Uno contro tutti, la storia finisce: Djokovic 2018 e 2020, passando per Nadal 2019

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Uno contro tutti, la storia finisce: Djokovic 2018 e 2020, passando per Nadal 2019

La storia degli ultimi tre leader della classifica, che in realtà sono due: i soliti Djokovic e Nadal. Dalla straordinaria rimonta del serbo nel 2018 al 2020 viziato dalla pandemia

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Novak Djokovic numero 1 del mondo a fine anno - ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Ci sono esattamente 6775 punti e nove posizioni in classifica mondiale tra il numero uno mondiale Rafael Nadal e Novak Djokovic il 13/08/2018, all’indomani della Rogers Cup che si è appena conclusa a Toronto. Lo spagnolo ha appena messo in vetrina il 33esimo Masters 1000 della sua mirabolante carriera, il nono sul duro, e ha saputo resistere al ritorno di Roger Federer che, insieme a lui, ha ristabilito le antiche gerarchie del tennis dopo il triennio sovranista di Djokovic e Murray da luglio 2014 ad agosto 2017. Pare insomma quantomeno improbabile, se non proprio impossibile, che il trono del maiorchino possa essere insediato da altro collega che non sia lo stesso Federer, pure lui distanziato ma di “soli” 3740 punti, ancorché con qualche pesante cambiale in scadenza.

Invece. Invece la rincorsa di Nole, iniziata a Wimbledon, prosegue a Cincinnati, dove il serbo stabilisce un altro primato, diventando l’unico tennista ad aver vinto almeno una volta tutti i Masters 1000 in calendario. In Ohio, Djokovic batte Federer in finale ma una consistente fetta della torta (in termini di punti) è in palio, naturalmente, allo US Open. Un’edizione soffocante, dal punto di vista climatico, dello Slam statunitense mette fuori uso Federer prima degli altri (battuto al quarto turno dal caldo e da Millman) ma, quando tutto sembra propendere per la finale tra Djokovic e Nadal, lo spagnolo si ferma in semifinale al cospetto di Del Potro. La durissima e splendida battaglia nei quarti con Thiem, conclusa vittoriosamente al quinto set, ha lasciato strascichi sul ginocchio di Nadal che nella sfida con l’argentino è competitivo solo nel primo set, ceduto al tie-break; poi, perso nettamente il secondo, si ritira e non giocherà più fino al 2019.

In finale JMDP trova Djokovic, pure lui provato dal caldo eccessivo nei primi turni (al debutto con Fucsovics è sul punto di ritirarsi prima di reagire e chiudere 6-0 al quarto) ma via via sempre più tonico e rilassato, e l’ultimo atto è quasi una formalità, con Delpo che solo nel secondo set mette qualche dubbio al serbo.
Con Nadal ai box, per Djokovic la rimonta non è più un miraggio e la vittoria a Shanghai unita alla finale persa a Bercy con il russo Karen Khachanov trasforma questo miraggio in realtà: il 5 novembre il serbo torna a indossare la corona riservata al re e nessuno gliela potrà più togliere dalla testa in questo 2018.

Una settimana di sosta e per Djokovic è già tempo di bagnare la sua quarta esperienza sul trono con le ATP Finals; a Londra il serbo sembra inarrestabile e conquista la finale senza perdere nemmeno un set ma qui ritrova il giovane tedesco Alexander Zverev, già affrontato e battuto nettamente nel girone, che sembra un altro rispetto a qualche giorno prima e ribalta il punteggio. Il Masters va in Germania a distanza di 23 anni dall’ultima volta ma Djokovic può ritenersi più che soddisfatto per quello che è riuscito a fare dal Roland Garros in poi.

Dopo aver perso le prime cinque sfide in carriera contro il numero uno del mondo (quattro con Djokovic e una con Nadal), Roberto Bautista Agut aveva rotto il ghiaccio a Shanghai nel 2016, eliminando il serbo. Nelle semifinali di Doha, lo spagnolo si ripete (3-6 7-6 6-4) e infligge il primo ko del 2019 al leader del ranking. “Bautista” rappresenta l’evoluzione della specie di una scuola, quella iberica, che ha saputo adattarsi piuttosto rapidamente all’esigenza di creare tennisti universali, in grado di ben figurare su ogni superficie. Con un best ranking di n. 9 – che raggiungerà però solo alla fine della stagione – il trentenne di Castellon de la Plana conquista così la finale n. 16 in carriera e solo due di queste le ha giocate sulla terra rossa, a fronte di tredici sul duro e una sull’erba.

All’Australian Open, le prime due teste di serie fanno onore al loro ruolo conquistando la finale; con estrema facilità Nadal (diciotto set a zero e appena 48 giochi ceduti agli avversari), con qualche grattacapo in più Djokovic, costretto al quarto set sia da Shapovalov che da Medvedev. I bookmakers vedono favorito il serbo, sia pur non di molto, e il campo conferma l’intuizione, sia pur in modo assai più netto di quanto ci si potesse attendere. Perché il numero uno, proprio come titola Ubitennis nell’occasione, è semplicemente Indjokabile e chiude la pratica con un 6-3 6-2 6-3 condito da un saldo vincenti-errori di +25 (34-9) contro il -7 dello spagnolo (21-28), concedendo una sola palla-break, peraltro annullata.
Proprio nel momento in cui potrebbe prendere il largo in classifica, Djokovic frena e infarcisce la sua primavera con una serie di sconfitte imprevedibili.

