Djokovic, nona sinfonia in Australia. Sarà n.1 più a lungo di Federer (Scanagatta). Nole suona la nona (Crivelli). Re Djokovic a Medvedev: "Attendere prego" (Mastroluca). Djokovic si riprende l'Australia e parte verso nuovi record (Piccardi). Djokovic alla nona (Azzolini)

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Djokovic, nona sinfonia in Australia. Sarà n.1 più a lungo di Federer (Scanagatta). Nole suona la nona (Crivelli). Re Djokovic a Medvedev: “Attendere prego” (Mastroluca). Djokovic si riprende l’Australia e parte verso nuovi record (Piccardi). Djokovic alla nona (Azzolini)

Il trionfo di Djokovic all’Australian Open nella rassegna stampa di lunedì 22 febbraio 2021

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Djokovic, nona sinfonia in Australia. Sarà n.1 più a lungo di Federer (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

Novak Djokovic cyborg. Bionico, al confine fra uomo e macchina. Nove finali all’Australian Open, nove vittorie, 18esimo Slam (a meno 2 rispetto ai 20 di Federer e Nadal). La nona, venuta su un Medvedev che reduce da 20 vittorie consecutive era diventato il favorito, è stata nettissima, figlia di un dominio tecnico tattico esagerato. Un solo set lottato, il primo vinto 75, e poi due 6-2 6-2 di fila per una finale conclusasi in meno di due ore e priva di vera suspence. Medvedev aveva ceduto soltanto 7 volte il game di battuta nel torneo, in 6 match, ma lo ha perso altre 7 volte ieri in una sola partita in cui ha servito 14 game.

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Un Djokovic perfetto gli ha dato l’ultima chance quando, vinto il primo set, ha patito un break nel primo game del secondo. Ma non era giornata per Medvedev, soltanto alla sua seconda finale Slam. Un doppio fallo sul primo punto, un paio di errori e break subito restituito. 4-1 e 5-2 in un baleno per Djokovic, con Medvedev furibondo con se stesso e che fracassa la racchetta ancora prima del 6-2 senza storia. Ciò prima di mollare gli ormeggi nel terzo. L’8 marzo Djokovic sarà n.1 del mondo per la settimana n.311 e scavalcherà Federer. N.2 resterà Nadal. La nuova generazione dei Medvedev, Zverev, Tsitsipas, Thiem, deve attendere.

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Nole suona la nona (Riccardo crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Puoi regalare capolavori al mondo e farti aprire le porte del paradiso delle leggende con uno spartito tra le dita oppure tenendo in mano una racchetta. La Nona Sinfonia di Djokovic in Australia, più che un inno alla gioia, è l’esecuzione rabbiosa e incontenibile di un campione immortale, uscito da un mese di pressioni e polemiche con la potenza rigenerante di una forza mentale e tecnica senza uguali. Povero Medvedev, nuovo vessillifero di una generazione che vorrebbe liberarsi una volta per tutte dall’abbraccio mortale dei Magnifici Tre e invece finisce stritolata ancora e sempre quando il momento conta di più: Daniil è un’altra vittima dell’inestinguibile sete di vittoria di un fenomeno dalle mille vite e dalle mille soluzioni tattiche. Non è ancora matura l’ora della rivoluzione e lo sconsolato Orso russo, travolto in tre set e in meno di due ore dopo una striscia aperta di successi (20) che durava dal 30 ottobre, fotograferà la frustrazione sua e di tutti quelli che hanno avuto la sventura di incrociare il trio più forte di ogni epoca con una parola che guardacaso viene dal futuro: «Nole, Nadal e Federer sono dei cyborg» .

