Uno contro tutti, la storia finisce: Djokovic 2018 e 2020, passando per Nadal 2019

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Uno contro tutti, la storia finisce: Djokovic 2018 e 2020, passando per Nadal 2019

La storia degli ultimi tre leader della classifica, che in realtà sono due: i soliti Djokovic e Nadal. Dalla straordinaria rimonta del serbo nel 2018 al 2020 viziato dalla pandemia

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Novak Djokovic numero 1 del mondo a fine anno - ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)
 

Ci sono esattamente 6775 punti e nove posizioni in classifica mondiale tra il numero uno mondiale Rafael Nadal e Novak Djokovic il 13/08/2018, all’indomani della Rogers Cup che si è appena conclusa a Toronto. Lo spagnolo ha appena messo in vetrina il 33esimo Masters 1000 della sua mirabolante carriera, il nono sul duro, e ha saputo resistere al ritorno di Roger Federer che, insieme a lui, ha ristabilito le antiche gerarchie del tennis dopo il triennio sovranista di Djokovic e Murray da luglio 2014 ad agosto 2017. Pare insomma quantomeno improbabile, se non proprio impossibile, che il trono del maiorchino possa essere insediato da altro collega che non sia lo stesso Federer, pure lui distanziato ma di “soli” 3740 punti, ancorché con qualche pesante cambiale in scadenza.

Invece. Invece la rincorsa di Nole, iniziata a Wimbledon, prosegue a Cincinnati, dove il serbo stabilisce un altro primato, diventando l’unico tennista ad aver vinto almeno una volta tutti i Masters 1000 in calendario. In Ohio, Djokovic batte Federer in finale ma una consistente fetta della torta (in termini di punti) è in palio, naturalmente, allo US Open. Un’edizione soffocante, dal punto di vista climatico, dello Slam statunitense mette fuori uso Federer prima degli altri (battuto al quarto turno dal caldo e da Millman) ma, quando tutto sembra propendere per la finale tra Djokovic e Nadal, lo spagnolo si ferma in semifinale al cospetto di Del Potro. La durissima e splendida battaglia nei quarti con Thiem, conclusa vittoriosamente al quinto set, ha lasciato strascichi sul ginocchio di Nadal che nella sfida con l’argentino è competitivo solo nel primo set, ceduto al tie-break; poi, perso nettamente il secondo, si ritira e non giocherà più fino al 2019.

In finale JMDP trova Djokovic, pure lui provato dal caldo eccessivo nei primi turni (al debutto con Fucsovics è sul punto di ritirarsi prima di reagire e chiudere 6-0 al quarto) ma via via sempre più tonico e rilassato, e l’ultimo atto è quasi una formalità, con Delpo che solo nel secondo set mette qualche dubbio al serbo.
Con Nadal ai box, per Djokovic la rimonta non è più un miraggio e la vittoria a Shanghai unita alla finale persa a Bercy con il russo Karen Khachanov trasforma questo miraggio in realtà: il 5 novembre il serbo torna a indossare la corona riservata al re e nessuno gliela potrà più togliere dalla testa in questo 2018.

Una settimana di sosta e per Djokovic è già tempo di bagnare la sua quarta esperienza sul trono con le ATP Finals; a Londra il serbo sembra inarrestabile e conquista la finale senza perdere nemmeno un set ma qui ritrova il giovane tedesco Alexander Zverev, già affrontato e battuto nettamente nel girone, che sembra un altro rispetto a qualche giorno prima e ribalta il punteggio. Il Masters va in Germania a distanza di 23 anni dall’ultima volta ma Djokovic può ritenersi più che soddisfatto per quello che è riuscito a fare dal Roland Garros in poi.

Dopo aver perso le prime cinque sfide in carriera contro il numero uno del mondo (quattro con Djokovic e una con Nadal), Roberto Bautista Agut aveva rotto il ghiaccio a Shanghai nel 2016, eliminando il serbo. Nelle semifinali di Doha, lo spagnolo si ripete (3-6 7-6 6-4) e infligge il primo ko del 2019 al leader del ranking. “Bautista” rappresenta l’evoluzione della specie di una scuola, quella iberica, che ha saputo adattarsi piuttosto rapidamente all’esigenza di creare tennisti universali, in grado di ben figurare su ogni superficie. Con un best ranking di n. 9 – che raggiungerà però solo alla fine della stagione – il trentenne di Castellon de la Plana conquista così la finale n. 16 in carriera e solo due di queste le ha giocate sulla terra rossa, a fronte di tredici sul duro e una sull’erba.

All’Australian Open, le prime due teste di serie fanno onore al loro ruolo conquistando la finale; con estrema facilità Nadal (diciotto set a zero e appena 48 giochi ceduti agli avversari), con qualche grattacapo in più Djokovic, costretto al quarto set sia da Shapovalov che da Medvedev. I bookmakers vedono favorito il serbo, sia pur non di molto, e il campo conferma l’intuizione, sia pur in modo assai più netto di quanto ci si potesse attendere. Perché il numero uno, proprio come titola Ubitennis nell’occasione, è semplicemente Indjokabile e chiude la pratica con un 6-3 6-2 6-3 condito da un saldo vincenti-errori di +25 (34-9) contro il -7 dello spagnolo (21-28), concedendo una sola palla-break, peraltro annullata.
Proprio nel momento in cui potrebbe prendere il largo in classifica, Djokovic frena e infarcisce la sua primavera con una serie di sconfitte imprevedibili.

