Italian Open a Melbourne. Trevisan: "Mi sento cresciuta e voglio restare nella Top 100" (Mastroluca). Avanguardia Italia (Azzolini). Sinner vince ma va in salita (Bertellino). Dall'Australia a Torino. Tennis, l'anno dell'Italia in cerca di superstar (Semeraro). Venus Williams è ancora qui (Mecca). Alla conquista di Melbourne (Crivelli)

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Italian Open a Melbourne. Trevisan: “Mi sento cresciuta e voglio restare nella Top 100” (Mastroluca). Avanguardia Italia (Azzolini). Sinner vince ma va in salita (Bertellino). Dall’Australia a Torino. Tennis, l’anno dell’Italia in cerca di superstar (Semeraro). Venus Williams è ancora qui (Mecca). Alla conquista di Melbourne (Crivelli)

La rassegna stampa del 6 febbraio 2021

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Italian Open a Melbourne (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

L’Australian Open non è mai stato cosi azzurro. Non c’entra il colore dei campi di Melbourne Park, ma il numero degli azzurri in tabellone. Ben 14 gli italiani al via, 9 uomini e 5 donne, in singolare: un record nello Slam Down Under, comprese le teste di serie Matteo Berrettini (9), Fabio Fognini (16) e Lorenzo Sonego (31). SI NNE R SHOW? La sfida che tutti aspettano, il primo turno più affascinante tra tutti quelli emersi dal sorteggio, mette di fronte Jannik Sinner; numero 36 del mondo, e il canadese Denis Shapovalov, numero 12, mancino dal tennis esplosivo quanto imprevedibile. […] L’azzurro ha ormai una certa abitudine agli esordi deluxe negli Slam, avendo tolto un set a Stan Wawrinka al debutto in un major allo US Open 2019, e dominato David Goffin al Roland Garros l’anno scorso. BERRETTINI E FOGNINI. Non è andata benissimo nemmeno a Berrettini. Il numero 1 azzurro, scintillante nei primi due match in ATP Cup, sfiderà per la prima volta Kevin Anderson, sudafricano in top-10 un anno e mezzo fa con due finali Slam alle spalle. Servizio e risposta decideranno prevedibilmente l’esito del match, inserito nell’ottavo di finale di Stefanos Tsitsipas, nel quarto di Rafa Nadal. SONEGO E GLI ALTRI. Prima volta anche per Fabio Fognini contro il francese Pierre-Hugues Herbert, mai andato oltre il terzo turno a Melbourne. […] Sonego, che non era mai stato testa di serie in uno Slam, debutterà contro Sam Querrey, statunitense numero 51 del mondo. Il 25enne torinese sa cosa serve per vincere: servire e rispondere bene, prendere presto il controllo dello scambio. Stefano Travaglia, che ha festeggiato la prima semifinale ATP nel torneo “Melbourne 1”, esordirà contro Frances Tiafoe, che ha raggiunto i quarti all’Australian Open due anni fa. Chi vince affronterà, con ogni probabilità, Novak Djokovic. Teoricamente più facili i primi turni di Gianluca Mager (numero 96) contro il russo Asian Karatsev, al debutto in singolare in un major, di Salvatore Caruso (n.76) contro il qualificato svizzero Henri Laaksonen (n.136). Il siciliano potrebbe vincere la sua prima partita nel main draw dell’Australian Open. Marco Cecchinato sfiderà lo statunitense Mackenzie McDonald (n.194). Infine Andreas Seppi, quattro volte negli ottavi a Melbourne, inizierà il percorso nel suo 62° Slam consecutivo contro un altro veterano, l’uniguayano Pablo Cuevas, protagonista della quarantena con i suoi simpatici video sui social. LE DONNE. Nel tabellone fernminile, le cinque azzurre non possono dirsi proprio fortunate. Soprattutto Jasmine Paolini, numero 97 del mondo, che a Melbourne non ha mai vinto. Per cancellare lo zero dovrà compiere l’impresa contro Karolina Pliskova, numero 6 del mondo, per otto settimane in vetta al ranking, semifinalista qui un anno fa. Martina Trevisan (n.86) debutta contro la russa Ekaterina Alexandrova (29a testa di serie) che ha lasciato tre game a Simona Halep al Gippsland Trophy, uno dei tre tornei WTA in programma a Melbourne Park questa settimana. La testa di serie numero 30, la cinese Qiang Wang, sarà invece la prima avversaria di Sara Errani che torna all’Australian Open per la prima volta dal 2017. Elisabetta Cocciaretto (n.132) sfiderà la tedesca Mona Barthel, scesa al numero 233 e iscritta con il ranking protetto come la kazaka Yamslava Shvedova, rientrata nel tour dopo tre anni, opposta al primo turno a Camila Giorgi. Questa settimana, la numero 1 azzurra si è ritirata durante la sfida di secondo turno contro Sofia Kenin. La sua condizione appare l’unico punto interrogativo per l’esito del match

Trevisan: “Mi sento cresciuta e voglio restare nella Top100” (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

 

Un anno dopo il suo esordio In uno Slam, Martina Trevisan torna a Melbourne da top 100. Il suo secondo Australian Open inizierà contro la russa Alexandrova, che al Gippsland Trophy di questa settimana (WTA 500 Melbourne 2) ha battuto la campionessa del Roland Garros Iga Swiatek e dominato Simona Halep. «Non sarà un match facile. Nei tabelloni degli Slam puoi avere più o meno fortuna, ma devi giocare sempre tutte le partite. Preparerò il match come ogni altro incontro. So che ho davanti una giocatrice molto forte a cui questa superficie piace. Cercherò comunque di metterla in difficoltà», racconta durante una conferenza stampa organizzata via Zoom dalla Tbpseed, l’agenzia di management che la segue. ALEXANDROVA. Ha avuto modo di rivederla, spiega, anche in queste settimane. «La conoscevo da prima, all’anno scorso. Poi prenderò quello che viene, l’importante è dare sempre il massimo». Dall’Australian Open del 2020 è iniziata una nuova storia per Martina, che si è raccontata come una crisalide finalmente trasformata in farfalla in un celebre articolo-confessione su The Owl Post. Dopo l’addio diventato arrivederci al tennis, la sconfitta contro Sofia Kenin, che avrebbe vinto il suo primo major, le ha restituito il sorriso. Le ha ridato le ali per volare. A livello di tennis, dopo la sconfitta a gennaio contro Yulia Putintseva ad Abu Dhabi e la battaglia finita 7-6 al terzo a Melbourne contro Andrea Petkovic, «sento di aver bisogno di giocare e di vincere qualche partita – spiega – Già qui rispetto ad Abu Dhabi ho giocato meglio. Continuerò a impegnarmi e dare il massimo poi vedremo». LA SCOMMESSA DA VINCERE. [..] Nelle due settimane in cui e rimasta confinata in hotel, come da protocollo, «era tutto sempre sul filo del rasoio – racconta – Quando sono arrivate le notizie delle persone positive sugli aerei non è stato facile, speravi sempre che il tuo nome non fosse fra i passeggeri. Poi, una giocatrice è risultata positiva (la spagnola Paur la Badosa). È stato difficile, fmché non le vivi certe cose non si possono capire>. Anche questo accresce il bagaglio di espenenze che si porta dietro per il nuovo viaggio. «Sento che sono cresciuta tanto anche a livello personale. Affronto i tornei e le partite in maniera diversa e già questo credo che sia un passo avanti. Per me, questo è il primo anno da top- 100. So che ci posso stare, anche se sarà difficile – condude – ci sarà da lavorare tanto. Ma le scommesse mi piacciono, voglio riuscirci»

