avete commentato il primo Wimbledon, il primo Roland Garros, il primo US Open e il primo Australian Open? Grazie in anticipo se potrà soddisfare la mia curiosità “storica”… 🙂Giacomo Cattaneo, Milano

Gentile Giacomo, sono passati tanti anni e non ricordo troppo bene le varie tappe (in termini di anni) del mio percorso televisivo. Ricordare gli anni poi dei vari esordi di ciascun telecronisti Slam dopo Slam, 35 anni dopo e più è impresa che non mi sento di affrontare con le necessarie certezze. Però la sua domanda mi consente di fare un excursus “storico” del tennis in tv, dopo che dagli anni Sessanta in poi quel poco del tennis che si vedeva, e quel molto che veniva interrotto sul più bello, apparteneva per intero a Mamma Rai. Spero che questo excursus possa interessare molto al di là di ciò che si riferisce al sottoscritto e agli esordi dei suoi Maestri e amici. Ciò anche se inizio contraddicendomi, dicendole che il mio primissimo esordio in tv avvenne con Canale 5, quando Rino Tommasi (da solo) era a Dallas per le finali WCT e io me ne stavo a Palazzo dei Cigni, Milano 2, negli studi di Canale 5, perché a quei tempi i collegamenti satellitari talvolta facevano brutti scherzi e nel caso che questi fossero caduti io sarei dovuto intervenire da studio.

Canale 5 era “nato” il 30 settembre del 1980 dall’unione di cinque emittenti televisive del Nord Italia, TeleMilano 58, TeleEmiliaRomagna, TeleTorino, Video Veneto e A&G Television. Adottò il vecchio marchio di TeleMilano 58 ma cambiando il numero (che divenne 5 anziché 58 perché le emittenti erano cinque) e il colore del marchio (che diventa marrone). L’idea del 5 venne a Silvio Berlusconi che sapendo come i primi tre canali impostati su tutte le tv italiane erano Rai 1, Rai 2 e Rai 3, e che TeleMontecarlo era la n.4, pensò bene di accaparrarsi il canale n.5 (anche se ovviamente un teleutente poteva sistemarsi il proprio televisore a piacere). Ma fu una scelta strategica intelligente.

Rino sarebbe diventato nel 1981 il primo direttore dei servizi sportivi della rete televisiva Canale 5 (e dieci anni dopo il primo direttore dei servizi sportivi di Tele+). Silvio Berlusconi era un grande estimatore di Rino. Sapeva che il calcio era monopolio RAI e che sarebbe stata dura inserirsi nelle trasmissioni del primo sport nazionale. Occorreva puntare, inizialmente, sugli altri sport. Ma quali? A livello professionistico i migliori erano quelli americani. Gli bastò poco per capire che nessun giornalista italiano conosceva lo sport americano, tutto lo sport USA, come Tommasi. E non solo lo conosceva. Rino sapeva perfettamente come muoversi per contattare le dirigenze sportive dei vari sport, i vari manager. Sembrerà incredibile ma anche per molti valenti e celebrati giornalisti che hanno scritto anche di sport ad eccellenti livelli, già la conoscenza dell’inglese costituiva un ostacolo quasi insormontabile.

Non per Rino che poteva dissertare disinvoltamente di football americano (con il Superbowl), di boxe sapendo a memoria vita morte e miracoli dei migliori pugili del mondo, e aveva contatti con i promoter dei combattimenti e con i manager dei pugili. Lui stesso era stato un ex promoter ai tempi di Benvenuti, Rinaldi, De Piccoli, Arcari. Rino non aveva problemi di timidezza nel contattarli per acquisire i diritti dei loro match (da Alì a Tyson con Angelo Dundee). Altrettanto disinvoltamente si poteva muovere per il grande tennis (con il circuito WCT del petroliere texano Lamar Hunt), per il basket della NBA di Magic Johnson e Larry Bird, per il baseball della MBL da Pete Rose a Cal Ripken, e per l’hockey su ghiaccio della NHL che in quegli anni ’80 celebrava le gesta del mitico Wayne Gretzky.

Tutto ciò fu strategicamente importante per il network di Berlusconi fino a che Canale 5 non riuscì a farsi spazio anche con il calcio rompendo il ghiaccio con il pallone una primissima volta. Acquistò i diritti del Mundialito nell’81, siglò un accordo da 900.000 dollari con una società che aveva ricevuto carta bianca dalla federcalcio uruguagia e dalla FIFA per la vendita dei diritti tv nel mondo.

 

Canale 5 e nemmeno Telecapodistria esistevano tecnologicamente per poter trasmettere nel nostro territorio nazionale le primissime finali WCT lanciate dal petroliere americano Lamar Hunt e disputate alla Moody Coliseum della SMU (Southern Methodist University). Alludo a quelle due edizioni concluse da due finali assolutamente straordinarie vinte nel ’71 e nel ’72 da Ken Rosewall su Rod Laver. Due fra i match che sono entrati nella leggenda del tennis.

