Viaggio nella stagione dei Futures al tempo del Covid: "Spesso è più conveniente giocare gli Open"

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Viaggio nella stagione dei Futures al tempo del Covid: “Spesso è più conveniente giocare gli Open”

Non solo il tennis dei big: c’è un sottobosco di gente che sgomita per raggiungere i Challenger e magari una gloria ancora maggiore. Panoramica sulla stagione ITF 2020 (tutti i 130 vincitori) con le testimonianze di Alessandro Bega e Marco Bortolotti

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Questo articolo potrebbe tranquillamente intitolarsi ‘Figli di un tennis minore’. Se il circuito Challenger è la cinghia di trasmissione tra i diversi livelli del tennis professionistico, nei Future/ITF siamo, senza dubbio, nello scantinato.

Premesso che non si può generalizzare e che spesso in Italia il livello è più che decoroso, diciamo però che mediamente gli organizzatori fanno del dilettantismo la loro cifra distintiva. I premi poi sono talmente bassi che ai giocatori, per guadagnare qualche soldo, rimane giusto la speranza di arrivare in fondo al torneo. Non ci sono giudici di linea e raccattapalle, con qualche rara eccezione nei 25.000 dollari, e dunque si vedono spesso scene che sono consuete a livello amatoriale. Gli atleti e i loro eventuali accompagnatori sono visti più che altro come clienti (in realtà i giocatori stessi parlano di ‘polli da spennare’) dai grandi complessi alberghieri che si mettono d’accordo con gli organizzatori, contando così di riempire le camere nei periodi di bassa stagione. 

Testimonianza comune è che economicamente sia più proficuo giocare gli Open, il problema è che questi ultimi non danno punti ATP. Dunque il percorso verso il professionismo passa inevitabilmente attraverso questo collo di bottiglia. Troviamo allora giovani che cercano i punti per entrare nei Challenger, o meno giovani che cercano di rientravi. In ogni caso tutti sono accomunati dalla speranza di salire di livello appena possibile. 

 

Premesso che anche la stagione ITF 2020 è stata gravemente menomata dal Covid, che ha cancellato più di cinque mesi di calendario, potremmo brevemente riassumere i dati dei 130 tornei disputati in questo modo: la classifica ATP media dei vincitori è 415 e l’età media è 23 anni. In ogni caso, potete trovare il dettaglio di tutti i tornei nella seguente tabella.

(clicca per consultare la tabella completa)

CONSULTA LA TABELLA COMPLETA

I plurivincitori sono stati il nostro Alessandro Bega e il polacco Kapcer Zuk (n.262 ATP) con quattro vittorie a testa. Tralasciando la lunga schiera di onesti mestieranti che hanno iscritto il loro nome negli albi d’oro, vanno segnalati i risultati di alcuni giovanissimi tra cui spiccano il danese Holger Rune (tre successi), e lo spagnolo Carlos Alcaraz (due vittorie), entrambi destinati a recitare su ben altri palcoscenici. Abbiamo poi le incursioni di Francisco Cerundolo e Brandon Nakashima, ormai promossi al piano superiore e abituali frequentatori del circuito Challenger. Non dimentichiamoci infine del francese Antoine Cornut-Chauvinc (due vittorie), un altro che qui è solo di passaggio, come ben sa il suo allenatore Younes El Aynaoui.

Gli italiani che hanno alzato le braccia al cielo, oltre a Bega, sono sei, con una vittoria a testa:

  1. Gianluigi Quinzi a Weston
  2. Riccardo Bonadio  ad Antalya
  3. Luca Potenza  a Monastir
  4. Luca Nardi  a Sharm El-Sheikh
  5. Giovanni Fonio  ad Antalya
  6. Omar Giacalone  a Monastir

VOCI DAL CIRCUITO

Qualcosa sul mondo ITF/Future ci è stato raccontato da due veterani del circuito: Alessandro Bega e Marco Bortolotti

Alessandro Bega (29 anni, n. 349 ATP) quest’anno con quattro vittorie (Cancun e tripletta a Sharm El-Sheikh) è il plurivincitore a pari merito, come si diceva, col polacco Kacper Zuck. Lo abbiamo raggiunto al volo mentre era in partenza per Monastir, dove purtroppo si è ritirato al primo turno in svantaggio 5-7 0-2 contro l’indiano Paras Dahiya, n.1642 ATP.