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La finale dura in pratica 20 minuti, il tempo per Medvedev di recuperare da 0-3 e fino al 5-5 del primo set: da quel momento, Daniil perderà cinque turni di servizio su sei uscendo completamente dal campo, annichilito dalla risposta del numero uno, la chiave di volta del dominio più ancora della sua battuta, che invece lo aveva portato fin qui in pompa magna. La Rod Laver Arena resta perciò il giardino di casa Djokovic, l’eden delle nove vittorie su nove finali, secondo nei successi singoli in uno Slam dopo Nadal e i suoi 13 Roland Garros, un feeling che non è stato incrinato neppure dalle condizioni decisamente straordinarie in cui i giocatori hanno preparato l’appuntamento: «E stato lo Slam più impegnativo della mia vita: l’infortunio, la quarantena, le condizioni in generale. Non sono l’unico che ha sperimentato tutto questo, perció non mi posso lamentare, ma non c’è dubbio che ci sono stati tanti ostacoli da superare. All’inizio non ci sentivamo così ben accolti in Australia».

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«Non mi sento vecchio o stanco, o cose del genere. Però capisco che da adesso in poi ogni Slam sarà sempre più duro, ci saranno nuovi avversari molto forti e molto affamati, come lo eravamo io, Nadal e Federer 10 o 15 anni fa. Dovró fare sempre più attenzione al mio programma e renderlo il più intelligente possibile, dando la priorità ai Major. Ora che supererò il primato di settimane in vetta al ranking (311 contro le 310 di Roger, accadrà l’8 marzo, ndr) potrò concentrarmi solo sul record degli Slam e questo forse mi aiuterà a selezionare gli obiettivi». Fenomeni disumani e senza tempo, che ti prosciugano le energie prima ancora di scendere in campo, con l’aura personale e il carisma, con la prepotenza tecnica affinata dall’esperienza.

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Medvedev sembrava l’uomo giusto al momento giusto per provare a regalare al tennis un mondo nuovo, perché in fondo aveva già giocato una finale degli Us Open contro Nadal perdendola per un’incollatura, eppure una volta di più non ha superato lo stress test: «Quando vado in campo, anche contro i Big Three, voglio sempre vincere. Ma loro sono qualcosa di speciale. Pensate che Djokovic ha vinto nove volte a Melbourne, significa che io per fare altrettanto dovrei vincere sempre il torneo fino a quando avró 34 anni. Oppure pensate alle 13 volte di Rafa a Parigi… Sono cifre assurde, come si fa a non pensare che siano i tre più forti della storia del tennis?». E il problema, per gli altri, è che la fine dei dominatori sembra ancora lontana, come Nole puntualizza con un certo sarcasmo: «Tutti parlano della nuova generazione che verrà e conquisterà il palcoscenico, ma realisticamente ció non sta ancora accadendo.

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Re Djokovic a Medvedev: “Attendere prego” (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Niente cambio della guardia, non ancora. Novak Djokovic è ancora il re dell’Australian Open. Ha vinto il suo nono titolo su nove finali, il terzo consecutivo, distruggendo pezzo per pezzo il tennis del russo Daniil Medvedev, battuto 7-5 6-2 6-2 in un’ora e 53 minuti. «Daniil è uno degli avversari più duri che abbia mai affrontato — ha detto durante la cerimonia di premiazione — Vincerai il tuo primo Slam, è solo questione di tempo. Ma apprezzerei molto sè aspettassi ancora qualche anno». Per ora, a Melbourne, c’è ancora un re su cui non tramonta mai il sole, il secondo campione dopo Rafa Nadal al Roland Garros a vincere così tante volte uno stesso Slam.

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Djokovic ha iniziato il match con l’ace numero 101 ed è salito subito 3-0, come in tutte le ultime quattro finali all’Australian Open. Medvedev ha recuperato fino al 3-3 ma ha capito subito che la missione sarebbe stata impossibile. Djokovic ha vinto più punti negli scambi brevi, conquistato il 68% di punti in risposta contro la seconda, vinto 16 dei 18 punti a rete e commesso appena 17 gratuiti. Contro un avversario atleticamente resistente e potenzialmente capace di togliergli il controllo del campo, come Dominic Thiem nella finale di un anno fa, il numero 1 del mondo cambia pelle. Gioca vicino al campo, attacca con feroce misura e non sbaglia un rovescio fino al nono game del primo set. Ha preso di mira il dritto del russo, non ha avuto alcuna paura del rovescio con cui Medvedev di solito rallenta gli scambi restituendo palle avvelenate difficili da rimandare oltre la rete.

