Viaggio nella stagione dei Futures al tempo del Covid: "Spesso è più conveniente giocare gli Open"

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Viaggio nella stagione dei Futures al tempo del Covid: “Spesso è più conveniente giocare gli Open”

Non solo il tennis dei big: c’è un sottobosco di gente che sgomita per raggiungere i Challenger e magari una gloria ancora maggiore. Panoramica sulla stagione ITF 2020 (tutti i 130 vincitori) con le testimonianze di Alessandro Bega e Marco Bortolotti

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Questo articolo potrebbe tranquillamente intitolarsi ‘Figli di un tennis minore’. Se il circuito Challenger è la cinghia di trasmissione tra i diversi livelli del tennis professionistico, nei Future/ITF siamo, senza dubbio, nello scantinato.

Premesso che non si può generalizzare e che spesso in Italia il livello è più che decoroso, diciamo però che mediamente gli organizzatori fanno del dilettantismo la loro cifra distintiva. I premi poi sono talmente bassi che ai giocatori, per guadagnare qualche soldo, rimane giusto la speranza di arrivare in fondo al torneo. Non ci sono giudici di linea e raccattapalle, con qualche rara eccezione nei 25.000 dollari, e dunque si vedono spesso scene che sono consuete a livello amatoriale. Gli atleti e i loro eventuali accompagnatori sono visti più che altro come clienti (in realtà i giocatori stessi parlano di ‘polli da spennare’) dai grandi complessi alberghieri che si mettono d’accordo con gli organizzatori, contando così di riempire le camere nei periodi di bassa stagione. 

Testimonianza comune è che economicamente sia più proficuo giocare gli Open, il problema è che questi ultimi non danno punti ATP. Dunque il percorso verso il professionismo passa inevitabilmente attraverso questo collo di bottiglia. Troviamo allora giovani che cercano i punti per entrare nei Challenger, o meno giovani che cercano di rientravi. In ogni caso tutti sono accomunati dalla speranza di salire di livello appena possibile. 

 

Premesso che anche la stagione ITF 2020 è stata gravemente menomata dal Covid, che ha cancellato più di cinque mesi di calendario, potremmo brevemente riassumere i dati dei 130 tornei disputati in questo modo: la classifica ATP media dei vincitori è 415 e l’età media è 23 anni. In ogni caso, potete trovare il dettaglio di tutti i tornei nella seguente tabella.

(clicca per consultare la tabella completa)

CONSULTA LA TABELLA COMPLETA

I plurivincitori sono stati il nostro Alessandro Bega e il polacco Kapcer Zuk (n.262 ATP) con quattro vittorie a testa. Tralasciando la lunga schiera di onesti mestieranti che hanno iscritto il loro nome negli albi d’oro, vanno segnalati i risultati di alcuni giovanissimi tra cui spiccano il danese Holger Rune (tre successi), e lo spagnolo Carlos Alcaraz (due vittorie), entrambi destinati a recitare su ben altri palcoscenici. Abbiamo poi le incursioni di Francisco Cerundolo e Brandon Nakashima, ormai promossi al piano superiore e abituali frequentatori del circuito Challenger. Non dimentichiamoci infine del francese Antoine Cornut-Chauvinc (due vittorie), un altro che qui è solo di passaggio, come ben sa il suo allenatore Younes El Aynaoui.

Gli italiani che hanno alzato le braccia al cielo, oltre a Bega, sono sei, con una vittoria a testa:

  1. Gianluigi Quinzi a Weston
  2. Riccardo Bonadio  ad Antalya
  3. Luca Potenza  a Monastir
  4. Luca Nardi  a Sharm El-Sheikh
  5. Giovanni Fonio  ad Antalya
  6. Omar Giacalone  a Monastir

VOCI DAL CIRCUITO

Qualcosa sul mondo ITF/Future ci è stato raccontato da due veterani del circuito: Alessandro Bega e Marco Bortolotti

Alessandro Bega (29 anni, n. 349 ATP) quest’anno con quattro vittorie (Cancun e tripletta a Sharm El-Sheikh) è il plurivincitore a pari merito, come si diceva, col polacco Kacper Zuck. Lo abbiamo raggiunto al volo mentre era in partenza per Monastir, dove purtroppo si è ritirato al primo turno in svantaggio 5-7 0-2 contro l’indiano Paras Dahiya, n.1642 ATP.