Io, a seguito di una borsa di studio offertami proprio da Lamar Hunt e il suo partner Al Hill jr a seguito della mia vittoria ai campionati nazionali universitari, avevo appena concluso il mio primo semestre universitario alla Oral Roberts University di Tulsa (Oklahoma) nel maggio ’73 quando – con l’ok per l’accredito di Lamar e Al jr – Rino mi invitò a raggiungerlo a Dallas. Rino scriveva per la Gazzetta dello Sport – che non lo inviava quasi mai Oltreoceano, ma Hunt lo aveva invitato – ed era il direttore della rivista Tennis Club, dove avevo cominciato a collaborare ventenne.

Rino, quasi un padre putativo per me, mi ospitò in camera sua… (e vent’anni dopo, memore di quella sua generosità e di quell’esempio, sarei stato io orgoglioso di ospitare giovani tennisti squattrinati in vari tornei – e perfino una bella e giovanissima tennista (che non citerò e con la quale non ebbi altro che disinteressata amicizia) qualificatasi per Wimbledon e tuttavia arrivata a Londra senza aver prenotato alcun alloggio – nonché giovani aspiranti giornalisti con la passione del tennis, compreso uno che da diversi anni ormai è diventato un personaggio piuttosto importante per la comunicazione dell’ATP.

Quel torneo di Dallas 1973 lo vinse Stan Smith su Arthur Ashe (6-3 6-3 4-6 6-3). Ricordo che la premiazione – nel ’71 effettuata da Neil Armstrong, il primo uomo sceso sulla Luna – in quel ’73 la fece l’attore Charlton Heston, grande fan di tennis e diventato famosissimo in tutto il mondo per essere stato protagonista del film Ben Hur che ai suoi tempi (1959) ebbe una eco simile al più recente “Il Gladiatore”. Conobbi, parlai e strinsi la mano a Charlton Heston. Per me fu come sarebbe stato per un ragazzino di tempi ben più recenti incontrare il Gladiatore Russell Crowe… Nel corso di quella mia prima uscita giornalistica americana – cui seguì un più che avventuroso viaggio in jeep per andare a “coprire” il torneo di Las Vegas, vinto da Brian Gottfried – vidi giocare a Dallas per la prima volta un ragazzino mancino e riccioluto di 14 anni: John McEnroe. Partecipò a un quadrangolare junior. Con lui c’era il papà avvocato. Little John parve subito a tutti un vero fenomeno.

Dopo questa lunghissima digressione… rieccoci a quando Rino decise di far acquistare i diritti delle finali WCT dal 1982 per il “suo” Canale 5 e si recò a Dallas alla Reunion Arena (che sarebbe diventata la sede dei Dallas Mavericks). Fu per lui quasi scontato che a fungere da riserva notturna sulla panchina di Canale 5 in Palazzo dei Cigni Milano 2 dovessi essere io. Se dicessi che speravo che il collegamento non cadesse mai, direi una bugia. Qualche volta cadde, nel corso della settimana. E ero contento così. Non ero solo: insieme a me c’era per tutta la notte Cesare Cadeo, un gran signore e persona perbene. A lui, conduttore di tante trasmissioni Fininvest-Mediaset purtroppo scomparso nell’aprile 2019, spettava l’introduzione del primo grande evento tennistico trasmesso da una tv che non fosse la Rai. Sugli aspetti più tecnici in sede di presentazione chiedeva a me. Poi chiudevamo anche il programma che era già mattino (e non mi immagino platee oceaniche… ma l’entusiasmo dell’esordio mi faceva credere che non fosse solo mia madre a essere sveglia a quelle ore).

Più ancora che le partite di quel torneo vinto da un grande Lendl in 4 set sul campione in carica McEnroe e di una semifinale incredibile vinta da McEnroe dopo 4 ore e 41 minuti – il match più lungo della storia del circuito WCT, 1971-1989 – su Bill Scanlon che era di Dallas e aveva tutto il pubblico a favore ma non riuscì a trasformare 4 quattro matchpoint nel tiebreak del quarto set perso 10 punti a 8 (prima di perdere il match al quinto), mi rimase impressa soprattutto l’agitazione che si impadronì di tutto lo studio di Canale 5 nel pieno di una di quelle notti “texane”.

Vedevo attraverso un vetro la cabina di regia e un pullulare improvviso di persone che si sbracciavano, di gente che telefonava, espressioni più che turbate. Sulle prime non riuscì a capire cosa stesse succedendo. Poi mi dissero. La… colpa era di Silvio Berlusconi in persona che aveva chiamato per cazziare la regia, alle quattro del mattino, perché il logo di Canale 5 con il biscione sull’angolo sinistro del teleschermo copriva non so più cosa – forse degli spot pubblicitari, non il campo da tennis – e doveva quindi immediatamente essere spostato… mi pare in alto a dx o sx non ricordo più. Non la cosa tecnicamente più semplice del mondo. Lo spostamento andava fatto su tutti i cinque network che facevano parte del Gruppo. A quei tempi era proibito trasmettere in contemporanea in più regioni. C’era un complicatissimo sistema di trasferimento delle immagini dalla Lombardia, autorizzata alla diretta, per farle arrivare al Piemonte e all’Emilia Romagna. Ma le modifiche tecnologiche dovevano riguardare tutti i cinque network.

