Italian Open a Melbourne. Trevisan: "Mi sento cresciuta e voglio restare nella Top 100" (Mastroluca). Avanguardia Italia (Azzolini). Sinner vince ma va in salita (Bertellino). Dall'Australia a Torino. Tennis, l'anno dell'Italia in cerca di superstar (Semeraro). Venus Williams è ancora qui (Mecca). Alla conquista di Melbourne (Crivelli)

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Italian Open a Melbourne. Trevisan: “Mi sento cresciuta e voglio restare nella Top 100” (Mastroluca). Avanguardia Italia (Azzolini). Sinner vince ma va in salita (Bertellino). Dall’Australia a Torino. Tennis, l’anno dell’Italia in cerca di superstar (Semeraro). Venus Williams è ancora qui (Mecca). Alla conquista di Melbourne (Crivelli)

La rassegna stampa del 6 febbraio 2021

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Italian Open a Melbourne (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

L’Australian Open non è mai stato cosi azzurro. Non c’entra il colore dei campi di Melbourne Park, ma il numero degli azzurri in tabellone. Ben 14 gli italiani al via, 9 uomini e 5 donne, in singolare: un record nello Slam Down Under, comprese le teste di serie Matteo Berrettini (9), Fabio Fognini (16) e Lorenzo Sonego (31). SI NNE R SHOW? La sfida che tutti aspettano, il primo turno più affascinante tra tutti quelli emersi dal sorteggio, mette di fronte Jannik Sinner; numero 36 del mondo, e il canadese Denis Shapovalov, numero 12, mancino dal tennis esplosivo quanto imprevedibile. […] L’azzurro ha ormai una certa abitudine agli esordi deluxe negli Slam, avendo tolto un set a Stan Wawrinka al debutto in un major allo US Open 2019, e dominato David Goffin al Roland Garros l’anno scorso. BERRETTINI E FOGNINI. Non è andata benissimo nemmeno a Berrettini. Il numero 1 azzurro, scintillante nei primi due match in ATP Cup, sfiderà per la prima volta Kevin Anderson, sudafricano in top-10 un anno e mezzo fa con due finali Slam alle spalle. Servizio e risposta decideranno prevedibilmente l’esito del match, inserito nell’ottavo di finale di Stefanos Tsitsipas, nel quarto di Rafa Nadal. SONEGO E GLI ALTRI. Prima volta anche per Fabio Fognini contro il francese Pierre-Hugues Herbert, mai andato oltre il terzo turno a Melbourne. […] Sonego, che non era mai stato testa di serie in uno Slam, debutterà contro Sam Querrey, statunitense numero 51 del mondo. Il 25enne torinese sa cosa serve per vincere: servire e rispondere bene, prendere presto il controllo dello scambio. Stefano Travaglia, che ha festeggiato la prima semifinale ATP nel torneo “Melbourne 1”, esordirà contro Frances Tiafoe, che ha raggiunto i quarti all’Australian Open due anni fa. Chi vince affronterà, con ogni probabilità, Novak Djokovic. Teoricamente più facili i primi turni di Gianluca Mager (numero 96) contro il russo Asian Karatsev, al debutto in singolare in un major, di Salvatore Caruso (n.76) contro il qualificato svizzero Henri Laaksonen (n.136). Il siciliano potrebbe vincere la sua prima partita nel main draw dell’Australian Open. Marco Cecchinato sfiderà lo statunitense Mackenzie McDonald (n.194). Infine Andreas Seppi, quattro volte negli ottavi a Melbourne, inizierà il percorso nel suo 62° Slam consecutivo contro un altro veterano, l’uniguayano Pablo Cuevas, protagonista della quarantena con i suoi simpatici video sui social. LE DONNE. Nel tabellone fernminile, le cinque azzurre non possono dirsi proprio fortunate. Soprattutto Jasmine Paolini, numero 97 del mondo, che a Melbourne non ha mai vinto. Per cancellare lo zero dovrà compiere l’impresa contro Karolina Pliskova, numero 6 del mondo, per otto settimane in vetta al ranking, semifinalista qui un anno fa. Martina Trevisan (n.86) debutta contro la russa Ekaterina Alexandrova (29a testa di serie) che ha lasciato tre game a Simona Halep al Gippsland Trophy, uno dei tre tornei WTA in programma a Melbourne Park questa settimana. La testa di serie numero 30, la cinese Qiang Wang, sarà invece la prima avversaria di Sara Errani che torna all’Australian Open per la prima volta dal 2017. Elisabetta Cocciaretto (n.132) sfiderà la tedesca Mona Barthel, scesa al numero 233 e iscritta con il ranking protetto come la kazaka Yamslava Shvedova, rientrata nel tour dopo tre anni, opposta al primo turno a Camila Giorgi. Questa settimana, la numero 1 azzurra si è ritirata durante la sfida di secondo turno contro Sofia Kenin. La sua condizione appare l’unico punto interrogativo per l’esito del match

