Tennis e dati: finale dell'Australian Open ai raggi X. Perché Djokovic ha dominato

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Tennis e dati: finale dell’Australian Open ai raggi X. Perché Djokovic ha dominato

Come ha fatto Novak Djokovic ad annichilire Daniil Medvedev, che sembrava pronto a giocarsela alla pari? Diamo uno sguardo ai numeri più analitici

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Daniil Medvedev e Novak Djokovic - Finale Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Il 2020 si era chiuso con la doppia affermazione di Medvedev a Parigi-Bercy e, soprattutto, alle ATP Finals. Anche Andrey Rublev aveva dato eccellente prova di sé nella fase finale della stagione 2020, stravolta dalla pandemia. La vittoria netta della Russia all’ATP Cup (in finale su un’ottima Italia) non era giunta quindi come una sorpresa. Poco dopo però, arriva il torneo più importante dell’inizio stagione 2021: l’Australian Open.

Nei quarti di finale, Tsitsipas rimonta due set a Nadal, lasciando intendere che forse la nuova generazione di tennisti è finalmente pronta a prendere il posto dei soliti noti. Poi, stremato, Tsitsipas cede il passo a un ottimo Medvedev in semifinale. E sembra proprio che possa essere il russo a completare l’opera: in finale si trova di fronte Novak Djokovic, numero 1 del mondo e, va detto, particolarmente a suo agio in quel di Melbourne (alla data della finale, ha già conquistato il titolo otto volte).

Le premesse sembrano interessanti: i precedenti dicono 4-3 Djokovic, ma è stato Medvedev ad aggiudicarsi tre degli ultimi quattro scontri diretti, compreso l’ultimo, con un netto 6-3 6-3 nel round robin delle ATP Finals 2020.

Il finale è noto: Djokovic vince nettamente, con il punteggio di 7-5 6-2 6-2, e non sembra affatto intenzionato ad abbandonare la scena. Anzi, raggiungendo quota 18 si lancia all’inseguimento del record di 20 Slam vinti, al momento detenuto da Federer e da Nadal. Spostando lo sguardo dalla storia alla cronaca però, e tornando alla finale del 21 febbraio tra Djokovic e Medvedev, viene naturale interrogarsi su quale possa essere il segreto del numero uno del mondo: cosa gli ha consentito di annichilire quello che era sembrato il tennista più in forma del circuito? Forse, analizzare in dettaglio i dati della partita, e in particolare del primo set (il più lottato) potrà fornirci qualche spunto in più per rispondere alla domanda. Anche alla luce del fatto che il forfait di Djokovic a Miami farà slittare il suo ritorno alla stagione sulla terra battuta.

 

PRIMO SET

PARZIALI E CONTRO-PARZIALI

Figura 1. Andamento della partita, distinta in quattro parziali: 3-0 3-3 5-5 7-5

Possiamo osservare innanzitutto come, all’interno del primo set, si distinguano chiaramente quattro fasi:

  1. i primi tre game
  2. i tre successivi
  3. i quattro game che portano dal tre pari al cinque pari
  4. gli ultimi due, che permettono a Djokovic di aggiudicarsi il parziale

Djokovic parte fortissimo. Si aggiudica 12 dei primi 15 punti (80%) e cerca subito l’allungo, portandosi sul 3-0. Medvedev, cui non fa certo difetto il carattere, risponde con un parziale perfettamente simmetrico: nei successivi tre giochi, è il russo ad aggiudicarsi 12 punti su 15. A questo punto, assistiamo a quattro giochi in cui entrambi i finalisti tengono il servizio e regna un equilibrio quasi perfetto: Medvedev si aggiudica 10 dei 19 punti (52.6%) che portano la partita dal 3-3 al 5-5. E a quel punto, forse, che possiamo apprezzare la differenza tra un grande giocatore (Medvedev) e un fuoriclasse assoluto (Djokovic). I successivi dieci punti sono i più importanti del set, possono indirizzare (e, in effetti, indirizzeranno) l’intero match. Djokovic se ne aggiudica 8 su 10 (80%), portando a casa il parziale.