Parto in anticipo perché prima di scendere in campo sono obbligatori cinque giorni di quarantena. Sono costretto a tradire Sharm, il mio posto preferito, perché per il momento in Egitto non hanno programmato tornei. A Sharm i campi sono veloci come piace a me, il resort è molto bello, anche se in realtà io dormo fuori perché è più economico. Lo svantaggio è che se non alloggi nel resort non appena vieni eliminato non ti fanno più accedere ai campi. Ma risparmiare è un obbligo perché economicamente è durissima, te la cavi solo se arrivi in fondo al torneo. Questo è il motivo principale per cui viaggio quasi sempre da solo“.

L’unico aspetto positivo di una eliminazione prematura“, ci aveva detto Alessandro quasi prevedendo il risultato di Monastir, “è che posso fare un po’ di turismo, cosa che mi piace moltissimo. Grazie al tennis ho veramente girato il mondo anche perché, per trovare campi veloci, sono costretto a migrare. Non ho particolari aneddoti sui miei viaggi, conservo un bel ricordo di tutti i posti che ho visto. Mai avuto particolari problemi, nemmeno nei luoghi più strani ed esotici. Ad esempio in Burundi e Ruanda eravamo un bel gruppo d’italiani e siamo stati benissimo. Ovvio che incontri delle realtà completamente diverse dalle nostre, ma penso che questo sia un arricchimento. Il mio compagno di viaggio preferito sarebbe Roberto Marcora ma lui al momento ha una programmazione diversa, visto che la sua classifica è migliore.  Quello con cui ho girato di più è Francesco Vilardo con cui ci alleniamo insieme da tanti anni“.

Il mio obiettivo sarebbe giocare stabilmente i Challenger“, dice Alessandro. “Il problema è che a causa del Covid ci sono meno tornei e quelli rimasti hanno una entry list molto più selettiva. La stessa cosa avviene nei Future dove ormai è difficile trovare qualcuno oltre il 500, quindi non hai più i primi turni facili come era prima. Io poi ho un problema ulteriore: avendo già raggiunto il tetto dei 18 risultati utili nell’arco dell’anno, porto a casa pochissimi punti anche vincendo il torneo. Per me non ha nemmeno molto senso giocare i Future, purtroppo l’alternativa è stare a casa sul divano. Terrò duro sperando che si risolva l’emergenza sanitaria“.

Ugualmente in partenza era Marco Bortolotti (29 anni, n.538 ATP), che il 2 gennaio è partito per Antalya dove disputerà due tornei. Tutta la sua carriera si è divisa tra Future (due vittorie in singolare e addirittura 38 in doppio) e Challenger, anche se purtroppo nel suo anno migliore ha avuto un po’ di sfortuna (sette partite perse con match point a favore) che, complice anche qualche errore di programmazione, non gli ha permesso di spiccare il volo. Possiamo considerarlo un vero esperto del circuito Future, sentiamo una sua opinione.

Marco Bortolotti (foto Cristian Locatelli)

Adesso il livello dei Future è molto vicino a quello delle qualificazioni ATP“, ci dice Marco. “Tanto per fare un esempio, l’ucraino Vitaly Sachko (da cui nel 2019 persi una finale Future in Ucraina) quest’anno a Vienna se l’è giocata alla pari con Dominic Thiem perdendo 6-4 7-5. I montepremi però sono piuttosto modesti; se vinci un ITF 25.000 prendi poco più di 2000 euro, 1300 per un ITF 15.000. In doppio un 25.000 vale circa 900 euro a testa. Ormai nessun torneo concede l’ospitalità ed è tutto a carico dell’atleta. Capisci che bisogna viaggiare senza allenatore e risparmiare su tutto“.