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Medvedev, capace di spingere Rafa Nadal al quinto set dopo aver perso i primi due nella finale dello US Open del 2019, non ha retto innanzitutto di testa quando Djokovic ha portato la finale in un luogo a lui inaccessibile. Migliore al microfono durante la premiazione che in campo, Medvedev ha ricordato una giornata di allenamento trascorsa a Montecarlo con Djokovic nel 2015. «Ero molto timido, pensavo che lui non mi parlasse nemmeno, invece mi trattò come se fossimo grandi amici — ha detto il prossimo numero 3 del mondo, che già si allenava in Francia — Dicevano che non fosse troppo simpatico, ma ho avuto la conferma che è una grande persona, oltre che un grande campione».

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Di sicuro, ha detto il serbo, questo nono Australian Open gli è costato tanto dal punto di vista emotivo. Prima per le conseguenze della quarantena obbligatoria, poi per le critiche ricevute dopo l’infortunio. Tanti, infatti, hanno pensato che avesse finto o comunque esagerato le conseguenze del problema. «Capisco chi pensa che non fossi infortunato, ma quelle critiche erano ingiuste – ha detto – Comunque, vedrete tutto in un documentario che uscirà a fine anno”.

Djokovic si riprende l’Australia e parte verso nuovi record (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Affamato di record come quando — bambino — giocava a tennis sul fondo di una piscina vuota sotto le bombe della Nato a Belgrado, il figlio della guerra si annette metodico un altro pezzettino di riscatto sociale chiamato Australian Open,

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Mentre la rivoluzione di Daniil Medvedev russa, Novak Djokovic risorge dalle sue ceneri e raggiunge la vertiginosa quota di 18 Major, un paio in meno degli altri due che supererà in tromba

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II Djoker che sembrava mezzo morto al terzo turno contro Fritz, che minacciava di non riuscire a scendere in campo con Raonic, che aveva ceduto il primo set nei guarti allo Zverev smanicato, e tornato il treno ad alta velocità Belgrado-mondo in finale all’Australian Open contro il moscóvita 25enne che sale al n.3 del ranking. Un match dominato in tre set (7-5, 6-2, 6-2), lasciandosi recuperare un break nel primo e poi non concedendo più niente, nemmeno le briciole al rivale sbatacchiato per 11 campo, rigido come un burattino, storto come sempre, annientato. Se Medvedev (alla seconda finale Slam perduta della carriera), con il suo tennis atipico ma efficace, sbilenco però produttivo, era sembrato l’uomo della svolta, Djokovic si conferma re in carica restaurando la supremazia dei Big Three sul resto dell’orbe terracqueo. La nuova generazione può attendere, Thiem campione a New York è Isolato ad anomalia del periodo pandemico, il tennis a livello Slam rimane un affare per pochissimi. Le 311 settimane al primo posto del ranking mondiale non ci dicono niente sul Djoker che non sapessimo già: 6 degli ultimi io Major, mentre Federer si ingobbiva sotto il peso dell’inevitabile invecchiamento (ad agosto saranno 40) e Nadal gestiva i soliti infortuni, sono entrati nel trolley del serbo che viaggia veloce e leggero (33 anni, uno meno di Rafa e 7 meno di Roger) verso i pochi record che ancora gli mancano, visto che nei confronti diretti è già davanti con entrambi i rivali (29-27 con lo spagnolo, 27-23 con lo svizzero).