Trevisan: “Mi sento cresciuta e voglio restare nella Top100” (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

 

Un anno dopo il suo esordio In uno Slam, Martina Trevisan torna a Melbourne da top 100. Il suo secondo Australian Open inizierà contro la russa Alexandrova, che al Gippsland Trophy di questa settimana (WTA 500 Melbourne 2) ha battuto la campionessa del Roland Garros Iga Swiatek e dominato Simona Halep. «Non sarà un match facile. Nei tabelloni degli Slam puoi avere più o meno fortuna, ma devi giocare sempre tutte le partite. Preparerò il match come ogni altro incontro. So che ho davanti una giocatrice molto forte a cui questa superficie piace. Cercherò comunque di metterla in difficoltà», racconta durante una conferenza stampa organizzata via Zoom dalla Tbpseed, l’agenzia di management che la segue. ALEXANDROVA. Ha avuto modo di rivederla, spiega, anche in queste settimane. «La conoscevo da prima, all’anno scorso. Poi prenderò quello che viene, l’importante è dare sempre il massimo». Dall’Australian Open del 2020 è iniziata una nuova storia per Martina, che si è raccontata come una crisalide finalmente trasformata in farfalla in un celebre articolo-confessione su The Owl Post. Dopo l’addio diventato arrivederci al tennis, la sconfitta contro Sofia Kenin, che avrebbe vinto il suo primo major, le ha restituito il sorriso. Le ha ridato le ali per volare. A livello di tennis, dopo la sconfitta a gennaio contro Yulia Putintseva ad Abu Dhabi e la battaglia finita 7-6 al terzo a Melbourne contro Andrea Petkovic, «sento di aver bisogno di giocare e di vincere qualche partita – spiega – Già qui rispetto ad Abu Dhabi ho giocato meglio. Continuerò a impegnarmi e dare il massimo poi vedremo». LA SCOMMESSA DA VINCERE. [..] Nelle due settimane in cui e rimasta confinata in hotel, come da protocollo, «era tutto sempre sul filo del rasoio – racconta – Quando sono arrivate le notizie delle persone positive sugli aerei non è stato facile, speravi sempre che il tuo nome non fosse fra i passeggeri. Poi, una giocatrice è risultata positiva (la spagnola Paur la Badosa). È stato difficile, fmché non le vivi certe cose non si possono capire>. Anche questo accresce il bagaglio di espenenze che si porta dietro per il nuovo viaggio. «Sento che sono cresciuta tanto anche a livello personale. Affronto i tornei e le partite in maniera diversa e già questo credo che sia un passo avanti. Per me, questo è il primo anno da top- 100. So che ci posso stare, anche se sarà difficile – condude – ci sarà da lavorare tanto. Ma le scommesse mi piacciono, voglio riuscirci»

