Australian Open: non si può dire senza essere fraintesi. Lo sanno Djokovic, Bautista Agut e Azarenka

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Australian Open: non si può dire senza essere fraintesi. Lo sanno Djokovic, Bautista Agut e Azarenka

La quarantena è una pericolosa cassa di risonanza: lo hanno scoperto i tennisti sparsi tra Melbourne e Adelaide. Povera Putintseva, Cuevas si salva ballando

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Novak Djokovic - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Che stiamo attraversando tempi difficili è fuori discussione. La situazione legata alla pandemia contribuisce a inasprire le reazioni verso comportamenti e dichiarazioni che forse sarebbero passati quasi inosservati fino a un anno fa. Finiti in fretta i giorni dei canti dai balconi, rieccoci pronti a prendere di mira chiunque non tenga, a nostro insindacabile giudizio, comportamenti impeccabili, al contempo trovando sacrosante giustificazioni per nostre azioni tutt’altro che irreprensibili. D’altronde, contemporanei a quei canti, c’erano i balconi presidiati dalle sentinelle pronte a urlare all’untore verso il solitario runner notturno.

Non importa nemmeno la bontà dei propositi alla base di un pensiero espresso magari un po’ ingenuamente: nulla viene perdonato. Come il tweet di Anastasia Potapova, che ringraziando gli australiani dei cinque mesi di lockdown per permettere di giocare il torneo, si è prestato fin troppo facilmente a una lettura ben diversa rispetto alle migliori intenzioni che lo avevano animato. Per quello che da queste pagine ci interessa, ne stanno facendo le spese in misura eccessiva i tennisti impegnati nella trasferta australiana, messi a dura prova dalla combinazione potenzialmente esplosiva di quarantena/isolamento e wi-fi.

PRIGIONIERO – Cominciamo con Roberto Bautista Agut, a quanto pare colpevole di essersi dimenticato della regola sulle conversazioni private: non contarci. È successo così che il paragone del nostro RBA, imbeccato dall’intervistatore, tra la sua quarantena e una prigione ha suscitato reazioni quantomeno perplesse quando non feroci. E non perché i detenuti godono dell’ora d’aria e lui no. Si è allora affidato ai social, il n. 13 ATP, scusandosi e spiegando l’accaduto.

 

“Voglio chiedere scusa a chiunque si sia sentito offeso dal video su di me recentemente pubblicato. È una conversazione privata estrapolata dal contesto che purtroppo è stata divulgata senza che ne fossi a conoscenza e senza il mio consenso. Prosegue assicurando che lui e il coach seguono i protocolli e ringraziando le persone che rendono possibile giocare.

OVER THE TOP – Se il prison-gate si può considerare chiuso, dev’essere rimasto aperto il cancelletto della gabbia dei topolini. L’altro giorno, Yulia Putinseva protestava per la presenza di un piccolo, iperattivo e inaspettato inquilino. Per quanto un’identica lagnanza avrebbe potuto farla lo stesso roditore, a Yulia è stato concesso di cambiare camera. A quarantotto ore di distanza, tuttavia, la situazione non è migliorata, anzi: sembra che ora ci sia più di un topo a farle compagnia. È vero che, proprio un anno fa al secondo turno dell’ultimamente poco-happy Slam, Yulia non uscì benissimo dalla sconfitta contro Belinda Bencic con quel dito medio alzato verso il pubblico; però, l’aspetto ironico sulle severe misure per la tutela della salute in mezzo ai topi lascia il posto a tutta la nostra comprensione per le più che legittime rimostranze della tennista kazaka che sul suo profilo Twitter appaiono fin troppo contenute, nonostante alla reception le abbiano comunicato che l’hotel è pieno e non ci sono altre stanze a disposizione.

