Perché ci sono pochi allenatori donna?

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Perché ci sono pochi allenatori donna?

Laura Vallverdu, Direttore Associato per il Player Development alla Miami Beach Tennis Academy ed ex-coach presso la University of Miami, ha affrontato il tema per Racquet Magazine

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Amelie Mauresmo - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Qui il link all’articolo originale

Come coach, enfatizzo sempre il valore dello sforzo e dell’impegno per le mie giocatrici, sia che le cose vadano bene sia che vadano male. Nel nostro mestiere, i continui alti e bassi richiedono pazienza e le capacità di ascoltare le tue giocatrici, di analizzare la situazione, e di approntare cambiamenti opportuni per costruire migliori risultati in futuro.

Quest’anno, la pandemia ha messo alla prova il mondo del tennis, imponendo uno stop improvviso al modo in cui solitamente portiamo avanti l’attività ma anche un risveglio all’interno delle organizzazioni sportive, che ora sono alle prese con il cambiamento e stanno sperimentando alcune strategie per proseguire in modo migliore. Tra i tanti cambiamenti attualmente in discussione c’è quella su un potenziale rafforzamento dei rapporti tra la WTA e la ATP per lavorare su un fronte unito.

 

È proprio ora che questo accada. Come ex-giocatrice, sia come junior che come professionista, ho sperimentato il tennis a diversi livelli, e con essi diversi gradi di parità tra uomini e donne. È da quando ho iniziato la mia carriera come coach, sin dal 2013 come capo allenatrice della squadra di tennis dell’Università di Miami, che sono curiosa di capire perché la demografia dei coach non sia rappresentativa della popolazione che gioca a tennis sia a livello amatoriale che professionistico. Non solo: perché il tennis, un gioco perfettamente egalitario riguardo i sessi, e che è storicamente più avanti di altri sport in termini di parità tra i generi, non ha più donne coach ad alti livelli?

Ovviamente, le cose hanno iniziato a cambiare nel 2014, quando l’allora N.2 ATP Andy Murray sparigliò le carte puntando su Amelie Mauresmo, due volte campionessa Slam, come suo coach. Tempo dopo, Anabel Medina Garrigues guidò Jelena Ostapenko al Roland Garros 2017, causando una proliferazione di ex-giocatrici di primo livello WTA nel ruolo di coach delle migliori tenniste: Rennae Stubbs e Conchita Martinez con Karolina Pliskova; Lindsay Davenport con Madison Keys; Sandra Zaniewski con Petra Martic; Biljana Veselinovic e Nicole Pratt con Daria Gavrilova; e così via.

Ma nonostante questo, alla fine del 2018 appena l’otto percento delle Top 100 lavoravano con coach donne. Nonostante alcune partnership di alto profilo – Conchita Martinez che si è unita a Garbine Muguruza un anno fa, Lucas Pouille che ha scelto Amelie Mauresmo, e Denis Istomin allenato dalla madre, Klaudiya Istomina – il tennis non è ancora riuscito a rendere questo fenomeno la normalità, soprattutto se paragonato a realtà come quella della NFL, che ha accresciuto la presenza di donne nelle posizioni di leader di alto livello da quando nel 2015 Jen Welter fece la storia diventando la prima capo-allenatrice di sempre.

Garbine Muguruza e Conchita Martinez – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

La NFL ha lavorato duramente per aumentare il numero dei coach femminili, con 16 donne ufficialmente assunte al momento. Sam Rapoport, il direttore dello sviluppo NFL, ha spiegato a ESPN nell’aprile 2019 che questo sforzo è solo “una goccia nell’oceano, e ci fa capire quale potrebbe essere il futuro”. Ha continuato dicendo che “il piano dei prossimi 10 anni è normalizzare la presenza delle donne a bordocampo nel football. Per noi la prima volta di una donna come coach o come manager non è una notizia su cui concentrarsi. Vogliamo normalizzare la cosa in modo da smettere di parlarne”.