Avanguardia Italia (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] Lorenzo Sonego compare in video per “due chiacchiere” alla vigilia dell’Open australiano, sospinto da un manager che a queste cose ci tiene (e fa bene). È nella sua stanza d’albergo, alle spalle pensili di una cucina che più anonima non si può. Giorno di sorteggio per gli Open, l’Italia doveva stare sulle scatole a qualcuno, Berrettini (9) becca Anderson che tre stagioni fa furoreggiava a Wimbledon e agli US Open, Fognini (16) si consola con Herbert e si avvia a un derby di secondo turno con Caruso, Sinner cade dritto su Shapovalov(11). Lui, Lorenzo, per la prima volta testa di serie in uno Slam (la trentunesima), trova Sam Querrey, semifinalista a Wimbledon nel 2017, ora sceso al numero 51. Tipo strano, esperienza, errori grossolani e sassate di servizio… «Poteva andare meglio», il commento a denti stretti di Lore. «A Berrettini, a Sinner, e anche a me. Subito in campo con uno che ha esperienza e prende molto bene la rete, e che sul servizio si farà sentire. Mi gioco tutto sui miei turni di battuta, ma sarà indispensabile trovare subito il giusto feeling nelle risposte e farlo muovere per il possibile. Ma sono fiducioso – conclude – abbiamo tutti la possibilità di passare il primo turno». Impressioni down under. C’è stata qualche protesta, la folla australiana comprime e opprime più di altre. In compenso avrete il pubblico. Un po’, quantomeno. «Vero, non è facile vivere quindici giorni come ti dicono, non siamo abituati, e qui non vanno tanto per il sottile. Però fanno le cose per bene, tutto ha funzionato nei modi giusti, e alla fine ne siamo usciti. Ora la nostra vita sta riprendendo i colori di sempre. Possiamo allenarci e fare programmi. Il pubblico lo aspettiamo. E’ parte del tennis, dello sport. Ma già sappiamo chela stagione presenterà altre difficoltà. Questo virus non ce lo siamo ancora messo alle spalle, purtroppo. L’importante è che i tornei vadano tutti in porto, e che alla fine l’anno recuperi un aspetto abbastanza vicino alla normalità». II tuo primo impatto con il tennis però, non è stato molto positivo. «Per nulla. Ho perso in modo fesso con un giocatore (Jason Kubler, australiano; ndr) che avrei dovuto battere. Mi è riuscito poco o nulla. Ma io sono arrivato un po’ stralunato. Insomma, non ero io. Ora le cose vanno meglio, sento che la buona condizione sta tornando». Ti sei allenato con Lajovic, in queste giornate australiane. Prima però hai trascorso 15 giorni a Manacor, all’Accademia di Nadal. Sensazioni? «Lavorano con grande accuratezza, il posto è incantevole e trascorrere un po’ di tempo con Rafa ti fa sentire quanto grande possa essere la sua voglia di tennis e quanta concentrazione ponga nel lavoro di tutti giorni. E un grande insegnamento… C’erano anche altri giocatori, come Ruusuvuori e Aliassime. Un’esperienza da ripetere ogni anno». Un’occhiata ai colleghi italiani? Chi sta meglio? «Sto seguendo in tivù l’Atp Cup. Berrettini è impressionante. Letteralmente scatenato. È in uno di quei momenti in cui può mettere sotto chiunque. Bene anche Fognini, e Caruso. Qui a Melbourne stanno facendo benissimo Stefano Travaglia e Jannik Sinner, entrambi in semifinale. Jannik sta regolando tutti in due set, Steto ha fatto cose incredibili. Ha battuto gente come Hurkacz, come Bublik, cha battuto anche Sam Querrey, il mio prossimo avversarlo agli Open. Grandissimo lottatore, Travaglia Gli chiederò consigli…». Un tennis italiano su cui contare «Io ci conto. C’è grande voglia di fare bene. In tutti». Insomma, l’unica preoccupazione di Sonego resta il Torino. «Quella, sempre. Purtroppo». L’angola dei pronostici. II vincitore degli Open sarà? «Difficile non fare il nome di Djokovic. Sembra in forma, forse non ancora al massimo, ma questo è da sempre il suo torneo. Nadal ha qualche problema alla schiena, e ha saltato l’Atp Cup. In pratica non ha ancora giocato un match. Poi Medvedev, Zverev, Thiem. ll quadro alla vigilia, è questo».

Dall’Australia a Torino. Tennis, l’anno dell’Italia in cerca di superstar (Stefano Semeraro, La Stampa)

