Lettere al direttore: quando Berlusconi alle 4 di notte...

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Lettere al direttore: quando Berlusconi alle 4 di notte…

Il ruolo di Rino Tommasi e il mio esordio in panchina a Canale 5: una storia che non leggerete altrove. In difesa di Gianni Clerici. Sinner e il fisco. Raonic e il… fisico

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Attenzione: la priorità verrà data alle domande più brevi. Continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com o inviate un tweet a @ubiscanagatta


Carissimo direttore archiviata questa stagione anomala le chiedo perché secondo lei non c’è nemmeno un tennista nord americano nei primi 20 del ranking anzi 24 (Isner 25). Il tennis è diventato uno sport “minore” negli Usa finita l’epoca Agassi – Sampras? GrazieWalter Caregnato (Vicenza) ma residente a Mosca

Gentile Walter, su questo “problema” americano abbiamo pubblicato proprio in questi giorni una corposa video chiacchierata con Steve Flink, citando vari dati e ricordi del passato, accennando qualche spunto critico e provando a suggerire anche qualche correttivo. Non contenti di ciò ho scritto al direttore della comunicazione della USTA Chris Widmaier chiedendogli l’autorizzazione a contattare e intervistare il responsabile tecnico del tennis americano Martin Blackman e la Direttrice dell’US Open Stacey Allaster. Siamo in attesa di una sua risposta.

Non è detto che arrivi, perché anche se con Steve Flink abbiamo garantito che… non avremmo tirato grucciate agli zoppi, posso capire che un direttore della comunicazione tema di rendere un cattivo servizio al buon nome del tennis made in USA concedendoci di parlare di un periodo di indubbia crisi. Non so se la direzione comunicazione FIT (che non so più nemmeno da chi sia rappresentata adesso…) mi darebbe l’opportunità di parlare con i tecnici a capo del tennis italiano ora che in campo maschile si sta vivendo un bellissimo momento, ma so per certo che se chiedessi di intervistarli per parlare del tennis femminile… la risposta sarebbe certamente: “No grazie, ripassate più tardi!”.


Gentile direttore Scanagatta, il suo riferimento in un recente articolo al “Duo Matusa” e al “Duo Primavera” ha stimolato la mia curiosità: mi piacerebbe avere una ricostruzione storica delle mitiche telecronache del gruppo formato, oltre che da lei, da Rino Tommasi, Gianni Clerici e Roberto Lombardi. Se non sbaglio, avete cominciato per l’allora Fininvest e proseguito con TeleCapodistria e poi con Telepiù. Qual è il primo Slam in assoluto che avete commentato? (C’erano solo Tommasi e Clerici o già anche il “Duo Primavera”?) Mi piacerebbe sapere, per ciascuno Slam, quando avete cominciato a fare le telecronache… In che anno avete commentato il primo Wimbledon, il primo Roland Garros, il primo US Open e il primo Australian Open? Grazie in anticipo se potrà soddisfare la mia curiosità “storica”… 🙂Giacomo Cattaneo, Milano

Gentile Giacomo, sono passati tanti anni e non ricordo troppo bene le varie tappe (in termini di anni) del mio percorso televisivo. Ricordare gli anni poi dei vari esordi di ciascun telecronisti Slam dopo Slam, 35 anni dopo e più è impresa che non mi sento di affrontare con le necessarie certezze. Però la sua domanda mi consente di fare un excursus “storico” del tennis in tv, dopo che dagli anni Sessanta in poi quel poco del tennis che si vedeva, e quel molto che veniva interrotto sul più bello, apparteneva per intero a Mamma Rai. Spero che questo excursus possa interessare molto al di là di ciò che si riferisce al sottoscritto e agli esordi dei suoi Maestri e amici. Ciò anche se inizio contraddicendomi, dicendole che il mio primissimo esordio in tv avvenne con Canale 5, quando Rino Tommasi (da solo) era a Dallas per le finali WCT e io me ne stavo a Palazzo dei Cigni, Milano 2, negli studi di Canale 5, perché a quei tempi i collegamenti satellitari talvolta facevano brutti scherzi e nel caso che questi fossero caduti io sarei dovuto intervenire da studio.

Canale 5 era “nato” il 30 settembre del 1980 dall’unione di cinque emittenti televisive del Nord Italia, TeleMilano 58, TeleEmiliaRomagna, TeleTorino, Video Veneto e A&G Television. Adottò il vecchio marchio di TeleMilano 58 ma cambiando il numero (che divenne 5 anziché 58 perché le emittenti erano cinque) e il colore del marchio (che diventa marrone). L’idea del 5 venne a Silvio Berlusconi che sapendo come i primi tre canali impostati su tutte le tv italiane erano Rai 1, Rai 2 e Rai 3, e che TeleMontecarlo era la n.4, pensò bene di accaparrarsi il canale n.5 (anche se ovviamente un teleutente poteva sistemarsi il proprio televisore a piacere). Ma fu una scelta strategica intelligente.

