Marco Cecchinato a Sky Sport: "Quando ho gli occhi della tigre riconosco il vero Ceck"

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Marco Cecchinato a Sky Sport: “Quando ho gli occhi della tigre riconosco il vero Ceck”

Cecchinato si racconta ne “Il nuovo Ceck”, speciale a cura di Barbara Grassi per Sky Sport Arena: “La scelta di Sartori e la nascita di mio figlio mi hanno fatto ritrovare serenità e la voglia che mancava da un po’”. Tornerà in campo in Australia

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Anno nuovo, nuovo Ceck. Sì proprio lui, Marco Cecchinato che, in uno speciale a cura di Barbara Grassi andato in onda mercoledì 6 gennaio su Sky Sport Arena, ha parlato della sua “nuova” vita di tennista e di padre.

Tutti ricordano l’impresa di Marco che, nel 2018, ha riscritto la storia del tennis italiano diventando il primo giocatore azzurro (nel singolare maschile) ad approdare ad una semifinale slam dopo quarant’anni dall’exploit realizzato da Corrado Barazzutti proprio sulla terra parigina (1978). Un 2018 cominciato sotto il segno delle prime volte: prima vittoria in un grande torneo a Montecarlo, primo titolo ATP a Budapest e prima semifinale in un major. Una cavalcata brillante ed entusiasmante quella di Marco sull’ocra di Porte d’Auteuil, dove arrivava da n. 59 in classifica.

L’esordio con Marius Copil è complicato e tutto in salita. Recupera infatti da due set a zero e vince 10-8 al quinto (2-6 6-7, 7-5 6-2 10-8). Poi è la volta dell’argentino Marco Trungelliti che l’azzurro domina 6-1 7-6 6-1. Al terzo round, il palermitano ha la meglio anche su Pablo Carreño Busta, a cui infligge una sconfitta in quattro set (2-6 7-6 6-3 6-1) e, agli ottavi, batte anche la testa di serie n. 8 del torneo, David Goffin (7-5 4-6 6-0 6-3). E poi l’impresa più grande. Ai quarti di finale sbaraglia un “certo” Novak Djokovic con lo score di 6-3 7-6 1-6 7-6 e approda così alla sua prima semifinale slam in carriera, facendo piangere di gioia i tifosi e gli appassionati di tutta Italia. Verrà fermato da Dominic Thiem che disputerà, contro Rafa Nadal, la sua prima finale major. Le vittorie parigine lo fanno salire alla posizione n. 27 del ranking.

 

Marco continua a mettersi in luce sulla terra rossa perché conquista il suo secondo titolo a Umago, battendo Guido Pella in finale e, dopo la semifinale a Doha (cemento) a inizio 2019, conquista il terzo titolo in carriera a Buenos Aires, salendo al n. 16 ATP (best ranking).

Poi si rompe qualcosa. La pressione dettata dalle nuove aspettative e dai punti da difendere, unita forse a un calo della tensione emotiva, determina numerose sconfitte che lo fanno scivolare oltre i primi 100 del mondo. Le buone sensazioni sfumano match dopo match e Marco non riesce più a far brillare quel talento che lo aveva reso uno dei protagonisti della stagione precedente. Tuttavia, nonostante il 2020 venga funestato dalla pandemia e da lunghi stop, passo dopo passo, settimana dopo settimana, Cecchinato sembra ritrovare sensazioni positive e la grinta e le motivazioni di un tempo, grazie soprattutto agli ottimi match disputati a Roma, Parigi e al raggiungimento della finale dell’ATP 250 di Sardinia (persa contro il serbo Laslo Djere). Chiude l’anno alla posizione n. 79 del ranking.