Beh, Berlusconi come politico e uomo pubblico può piacere e non piacere, non è davvero opportuno discuterne qui. Ma con tutte le cose di cui un grande imprenditore come lui doveva certamente occuparsi, mai mi sarei aspettato che lui potesse trovare anche il tempo, la voglia, di seguire una trasmissione di tennis in mezzo alla notte e con una audience probabilmente modesta. Per poi suggerire prontamente correttivi su carenze che ad altri erano sfuggite. Io mi stupii tantissimo. I tecnici, i collaboratori presenti invece non si meravigliarono per nulla. Pare che succedesse regolarmente, a tutte le ore del giorno e della notte. Lasciamo stare Berlusconi dopo averlo fortemente apprezzato per quella sua grinta e attenzione nella cura di ogni piccolissimo dettaglio .

Atteggiamento e particolari assai simili che ho rivissuto e rivisto una quindicina di anni dopo in un altro grande imprenditore, quando mi capitò di vedere Patrizio Bertelli a Auckland durante l’America’sCup della sua Luna Rossa, fare una gran scenata al suo staff dopo che aveva visto nel grande negozio di Auckland, The Gallery, all’Acqueduct Waterfront un paio scarpe di Prada mal allineate sugli scaffali!

A proposito: sono in corso in questi giorni (anzi notti: ci sono 12 ore di fuso orario diverso con la Nuova Zelanda e le regate cominciano alle 15 là, alle 3 di notte qua) le World Series della Prada Cup: 4 regate al giorno. Sono stati fra i periodi più affascinanti della mia vita giornalistica da inviato quelli in Nuova Zelanda. In totale sarò stato 4 mesi in 2 edizioni fra regate degli sfidanti e fase finale della Louis Vuitton Cup e America’s Cup (vinse Team New Zealand su Prada nel 2000, trionfò Alinghi su Team New Zealand nel 2003). Con il mio gruppo della Poligrafici Editoriale, La Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino, in quegli anni in cui tutti parlavano di strambate, spinnaker, boma, cazzare la randa ecetera, pubblicammo inserti di 64 pagine e credo di averne scritte almeno la metà. Con interviste a Russell Coutts, a Ernesto Bertarelli, a Patrizio Bertelli, e nei ritagli di tempo si andava in mare, nell’Hauraki Gulf, con timoniere un certo Mauro Pelaschier.. Su Mascalzone Latino ebbi l’onore – concessomi dall’armatore Vincenzo Onorato – di vivere da 17° uomo una regata ufficiale di America’s Cup contro Victory, la Barca di Team Great Britain. Non sono molti a poterlo raccontare. Che ricordi!

Non ci fosse stato il Covid a gennaio-febbraio 2021, intercalandolo con l’Australian Open come feci anche 20 anni fa, mi sarebbe piaciuto da matti tornare a Auckland. Anche se difficilmente avrei avuto l’occasione di giocare ancora il doppio al fianco di Patrizio Bertelli contro Max Sirena e Torben Grael come accadde allora.

Per dare un colpo al cerchio e un altro alla botte, se prima ho lodato Berlusconi che ha dimostrato anche una indubbia lungimiranza in tanti settori legati allo sviluppo della TV commerciale, devo invece ricordare che lui fu invece assai miope quando si dichiarò in più di un’occasione fortemente perplesso riguardo alla volontà di Rino di avere al suo fianco come telecronista Gianni Clerici per via – fondamentalmente – della voce poco .. ‘maschia’ dello Scriba. Forse in America, dove i telecronisti hanno quasi tutti il timbro dell’annunciatore, avrebbero dato ragione a Berlusconi, ma Rino difese vigorosamente la scelta fatta a protezione di quella che è poi stata quasi unanimemente considerata la miglior coppia di telecronisti mai messa in campo da una TV italiana (e forse non solo). Se lo dice uno come il sottoscritto, che avrebbe potuto avvantaggiarsi di un eventuale (ridicolo) defenestramento di Clerici quando ancora Roberto Lombardi non era stato preso in considerazione, penso possiate credermi.

In quegli anni cominciammo anche a commentare da New York lo US Open, Rino, Gianni e il sottoscritto. Io di sicuro dal 1984, ma forse anche in uno dei due anni precedenti, seppure probabilmente come loro ospite non ancora “contrattualizzato”. Non sono sicuro del fatto che Rino e Gianni avessero già commentato il torneo uno o due anni prima, però ho trovato recentemente un mio badge con scritto TV US Open già nell’82 (di sicuro scrivevo per La Nazione e il Resto del Carlino…) che doveva darmi accesso quindi all’area delle cabine televisive ma – chissà? – magari furono trasmesse solo le finali. Di sicuro con Rino mi sono trovato a commentare da Forest Hills anche le finali WCT Champions che si giocarono nel maggio ’86 – l’erba non c’era più – e furono vinte da Yannick Noah su Guillermo Vilas. Forse Gianni non poteva venire, fatto sta che andai con Rino a New York a maggio.