Rino sarebbe diventato nel 1981 il primo direttore dei servizi sportivi della rete televisiva Canale 5 (e dieci anni dopo il primo direttore dei servizi sportivi di Tele+). Silvio Berlusconi era un grande estimatore di Rino. Sapeva che il calcio era monopolio RAI e che sarebbe stata dura inserirsi nelle trasmissioni del primo sport nazionale. Occorreva puntare, inizialmente, sugli altri sport. Ma quali? A livello professionistico i migliori erano quelli americani. Gli bastò poco per capire che nessun giornalista italiano conosceva lo sport americano, tutto lo sport USA, come Tommasi. E non solo lo conosceva. Rino sapeva perfettamente come muoversi per contattare le dirigenze sportive dei vari sport, i vari manager. Sembrerà incredibile ma anche per molti valenti e celebrati giornalisti che hanno scritto anche di sport ad eccellenti livelli, già la conoscenza dell’inglese costituiva un ostacolo quasi insormontabile.

Non per Rino che poteva dissertare disinvoltamente di football americano (con il Superbowl), di boxe sapendo a memoria vita morte e miracoli dei migliori pugili del mondo, e aveva contatti con i promoter dei combattimenti e con i manager dei pugili. Lui stesso era stato un ex promoter ai tempi di Benvenuti, Rinaldi, De Piccoli, Arcari. Rino non aveva problemi di timidezza nel contattarli per acquisire i diritti dei loro match (da Alì a Tyson con Angelo Dundee). Altrettanto disinvoltamente si poteva muovere per il grande tennis (con il circuito WCT del petroliere texano Lamar Hunt), per il basket della NBA di Magic Johnson e Larry Bird, per il baseball della MBL da Pete Rose a Cal Ripken, e per l’hockey su ghiaccio della NHL che in quegli anni ’80 celebrava le gesta del mitico Wayne Gretzky.

Tutto ciò fu strategicamente importante per il network di Berlusconi fino a che Canale 5 non riuscì a farsi spazio anche con il calcio rompendo il ghiaccio con il pallone una primissima volta. Acquistò i diritti del Mundialito nell’81, siglò un accordo da 900.000 dollari con una società che aveva ricevuto carta bianca dalla federcalcio uruguagia e dalla FIFA per la vendita dei diritti tv nel mondo.

 

Canale 5 e nemmeno Telecapodistria esistevano tecnologicamente per poter trasmettere nel nostro territorio nazionale le primissime finali WCT lanciate dal petroliere americano Lamar Hunt e disputate alla Moody Coliseum della SMU (Southern Methodist University). Alludo a quelle due edizioni concluse da due finali assolutamente straordinarie vinte nel ’71 e nel ’72 da Ken Rosewall su Rod Laver. Due fra i match che sono entrati nella leggenda del tennis.

Io, a seguito di una borsa di studio offertami proprio da Lamar Hunt e il suo partner Al Hill jr a seguito della mia vittoria ai campionati nazionali universitari, avevo appena concluso il mio primo semestre universitario alla Oral Roberts University di Tulsa (Oklahoma) nel maggio ’73 quando – con l’ok per l’accredito di Lamar e Al jr – Rino mi invitò a raggiungerlo a Dallas. Rino scriveva per la Gazzetta dello Sport – che non lo inviava quasi mai Oltreoceano, ma Hunt lo aveva invitato – ed era il direttore della rivista Tennis Club, dove avevo cominciato a collaborare ventenne.

Rino, quasi un padre putativo per me, mi ospitò in camera sua… (e vent’anni dopo, memore di quella sua generosità e di quell’esempio, sarei stato io orgoglioso di ospitare giovani tennisti squattrinati in vari tornei – e perfino una bella e giovanissima tennista (che non citerò e con la quale non ebbi altro che disinteressata amicizia) qualificatasi per Wimbledon e tuttavia arrivata a Londra senza aver prenotato alcun alloggio – nonché giovani aspiranti giornalisti con la passione del tennis, compreso uno che da diversi anni ormai è diventato un personaggio piuttosto importante per la comunicazione dell’ATP.