Ho ritrovato il Marco Cecchinato grintoso che tutti avevano conosciuto“, esordisce il 28enne palermitano nel suo racconto a Barbara Grassi.Sì, ci sono cose positive, sia in campo, sia per quanto riguarda l’atteggiamento, ma anche a livello fisico. Adesso sto bene, ho lavorato tanto. Questo stop mi è servito perché ho avuto la possibilità di rimettermi in sesto e sono stato tante ore in campo con Max, soprattutto nel primo periodo, perché avevo bisogno di ritrovare quelle buone sensazioni che avevo un po’ dimenticato e , da n. 16, ero uscito dalla top 100. E, in verità, per questo rosicavo tanto, era una cosa che mi faceva stare male. Tante sconfitte al primo turno, brutte sensazioni, ho passato un periodo difficile. Tante critiche, con la gente che cominciava a parlare male e a criticarmi. Da una parte soffrivo, ma dall’altra parte avevo tanta voglia di rimettermi in gioco“.

Ma un fattore fondamentale nello sforzo della risalita e nella ritrovata serenità è la rinnovata collaborazione con il suo primo coach e mentore, Max Sartori. Insomma, un ritorno alle origini per rinnovarsi e crescere ancora. Per me Max è il coach migliore d’Italia, lo conosco. Con lui ho vissuto due anni da quando ero andato via da casa, quando avevo 17 anni e in quell’occasione sono cresciuto tanto, sono passato da bambino a ragazzo“.

Più che ricostruire, bisognava ritrovare“, afferma coach Sartori. “Abbiamo cercato di riportarlo a giocare come una volta. Palle molto più pesanti, riportandolo a fare la giocata che realizzava due-tre anni fa“.

Marco Cecchinato e Massimo Sartori – ATP Challenger Todi 2020 (foto Felice Calabrò)

Sono ritornato ad essere molto solido, e anche a livello fisico” continua Marco, verso la fine dell’anno si è visto perché giocavo partite dure, lunghe e, nel match successivo, ero sempre pronto. Quindi, sì, ci sono tante cose positive, e poi quest’anno c’è stata anche la gioia più importante, la più bella della mia vita, la nascita di mio figlio Edoardo“.

La vittoria più bella, certamente, che cambia la vita e ti fa sentire diverso: “Mi dicevano che la nascita di un figlio avrebbe cambiato la mia vita ed è vero, la mia vita ora è cambiata tanto. Mi sento molto più responsabile, vedo le cose in maniera diversa. Per me è stato importante, perché mi ha dato tanta energia positiva. La scelta di Max e la nascita di mio figlio mi hanno fatto ritrovare la serenità e la voglia che mi mancava da un po’ di tempo”.

Soddifatto anche Massimo Sartori: “Quello che mi è piaciuto molto della stagione è che lui sia andato a Roma. Arrivava da un Challenger in Francia, dove aveva perso ai quarti, è partito, in macchina, è arrivato a Roma e ha giocato le qualificazioni; ha fatto tre turni di quali, poi quella contro Edmund (vinta al terzo, ndr), è stata una partita importante per lui perché ha tirato fuori qualcosa che non trovava più. Da lì è andato a Parigi e si è riqualificato superando ancora tre turni. Anche a Parigi Bercy si è qualificato. Ecco, secondo me, questo è già molto positivo perché quando un giocatore si qualifica sempre in tornei grossi, vuol dire che ha già cambiato marcia“.

Ma qual è il punto di forza di Marco Cecchinato?Direi che sono gli occhi, gli occhi della tigre. Quando ho quell’espressione, riconosco il vero Marco Cecchinato, che è quello che si era un po’ spento verso la fine del 2019 e inizio 2020. Questa, secondo me, è la parte più importante quando sono in campo“.