[..] Negli Australian Open che partiranno – meglio: dovrebbero partire… – lunedì, Matteo Berrettini corre per un ruolo da assoluto protagonista, Jannik Sinner per quello di consolidata sorpresa (ossimoro). Fabio Fognini cerca riscatto, Lorenzo Sonego è pronto per i riflettori, e comunque in totale di azzurri in scena ce ne saranno quattordici, nove nel maschile, cinque nel femminile, numeri da record per una trasferta nella terra di Oz (l’Australia per gli australiani), spalmati fra i 36 anni di Andreas Seppi e i venti appena di Sinner ed Elisabetta Cocciaretto. Il red carpet del resto nel 2021 lo srotoleremo in buona parte in casa, fra gli Internazionali al Foro a maggio, le Finali Next Gen a Milano, le Atp Finals, il vecchio Masters e una porzione di Coppa Davis a Torino a novembre. E tanto per gradire abbiamo due italiani – Andrea Gaudenzi presidente e Massimo Calvelli Ceo dell’Atp – piazzati in cabina di regia. Tutte le strade del tennis portano in Italia, e non solo a Roma. […] Melbourne non ci è mai stata troppo amica, è vero. Ci abbiamo vinto solo in doppio (Pennetta-Dulco, Errani-Vinci, Fognini-Bolelli) arrivando al massimo nei quarti in singolare, ma l’Aussie Open è una terra di grandi inizi – Djokovic è deflagrato qui nel 2008 – e di inattesi Italian job, colpacci all’italiana, vedi Seppi che nel 2015 secca sua Maestà Federer al terzo turno. Mescolando e agitando le due componenti potrebbe uscirne un cocktail ad alta gradazione azzurra. Berrettini nelle prime uscite in Atp Cup è sembrato quello 2019 edition, solido e percussivo ma con un paio di dosi di maturità in più. Sinner si è allenato per due settimane a contatto con l’infinita sapienza e la profondissima volontà di Rafa Nadal – uno dei tre grandi favoriti insieme con Djokovic e Thiem – e anche lui è partito in quarta, come pure Travaglia. Chissà che il terzo Slam sotto la bolla, con meno pubblico e meno pressione, non si addica anche ai destini diversi di Martina Trevisan, che abbiamo lasciato a un set dalle semifinali al Roland Garros, e Camila Giorgi, che prima o poi speriamo di trovare in prima pagina per un risultato memorabile, non solo per qualche scatto in lingerie. Su tutta la faccenda pesa l’allarme Covid di mercoledì, con i giocatori rimessi sotto chiave per una positività e la speranza che il governo non decida la serrata. Perché quest’anno il vero avversario del nostro tennis saranno soprattutto i sipari precoci, e le produzioni interrotte.

Venus Williams è ancora qui (Giorgia Mecca, Il Foglio)

Venus Williams ha intravisto la fine della sua carriera 1’11 settembre del 1999, durante la finale degli Us Open, l’ultimo Slam del vecchio millennio. Per la prima volta in tutta la sua vita, quel giorno, non è lei la protagonista del campo ma, seduta sugli spalti, è costretta a guardare, ad applaudire sua sorella, la sua sorellina, che sta per vincere contro la numero uno del mondo Martina Hingis e conquistare il primo Slam di casa Williams. Venus ha da poco compiuto diciannove anni, il suo tempo sta per finire. […] “Non c’è niente di peggio che arrivare per prima soltanto per vedere la tua versione in miniatura completare l’opera che tu avevi cominciato”, ha scritto Chris O’Connell in un articolo pubblicato sul magazine statunitense Racquet. Venus Williams è stata prima per nascita e per nient’altro. Dopo un anno di perfetta solitudine nel circuito, dopo mesi in cui al cognome Williams corrispondeva lei e soltanto lei, è arrivata Serena, a rubarle la scena, ad azzerare i paragoni, a strapparle in due la carriera. LUNEDÌ IN CAMPO AGLI AUSTRALIAN OPEN Perché Venus non vuole mollare. Guardando i numeri, si potrebbero considerare due sport diversi quello a cui giocano le due sorelle: come si fanno a mettere a confronto sette titoli del Grande Slam contro ventitré, 319 settimane da numero uno del mondo contro undici? Ma soprattutto, come si fa a non odiare tua sorella, la tua sorellina, quando l’8 luglio del 2002, ti toglie dalle mani il vassoio di Wimbledon, il primo posto del ranking e mese dopo mese dopo mese divora ogni tuo primato, come se nella vita si fosse data un unico obiettivo, comune a tutti i fratelli: “Se lei è forte io devo essere ancora più forte”. Non è una storia di tennis, è un dramma familiare, una congiura cominciata da Richard Williams, il padre padrone delle due sorelle che, per rendere ancora più insostenibile il fardello di doversi spartire il patrimonio genetico, l’affetto e le attenzioni dei propri genitori, un campo da tennis in cui o si vince o si perde e in ogni caso si è da soli, aveva dichiarato: “Venus è forte, Serena è la migliore”. Fine della discussione e fine della rivalità. Un ko definitivo, una sentenza senza appello. Con l’aggravante del legame di sangue. A mandarla al tappeto è stata sua sorella, la sua sorellina, la bambina capricciosa a cui Venus teneva sempre la mano, che non muoveva un passo senza il consenso dell’altra, che non dormiva senza averla vicina; la bambina orgogliosa che fino ai dieci anni camminava tra i circoli di tennis a testa alta, con un’unica consapevolezza, che bastava e avanzava, era la sorella di Venus Williams; e infine la bambina invidiosa che si ritrova a fare i conti con l’odio che prova per il sangue del suo sangue, un odio vergognoso e fisiologico, un odio che le ha permesso di mantenere la promessa del padre e di diventare la migliore. […] Venus Williams nel 2020 ha perso al primo turno in ogni torneo del Grande Slam: agli Australian Open contro Cori Gauff, sedici anni (ventiquattro in meno di lei); agli Us Open contro Karolina Muchova, classe 1996, e infine al Roland Garros contro Elina Sviolina, nata nel 1994, lo stesso anno in cui la tennista di Compton è diventata professionista. Si è presentata a Melbourne dicendo: “Guardate: sono ancora qui”. Numero ottanta al mondo, quarant’anni ancora per poco, ventotto anni di circuito sulle spalle, gli ultimi dei quali a ingoiare sconfitte e stringere la mano ad avversarie ogni volta più giovani, a complimentarsi con loro: “Continua cosi”, a sentirsi rispondere: “Brava lo stesso”. Se la carriera di Roger Federer sembra una piccola eternità in un mondo destinato ad avere vita brevissima, quella di Venus, molto meno celebrata e ricordata, dura da più tempo. È da un anno che si parla del quarantesimo compleanno Federer con il terrore, Venus quel traguardo lo ha già superato, senza gesti o dichiarazioni eclatanti: “Sono ancora qui”. Venus è arrivata prima, prima di Federer e prima di tutti gli altri giocatori presenti nel tabellone principale australiano. Era il 31 ottobre 1994 quando a quattordici anni, la giocatrice statunitense esordi nel mondo delle grandi. Indossava perline colorate tra i capelli, non sapeva che durante i cambi di campo bisognava stare seduti sulla propria sedia e non in piedi come i pugili a guardare l’avversaria in cagnesco, indossava una t-shirt oversize senza logo, suo padre non ne aveva ancora trovato uno, quando rideva lo faceva sguaiatamente, con la fiducia incrollabile dei quattordici anni. Lo aveva detto anche il New York Times, il suo futuro sarebbe roseo, sua sorella era ancora nascosta. Dopo il suo esordio, Pam Shriver, una delle più forti tenniste al mondo negli anni Ottanta disse: “Diamole tempo, potrà stare tra le top player per una quindicina di anni”. Si sbagliava. Sono passate quattro decadi, quarantanove trofei, mille partite e ottocento vittorie, cinque titoli a Wimbledon, una sorella che l’ha fatta a pezzi, una malattia da cui non si guarisce, la sindrome di Sjogren, una sconfitta dopo l’altra: “Guardate, sono ancora qui”.