Quel torneo di Dallas 1973 lo vinse Stan Smith su Arthur Ashe (6-3 6-3 4-6 6-3). Ricordo che la premiazione – nel ’71 effettuata da Neil Armstrong, il primo uomo sceso sulla Luna – in quel ’73 la fece l’attore Charlton Heston, grande fan di tennis e diventato famosissimo in tutto il mondo per essere stato protagonista del film Ben Hur che ai suoi tempi (1959) ebbe una eco simile al più recente “Il Gladiatore”. Conobbi, parlai e strinsi la mano a Charlton Heston. Per me fu come sarebbe stato per un ragazzino di tempi ben più recenti incontrare il Gladiatore Russell Crowe… Nel corso di quella mia prima uscita giornalistica americana – cui seguì un più che avventuroso viaggio in jeep per andare a “coprire” il torneo di Las Vegas, vinto da Brian Gottfried – vidi giocare a Dallas per la prima volta un ragazzino mancino e riccioluto di 14 anni: John McEnroe. Partecipò a un quadrangolare junior. Con lui c’era il papà avvocato. Little John parve subito a tutti un vero fenomeno.

Dopo questa lunghissima digressione… rieccoci a quando Rino decise di far acquistare i diritti delle finali WCT dal 1982 per il “suo” Canale 5 e si recò a Dallas alla Reunion Arena (che sarebbe diventata la sede dei Dallas Mavericks). Fu per lui quasi scontato che a fungere da riserva notturna sulla panchina di Canale 5 in Palazzo dei Cigni Milano 2 dovessi essere io. Se dicessi che speravo che il collegamento non cadesse mai, direi una bugia. Qualche volta cadde, nel corso della settimana. E ero contento così. Non ero solo: insieme a me c’era per tutta la notte Cesare Cadeo, un gran signore e persona perbene. A lui, conduttore di tante trasmissioni Fininvest-Mediaset purtroppo scomparso nell’aprile 2019, spettava l’introduzione del primo grande evento tennistico trasmesso da una tv che non fosse la Rai. Sugli aspetti più tecnici in sede di presentazione chiedeva a me. Poi chiudevamo anche il programma che era già mattino (e non mi immagino platee oceaniche… ma l’entusiasmo dell’esordio mi faceva credere che non fosse solo mia madre a essere sveglia a quelle ore).

Più ancora che le partite di quel torneo vinto da un grande Lendl in 4 set sul campione in carica McEnroe e di una semifinale incredibile vinta da McEnroe dopo 4 ore e 41 minuti – il match più lungo della storia del circuito WCT, 1971-1989 – su Bill Scanlon che era di Dallas e aveva tutto il pubblico a favore ma non riuscì a trasformare 4 quattro matchpoint nel tiebreak del quarto set perso 10 punti a 8 (prima di perdere il match al quinto), mi rimase impressa soprattutto l’agitazione che si impadronì di tutto lo studio di Canale 5 nel pieno di una di quelle notti “texane”.

Vedevo attraverso un vetro la cabina di regia e un pullulare improvviso di persone che si sbracciavano, di gente che telefonava, espressioni più che turbate. Sulle prime non riuscì a capire cosa stesse succedendo. Poi mi dissero. La… colpa era di Silvio Berlusconi in persona che aveva chiamato per cazziare la regia, alle quattro del mattino, perché il logo di Canale 5 con il biscione sull’angolo sinistro del teleschermo copriva non so più cosa – forse degli spot pubblicitari, non il campo da tennis – e doveva quindi immediatamente essere spostato… mi pare in alto a dx o sx non ricordo più. Non la cosa tecnicamente più semplice del mondo. Lo spostamento andava fatto su tutti i cinque network che facevano parte del Gruppo. A quei tempi era proibito trasmettere in contemporanea in più regioni. C’era un complicatissimo sistema di trasferimento delle immagini dalla Lombardia, autorizzata alla diretta, per farle arrivare al Piemonte e all’Emilia Romagna. Ma le modifiche tecnologiche dovevano riguardare tutti i cinque network.

Beh, Berlusconi come politico e uomo pubblico può piacere e non piacere, non è davvero opportuno discuterne qui. Ma con tutte le cose di cui un grande imprenditore come lui doveva certamente occuparsi, mai mi sarei aspettato che lui potesse trovare anche il tempo, la voglia, di seguire una trasmissione di tennis in mezzo alla notte e con una audience probabilmente modesta. Per poi suggerire prontamente correttivi su carenze che ad altri erano sfuggite. Io mi stupii tantissimo. I tecnici, i collaboratori presenti invece non si meravigliarono per nulla. Pare che succedesse regolarmente, a tutte le ore del giorno e della notte. Lasciamo stare Berlusconi dopo averlo fortemente apprezzato per quella sua grinta e attenzione nella cura di ogni piccolissimo dettaglio .