BEL TENTATIVO? – Un altro protagonista di questi giorni della quarantena australiana è Novak Djokovic, uno degli eletti che stanno trascorrendo le due settimane ad Adelaide. Il numero 1 del mondo ha compilato una lista di richieste in favore dei colleghi che sono stati considerati “contatti stretti” e quindi impossibilitati a lasciare le rispettive stanze per allenarsi. Se le intenzioni erano lodevoli, la faccenda non è stata gestita nel migliore dei modi. Non si è trattato di una richiesta formale (non certo in quanto leader della PTPA che, per quanto se ne parli, ancora non esiste) rivolta a Tennis Australia o al governo dello Stato di Victoria, né di una richiesta in sé, poiché pare che la lista sia “trapelata”. Anche il contenuto lasciava perplessi a causa dell’idea secondo cui si potrebbe ridurre la durata dell’isolamento sottoponendo i tennisti a un numero maggiore di test, anche perché dall’Australia ci confermano che i test vengono effettuati ogni giorno.

A ogni modo, con il problema dei pasti risolto immediatamente, il premier Daniel Andrews ha seccamente rifiutato le proposte, richieste o “suggerimenti”, così definiti da Craig Tiley per smorzare i toni visto che, come si rilevava all’inizio, le reazioni degli abitanti non possono non essere esacerbate dalla situazione. Dal loro punto di vista, infatti, ci sono il rischio di vanificare mesi di lockdown e i parenti all’estero che aspettano da tempo di poter rientrare in patria. Dopo questo tentativo da alcuni percepito in modo non dissimile a un regale invito al popolo a mangiare brioche, anche Nole si è sentito in dovere di replicare a chi ha frainteso la bontà delle sue motivazioni e si è rivolto all’Australia tutta con una lunga lettera pubblicata sui social. Vedremo se ciò stimolerà un nuovo intervento da parte di Nick Kyrgios, il quale, però, non ha nemmeno la scusa della quarantena.

MANEGGIARE CON CURA – Immancabili sono anche le preoccupazioni di e per Kei Nishikori, per il quale l’aggettivo cristallino viene solitamente affiancato al fisico molto prima che al talento. Considerando che parliamo di un finalista Slam ed ex quarto tennista del mondo, è facile intuire anche per chi non ne conosce la carriera che il trentunenne di Shimane ha più volte dovuto fare i conti con diversi problemi fisici. Spesso infortunato ma anche sfortunato, Kei non solo ha contratto il Covid-19 lo scorso agosto (dovendo così rinunciare a “Cincinnati” e allo US Open), ma si è pure ritrovato su uno degli aerei “infetti” e quindi costretto nella sua stanza.

Purtroppo per lui come del resto per Tennys Sandgren, per quanto rara e tuttora oggetto di studi, esiste la possibilità di essere nuovamente infettati e, evidentemente, le autorità locali hanno preferito la strada dell’estrema precauzione. “Sto bene, ma dovrò giocare degli incontri (ATP Cup) appena due giorni dopo la fine di questa quarantena. Sono preoccupato per il rischio di infortunarmi e per il livello di gioco ha spiegato in un video, aggiungendo la sua routine quotidiana: “Sveglia alle nove, colazione, due ore di allenamento, pranzo, pisolino e un altro allenamento. Cerco di mantenere la sensazione di giocare a tennis così provo i colpi e giochicchio con le palline”. Ma anche libri, videogiochi e altri passatempi, “eppure un po’ mi annoio”.

ATLETI VERI – Oltre a Nishikori, c’è tutta una schiera di tennisti concentrati su allenamenti di ogni tipo, ben decisi a tirare fuori il meglio dal proprio fisico (o, quanto meno, di perderne il meno possibile), benché costretti nello spazio ridotto delle loro camere. Per catapultarsi verso la porta, infilarsi il borsone portaracchette e farsi trovare prontissima, a Elina Svitolina bastano 4,5 secondi dal momento in cui sente bussare. Non che qualcuno abbia bussato. Si danno tutti e tutte davvero da fare, almeno durante quei brevissimi video che ci mostrano.