Durante la pandemia, visto il dibattito sulla fusione tra ATP e WTA, la curiosità mi ha spinto ad approfondire questo tema. Ho quindi parlato con Nicolas Pereira, mio amico da sempre, che ha giocato nel circuito ATP, è diventato un commentatore per ESPN nel 2000, e ora lavora come analista per Tennis Channel. “Se abbiamo imparato qualcosa da questa pandemia, è il fatto che il tennis nel suo insieme dovrebbe essere unificato, ha detto. “Se donne e uomini gravitassero negli stessi luoghi con una potenziale fusione tra i due organi, penso che ci sarebbe decisamente una maggiore possibilità di aumentare il numero dei coach femminili nel nostro sport”. Ha poi proseguito: Se ci fossero più eventi combined, sarebbe più facile attrarre pubblicità e sponsor, perché avrebbero decisamente più appeal presso i clienti. E ci sarebbe maggior possibilità che le donne venissero maggiormente considerate in ogni posto di lavoro nell’industria del tennis”.

Nel corso degli anni, vari fattori (calendario compresso, problemi di percezione da parte del pubblico, difficoltà finanziarie, mancanza di inclusione e potenziali interruzioni dell’attività causa gravidanza) hanno scoraggiato le giocatrici dal diventare coach. Rennae Stubbs, un’ex-giocatrice australiana, coach d’élite e commentatrice a tempo pieno per ESPN, quando interpellata sul tema ha risposto molto volentieri.

“Prima di tutto, non c’è dubbio sul fatto che molte ex-tenniste abbiano messo su famiglia una volta smesso di giocare e che questo abbia impedito loro di diventare coach. Non tutte possono permettersi di portarsi dietro la famiglia nei viaggi. In secondo luogo, alcune giocatrici cercano un coach uomo per la maggior forza che imprime alla palla negli allenamenti. Insomma, cercano uomini per fare sia da coach che da sparring. Secondo me non è facile rivestire entrambi i ruoli allo stesso tempo: alcuni coach ci riescono, ma questa è sicuramente una variabile. Inoltre, il fatto di assumere un coach donna è vissuto come un rischio da molti. Ma penso che più questo sarà fatto, più continuerà a succedere”.

Rennae ha concluso così: Ha un valore il fatto che le donne coach abbiano un approccio più realista e più onesto con le giocatrici. In molti casi, le coach possono capirle meglio. Ti faccio un esempio: con Genie Bouchard [la giocatrice che attualmente Stubbs allena, ndr], quando c’è un problema sono la prima a dirle: parliamone. In questo le donne possono avere un rapporto più diretto. Nel mio caso, io ero una giocatrice molto emotiva e quindi posso immedesimarmi nel suo vissuto. Genie è una delle atlete più famose in Canada; da questo deriva una grande pressione, e qualcuno che non ha voglia di immergersi mani e piedi in questo problema non riuscirà ad attingere da lei il massimo del potenziale”.

Che ci sia un lato positivo nella pandemia, visto che ha costretto i due organi di governo del tennis a pensare a una potenziale unione? In questo sport, il fatto che l’ATP abbia fatto lo sforzo di condividere la luce dei riflettori con la WTA riconoscendo l’apporto delle donne ha fatto apparire una luce in fondo al tunnel e ha fornito loro una concreta apertura affinché si sentano più incluse ed accettate.

Il dibattito sul tema è sempre partito dal presupposto che uomini e donne possano lavorare assieme, senza che un sesso prevalga sull’altro. Si è iniziato a parlare di questo quando nel 2014 Andy Murray ha fatto da guida e ha smosso le opinioni nella comunità del tennis, e da allora se ne è parlato sempre di più. Flash forward al 2020, quando i temi dell’inclusione, del dare il giusto valore a ciascuno, dell’avere sensibilità e dell’avere correttezza sono concetti che occupano le prime pagine dei giornali. Questo spirito è stato giustamente traslato anche nel mondo del tennis.

Traduzione a cura di Gianluca Sartori

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Paganini, il trainer di Federer: “Se Roger non avesse avuto pazienza, si sarebbe ritirato molto tempo fa”

Bella intervista del preparatore atletico del campione svizzero al Tages Anzeiger. I muscoli di Federer “erano meno tonici rispetto allo stop del 2016. La sua passione mi sorprende ancora”

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Manca poco più di una settimana al rientro in campo di Roger Federer, dopo oltre un anno dall’ultima apparizione in un match ufficiale. C’è grande interesse non solo per rivedere i suoi colpi su un campo da tennis, ma anche per avere delle risposte ai tanti interrogativi che aleggiano attorno allo svizzero: che Federer vedremo in campo? Sarà pronto atleticamente per giocare diverse partite di seguito? Potrò giocarsi le sue carte anche nei grandi tornei? Ha provato a dare delle anticipazioni Pierre Paganini, il preparatore atletico di Roger da ormai tanti anni. Paganini ha rilasciato una lunga intervista al Tages Anzeiger, in cui ha parlato del recupero dal doppio intervento al ginocchio del 2020 e delle prospettive che il 39enne Federer può porsi.