Alla conquista di Melbourne (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Un’armata tricolore alla conquista di Melbourne. Nove italiani nel tabellone principale maschile (cui si aggiungono cinque ragazze in quello femminile) illustrano il momento magico del nostro tennis e le prime mosse sui campi di battaglia degli antipodi rinfocolano ambizioni di peso. Perché Berrettini e Fognini intanto ci hanno portato in semifinale nella Atp Cup (e nella notte hanno giocato contro la Spagna per un posto in finale), mentre Sinner e Travaglia sono semifinalisti nel Melbourne 1, uno dei due 250 di preparazione agli Australian Open (sono scesi in campo all’alba rispettivamente contro Khachanov e Monteiro). La fioritura contemporanea di giovani talenti, che si è legata agli ultimi fuochi della generazione Fognini, ha stimolato una corsa all’emulazione capace di trasformare il nostro movimento in una granitica certezza. Lo riconosce pure Berrettini, il nostro numero 1, che affronterà il primo Slam stagionale da testa di serie numero 10: «La nostra presenza così massiccia è qualcosa di cui dovremmo essere davvero orgogliosi. Tutti i giocatori sono davvero bravi ragazzi e ce ne sono altri in arrivo, penso a Musetti. È un ambiente davvero salutare, il gruppo è fantastico. Ci divertiamo quando riusciamo ad allenarci insieme, ci stiamo aiutando a vicenda per raggiungere gli obiettivi e penso sia davvero eccezionale». Computer maldestro […] Certo, il computer australiano poteva essere più benevolo, almeno per qualcuno dei nostri. Proprio Berrettini si troverà di fronte un doppio finalista Slam, Kevin Anderson (Us Open 2017 e Wimbledon 2018), sceso al numero 82 del mondo dopo una serie infinita di infortuni ma cannoniere assai pericoloso se la condizione lo sorregge. Poteva andare meglio. Il clou, non solo del sorteggio che coinvolge gli azzurri, ma probabilmente di tutto il primo turno, sarà la sfida (inedita) tra Sinner e Shapovalov. Un meraviglioso salto nel futuro, ma ormai anche nel presente: Jannik e Denis sono tra i più seri candidati a prendersi la scena per tutto il decennio. L’allievo di Riccardo Piatti ha sfiorato di tre posizioni un posto tra le teste di serie, e la fortuna non lo ha certo benedetto incrociandolo al talentuosissimo mancino canadese di radici russe, numero 11 del seeding; eppure non nasconde la sua eccitazione: «Sarà una partita esaltante, non vedo l’ora di giocare contro Denis. Lui, Kecmanovic, AugerAliassime e Alcaraz sono tutti giocatori in ascesa, e questo è un bene per il tennis. Ci vorrà tempo per superare Djokovic, Nadal e Federer, ma da dietro ci stiamo avvicinando». Nuova mentalità. Lo scorso anno Sinner restò al di sotto delle aspettative durante la stagione australiana, chiudendo con una vittoria (contro Purcell proprio al primo turno di Melbourne) e tre sconfitte: «Dopo aver vinto le Next Gen Finals ero venuto qui con la mentalità sbagliata, ma credo di essere migliorato molto nell’ultimo anno. Nel 2020 era la mia prima volta in Australia e la prima volta che giocavo uno Slam senza passare dalle qualificazioni, e certamente mi aspettavo di fare meglio; ora però ho capito che la cosa importante in questo sport non è giocare bene ma capire le situazioni della partita, sapere quando spingere e quando scambiare. Ho un grande team alle spalle, credo che alla fine la cosa più importante sia lavorare di giorno in giorno». E imparare, una delle sue qualità più brillanti: «Nel tennis, ti svegli e non sai mai come ti sentirai in campo. Questa è la parte divertente. Di sicuro, sono migliorato fisicamente e mentalmente. Anche i colpi stanno diventando più forti. Forse devo maturare un po’ per ridurre gratuiti, ma anche se sono giovane ho sempre scelto di mettermi in condizioni difficili. Ho giocato i Futures e ho perso molte partite al primo turno. Ma sono sempre rimasto lì, a lavorare per provare a vincere, anche quando ero molto stanco. Devi sempre fidarti del processo. Ci sono momenti difficili e M sono momenti belli e quando giochi le finali, va bene. Questo è ciò per cui lavori». Più morbido l’atterraggio di Fognini, che affronterà il francese Herbert e potrebbe trovare Caruso (sfida il qualificato Laaksonen): «Devo avere tanta pazienza perché mi sono sottoposto a due operazioni alle caviglie e praticamente ho perso un anno. Ora sono tranquillo. Gioco e giocherò ancora perché mi sento competitivo. Rosico ancora quando perdo, questa è la cosa positiva . Sono quasi alla fine della mia carriera e voglio godermi questi ultimi anni al meglio». Meno fortunato Sonego, che da ultima testa di serie ha pescato Querrey, sempre pericoloso sul cemento anche se declinante, mentre Seppi, al 62 Slam consecutivo, trova Cuevas. Gli altri match saranno Travaglia-Tiafoe, Mager-Karatsev e Cecchinato-McDonald. Per un’Italia forza nove.