CARTE FALSE – Non è mancato neanche un politico locale che, apparentemente a caccia di facili consensi da bar, ha commentato in modo offensivo la foto postata da uno Stan Wawrinka intento a fare colazione in rigoroso rispetto del distanziamento sociale, nonché #happytobehere e #grateful. Questo non troppo ameno personaggio, membro del Parlamento, pochi mesi fa aveva pubblicato la propria versione delle carte da gioco “most-wanted Iraqi” usate nel 2003 dai militari statunitensi in Iraq per identificare i membri del governo di Saddam Hussein da catturare o uccidere. Ovviamente, nella sua versione, sulle carte c’erano le foto del premier Andrews e della sua squadra. Non ci farebbe piacere vederne una con il viso di Stan.

SE NON RISPONDI AL TELEFONO – Bravo a guadagnarsi la qualificazione in quel di Doha, Viktor Troicki ha i nervi a fior di pelle: Non posso preparare un match tre su cinque così, non sarei venuto se lo avessi saputo riportano i media serbi. La storia del “non lo sapevamo” è stata però smentita da Tiley e dal doppista Artem Sitak che ha raccontato di una teleconferenza con Tennis Australia in cui sono stati messi al corrente della spiacevole possibilità. Lo stesso Sitak ha tuttavia notato che, almeno in quella occasione, non erano tantissimi i colleghi presenti.

IN RIGA – A questo punto, era necessario qualcuno che mettesse un po’ di ordine: chi meglio di mamma Vika poteva assumersi l’onere? Con un lungo post, Azarenka ha allora chiesto ai colleghi cooperazione, comprensione ed empatia nei confronti della comunità locale. Inutile dire che nemmeno l’ex n. 1 del mondo è stata esente da critiche. Colpa della frase “stare in quarantena stretta per 14 giorni è molto dura da accettare”. Impossibile dire qualcosa senza tirarsi addosso le ire di qualcuno, ma nemmeno starsene zitti potrebbe ovviare al problema: “Uhm, cosa avrà da nascondere quello che non posta nulla?”.

IL PREFERITO – Concludiamo con Pablo Cuevas e le sue storie Instagram giornaliere. Appoggiato il materasso alla parete, lo ha utilizzato come “muro” contro cui scagliare rovesci a tutto braccio. Il giorno dopo lo ha rimesso a posto (beh, probabilmente la sera stessa per poter dormire sdraiato) e ha usato il letto munito di rotelle per fare “surf en Australia”. Scenette telefoniche,, tentativi di grafica, party solitari… Insomma, il Pablo che un anno fa all’ATP Cup era andato un po’ fuori testa potrebbe trascorrere queste due settimane meglio di tutti. Oppure lo perdiamo per sempre.

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Arriva Clara Tauson. “Non sono una giocatrice di squadra”

La diciottenne danese a Lione ha battuto la seconda Top 50 della carriera. “Mi piacerebbe somigliare a Petra Kvitova”. Con la benedizione di Justin Henin

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Attesa, chiacchierata, indicata come possibile stella del tennis mondiale almeno da quando, appena sedicenne, vinse il titolo under 18 all’Open d’Australia 2019 battendo in finale l’altra campioncina Leylah Fernandez. Sin da allora la sua ascesa al tennis che conta ha avuto pochi eguali tra le coetanee, e la prova del fuoco con il professionismo non la sta scottando più del necessario. Clara Tauson, danesina di Copenaghen data alla luce pochi giorni prima del Natale 2002, sta iniziando a confermare le attese tra le grandi: lo scorso settembre, nel primo turno dell’inedito Roland Garros autunnale, ha subito eliminato Jennifer Brady, che pochi mesi dopo si sarebbe spinta sino alla finale di Melbourne. Ieri l’altro, dopo aver ancora una volta superato le qualificazioni, ha fatto fuori al primo round di Lione la prima testa di serie in gara, quell’Ekaterina Alexandrova che a partire dal 2018 vanta il numero più alto di vittorie conquistate sottotetto.