Atteggiamento e particolari assai simili che ho rivissuto e rivisto una quindicina di anni dopo in un altro grande imprenditore, quando mi capitò di vedere Patrizio Bertelli a Auckland durante l’America’sCup della sua Luna Rossa, fare una gran scenata al suo staff dopo che aveva visto nel grande negozio di Auckland, The Gallery, all’Acqueduct Waterfront un paio scarpe di Prada mal allineate sugli scaffali!

A proposito: sono in corso in questi giorni (anzi notti: ci sono 12 ore di fuso orario diverso con la Nuova Zelanda e le regate cominciano alle 15 là, alle 3 di notte qua) le World Series della Prada Cup: 4 regate al giorno. Sono stati fra i periodi più affascinanti della mia vita giornalistica da inviato quelli in Nuova Zelanda. In totale sarò stato 4 mesi in 2 edizioni fra regate degli sfidanti e fase finale della Louis Vuitton Cup e America’s Cup (vinse Team New Zealand su Prada nel 2000, trionfò Alinghi su Team New Zealand nel 2003). Con il mio gruppo della Poligrafici Editoriale, La Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino, in quegli anni in cui tutti parlavano di strambate, spinnaker, boma, cazzare la randa ecetera, pubblicammo inserti di 64 pagine e credo di averne scritte almeno la metà. Con interviste a Russell Coutts, a Ernesto Bertarelli, a Patrizio Bertelli, e nei ritagli di tempo si andava in mare, nell’Hauraki Gulf, con timoniere un certo Mauro Pelaschier.. Su Mascalzone Latino ebbi l’onore – concessomi dall’armatore Vincenzo Onorato – di vivere da 17° uomo una regata ufficiale di America’s Cup contro Victory, la Barca di Team Great Britain. Non sono molti a poterlo raccontare. Che ricordi!

Non ci fosse stato il Covid a gennaio-febbraio 2021, intercalandolo con l’Australian Open come feci anche 20 anni fa, mi sarebbe piaciuto da matti tornare a Auckland. Anche se difficilmente avrei avuto l’occasione di giocare ancora il doppio al fianco di Patrizio Bertelli contro Max Sirena e Torben Grael come accadde allora.

Per dare un colpo al cerchio e un altro alla botte, se prima ho lodato Berlusconi che ha dimostrato anche una indubbia lungimiranza in tanti settori legati allo sviluppo della TV commerciale, devo invece ricordare che lui fu invece assai miope quando si dichiarò in più di un’occasione fortemente perplesso riguardo alla volontà di Rino di avere al suo fianco come telecronista Gianni Clerici per via – fondamentalmente – della voce poco .. ‘maschia’ dello Scriba. Forse in America, dove i telecronisti hanno quasi tutti il timbro dell’annunciatore, avrebbero dato ragione a Berlusconi, ma Rino difese vigorosamente la scelta fatta a protezione di quella che è poi stata quasi unanimemente considerata la miglior coppia di telecronisti mai messa in campo da una TV italiana (e forse non solo). Se lo dice uno come il sottoscritto, che avrebbe potuto avvantaggiarsi di un eventuale (ridicolo) defenestramento di Clerici quando ancora Roberto Lombardi non era stato preso in considerazione, penso possiate credermi.

In quegli anni cominciammo anche a commentare da New York lo US Open, Rino, Gianni e il sottoscritto. Io di sicuro dal 1984, ma forse anche in uno dei due anni precedenti, seppure probabilmente come loro ospite non ancora “contrattualizzato”. Non sono sicuro del fatto che Rino e Gianni avessero già commentato il torneo uno o due anni prima, però ho trovato recentemente un mio badge con scritto TV US Open già nell’82 (di sicuro scrivevo per La Nazione e il Resto del Carlino…) che doveva darmi accesso quindi all’area delle cabine televisive ma – chissà? – magari furono trasmesse solo le finali. Di sicuro con Rino mi sono trovato a commentare da Forest Hills anche le finali WCT Champions che si giocarono nel maggio ’86 – l’erba non c’era più – e furono vinte da Yannick Noah su Guillermo Vilas. Forse Gianni non poteva venire, fatto sta che andai con Rino a New York a maggio.

Nel 1987 la tv italoslovena TeleCapodistria, fino ad allora visibile solo in Slovenia e nel Nord-Est italiano, grazie a un accordo con il Gruppo Fininvest, ottenne il via libera alla sue trasmissioni anche in gran parte del territorio italiano trasformandosi nella prima tv che si occupava solo di sport. Il tennis fu un punto di forza perché, a differenza di tanti sport che occupavano prevalentemente il weekend, copriva i palinsesti ancora poveri per tutti giorni della settimana, per ore e ore. Pian piano, ma neppure troppo piano, ecco che i tornei dell’US Open, dell’Australian Open e poi di Wimbledon prima del Roland Garros arrivarono su schermi fuor di Rai.