Individuata la dinamica generale dell’incontro, cerchiamo di osservarla più da vicino: cosa succede all’avvio dell’undicesimo gioco? Quale fattore tecnico o tattico mette in condizione Djokovic di far valere tutta la sua classe, proprio nel momento decisivo?

IL SERVIZIO: EFFICACIA E STRATEGIA

Figura 2. Piazzamento prima palla di servizio: Djokovic (a sinistra) vs Medvedev (a destra) © AO2021-Infosys
Figura 3. Piazzamento seconda palla di servizio: Djokovic (a sinistra) vs Medvedev (a destra) © AO2021-Infosys

Da un punto di vista della gestione del colpo di inizio gioco, il servizio, le strategie di Djokovic e di Medvedev sembrano molto simili, almeno per quanto riguarda la gestione della prima palla. In nessuno dei 18 casi in cui mette in campo la prima (65% di prime in campo) Djokovic va al corpo. Anche Medvedev, nei 23 casi in cui mette la prima di servizio, sceglie di andare al centro o esterno (notevole, anche se insufficiente, il 75% di prime in campo per il russo). Considerando l’agilità di Djokovic e la reattività di Medvedev, la scelta sembra piuttosto comprensibile: una prima palla “addosso” al giocatore potrebbe essere un’occasione sprecata di guadagnare un vantaggio nello scambio.

Si osserva invece una piccola differenza per quanto riguarda la seconda palla. In 6 su 10 delle occasioni in cui Djokovic serve la seconda cerca il dritto di Medvedev, raccogliendo 5 punti. In altre due occasioni il serbo va al corpo, mentre azzarda una seconda sul rovescio di Medvedev soltanto due volte in tutto il set, probabilmente per evitare di essere troppo prevedibile. Medvedev serve soltanto otto volte la seconda: tre volte al corpo e, curiosamente, le altre cinque verso il temibilissimo rovescio bimane di Djokovic. Non a caso, il serbo riesce a raccogliere addirittura l’80% di punti con la seconda, percentuale che addirittura supera quella di punti vinti con la prima (72%), mentre Medvedev deve accontentarsi di un 3 su 8 (37,5%) di punti con la seconda, che gli costerà caro.

Naturalmente, è difficile pensare però che il match sia tutto qui. La strategia al servizio e l’efficacia in risposta costituiscono una sorta di sottofondo alla partita, ma per esplorarne la melodia sarà utile concentrarsi anche sugli altri aspetti del gioco: cosa succede una volta che lo scambio ha preso il via?

VINCENTI

L’analisi dei colpi vincenti non sembra fornirci molti spunti per rispondere alla domanda. Il conteggio totale segna una perfetta parità: ciascuno dei finalisti ha infatti messo a segno dodici vincenti nel corso del primo set.

Figura 4. Distribuzione dei colpi vincenti: servizio, dritto e rovescio

La distribuzione dei vincenti tra servizio, dritto e rovescio, sembra una semplice rappresentazione dello stile di gioco: più sbilanciato verso il servizio Medvedev, più equilibrato Djokovic. Il russo totalizza infatti sei vincenti con il servizio, mentre il serbo si ferma a tre, recuperando però con un dritto e due rovesci vincenti in più rispetto allo sfidante (rispettivamente sei contro cinque e tre contro uno). Colpisce però soprattutto come, osservando l’evoluzione del set, e ricordando quanto precedentemente osservato rispetto alle quattro fasi della partita, tale dinamica non trovi o quasi riscontro nell’andamento dei colpi vincenti.

Figura 5. Andamento cumulativo dei colpi vincenti, al procedere dei game

In figura, possiamo osservare il numero di colpi vincenti totalizzati da ciascun giocatore game dopo game. Ad esempio, alla fine del quarto gioco, entrambi i giocatori hanno messo a segno quattro colpi vincenti. Osservando tale andamento, faticheremmo però a distinguere l’allungo iniziale del numero uno del mondo, la reazione dello sfidante, e infine la zampata del campione negli ultimi due game. A giudicare soltanto dai vincenti, il set sembrerebbe invece piuttosto equilibrato per tutta la sua durata. Anzi, è Medvedev a trovarsi con uno o due vincenti in più fino all’ultimo gioco, in cui viene raggiunto ma non superato in questa particolare classifica. Le ragioni più profonde dell’esito del match, capaci di spiegare le sue quattro fasi, vanno allora, forse, cercate soprattutto altrove.