Non sapevo avesse ottenuto quei risultati indoor – ha detto candidamente Clara nella bella intervista rilasciata al sito ufficiale della WTA -, l’ho saputo da mio padre, che ho chiamato subito dopo il match e ho trovato incredulo ed entusiasta. Ma sapete una cosa? Speravo di essere sorteggiata contro Alexandrova o contro Fiona Ferro (prima e seconda testa di serie a Lione, NdR), perché sono due ottime giocatrici e da match simili si impara in fretta“. Numero centotrentanove del mondo, nove titoli ITF in carriera di cui due conquistati nel 2021 (a Fujairah e Altenkirchen), Tauson già a questo punto dell’anno avrebbe potuto godere di un ranking decisamente migliore, ma la pandemia le ha ingarbugliato i piani, riducendo il numero dei tornei e di conseguenza rendendole più ostica la chance di accedere ai tabelloni, vista la posizione non ancora solida in classifica. Il resto l’ha fatto la politica del ranking congelato, che per sua stessa natura respinge i tentativi di scalata. Poco male, c’è tempo. “Ho comunque giocato molti tornei da 25.000 dollari – ha ricordato la teenager -. Lì non si guadagnano molti punti, nemmeno se vinci il trofeo, ma sto ancora sviluppando il mio gioco e sono giovane, quindi ogni esperienza in campo è benaccetta. Certo, affrontare tenniste abituate a giocare ad alti livelli rappresenta una grande opportunità. Anche se Alexandrova mi avesse battuto nettamente sarei stata felice, avrei imparato molto in ogni caso“.

L’apprendimento, sinora, sembra aver prodotto risultati non comuni. In pagella luccicano le vittorie su due colleghe da molto tempo a proprio agio con incombenze di primo livello, e si ha l’impressione che gli sgambetti inflitti a Brady e Alexandrova non rimarranno isolati ancora per molto tempo. Ma il livello, Claretta nostra, è dunque già quello? “E chi lo sa, non ho accumulato dati sufficienti. Due ne ho giocate, due ne ho vinte. Per ora è andata bene, ma serve continuità nel lungo periodo per capire a quale categoria di tennisti appartieni. Di certo, almeno per ora, contro le più forti posso giocare libera di testa, ed esprimere il mio tennis migliore“.

 

Ne passeranno di avversarie sotto i ponti nei prossimi tre lustri. Considerando le campionesse sulla cresta dell’onda nell’anno 2021 quali sono quelle con cui vorrebbe incrociare la racchetta? “Mi viene subito in mente Simona Halep, è una persona incredibile, dà sempre il cento per cento, ovunque si trovi, qualunque sia il punteggio. E poi Petra Kvitova, vorrei capire cosa si prova vedendosi arrivare quelle bordate. Petra è una grande fonte d’ispirazione, un giorno vorrei giocare come lei“. Che tirasse forte già lo si era capito; che il progetto, una volta completato, includesse la possibilità di non far toccare palla all’avversaria, anche. “Mi piace avere il comando delle operazioni, essere aggressiva e venire avanti a prendermi il punto non appena se ne presenta l’opportunità. A livelli più alti è più difficile, me ne rendo conto, ma stiamo lavorando proprio su questo“.

Comandare il gioco, avere il controllo del campo, tenere in pugno, per quanto possibile, le sorti della tizia dall’altra parte del net. Concetti che tornano continuamente nel pensiero di Clara Tauson, la quale sintetizza in maniera lapidaria. “Le giocatrici forti ti propongono rebus difficili, impongono decisioni rapide e possibilmente giuste. Ma mi piace pensare di poter imporre gli scambi, indirizzare la partita. Ciò che amo del tennis è proprio questo: scelgo io cosa fare, quale soluzione adottare, dove tirare i colpi. Io e solo io. Non sono certo una giocatrice di squadra, e infatti non ho mai praticato altro sport in vita mia“.