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Sinner al terzo turno (Crivelli, Mastroluca, Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 21 gennaio 2022

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Sinner, corridoio verso i quarti (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La notte è di Jannik. Se la promozione alla sessione serale doveva rappresentare un’investitura tra i protagonisti più attesi dello Slam degli antipodi per il giovane cavaliere azzurro, la prova è stata superata con l’autorevolezza dei grandi. Sinner domina lo yankee Johnson in meno di due ore e prosegue l’imperiosa marcia del 2021, con 5 vittorie in altrettanti match e nessun set concesso. Certo, arriveranno test più probanti, ma la solidità mentale e i progressi tecnici, soprattutto al servizio, sono da ammirare. E dopo una litania di sorteggi respingenti negli Slam, l’Australia sembra finalmente offrirgli l’autostrada della gloria: al terzo turno gli tocca il giapponese Daniel e poi negli ottavi il vincente tra De Minaur e Andujar, prima dell’eventuale incrocio con Tsitsipas nei magnifici otto. Largo ai sogni, che si allargano fino al potenziamento da lui stesso annunciato nel team con il famoso e fin qui ben celato supercoach: il cuore di Jannik sembrerebbe pulsare per Moya, attuale mentore di Nadal, ma nell’attesa si prospettano altre soluzioni di livello. Che tra i due team, quello di coach Piatti e quello di Rafa, i rapporti corrano sul filo della stima e dell’enorme rispetto, è dimostrato dalla scelta che il campione di 20 Slam fece un anno fa proprio in Australia, quando per le stringenti regole Covid ciascun giocatore poteva indicarne solo un altro per allenarsi insieme e Nadal prese con sé la stellina emergente della Val Pusteria. Restano poi le parole di Jannik prima degli Internazionali 2020, quando riuscì finalmente ad allenarsi con lo spagnolo: «Il mio idolo era Federer, ma adesso che ho palleggiato con Rafa e ho visto come si prepara, sono rimasto impressionato dalla sua concentrazione e dal suo perfezionismo». Insomma, la corrispondenza di amorosi sensi va avanti da tempo, ma resta un dettaglio non trascurabile: Moya si staccherà dal sodalizio solo nel momento in cui Nadal smetterà di giocare. E intanto? Lo scopriremo solo vivendo, mentre il presente racconta di un Jannik che contro Johnson ottiene l’82% di punti con la prima, concede appena una palla break e giganteggia con 30 vincenti: «In questo momento mi sto godendo il mio gioco, sono soddisfatto». Ma il corridoio verso la profondità della seconda settimana non lo scalda comunque: «Se Daniel è arrivato al terzo turno significa che se lo è meritato giocando bene. Non si va avanti in uno Slam per caso. A questo livello tutte le partite sono difficili, perciò sono favorito, è vero, ma solo sulla carta. Bisogna tener conto di tanti fattori, non sappiamo se farà caldo o ci sarà vento. Uno come Andy Murray lo devi battere. Lui ci è riuscito, io no. Sfrutterò la giornata di riposo per prepararmi al meglio e farmi trovare pronto». Non c’è dubbio, però, che il Sinner di questo inizio di stagione abbia conservato l’abbrivio delle sublimi, ultime uscite del 2021: «Io ci metto poco a ricaricare le batterie al termine di una stagione, sarà perché sono ancora giovane… Mi bastano pochi giorni a casa mia, in mezzo alle mie montagne. Mi ritrovo rapidamente lì, andando a sciare un paio di giorni. Mi aspetta comunque tanto lavoro per arrivare dove voglio io».

Sinner è diventato grande: «Io sono bravo» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Se un giocatore appare incontrastabile per gli avversari, pur facendo quel che gli risulta normale e replicabile, allora siamo davanti a un top player. È la sensazione che ha dato, e non per la prima volta, Jannik Sinner. Nell’amarcord contro Steve Johnson, l’altoatesino ha imposto una superiorità ineluttabile di fronte al baffuto statunitense. Il 6-2 6-4 6-3 finale rispecchia una partita senza storia, che l’azzurro ha chiuso con undici ace, l’82% di punti conquistati con la prima di servizio, una sola palla break concessa e salvata, 30 vincenti contro quindici errori. Dopo il terzo successo in altrettanti confronti diretti, Sinner ha mostrato rispetto verso l’avversario. «Quando batte, ha una prima precisa e difficile da leggere, era importante rispondere bene: ci sono riuscito e sono contento — ha detto —. L’ho fatto muovere, sono stato bravo a mescolare le carte in campo e sfruttare le occasioni». Per un posto negli ottavi, Sinner sfiderà Taro Daniel, giapponese che ha domato con un triplice 6-4 Andy Murray. Numero 120 del mondo, al massimo numero 64 nel 2018 quando ha vinto il suo unico titolo ATP a Istanbul, Daniel non aveva mai passato due turni in uno Slam prima d’ora. Di giapponese ha i tratti somatici e l’eredità genetica della madre, ex giocatrice di basket, ma è più che altro statunitense. È nato infatti a New York e vive in Florida, a Bradenton, dove si allena nell’accademia dello storico coach Nick Bollettieri. Daniel, ha sintetizzato Murray dopo la sconfitta, «è un giocatore molto solido, si muove bene e commette pochi errori. Non ti regala niente». Un avversario da non sottovalutare, dunque. Rischio che peraltro un giocatore come Sinner ancora imbattuto nel 2021 che ha perso un solo set nelle ultime otto partite giocate, non corre. […]

E’ un giovane jedi (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Arduo da vedere il Lato Oscuro è, e se lo dice Yoda, il maestro di Star Wars, potete esserne certi. Non si vede dove possa annidarsi, né sotto quali mentite spoglie nascondersi o quali trappole possa aver escogitato la lugubre ombra del male, lungo il percorso che l’apprendista padawan Jannik Sinner sta affrontando in questi Open, nei quali lui è bravissimo, ma gli altri sembrano estratti a sorte da uno dei challenger giocati sul lungo mare di Melbourne. Jedi Semola è solido, una roccia. E incuriosisce e muove a compiacimento vedere un ragazzo di appena vent’anni cosi sul pezzo, così pervaso di buon senso e devoto all’ideale dell’apprendimento che non ha mai fine, lontano dalle furie sterili di altri della sua età, come Denis Shapovalov, o dall’equilibrio instabile di un Auger Aliassime, tanto più dalle crisi adolescenziali dell’amico Musetti. Proprio così, un giovane jedi che cresce felice di scoprire, giorno per giorno, i propri poteri. Dopo Sousa e Johnson, debellati con la regola del 3 (set), Semola non avrà il piacere di incontrare Andy Murray, che lo ha battuto a Stoccolma 2021, indoor. Troppo stanco, dopo le buone prove di Sydney e i 5 set con Basilashvili, e per questo (altro non potrebbe essere) infilato da Taro Daniel, giapponese, altro prodotto del tennis da challenger, esperto però di battaglie contro gli italiani, quasi tutte vinte. Anzi, tutte, almeno le ultime. Nelle qualificazioni dello Slam ha tiranneggiato su Arnaboldi, Moroni e Caruso. Musetti invece lo ha battuto ad Adelaide, primo turno del 250. «Non ci ho mai giocato, ma se ha battuto Murray vuol dire che ci sa fare», dice Sinner «Non sapevo di questa sua consuetudine con gli italiani, ma so invece che ogni turno di uno Slam riserva problemi e sorprese. Sono favorito sulla carta, lo accetto, ma dovrò dare il meglio. Lui con Murray ha giocato e vinto, io quando è capitato ho giocato e perso. O sbaglio?». […]