Penso di essere migliorato tanto anche sul cemento, il cemento all’aperto, s’intende, perché a livello indoor nel finale di stagione si gioca poco. Migliorare sul cemento mi porta anche dei margini di miglioramento sulla terra“. “E poi bisogna lavorare un po’ sul rovescio“, aggiunge Sartori, “e va aiutato ancora nel servizio. A Parigi, quando ha fatto semifinale al Roland Garros, serviva veramente bene. Poi ha sempre fatto fatica; quest’anno in Sardegna ha cominciato a servire bene, ma anche a Parigi. Quindi va aiutato ancora in questo senso, ad esprimere un colpo migliore. Nel suo gioco, infine, deve sempre mantenere la palla pesante e gli avversari lontani dalla linea di fondo, perché poi lui ha la palla corta, il colpo stretto, tante cose, con il gioco di mano è molto forte […] Al Roland Garros, lui ha trovato il miglior Marco Cecchinato, oggi deve trovare il solido Marco Cecchinato“.

E poi Ceck è stato il tennista italiano che ha rotto il ghiaccio nei risultati importanti. “Tu hai dato un po’ il ‘la’ a questa valanga azzurra che adesso è irrefrenabile, perché con la semifnale al Roland Garros poi è iniziato tutto...” commenta Barbara Grassi: “Sicuramente sono contento perché se non l’avessi fatto, ovviamente non ci sarebbe stato quel pezzo della mia carriera e della mia vita” ammette Marco. “Per me è stata una parte importante in cui ho percepito il vero livello, perché non si arriva al n. 16 del mondo e ad una semifinale slam per caso. Ho raggunto traguardi importanti. Ovvio che mi faccia piacere perché è partito tutto da lì e l’hanno riconosciuto anche tanti giocatori e tanti coach quindi, sentirmelo dire, mi fa piacere. E quello che adesso mi piace è che siamo in tanti italiani e, secondo me, uno trascina l’altro. Anche per me, che adesso sono un po’ più indietro, è importante perché si ha sempre la voglia di superare chi ti sta davanti“.

Dopo Cecchinato, tanti nomi si sono messi in luce. In primis quello di Matteo Berrettini, attuale n. 10 del mondo, uno degli otto “Maestri” delle ATP Finals 2019. “Penso che Matteo Berrettini abbia fatto una cosa incredibile raggiungendo le Finals, e anche questo può essere da traino per tutti gli altri ragazzi“.

Il 2021? “Non mi pongo un obiettivo preciso di ranking, ma vorrei giocare quelle settanta-ottanta partite nel modo in cui ho giocato nel finale di stagione del 2020, con quella voglia, con quella carica e quell’energia positiva che avevo quando entravo in campo ultimamente”.

Il sogno di Marco oggi, a parte lo scudetto al Milan…? Sicuramente vorrei vincere altri tornei ATP. Un altro titolo... in fondo ci sono andato vicino in Sardegna… Se avrò gli occhi della tigre, vorrà dire che sono attento e ho tanta voglia di vincere… “. E noi te lo auguriamo, Marco. Il siciliano tornerà in campo direttamente in Australia, dopo la quarantena, in uno dei ATP 250 di Melbourne che precederanno l’Australian Open. Bonne année et bonne chance, come direbbero nella tua amata Parigi.

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Australian Open

Berrettini-Nadal, una vigilia tormentata più per noi che per loro. Il torneo l’hanno già vinto

Chi ha più da perdere? Forse Nadal. Però lui non ha mai sofferto troppo le grandi pressioni. E non crede di averla questa volta. Matteo: diventare top-5, battere un top-5, conquistare una seconda finale Slam…forse ne ha più lui

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Sono curioso di apprendere da Eurosport-Discovery il numero dei connessi, via tv, computer, streaming, dispositivi vari, che avranno messo la sveglia alle 4:30 del mattino per seguire il duello Nadal-Berrettini.

Sarà come mettere il termometro alla passione dei fans italiani. Immagino si possano sapere anche i dati di chi ha registrato la partita per vederla con maggior agio.

Chi lavora e deve andare in ufficio per le 8:30 quale opzione avrà esercitato?

Io la sveglia l’ho messa. A volta è accaduto che io fossi fuori per una cena che non potevo mancare e ho registrato una partita (di tennis o della Fiorentina) per vedermela al mio ritorno, ma una semifinale di uno Slam in Australia è un unicum… e poi il rischio che qualcuno mi mandi un WhatsApp che mi dica il risultato di Berrettini-Nadal, quale che fosse, mi rovinerebbe tutto il gusto.