Detto che fuori dal campo i passatempo sono i soliti sospetti – “videochiamate con gli amici in Danimarca, serie TV su Netflix, con predilezione per quelle a sfondo criminale come The Blacklist” – ed evasa l’ineludibile domanda sull’eroina della pallina di casa Caro Wozniacki – “ci ho parlato un paio di volte ma vive negli Stati Uniti, dunque le occasioni di contatto sono poche, siamo giocatrici di due epoche diverse” – lo spazio finale della chiacchierata è inevitabilmente dedicato a obiettivi e aspettative. “Quando abbiamo ripreso dopo il lockdown il mio scopo era entrare tra le prime 150 e ci sono riuscita giocando solo nove tornei. Adesso non mi cruccio sul ranking, voglio giocare il maggior numero possibile di incontri WTA e vedere come vanno le cose. Il peso delle aspettative? La pressione? Quando Jennifer Brady è andata in finale all’Open d’Australia tutti i miei amici mi hanno tempestata di messaggi, ricordandomi che avevo battuto una finalista Slam, quindi automaticamente dovrei raggiungere quel risultato anch’io. Non mi aspetto una cosa del genere nel breve periodo, innanzitutto occorre lavorare per essere solidi lungo le due settimane come ha fatto Jennifer“.

Orizzonti aperti, dunque, specie se in cabina di regia siede una donna che un po’ di argenteria in bacheca l’ha messa. “Justine Henin guarda tutti gli allenamenti di chiunque, alla sua accademia (dove Clara Tauson lavora insieme a coach Olivier Jeunehomme, NdR). Lei è una leggenda, ma è anche semplice e simpatica, è molto confortevole parlarci“. Tauson si è ripetuta poco fa da favorita contro Timea Babos con un netto 6-2 6-3 al secondo turno dell’Open 6ème Sens Métropole: un altro passo nel percorso verso un luogo che conosciamo bene. Facile capire dove in molti l’aspettino. I

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L’ATP aggiorna ancora il sistema di ranking

Tra marzo e agosto 2021, i tennisti potranno preservare il 50% dei punti ottenuti nei tornei non disputati nel 2020 (qualora il risultato di quest’anno non fosse migliore)

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Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dall’ATP sono arrivati aggiornamenti sulla questione classifiche. Il ranking, che è rimasto congelato dal 16 marzo al 24 agosto 2020, è passato dal classico sistema di validità annuale a uno a 22 mesi e poi a 24 mesi, a seguito di un’altra delibera dell’ATP dello scorso ottobre. A gennaio la data di ripresa del sistema tradizionale era stata ulteriormente posticipata alla settimana del 15 marzo, ma recentemente l’associazione dei giocatori ha deciso di prorogare ancora il termine.

Nel periodo tra il 4 marzo e il 9 agosto 2021 (incluso Masters 1000 di Toronto), i giocatori potranno mantenere il 50% dei punti dei tornei che non si sono disputati nel 2020 (ad esempio Montecarlo), ovviamente a patto che il risultato del 2021 non sia migliore. Per fare un esempio pratico, prendendo proprio il torneo di Montecarlo, Fabio Fognini potrà mantenere 500 dei 1000 punti conquistati vincendo il titolo nel 2019, sempre che non raggiunga la finale (che offre 600 punti) o rivinca il torneo. La stessa logica è stata applicata – in maniera sorprendente, a onor del vero – anche ai tornei riprogrammati in un periodo diverso, come gli Internazionali di Roma o il Roland Garros. Ipoteticamente dunque, se Rafael Nadal e Novak Djokovic dovessero perdere al primo turno al prossimo Roland Garros, manterrebbero rispettivamente 1000 e 600 punti. Discorso simile per Jannik Sinner che, avendo raggiunto i quarti nello Slam parigino lo scorso anno, di fatto è sicuro di mantenere 180 punti (equivalenti cioè ad un ottavo di finale).