La prima è quella al terzo turno di Indian Wells con Philipp Kohlschreiber, che gli infligge un doppio 6-4 e al dodicesimo tentativo riesce finalmente a ottenere lo scalpo più importante della carriera. Poi, a Miami, ecco di nuovo Bautista Agut mentre sulla terra di Monte Carlo è la volta del russo Daniil Medvedev nei quarti. Buon per Nole che Nadal non ne approfitta e in due dei suoi feudi (il Principato e Barcellona) non va oltre la semifinale, battuto rispettivamente da Fognini e Thiem, per poi inciampare anche a Madrid, dove a batterlo è Tsitsipas. Il greco ottiene così il diritto di affrontare Djokovic nella finale del Mutua Madrid Open ma non riesce a ripetersi e il serbo può tornare al successo dopo un periodo non esattamente felice sul piano dei risultati e delle prestazioni.

 

A Roma, i primi due del mondo si affrontano per la 54esima volta in carriera (di cui ben 26 in una finale) con in palio il 1000 del Foro Italico e a prevalere questa volta è Nadal, in tre set.

Rafael Nadal – Roma 2019

La sfida potrebbe riproporsi al Roland Garros ma il serbo si ferma al penultimo ostacolo, nella fattispecie il sempre più intraprendente austriaco Dominic Thiem che lo batte 7-5 al quinto in un incontro sospeso più volte per pioggia. Campione in carica nei tre major precedenti, Nole sognava di approdare all’ultimo atto e magari ripetere quanto riuscì a fare a cavallo tra il 2015 e il 2016, ovvero detenere i quattro titoli contemporaneamente, ma Thiem è in costante ascesa e la terra rossa è ancora la sua superficie preferita. Il serbo continua a guadagnare punti in classifica e, dopo Parigi, ne ha quasi 5000 più di Nadal.

I due si danno appuntamento a Wimbledon ma rischiano entrambi di finire in pasto al vecchio leone Roger Federer. Lo svizzero regola Nadal in semifinale e due giorni dopo arriva due volte consecutive a un solo punto dalla vittoria con Djokovic; il serbo si salva prima con una risposta e poi con un passante e, vincendo tre tie-break (il terzo sul 12-12 al quinto set, come vuole il nuovo regolamento dei Championships), si conferma campione per lo sconforto dei tifosi di Federer. Nell’estate americana, invece, i primi due non si incrociano perché Nadal si impone alla Rogers Cup di Montreal mentre Djokovic salta il Canada e gioca a Cincinnati, dove però viene fermato in semifinale da Medvedev. Il russo, con il suo tennis fuori dai consueti canoni stilistici, sta vivendo una grande estate e si presenta a New York con il biglietto da visita di tre finali consecutive (Washington, Montreal e Cincinnati), che diventano quattro proprio agli US Open, in cui emerge nella parte alta del tabellone, lasciata sguarnita proprio dal numero uno del mondo, costretto al ritiro al quarto turno contro Stan Wawrinka.

Condizionato da una spalla malandata, il serbo perde i primi due set e all’inizio del terzo lascia il campo. Ci sono concrete possibilità che il 2019 di Djokovic sia finito e invece, molto più rapidamente del previsto, il numero uno rientra nel circuito a Tokyo e alza il 76° titolo in carriera, il primo in Giappone. Nel rush finale della stagione, sono sempre le cambiali in scadenza a fare la differenza. Di queste, Djokovic ha il portafoglio pieno mentre Nadal non ne ha nemmeno una, dato che l’anno prima di questi tempi era già in vacanza. Così, per il serbo i 1140 punti di vantaggio dopo Tokyo non sono molti e 820 li lascia a Shanghai, dove Tsitsipas lo batte nei quarti e gli impedisce di difendere il titolo conquistato l’anno precedente.

Di ritorno da una lunga sosta, durante la quale si è anche sposato, Rafael Nadal rientra a Parigi-Bercy già sapendo che al termine del torneo diventerà nuovamente il numero uno del mondo. Questo succede perché i punti totalizzati alle ATP Finals del 2018 vengono sottratti in anticipo e quindi Djokovic, pur facendo suo l’ultimo 1000 stagionale senza cedere nemmeno un set, scende comunque a 8945 e viene superato dallo spagnolo, che a Bercy vince tre incontri prima di dare forfait. Al primo incontro da leader, Nadal rimedia una severa lezione con Zverev a Londra (6-2 6-4) e la sconfitta gli costa la qualificazione alle semifinali ma Djokovic fa peggio di lui (fuori nel girone) e vanifica l’ultima possibilità di un sorpasso in extremis. Per festeggiare al meglio, Nadal trascina la sua nazionale alla conquista della Davis Cup nel nuovo format disputato dentro la Caja Magica di Madrid; il mancino di Manacor non perde nemmeno un set sul duro indoor e chiude la stagione con cinque vittorie e le mani sull’insalatiera d’argento.

Rafa Nadal – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Mateo Villalba / Kosmos Tennis)

A pagina due, Djokovic chiude in vetta il 2020 e la storia finisce. Per ora…

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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