Mi pare di ricordare – ma non ho avuto tempo di far una ricerca accurata – che per qualche anno si poteva vedere il tennis del Roland Garros sia su Rai sia su Telecapodistria. A volte capitò infatti che avevamo in cabina accanto Bisteccone Galeazzi che – un tantino stravaccato e con i piedi sulla sedia libera perchè lui commentava da solo – parlava talmente forte, e con la porta della cabina immancabilmente aperta, che eravamo obbligati a tenere chiusa la nostra. Mi sembra infatti che, ad esempio, nell’89 la gente si infuriò con la Rai – e Galeazzi era più furibondo di chiunque – perché qualcuno in viale Mazzini decise di sospendere il famoso match di Chang-Lendl negli ottavi proprio nelle fasi finali del quinto set. Ok, non c’era un italiano in gara come quando dieci anni prima: nel ’79 la Rai aveva rimandato un telegiornale per consentire la visione del quarto di finale Panatta-DuPre a Wimbledon. Ma di Panatta ne abbiamo avuto uno solo. E Claudio non si offenda. E’ intelligente, capisce di sicuro, il senso che volevo dare a quell’espressione.

Per fortuna degli appassionati più incalliti il memorabile match Chang-Lendl si potè seguirlo per intero su TeleCapodistria dove – questo lo ricordo bene – io stavo commentando tutti i primi set con Rino perché Gianni non lo aveva immaginato interessante e aveva preferito andare a scrivere il suo pezzo in maggior tranquillità per Repubblica. Sennonché giunti al quinto set ecco all’improvviso Gianni ripresentarsi in cabina tv per dirmi con la sua vocina aggraziata: “Ubaldo se hai necessità di scrivere per la Nazione vai pure, perché io il mio pezzo l’ho già finito”. Rino e io ci guardammo sorridendo, scambiandoci un’occhiata d’intesa. Dopo di che… ubi maior (e in questo caso Ubi non ero io), mi alzai e gli lasciai la sedia.

Chiaramente Gianni si era accorto che quel match era diventato improvvisamente e inaspettatamente epico. Non volle mancare di commentarne il finale. E l’articolo naturalmente lo dovette riscrivere di sana pianta, da capo a fondo, dopo la vittoria di colui che lo Scriba prese a chiamare in quell’occasione, una volta “Michelino” e un’altra “Cianghettino”.

Chiudo questa lunga risposta che farà slittare tante lettere da me ricevute alla prossima puntata – i mittenti abbiano pazienza, mi cospargo il capo di cenere e mi scuso se ho pensato che queste ricostruzioni potessero interessarvi – ricordando che nel ’91 le frequenze di TeleCapodistria “passarono” di mano al gruppo Telepiù e al primo progetto di Pay-Tv. Tutto cinema e tutto sport. Tele+1 e Tele+2. Abbonarsi costava intorno alle 30 mila lire al mese. E furono acquistati i diritti tv di una caterva di tornei di tennis, compreso il Masters di fine anno. Tanto che il sottoscritto, dovendo fare più di 100 telecronache all’anno, spesso sul “luogo del delitto” ma diverse volte anche negli studi di Cologno Monzese in piena estate e con Milano deserta, fu praticamente costretto a mollare il contratto di articolo 1 con La Nazione.

Il compianto Robertino Lombardi, scomparso poco più di 10 anni fa – e mi sembra ieri – si aggiunse al trio iniziale di commentatori con qualche anno di ritardo. Coprire in tre anche 10/12 ore di telecronache, con il sottoscritto che nelle trasferte più dispendiose (USA e Australia) si occupava anche delle interviste – e tutti e tre dovevamo scrivere anche per i nostri giornali, Rino ne aveva due e talvolta scriveva da vero fenomeno in cabina mentre commentava – e con Gianni che dopo un match o due si dichiarava sopraffatto e dava in escandescenze (talvolta più teatrali che altro), era davvero pesantuccio, sebbene Rino fosse un bulldozer e potesse andare avanti anche per 24 ore.