I tornei fanno spesso doppiette/triplette. Il ‘business’ l’ha iniziato Antalya e consiste nel riempire i resort nei periodi di bassa stagione. Gli organizzatori del torneo hanno ovviamente un accordo con gli hotel. E le cose sono addirittura peggiorate con le nuove regole perché adesso nei Future ci sono meno punti a disposizione. Prima una vittoria in un 15.000 dava 18 punti adesso 10. Un 25.000 te ne dava 27 adesso solo 20. Quindi è spesso più conveniente giocare gli Open. Se vinci si guadagna dai 1000 ai 1500, giocando solo 4 partite e senza affrontare spese di trasferta“.

Marco conclude con una frecciata polemica verso l’ATP: “Quest’anno, causa Covid, i primi 500 della classifica hanno preso dall’ATP 9000 euro di sovvenzione, dopo il n.500 ne abbiamo presi solo 800. Ovviamente non mi sembra giusto“.

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Montecarlo 2021, LIVE: i match di venerdì 16 aprile. Tsitsipas in semi, Goffin-Evans un set pari

La diretta dei quarti di finale dell’ATP Masters 1000 di Montecarlo. Fognini-Ruud terzo match di giornata. A seguire Nadal contro Rublev

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Stefanos Tsitsipas - Montecarlo 2021 (via Twitter, @ROLEXMCMASTERS)

L’ordine di gioco, i campi e gli orari del day 6 – Le quote dei match di oggi
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14:48 – Adesso sembra che in campo regni l’equilibrio. 2-2 nel set decisivo, con Goffin che però è stato costretto già ad annullare tre break point. Il gioco offensivo di Evans continua a essere proficuo

 

13:30 – Questa volta Evans riesce a condurre in porto il vantaggio. 6-3, si deciderà tutto al terzo set

14:00 – Gran dimostrazione di carattere di Dan Evans, che inizia il secondo set a tutti e si porta nuovamente in vantaggio di un break, 3-1

13:46 – Goffin ribalta il set! 7-5 in suo favore, gran colpo di coda del belga

13:35 – Evans tiene il break fino al 5-4 e servizio, ma al momento di concretizzare cade sotto i colpi di un Goffin finalmente più convinto. 5-5, set ancora in bilico

13:04 – Buona partenza di Evans, che va avanti di un break e conduce 3-1

12:45 – Sono scesi in campo Evans e Goffin, un po’ prima del previsto visto il ritiro di Davidovich Fokina dopo un set.

12:11 – Con un servizio da sotto sul set point, Davidovich Fokina si consegna al suo avversario che chiude col rovescio vincente in risposta. Subito dopo, il giocatore spagnolo decide di ritirarsi. Stefanos Tsitsipas accede in semifinale, con pochissima fatica nelle gambe

12:07 – Le condizioni fisiche di Davidovich-Fokina sembrano in leggero miglioramento, tiene un bel turno di servizio. Tsitsipas non si distrae nel successivo e va 6-5

11:57 – Ad auto-break risponde auto-break: lo spagnolo, adesso visibilmente limitato nei movimenti, regala praticamente il game a zero. 4-4

11:53 – Tsitsipas si esibisce… in un auto-break! Davidovich Fokina gioca una gran palla corta e poi si limita a tenere la palla in campo, al resto pensa il greco che prende anche un warning per un’imprecazione. Fokina, invece, al cambio campo prende un antidolorifico e un altro breve trattamento alla coscia

11:48 – Il fisioterapista ha eseguito il trattamento, una pomata e un massaggio alla coscia sinistra. Davidovich Fokina scuote la testa: proverà a tornare in campo, ma sembra ugualmente vicino al ritiro

11:44 – Dopo aver venuto un turno di servizio con più fatica dei precedenti, Davidovich Fokina chiede l’intervento del fisioterapista. Il problema sembra alla coscia sinistra. Tsitsipas, nel frattempo, si mette a provare qualche servizio

11:40 – Partita molto divertente. Lo spagnolo attacca di più, proposito e vicino alla riga; Tsitsipas è costretto a difendersi, ma la sua palla ha più peso e può provare il vincente anche quando è lontano dal campo. Per ora siamo 3-3

11:00 – Giornata di quarti di finale al Rolex Montecarlo Masters. Si parte con la sfida tra Tsitsipas e Davidovich Fokina, poi Evans-Goffin

COSA È SUCCESSO NEL DAY 5

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Focus

Classifica ATP e non solo. Quale tennista italiano ha la più grande fan base?