Avanguardia Italia (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] Lorenzo Sonego compare in video per “due chiacchiere” alla vigilia dell’Open australiano, sospinto da un manager che a queste cose ci tiene (e fa bene). È nella sua stanza d’albergo, alle spalle pensili di una cucina che più anonima non si può. Giorno di sorteggio per gli Open, l’Italia doveva stare sulle scatole a qualcuno, Berrettini (9) becca Anderson che tre stagioni fa furoreggiava a Wimbledon e agli US Open, Fognini (16) si consola con Herbert e si avvia a un derby di secondo turno con Caruso, Sinner cade dritto su Shapovalov(11). Lui, Lorenzo, per la prima volta testa di serie in uno Slam (la trentunesima), trova Sam Querrey, semifinalista a Wimbledon nel 2017, ora sceso al numero 51. Tipo strano, esperienza, errori grossolani e sassate di servizio… «Poteva andare meglio», il commento a denti stretti di Lore. «A Berrettini, a Sinner, e anche a me. Subito in campo con uno che ha esperienza e prende molto bene la rete, e che sul servizio si farà sentire. Mi gioco tutto sui miei turni di battuta, ma sarà indispensabile trovare subito il giusto feeling nelle risposte e farlo muovere per il possibile. Ma sono fiducioso – conclude – abbiamo tutti la possibilità di passare il primo turno». Impressioni down under. C’è stata qualche protesta, la folla australiana comprime e opprime più di altre. In compenso avrete il pubblico. Un po’, quantomeno. «Vero, non è facile vivere quindici giorni come ti dicono, non siamo abituati, e qui non vanno tanto per il sottile. Però fanno le cose per bene, tutto ha funzionato nei modi giusti, e alla fine ne siamo usciti. Ora la nostra vita sta riprendendo i colori di sempre. Possiamo allenarci e fare programmi. Il pubblico lo aspettiamo. E’ parte del tennis, dello sport. Ma già sappiamo chela stagione presenterà altre difficoltà. Questo virus non ce lo siamo ancora messo alle spalle, purtroppo. L’importante è che i tornei vadano tutti in porto, e che alla fine l’anno recuperi un aspetto abbastanza vicino alla normalità». II tuo primo impatto con il tennis però, non è stato molto positivo. «Per nulla. Ho perso in modo fesso con un giocatore (Jason Kubler, australiano; ndr) che avrei dovuto battere. Mi è riuscito poco o nulla. Ma io sono arrivato un po’ stralunato. Insomma, non ero io. Ora le cose vanno meglio, sento che la buona condizione sta tornando». Ti sei allenato con Lajovic, in queste giornate australiane. Prima però hai trascorso 15 giorni a Manacor, all’Accademia di Nadal. Sensazioni? «Lavorano con grande accuratezza, il posto è incantevole e trascorrere un po’ di tempo con Rafa ti fa sentire quanto grande possa essere la sua voglia di tennis e quanta concentrazione ponga nel lavoro di tutti giorni. E un grande insegnamento… C’erano anche altri giocatori, come Ruusuvuori e Aliassime. Un’esperienza da ripetere ogni anno». Un’occhiata ai colleghi italiani? Chi sta meglio? «Sto seguendo in tivù l’Atp Cup. Berrettini è impressionante. Letteralmente scatenato. È in uno di quei momenti in cui può mettere sotto chiunque. Bene anche Fognini, e Caruso. Qui a Melbourne stanno facendo benissimo Stefano Travaglia e Jannik Sinner, entrambi in semifinale. Jannik sta regolando tutti in due set, Steto ha fatto cose incredibili. Ha battuto gente come Hurkacz, come Bublik, cha battuto anche Sam Querrey, il mio prossimo avversarlo agli Open. Grandissimo lottatore, Travaglia Gli chiederò consigli…». Un tennis italiano su cui contare «Io ci conto. C’è grande voglia di fare bene. In tutti». Insomma, l’unica preoccupazione di Sonego resta il Torino. «Quella, sempre. Purtroppo». L’angola dei pronostici. II vincitore degli Open sarà? «Difficile non fare il nome di Djokovic. Sembra in forma, forse non ancora al massimo, ma questo è da sempre il suo torneo. Nadal ha qualche problema alla schiena, e ha saltato l’Atp Cup. In pratica non ha ancora giocato un match. Poi Medvedev, Zverev, Thiem. ll quadro alla vigilia, è questo».

Dall’Australia a Torino. Tennis, l’anno dell’Italia in cerca di superstar (Stefano Semeraro, La Stampa)