ERRORI FORZATI

L’applicazione dello stesso criterio agli errori classificati come forzati (pur con la cautela che si deve alla distinzione, mai semplice, tra errori forzati e non forzati), non offre grossi spunti a livello di distribuzione, molto equilibrata tra dritto e rovescio, per entrambi i giocatori.

Figura 6. Distribuzione degli errori forzati, tra dritto e rovescio

Più interessante invece l’osservazione della dinamica dell’efficacia dei due giocatori nell’indurre l’avversario all’errore lungo le varie fasi della partita.

Figura 7. Andamento cumulativo degli errori forzati, al procedere dei game

Osserviamo infatti come la partenza a razzo di Djokovic corrisponda a una efficacia notevolmente maggiore nell’indurre Medvedev all’errore nei primi tre game. Il russo recupera nelle fasi successive, ma non riesce mai a riequilibrare completamente il gap da questo punto di vista, se non fino al decimo gioco, quello del 5-5. La lunga rincorsa però, possiamo immaginare, porta Medvedev a giocare a un ritmo e a un livello al di fuori della propria comfort zone, e sono proprio gli ultimi due giochi, con il proprio carico di stress fisico e mentale, a presentare il conto, con gli errori forzati di Medvedev che superano nuovamente quelli di Djokovic. Si tratta, tuttavia, di una differenza minima: due errori forzati commessi da Medvedev, uno soltanto dal serbo. Non può bastare questo a spiegare il decisivo parziale di 8-2 in chiusura di set.

ERRORI NON FORZATI

Anche per quanto riguarda gli errori non forzati, non è tanto la distribuzione a essere decisiva per la comprensione del match, quanto piuttosto l’andamento nel tempo.

Figura 8. Distribuzione degli errori non forzati, tra dritto e rovescio

A livello di distribuzione, colpisce osservare come Djokovic riesca a sbagliare pochissimo con il colpo (in termini molto relativi) meno sicuro, il dritto (commettendo soltanto due errori gratuiti), mentre Medvedev, che condivide una maggiore solidità dal lato del rovescio, non riesca a nascondere altrettanto bene il suo colpo di relativa debolezza, che sbaglia sei volte nel corso del primo set.

Figura 9. Andamento cumulativo degli errori non forzati, al procedere dei game

Ma è soprattutto il grafico che rappresenta l’andamento degli errori non forzati a mano a mano che avanzano i game a restituirci un’immagine nitida della partita. Djokovic è perfetto in avvio di match; Medvedev gli risponde, fino a equilibrare il conto degli errori non forzati (e il punteggio) nel sesto game. Entrambi commettono un errore nel settimo game ma, da lì in poi, Djokovic, semplicemente, non sbaglia più, mentre Medvedev “sporca” il proprio score già dal nono gioco, regalando un paio di punti, che costituiscono forse un piccolo segnale. I successivi due gratuiti, commessi nell’undicesimo e nel dodicesimo gioco, avranno un prezzo molto più alto: costeranno il parziale e indirizzeranno il match in direzione del serbo. A confermare l’esistenza di questa fortissima pressione psicologica vi è anche il fatto che Medvedev, nel corso degli ultimi quattro giochi, commette tre errori gratuiti con il rovescio, decisamente il suo colpo più solido e che, per gli otto giochi precedenti, era stato praticamente perfetto (un solo errore, nel game di apertura).