Né posso staccare il telefono per 3 o anche 4 ore al mio risveglio per evitare che qualcuno mi chiami o mi messaggi dicendomi che è successo.

Che cosa succederà davvero non lo so. Mi chiedo anche, nella sera italiana della vigilia, che caldo possa fare alle 14 del pomeriggio in Australia. Con certe temperature, chi sarebbe favorito? E se piovesse e giocassero indoor? In una previsione meteo ho visto che ci si attende una grande umidità. Chi la soffrirebbe di più però?

Non voglio tornare sulla difficoltà di sbilanciarsi in pronostici a decine di migliaia di km di distanza ma i dettagli ignoti sono troppi per farlo. Sarebbe esercizio da presuntuosi.

Lasciatemi prima dire qualcosa su quanto è già successo. Il torneo femminile nelle ultime fasi ha offerto magari vincitrici a sorpresa ma una serie di partite davvero deludenti. A senso unico. Alludo alle due semifinali e a tutti i quarti della parte alta del tabellone. Quattro lotte al terzo set invece nei quarti della parte bassa, ma un livello a mio avviso non straordinario.

Tanto di cappello però per Ashley Barty che fin qui ha dominato le sue avversarie in modo impressionante. Ricordo che una volta Mary Pierce al Roland Garros giunse in finale avendo perso solo 10 game, e poi le due sorelle Williams, capaci di dominare con tanta disinvoltura.

Come ho avuto modo di dire anche nel mio quotidiano lancio su Instagram Ash ha perso solo 21 game in 6 partite, per una media di tre game e mezzo a match! Così Amanda Anisimova che ha fatto 7 game, più di tutte, 6-4,6-3 è stata due volte sopra quella media imbarazzante e Camila Giorgi 5 che era così seccata di aver giocato male…tutto sommato avendo raccolto cinque game non ha fatto poi così male come credeva.

Non ho mai dimenticato, a proposito di domini altrettanto impressionanti, quello di Bjorn Borg al Roland Garros 1978, il terzo di sei che vinse: quell’anno perse soltanto 32 game in 7 match, cioè in 21 set. Fu una media di 4 game e mezzo concessi a partita. Contribuirono ad abbassarla Corrado Barazzutti che in semifinale fece un solo game e alla fine lo ringraziò per averglielo concesso, 6-0,6-1,6-0, ma anche Paolo Bertolucci – in questi giorni molto ricordato per aver raggiunto i quarti a Parigi nel ’73 insieme a Panatta così come Sinner e Berrettini – da Borg rimediò anche lui un 6-0 e un paio di 6-2,6-2. Finì cioè sotto media. Se non fosse stato per Roscoe Tanner che in un match solo strappò, grazie al mostruoso servizio mancino ben 12 game all’Orso Bjorn, le “lezioni” date dallo svedese a tutti i suoi avversari avrebbero avuto numeri complessivi ancora più netti e umilianti.

Fra le donne ad avere dominato così nel terzo millennio ci sono state Serena Williams, che ne perse solo 16 all’US Open 2013 e 19 l’anno prima e poi la sorella Venus 20 a Wimbledon 2009.

Spero a questo punto che la rivelazione Collins, n.30 in procinto di diventare top-ten da lunedì, riesca almeno a lottare con la Barty, visto che anche lei, dopo aver rischiato la sconfitta soprattutto con la danese Tauson e poi anche con la belga Mertens, ha poi dominato sia la Cornet sia la Swiatek.

Senza immaginare chi potrà vincere, anche se posso immaginare in base a che cosa potrebbe vincere Matteo – una grande percentuale di prime in campo! Tanti dritti vincenti, una gran resilienza con il rovescio …- oppure in base a che cosa potrebbe vincere Rafa – massacrando di dritti in topspin il rovescio slice di Matteo (che almeno quando lo deve giocare incrociati dovrebbe coprirli tutti se non vuole fare la fine del tordo) – mi sento di scommettere che assisteremo a una grande battaglia. Almeno me la auguro e …per concludere nel modo più banale, che vinca il migliore.