Parto in anticipo perché prima di scendere in campo sono obbligatori cinque giorni di quarantena. Sono costretto a tradire Sharm, il mio posto preferito, perché per il momento in Egitto non hanno programmato tornei. A Sharm i campi sono veloci come piace a me, il resort è molto bello, anche se in realtà io dormo fuori perché è più economico. Lo svantaggio è che se non alloggi nel resort non appena vieni eliminato non ti fanno più accedere ai campi. Ma risparmiare è un obbligo perché economicamente è durissima, te la cavi solo se arrivi in fondo al torneo. Questo è il motivo principale per cui viaggio quasi sempre da solo“.

L’unico aspetto positivo di una eliminazione prematura“, ci aveva detto Alessandro quasi prevedendo il risultato di Monastir, “è che posso fare un po’ di turismo, cosa che mi piace moltissimo. Grazie al tennis ho veramente girato il mondo anche perché, per trovare campi veloci, sono costretto a migrare. Non ho particolari aneddoti sui miei viaggi, conservo un bel ricordo di tutti i posti che ho visto. Mai avuto particolari problemi, nemmeno nei luoghi più strani ed esotici. Ad esempio in Burundi e Ruanda eravamo un bel gruppo d’italiani e siamo stati benissimo. Ovvio che incontri delle realtà completamente diverse dalle nostre, ma penso che questo sia un arricchimento. Il mio compagno di viaggio preferito sarebbe Roberto Marcora ma lui al momento ha una programmazione diversa, visto che la sua classifica è migliore.  Quello con cui ho girato di più è Francesco Vilardo con cui ci alleniamo insieme da tanti anni“.

Il mio obiettivo sarebbe giocare stabilmente i Challenger“, dice Alessandro. “Il problema è che a causa del Covid ci sono meno tornei e quelli rimasti hanno una entry list molto più selettiva. La stessa cosa avviene nei Future dove ormai è difficile trovare qualcuno oltre il 500, quindi non hai più i primi turni facili come era prima. Io poi ho un problema ulteriore: avendo già raggiunto il tetto dei 18 risultati utili nell’arco dell’anno, porto a casa pochissimi punti anche vincendo il torneo. Per me non ha nemmeno molto senso giocare i Future, purtroppo l’alternativa è stare a casa sul divano. Terrò duro sperando che si risolva l’emergenza sanitaria“.

Ugualmente in partenza era Marco Bortolotti (29 anni, n.538 ATP), che il 2 gennaio è partito per Antalya dove disputerà due tornei. Tutta la sua carriera si è divisa tra Future (due vittorie in singolare e addirittura 38 in doppio) e Challenger, anche se purtroppo nel suo anno migliore ha avuto un po’ di sfortuna (sette partite perse con match point a favore) che, complice anche qualche errore di programmazione, non gli ha permesso di spiccare il volo. Possiamo considerarlo un vero esperto del circuito Future, sentiamo una sua opinione.

Marco Bortolotti (foto Cristian Locatelli)

Adesso il livello dei Future è molto vicino a quello delle qualificazioni ATP“, ci dice Marco. “Tanto per fare un esempio, l’ucraino Vitaly Sachko (da cui nel 2019 persi una finale Future in Ucraina) quest’anno a Vienna se l’è giocata alla pari con Dominic Thiem perdendo 6-4 7-5. I montepremi però sono piuttosto modesti; se vinci un ITF 25.000 prendi poco più di 2000 euro, 1300 per un ITF 15.000. In doppio un 25.000 vale circa 900 euro a testa. Ormai nessun torneo concede l’ospitalità ed è tutto a carico dell’atleta. Capisci che bisogna viaggiare senza allenatore e risparmiare su tutto“.

I tornei fanno spesso doppiette/triplette. Il ‘business’ l’ha iniziato Antalya e consiste nel riempire i resort nei periodi di bassa stagione. Gli organizzatori del torneo hanno ovviamente un accordo con gli hotel. E le cose sono addirittura peggiorate con le nuove regole perché adesso nei Future ci sono meno punti a disposizione. Prima una vittoria in un 15.000 dava 18 punti adesso 10. Un 25.000 te ne dava 27 adesso solo 20. Quindi è spesso più conveniente giocare gli Open. Se vinci si guadagna dai 1000 ai 1500, giocando solo 4 partite e senza affrontare spese di trasferta“.

Marco conclude con una frecciata polemica verso l’ATP: “Quest’anno, causa Covid, i primi 500 della classifica hanno preso dall’ATP 9000 euro di sovvenzione, dopo il n.500 ne abbiamo presi solo 800. Ovviamente non mi sembra giusto“.