SECONDO SET

Figura 10. Secondo set: vincenti, errori forzati, errori non forzati

All’inizio del secondo set Medvedev, giocatore orgoglioso e abile tatticamente, si rende conto di dover cambiare qualcosa, per evitare di essere stritolato dal ritmo infernale che Djokovic sa imporre alla partita. Riconoscendo la sconfitta negli scambi lunghi (nelle quindici occasioni in cui lo scambio supera i nove colpi, Djokovic risulta vincitore due volte su tre, nel primo parziale), cerca di essere più aggressivo. Complice un piccolo passaggio a vuoto del serbo, probabilmente dovuto anche a un comprensibile calo di tensione dopo aver vinto il primo parziale, Medvedev riesce effettivamente a ottenere il break nel primo gioco. A quel punto però, Djokovic risponde da par suo: accettando il nuovo ritmo imposto alla partita e anzi aggredendo a sua volta Medvedev, in particolare nei game di risposta. Prima recupera il break e, dopo aver difeso il proprio servizio, strappa ancora una volta il servizio all’avversario, per portarsi sul tre a uno. Da qui in avanti, il parziale è segnato: Djokovic chiuderà agevolmente per 6-2, conquistando ancora un break nell’ultimo gioco.

Il fatto è che il serbo sembra aver preso le misure al pur notevole servizio del russo, che in questo parziale riuscirà a raccogliere soltanto due punti nelle otto occasioni in cui non metterà in campo la prima (25%). Non solo: Medvedev sembra un po’ in difficoltà anche con la prima, quando deve servire da destra: in queste occasioni, infatti, totalizza soltanto quattro punti su otto (50%). Prendendo qualche rischio in più appena ne ha l’occasione, Medvedev totalizza un colpo vincente in più di Djokovic. Il conteggio degli errori però, e in particolare degli errori forzati, è impietoso: diciotto per Medvedev, contro dieci per Djokovic. A completare il quadro, Medvedev commette anche tre errori non forzati in più (otto contro cinque).

Effettivamente, il numero di scambi che superano i nove colpi è poco più che dimezzato rispetto al primo parziale, riducendosi da quindici a otto. Per ottenere questo risultato però, Medvedev sembra andare fuori giri, e paga un prezzo molto, troppo alto: negli scambi brevi, al di sotto dei quattro colpi, prevale soltanto in nove occasioni su ventinove (mentre nel corso del primo set, in queste occasioni, Medvedev totalizzava un punto in più di Djokovic: diciotto a diciassette). A conclusione del secondo parziale, la situazione sembrava quindi compromessa per Medvedev: non soltanto in termini di punteggio, ma anche in termini di possibili vie alternative da percorrere a livello di strategia di gioco.

TERZO SET

Figura 11. Terzo set: vincenti, errori forzati, errori non forzati

In effetti, nel terzo parziale Medvedev non trova di meglio che esacerbare ulteriormente la strategia seguita nel secondo, cercando di essere ancora più aggressivo. A fine set, in effetti, totalizzerà tre vincenti in più di Djokovic (sette a quattro) e riuscirà ad indurlo all’errore due volte in più (dieci contro otto). Per ottenere questo risultato però, sarà costretto a forzare il suo gioco, e questo lo porterà a commettere addirittura tredici errori non forzati (contro cinque di Djokovic) nel corso del solo terzo parziale, statistica davvero difficile da metabolizzare per un giocatore come Medvedev, che sa essere, specialmente nelle sue giornate migliori, estremamente regolare oltre che efficace.

Ancora una volta, Djokovic parte male, commettendo addirittura due doppi falli nel game iniziale, e Medvedev si porta sul 15-40 sul suo servizio. Il serbo però annulla da campione le due palle break e tiene il servizio. Il contraccolpo psicologico si fa sentire e, nel game successivo, Medvedev subisce l’ennesimo break, complice anche un pesante doppio fallo sul quaranta pari. Da lì in avanti, entrambi i giocatori tengono il servizio, senza concedere palle break fino al cinque a due in favore di Djokovic. Medvedev a questo punto va a servire per restare nel match: recupera da 0-30 a 30-30, ma cede i successivi due punti, e con essi partita e torneo all’avversario.

In questo terzo parziale, Djokovic è superiore a Medvedev sia negli scambi con meno di quattro colpi (tredici a dodici), sia, nettamente, in quelli tra cinque e otto colpi (dieci a sei), che negli scambi più lunghi, con almeno nove colpi (cinque a tre). Una vittoria netta quindi, in crescendo, per il numero uno del mondo, che non sembra affatto intenzionato a cedere il suo trono.