Innanzitutto, si riparte dal torneo di Doha, che l’ex numero uno mondiale ha vinto in tre occasioni: “Roger gioca solo quando sa di poter giocare bene” ha affermato il suo preparatore atletico. Ora dobbiamo vedere come reagisce il suo corpo. È importante proteggerlo. È già una grande vittoria poter tornare in campo e poter dire ‘Sto bene, non vedo l’ora che arrivi la prossima partita’. Al momento è sicuro che giocherà a Doha, poi vedremo se giocherà anche Dubai. Valuteremo gli sforzi e la reazione del suo corpo dopo i primi incontri”.

“Ci è voluta una pazienza incredibile per arrivare a questo punto” ha detto Paganini, arrivato assieme a Roger al termine del lavoro di riabilitazione e di potenziamento fisico. “È folle pensare quanto è stato lungo il percorso. In termini di forza è tornato al livello pre-infortunio. Il tennis però non è uno sport di forza, ma di resistenza ai continui stimoli di reattività. Stiamo lavorando molto sulla velocità: sarà un punto importante. Ora si sta allenando normalmente. Se lo vedessi diresti che non è infortunato e sta bene. Ma non bisogna dimenticare che solo quando tutte le tappe del recupero sono complete si riacquista anche la reattività. Questo nel tennis è molto importante e ci stiamo lavorando da tanto tempo. Solo allora puoi vedere se il puzzle è completo, in tutte le sue componenti: ora è lì che ci troviamo”.

 

Se nel 2016 Roger si infortunò al ginocchio sinistro (mentre faceva il bagno alle gemelle, a detta sua), stavolta ha dovuto risolvere le problematiche del ginocchio destro. Paganini ha dato il suo parere: “Non do mai informazioni sulle questioni mediche. Posso dire che se un problema esiste da diversi anni, è chiaro che il recupero sarà più complicato. Questo ginocchio gli dava problemi da diversi anni, ma riusciva a tenerli sotto controllo, con una programmazione adeguata ed esercizi specifici. Il processo è stato lento per non rischiare delle battute d’arresto. C’è stato bisogno di una seconda operazione perché l’articolazione era sovraccarica. È avvenuta nello stesso punto della prima e questo spiega il perché della totale inattività del periodo ampio con diverse fasi per iniziare la riabilitazione. Il ginocchio era particolarmente fragile dopo due operazioni. Adesso siamo nel punto finale del percorso, ma ci stiamo ancora lavorando”.

Pensare a Federer che rientra in campo dopo un infortunio al ginocchio non può che fare tornare in mente la magica cavalcata dell’Australian Open 2017, vinto in finale contro Nadal. Secondo Paganini, il fisico di Roger ora è in una posizione diversa rispetto a quel periodo: La grande differenza rispetto alla situazione vissuta nel 2016 è che quando si è fermato dopo Wimbledon nel 2016, i suoi muscoli erano sempre tonici. Ora abbiamo avuto una pausa totale in cui i muscoli si sono notevolmente deteriorati. È passato molto tempo tra la prima operazione e il periodo di luglio, quando avevamo stabilito che avremmo potuto ricominciare a lavorare gradualmente. I suoi muscoli non erano più nelle stesse condizioni e non potevano sopportare certi carichi di lavoro, c’era bisogno di più tempo. Quando abbiamo ripreso a lavorare, serviva farlo in modo graduale, in modo che il corpo impari a mantenere le ripetizioni a una certa intensità; poi devi fermarti e vedere come reagisce il corpo. Verso l’inizio di ottobre, siamo partiti dal livello più basso. È stata una lunga strada da percorrere”.

Una lunga strada da percorrere, che appare però più corta se si ama ciò che si fa: “Io stesso sono sorpreso dalla sua passione, a volte mi chiedo: perché
continua a farlo? È un fenomeno, non c’è molto altro da aggiungere. Quando abbiamo fatto la prima sessione di esercizi ha saltato il primo che gli abbiamo messo davanti con una certa titubanza, ma poi ha visto che andava tutto bene ed è diventato euforico, era davvero orgoglioso di averlo saltato. Quando vedi le emozioni spontanee che ancora prova per le cose più semplici, ti fa sentire giovane, è pieno di vita”.