Nel 1987 la tv italoslovena TeleCapodistria, fino ad allora visibile solo in Slovenia e nel Nord-Est italiano, grazie a un accordo con il Gruppo Fininvest, ottenne il via libera alla sue trasmissioni anche in gran parte del territorio italiano trasformandosi nella prima tv che si occupava solo di sport. Il tennis fu un punto di forza perché, a differenza di tanti sport che occupavano prevalentemente il weekend, copriva i palinsesti ancora poveri per tutti giorni della settimana, per ore e ore. Pian piano, ma neppure troppo piano, ecco che i tornei dell’US Open, dell’Australian Open e poi di Wimbledon prima del Roland Garros arrivarono su schermi fuor di Rai.

Mi pare di ricordare – ma non ho avuto tempo di far una ricerca accurata – che per qualche anno si poteva vedere il tennis del Roland Garros sia su Rai sia su Telecapodistria. A volte capitò infatti che avevamo in cabina accanto Bisteccone Galeazzi che – un tantino stravaccato e con i piedi sulla sedia libera perchè lui commentava da solo – parlava talmente forte, e con la porta della cabina immancabilmente aperta, che eravamo obbligati a tenere chiusa la nostra. Mi sembra infatti che, ad esempio, nell’89 la gente si infuriò con la Rai – e Galeazzi era più furibondo di chiunque – perché qualcuno in viale Mazzini decise di sospendere il famoso match di Chang-Lendl negli ottavi proprio nelle fasi finali del quinto set. Ok, non c’era un italiano in gara come quando dieci anni prima: nel ’79 la Rai aveva rimandato un telegiornale per consentire la visione del quarto di finale Panatta-DuPre a Wimbledon. Ma di Panatta ne abbiamo avuto uno solo. E Claudio non si offenda. E’ intelligente, capisce di sicuro, il senso che volevo dare a quell’espressione.

Per fortuna degli appassionati più incalliti il memorabile match Chang-Lendl si potè seguirlo per intero su TeleCapodistria dove – questo lo ricordo bene – io stavo commentando tutti i primi set con Rino perché Gianni non lo aveva immaginato interessante e aveva preferito andare a scrivere il suo pezzo in maggior tranquillità per Repubblica. Sennonché giunti al quinto set ecco all’improvviso Gianni ripresentarsi in cabina tv per dirmi con la sua vocina aggraziata: “Ubaldo se hai necessità di scrivere per la Nazione vai pure, perché io il mio pezzo l’ho già finito”. Rino e io ci guardammo sorridendo, scambiandoci un’occhiata d’intesa. Dopo di che… ubi maior (e in questo caso Ubi non ero io), mi alzai e gli lasciai la sedia.

Chiaramente Gianni si era accorto che quel match era diventato improvvisamente e inaspettatamente epico. Non volle mancare di commentarne il finale. E l’articolo naturalmente lo dovette riscrivere di sana pianta, da capo a fondo, dopo la vittoria di colui che lo Scriba prese a chiamare in quell’occasione, una volta “Michelino” e un’altra “Cianghettino”.

Chiudo questa lunga risposta che farà slittare tante lettere da me ricevute alla prossima puntata – i mittenti abbiano pazienza, mi cospargo il capo di cenere e mi scuso se ho pensato che queste ricostruzioni potessero interessarvi – ricordando che nel ’91 le frequenze di TeleCapodistria “passarono” di mano al gruppo Telepiù e al primo progetto di Pay-Tv. Tutto cinema e tutto sport. Tele+1 e Tele+2. Abbonarsi costava intorno alle 30 mila lire al mese. E furono acquistati i diritti tv di una caterva di tornei di tennis, compreso il Masters di fine anno. Tanto che il sottoscritto, dovendo fare più di 100 telecronache all’anno, spesso sul “luogo del delitto” ma diverse volte anche negli studi di Cologno Monzese in piena estate e con Milano deserta, fu praticamente costretto a mollare il contratto di articolo 1 con La Nazione.

Il compianto Robertino Lombardi, scomparso poco più di 10 anni fa – e mi sembra ieri – si aggiunse al trio iniziale di commentatori con qualche anno di ritardo. Coprire in tre anche 10/12 ore di telecronache, con il sottoscritto che nelle trasferte più dispendiose (USA e Australia) si occupava anche delle interviste – e tutti e tre dovevamo scrivere anche per i nostri giornali, Rino ne aveva due e talvolta scriveva da vero fenomeno in cabina mentre commentava – e con Gianni che dopo un match o due si dichiarava sopraffatto e dava in escandescenze (talvolta più teatrali che altro), era davvero pesantuccio, sebbene Rino fosse un bulldozer e potesse andare avanti anche per 24 ore.

Tommasi, Clerici, Lombardi e Scanagatta a Melbourne
Tommasi, Clerici, Lombardi e Scanagatta a Melbourne

Con Roberto formammo il quartetto che ancora qualche vecchio aficionado mostra di ricordare, il duo Primavera pronto ad alternarsi al duo Matusa. La differenza di budget a disposizione della paytv e delle tv generaliste fece sparire in pratica il tennis dalle tv generaliste. La Rai perse tutto tranne la Davis e la Fed Cup. Perse perfino gli Internazionali d’Italia. Chiudo questa ricostruzione con un link triste, tristissimo, e cioè il mio ricordo per l’amico Roberto Lombardi, scritto nel marzo scorso in occasione del decimo anniversario della sua morte, ma cerco di restituirvi anche un sorriso con la trascrizione di queste note di una canzone tanto cara a Rino, seppur oggi forse impresentabile in tv quando ormai il politically correct stoppa anche la più innocente spontaneità:

“Oh Bongo bongo bongo
stare bene solo al Congo
non mi muovo no no!
Bingo bango bengo
molte scuse ma non vengo
io rimango qui.
No bono sigarette, scarpe strette
Signorine, magre così
Molto meglio anello al naso”

P.S. Questa è stata forse la risposta più lunga del secolo alla domanda più corta… Un lettore ha concentrato in una sua mail, dieci domande… mi ci vorrà tutto l’anno a rispondergli! E non più d’una alla volta! Passo alle prossime. Lui lo metto in coda… così impara, ah ah!