[..] Negli Australian Open che partiranno – meglio: dovrebbero partire… – lunedì, Matteo Berrettini corre per un ruolo da assoluto protagonista, Jannik Sinner per quello di consolidata sorpresa (ossimoro). Fabio Fognini cerca riscatto, Lorenzo Sonego è pronto per i riflettori, e comunque in totale di azzurri in scena ce ne saranno quattordici, nove nel maschile, cinque nel femminile, numeri da record per una trasferta nella terra di Oz (l’Australia per gli australiani), spalmati fra i 36 anni di Andreas Seppi e i venti appena di Sinner ed Elisabetta Cocciaretto. Il red carpet del resto nel 2021 lo srotoleremo in buona parte in casa, fra gli Internazionali al Foro a maggio, le Finali Next Gen a Milano, le Atp Finals, il vecchio Masters e una porzione di Coppa Davis a Torino a novembre. E tanto per gradire abbiamo due italiani – Andrea Gaudenzi presidente e Massimo Calvelli Ceo dell’Atp – piazzati in cabina di regia. Tutte le strade del tennis portano in Italia, e non solo a Roma. […] Melbourne non ci è mai stata troppo amica, è vero. Ci abbiamo vinto solo in doppio (Pennetta-Dulco, Errani-Vinci, Fognini-Bolelli) arrivando al massimo nei quarti in singolare, ma l’Aussie Open è una terra di grandi inizi – Djokovic è deflagrato qui nel 2008 – e di inattesi Italian job, colpacci all’italiana, vedi Seppi che nel 2015 secca sua Maestà Federer al terzo turno. Mescolando e agitando le due componenti potrebbe uscirne un cocktail ad alta gradazione azzurra. Berrettini nelle prime uscite in Atp Cup è sembrato quello 2019 edition, solido e percussivo ma con un paio di dosi di maturità in più. Sinner si è allenato per due settimane a contatto con l’infinita sapienza e la profondissima volontà di Rafa Nadal – uno dei tre grandi favoriti insieme con Djokovic e Thiem – e anche lui è partito in quarta, come pure Travaglia. Chissà che il terzo Slam sotto la bolla, con meno pubblico e meno pressione, non si addica anche ai destini diversi di Martina Trevisan, che abbiamo lasciato a un set dalle semifinali al Roland Garros, e Camila Giorgi, che prima o poi speriamo di trovare in prima pagina per un risultato memorabile, non solo per qualche scatto in lingerie. Su tutta la faccenda pesa l’allarme Covid di mercoledì, con i giocatori rimessi sotto chiave per una positività e la speranza che il governo non decida la serrata. Perché quest’anno il vero avversario del nostro tennis saranno soprattutto i sipari precoci, e le produzioni interrotte.

Venus Williams è ancora qui (Giorgia Mecca, Il Foglio)