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Djokovic alla nona (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Sotto i flash, la bowl degli Open svela la propria magia. I volti istoriati sembrano animarsi nei riflessi della luce, mischiandosi al volto dell’ultimo vincitore che si specchia sul fondo lucido. Ha la forma di una coppa da punch, come la Davis, e nell’inseguirsi dei lampi sembra voglia raccontare di eventi vicini e lontani. Norman, la chiamano. Perché dedicata a Norman Brookes, che ne fu uno dei primi proprietari. Un mago, per tutti. Australasiatico, per di più. Il campione di un tennis miracoloso che riunì due nazioni in una, Australia e Nuova Zelanda. È la riproduzione di un vaso storico, il vaso di Warwick, ritrovato a pezzi in uno dei laghetti di Villa Adriana, a Tivoli, e restaurato dai migliori artisti del Settecento, su tutti il Piranesi. Il personaggio raffigurato, al centro di altre divinità, è Bacco. La Coppa è un invito alla libagione, alla festa di tutti, e racconta della divinità più popolare che vi sia. ll baccante è invece Novak Djokovic, e alla fine, laggiù sotto, down under come dicono gli australiani, festeggia sempre e solo lui. Nove vittorie in nove finali. La metà degli Slam conquistati da Nole, diciotto da ieri, sono stati celebrati alzando la coppa di Bacco, malgrado Nole sia, per sua stessa ammissione, «il campione che non sopporta lo champagne», cioè l’elemento liquido che meglio si sposa con le vittorie. E con la Coppa in questione. Che volete farci. Il tennis ama le proprie contraddizioni, i molti ossimori che ne fanno uno sport insieme umanissimo e ai confini del divino. Fateci caso… Mentre il popolo del tennis dibatte da tempo sulla reale dotazione di simpatia del serbo, ecco che a difenderlo scende in campo proprio Daniil Medvedev, lo sfidante imbelle, il ventiquattrenne russo che vedrà scadere a breve il suo status di “eterno giovane;

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La nona del Djoker porta con sé una sentenza limpida e cristallina nel suo significato sportivo. Per i più giovani non c’è spazio. La distanza fra gli iscritti al Club dei Più Forti (sempre loro, Federer, Nadal, Djokovic) e i molti in fila per chiederne l’ammissione, è ancora abissale. Il più vicino, Dominic DominatorThiem, ha 27 anni, ed è l’unico che possa vantare una vittoria. Gli altri sono ancora alle prese con una domanda cui non trovano risposta. Come si gioca una finale? E soprattutto, come si vince? Non come ha tentato di fare Daniil Medvedev, se ci perdonate la banalità. La finale del russo è durata dieci game e si è spenta sul 5 pari del primo set. Da il in poi c’è stato solo Djokovic,

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Novak rilancia la sfida ai suoi pari. Ai primi di marzo raggiungerà e supererà Federer per numero di settimane in vetta alla classifica. Poi tornerà a caccia delle sue prede preferite, gli Slam. «Io, Rafa e Roger siamo qui per vincere ancora. Che altro? Vogliamo evitare che i giovani vincano gli Slam al nostro posto. Ci piace vedercela fra noi». Non proprio le parole che Rafa e Roger avrebbero usato.

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Torna il Re, Federer in campo un anno dopo (La Nazione). Il giullare triste del tennis. Paire, colpi folli e figuracce (Piccardi)

La rassegna stampa di domenica 7 marzo 2021

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Torna il Re, Federer in campo un anno dopo (La Nazione)

L’attesa è finita. Sua Maestà è pronto a tornare e a distillare altri sprazzi di grande tennis. Roger Federer, dopo oltre un anno di assenza dai campi da gioco, a 39 anni suonati (40 li compirà ad agosto), si ripresenta ai nastri di partenza di un torneo tennistico: l’evento è fissato a Doha, dove la settimana prossima andrà in scena un Atp 250. Il fuoriclasse svizzero, secondo quanto trapela dal suo entourage, avrebbe lavorato come un matto per presentarsi nelle migliori condizioni. Una delle sua fasce utilizzate in un torneo, di recente, è stata venduta a 500 dollari e su Instagram i seguaci crescono a dismisura. Roger è sempre il più amato ed è per questo che, negli ultimi mesi, ha lavorato tanto per tenere fede alle attese. O comunque per non deludere. Ieri l’asso elvetico è apparso sui social: mentre era intento a conservare delle racchette nelle apposite custodie, con la frase a corredo «era da un po’ che non facevo i bagagli…». Poi un tweet pochi minuti prima del decollo per il Qatar: «Eccoci pronti per il decollo, manca poco. Ho una sensazione strana, da più di un anno non parto per un torneo. Grazie per avermi aspettato e per il vostro supporto, ci vediamo presto, abbiate cura di voi!». La sua ultima apparizione in uno Slam risale agli Open d’Australia del 2020, a Melbourne; il 7 febbraio dell’anno scorso, a Città del Capo (Sudafrica) diede vita a un match d’esibizione con il rivale Rafa Nadal, a marzo annunciò di essersi operato al ginocchio: il rientro era previsto per la stagione sull’erba, invece una nuova operazione glielo impedì, mettendo fine alla sua stagione agonistica. Ora il ‘Re’ è pronto a ricominciare e a rimettersi in gioco fra colpi di classe e volè.