Ma per quanto tempo ancora vedremo in campo Re Roger, prima che appenda la racchetta al chiodo? Quando deciderà di fermarsi, si fermerà. Certo, c’è un limite. Si sta allenando molto duramente in questo momento perché vuoi sapere dov’è questo limite. È Roger Federer che lo decide, non io. Stiamo parlando di una persona incredibile. Ciò che viene spesso sottovalutata è la sua pazienza. Senza questa pazienza, il suo ritiro sarebbe arrivato molto tempo fa. Quando ha deciso di operarsi ha scelto un percorso che avrebbe richiesto diversi mesi puntando a tornare, non a dire addio. I suoi piani per il 2022? Ottima domanda… Posso dire che abbiamo sempre un piano A e un piano B. Ma abbiamo ancora pochissime risposte ad alcune domande emerse durante gli allenamenti. Abbiamo bisogno di maggiori informazioni prima di sapere in quale direzione sta andando il programma e solo provando in campo avremo queste risposte. È presto per pensare a lungo termine”.

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Montepremi giù, Isner non ci sta: “Perché noi dobbiamo guadagnare di meno e i dirigenti no?”

Lo statunitense critica la mancanza di trasparenza da parte dei tornei

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John Isner - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

All’inizio della settimana è stato annunciato che il prize money del Masters 1000/Premier Mandatory di Miami (il primo della stagione in virtù del rinvio di Indian Wells) verrà decurtato del 60 percento. Si tratta di una notizia particolarmente fosca per i giocatori, perché Miami è uno dei tornei più redditizi per chi sta fra la cinquantesima e la centesima posizione del ranking assieme agli Slam e ad Indian Wells, visto il tabellone combined da 96 giocatori ciascuno.

Sarà anche la prima volta dall’inizio della pandemia che i guadagni degli atleti verranno ridotti in maniera sensibile anche per chi perderà nei primi turni in un torneo di questa dimensione che si sia effettivamente svolto (al Roland Garros il montepremi era sensibilmente inferiore nel complesso, ma più alto per gli sconfitti delle qualificazioni e del primo turno): da 16.400 a 10.000 dollari per i perdenti al primo turno, da 26.400 a 16.009 per chi si ferma al secondo. Certo, è vero che la decrescita sarà relativamente inferiore rispetto a quella patita da chi arriverà in fondo, ma stiamo parlando di guadagni reali per giocatori di media classifica, giocatori per i quali ogni tipo di taglio  può essere un problema. Un taglio così drastico è dovuto alla seguente formula legata alla presenza del pubblico in situ:

Visto che il torneo di Miami avrà un accesso (al massimo) del 20 percento, l’aggiustamento sarà al 40 percento del prize money, ed è probabile che questa diventerà la norma fino a giugno, come confermato da Herwig Straka (manager di Dominic Thiem e membro del Board ATP) al Tiroler Tageszeitung: “I tornei si giocheranno, il calendario maschile dovrebbe essere consolidato. Il pubblico tornerà solo a giugno probabilmente, fino al Roland Garros la situazione appare negativa”.

 

La specificazione di Straka sulla relativa salute del tennis maschile è confermata da questo confronto fra il numero di tornei che stanno garantendo la soglia minima di 25.000 dollari per i rispettivi montepremi:

I tornei maschili a rimanere sopra la suddetta soglia sono stati 52 finora, contro 30 per il circuito femminile.

LE CRITICHE DI ISNER

In questo frangente, John Isner è quello che si è fatto sentire di più. Ex-membro del Players Council e ora affiliato con la PTPA di Djokovic e Pospisil, lo statunitense è particolarmente affezionato al Miami Open, dove ha conquistato il titolo più importante della propria carriera nel 2018 e raggiunto la finale anche nell’edizione successiva. In un thread pubblicato su Twitter, Long John ha parlato di un “broken system” in riferimento all’ATP:

“Giocatori e tornei dovrebbero lavorare insieme come ‘partner’, ma un taglio del 60 percento del montepremi totale e dell’80 per i vincitori non è una partnership, perché parliamo di uno dei più grandi eventi del circuito. I guadagni dai diritti TV, dalla distribuzione dati, dagli sponsor e dal nuovo accordo sulle scommesse rimarranno identici”, ha scritto, per poi aggiungere nel tweet successivo: “Perché non verificare ufficialmente quanto stiano soffrendo i tornei? In questo modo si potrebbe rivedere il montepremi proporzionalmente ai loro guadagni. Non ha senso che i tornei più importanti non abbiano questo tipo di scrutinio”.