Venus Williams ha intravisto la fine della sua carriera 1’11 settembre del 1999, durante la finale degli Us Open, l’ultimo Slam del vecchio millennio. Per la prima volta in tutta la sua vita, quel giorno, non è lei la protagonista del campo ma, seduta sugli spalti, è costretta a guardare, ad applaudire sua sorella, la sua sorellina, che sta per vincere contro la numero uno del mondo Martina Hingis e conquistare il primo Slam di casa Williams. Venus ha da poco compiuto diciannove anni, il suo tempo sta per finire. […] “Non c’è niente di peggio che arrivare per prima soltanto per vedere la tua versione in miniatura completare l’opera che tu avevi cominciato”, ha scritto Chris O’Connell in un articolo pubblicato sul magazine statunitense Racquet. Venus Williams è stata prima per nascita e per nient’altro. Dopo un anno di perfetta solitudine nel circuito, dopo mesi in cui al cognome Williams corrispondeva lei e soltanto lei, è arrivata Serena, a rubarle la scena, ad azzerare i paragoni, a strapparle in due la carriera. LUNEDÌ IN CAMPO AGLI AUSTRALIAN OPEN Perché Venus non vuole mollare. Guardando i numeri, si potrebbero considerare due sport diversi quello a cui giocano le due sorelle: come si fanno a mettere a confronto sette titoli del Grande Slam contro ventitré, 319 settimane da numero uno del mondo contro undici? Ma soprattutto, come si fa a non odiare tua sorella, la tua sorellina, quando l’8 luglio del 2002, ti toglie dalle mani il vassoio di Wimbledon, il primo posto del ranking e mese dopo mese dopo mese divora ogni tuo primato, come se nella vita si fosse data un unico obiettivo, comune a tutti i fratelli: “Se lei è forte io devo essere ancora più forte”. Non è una storia di tennis, è un dramma familiare, una congiura cominciata da Richard Williams, il padre padrone delle due sorelle che, per rendere ancora più insostenibile il fardello di doversi spartire il patrimonio genetico, l’affetto e le attenzioni dei propri genitori, un campo da tennis in cui o si vince o si perde e in ogni caso si è da soli, aveva dichiarato: “Venus è forte, Serena è la migliore”. Fine della discussione e fine della rivalità. Un ko definitivo, una sentenza senza appello. Con l’aggravante del legame di sangue. A mandarla al tappeto è stata sua sorella, la sua sorellina, la bambina capricciosa a cui Venus teneva sempre la mano, che non muoveva un passo senza il consenso dell’altra, che non dormiva senza averla vicina; la bambina orgogliosa che fino ai dieci anni camminava tra i circoli di tennis a testa alta, con un’unica consapevolezza, che bastava e avanzava, era la sorella di Venus Williams; e infine la bambina invidiosa che si ritrova a fare i conti con l’odio che prova per il sangue del suo sangue, un odio vergognoso e fisiologico, un odio che le ha permesso di mantenere la promessa del padre e di diventare la migliore. […] Venus Williams nel 2020 ha perso al primo turno in ogni torneo del Grande Slam: agli Australian Open contro Cori Gauff, sedici anni (ventiquattro in meno di lei); agli Us Open contro Karolina Muchova, classe 1996, e infine al Roland Garros contro Elina Sviolina, nata nel 1994, lo stesso anno in cui la tennista di Compton è diventata professionista. Si è presentata a Melbourne dicendo: “Guardate: sono ancora qui”. Numero ottanta al mondo, quarant’anni ancora per poco, ventotto anni di circuito sulle spalle, gli ultimi dei quali a ingoiare sconfitte e stringere la mano ad avversarie ogni volta più giovani, a complimentarsi con loro: “Continua cosi”, a sentirsi rispondere: “Brava lo stesso”. Se la carriera di Roger Federer sembra una piccola eternità in un mondo destinato ad avere vita brevissima, quella di Venus, molto meno celebrata e ricordata, dura da più tempo. È da un anno che si parla del quarantesimo compleanno Federer con il terrore, Venus quel traguardo lo ha già superato, senza gesti o dichiarazioni eclatanti: “Sono ancora qui”. Venus è arrivata prima, prima di Federer e prima di tutti gli altri giocatori presenti nel tabellone principale australiano. Era il 31 ottobre 1994 quando a quattordici anni, la giocatrice statunitense esordi nel mondo delle grandi. Indossava perline colorate tra i capelli, non sapeva che durante i cambi di campo bisognava stare seduti sulla propria sedia e non in piedi come i pugili a guardare l’avversaria in cagnesco, indossava una t-shirt oversize senza logo, suo padre non ne aveva ancora trovato uno, quando rideva lo faceva sguaiatamente, con la fiducia incrollabile dei quattordici anni. Lo aveva detto anche il New York Times, il suo futuro sarebbe roseo, sua sorella era ancora nascosta. Dopo il suo esordio, Pam Shriver, una delle più forti tenniste al mondo negli anni Ottanta disse: “Diamole tempo, potrà stare tra le top player per una quindicina di anni”. Si sbagliava. Sono passate quattro decadi, quarantanove trofei, mille partite e ottocento vittorie, cinque titoli a Wimbledon, una sorella che l’ha fatta a pezzi, una malattia da cui non si guarisce, la sindrome di Sjogren, una sconfitta dopo l’altra: “Guardate, sono ancora qui”.