Il giullare triste del tennis. Paire, colpi folli e figuracce (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

 

Barbablù lo ami o lo odi. Come Tyson che faceva merenda sul ring con l’orecchio di Holyfield, Gascoigne che tirava giù i calzoncini all’avversario, Cantona che decollava a gamba tesa contro gli zigomi dell’ultrà rivale in prima fila, Pozzecco che si strappava la camicia. Del club dei ragazzacci senza mezze misure Benoit Paire da Avignone, tennista dalla manina educatissima ma dal pessimo carattere, è il presidente ad interim. «Non sarò mai come Federer. Lo sport ha bisogno di me, Kyrgios, Fognini, gente che fa vedere qualcosa di diverso e rifiuta l’ipocrisia, dicendo ciò che pensa. Preferisco essere come sono che stare nella top-10 e non aver mai avuto una discussione». A Buenos Aires, però, in cima a una lunga carriera di intemperanze, barbablù Paire (che nella vita la barba blu e i capelli rosa ce li ha avuti sul serio), ha decisamente esagerato. Nella partita contro l’argentino Cerundolo ha contestato una decisione arbitrale (specialità della casa), sputato sul segno lasciato da una palla contesa e sbagliato platealmente quattro servizi nell’ultimo game pur di andarsene via rapidamente da un campo affollato di fantasmi: dicono che Benoit stia vivendo malissimo lo stress della pandemia mondiale, si senta soffocare dentro le bolle dei tornei ma, soprattutto, non si sia mai ripreso dalla rottura con la fidanzata francese Tamara Marthe, in arte Shy’m, cantante pop e attrice. Farsi disapprovare, come l’anno scorso a Roma quando fu protagonista di un inverecondo teatrino di fronte a un attonito Jannik Sinner, sarebbe quindi il modo di auto-punirsi attraverso una miriade di piccoli suicidi sportivi passati agli annali. Ed è un peccato perché Paire a tennis sa giocare e, a suo modo, potrebbe essere un personaggio se riuscisse a incanalare la rabbia dentro un atteggiamento positivo, e produttivo. Ma la storia dello sport, si sa, è piena di campioni contraddittori (il francese nel 2016 è stato numero 18 della classifica), incapaci di trasformare in talento il disagio che Paire nasconde dietro quel barbone da hipster isterico. «Ci sono troppe cose belle nella vita per pensare solo al tennis. Voglio viaggiare, andare in vacanza, uscire con le ragazze» racconta nelle interviste come se fosse il protagonista di una vita che non si è scelto. «Il tennis per me è un gioco — scriveva di suo pugno su Raquet, magazine online —. Tento colpi folli per far divertire il pubblico: quando non mi riescono, rischio di fare la figura del cretino». Un giullare triste, che all’inizio della pandemia ci fece sorridere con gli aperitivi social organizzati insieme al sodale Stan Wawrinka e oggi provoca i follower postando il video di una festa a Buenos Aires senza mascherina né distanziamento e la foto, per rispondere alla pioggia di critiche, dei suoi guadagni in carriera: 8.505.886 dollari. Multa in arrivo? Je m’en fous, risponde lui: me ne frego. Voilà.