A pagina due, Sinner e il fisco / Raonic e il fisico

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ATP

Medvedev: “Non importa se Nadal e Djokovic non ci sono, vincere è sempre una sensazione particolare”

Un rilassato Daniil Medvedev ha incontrato la stampa a Montreal: “Visto che non ho potuto giocare Wimbleodn ho fatto una intensa preparazione fisica”

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Daniil Medvedev - Los Cabos 2022 (foto Twitter @AbiertoLosCabos)

Un abbronzatissimo Daniil Medvedev, reduce dalla vittoria all’Abierto de Tenis Miftel di Cabo San Lucas, si è presentato per la consueta conferenza stampa pre-torneo all’Omnium Banque Nationale di Montreal con circa due ore di anticipo, dal momento che la pioggia aveva cancellato la sua sessione di allenamento e quindi si è “liberato” molto prima del previsto.

La mancata partecipazione a Wimbledon a causa del ban nei confronti dei giocatori russi ha permesso al n. 1 del mondo di prendersi un po’ di pausa in questo periodo che solitamente è molto intenso, e anche di lavorare molto dal punto di vista fisico. “Ho fatto una settimana di vacanza a Maiorca dopo il mio ultimo torneo, poi mi sono riposato a Monaco per qualche altro giorno, e successivamente ho fatto un blocco di preparazione fisica piuttosto intensa di circa tre settimane. Quando si hanno 16, 18 anni è bene lavorare sulla tecnica del gioco, perché è in quell’area che si possono fare miglioramenti importanti. Quando invece si è un po’ più vecchi è bene lavorare più sull’aspetto fisico, perché non ci sono più molti margini sull’aspetto tennistico. Mi sento molto bene fisicamente, sono contento di aver vinto a Los Cabos e spero di poter giocare delle buone partite qui”.

L’assenza di Nadal e Djokovic in questo torneo non fa troppa differenza per Medvedev: “Sono qui per vincere. Ho sempre fame di vittorie, l’obiettivo è quello di vincere tutti i tornei ai quali partecipo. Ovviamente è più semplice se non ci sono loro, dato che vincono quasi tutti i tornei ai quali partecipano, ma l’obiettivo per me rimane vincere, sia che dall’altra parte ci sia il n. 2 del mondo, sia che ci sia un qualificato o una wild card. Certo le sensazioni sono diverse se si batte uno dei Big 3, anche se non ho mai battuto Federer, però vincere un torneo importante come questo è comunque un’ottima sensazione”.

 

Ora che la stagione si appresta a lanciare la sua tornata finale, con l’ultimo Slam alle porte che poi tirerà la volata verso le Nitto ATP Finals di Torino, si inizia a guardare con interesse chi può essere in corsa per il n.1 di fine anno, che oltre a costituire un titolo di grande prestigio tende anche a garantire bonus importanti nei contratti di sponsorizzazione. “Non seguo troppo le classifiche – ha detto Medvedev – per esempio quando a Los Cabos sono arrivato in finale l’intervistatrice sul campo mi ha detto che sarei arrivato sicuramente allo US Open da n. 1. Non ne avevo idea… In ogni modo ci sono 4000 punti in palio in questi tre tornei, e l’obiettivo è ottenere il massimo. So che Nadal e forse anche Alcaraz sono piuttosto lontani nella Race, tuttavia proverò ad ottenere il massimo che posso raggiungere”.

Medvedev esordirà probabilmente mercoledì dopo aver usufruito di un bye al primo turno e se la dovrà vedere con il vincente della sfida tra Sebastian Baez e Nick Kyrgios.

Il tabellone completo dell’ATP di Montreal

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WTA Toronto: una commovente Serena Williams torna al successo dopo un’astinenza di 430 giorni

Primo turno positivo per la due volte campionessa Halep e per la finalista in carica Pliskova, a cui va il derby ceco con Krejcikova. Rybakina fa sua una battaglia disumana con Bouzkova, Ostapenko in scioltezza

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Serena Williams – WTA Toronto 2022 (foto via Twitter @WTA)

Day 3 al National Bank Open presented by Rogers di Toronto, ma prima giornata di gare dedicata al tabellone principale dell’edizione 2022 della versione femminile del Canadian Open. Quest’anno il torneo di categoria ‘1000’ riservato alle donzelle del circuito è di scena nella metropoli che si estende lungo le rive del lago Ontario, un appuntamento del tennis femminile mondiale giunto alla 120esima edizione nel Paese della foglia d’acero.