Alla conquista di Melbourne (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Un’armata tricolore alla conquista di Melbourne. Nove italiani nel tabellone principale maschile (cui si aggiungono cinque ragazze in quello femminile) illustrano il momento magico del nostro tennis e le prime mosse sui campi di battaglia degli antipodi rinfocolano ambizioni di peso. Perché Berrettini e Fognini intanto ci hanno portato in semifinale nella Atp Cup (e nella notte hanno giocato contro la Spagna per un posto in finale), mentre Sinner e Travaglia sono semifinalisti nel Melbourne 1, uno dei due 250 di preparazione agli Australian Open (sono scesi in campo all’alba rispettivamente contro Khachanov e Monteiro). La fioritura contemporanea di giovani talenti, che si è legata agli ultimi fuochi della generazione Fognini, ha stimolato una corsa all’emulazione capace di trasformare il nostro movimento in una granitica certezza. Lo riconosce pure Berrettini, il nostro numero 1, che affronterà il primo Slam stagionale da testa di serie numero 10: «La nostra presenza così massiccia è qualcosa di cui dovremmo essere davvero orgogliosi. Tutti i giocatori sono davvero bravi ragazzi e ce ne sono altri in arrivo, penso a Musetti. È un ambiente davvero salutare, il gruppo è fantastico. Ci divertiamo quando riusciamo ad allenarci insieme, ci stiamo aiutando a vicenda per raggiungere gli obiettivi e penso sia davvero eccezionale». Computer maldestro […] Certo, il computer australiano poteva essere più benevolo, almeno per qualcuno dei nostri. Proprio Berrettini si troverà di fronte un doppio finalista Slam, Kevin Anderson (Us Open 2017 e Wimbledon 2018), sceso al numero 82 del mondo dopo una serie infinita di infortuni ma cannoniere assai pericoloso se la condizione lo sorregge. Poteva andare meglio. Il clou, non solo del sorteggio che coinvolge gli azzurri, ma probabilmente di tutto il primo turno, sarà la sfida (inedita) tra Sinner e Shapovalov. Un meraviglioso salto nel futuro, ma ormai anche nel presente: Jannik e Denis sono tra i più seri candidati a prendersi la scena per tutto il decennio. L’allievo di Riccardo Piatti ha sfiorato di tre posizioni un posto tra le teste di serie, e la fortuna non lo ha certo benedetto incrociandolo al talentuosissimo mancino canadese di radici russe, numero 11 del seeding; eppure non nasconde la sua eccitazione: «Sarà una partita esaltante, non vedo l’ora di giocare contro Denis. Lui, Kecmanovic, AugerAliassime e Alcaraz sono tutti giocatori in ascesa, e questo è un bene per il tennis. Ci vorrà tempo per superare Djokovic, Nadal e Federer, ma da dietro ci stiamo avvicinando». Nuova mentalità. Lo scorso anno Sinner restò al di sotto delle aspettative durante la stagione australiana, chiudendo con una vittoria (contro Purcell proprio al primo turno di Melbourne) e tre sconfitte: «Dopo aver vinto le Next Gen Finals ero venuto qui con la mentalità sbagliata, ma credo di essere migliorato molto nell’ultimo anno. Nel 2020 era la mia prima volta in Australia e la prima volta che giocavo uno Slam senza passare dalle qualificazioni, e certamente mi aspettavo di fare meglio; ora però ho capito che la cosa importante in questo sport non è giocare bene ma capire le situazioni della partita, sapere quando spingere e quando scambiare. Ho un grande team alle spalle, credo che alla fine la cosa più importante sia lavorare di giorno in giorno». E imparare, una delle sue qualità più brillanti: «Nel tennis, ti svegli e non sai mai come ti sentirai in campo. Questa è la parte divertente. Di sicuro, sono migliorato fisicamente e mentalmente. Anche i colpi stanno diventando più forti. Forse devo maturare un po’ per ridurre gratuiti, ma anche se sono giovane ho sempre scelto di mettermi in condizioni difficili. Ho giocato i Futures e ho perso molte partite al primo turno. Ma sono sempre rimasto lì, a lavorare per provare a vincere, anche quando ero molto stanco. Devi sempre fidarti del processo. Ci sono momenti difficili e M sono momenti belli e quando giochi le finali, va bene. Questo è ciò per cui lavori». Più morbido l’atterraggio di Fognini, che affronterà il francese Herbert e potrebbe trovare Caruso (sfida il qualificato Laaksonen): «Devo avere tanta pazienza perché mi sono sottoposto a due operazioni alle caviglie e praticamente ho perso un anno. Ora sono tranquillo. Gioco e giocherò ancora perché mi sento competitivo. Rosico ancora quando perdo, questa è la cosa positiva . Sono quasi alla fine della mia carriera e voglio godermi questi ultimi anni al meglio». Meno fortunato Sonego, che da ultima testa di serie ha pescato Querrey, sempre pericoloso sul cemento anche se declinante, mentre Seppi, al 62 Slam consecutivo, trova Cuevas. Gli altri match saranno Travaglia-Tiafoe, Mager-Karatsev e Cecchinato-McDonald. Per un’Italia forza nove.