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Il ritorno di Federer e lo sport che non invecchia più (Ferrero)

La rassegna stampa del 6 marzo 2021

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Il ritorno di Federer e lo sport che non invecchia più (Federico Ferrero, Domani)

Lunedì, dopo più di un anno, Roger Federer tornerà a giocare a tennis. Ed è bastato un annuncio di poche parole («inizia il conto alla rovescia per Doha») per far scattare il sismografo del tifo mondiale tutti sono in ansia per il rientro, probabilmente l’ultimo, di uno dei fenomeni sportivi più amati di ogni epoca e disciplina la sua sfida, rientrare in pista dopo cotanto stop, non è solo questione di desiderio e di sentimento, quanto un duello contro il più rigoroso e meticoloso degli avversari: il tempo. […] Si è giovani fin verso i trent’anni, dopodiché inizia il secondo tempo dell’esistenza. Anche se si fa sport. Anzi, soprattutto: l’usura delle giunture, l’esaurimento delle motivazioni e delle risorse psicofisiche, il recupero sempre più lento dagli infortuni, la volontà di regalarsi una vita “normale” hanno rappresentato, per migliaia di atleti, un — oppure il — motivo per dire basta. I progressi della scienza. Ma se c’è una branca della scienza che ha saputo stiracchiare i limiti umani sempre un po’ più in là, pressappoco dalla nascita di Federer in poi, quella è la sua applicazione sportiva. Fino al secolo scorso, l’atleta professionista — salvo sparute attività con caratteristiche particolari — poteva ritenere chiusa la sua finestra di possibilità intorno ai trentannni Era una regola di massima: eppure, in pochi riuscivano a violarla Negli anni Ottanta, quando Paolo Maldini — raro esempio di precocità ed eccellenza — esordiva nel Milan di Liedholma sedici anni, si vivevano tempi in cui i campioni di ventotto anni erano definiti maturi, se non senatori. Se non vecchi. Sui quotidiani che davano conto delle partite della domenica, ci si riferiva ad attaccanti appena trentenni come a giocatori «ormai sul viale del tramonto», e nessuno gridava allo scandalo. Dino Zoff, nel 1982, aveva offerto il suo contributo al trionfo nel Mondiale di Spagna e aveva quarantanni, è vero ma era un portiere. E lo si riteneva una sorta di esemplare unico, come poteva essere lo “zio” Jimmy Connors nel tennis quando osava, a trentanove anni suonati, sfidare il diciannovenne Michael Chang a Parigi, vincergli dopo quattro ore il primo punto del quinto set e poi ritirarsi, per esaurimento dell’ultima stilla di energia. I rivali Becker, Edberg, Lendl si sono tutti consumati intorno alla trentina, e chi ha tirato innanzi un po’ di più si è scordato i trionfi dei giorni felici. Il povero eroe di Madrid Paolo Rossi, invece, di anni ne aveva venticinque e anche per lui la mannaia dei trenta significò il ritiro dall’attività professionistica. La selezione nazionale italiana, simbolo della maturità agonistica, era solita schierare giocatori intorno all’età di Rossi, fino a non troppo tempo fa. Nel 2015 la media dell’età dei titolari messi in campo nel corso dell’anno era lievitata a ventinove e l’età media del ‘`parco giocatori” nel campionato di serie A supera, attualmente, i venticinque anni. I ragazzini sono pochi, mentre fioriscono vette di eccellenza come Zlatan Ibrahimovic, coetaneo di Federer, tornato in Italia per dare la paga a ragazzi che frequentavano l’asilo quando lui esordiva con la Juventus. Un po’ come Cristiano Ronaldo, anni trentasei, che non butta giù una goccia d’acqua senza che rientri nel piano alimentare studiato dal nutrizionista, lo svedese si è allungato la carriera abbracciando i progressi della scienza e della preparazione atletica, senza lasciare nulla all’improvvisazione. E i due, che insieme fanno quasi ottant’anni, sono nella parte alta di quella classifica di marcatori in cui il primo italiano a figurare è Ciro immobile, anni trentuno. Ciò che contraddistingueva la vita dell’atleta del passato erano le vaghe nozioni dietetiche, la poca attenzione al recupero muscolare tra una prestazione e l’altra Il Milan Lab, creato nel 2002 con il professor Pierre Meersseman, ha fatto scuola nello studio della prestazione e nella prevenzione oggi, per esempio, si sa che è proprio nella fascia tra i 25 e i 35 anni che si possono spremere, dal proprio corpo, le prestazioni migliori. Con buona approssimazione, da quel momento in poi la potenza aerobica di un atleta —vale a dire la capacità di consumare ossigeno — si