Questa particolare classifica social vi stupirà. O forse no. Così come la prepotente ascesa di Jannik Sinner

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È insita nel concetto stesso di sport. Non riusciremmo a immaginare nessuna attività agonistica sportiva che possa prescindere da una graduatoria. Si compete anche per quello; per far sì che il proprio valore sul campo possa essere estrinsecato in qualcosa che dia un senso alle fatiche e un gusto ancora più particolare alle vittorie, permettendo di superare il confine puramente edonistico del labile piacere della vittoria, per concretizzarsi in qualcosa di concreto.

“In questa squadra si combatte per un centimetro, in questa squadra ci massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro”; questo mantra cinematografico motivazionale, libera citazione di “Any Given Sunday” (Regia Oliver Stone, 1999), raffigura pienamente lo sforzo che ogni agonista compie per primeggiare, quello sforzo che sta dietro ad ogni piccolo passo in avanti. Basta concettualmente sostituire centimetri con una posizione in classifica e il gioco (più o meno al massacro, fate voi) è fatto.

Concretizzando il tutto e riportandola nel concetto più caro ai lettori di Ubitennis, mai come in questo periodo storico, la classifica ATP sorride ai colori azzurri. Sono infatti ben dieci i giocatori italiani a rappresentare il tennis nostrano nelle prime 100 posizioni, quattro addirittura tra i primi 30, segno tangibile dello stato di forma della racchetta maschile italiana. Il capofila nel ranking è Matteo Berrettini (numero 10) seguito da Fabio Fognini (18). Appena più dietro, Jannik Sinner (22) seguito da Lorenzo Sonego (28), poi più distaccato Stefano Travaglia (67). A completare il quadro dei ’10 cavalieri azzurri’ sono Lorenzo Musetti (84), Salvatore Caruso (89), Marco Cecchinato (92), Andreas Seppi (96) e Gianluca Mager (97): pas mal, direbbero gli amici transalpini considerando anche solo l’età media dei singoli giocatori.

Tutto molto bello fin qui. Ma ci siamo chiesti, qual è l’appeal di questi giocatori nei confronti del pubblico? Se prendessimo gli stessi dieci e stilassimo una classifica in base a quella che è la fan base di ognuno di loro, cosa otterremo? Chi, tra questi, è il tennista con più follower? Ci ha aiutato a rispondere la ricerca in tal senso portata avanti dalla IQUII Sport, società che si occupa di trasformazione digitale a supporto di atleti e team per misurare il dato di fan engagement. Il risultato che ne viene fuori è abbastanza sorprendente e ve la mostriamo:

Grafica IQUII Sport

Il leader indiscusso di questa classifica è Fabio Fognini che, sommando i follower di Instagram e Twitter, supera abbondamene i 675.000 fan. Ben distanziato al secondo posto (ma crediamo con ottimi margini di miglioramento) troviamo Jannik Sinner con “soli” 363.000 fan (340.000 dei quali su Instagram, dove un anno fa erano appena un terzo). Completa questo particolare podio Matteo Berrettini che somma quasi 239.000 follower. Chiude questa speciale classifica Gianluca Mager che può contare una fan base stimata in circa settemila unità.

“Il successo che sta avendo Sinner e la performance di sabato 10 aprile di Sonego che vola in finale all’ATP 250 di Cagliari, sono tutti segnali che il movimento del tennis italiano è in salute, forse come non lo è mai stato dagli anni ’70-’80 e questo si riflette nei numeri che ritroviamo nel ranking social da noi sviluppato”. Queste sono le parole di Fabio Lalli, Chief Business & Innovation Officer di IQUII, raggiunto telefonicamente per un commento a questa particolare classifica. La nuova generazione ha una forte prospettiva di coinvolgimento digitale attraverso le piattaforme come Twitter o Instagram e questo è un grande volano per il tennis in Italia e per le opportunità di sponsorizzazione legate ai giovani atleti emergenti, soprattutto in prospettiva delle Nitto ATP Finals di Torino del prossimo novembre”.