UNO SGUARDO D’INSIEME

Figura 12. Alcune statistiche dell’intero match (© AO2021-Infosys)

Ripercorrendo l’intero match, osserviamo come Medvedev non abbia, in realtà, poi molto da rimproverarsi: è riuscito a mantenere, pur cercando di sfruttare al massimo il proprio servizio, un discreto 64% di prime in campo, con un 69% di punti vinti sulla prima (contro il miglior ribattitore del mondo). È riuscito anche a conquistarsi quattro palle break, sfruttandone due. In termini tecnici, una delle radici della sua sconfitta va forse cercata in quel misero 32% di punti vinti con la seconda di servizio in campo anche se, va ricordato, l’esito del primo set ha costretto Medvedev a inseguire, aggravando la pressione a cui si è trovato sottoposto nei momenti di maggiore difficoltà.

Un altro elemento interessante, che fa la sua comparsa qua e là lungo tutta la partita, è l’aspetto di verticalità del gioco dei due contendenti: a fine partita, Djokovic conquisterà sedici dei diciotto punti che lo vedono venire a rete (89%); Medvedev otto su tredici (63%). Sicuramente si può attribuire al serbo una mano più delicata e precisa nei pressi della rete, ma una differenza così marcata, riallacciandosi anche a quanto precedentemente descritto, conferma la dinamica della partita: Djokovic va a rete per raccogliere il punto, Medvedev si ritrova ad andare a rete anche in modo più avventuroso, nel tentativo di fare qualcosa di diverso, per destabilizzare un avversario che non gli sta lasciando scampo.

Il celebre data scientist W. Edwards Deming ricordava che “without data, you’re just another person with an opinion”, ovvero “senza dati, sei soltanto un’altra persona con un’opinione”. Senza la pretesa di catturare tutta l’essenza (e, perché no, anche la magia) di un match emozionante come la finalissima del primo Slam dell’anno, abbiamo cercato di servirci anche dei mezzi che la tecnologia e la statistica mettono a disposizione, per cercare di darne una lettura più accurata e fattuale. E sono i dati, anche i dati quindi, a confermare, per così dire quantificando l’intuizione dello spettatore e del critico, come Nole sia il numero uno del mondo (anche) perché è in grado, specialmente nei momenti decisivi, come gli ultimi game del primo set di questa finale che segna il suo nono trionfo all’Australian Open, di non regalare assolutamente nulla, opponendo all’avversario un muro che, spesso, si rivela invalicabile.


Genovese, classe 1985, Damiano Verda è ingegnere informatico e data scientist ma anche appassionato di scrittura. “There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor” (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche scrivere, divertendosi, possa essere un modo per cercare di socchiudere qualcuna di quelle porte, lungo quel corridoio senza fine. Per leggere i suoi articoli visitate www.damianoverda.it

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Lleyton Hewitt si scaglia contro il trasloco della Coppa Davis ad Abu Dhabi: “Sarebbe la fine”

Il capitano australiano non usa mezzi termini: “Hanno già gettato fuori dalla porta tutto ciò che rendeva affascinante la Davis, adesso vogliono distruggere la porta e anche la casa”

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Lleyton Hewitt, capitano dell'Australia, alla Davis Cup by Rakuten 2021 (Credit: Giampiero Sposito, Torino, 23 Novembre 2021)

Da quando si è accomodato sulla panchina della nazionale aussie, Lleyton Hewitt ha addomesticato gli impulsi più focosi che ne avevano caratterizzato le gesta nel rettangolo di gioco, ma l’istinto è l’istinto, e il personaggio rimane poco incline a chinare la testa di fronte ai soprusi. L’ex ragazzaccio di Adelaide si presenta un po’ abbacchiato in conferenza stampa dopo la secca sconfitta patita contro la Croazia nell’esordio Davis a Torino, ma la delusione sportiva, cocente ma pur sempre figlia di questioni di campo e comunque calmierata da una matematica che ancora non condanna nessuno, diventa lucida rabbia quando i cronisti lo incalzano sull’hot topic del momento, vale a dire l’ulteriore mutamento a cui starebbe andando incontro la cara, vecchia manifestazione.