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Opinioni

Naomi Osaka: “Atleti, fate sentire la vostra voce. Io non resterò zitta a palleggiare”

“Anche noi siamo vittime di pregiudizi e razzismo, proprio come chiunque altro. Perché affermare il contrario?”

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @naomiosaka)

Questo è un articolo tratto da Turning Points, una rubrica che analizza quali momenti critici del 2020 potranno avere effetto sul 2021. Comparso sul New York Times, lo abbiamo tradotto integralmente. Si tratta di un testo scritto in prima persona da Naomi Osaka.


Turning Point (l’accaduto): A seguito delle pressioni da parte dei loro giocatori e dei tifosi, le squadre delle quattro leghe sportive più importanti d’America cancellano partite e allenamenti per protestare contro il razzismo e la violenza da parte della polizia.

“Zitto e palleggia” (Shut up and dribble).

 

Questo è quello che una giornalista televisiva [Laura Ingraham di Fox News, ndr] ha suggerito di fare a LeBron James dopo che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a ESPN nel 2018, ha parlato di razzismo, di politica e delle difficoltà di essere un personaggio pubblico afroamericano.

Inutile dire che il consiglio non sia stato seguito. LeBron, l’attivista, ha attirato la mia attenzione nel 2012. Lui e i suoi compagni di squadra dei Miami Heat hanno postato una foto di loro incappucciati per protestare contro la morte di Trayvon Martin, un adolescente afroamericano della Florida che indossava un cappuccio mentre veniva ucciso a colpi di pistola da George Zimmerman, il coordinatore della ronda di quartiere locale. 

Nel 2014 Eric Garner, un afroamericano, muore a Staten Island dopo essere stato strangolato da alcuni agenti di polizia, una manovra al tempo proibita dalla polizia e che è successivamente divenuta illegale nello Stato di New York. Poco più tardi, in un riscaldamento pre-partita, LeBron ha indossato una maglietta con le ultime parole di Garner – “I can’t breathe” (Non riesco a respirare) – facilmente udibili in un video che ritrae i poliziotti mentre lo strangolano. Il resto della lega lo ha seguito, ma James è stato il punto focale.

Fast forward a quest’anno e lui è ancora sotto i riflettori. LeBron ha la voce più potente sulla piattaforma più grande e la usa per protestare contro il razzismo sistematico, l’ineguaglianza e l’abuso di potere da parte della polizia, il tutto mentre continua a giocare alla grande a dispetto di proteste senza precedenti, di una pandemia globale e di profonde ferite personali, inclusa la tragica scomparsa del nostro amico Kobe Bryant.

LeBron è indomito nel suo sostegno costante alla comunità afroamericana; è risoluto, schietto e appassionato. Sul parquet o al microfono lui è un’ispirazione, semplicemente inarrestabile. È dedito al suo lavoro come nel suo supporto alla comunità, nonostante continui a combattere contro un sistema consolidato che vuole zittire gli atleti che alzano la voce.

I musicisti cantano e scrivono sempre (e da sempre) di movimenti sociali, attivismo e uguaglianza. Gli attori danno voce alle loro opinioni e appoggiano personalmente candidati politici, organizzando raccolte fondi e feste. Ci si aspetta quasi che uomini d’affari, autori e artisti abbiano opinioni a proposito delle ultime notizie e difendano pubblicamente il loro punto di vista. Ma quando lo facciamo noi atleti, siamo sempre criticati se esprimiamo le nostre opinioni.

Naomi Osaka e LeBron James

Possibile che le persone ci considerino nient’altro che corpi – individui che raggiungono quello che è fisicamente quasi impossibile per tutti gli altri, e che divertono il pubblico spingendosi oltre i propri limiti? Possibile che si meraviglino che un insieme di muscoli, ossa, sangue e sudore possa anche esprimere un’opinione? Può lo sport essere solo sport e la politica essere solo politica?

Il messaggio è sempre lo stesso. Colpisci la palla. Fai canestro. Zitto e palleggia.