Infine, Isner ha ribadito la mancanza di trasparenza vigente nel tennis e ha concluso: “I promoter dei tornei possono monetizzare i loro asset all’infinito, mentre i giocatori hanno solo qualche anno per massimizzare il proprio talento. Questo è il motivo per cui il sistema è rotto, soprattutto quando i giocatori devono subire tagli dei montepremi del 60 e dell’80 percento mentre i dirigenti continuano a guadagnare le stesse cifre“.

Le sue parole su Miami sono state supportate dal connazionale Reilly Opelka, il quale ha chiosato affermando che se riuscirò a non perdere soldi vorrà dire che sarà stata una grande settimana per me!.

Isner ha dunque risollevato diverse questioni che hanno dominato la conversazione sindacale nel tennis degli ultimi anni (decenni?). Le due tematiche andrebbero però separate: da un lato, sembra abbastanza logico che ci dovrebbe essere maggiore trasparenza da parte dei tornei su quali siano i loro reali guadagni, argomento che Pospisil ha sottolineato più volte quando ha spiegato l’idea dietro alla PTPA. In un’associazione in cui i tornei sono sotto la stessa egida e i giocatori hanno teoricamente il 50 percento del potere decisionale, non dovrebbero esserci particolari dubbi sulla necessità di maggiore trasparenza, e, nonostante il tennis non sia mai stato inappuntabile da questo punto di vista, c’è da augurarsi che qualcosa possa cambiare nei prossimi anni.

Anche quella degli stipendi dei dirigenti è una problematica citata frequentemente (da Opelka stesso e da Simon): è vero che il lavoro degli amministratori del gioco non è diminuito durante i mesi più difficili (il contrario, probabilmente), ma allo stesso tempo non è un bel segnale non decurtare i propri guadagni in un periodo di tagli in ogni altro settore. D’altro canto, tuttavia, si potrebbero sollevare dei dubbi sull’associazione/allusione fatta dall’americano fra mancanza di trasparenza e montepremi troppo bassi (in particolare per un torneo come il Miami Open per il quale Stephen Ross, proprietario dei Miami Dolphins della NFL e di IMG, avrebbe già investito oltre 550 milioni di dollari per rinnovare l’Hard Rock Stadium e altri 60 abbondanti per portarvi il torneo di tennis).

In tempi ordinari, è possibile (o anche qualcosa più di possibile) che la redistribuzione dei guadagni non sia favorevole ai giocatori, ma questi non sono tempi ordinari, e altri giocatori si dicono più dubbiosi sul fatto che i tornei siano in grado di pagare di più al momento. Il membro del Players Council Kevin Anderson, in particolare, aveva spiegato: “Ovviamente capiamo che la fonte guadagno principale dei tornei sia la presenza degli sponsor sul posto più che quella dei fan. Nel momento in cui non ci sono gli sponsor, gli incassi scendono. […] Da quello che so, diversi eventi sono in rosso, quindi credo che i giocatori dovrebbero capire e accettare di guadagnare cifre più basse. Credo che il sistema di aggiustamento legato al numero di persone presenti sia un buon sistema. […] Ovviamente non è la situazione ideale, ma credo che sia necessario far sì che i tornei si possano svolgere”.

Uno degli utenti che hanno commentato il thread di Isner ha suggerito che si potrebbero usare degli ologrammi per aumentare il numero degli sponsor visibili sul campo, ovviando così alla loro assenza sul posto, una proposta molto interessante (già adottata dalla NBA nella bolla di Orlando) che però necessiterebbe della presenza della domanda da parte di sponsor con la disponibilità economica per produrre contenuti di questo tipo. In sintesi, quindi, Isner ha sicuramente ragione quando parla dell’opacità del sistema tennis e della redistribuzione dei guadagni, ma forse il momento storico non è dei più adatti, perché finché i due tour non saranno tornati alla normalità non c’è garanzia che ci sia abbastanza da redistribuire.