Tommasi, Clerici, Lombardi e Scanagatta a Melbourne
Tommasi, Clerici, Lombardi e Scanagatta a Melbourne

Con Roberto formammo il quartetto che ancora qualche vecchio aficionado mostra di ricordare, il duo Primavera pronto ad alternarsi al duo Matusa. La differenza di budget a disposizione della paytv e delle tv generaliste fece sparire in pratica il tennis dalle tv generaliste. La Rai perse tutto tranne la Davis e la Fed Cup. Perse perfino gli Internazionali d’Italia. Chiudo questa ricostruzione con un link triste, tristissimo, e cioè il mio ricordo per l’amico Roberto Lombardi, scritto nel marzo scorso in occasione del decimo anniversario della sua morte, ma cerco di restituirvi anche un sorriso con la trascrizione di queste note di una canzone tanto cara a Rino, seppur oggi forse impresentabile in tv quando ormai il politically correct stoppa anche la più innocente spontaneità:

“Oh Bongo bongo bongo
stare bene solo al Congo
non mi muovo no no!
Bingo bango bengo
molte scuse ma non vengo
io rimango qui.
No bono sigarette, scarpe strette
Signorine, magre così
Molto meglio anello al naso”

P.S. Questa è stata forse la risposta più lunga del secolo alla domanda più corta… Un lettore ha concentrato in una sua mail, dieci domande… mi ci vorrà tutto l’anno a rispondergli! E non più d’una alla volta! Passo alle prossime. Lui lo metto in coda… così impara, ah ah!

A pagina due, Sinner e il fisco / Raonic e il fisico

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Opinioni

Naomi Osaka: “Atleti, fate sentire la vostra voce. Io non resterò zitta a palleggiare”

“Anche noi siamo vittime di pregiudizi e razzismo, proprio come chiunque altro. Perché affermare il contrario?”

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @naomiosaka)

Questo è un articolo tratto da Turning Points, una rubrica che analizza quali momenti critici del 2020 potranno avere effetto sul 2021. Comparso sul New York Times, lo abbiamo tradotto integralmente. Si tratta di un testo scritto in prima persona da Naomi Osaka.


Turning Point (l’accaduto): A seguito delle pressioni da parte dei loro giocatori e dei tifosi, le squadre delle quattro leghe sportive più importanti d’America cancellano partite e allenamenti per protestare contro il razzismo e la violenza da parte della polizia.

“Zitto e palleggia” (Shut up and dribble).

 

Questo è quello che una giornalista televisiva [Laura Ingraham di Fox News, ndr] ha suggerito di fare a LeBron James dopo che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a ESPN nel 2018, ha parlato di razzismo, di politica e delle difficoltà di essere un personaggio pubblico afroamericano.

Inutile dire che il consiglio non sia stato seguito. LeBron, l’attivista, ha attirato la mia attenzione nel 2012. Lui e i suoi compagni di squadra dei Miami Heat hanno postato una foto di loro incappucciati per protestare contro la morte di Trayvon Martin, un adolescente afroamericano della Florida che indossava un cappuccio mentre veniva ucciso a colpi di pistola da George Zimmerman, il coordinatore della ronda di quartiere locale. 

Nel 2014 Eric Garner, un afroamericano, muore a Staten Island dopo essere stato strangolato da alcuni agenti di polizia, una manovra al tempo proibita dalla polizia e che è successivamente divenuta illegale nello Stato di New York. Poco più tardi, in un riscaldamento pre-partita, LeBron ha indossato una maglietta con le ultime parole di Garner – “I can’t breathe” (Non riesco a respirare) – facilmente udibili in un video che ritrae i poliziotti mentre lo strangolano. Il resto della lega lo ha seguito, ma James è stato il punto focale.

Fast forward a quest’anno e lui è ancora sotto i riflettori. LeBron ha la voce più potente sulla piattaforma più grande e la usa per protestare contro il razzismo sistematico, l’ineguaglianza e l’abuso di potere da parte della polizia, il tutto mentre continua a giocare alla grande a dispetto di proteste senza precedenti, di una pandemia globale e di profonde ferite personali, inclusa la tragica scomparsa del nostro amico Kobe Bryant.

LeBron è indomito nel suo sostegno costante alla comunità afroamericana; è risoluto, schietto e appassionato. Sul parquet o al microfono lui è un’ispirazione, semplicemente inarrestabile. È dedito al suo lavoro come nel suo supporto alla comunità, nonostante continui a combattere contro un sistema consolidato che vuole zittire gli atleti che alzano la voce.

I musicisti cantano e scrivono sempre (e da sempre) di movimenti sociali, attivismo e uguaglianza. Gli attori danno voce alle loro opinioni e appoggiano personalmente candidati politici, organizzando raccolte fondi e feste. Ci si aspetta quasi che uomini d’affari, autori e artisti abbiano opinioni a proposito delle ultime notizie e difendano pubblicamente il loro punto di vista. Ma quando lo facciamo noi atleti, siamo sempre criticati se esprimiamo le nostre opinioni.

Naomi Osaka e LeBron James

Possibile che le persone ci considerino nient’altro che corpi – individui che raggiungono quello che è fisicamente quasi impossibile per tutti gli altri, e che divertono il pubblico spingendosi oltre i propri limiti? Possibile che si meraviglino che un insieme di muscoli, ossa, sangue e sudore possa anche esprimere un’opinione? Può lo sport essere solo sport e la politica essere solo politica?