riduce circa dell’1 per cento per ogni anno che passa. Ma se ci si nutre correttamente, si mantiene l’efficienza del la muscolatura, si spendono ore in fisioterapia avendo la fortuna—o meglio le sostanze — per farsi seguire da preparatore atletico, fisioterapista e osteopata, le buone pratiche contribuiscono a prolungamenti della vita sportiva in passato inimaginabili. Competitivi da ragazzi. Esiste, poi, un secondo effetto della scienza nello sport trascurando le discipline in cui la forza esplosiva è preponderante rispetto a tutte le altre componenti — nella regola dei trent’anni, difatti, è incappato anche lo sprinter più grande di tutti, Usain Bolt — ciò che si osserva è che sempre meno teenager riescono a essere competitivi ad alto livello. Al di là dei fenomeni, con risvolti penali, dell’atletica dell’est prima della caduta del Muro di Berlino, nel libero mondo degli anni Novanta era il tennis a ospitare il numero più ampio di campionesse bambine. Martina Hingis vinse il torneo di Wimbledon e diventò la più forte giocatrice del mondo a sedici anni. Anna Kournikova, alla stessa età, prima di dedicarsi alla carriera da modella, trovò il tempo di entrare nella top ten mondiale. Ora, non succede più. Anzi: Serena Williams, pure lei come Ibra e Roger nata nel 1981, è ancora li che punta a vincere uno Slam. Tra le prime dieci giocatrici del mondo, non ce n’è una che debba ancora compiere ventanni. Ciò è avvenuto anche per intervento legislativo l’associazione tennis femminile, la Wta, ha tirato su paletti piuttosto rigidi, per evitare l’accesso troppo precoce al tennis professionistico. Conscia che una quindicenne potrebbe essere mal consigliata o, nei casi più gravi, rimanere traumatizzata da una fama da ingaggi che arrivano e finiscono troppo presto. L’intenzione era quella di evitare che casi come la storia di Andrea Jaeger negli anni Ottanta o di Jelena Dokic nei Duemila, due baby fenomeni brutalizzate da padri disgraziati, bruciate in un lampo e tuttora alle prese con le scorie di una vita che altri avevano imposto loro, potessero ripetersi. Ma anche nello sport maschile senza divieti di legge sono pochi coloro che riescono a essere competitivi da ragazzini un Becker che vince Wimbledon a diciassette anni poteva valere nel 1985, non oggi. Perché le caratteristiche di molte pratiche, singole o di squadra, si sono sempre più evolute nella direzione di una prestazione atletica estrema, che coinvolge anche la maturità mentale E poi, dove c’è una componente tecnica, quella continua a progredire col tempo che passa, anche se il corpo prende a rallentare: ecco perché `vecchi” come Pandev, Dzeko, Quagliarella, Mertens nel caldo italiano possono continuare a dire la loro. Ecco perché, nel basket Nba, nella classifica degli atleti più longevi di sempre [l’associazione esiste dal 1946) si trovano, guarda il caso, concentrazioni di superstar che hanno appena smesso: Vince Carter, Dirk Nowitzki, Manu Ginobili, Jason Terry e soci. Il Prescelto, LeBron James, ha l’età di Ronaldo. “Thirty is the new twenty”, i trenta sono i nuovi venti, forse è un tantino tagliato con l’accetta come concetto, ma tutto sommato rappresenta bene lo spostamento in là dell’età della pensione. Dopodiché, altro è competere, benché ad alto livello, altro è vincere. Se Federer ha ancora in sé le risorse per acciuffare un torneo dello Slam, si capirà nei prossimi mesi. Mentre il grande Rod Laver, nel 1969, rischiò di mancare l’impresa del Grand Slam perché la moglie, incinta, gli aveva imposto un ultimatum (o torni a casa da quel maledetto torneo, oppure faccio le valigie) oggi Federer, e con lui quelli che se lo possono permettere, spostano la propria vita in giro per tornei: moglie, babysitter, figli, team tecnico e fisico, talora pure il cuoco e l’incordatore personale. Meno stress, meno voglia di ritirarsi. Tra le ragioni del suo forfait agli ultimi Australian Open, lo svizzero ha citato l’impossibilità di soggiornare un mese dall’altra parte del mondo con i propri cari, causa Covid-19. Chi segue il tennis sa che, da tempo, è stata lanciata una campagna di marketing dal nome NextGen, ovvero largo alla nuova generazione. Solo che le stagioni passano e a vincere sono ancora e sempre gli stessi: Novak Djokovic (34 anni a maggio), Rafael Nadal (35 a giugno). I cosiddetti giovani, per adesso, restano a guardare e, alcuni di loro, iniziano a non essere più così nel fiore degli anni. Forse, arrivati ai trenta finalmente toccherà a loro.