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Ercoli)

La rassegna stampa di venerdì 5 agosto 2022

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Lorenzo Ercoli, Corriere dello Sport)

A ventisei anni stava per abbandonare il tennis, tre stagioni dopo incanta Umago con una semifinale e si porta a un passo dalla top 100 mondiale. Potrebbe sembrare la trama del sequel di “Match Point”, scritta e diretta da Woody Allen, ma è semplicemente la storia di Franco Agamenone. Il racconto del tennista italo-argentino, dal 2020 in campo con nazionalità italiana, inizia nel 1993 a Cordoba, ma ha dei marcati tratti tricolore. «C’è stato un periodo in cui facevo fatica ad entrare in campo e a ogni sconfitta crollavo mentalmente. Prima di trasferirmi in Italia avevo quasi smesso di crederci», raccontava qualche tempo fa l’attuale numero 108 del mondo, a inizio 2020 ripartito fuori dalle prime mille posizioni. Giovane, Franco si era subito fatto strada come uno dei prospetti più interessanti del tennis argentino, ma non appena sono mancati i risultati nei primi anni di professionismo, sono venute meno anche le condizioni di stabilità economica. La rinascita parte da Lecce, dove ha trovato un ambiente ideale e soprattutto un maestro perfetto, Andrea Trono. Ingaggiato dal CT Mario Stasi come semplice giocatore per il campionato a squadre, Franco strega il capitano, che fa di tutto per convincerlo a provarci un’ultima volta. L’opera va a buon fine e regala un nuovo tennista alla batteria tricolore: «Qualche anno fa non stavo bene, ma ci ho provato di nuovo e a Lecce ho trovato la situazione perfetta. La gente mi vuole molto bene ed in qualche modo qui riesco a respirare l’odore di casa: sono davvero felice». La consacrazione di Franco è arrivata a più di 11.000 km dall’Argentina, la stessa distanza percorsa dai suoi bisnonni quando, come centinaia di migliaia di italiani a cavallo tra il 1902 ed il 1912, migrarono in Sud America alla ricerca di un futuro migliore. Più di cent’anni dopo Franco ha percorso la rotta inversa per cercare fortuna qui, lontano dagli affetti più cari. In tempi recenti la famiglia Agamenone è stata lontana per più di un anno e mezzo, la reunion è avvenuta a giugno in occasione della trasferta di Wimbledon. «Per chi ha famiglia in Argentina non è facile fare questo lavoro perché siamo sempre in giro e tornare a casa è molto più difficile per noi che per i giocatori europei. Rivederci dopo quasi due anni è stato un momento toccante per tutti. Siamo stati insieme per un mese e i miei genitori sono rimasti molto sorpresi dai miei miglioramenti in campo». Giocatore sopra il metro e novanta, Agamenone ha scoperto all’improvviso di poter giocare un tennis diverso, in grado di poterlo portare a vincere anche sul cemento. Nelle ultime due stagioni ha impreziosito la sua ascesa con i titoli Challenger di Praga, Kiev e Roma, ma i veri capolavori sono la partecipazione al tabellone principale del Roland Garros e la recente semifinale all’ATP 250 di Umago dove si è fermato al cospetto del n.1 d’Italia Jannik Sinner «Sono contento. Ho sempre creduto di poter arrivare vicino alla top 100 e adesso sono convinto di potermi spingere oltre: non ho paura di sognare. Il mio segreto? Non penso mai alla classifica ma solo a migliorare, il resto viene da sé».

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Zeppieri: «Io, tennista per caso grazie alla scuola» (Burreddu). Un’onda azzurra su New York: 34 italiani (Fiorino)

La rassegna stampa di mercoledì 3 agosto 2022

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Zeppieri: «Io, tennista per caso grazie alla scuola» (Giorgio Burreddu, Corriere dello Sport)

Due anni fa stava per smettere. «Volevo farlo, sì. Fortuna che i miei genitori mi hanno fatto riflettere. Loro sono per la libertà: scegli tu, ma sempre con attenzione. E’ che non mi divertivo più, mi ero rotto. Ero bloccato». Se Giulio Zeppieri avesse lasciato il tennis, oggi mancherebbe un tassello prezioso al maestoso mosaico dello sport italiano. Andate a rivedervi la bellezza delle tre ore giocate da Zeppo (è così che lo chiamano) contro Alcaraz, a Umago, in semifinale, e capirete che il tennis azzurro ha colori infiniti. Uno è lui. «E’ stata la prima sfida contro un giocatore di quel livello. Carlos, sulla terra, è tra i primi tre del mondo. Io fermato dai crampi. Doveva andare così, quasi mi scappava da ridere. Però quel match mi ha fatto capire che a quel livello passo starci e che però devo lavorare ancora tanto. Il mio tennis è moderno, aggressivo per comandare lo scambio. Il gioco migliore lo faccio così, non quando temporeggio».