Vincerà il meno stanco? Io credo che dopo un giorno e mezzo un venticinquenne sia in grado di recuperare al giorno d’oggi, e un trentaseienne dopo qualche ora di più anche. Però come faccio a sapere come si sentono? Sarà semmai un alibi per chi avrà perso.

L’esperienza, anche in situazioni del genere, incide. E Nadal ne ha di più. Però quando l’altro giorno contro Monfils Matteo ha deciso di non spremersi a fondo nel quarto set, una volta subito il break, per tenersi qualche energia per il quinto, ha dimostrato di avere maturato anche lui una discreta esperienza.

A Nadal i grandi battitori hanno sempre dato fastidio. A tutti, per la verità, non solo a Nadal. Ma ricordo Isner portare al quinto Nadal anche sulla terra rossa di Parigi…

Le motivazioni sono straordinarie per entrambi. Rafa ha vinto tutti altri Slam almeno due volte, salvo l’Australian Open dove ha vinto solo nel 2009, e poi c’è – o forse prima… – lo Slam n.21 all’orizzonte. Come trascurare un obiettivo del genere?

Matteo sa che se dopo la finale di Wimbledon centrasse anche questa di Melbourne, e battendo per la prima volta un top 5 in uno Slam …diventando n.5 lui stesso, – e top-five suona meglio che top-ten!-, avrebbe raggiunto un traguardo davvero storico anche se poi dovesse perdere nuovamente in finale. Avrebbe scritto la storia. Non si parlerebbe di lui solo come del miglior tennista italiano negli Slam dell’Era Open (Open lo scrivo per non irritare Pietrangeli!).

Matteo sa di avere un’occasione più unica che rara. Il Nadal del 2022 non è il Nadal di 10 anni fa quando perse a Melbourne quell’assurda finale con Djokovic che durò 6 ore…. Non è quello che fu tradito dal fisico contro Wawrinka… forse non è nemmeno quello del 2017 quando vinceva 3-1 al quinto con Federer.

Ma per Matteo questa consapevolezza è un handicap. In fondo, soprattutto se è vero quel che Rafa sostiene, e cioè che vincere o non vincere lo Slam n.21 o uno più di Djokovic e Federer, non gli fa una grande differenza, Nadal forse può permettersi di giocare più libero, con meno pressione addosso. Lui con la pressione c’è cresciuto e l’ha sempre saputa gestire.

Matteo non è più il Matteo di 30 mesi fa, certamente, ma non lo è nemmeno Nadal.

Ma diciamo la verità, tutte queste sono chiacchiere di presentazione che lasciano il tempo che trovano. Tutto sommato entrambi hanno ragione di ritenere il loro torneo un successo, comunque vada la loro semifinale. Per motivi diversi non era scontato che ci arrivasse né l’uno né l’altro. Ripeto, speriamo solo che sia un bel match.

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Australian Open

Australian Open: Sinner con Tsitsipas, Berrettini contro Nadal e quei pronostici così difficili da indovinare

I bookmakers si coprono e non perdono mai. I critici o non si espongono o se lo fanno spesso sbagliano. Nel femminile Keys e Collins semifinaliste a sorpresa. Bene per Matteo che sia nato il caso Bernardes

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Jannik Sinner ha subìto una dura lezione dal miglior Tsitsipas che io abbia mai visto. Il greco non sembrava neppure lontano parente di quello visto con Fritz. Il tennis è così, nessuna giornata è davvero mai uguale all’altra.

Lo testimoniano del resto la maggior parte dei confronti diretti fra i grandi giocatori. Una volta vince uno e un’altra volta l’altro, se i livelli sono lì lì e oscillano di poco a seconda della giornata di vena del giocatore A o di quello B.