È indubbio quindi che l’attenzione al tema sia giustamente massima, perché è inevitabile che il tennista di oggi debba essere ancora più attento che in passato alla propria immagine e che il focus sulla propria reputazione sui social media sia da considerare come elemento imprescindibile. In tal senso si inserisce anche l’operazione compiuta dallo staff di Jannik Sinner di dotarsi di un logo. Sebbene Jannik abbia specificato da Montecarlo che il logo ha la funzione di supportare una iniziativa benefica di recente ideazione, resta il segno concreto dell’attenzione che l’atleta, il tennista e l’uomo devono riservare a dei canali di comunicazione diretta che rappresentano il tornaconto della propria attività, fuori e dentro il campo. Parafrasando nuovamente “Any Given Sunday” e con un minimo di licenza più o meno poetica potremmo dire: “È il marketing ragazzi, è tutto qui”.

Articolo a cura di Carlo Galati

 

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Editoriali del Direttore

Su Jannik Sinner e gli altri azzurri a Montecarlo la penso così

8 k.o. su 9, ma quali sorprese? Molte analisi e qualche diagnosi. Cecchinato sottovalutato dall’opinione pubblica. Berrettini e Sonego diversi trend. Per Sinner pretese assurde

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Jannik Sinner - ATP Montecarlo 2021 (ph. Agence Carte Blanche / Réalis)

Solo il vecchio guerriero Fabio Fognini è in ottavi a Montecarlo, ma non è una sorpresa anche se gli azzurri al via e in tabellone di questo Masters 1000 erano nove (record). La tentazione di inserire qui un link all’articolo di presentazione al torneo nel giorno del sorteggio è irresistibile. Però quanto è successo, con quattro azzurri sconfitti contro avversari molto meglio classificati merita forse un’analisi e magari pure una diagnosi. Più facile la prima che la seconda.

Si è detto tanto volte che le classifiche, soprattutto con quelle “congelate” di questi tempi, lasciano spesso il tempo che trovano. Ma non proprio sempre quando il divario, sia di classifica sia di esperienza, è tanto alto. Fra Djokovic e Sinner 21 posti, da n.1 a n.22. Fra Goffin e Cecchinato 77 posti da n.15 a n.92. Fra Zverev e Sonego 22 posti da n.6 a n.28. Fra Rublev e Caruso 81 posti da n.89 a n.8. Insomma, tanta roba. E guarda caso l’unico a vincere Fognini su Thompson, 45 posti da n.18 a n.63. Avevano perso secondo classifica anche Musetti 84 con Karatsev 29, Fabbiano 171 con Hurkacz 16, Travaglia 67 con Carreno Busta 12. Quindi, a ben guardare, il solo ad aver perso contro un avversario peggio classificato è stato Matteo Berrettini, n.10 “congelato” con Davidovich Fokina n.58 in chiara ascesa.

Ai lettori di Ubitennis è inutile ricordare l’infortunio australiano di Matteo, lo stop di oltre due mesi, la diversa fatica che normalmente fa un giocatore d’un metro e 96 a ritrovare la miglior condizione psicofisica. Appena ha cominciato a giocare ha subito il break e non è mai stata la risposta la prerogativa tecnica che ha fatto le fortune del tennista romano. Che gli sia riuscito fare un break è già tanto. Ma se lui perde tre volte il servizio in due set, la maggior parte delle volte la campana suona a morto. Il trend sembra in discesa, ma certo quando sei n.10 e hai tanti cagnacci che ti vogliono mordere i polpacci è più facile scendere che salire.