Il primo a contattarla dopo la partita contro Alcaraz?

 

La mia ragazza. Ma tutti sono contenti per me. E orgogliosi.

Come ha cominciato?

A scuola, prima elementare. C’erano due corsi pomeridiani di tennis, scelsi un po’ a caso. Facevo tantissimi sport. Calcio, nuoto, sci, baseball, basket. Sono iper competitivo. Quando, a dodici anni, ho capito di esserlo ad alto livello, ho pensato di potermi anche divertire.

Per lei che cos’è lo sport?

Apertura mentale. Vedo posti nuovi, conosco gente, altre culture. E poi mamma mi ha inculcato un pensiero: mai stare con le mani in mano.

Ha capito cosa ci vuole per essere un grande tennista?

Sì, da un po’: bisogna lavorare tutti i giorni, il talento non basta e la testa fa molto, il 70%. Ora sto giocando meglio di rovescio rispetto a prima, sto cercando di fare più lavori a rete. Il servizio e il dritto sono i miei colpi migliori, ma sto lavorando su tutto, per essere completo.

Qual è il suo sogno?

Diventare un tennista professionista e essere contento della mia vita. Guardare indietro e dire: no, non ho rimpianti. Mi piacerebbe vincere Roma o uno tra tutti gli Slam. Per ora l’obiettivo è migliorare. So che questo è un anno interlocutorio. Se finisco cento al mondo, bene. Ma non è un pensiero fisso. Vivo a Roma da qualche mese con altri cinque ragazzi, tutti tennisti, più piccoli e anche più grandi. E’ stato un passo importante. Io sono romano, ma sono cresciuto a Latina: gli amici , la famiglia, tutto lì. Lasciare casa non è facile. Però è un passo che andava fatto. Anche così si diventa grandi. 

Un’onda azzurra su New York: 34 italiani (Luca Fiorino, Corriere dello Sport)

Un’ondata azzurra imperversa su New York Matteo Berrettini e Jannik Sinner sono pronti a guidare una spedizione italiana da record per gli Us Open, ultimo Slam stagionale al via il 22 agosto sui campi in cemento di Flushing Meadows con il tabellone di qualificazione, al quale sono iscritti per la prima volta nella storia ben 22 azzurri. I cinque italiani già sicuri di un posto nel main draw – oltre al romano e all’altoatesino ci sono Fabio Fognini, Lorenzo Sonego e Lorenzo Musetti – aspettano buone notizie dal plotone guidato da Franco Agamenone e Giulio Zeppieri. Dopo l’ottima prestazione contro Carlos Alcaraz, il tennista di Latina si prepara all’appuntamento negli States con tanta più consapevolezza. «Sono molto elettrizzato all’idea di poter giocare a New York – confessa Zeppieri – Immagino che assisteremo a tanti derby». Musetti, appena entrato per la prima volta in top 30 dopo essere diventato ad Amburgo il terzo italiano più giovane a conquistare un titolo ATP, è entusiasta. «Partirò martedì prossimo per Cincinnati. Spero di giocare più partite possibili prima degli Us Open per potermi riabituare alla superficie. Voglio mantenere la stessa mentalità propositiva di questo periodo». Nell’entry list femminile figurano invece Martina Trevisan, Camila Giorgi (chiamata a difendere prima il prestigioso titolo conquistato alla Rogers Cup), Jasmine Paolini e Lucia Bronzetti. Nel tabellone cadetto proveranno invece a sbaragliare la concorrenza altre tre azzurre: Sara Errani, Lucrezia Stefanini ed Elisabetta Cocciaretto. «Sarà un’esperienza nuova perché gli Us Open li ho giocati soltanto a livello juniores – rivela la marchigiana – ma darò il massimo per qualificarmi». Tra uomini e donne, dunque, i tennisti azzurri iscritti allo Slam americano sono 34. Una marea tricolore.

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