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WTA

Swiatek e Bencic in finale al WTA di Adelaide

La polacca regola in due comodi Jil Teichmann, Belinda emerge da una lotta di quasi tre ore con Coco Gauff

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Belinda Bencic - WTA Adelaide 2021 (via Twitter, @WTA_insider)

Sarà una bella partita, l’ultima partita dell’estate australe. Il match conclusivo della stagione down under sarà quello tra Iga Swiatek e Belinda Bencic, che si contenderanno il titolo di Adelaide nella nottata italiana di domani. Stesso risultato, per Iga e Belinda, ma percorsi quanto mai diversi per raggiungerlo: la polacca ha avuto vita piuttosto facile nello sbarazzarsi in due set della mancina svizzera Jil Teichmann; la svizzera più famosa, invece, ha avuto bisogno di quasi tre ore per emergere vincitrice dalla furibonda lotta cui è stata obbligata da Coco Gauff, sempre più vogliosa di lanciarsi a folle velocità sulla rampa di lancio.

Swiatek ancora una volta non è parsa affatto a disagio nei panni della favorita: vinto il primo set grazie al solitario break del quarto gioco, la polacca ha dovuto tribolare maggiormente nella seconda frazione per colpa di un paio di game da dieci minuti l’uno nella fase centrale. Poco male, comunque: Iga giocherà la terza finale in vita sua, e il tutto ha il sapore dell’antipasto stagionale. “Sono arrivata in fondo poche volte nella mia carriera – ha dichiarato Swiatek in conferenza -, ma tempo al tempo. L’obiettivo per l’annata? Essere solida, concentrata, e giocare più finali, ovviamente“. L’ostacolo di giornata, in apparenza semplice solo per chi guarda poco tennis, è stato saltato con sicurezza. “Ma non è stato facile, all’inizio ho dovuto adattarmi, succede sempre quando affronti una mancina che serve con molto spin, ma ne sono uscita bene direi“. Concordiamo.

In finale sarà ancora Svizzera, stavolta rappresentata da Belinda Bencic. L’ex stellina da Flawil ha dovuto sudare qualche camicia in più per accedere al ballo finale, ma del resto l’avversaria aveva un pedigree prestigioso. Giunta tra le ultime quattro partendo dalle qualificazioni e dopo essere sopravvissuta a quattro match al terzo consecutivi, Gauff ha offerto la resistenza più feroce per meritarsi la seconda finale della carriera, ma il serbatoio le si è svuotato all’improvviso, sul rettilineo conclusivo. Prima, il match si era conquistato una posizione di rilievo tra i migliori dell’anno. Subito avanti tre a zero, Gauff non è riuscita a difendere il vantaggio accumulato nel primo set finendo per perderlo al tie break, e la mazzata ha prodotto conseguenze nefaste in avvio di secondo.

 

La fenomenale teenager, esibendo la solita grinta da fuoriserie, ha però reso la pariglia alla rivale, rimontando dal tre a cinque con tanto di match point annullato sul cinque-quattro, prima di vincere il tie break spazzolando le righe con il ragguardevole dritto. Nel terzo, solo Bencic, ma la tigna mostrata lungo tutta la furibonda settimana rappresenta un’altra tacca di non poco conto nel curriculum della star in pectore.

Sapevo che avrei trovato un’avversaria difficile – ha fatto sapere Bencic ai giornalisti – ma sono contenta di come ho giocato. Mi sono allenata duramente nelle ultime due settimane per ritrovare la condizione dopo la quarantena, e i risultati incominciano a vedersi. All’Australian Open non avevo fiducia, avevo perso gli automatismi, dovevo continuamente pensare a ciò che dovevo fare togliendo tempo alla strategia. Non ero lucida quando dovevo prendere le decisioni utili a contrastare le avversarie. Il mio gioco è molto fisico, non posso vincere tirando venti ace e altrettanti vincenti. Devo stare bene per giocare bene e adesso, finalmente, mi sento in forma“.

Finale aperta, dunque? “La favorita è Iga, non penso ci siano dubbi a riguardo“. Mani posizionate un po’ troppo avanti al corpo, ci permettiamo: una finale è una finale, nonostante la gran forma di una ragazza che a fine 2021 dovrebbe avere una classifica a una cifra sola.

Il tabellone completo di Adelaide

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