Come noto, il board dell’ITF la prossima settimana dovrebbe prendere in esame la possibilità di un trasloco della grande kermesse per nazionali, con gli Emirati Arabi come destinazione finale per i prossimi cinque anni. Gerard Piqué, l’ideologo della rivoluzione, sembra notevolmente spaventato dal bagno di sangue economico registrato nell’edizione d’esordio nel 2019, e dopo l’apprezzato stop imposto dalla pandemia gradirebbe evitare di incamerare altri debiti che si presumono ingenti. Il processo assomiglia in modo sinistro a quello conclusosi con l’assegnazione del mondiale di calcio 2022 al Qatar: poche garanzie rispetto alla reale affluenza di pubblico ma una montagna di soldi utili a rincuorare chi dello sport non sembra avere una concezione particolarmente popolare. Hewitt, già più volte critico nel corso degli ultimi quattro anni con la radicale riforma della Coppa, rompe gli argini e dice la sua, scegliendo parole discretamente lontane dal concetto di mediazione. “Nessuno mi ha interpellato in merito – esordisce -, ho solo sentito qualche voce a riguardo, ma se ciò dovesse accadere sarebbe ridicolo, la Coppa Davis non esisterebbe più“.

Assecondando il Lleyton-pensiero, gran parte del fascino che il mondiale per nazioni aveva costruito in oltre cento anni di storia si è già spento, insieme all’atmosfera incendiaria di un evento che si cibava del feroce entusiasmo del pubblico di casa e della necessità di sopravvivere al clima da corrida nelle trasferte più disparate. “Guardate per esempio al bellissimo, ampio, meraviglioso palazzetto in cui abbiamo giocato oggi“, continua il capitano australiano, “non era esattamente pieno, non abbiamo ricevuto un grande supporto. Penso che in passato gran parte della magia fosse garantita dalla gente, non importava ci trovassimo in Australia o alle Hawaii. Essere letteralmente trascinati dal nostro pubblico quando giocavamo in casa era magico, ma era magico anche giocare in trasferta, con tutti contro, perché dovevi trovare il modo di venire fuori da situazioni complicate cementando il gruppo. A volte io e Tony Roche raccontiamo ai ragazzi delle vecchie avventure in nazionale, e sono triste per loro, deluso perché non le possono vivere. Penso ad Alex De Minaur, amerebbe ritrovarsi in quelle situazioni. La Davis rappresentava il momento più alto del nostro sport, con partite in cinque set come solo negli Slam. Hanno gettato tutto questo fuori dalla porta, e adesso vogliono distruggere la porta e la casa. Dovessero davvero trasferire tutto ad Abu Dhabi per cinque anni sarebbe la fine, una cosa ridicola, ucciderebbero definitivamente la competizione“.

 

Naturalmente, vista la piega presa dalla situazione, sono esistite ed esistono campane discordanti e opposte, suonate da chi ritiene che un cambiamento, Abu Dhabi o meno, sarebbe stato in ogni caso ineludibile. Novak Djokovic, recentemente espressosi sull’argomento, ha sottolineato come la vecchia versione della Coppa non fosse più sostenibile, auspicando però rilevanti modifiche di quella corrente. La principale, secondo il numero uno ATP, dovrebbe riguardare la collocazione delle partite: un’ipotesi consisterebbe nel raddoppiare il numero delle sedi ospitanti, al fine di promuovere lo sport della racchetta. I grandi fautori della riforma, inoltre, solevano foraggiare le loro tesi battendo su un tasto a loro dire dolente: la vecchia Coppa, sparpagliata durante l’anno ai quattro angoli del globo, non attirava più i grandi giocatori. Nemmeno in questo caso, tuttavia, Lleyton Hewitt ha mai notato un reale problema.

Le stelle giocavano eccome la Coppa Davis. Forse Roger Federer qualche volta si è negato, ma anche lui ha fatto di tutto per iscrivere il proprio nome dell’albo d’oro, e lo ha fatto quando era il più grande giocatore di tutti i tempi. Novak Djokovic è stato presente ogniqualvolta contasse per la Serbia, e sappiamo cosa abbia passato Andy Murray per consentire alla Gran Bretagna di vincere. Sascha Zverev ha sempre giocato, è venuto a sfidarci a Brisbane e ha significato qualcosa di immenso per lui. Adesso c’è anche l’ATP Cup: non vorrei sembrare di parte perché si gioca in Australia, ma tutti i migliori giocatori ne hanno preso parte e la cornice di pubblico è sempre stata clamorosa. Un grande servizio non solo per il nostro Paese, ma per il nostro sport“.