 

Della sconfitta patita da Caruso con Rublev non c’è molto da analizzare. La differenza tecnica è troppo netta al momento. E non vedo come possa attenuarsi in prospettiva, perché il russo è pure più giovane di cinque anni. Vero che noi italiani siamo abituati a venire fuori alla distanza, ma è semmai Rublev che dovrebbe avere margini di progressi. Gli manca, ad oggi, un po’ di varietà e fantasia in più. Gioca bene, ma sempre uguale. Troppo prevedibile per fare quel salto di qualità che corrisponde ad un’affermazione in uno Slam.

Cecchinato si è detto contento di aver giocato alla pari con Goffin, a dispetto del 64 60: “Nel secondo set non ho mollato come parrebbe suggerire il punteggio, perché avremmo potuto essere 3 pari, non 6-0!”. Resta il fatto che credevo che Goffin fosse un po’ in calo e invece corre invece ancora come una spia. Ha ripreso come se nulla fosse – grazie anche all’indiscutibile intuito – anche alcune micidiali smorzate, specialità della casa Cecchinato. Certo a ripensare a quel “miracoloso” Roland Garros 2018 in cui Cecchinato battè proprio Goffin, sembra trascorso un secolo e non a favore del più giovane siciliano emigrato alla corte di Max Sartori. Ha vinto qualche partita però, dopo le delusioni australiane, e allora pian piano ritroverà la fiducia che gli serve. Tutti ricordano – è scontato – l’exploit parigino.

Però sul conto di Cecchinato e delle sue qualità mi sono accorto che serpeggia ovunque una certa sfiducia. Invece sarebbe giusto anche ricordare che uno che vince Budapest e Umago 2018, Buenos Aires 2019, fa finale a Cagliari al Forte Village 2020 e si comporta più che dignitosamente a Roma e al Roland Garros (dopo aver centrato in passato anche semifinali a Doha e Monaco 2019) scarso non è. Magari quel suo best ranking n.16 non lo centrerà mai più per il fatto che il suo miglior tennis sembra troppo circoscritto alla terra battuta e la stagione sul “rosso” è diventata troppo corta rispetto a un tempo, però che sotto la guida di una persona seria come Sartori Marco possa riguadagnare una cinquantina di posti secondo me è possibilissimo. Non è che i 40 che gli stanno davanti siano tutti fenomeni.

Per quanto concerne Sonego la testa è buona, il fisico anche, il coach è quanto di più serio e preparato ci sia in giro, i progressi per salire qualche posizione ancora ci sono. Magari non troppe. Ma i trentenni e over 30 che gli stanno davanti – augurando lunga vita agonistica a tutti – non sono pochi: a cominciare dai 3 Fab Four Djokovic, Nadal e Federer, per proseguire con Bautista Agut, Monfils, Goffin, Dimitrov, Fognini, Raonic, Wawrinka. Solo questi sono in dieci. Per carità, gli arriveranno tre, quattro o cinque che oggi gli stanno dietro (Musetti? Alcaraz? Karatsev?), però fategli fare qualche progresso che sicuramente farà e Lorenzo fra i primi 20 ci può arrivare, così come a suo tempo ci sono arrivati giocatori come Furlan, Gaudenzi, Seppi, Gaudenzi i quali avevano soprattutto nella testa, nella serietà, nella determinazione più che nelle caratteristiche tecniche la loro forza. Quindi il suo trend mi pare in ascesa, magari lenta, diesel, ma progressiva.

Lorenzo Sonego – ATP Cagliari 2021 (via Twitter, @atptour)

Arrivo al tennista cui sono dedicate le maggiori attenzioni, le profezie più lusinghiere: Jannik Sinner. La sua partita con Djokovic ha deluso chi stravedeva per lui, ma non chi conosce Djokovic e chi ha avuto modo di vedere quelle che sono ancora le carenze tecniche di Jannik. Carenze che Riccardo Piatti e lui conoscono benissimo, per fortuna.