Ma qualunque sia l’argomento, si tende a ignorare un fatto importante: quando non giochiamo, viviamo nello stesso Paese di tutti gli altri. E come la maggior parte degli atleti può affermare, questo significa che anche noi siamo vittime delle stesse ingiustizie e diseguaglianze che hanno portato alla morte persone proprio come noi, ma che non dispongono delle stesse protezioni garantite dalla nostra fama, nonché dalla protezione e dal sostegno che riceviamo. Basta chiedere al giocatore NBA Sterling Brown, colpito con un taser da degli agenti di polizia, o al mio collega James Blake, scaraventato a terra e ammanettato dalla polizia per 15 minuti mentre era fuori da un albergo di New York (i poliziotti hanno poi dichiarato che si è trattato di uno “scambio d’identità”). Solo perché siamo atleti questo non significa che non siamo influenzati da quello che succede nel paese, o che siamo obbligati a tenere la bocca chiusa.

Lo sport non è mai stato apolitico, e finché continuerà ad essere giocato da esseri umani non lo sarà mai.

Muhammad Ali è stato per anni la voce della giustizia, anche quando venne condannato a cinque anni di reclusione per via del suo rifiuto alla leva obbligatoria, motivata dal suo credo religioso. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos vennero fischiati quando alzarono i pugni guantati di nero sul podio, e affrontarono successivamente una marea di critiche da parte del pubblico e dai media quando tornarono negli Stati Uniti.

Colin Kaepernick ha messo a rischio la propria carriera quando si è inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita della NFL, rischiando di non giocare più in una partita di lega per via del suo gesto.

Megan Rapinoe è una convinta sostenitrice del movimento LGBTQ+ e della parità salariale, anche se ciò ha dovuto significare tenere testa al presidente degli Stati Uniti e rifiutare un invito della Casa Bianca.

Venus Williams ha fatto molto più di quanto molti sappiano per portare avanti le battaglie di Billie Jean King e garantire uguaglianza per le donne nel tennis. Coco Gauff, nonostante la sua giovane età, è una fiera e appassionata sostenitrice del movimento Black Lives Matter, sia online che in pubblica presenza.

Nonostante i progressi ottenuti, continuo a pensare che noi atleti abbiamo ancora molta strada da fare. Oggi, data la copertura televisiva e il risalto sui social media, noi atleti disponiamo delle più grandi e visibili piattaforme mai esistite. Per come la vedo io, questo significa avere maggiore responsabilità di far sentire la nostra voce. Non resterò zitta a palleggiare.

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ATP

ATP Delray Beach: Korda non ne ha più, secondo titolo per Hurkacz

Hubert Hurkacz vince il titolo a Delray Beach senza perdere un set. Sebastian Korda, seppur sconfitto, bussa alla Top100

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Hubert Hurkacz con il trofeo di Delray Beach 2021 (foto Twitter @DelrayBeachOpen)

(4) H. Hurkacz b. S. Korda 6-3 6-3

Il futuro può attendere ancora un po’ per il figlio d’arte Sebastian Korda (ATP n. 119), ma non ci sono dubbi che la strada intrapresa sia quella giusta. Dopo una settimana quasi trionfale, durante la quale quattro giocatori classificati più in alto di lui (Kwon, Paul, Isner e Norrie), l’ex campione juniores dell’Australian Open 2018 ha dovuto cedere il passo in finale alla maggiore esperienza e alla maggiore freschezza atletica del polacco Hubert Hurkacz, n. 35 ATP e testa di serie n. 4 del tabellone.

Entrato in campo con grande spavalderia, Korda ha subito ottenuto il break a zero aggredendo l’avversario con la risposta. Hurkacz tuttavia non si è fatto impressionare dalla partenza a razzo del suo avversario, e dall’1-3 del primo set ha infilato cinque giochi consecutivi per chiudere il primo parziale 6-3 in 34 minuti. Decisivo l’ottavo gioco, nel quale Korda ha ceduto la battuta da 30-0, iniziando ad avvertire il fastidio alla gamba sinistra che lo ha costretto poco dopo a chiedere un medical time-out. “Ho giocato diverse partite piuttosto lunghe questa settimana, ho cominciato a sentire un dolore all’adduttore che si propagava fino all’inguine ogni volta che atterravo dal servizio – ha spiegato Sebastian dopo la partita – In ogni modo non si tratta di una scusa, dal 2-1 del primo set è stato lui il giocatore migliore”.

 

L’intervento del fisioterapista sull’1-2 del secondo set non ha potuto far molto per migliorare la situazione della gamba di Korda, che ha continuato a fare esercizi di allungamento tra un punto e l’altro ed ha subito il break decisivo subito dopo, siglato da un doppio fallo e due errori gratuiti da fondocampo.