Il messaggio è sempre lo stesso. Colpisci la palla. Fai canestro. Zitto e palleggia.

Ma qualunque sia l’argomento, si tende a ignorare un fatto importante: quando non giochiamo, viviamo nello stesso Paese di tutti gli altri. E come la maggior parte degli atleti può affermare, questo significa che anche noi siamo vittime delle stesse ingiustizie e diseguaglianze che hanno portato alla morte persone proprio come noi, ma che non dispongono delle stesse protezioni garantite dalla nostra fama, nonché dalla protezione e dal sostegno che riceviamo. Basta chiedere al giocatore NBA Sterling Brown, colpito con un taser da degli agenti di polizia, o al mio collega James Blake, scaraventato a terra e ammanettato dalla polizia per 15 minuti mentre era fuori da un albergo di New York (i poliziotti hanno poi dichiarato che si è trattato di uno “scambio d’identità”). Solo perché siamo atleti questo non significa che non siamo influenzati da quello che succede nel paese, o che siamo obbligati a tenere la bocca chiusa.

Lo sport non è mai stato apolitico, e finché continuerà ad essere giocato da esseri umani non lo sarà mai.

Muhammad Ali è stato per anni la voce della giustizia, anche quando venne condannato a cinque anni di reclusione per via del suo rifiuto alla leva obbligatoria, motivata dal suo credo religioso. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos vennero fischiati quando alzarono i pugni guantati di nero sul podio, e affrontarono successivamente una marea di critiche da parte del pubblico e dai media quando tornarono negli Stati Uniti.

Colin Kaepernick ha messo a rischio la propria carriera quando si è inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita della NFL, rischiando di non giocare più in una partita di lega per via del suo gesto.

Megan Rapinoe è una convinta sostenitrice del movimento LGBTQ+ e della parità salariale, anche se ciò ha dovuto significare tenere testa al presidente degli Stati Uniti e rifiutare un invito della Casa Bianca.

Venus Williams ha fatto molto più di quanto molti sappiano per portare avanti le battaglie di Billie Jean King e garantire uguaglianza per le donne nel tennis. Coco Gauff, nonostante la sua giovane età, è una fiera e appassionata sostenitrice del movimento Black Lives Matter, sia online che in pubblica presenza.

Nonostante i progressi ottenuti, continuo a pensare che noi atleti abbiamo ancora molta strada da fare. Oggi, data la copertura televisiva e il risalto sui social media, noi atleti disponiamo delle più grandi e visibili piattaforme mai esistite. Per come la vedo io, questo significa avere maggiore responsabilità di far sentire la nostra voce. Non resterò zitta a palleggiare.

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ATP

ATP Delray Beach: Korda non ne ha più, secondo titolo per Hurkacz

Hubert Hurkacz vince il titolo a Delray Beach senza perdere un set. Sebastian Korda, seppur sconfitto, bussa alla Top100

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Hubert Hurkacz con il trofeo di Delray Beach 2021 (foto Twitter @DelrayBeachOpen)

(4) H. Hurkacz b. S. Korda 6-3 6-3

Il futuro può attendere ancora un po’ per il figlio d’arte Sebastian Korda (ATP n. 119), ma non ci sono dubbi che la strada intrapresa sia quella giusta. Dopo una settimana quasi trionfale, durante la quale quattro giocatori classificati più in alto di lui (Kwon, Paul, Isner e Norrie), l’ex campione juniores dell’Australian Open 2018 ha dovuto cedere il passo in finale alla maggiore esperienza e alla maggiore freschezza atletica del polacco Hubert Hurkacz, n. 35 ATP e testa di serie n. 4 del tabellone.

Entrato in campo con grande spavalderia, Korda ha subito ottenuto il break a zero aggredendo l’avversario con la risposta. Hurkacz tuttavia non si è fatto impressionare dalla partenza a razzo del suo avversario, e dall’1-3 del primo set ha infilato cinque giochi consecutivi per chiudere il primo parziale 6-3 in 34 minuti. Decisivo l’ottavo gioco, nel quale Korda ha ceduto la battuta da 30-0, iniziando ad avvertire il fastidio alla gamba sinistra che lo ha costretto poco dopo a chiedere un medical time-out. “Ho giocato diverse partite piuttosto lunghe questa settimana, ho cominciato a sentire un dolore all’adduttore che si propagava fino all’inguine ogni volta che atterravo dal servizio – ha spiegato Sebastian dopo la partita – In ogni modo non si tratta di una scusa, dal 2-1 del primo set è stato lui il giocatore migliore”.