Come sempre, voci pure autorevoli come quella di Hewitt verranno ascoltate il giusto, questioni di tale portata purtroppo decidendosi ai piani alti, e stavolta non dovrebbe andare diversamente. “Nessuno mi ha interpellato quattro anni fa e non vedo perché dovrebbero farlo adesso. Le decisioni vengono prese da un calciatore e dalla compagnia che lo sostiene, ma non credo che queste persone conoscano a fondo il tennis e quello che sarebbe utile a renderlo migliore. Boicottare la Davis in caso davvero si trasferisse negli Emirati? Questo mai, ogni volta che ci sarà data la possibilità di indossare la nostra maglia saremo in prima linea, e daremo tutto“. Povero Lleyton, povera Davis. Sperando che nella stanza dei bottoni qualcuno accenda la luce. Ammesso non siano già stati venduti i bottoni e le lampadine.

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Editoriali del Direttore

Davis Cup, i tennisti vedono l’Italia favorita con gli USA. Io mica tanto, ma spero di sbagliarmi

Tante incertezze sulle formazioni. Il gran dubbio Fognini-Sonego. Chi giocherà fra Isner e Tiafoe? E sì che Isner sarebbe il N.1, ma Opelka non lo si discute

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Ho sempre pensato che la Croazia fosse più forte di quest’Australia, anche se non mi aspettavo che Gojo battesse Popyrin. E a confermare il mio pronostico è arrivata la prima tristanzuola giornata di Coppa Davis a Torino, pochissimi spettatori nonostante i ragazzi portati dalle scuole, spalti vuoti salvo uno sparuto gruppo croato.

D’altra parte non si poteva pretendere che qualcuno arrivasse dall’Australia, fra i Paesi più difficili al mondo da raggiungere (o in cui rientrare) ma non semplice neppure da lasciare.

La Croazia, che ha chiuso sul 2-0 i singolari ancora prima di schierare il doppio n.1 del mondo Pavic-Mektic (che infatti hanno dominato gli aussies Peers-De Minaur) giocherà lunedì – ormai sono in vena di pronostici – contro chi emergerà già stasera dal duello Italia-USA.

 

Partita durissima, quella dei nostri, perché giocare indoor contro i giganti americani, Opelka 2 metri e 11, Isner 2 metri e 8, e senza l’apporto di Matteo Berrettini non è davvero un sorteggio ideale.

Oggi i giocatori con cui ho avuto la possibilità di parlare, Gojo, Popyrin, Cilic, hanno detto tutti che l’Italia doveva essere considerata leggermente favorita. Chi riferendosi alla gran forma di Sinner, chi al fattore campo, chi all’annata particolarmente felice del tennis italiano.

Io confesso di non essere stato in grado di capire se Filippo Volandri ha intenzione di schierare come secondo singolarista Fabio Fognini oppure Lorenzo Sonego. Non ho potuto verificare chi sia più in forma dei due, il “trispapà” Fabio o il torinese e torinista Lorenzo, perché a differenza di Jannik che si è allenato al PalaAlpiTour con un Volandri ancora in buone condizioni atletiche e tennistiche, loro due sono andati a giocare al Cral Reale Mutua.

Volandri in questi giorni sembra essere stato in maggiore sintonia con Fognini, che stamattina si è allenato sfoggiando una maglia azzurra con su scritto Italia. Forse Volandri ha più fiducia nell’esperienza di Fognini. Ma è anche vero che conosce tutto sommato meglio Fognini che Sonego, il quale avrebbe l’handicap di esordire con la maglia della nazionale (salvo che alle Olimpiadi…).

Il campo con i rimbalzi alti, e non particolarmente veloce – anzi…e poi ci sono le palle Wilson anziché le Dunlop delle ATP Finals – parrebbe dare a Fognini qualche margine di vantaggio. Tuttavia a me la scelta Fognini pare molto rischiosa: non so quanto abbia potuto allenarsi e non è che i suoi ultimi risultati siano stati entusiasmanti.