Secondo sigillo in carriera per Hurkacz, dopo il successo di Winston-Salem nel 2019, che gli vale l’ingresso nei Top 30 e nelle teste di serie per il prossimo Australian Open. Per il diciannovenne Korda, invece, un po’ di riposo a casa con la sua famiglia, che era in tribuna a Delray Beach per sostenerlo durante la finale: oltre a papà Petr (camipione dell’Australian Open 1998) e a mamma Regina (ex n. 26 WTA) c’erano anche le sorelle Jessica e Nelly, entrambe golfiste professioniste. Korda si è infatti cancellato dal Challenger di Istanbul della settimana prossima e raggiungerà il suo preparatore atletico in Repubblica Ceca per una sessione di rafforzamento fisico. “Anche se mi piacerebbe giocare quanti più tornei possibile, il mio corpo ha bisogno di riposo e di rinforzarsi – ha spiegato Korda – Sono fortunato che il mio preparatore è un ottimo comunicatore e dopo essermi riposato qui in Florida andrò da lui”.

Nel frattempo con questo risultato Korda si è avvicinato alla Top 100: a partire da lunedì prossimo salirà fino al n. 103, suo miglior ranking in carriera.

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ATP

Il battesimo del figlio d’arte: Sebastian Korda giocherà la prima finale a Delray Beach

Bella vittoria in due set su Cameron Norrie: il figlio di Petr Korda sfiderà Hurkacz per vincere il primo titolo in carriera ed entrare in top 100

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A quasi ventitré anni – era il 1° febbraio 1998 – dal primo, unico e contestatissimo successo Slam di papà Petr sui campi di Melbourne, il mondo del tennis deve volgere lo sguardo a Sebastian Korda, 20 anni, che raggiunge la prima finale della sua giovane carriera all’ATP 250 di Delray Beach.

Sui campi che guardano la costa della Florida opposta alle rive su cui è nato Sebastian – gli ha dato i natali Bradenton, ‘terra di tennis’ per via dell’accademia di Nick Bollettieri – Sebastian ha battuto in due set e con insospettabile saggezza Cameron Norrie, mancino dal tennis assai interessante. “Sono veramente gasato, non potrei essere più felice” ha detto Korda dopo il successo, tradendo tutta l’eccitazione dei vent’anni. “Mi sono allenato con il mio coach (Dean Goldfine, è nel team assieme a papà Petr – e chissà che non si aggiunga Agassi a breve, come da rumors), lui colpisce molto piatto. Ha funzionato. Norrie ha un gioco super estroso, il rovescio incrociato è di livello mondiale e il dritto è difficile da difendere. Sono contento del modo in cui ho giocato l’intera partita, per come sono rimasto aggressivo“.

Dicevamo dell’insospettabile saggezza perché dopo aver corsa di testa praticamente per tutto il match, sul 6-3 5-4 e servizio a disposizione il giovane Sebastian ha sentito un po’ la pressione e ha mancato due match point. “Sul primo è stato bravo lui, ma sul secondo ho fatto doppio fallo“. In realtà Korda ha buttato via entrambi i punti (il primo con un dritto abbastanza comodo in corridoio), ma ha ricevuto un piccolo aiuto dal suo avversario che nel game successivo gli ha reso il favore del doppio fallo; ottenuto così un altro break di vantaggio, lo statunitense ha rimesso in moto il suo tennis di pressione da fondocampo, sempre guidato dal dritto, e si è guadagnato la sua prima finale tra i grandi.

 

Non partirà favorito nel match contro Hubert Hurkacz, che da un lato ha fatto percorso netto – nessun set ceduto e due soli turni di servizio non difesi in tre partite – ma dall’altro non ha dovuto affrontare alcun top 100; tra quarti e semifinale, ha addirittura superato un giocatore che occupa la top 300 per un soffio (Quiroz) e un altro (Christian Harrison) che ha iniziato il torneo da numero 789 del mondo. Non certo un campo minato per il polacco, che ringrazia e oltre ai favori del pronostico in finale si prende anche la certezza di una testa di serie all’Australian Open (al momento la 29°); non a scapito di Lorenzo Sonego, per fortuna dell’italiano, poiché i forfait di Isner e Garin consentono al torinese di mantenere la 31° piazza nel seeding. Con Sinner che attende alla finestra: un altro forfait e ci sarà spazio anche per lui tra le teste di serie.

Il tabellone completo di Delray Beach

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