Ad aprire il programma della sessione diurna, alle 11.00 locali – le 17.00 italiane – sul Centre Court è stata la testa di serie numero 15 e due volte campionessa del torneo (2016 e 2018, entrambe le volte a Montreal) Simona Halep. L’attuale n. 15 WTA si è imposta nettamente, quando l’orologio aveva appena visto scoccare il secondo minuto successivo alla prima ed unica ora di gioco del match, concedendo soltanto due giochi6-0 6-2 – alla qualificata croata Donna Vekic. Era il terzo confronto diretto tra le due giocatrici e, così come quello odierno, anche i primi due si erano tenuti in Nord America ma soprattutto in tutti e tre i casi si è sempre materializzato un risultato senza storia per l’ex n. 1 del mondo: nel 2013 allo US Open la rumena cedette soltanto un gioco in più rispetto allo scontro canadese, mentre la n. 82 del ranking riuscì a rendere meno amaro il ko subito ad Indian Wells cinque anni fa arrendendosi per 6-4 6-1.

UNA SOLIDA HALEP PARTE BENE NEL TORNEO – Primo set a dir poco a senso unico, con l’unico momento di equilibrio rappresentato dal primo game del match: Simona infatti dopo aver tenuto ai vantaggi il suo primo turno di servizio, ha lasciato per strada solamente cinque punti infliggendo il bagel alla 26enne di Osijek. Rapporti di forza che non sono per nulla cambiati nella seconda frazione, un 6-2 che poteva essere un altro cappotto se solo la giocatrice balcanica non avesse cancellato tre palle break nel secondo gioco e quattro sul 1-4. A fare la differenza la resa del servizio: Halep ha fatto registrare l’87% di punti vinti con la prima e il 63% con la seconda, al contrario Vekic rispettivamente il 52% e il 23%. Questi numeri testimoniano come la 30enne di Costanza oggi sia stata invalicabile alla battuta, difatti non ha offerto neanche un break point nell’intero scontro. Inoltre hanno pesato anche i quattro doppi falli della croata, commessi in momenti cruciali della partita.

 

IL CUORE DI SERENA – Ma la grande notizia di giornata, che non può che riempire di felicità il cuore degli appassionati della racchetta, è il ritorno alla vittoria dopo la bellezza di 430 giorni di astinenza dell’irriducibile Serena Williams, che ha superato la qualificata spagnola Nuria Parrizas Diaz con lo score di 6-3 6-4 dopo una battaglia di poco meno di due ore. L’ultima gioia era arrivata il 4 giugno 2021 al terzo turno del Roland Garros con un doppio 6-4 su Danielle Collins. La 23 volte campionessa Slam era ritornata alle competizioni, dopo più di un anno di assenza con l’ultimo match disputato a Wimbledon 2021 contro la bielorussa Aliaksandra Sasnovich – nel quale la 40enne statunitense si ritirò uscendo dal campo in lacrime dopo uno strappo muscolare -, lo scorso 21 giugno in doppio affianco di Ons Jabeur nel WTA 250 di Eastbourne.

Quel rientro non è stato che l’antipasto, prima di ricalcare nuovamente in singolare il sacro prato dei Championships e subire però l’amara sconfitta in rimonta al tie-break finale per mano della francesina Harmony Tan. Oggi, invece, 8 agosto prendeva il via un nuovo capitolo della saga di Serena: probabilmente quello conclusivo della sua strabiliante carriera, con l’ultima apparizione nello swing sul cemento estivo e la last dance sui campi di casa a Flushing Meadows.

Lo spartiacque del duello, che ha letteralmente esondato gli argini del match spianando la strada verso il successo della minore delle Williams, è l’infinito ottavo game del secondo set. Un gioco che definire banalmente maratona o fiume è assolutamente inopportuno, dato che abbiamo assistito ad una lotta furibonda con pochi eguali nel recente passato: 18 minuti e mezzo la durata, 24 punti contesi, 4 palle break frantumate e sono servite addirittura 6 palle game alla leggenda a stelle e strisce per porre fine alla resistenza iberica. Come era abbastanza facile prevedere, gli strascichi di questo turning point si sono risentiti pesantemente indirizzando, difatti, l’esito della sfida. Questo perché la campionessa americana ha poi approfittato della scia favorevole e con il vento in poppa ha breakkato nel game successivo, piazzando così la spallata conclusiva alla partita, la quale è stata sigillata senza patemi con il fondamentale d’inizio gioco. Molto bene in battuta Serena, 7 ace scagliati per lei e un buon 67% con la prima sia per presenza in campo che per capacità di farla fruttare.

Ma ciò che ha avuto più impatto nell’incontro, è stata l’abilità di Serena di farsi trovare pronta quando la palla pesava maggiormente: 7 break point salvati su 8. Un dato che dimostra come l’ex n. 1 mondiale abbia fatto la differenza nelle fasi delicate del match, tant’è vero che ha vinto entrambi i parziali in volata. In conclusione possiamo dire di aver ammirato una commovente Williams, capace ancora di pressare le avversarie attraverso il peso specifico del suo nome, della sua storia e di quello che rappresenta. Non la miglior versione di sempre della “Regina”, non quella dominante in lungo e largo del prime della carriera, ma una tennista ancora vogliosa di combattere, di non piegarsi ai limiti fisici che l’età e i pochi match giocati nell’ultimo periodo le impongono: una splendida tennista, che è in grado tutt’ora di far emergere in toto il proprio invidiabile carisma, che ha l’umiltà di soffrire per superare le avversità come una qualunque e che più di tutto vuole che il microcosmo del tennis la ricordi nel modo più luccicante e non sbiadita e arrancante. Ora per la tre volte campionessa del torneo, fra l’altro vittoriosa sempre a Toronto – 2001, 2011 e 2013 – la vincitrice del confronto tra Bencic e Martincova.