Bisogna vedere anche chi sceglierà capitan Mardy Fish: se decidesse di schierare i due giganti, Isner N.24 scenderebbe in campo da N.1 contro Sinner ma per secondo, mentre il primo match lo disputerebbero i numeri due, Opelka N.26 e Fognini N.37.

Però, se invece Fish volesse tenere fresco Isner, 36 anni e mezzo, per schierarlo in doppio al fianco di Sock o di Ram, allora Opelka diventerebbe il N.1 contro Sinner e Tiafoe giocherebbe contro Fognini.

Onestamente il doppio italiano non mi sembra forte come qualunque dei tre doppi che possono schierare gli Stati Uniti. La vittoria all’Open d’Australia di Fognini e Bolelli è ormai parecchio datata: 2015, sono passati quasi sette anni.

Ergo dobbiamo cercare di vincere i due singolari. E mentre Sinner deve essere considerato favorito, con le riserve del caso, nel singolare dei numeri uno, nell’altro match a me non pare che saremmo favoriti.

Quindi, augurandomi ovviamente di sbagliare, a differenza di quello che hanno detto tutti i tennisti ascoltati oggi, un leggerissimo margine per me ce lo ha il team USA.

Quanti break potranno mai subire Opelka e Isner se dovessero giocare i singolari? Di sicuro qualche set finirà al tiebreak. E magari perderanno un set 6-4 o 7-5. Se Fognini perdesse un servizio, come ne recupererebbe uno o due?

Sulle prime mi ero rallegrato che il campo di questa Coppa Davis non fosse così veloce come quello delle ATP Finals.  Però poi ho sentito Mardy Fish dire che ai suoi giocatori il campo più lento piaceva: “Gli aces e i servizi vincenti li fanno ovunque, anche se un campo è lento. Ma se è troppo veloce non riescono a recuperare sugli angoli. Forse per Isner il campo in terra  battuta è quello ideale…”.

E in effetti mi sono ricordato di Isner che battè Federer sulla terra rossa in Svizzera in Coppa Davis o che fece una gran battaglia con Rafa Nadal al Roland Garros nel 2011. Rafa vinse 6-4 6-7 6-7 6-2 6-4. Quest’anno al Roland Garros Isner ha lottato per 4 set con il finalista del torneo Tsitsipas.

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ATP

Tsitsipas si è operato al gomito: “In campo tra due settimane”

Il greco si è sottoposto all’intervento in una clinica svizzera a causa dell’infortunio che lo ha costretto al forfait alle ATP Finals

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Stefanos Tsitsipas (GRE) - Vienna 2021 (© e-motion/Bildagentur Zolles KG/Christian Hofer).

Stefanos Tsitsipas si è sottoposto ad un intervento chirurgico per risolvere il problema al gomito che lo ha afflitto nelle ultime settimane, costringendolo anche a dare forfait dopo il primo incontro alle Nitto ATP Finals. L’operazione si è svolta in una clinica in Svizzera e il tennista greco ha informato i propri fan solo a cose fatte, con un post su FB che lo ritrae a letto sorridente e col gomito fasciato. I tempi di recupero si prospettano comunque piuttosto brevi, come ha annunciato lo stesso Tsitsipas nella didascalia al suddetto post. Il greco dovrebbe ricominciare ad allenarsi a Dubai già tra un paio di settimane per poi fare rotta verso l’Australia.

Queste le parole di Stefanos in calce alla foto:

Le cose spesso diventano più difficili prima di diventare più facili, ma con ogni lotta abbiamo l’opportunità di creare la nostra storia unica. Alcuni giorni la vita è tutta incentrata sui tuoi sogni, speranze e visioni per il futuro. Ci sono anche giorni in cui la vita consiste solo nel mettere un piede davanti all’altro e anche questo va bene. A tutti i fan, grazie per il vostro continuo supporto e incoraggiamento. Sono concentrato su un futuro più sano e più felice. Prossima tappa: preseason a Dubai tra due settimane e poi non vedo l’ora di andare in Australia.”

 

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