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Fuga da…Alcaraz (Crivelli). Berrettini al bivio. C’è baby Nadal (Mastroluca). Pericolo Alcaraz (Azzolini)

La rassegna stampa di giovedì 20 gennaio 2022

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Fuga da…Alcaraz (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Attenti al giovane toreador. Quel quarto di tabellone (la parte più alta) aveva in origine un padrone assoluto, Novak Djokovic, ma l’incredibile saga australiana del numero uno culminata con la revoca del visto e conseguente espulsione dal primo Slam stagionale, ha creato golose praterie per chi avrebbe dovuto incrociare il Djoker. Così, in quello spicchio, Matteo Berrettini si è ritrovato con la testa di serie più alta (la 7) e Lorenzo Sonego senza il più forte giocatore del mondo da affrontare già al terzo turno. Non si farebbe peccato a immaginare un quarto di finale tutto azzurro tra i due grandi amici, ma la realtà è decisamente più ostica. E viaggia a cavallo del talento, dei muscoli e dell’impressionante ferocia agonistica di Carlito Alcaraz, il diciottenne d’assalto signore delle ultime Next Gen, che sarà il rivale, complicatissimo, di Berretto fin dal prossimo step in un incrocio da fuochi d’artificio. A ottobre, nell’unico precedente tra i due a Vienna, l’esuberanza del murciano e la sua imperiosa crescita sorpresero il nostro numero uno. che però non era al top atleticamente e rimase ancorato alla partita soprattutto con l’orgoglio. Dunque, quel precedente segnala che ci vorrà un Matteo al top psicofisico per imporre le sue armi alla pericolosità del golden boy spagnolo. «Intanto – dice Matteo – ho recuperato completamente dal problema allo stomaco del primo turno, e mi sento molto meglio. Non è stato il miglior match della mia vita, ma sono soddisfatto di aver concesso cosi poco con il servizio» . Durante la sfida, in un accesso di rabbia, Berrettini se n’è uscito con la frase «non sono fatto per questo sport», dettata dalla rabbia del momento ma utile a scrollarlo: «Ogni tanto capita di darsi un po’ addosso, ma paradossalmente mi serve per trovare l’energia nervosa giusta». Soprattutto dopo una vigilia che ha stravolto tutti: «E’ strano non trovare Djokovic nel tabellone, e l’intera situazione è stata difficile per tutti. Il fatto che qui non ci sia il giocatore più forte del mondo è qualcosa dl diverso rispetto al solito. Ma io devo concentrarmi soltanto su Alcaraz. Averlo già affrontato mi può essere d’aiuto. Sarà un avversario caldissimo, fisicamente e soprattutto mentalmente è già molto maturo, è aggressivo e si muove bene, ma le caratteristiche di questo campo mi danno la possibilità di sfruttare le mie qualità, del resto si vive e ci si allena per giocare partite così, quindi sono pronto». *** Sembra quasi si siano letti nel pensiero: «Sarà una sfida eccitante – ammette Alcaraz – e non vedo l’ora di giocarla. Sono consapevole di affrontare un top player, il suo è uno dei servizi migliori del circuito e quindi sai già che ti metterà in difficoltà. E’ vero però che l’altra partita tra di noi l’ho vinta io, mi ricordo di essere stato molto aggressivo. Sarà fondamentale non permettere a Matteo di dominare il gioco e portarlo sul suo dritto. Da quel match sono cresciuto molto anche come esperienza». […]

Berrettini al bivio. C’è baby Nadal (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Non è ancora una marcia in fa maggiore, quella di Matteo Berrettini a Melbourne. I problemi intestinali sofferti all’esordio contro Brandon Nakashima sono superati. «Stavolta tutto bene» ha scritto sull’obiettivo della telecamera dopo il 6-1 4-6 6-4 6-1 su Stefan Kozlov, classe 1998, qualche anno fa considerato la grande promessa del tennis USA. Una vittoria che lo lancia verso un terzo turno contro il diciottenne Carlos Alcaraz, il più giovane a debuttare come testa di serie in uno Slam dai tempi di Michael Chang nel 1990. I bookmakers danno sfavorito Berrettini, sconfitto dallo spagnolo l’autunno scorso a Vienna al tiebreak del terzo set. «Più affronto certi giocatori più li conosco. Alcaraz ha studiato me, io ho studiato lui. Qui per caratteristiche ambientali e di campo posso fare bene – ha detto l’azzurro -, Alcaraz è giovanissimo, ma fisicamente e soprattutto mentalmente sembra già molto maturo. Sono fiducioso, sarà importante far pesare la mia esperienza». RAGNO KOZLOV. Il piano sembrava ben avviato anche contro Kozlov, ma dopo aver vinto il primo set 6-1 Berrettini ha perso un po’ il filo della partita nel secondo set. A un certo punto, ha anche urlato di non essere fatto per questo sport. Non ha ancora perso del tutto l’abitudine di darsi addosso. Gli serve, ha spiegato, «a trovare l’energia nervosa giusta per reagire». Sostenuto dal servizio, ha chiuso con 21 ace e un’ottima resa con la prima, il numero 1 azzurro ha cambiato marcia nel terzo set poi ha beneficiato del calo fisico del rivale, che non aveva mai giocato un quarto set in carriera prima d’ora. «Ho completamente recuperato dal problema che ho avuto all’esordio – ha detto Berrettini -. Oggi non ho giocato il mio miglior match, ma Kozlov è come un ragno. Mi sono lasciato intrappolare nella sua ragnatela, poi però ho giocato sempre meglio e gli sono stato superiore dal punto di vista fisico». Dopo l’espulsione dall’Australia di Novak Djokovic, che l’aveva battuto negli ultimi tre Slam, Berrettini è la testa di serie più alta nel quarto più alto del main draw. «E’ strano non trovare Novak, l’intera situazione è stata difficile per tutti, lui per primo. II fatto che qui non ci sia il vincitore di tre degli ultimi quattro Major è qualcosa di diverso dal al solito. Ma io devo concentrarmi su Alcaraz, che è un ottimo giocatore». Alcaraz ha le idee chiare su quale potrà essere la chiave della partita. «Matteo è uno dei migliori battitori del circuito, è difficile leggere il suo servizio – ha detto dopo il successo sul serbo Dusan Lajovic -. A Vienna, ricordo che ho risposto davvero bene. È stata quella una delle principali ragioni della mia vittoria. Sarà fondamentale entrare in campo e attaccare, non lasciare che sia Matteo a dominare con il suo diritto. Di sicuro, sarà una partita divertente. Vediamo come andrà».