La prima è quella al terzo turno di Indian Wells con Philipp Kohlschreiber, che gli infligge un doppio 6-4 e al dodicesimo tentativo riesce finalmente a ottenere lo scalpo più importante della carriera. Poi, a Miami, ecco di nuovo Bautista Agut mentre sulla terra di Monte Carlo è la volta del russo Daniil Medvedev nei quarti. Buon per Nole che Nadal non ne approfitta e in due dei suoi feudi (il Principato e Barcellona) non va oltre la semifinale, battuto rispettivamente da Fognini e Thiem, per poi inciampare anche a Madrid, dove a batterlo è Tsitsipas. Il greco ottiene così il diritto di affrontare Djokovic nella finale del Mutua Madrid Open ma non riesce a ripetersi e il serbo può tornare al successo dopo un periodo non esattamente felice sul piano dei risultati e delle prestazioni.

 

A Roma, i primi due del mondo si affrontano per la 54esima volta in carriera (di cui ben 26 in una finale) con in palio il 1000 del Foro Italico e a prevalere questa volta è Nadal, in tre set.

Rafael Nadal – Roma 2019

La sfida potrebbe riproporsi al Roland Garros ma il serbo si ferma al penultimo ostacolo, nella fattispecie il sempre più intraprendente austriaco Dominic Thiem che lo batte 7-5 al quinto in un incontro sospeso più volte per pioggia. Campione in carica nei tre major precedenti, Nole sognava di approdare all’ultimo atto e magari ripetere quanto riuscì a fare a cavallo tra il 2015 e il 2016, ovvero detenere i quattro titoli contemporaneamente, ma Thiem è in costante ascesa e la terra rossa è ancora la sua superficie preferita. Il serbo continua a guadagnare punti in classifica e, dopo Parigi, ne ha quasi 5000 più di Nadal.

I due si danno appuntamento a Wimbledon ma rischiano entrambi di finire in pasto al vecchio leone Roger Federer. Lo svizzero regola Nadal in semifinale e due giorni dopo arriva due volte consecutive a un solo punto dalla vittoria con Djokovic; il serbo si salva prima con una risposta e poi con un passante e, vincendo tre tie-break (il terzo sul 12-12 al quinto set, come vuole il nuovo regolamento dei Championships), si conferma campione per lo sconforto dei tifosi di Federer. Nell’estate americana, invece, i primi due non si incrociano perché Nadal si impone alla Rogers Cup di Montreal mentre Djokovic salta il Canada e gioca a Cincinnati, dove però viene fermato in semifinale da Medvedev. Il russo, con il suo tennis fuori dai consueti canoni stilistici, sta vivendo una grande estate e si presenta a New York con il biglietto da visita di tre finali consecutive (Washington, Montreal e Cincinnati), che diventano quattro proprio agli US Open, in cui emerge nella parte alta del tabellone, lasciata sguarnita proprio dal numero uno del mondo, costretto al ritiro al quarto turno contro Stan Wawrinka.

Condizionato da una spalla malandata, il serbo perde i primi due set e all’inizio del terzo lascia il campo. Ci sono concrete possibilità che il 2019 di Djokovic sia finito e invece, molto più rapidamente del previsto, il numero uno rientra nel circuito a Tokyo e alza il 76° titolo in carriera, il primo in Giappone. Nel rush finale della stagione, sono sempre le cambiali in scadenza a fare la differenza. Di queste, Djokovic ha il portafoglio pieno mentre Nadal non ne ha nemmeno una, dato che l’anno prima di questi tempi era già in vacanza. Così, per il serbo i 1140 punti di vantaggio dopo Tokyo non sono molti e 820 li lascia a Shanghai, dove Tsitsipas lo batte nei quarti e gli impedisce di difendere il titolo conquistato l’anno precedente.

Di ritorno da una lunga sosta, durante la quale si è anche sposato, Rafael Nadal rientra a Parigi-Bercy già sapendo che al termine del torneo diventerà nuovamente il numero uno del mondo. Questo succede perché i punti totalizzati alle ATP Finals del 2018 vengono sottratti in anticipo e quindi Djokovic, pur facendo suo l’ultimo 1000 stagionale senza cedere nemmeno un set, scende comunque a 8945 e viene superato dallo spagnolo, che a Bercy vince tre incontri prima di dare forfait. Al primo incontro da leader, Nadal rimedia una severa lezione con Zverev a Londra (6-2 6-4) e la sconfitta gli costa la qualificazione alle semifinali ma Djokovic fa peggio di lui (fuori nel girone) e vanifica l’ultima possibilità di un sorpasso in extremis. Per festeggiare al meglio, Nadal trascina la sua nazionale alla conquista della Davis Cup nel nuovo format disputato dentro la Caja Magica di Madrid; il mancino di Manacor non perde nemmeno un set sul duro indoor e chiude la stagione con cinque vittorie e le mani sull’insalatiera d’argento.

Rafa Nadal – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Mateo Villalba / Kosmos Tennis)

A pagina due, Djokovic chiude in vetta il 2020 e la storia finisce. Per ora…

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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