Potrei partire dal post-match Djokovic-Sinner che, però, non dice in realtà niente che già non si sapesse o intuisse. Parla Djokovic e dice (come ampiamente titolato e riportato): “Sinner rappresenta il futuro del tennis, ma è già anche il presente”. Sinner, incassa il complimento, ma dice quel che pensa (lui e tutti…): “La strada è ancora lunga”. Farei qui una chiosa. Delle “investiture” (più o meno di cortesia) degli altri giocatori mi fido pochissimo. Ne ho sentite tante su tanti “prospect” che poi non si sono mai affermati. Da gran presuntuoso quale sono direi che mi fido più di me stesso. Perché su quei nomi che ho citato sopra non ricordo di avere avuto dubbi. Chissà, magari mi sono dimenticato invece quelli sui quali credevo di più. Ad ogni modo penso che la strada di Jannik sia più lunga di quanto pensi chi si illude anche se le premesse per un bel futuro ci sono tutte. Ho visto tanti dei migliori giocatori del mondo a 17-18-19-20 anni, come mi è capitato con Nadal, Federer, Djokovic e prima di loro, con Borg, McEnroe, Lendl, Noah, Wilander, Becker, Edberg, Chang. Non meno forte nelle giornate buone, Panatta. Forse un po’ d’occhio in tutti questi anni me lo sono fatto.

Sono proprio i limiti, ancora notevoli, di Sinner a farmi credere in lui. Moltissimi dei giocatori che ho citato sopra servivano proprio maluccio all’inizio della carriera. Penso in particolare a Borg, Lendl, Wilander, Djokovic, Chang: tutti hanno fatto progressi enormi qualche anno dopo i loro primi exploit. A Jannik oggi manca la capacità di scendere a rete quando si è aperto il campo. Se trova uno che gli rilancia – e come glieli rilancia Djokovic! – quattro missili, al quinto tentativo sbaglia, inevitabilmente.

Borg sapeva a malapena volleare ai suoi debutti, e batteva maluccio. Si preoccupava di mettere più del 90% di prime, in molte occasioni, come quando giocò la finale di Parigi contro il paraguaiano Victor Pecci al quale voleva impedire gli attacchi sulla sua “seconda”. Lendl tirava forte, ma soprattutto di dritto. Il rovescio lo migliorò tantissimo tre o quattro anni dopo i primi successi. Mentre Wilander non tirava mai così forte. Semmai, soprattutto di rovescio, anticipava tantissimo. Non c’erano tanti giocatori capaci di giocare il lungolinea come lui. E anche i lob passanti. Però Wilander imparò ad andare a prendersi i punti a rete nell’88, nella finale dell’US Open in cui rovesciò contro Lendl l’esito della finale dell’anno precedente, sei anni dopo aver vinto il primo di tre Roland Garros. E dopo aver vinto un doppio a Wimbledon, lui che a rete all’inizio carriera non ci andava mai e fu perfino fischiato per i suoi asfissianti palleggi nella finale parigina con Vilas dell’82.

E Chang che si fece allungare la racchetta di qualche centimetro per migliorare l’efficacia del servizio, e cominciò a fare 7 o 8 ace a partita, sia pur sacrificando qualcosa nel controllo? E il rovescio di Sampras? Quando lo vidi perdere a Parigi da Chang, in una partita che credo di aver commentato insieme a Rino Tommasi, mi fece un’impressione per nulla positiva. Vero, peraltro, che Pete è stato un grandissimo giocatore dappertutto fuorché sulla terra rossa; uno che è stato n.1 di fine stagione per sei anni di fila, a Parigi ha raggiunto una sola semifinale. Come Cecchinato, mi verrebbe voglia di dire.

Ma perché il rovescio di Federer, di Nadal, a 20 anni era efficace come quello che i due hanno fatto vedere dopo i 30 anni? Peter Lundgren, uno dei primi coach di Federer, mi disse una mattina all’aeroporto di Melbourne: “Roger a rete è ancora un pesce fuor d’acqua, anzi ci si muove come se fosse circondato dai pescicani!”.