Per questo può accadere che i bookmakers, che avevano dato per favorito Sinner, prendano un granchio, anche se loro hanno sempre modo di coprirsi e di conseguenza guadagnano sempre.

Io invece non avevo nulla da…coprire e così come ho azzeccato il pronostico di Berrettini su Monfils – e avrei dubitato di quello all’inizio del quinto set – ho sbagliato quello di Sinner Tsitsipas.

Ma Tsitsipas era in quella che i tennisti chiamano “The Zone”, gli riusciva tutto. Sparava dritti che pareva il miglior Sampras, ma ha giocato anche alcuni rovesci vincenti da far paura. Sempre sulla riga. Mats Wilander ha fatto vedere un grafico su Eurosport-Discovery secondo cui Tsitsipas ha colpito il 67% per cento delle palle quando erano ancora in ascesa, mentre salivano. E Stefanos non si limitava ad anticipare tutto. Ma tirava fortissimo, spesso di controbalzo. Colpi debordanti sui quali Sinner non riusciva a opporsi e tantomeno poteva tentare di prendere l’iniziativa. Il pallino del gioco è stato costantemente nelle mani del greco.

E Sinner ha mostrato senza tema di smentita quanto ancora oggi lui sia migliore come attaccante in pressing da fondocampo rispetto al difensore costretto ai recuperi. Non è ancora Djokovic, insomma, e neppure Nadal. Difficile intuire se potrà diventarlo, anche se a occhio ad oggi il suo fisico sembra meno elastico rispetto a Nole, meno possente rispetto a Rafa.

Ma lui, dopo aver detto per primo “Mi ha dato una lezione” è un tipo che ha voglia di imparare, che lavora per imparare, che ha le qualità per imparare. Quindi imparerà certamente. Quanto potrà migliorare però, e fino a che punto, nessuno può saperlo.

Ma restiamo sui fatti: a 20 anni non sono tanti quelli che giocando solo 9 Slam hanno raggiunto 2 volte i quarti di finale, se è vero che dai tempi di del Potro (2008-2009) non c’era più riuscito nessuno. Sono trascorsi più di una dozzina d’anni.

Quindi seconda me ci vuole pazienza. Non è il caso di decretare sentenze negative, come è tipico dei leoni da tastiera. Il fatto che Jannik sia perfettamente consapevole per primo di dover fare tanto lavoro per migliorare tutti gli aspetti del suo gioco, garantisce che si applicherà per curare tutti i dettagli necessari per arrivare dove vuole. Chi gli sta accanto oggi e chi affiancherà il team Piatti domani lo aiuterà a farlo. Intanto lui ha confermato che qualcuno noto arriverà “Io so chi è ma non posso dirlo”. Io non credo che possa essere McEnroe. Almeno non John. Patrick? Boris Becker? Se ne dicono tanti. Per quanto mi riguarda spero solo che non si tratti di una mossa di marketing. Francamente Riccardo Piatti non mi sembra tipo portato a quel genere di mossa. Vedremo.

Tornando alla difficoltà di indovinare i pronostici di una partita fra due top-ten, vi chiedo: ma quanti avrebbero pensato che Aliassime fosse in grado di impensierire o addirittura battere Medvedev dopo il 6-4,6-0 patito dieci giorni fa in ATP Cup, o i tre set a zero della semifinale dell’US Open?

Eppure Aliassime ha vinto i primi due set, ha avuto il matchpoint sul 5-4 nel terzo – che Daniil gli ha annullato con una bomba di servizio a 216 km orari – e poi ha cancellato 3 pallebreak importanti anche nel quinto set. Se vinceva Aliassime, come poteva benissimo per un centimetro o due, tutti quelli che avessero dato per scontata la vittoria di Medvedev, avrebbero sbagliato pronostico. Sì, lo avrebbero sbagliato, ma…sarebbe stato giusto sbagliarlo…se capite quel che sto provando a dire.