Pericolo Alcaraz (Daniele Azzolini, Tuttosport)

In un tennis a fumetti, i due che Matteo e Lorenzo hanno affrontato, farebbero la loro figura nei panni di Smarty, Greasy e Stupid, o Wheezy, le sciroccate faine del commando Morton che devono arrestare Roger Rabbit a Cartoonia. A Stefan Kozlov manca solo il berretto con l’elica. A Oscar Otte un’ombra che ne insegua, sbagliando direzione, i movimenti del corpo. Il commando precede l’ingresso in scena dei grandi cattivi, di cui Capitan Alcaraz assembla alcune delle caratteristiche più nocive, su tutte la mistica determinazione a liberarsi in ogni modo di qualsiasi possibile intralcio. Salvo ricordare che i buoni alla fine vincono, quasi sempre. Come non si sa. Del resto, neanche Berrettini e Sonego, al momento, ne hanno la benché minima idea. Se il problema è Carlitos Alcaraz, Berrettini ha tempo ventiquattro ore, nelle quali dovrà riposare, liberare il corpaccione dalle scorie di un match che sperava più breve e disporre uno straccio di tattica per opporsi al diciottenne spagnolo. Lo farà partendo dalle impressioni ricavate dal match di Vienna, nei quarti, lo scorso ottobre. Lì l’allievo di Juan Carlos Ferrero straripò un un primo set vorticoso. E’ questa una delle sue prerogative, dovuta in parte all’età che gli consente di non avvertire il peso dello stress o delle fatiche accumulate. Le quali, in effetti, manco ci sono, data la facilità con cui divelle gli avversari. In primo turno il povero Tabilo, stracciato manco fosse una T shirt infeltrita, ieri Dusan Lajovic, che con spirito patriottico si cinge di bandiere serbe e di dichiarazioni evitabili. «Ci penseremo noi, i suoi amici, a tenere alto il nome di Djokovic nel torneo, e a ricordare a tutti ciò che è successo». A Vienna Carlitos partì svelto, Berrettini scese in campo solo all’inizio del secondo set, ma riuscì a vincere il tie break e a portare il terzo al gioco decisivo. La vittoria se la prese Alcaraz, ma d’un soffio: «So bene come gioca, lo spagnolo. So che sarà una sfida zeppa di trappole, ma da giocare a viso aperto, e questi sono i match che mi piacciono di più. Credo che questa superficie mi favorisca, malgrado le magagne di questi giorni sento bene la palla, e i rimbalzi sono giusti per le mie caratteristiche». […]

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Rassegna stampa

Sinner, buona la prima (Pierelli, Mastroluca, Azzolini). Maratona da favola, riecco l’Highlander (Pierelli)

La rassegna stampa di mercoledì 19 gennaio 2022

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Sinner crescente (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

L’Australia gli piace e le partenze a razzo di inizio stagione ormai sono una costante della giovane carriera di Jannik Sinner: nel 2021 vinse Melbourne 1, quest’anno non ha sbagliato un colpo in singolare nell’Atp Cup e ora sta cercando feeling anche con il primo Slam della stagione, dove al massimo ha raggiunto il secondo turno. Gli obiettivi del rosso di Sesto Pusteria sono immutati: giocare almeno 60 partite all’anno e fare il meglio possibile nei tornei più importanti, quelli che danno lustro alla carriera dei campioni. E per fare questo ha annunciato una sorpresa: allargherà il team, come rivelato da lui stesso dopo la travolgente vittoria in tre set contro il lucky loser portoghese Joao Sousa. «Come sapete – ha detto Sinner – da un po’ di tempo il mio team è composto da me e da altre tre persone: assieme all’allenatore Riccardo Piatti ci sono il fisioterapista Claudio Zimaglia e il preparatore Dalibor Sirola. A breve ci sarà un quinto componente, ma per adesso non posso dirvi altro». In attesa di sapere novità, si può ricordare come in passato, spesso, Riccardo Piatti abbia parlato di affiancare una figura di peso tipo quella di John McEnroe per permettere al suo pupillo di allargare gli orizzonti e assorbire insegnamenti che possono essere molto importanti. Staremo a vedere. Intanto Jannik parte nel migliore dei modi: Joao Sousa è spazzato via in tre comodi set, in poco più di due ore di gioco. Al prossimo turno l’altoatesino avrà l’americano Steve Johnson che ha già battuto a Roma 2019 e a Washington 2021. «Ricordo bene gli incontri con Johnson – ha detto Jannik -, in particolare quello del Foro Italico: ero sotto nel punteggio, facevo molta fatica, e il pubblico mi aiutò a tirarmi fuori dai guai e a vincere. In generale mi sento di essere la stessa persona di allora, anche se allo stesso tempo cresco, maturo, come ho fatto negli ultimi mesi. Mi chiedete del ranking e non posso certo dire che non mi interessi. Però non per il numerino di fianco al mio nome, ma perché la classifica è la diretta conseguenza dei risultati: ogni volta che vinci fai un piccolo passo in avanti. Ma non bisogna farsi abbagliare: certi obiettivi vanno valutati nel lungo periodo. So di avere tanto ancora da imparare. Penso al servizio, al gioco di volo, alla necessità di fare delle variazioni. Ci vuole quella pazienza che può essere la tua migliore amica o la tua peggiore nemica, a seconda dei momenti. Anche io sembro calmo, ma ogni tanto la fretta mi spinge a commettere degli errori, a perdere l’equilibrio del mio gioco. Io ho la fortuna di avere un team solido che mi aiuta a rimanere calmo». […]