RYBAKINA VINCE LA LOTTA TITANICA CON BOUZKOVA – Sul secondo campo per importanza dell’Aviva Centre, la National Bank Grandstand, la prima sfida di giornata vedeva fronteggiarsi la fresca trionfatrice a Church Road Elena Rybakina e la talentuosa ceca Marie Bouzkova. La kazaka che a causa della mancata assegnazione dei punti a SW19 non ha potuto fare il proprio ingresso nella Top Ten mondiale, dopo la sorprendente cavalcata che le aveva garantito il primo Major della sua giovane carriera, era rientrata nel circuito la scorsa settimana al WTA 500 di San José. Ma proprio per via dell’attuale classifica di cui dispone (n. 27) si è trovata a dover affrontare un primo turno molto ostico, venendo eliminata con tanto di 6-0 nel terzo set dalla futura campionessa del torneo – nonché finalista in carica – Kasatkina. Ebbene anche in Canada il sorteggio non è stato benevolo nei suoi confronti, mettendola subito di fronte ad una delle giocatrici più in forma del momento, che da poco aveva firmato il primo titolo nel Tour a Praga.

Ne è venuto fuori uno scontro titanico, degno delle imprese di Leonida e dei suoi 300 fedeli spartani sull’eroico suolo del passo delle Termopili: 3h3 di match, con due set durissimi e decisi sul filo del rasoio che di conseguenza hanno dato vita ad una frazione finale condizionata dalla fatica accumulata. Elena alla fine si è imposta per 7-5(3 )6-7 6-1, prevalendo con il proprio tennis fluido e pulito e facendo leva sulla stanchezza della n. 47, che è dovuta passare anche dalle qualificazioni. La 23enne di Mosca ha mostrato le sue solite doti in battuta: 6 ace scaraventati ed un ottimo 70% di realizzazione con la prima, Marie eliminata nonostante un più che dignitoso 68% sulle palle break salvate (15/22).

OSTAPENKO SI CONFERMA CON KALININA – Ritrova il sorriso anche la campionessa del Roland Garros 2017 Jelena Ostapenko, che non calcava un campo da tennis dagli ottavi di Wimbledon quando si arrese alle affettate di mamma Maria. La lettone, tds n. 16, ha battuto nel secondo match sul Court 1 per la seconda volta in meno di tre mesi l’ucraina Anhelina Kalinina, con il punteggio di 6-4 6-2 in poco oltre l’ora di gioco. Le due infatti si erano già incrociate a Eastbourne, anche in quel caso comoda affermazione dell’ex n. 5 del mondo. Jelena ha messo in cascina il set iniziale nel rush finale, strappando quando l’avversaria serviva per rimanere nel set. Partenza invece a razzo nel secondo per la 25enne di Riga, che però poi si fa riprendere dal 3-0 salvo risvegliarsi dal torpore in tempo e rimettere tutto apposto con altri due break tra il sesto e l’ottavo game, l’ultimo della gara. Uno straordinario 81% di realizzazione con la prima per Ostapenko, ed un altrettanto meraviglioso 83% (5/6) sul salvataggio delle palle break.

NON C’E’ DUE SENZA TRE, ANCORA PLISKOVA – Altro incontro che prometteva spettacolo, e che certamente suscitava un appetitoso languorino d’interesse era il derby ceco – secondo incontro in programma sulla Grandstand – tra la tds n. 14 Karolina Pliskova e la vincitrice dello scorso Open di Francia Barbora Krejcikova. S’incontravano per la terza volta, dopo proprio un duello a Bois De Boulogne nel 2018 vinto da Karolina in due set ed uno l’anno passato alle Finals di Guadalajara, con affermazione sempre dell’ex n. 1 ma in rimonta dopo aver subito un bagel. La 26enne di Brno non ce l’ha fatta neanche questa volta, quasi succube della più esperta connazionale: 6-3 6-4 in un’ora e mezza per la due volte finalista Slam.

Non sono tuttavia mancati vari ribaltamenti dell’inerzia, mai sopita, con la quattordicesima forza del seeding che è salita immediatamente 3-0, in seguito la furia inondante di Barbora ha rimesso il tutto sui binari dell’equilibrio. Infine a chiusura di una frazione dove ci sono stati addirittura 5 break su 9 game totali, Pliskova ha saputo trovare dentro di sé la forza per l’ultimo scatto verso il traguardo. Stesso identico avvio nella ripresa, ancora parzialotto della 30enne di Louny e di nuovo break nell’ottavo gioco, quello che aveva deciso il primo set. La differenza è che quest’ultimo, stavolta, viene messo a referto dalla mancina in campo; ma è soltanto un acuto che non può mettere in discussione l’esito della partita. Ragguardevole bottino di ace (7) per Karolina, ma anche importante dato sui break point sventati: 67% (6/9). Continua quindi la crisi di Krejcikova, che a Praga difendeva il titolo ma ha abdicato ad Hibino (n. 251) mentre Pliskova risentendo l’aria canadese riparte da dove si era fermata, ovvero dalla finale persa contro la nostra Giorgi.