Ora smetto di attraversare i miei amarcord che non interessano nessuno, ma suscitano tanti ricordi in me, e dico che Jannik poteva giocare già ieri certamente meglio contro Nole ma si è scontrato contro una muraglia che credeva di conoscere per averla vista in TV, ed essercisi allenato un paio di volte (con anche il set di esibizione ad Adelaide), ma in realtà non conosceva. Un conto è vedere uno che risponde benissimo ed è considerato il miglior ribattitore della sua epoca, un altro – pur dopo essersi allenato con lui e con Nadal – è ritrovarsi la palla che ti torna addosso in pancia, oppure già negli angoli, quando non hai ancora finito di riprenderti dall’esecuzione del servizio.

Fare il punto negli scambi da fondocampo a Djokovic è roba vera, non si può pretendere che ci riesca anche un pur promettentissimo giovanotto che sta lavorando duro da vero professionista. In qualche modo, eppure, ho avuto l’impressione che Novak lo temesse, ne fosse preoccupato. Forse era preoccupato del suo esordio sulla terra dopo due mesi di stop, fatto sta che l’urlo che ha cacciato quando ha vinto il primo set la dicono lunga.

Novak Djokovic – ATP Montecarlo 2021 (via Twitter, @atptour)

Oggi come oggi Jannik gioca il suo tennis basandosi su due colpi, in particolare il rovescio. E qualche gran dritto, incrociati come lungolinea, se la palla non gli arriva troppo bassa. Ma il servizio è da migliorare, come percentuale di prime, come angoli, come potenza, come velocità, come lancio di palla. La volée è da migliorare, sia come posizione sia come tocco. La smorzata è da migliorare. Il lob è da migliorare. Lo smash, al volo come al rimbalzo, è da migliorare. La tenuta fisica è da migliorare (questo lo ha ammesso anche lui stesso, che negli scambi lunghi fa fatica). L’approccio alla partita è da migliorare. La strategia di gioco, che a volte può essere anche semplicemente pazienza, oppure scelta del momento per spingere o per tenere, la capacità di pensare a un attacco in controtempo, a un serve& volley al momento giusto, al fattore sorpreso, è da migliorare. Oggi si può spendere per lui ancora l’ossimoro caro a Rino Tommasi: “un regolarista falloso”. Ma va aggiunto un bel… per ora!

Con tutti questi limiti – di cui per fortuna Jannik e il suo team sono perfettamente consapevoli (il guaio sarebbe se non lo fossero) e quindi sono certo che non si offenderanno se li ho elencati impietosamente – Jannik è a ridosso dei top 10. Considerando validi soltanto i punti ATP da metà agosto – quando si è interrotta la pausa COVID – a oggi Jannik sarebbe lì lì.

Quelli accennati sono limiti soltanto per chi viene considerato capace di migliorarli tutti, con il tempo e la pazienza che invoca Riccardo Piatti, perché per uno che ha le sue caratteristiche – solidità, maturità, potenza, serietà, determinazione, convinzione nei propri mezzi, formidabile timing sulla palla con entrambi i fondamentali, naturalezza e fluidità straordinarie (che i pur bravi Thiem, Tsitsipas, Zverev a mio avviso non hanno altrettanto sviluppato su tutti e due i lati…) per un ragazzo di 19 anni – è giusto, anzi sacrosanto, porsi obiettivi ambiziosi di crescita, di progresso.

Ripeto: anche contro Djokovic – che si è potuto allenare sulla terra rossa e proprio su quei campi da più di una settimana – Jannik ha mostrato personalità. Ha giocato decisamente male un paio di game, quello finale del primo set su tutti, il settimo game del secondo set quando poteva recuperare sul 2-4 il break, e si sa che nel tennis un paio di game, a volte un paio di punti, bastano a farti perdere una partita. Ma negli scambi ha retto molto meglio di tanti altri giocatori di nome contro il n.1 del mondo. Se avesse avuto uno un tantino più debole, e per tale intendo un Bautista Agut n.11 già battuto due volte, un Carreno Busta n.12, un Goffin n.15 – per non scomodare paragoni con un top-ten – l’esito secondo me sarebbe stato diverso. La verità è che da lui si pretende troppo e troppo presto. Pretese oggi assurde.

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