E i tre set a zero di Shapovalov a Zverev qualcuno li aveva previsti?

Tornando a Tsitsipas…ma che dritti ha tirato? Impressionanti. Perché di fantastici rovesci ne avrà tirati 5 o 6, ma di dritti vincenti e in tutti gli angoli, davvero tanti. Vorrei averli contati.

Nel singolare femminile …non ne parliamo. Abbiamo visto arrivare nei quarti la n.115 Kanepi che dopo aver fatto fuori Kerber e Sabalenka ha messo in difficoltà anche la Swiatek e nella stessa metà tabellone la n.30 Collins e la n.61 Cornet che, a 32 anni, non si era mai spinta così lontano in uno Slam.

E anche nella metà superiore del tabellone, a parte la n.1 Ashley Barty che fino alla semifinale ancora da giocare con la Keys ha letteralmente passeggiato, proprio la Keys n.51 WTA – sia pur finalista d’un US Open – ha eliminato via via la campionessa 2020 Kenin, la Wang che aveva sopreso la Gauff, per lasciare 4 game a Badosa e 5 a Krejcikova. Erano forse pronostici prevedibili?

Allo stesso modo come si fa a pronosticare il vincitore del duello Nadal-Berrettini? Lo si fa con un atto di fede perché Matteo è sembrato fisicamente e mentalmente in una condizione eccezionale, mentre Rafa non ha giocato benissimo contro uno Shapovalov piuttosto sciupone?

E perché Rafa, a 35 anni, potrebbe non aver recuperato altrettanto bene che Matteo, lo sforzo di 5 set molto duri in condizioni climatiche più pesanti?

Se mi sbilanciassi in tal senso e Matteo perdesse, ecco che salterebbero fuori i soliti del senno di poi a sentenziare la “scelta provinciale di Scanagatta”.

Stessa critica verrebbe rivolta a un mio collega spagnolo che avesse pronosticato la vittoria di Nadal e avesse invece vinto Berrettini.

Ho già scritto nell’ultimo editoriale che il dritto mancino di Rafa sembra fatto apposta per …crocifiggere Matteo sul suo rovescio che non vale nemmeno da lontano, nonostante i progressi, quello di Roger Federer.

E anche che Matteo dovrà forzarsi a giocare… contro natura perché il suo dritto a sventaglio prediletto, quello di solito indirizzato nell’angolo sulla sinistra dell’avversario, non potrà giocarlo con la stessa insistenza.

E, infine, che anche al servizio dovrà cercare gli angoli opposti a quelli che è abituato a cercare. Qualcuno può immaginare se pure dovendo comportarsi così Matteo riuscirà a mantenersi su percentuali di prime palle più vicine all’80 per cento che al 65%?

Sarà “in the zone” come Tsitsipas cui tutto riusciva? E se Rafa riuscirà a rispondere anche al 70% dei servizi di Matteo, poi Matteo riuscirà a chiudere con il secondo colpo il punto, pur tirandolo dalla parte opposta rispetto a quella cui è abituato a fare, onde evitare di esporsi ai missili mancini di Rafa?

A tutti questi interrogativi è impossibile rispondere con cognizione di causa da decine di migliaia di chilometri di distanza, senza conoscere il meteo e, al momento, neppure l’orario di gioco. Per non parlare delle condizioni fisiche dei due contendenti.

Un piccolo vantaggio per Matteo può essere quel che è successo fra Nadal e Shapovalov. Sia che avesse ragione oppure torto a lamentarsi il canadese per via dei tempi dilatati e oltre i 25 secondi regolamentari concessi dall’arbitro Carlos Bernardes a Rafa fra un punto e l’altro, chiunque arbitrerà Nadal-Berrettini, sarà inevitabilmente più fiscale.

Nadal è stato spesso accusato di prendersi più tempo del dovuto. Se il codice di condotta è stato pensato e istituito per via delle intemperanze di Ilie Nastase e John McEnroe, l’orologio segnatempo è stato messo per Rafa Nadal e pochi altri.