IL TABELLONE DEL WTA 1000 DI TORONTO

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WTA Toronto, Trevisan subito eliminata da Haddad Maia

Non riesce la rimonta a Martina Trevisan, sconfitta in tre set dalla brasiliana

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Martina Trevisan - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

B. Haddad Maia b. M. Trevisan 6-2 2-6 6-2

Finisce subito il National Bank Open presented by Rogers di Martina Trevisan. L’azzurra si arrende in tre set alla brasiliana Beatriz Haddad Maia che la precede di due posizioni nel ranking (è n. 24 WTA), ma è certamente più a suo agio della nostra sulle superfici rapide. Brava Martina a reagire nel secondo parziale approfittando di un calo nella percentuale di prime dell’avversaria (comunque appena sopra il 50% nel corso dell’intero match) e a farle perdere sicurezza da fondo soprattutto con il dritto spedendo colpi carichi e profondi con abbondante margine sopra la rete. Nulla da fare però nel terzo set, contraddistinto da un inizio estremamente falloso di Trevisan.

PRIMO SET – Nel primo game Martina annulla ben quattro palle break prima che Haddad Maia le strappi il servizio alla quinta occasione utile. Nel gioco successivo Trevisan ha possibilità di tornare in parità nel punteggio ma la brasiliana è brava ad annullare le due chances di break. L’italiana è molto fallosa da fondo campo, pare non reggere l’intensità messa in campo dall’avversaria che nel frattempo si è portata avanti di un altro break; si gira sul 4-1. Il servizio di Haddad Maia ha fatto soffrire Martina per tutta la durata del primo set che si è chiuso con il punteggio di 6-2.

 

SECONDO SET – Haddad Maia continua imperterrita nella sua marcia anche in apertura di secondo set, macinando punti con la sua prima di servizio alla quale Trevisan non riesce a rispondere. Martina comunque è dentro alla partita e adesso tenta di tenere l’avversaria lontana dalla linea di fondo cercando di toglierle le soluzioni più comode. L’azzurra riesce nell’intento di breakkare Haddad Maia nel quarto gioco complice un turno di battuta con poche prime della brasiliana. Qualche brivido per Trevisan arriva sul 4-2 quando da sotto 15-40 riesce a riaggiustare un game che poteva rimettere la brasiliana in corsa per il set. L’azzurra chiude il secondo 6-2 strappando nuovamente il servizio alla brasiliana. Si deciderà tutto nel terzo.

TERZO SET – Dopo aver conquistato il secondo set, una doccia fredda risveglia Trevisan riportandola alla magra realtà che aveva contraddistinto l’intera frazione inaugurale. Martina complice delle evidenti difficoltà al servizio, in particolar modo un fastidioso fallo di piede, sprofonda in una spirale negativa di errori grossolani messi in fila in serie. L’azzurra va costantemente fuori giri con entrambi i fondamentali, ha totalmente perso le misure del campo, e se ciò non bastasse si dimostra alquanto provata dall’aver smarrito sicurezza nel suo gioco. Così i nervi della mancina toscana non possono che gradualmente ed inesorabilmente iniziare a vacillare: s’inginocchia dopo i gratuiti come segno di disprezzo nei confronti delle proprie maldestre esecuzioni, oltre ad esibirsi in continui dialoghi introspettivi, i quali a volte sfociano verso il suo angolo nel tentativo, da parte della 28enne fiorentina, di trovare supporto alle proprie tesi.

Haddad Maia si limita a rimandare la palla dall’altra parte e a spingere maggiormente la risposta, forte del vantaggio accumulato. Infatti la n. 24 WTA parte nel set decisivo con un parziale a lei favorevole di 16 punti a 5, che fa da contro altare a quello con cui l’italiana aveva chiuso la seconda partita – filotto di 8 punti consecutivi – e che a livello di punteggio corrisponde ad un inequivocabile 4-0, frutto di due break di vantaggio. La n. 1 del tennis italico però non molla, rimane nel match, e anche grazie a qualche verticalizzazione in più ma soprattutto per via della tensione che colpisce la brasiliana al momento di dare la spallata definitiva all’incontro; prima interrompe l’emorragia e poi aiutata da due doppi falli della giocatrice verdeoro si riporta in scia a due game di distanza. Ma purtroppo Trevisan non sfrutta la chance per accorciare ulteriormente e dopo due unforced in uscita dal servizio, a completare la frittata è un comodo dritto in avanzamento affossato malamente in rete, che regala di nuovo il doppio break di vantaggio a Beatriz. La nativa di San Paolo non trema, e a 30 chiude i giochi dopo poco più di due ore di partita.

Ha collaborato Cipriano Colonna

Il tabellone del WTA 1000 di Toronto

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