 

L’intervento del fisioterapista sull’1-2 del secondo set non ha potuto far molto per migliorare la situazione della gamba di Korda, che ha continuato a fare esercizi di allungamento tra un punto e l’altro ed ha subito il break decisivo subito dopo, siglato da un doppio fallo e due errori gratuiti da fondocampo.

Secondo sigillo in carriera per Hurkacz, dopo il successo di Winston-Salem nel 2019, che gli vale l’ingresso nei Top 30 e nelle teste di serie per il prossimo Australian Open. Per il diciannovenne Korda, invece, un po’ di riposo a casa con la sua famiglia, che era in tribuna a Delray Beach per sostenerlo durante la finale: oltre a papà Petr (camipione dell’Australian Open 1998) e a mamma Regina (ex n. 26 WTA) c’erano anche le sorelle Jessica e Nelly, entrambe golfiste professioniste. Korda si è infatti cancellato dal Challenger di Istanbul della settimana prossima e raggiungerà il suo preparatore atletico in Repubblica Ceca per una sessione di rafforzamento fisico. “Anche se mi piacerebbe giocare quanti più tornei possibile, il mio corpo ha bisogno di riposo e di rinforzarsi – ha spiegato Korda – Sono fortunato che il mio preparatore è un ottimo comunicatore e dopo essermi riposato qui in Florida andrò da lui”.

Nel frattempo con questo risultato Korda si è avvicinato alla Top 100: a partire da lunedì prossimo salirà fino al n. 103, suo miglior ranking in carriera.

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ATP

Il battesimo del figlio d’arte: Sebastian Korda giocherà la prima finale a Delray Beach

Bella vittoria in due set su Cameron Norrie: il figlio di Petr Korda sfiderà Hurkacz per vincere il primo titolo in carriera ed entrare in top 100

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A quasi ventitré anni – era il 1° febbraio 1998 – dal primo, unico e contestatissimo successo Slam di papà Petr sui campi di Melbourne, il mondo del tennis deve volgere lo sguardo a Sebastian Korda, 20 anni, che raggiunge la prima finale della sua giovane carriera all’ATP 250 di Delray Beach.

Sui campi che guardano la costa della Florida opposta alle rive su cui è nato Sebastian – gli ha dato i natali Bradenton, ‘terra di tennis’ per via dell’accademia di Nick Bollettieri – Sebastian ha battuto in due set e con insospettabile saggezza Cameron Norrie, mancino dal tennis assai interessante. “Sono veramente gasato, non potrei essere più felice” ha detto Korda dopo il successo, tradendo tutta l’eccitazione dei vent’anni. “Mi sono allenato con il mio coach (Dean Goldfine, è nel team assieme a papà Petr – e chissà che non si aggiunga Agassi a breve, come da rumors), lui colpisce molto piatto. Ha funzionato. Norrie ha un gioco super estroso, il rovescio incrociato è di livello mondiale e il dritto è difficile da difendere. Sono contento del modo in cui ho giocato l’intera partita, per come sono rimasto aggressivo“.

Dicevamo dell’insospettabile saggezza perché dopo aver corsa di testa praticamente per tutto il match, sul 6-3 5-4 e servizio a disposizione il giovane Sebastian ha sentito un po’ la pressione e ha mancato due match point. “Sul primo è stato bravo lui, ma sul secondo ho fatto doppio fallo“. In realtà Korda ha buttato via entrambi i punti (il primo con un dritto abbastanza comodo in corridoio), ma ha ricevuto un piccolo aiuto dal suo avversario che nel game successivo gli ha reso il favore del doppio fallo; ottenuto così un altro break di vantaggio, lo statunitense ha rimesso in moto il suo tennis di pressione da fondocampo, sempre guidato dal dritto, e si è guadagnato la sua prima finale tra i grandi.

 

Non partirà favorito nel match contro Hubert Hurkacz, che da un lato ha fatto percorso netto – nessun set ceduto e due soli turni di servizio non difesi in tre partite – ma dall’altro non ha dovuto affrontare alcun top 100; tra quarti e semifinale, ha addirittura superato un giocatore che occupa la top 300 per un soffio (Quiroz) e un altro (Christian Harrison) che ha iniziato il torneo da numero 789 del mondo. Non certo un campo minato per il polacco, che ringrazia e oltre ai favori del pronostico in finale si prende anche la certezza di una testa di serie all’Australian Open (al momento la 29°); non a scapito di Lorenzo Sonego, per fortuna dell’italiano, poiché i forfait di Isner e Garin consentono al torinese di mantenere la 31° piazza nel seeding. Con Sinner che attende alla finestra: un altro forfait e ci sarà spazio anche per lui tra le teste di serie.

Il tabellone completo di Delray Beach

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