Per il resto i criteri rimangono gli stessi annunciati alla fine del 2020 e qui sotto riassunti:

 
  • I giocatori che abbiano giocato lo stesso evento due volte nel corso del periodo sopra indicato (marzo 2019 – 9 agosto 2021) potranno conteggiare i punti derivanti dal migliore risultato tra i due
  • Ai fini del calcolo del ranking di un giocatore, verranno presi in considerazione 19 risultati e non 18 come negli anni passati. Questi includono i quattro Slam, gli otto Masters 1000 obbligatori (escluso dunque Montecarlo) e i sette migliori risultati ottenuti negli altri tornei (Rolex Montecarlo Masters, ATP Cup, ATP 500, ATP 250, Challenger, ITF). Le ATP Finals 2021 conteranno come evento addizionale per coloro che si qualificheranno.
  • Ai fini della qualificazione alle ATP Finals di Torino e alle Next Gen ATP Finals di Milano, verranno considerati i punti raccolti nel corso dell’anno solare; le due Race saranno dunque stilate sulla base dei soli risultati ottenuti nei tornei del 2021. C’è dunque la possibilità che a fine anno la posizione di un giocatore nella Race to Turin non coincida con il suo ranking ATP.

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ATP

Strage di big a Rotterdam: subito fuori Medvedev e Zverev

Brutte figure all’esordio per la prima e terza testa di serie del torneo. Il russo si fa eliminare in due set da Lajovic, mentre Sascha lascia il passo a Bublik

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La testa di serie numero uno, Daniil Medvedev, e la numero tre, Alexander Zverev, sono stati precocemente eliminati dall’ATP 500 di Rotterdam al termine di due prestazioni piuttosto scialbe. Entrambi hanno perso in due set i rispettivi match contro Dusan Lajovic e Alexander Bublik in maniera abbastanza simile, lasciandosi sfuggire in extremis un primo set equilibrato e arrendendosi di fatto nel secondo.

Medvedev, dopo uno scambio di break nella pancia del set, è arrivato a giocarsela al tiebreak nel quale però Lajovic è subito scappato sul 6-2, rendendo davvero difficile ogni tentativo di rimonta del russo. Il serbo ha condotto la propria partita con la solita perizia e abnegazione, approfittando alla grande della giornata no del proprio avversario. Medvedev dall’altro lato pescava qua e là colpi spettacolari (su tutti un rovescio no look in avanzamento davvero pregevole), ma era nel complesso inconsistente. Un chirurgico break nel nono gioco ha poi segnato la sua sconfitta, la seconda consecutiva (sempre contro un giocatore serbo curiosamente) dopo la batosta nella finale dell’Australian Open contro Novak Djokovic. Lajovic affronterà dunque Borna Coric negli ottavi di finale.

Zverev invece ha sprecato un break di vantaggio in ciascun set: nel primo, dopo essere andato avanti 2-0, si è fatto riprendere sul 4-4 e poi addirittura beffare nel dodicesimo gioco dopo essere arrivato a due punti dal tiebreak. Nel secondo set, Sascha si è invece issato sul 3-1, ma da quel momento in poi non ha più vinto neanche un game finendo per cedere il parziale, e con esso la partita, con il punteggio di 6-3. Pur senza commettere doppi falli, il tedesco ha nuovamente litigato con la seconda che spesso non superava i 130 km/h e atterrava innocua dalle parti di Bublik, sorprendentemente cinico nel gestire le difficoltà del più blasonato avversario. Il kazako sarà il prossimo avversario di Tommy Paul, che ha superato in due set Lorenzo Sonego.

Il peggio, o meglio, i segnali meno confortanti, è però arrivato nel post partita. Se Medvedev ha addirittura evitato di comparire in conferenza stampa, Zverev invece ha detto cose che lasciano un po’ cadere le braccia e che certificano ancora una volta il grande scarto che purtroppo ancora sussiste tra i Next Gen e la vecchia guardia in termini di mentalità. Il tedesco ha detto di non curarsi molto della sconfitta perché Rotterdam è un torneo nel quale non si trova bene, tirando in ballo soprattutto le palline utilizzate (‘dovrebbero testarle di più‘, il messaggio lanciato nella breve conferenza stampa). Non il massimo della comunicazione, soprattutto visto che stiamo parlando di un top 10 ormai stabile, nonché potenziale pretendente al numero uno in futuro – anzi teoricamente già adesso.

Il tabellone completo di Rotterdam

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