Nel 2015 Carlos Bernardes affibbiò qualche warning per “time violation” a Nadal. Nadal non gradì e fece quel che facevano un tempo le squadre di calcio più potenti: chiede di non essere più arbitrato da Bernardes.

Vittima della ricusazione Bernardes rischiò di perdere la possibilità di arbitrare tutte le finali dei tornei più importanti sulla terra rossa, dove quasi sempre c’era Nadal fra i duellanti.

Quando in una conferenza stampa di un Roland Garros di qualche anno fa io dissi a Rafa che l’opzione di poter ricusare gli arbitri non mi sembrava assolutamente giusta da esercitare il suo media manager non gradì e mi dette del provocatore.

Forse me lo direbbe anche adesso se io sostenessi pubblicamente, e lo faccio come potete vedere, che adesso Bernardes potrebbe essere un po’ condizionato da quanto successe. Probabilmente è anche quel che ha pensato Shapovalov. Penso anche che, così come le squadre di calcio più importanti, negano che un arbitro possa essere condizionato dal loro maggior peso mediatico e politico, Bernardes non ammetterà mai di aver un occhio di riguardo per i giocatori più importanti.

Di certo comunque, Bernardes, non arbitrerà Berrettini-Nadal

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ATP

ATP Dubai, l’entry list: torna Djokovic. Presente anche Sinner

Il numero uno del mondo dovrebbe esserci per l’ATP 500 in programma negli Emirati dal 14 febbraio

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Novak Djokovic con il trofeo - Dubai 2020 (via Twitter, @NatSportUAE)

Continua la stagione del tennis sul cemento dopo l’Australian Open, e le entry list ci forniscono informazioni interessanti sul futuro di Novak Djokovic. Il numero uno del mondo non ha più rilasciato dichiarazioni pubbliche dopo il fiasco dell’Australian Open ma ha fatto sentire la sua presenza nell’entry list dell’ATP 500 di Dubai, in programma dal 14 febbraio sul cemento degli Emirati. Non è la prima volta per Djokovic nel torneo arabo: Nole l’ha infatti vinto per sei volte, di cui tre consecutive tra il 2009 e il 2011 e una nell’ultimo torneo disputato pre-lockdown (vinse una semifinale tiratissima con Gael Monfils prima di battere Tsitsipas in finale). Negli Emirati Arabi Uniti non è richiesto l’obbligo vaccinale, fattore che favorisce sicuramente la presenza di un Djokovic che vorrà ritrovare ritmo partita in attesa di capire a quali tornei potrà partecipare nel prossimo futuro, se continuerà nella sua decisione di non vaccinarsi.

Non mancheranno i tennisti di alto profilo oltre a Djokovic. Fra questi il campione in carica Aslan Karatsev, che proprio qui l’anno scorso concluse al meglio in finale contro Lloyd Harris una prima parte di stagione fantastica per gioco e risultati. Presenti anche tre Top 10, tra cui il canadese Felix Auger-Aliassime, Andrey Rublev e il nostro Jannik Sinner, che nel 2021 uscì ai quarti proprio contro Karatsev.

 

Anche fuori dai primissimi ci saranno tanti tennisti di alto profilo come Gael Monfils, Roberto Bautista-Agut e Marin Cilic, tutti reduci da buone prestazioni all’Australian Open, e il croato Borna Coric, al ritorno nel Tour dopo mesi di assenza per un infortunio alla spalla. Poca la presenza degli italiani, che oltre Sinner vedranno soltanto Lorenzo Musetti ai nastri di partenza. Il tennista di Carrara ha deciso di saltare lo swing sudamericano su terra per migliorare il suo gioco sul veloce ma si trova a sei ritiri di distanza dall’entrare nel tabellone principale e per ora dovrà disputare le qualificazioni (Dubai fu peraltro il suo primissimo main draw ATP).

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