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Rassegna stampa

Finalmente Federer: “Nella pausa ho fatto l’autista di famiglia” (Semeraro)

La rassegna stampa di venerdì 5 marzo 2021

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Finalmente Federer: “Nella pausa ho fatto l’autista di famiglia” (Stefano Semeraro, La Stampa)

La prossima settimana nell’Atp 250 di Doha Roger Federer torna a giocare un torneo dopo più di un anno. Aggiungiamoci un “finalmente”, visto che ci è mancato assai, e impiattiamo con un filo di inquietudine. Perché a quasi 40 anni – li compirà l’8 agosto – reduce da due interventi al ginocchio (a febbraio e giugno) e tenendo Roger pure famiglia, è lecito chiedersi: sì, ma quale Federer? E per quanto a lungo? L’ultimo domicilio agonistico conosciuto del Genio è la semifinale degli Australian Open persa il 30 gennaio 2020 contro Novak Djokovic. Il sette febbraio c’era stata la mega esibizione a Città del Capo contro l’altra sua kryptonite Rafa Nadal, poi ha chiuso la Wilson nella sacca e si è concesso al pubblico quasi solo per palleggiare sui terrazzi di Finale Ligure insieme a Sofia e Carlotta. «Cosa ho fatto in questi mesi? – ha spiegato alla radio svizzera SRF -. Mi sono impegnato nella riabilitazione e ho fatto il quarterback della famiglia: controllavo i miei quattro figli, assicurandomi di non fare tardi a nessun impegno, sono anche diventato l’autista ufficiale di casa. Mi è dispiaciuto non giocare in Australia, ma era troppo presto per il mio ginocchio. Poi meglio ripartire da un torneo più piccolo, c’è meno stress. Voglio festeggiare ancora grandi vittorie. Pensavo che nella pausa non avrei badato molto allo sport, invece mi sono sorpreso a seguire i risultati e le partite: di solito non lo faccio se non gioco un torneo». La voglia, pare di capire, c’è. L’orgoglio anche. Per il fisico vedremo. Ma la road map è chiara. Dopo Doha giocherà a Dubai, poi farà una capatina sul rosso, quindi sull’erba di Halle in preparazione dei veri obiettivi: Wimbledon, le Olimpiadi, gli Us Open. Dovesse centrarne almeno uno, l’ipotesi di un addio si addolcirebbe. E il dopo tennis non lo spaventa: «Andrò a sciare con i miei figli, a fare escursioni, giocherò a basket e a hockey su ghiaccio. Ho ancora tanti sogni da realizzare». Preoccupati di svegliarci da un sogno ad occhi aperti durato 20 anni, semmai, siamo noi.

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