Sinner vola sulle ali del vento (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Federico Zampaglione, il cantante dei Tiromancino, voleva imparare dal vento a respirare. Janník Sinner, invece, dal vento ha imparato che la velocità serve più della pazienza delle onde. Nella nuova Kia Arena l’altoatesino ha fatto tesoro del ricordo della sconfitta di due anni fa contro Marton Fucsovics. Il risultato è una netta vittoria sul lucky loser portoghese Joao Sousa. «Mi sono dovuto adattare in fretta alle nuove condizioni – ha detto -. Mi sono ricordato della partita che avevo perso due anni fa in condizioni ventose, e allora Fucsovics era stato bravo a comprendere la situazione andando spesso a rete per chiudere il punto. Così stavolta mi sono in un certo senso imposto di andare a giocare al volo più spesso del solito. Alla fine la tattica ha pagato». Il 6-4 7-5 6-1 vale al ventenne altoatesino la quarta vittoria consecutiva in questa trasferta australiana, iniziata con la presenza da secondo singolarista azzurro in ATP Cup, competizione a squadre in cui si è messo alla prova anche in doppio con Matteo Berrettini. I bookmaker gli danno più chances di conquistare il titolo a Melbourne di Berrettini e lo considerano, complessivamente, come il quinto favorito dopo Medvedev, Zverev, Nadal e Tsitsipas, facile vincitore ieri sullo svedese Mikael Ymer. Giovedì, il ventenne di Sesto Pusteria ritroverà Steve Johnson. Tre anni fa, agli Internazionali Bnl d’Italia a Roma, contro l’ex Top 20 festeggiò il primo successo in un Masters 1000 con sobrietà inattesa. Allora Jannik era poco più di un ragazzino alto e magro con una cascata di capelli rossi e tanta voglia di arrivare. «Ricordo bene il nostro match a Roma – ha detto in conferenza stampa Sinner -. Oggi sento di essere la stessa persona di allora. Ma allo stesso tempo cresco, maturo, l’ho fatto anche negli ultimi mesi. Non solo come giocatore ma anche nel privato. Quella partita al Foro Italico non me la scorderò mai: ero sotto nel punteggio, facevo fatica, ma il pubblico mi ha aiutato a tirarmi fuori e a vincere. Finora è senza dubbio uno dei momenti più belli della mia carriera».

Il certo e l’incerto (Daniele Azzolini, Tuttosport)

È lui il più bravo, diceva Jannik, ma a vederli oggi non si direbbe. Sinner e Musetti sembrano finiti in due zone opposte del tennis, lontanissime, agli antipodi. Non c’entrano le vittorie, la classifica. E nemmeno i risultati delle loro ultime fatiche nella notte australiana. Jannik aveva la strada spianata, un avversario a portata di racchetta, inferiore per tecnica e velocità dei colpi Musetti sapeva di avere un percorso in salita, che si sarebbe presto ridotto a un acciottolato stretto e scivoloso se non avesse imposto ad Alex de Minaur buoni diritti che gli vengono da una classe eccelsa. Sostenendoli però con il sudore di una prova vigorosa, pronto a sporcarsi le mani e a dare battaglia centimetro su centimetro. Ma così non è stato. La differenza la fa ciò che i due portano in campo, insieme con gli attrezzi del mestiere. Nel borsone di Sinner ci sono racchette e certezze. In quello di Musetti le certezze ci sono state, oggi regna la confusione che sul campo si traduce nel trambusto di un tennis che fa seguire ai colpi più spettacolari soluzioni che paiono tirate vie, senza un perché. Semola è un giovane vecchio, il suo team l’ha messo a parte di un progetto che lo porterà in alto per restarci a lungo, lui l’ha fatto suo e non deroga dagli schemi che ormai gli sono familiari. Ne ha dato prova anche ieri, dopo i tre set inflitti a Scusa. «Mi chiedete spesso della classifica, e sarebbe sciocco se vi rispondessi che non mi interessa. Mi interessa eccome, ma non tanto per il numero accanto al mio nome, quanto per essere la diretta conseguenza dei risultati che riesco a ottenere. Se vinco, salgo. Ma non mi faccio abbagliare. L’obiettivo è dato dall’evoluzione del gioco. Ci sono questioni tecniche da perfezionare. Tante. Servizio, gioco a volo, variazioni, rotazioni. Ci lavoriamo lutti i giorni, ma la conclusione è sempre la stessa: ho ancora molto da imparare. Ci vuole pazienza. C’è un team che mi aiuta a stare calmo. Ma a volte la fretta si fa strada, e allora avverto che l’equilibrio del mio gioco rischia di andare in frantumi». Musetti si stringe al primo set, giocato davvero molto bene, sebbene la magia si sia esaurita troppo presto per sperare di battere de Minaur. «Davanti al suo pubblico Alex è davvero un demonio. Sapevo che sarebbe stata dura, ma nel primo set mi riusciva tutto. Poi sono stato più discontinuo. Da domani si ricomincia, allenamento e lavoro». […]

 Maratona da favola, riecco l’Highlander: «Ho sofferto tanto» (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

Il pensiero non può che tornare a tre anni fa, quando Andy Murray lasciò Melbourne in lacrime dopo la sconfitta al primo turno contro Bautista Augut. Quella avrebbe potuto essere l’ultima partita della sua carriera, il dolore all’anca destra era troppo forte per andare avanti: lo scozzese annunciò che si sarebbe fermato, non sapendo se sarebbe mai potuto tornare in campo. Invece, dopo gli interventi chirurgici a cui si è sottoposto, si e piano piano ricostruito, andando a giocare con umiltà anche i challenger (come ad esempio a Biella a febbraio), lui che e stato due volte oro olimpico nonché eroe di tre Slam. E ora eccolo qua, a 34 anni, capace di vincere al quinto set contro Basilashvili. Dopo una battaglia di 3 ore e 52 minuti nello Slam che lo ha visto cinque volte finalista ma sempre respinto all’ultimo metro: quattro volte da Novak Djokovic e una da Roger Federer. Per Murray si e trattato del primo successo agli Australian Open a distanza di cinque anni: ha saltato il 2018 e 2020 per infortunio e il 2021 per il Covid. Stavolta, da numero 113 del mondo, ha potuto beneficiare della wild card. E l’ha sfruttata nel migliore dei modi: adesso è ritornato virtualmente nei primi 100. «Tre anni fa, qui in pratica davo l’addio al tennis – ha detto lo scozzese dopo il match -, ma l’impressione che ho avuto è quella di non averlo mai abbandonato, anche se sono stato fermo tanto tempo. È stata dura. Ho capito che avrei potuto continuare a giocare verso la fine del 2019, durante I tornei in Asia. Ma il dolore all’anca mi condiziona ancora e so di non poter dare il massimo in tutti i tornei. La strada intrapresa è quella giusta, però è difficile pensare di tornare al livello di qualche anno fa». Adesso Andy avrà un possibile secondo turno contro Taro Daniel: se saltasse anche questo ostacolo potrebbe trovarsi di fronte Jannik Sinner, impegnato contro Steve Johnson. «Mi piacerebbe andare il più avanti possibile – ha aggiunto Murray – è qualcosa che negli Slam mi manca da tanto e che mi motiva. Qui comunque ho giocato alcuni dei miei match migliori e mi sento a mio agio. Quindi...».

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