Tennisti e vaccino anti Covid-19: si allarga il contingente dei no-vax

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Tennisti e vaccino anti Covid-19: si allarga il contingente dei no-vax

Intervistati da Ben Rothenberg, si schierano contro la profilassi Rublev, Schwartzman, Svitolina e Sabalenka. Favorevole Osaka. ATP e WTA all’unisono: “Vaccini consigliati, ma nessun obbligo”

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In foto Simona Halep, la prima tennista a pubblicare una foto dopo essersi vaccinata

È la questione più dibattuta al mondo, destinata a soggiornare sulle prime pagine di ogni organo di stampa per molti mesi ancora, almeno fino a quando la campagna vaccinale arriverà agli agognati sgoccioli. Vaccini sì o vaccini no? I vantaggi dell’inoculazione saranno superiori alle conseguenze del rifiuto? Un dibattito logorante, anche se il filato dell’interrogazione sembra per lo più realizzato in lana caprina.

Al di là di alcune prese di posizione al limite del mostruoso, il grande dubbio che circonda l’utilizzo della ‘bomba H’ progettata per mettere definitivamente all’angolo il virus – contro cui purtroppo non esistono profili terapeutici di efficacia certa – non può non interessare il tennis, lo sport sballottato con più veemenza dai cupi soffi della pandemia. Organizzato in Tour e quindi per sua stessa costituzione incline a valicare confini tutte le settimane, costretto ogni volta a misurarsi con faldoni normativi diversi da Stato a Stato e a cambiare di continuo aeroporti, alberghi e palestre, il mondo della racchetta è sin dai primi giorni al centro del cataclisma, obbligato a cercare soluzioni scomode che, comprensibilmente, vista la delicatezza del problema, si scontrano con le multiformi sensibilità delle parti in causa.

La primigenia esternazione, genitrice dell’aspra dicotomia sul tema, fu quella di Novak Djokovic, contrario alla profilassi da tempi non sospetti: la presa di posizione del numero uno al mondo, cui venne all’istante affibbiato dagli avversari politici il maligno soprannome Novax, seguita dalla disinvolta gestione del discusso Adria Tour da lui patrocinato, aprirono la tesa tavola rotonda, ormai quasi un anno fa. Per carisma, ruolo e facondia eccellente nel creare proseliti, o anche senza nesso di causalità e semplicemente perché si tratta di uno scetticismo diffuso, tra i colleghi più giovani c’è chi la pensa allo stesso modo. Giusto nella giornata di martedì, il celebre corrispondente del New York Times Ben Rothenberg ha raccolto le dichiarazioni di cinque professionisti, due donne e tre uomini, invitati a riferire le loro intenzioni: si vaccineranno? Non lo faranno? E se sì, quando?

 
Qui trovate raccolti i pareri di Svitolina, Rublev, Sabalenka e Schwartzman

La tendenza generale delle risposte restituisce perlomeno una generale mancanza di visione d’insieme, un pizzico di qualunquismo egoista e una spolverata di bizzarre convinzioni. Elina Svitolina e Andrey Rublev, posizionati grossomodo sulla medesima falsariga, sottolineano come la vaccinazione non porterebbe loro alcun vantaggio, o addirittura alcun privilegio, per dirla con il russo. Il fatto che il famoso vaccino diminuirebbe la possibilità di trasferire il virus al prossimo evidentemente non stimola il loro interesse. “La nostra situazione non migliorerebbe granché – hanno fatto sapere i due più o meno in coro -, l’ATP, la WTA e i governi locali ci obbligherebbero comunque a stare nella bolla e a passare un periodo di quarantena dopo ogni trasferimento“. La convinzione del russo non sembra poggiare su basi solidissime: “Da quali presupposti deriva questo rifiuto? Non lo so, non saprei risponderti“.

La tennista da Odessa teme effetti collaterali e soprattutto i pochi test effettuati prima della distribuzione di massa; come Aryna Sabalenka, la quale, per la presumibile soddisfazione di Djokovic, condisce la dissertazione con un po’ di mistica scientifica. “Non credo nel vaccino – ha detto a Rothenberg la bielorussa -; se sarò obbligata a farlo per poter giocare i tornei allora non avrò scelta, ma di sicuro non permetterò che i miei famigliari lo facciano. Se dovessi essere costretta, sceglierei comunque quello più caro sul mercato, perché più sicuro, e con meno probabilità di inficiare il mio corredo genetico“. Questa è una inesattezza piuttosto grossa, qui è spiegato brevemente perché.

Anche Diego Schwartzman si schiera dalla parte del no. “Sono contrario, i vaccini non fanno parte né della cultura né tantomeno della tradizione della mia famiglia. Inoltre, al momento l’approvvigionamento è parecchio problematico in Argentina. Se l’ATP ci ha detto che potrebbe provvedere? Non proprio. Abbiamo sentito dire molte volte che il Comitato Olimpico potrebbe aiutarci in vista dei Giochi di Tokyo. Se ciò sarà possibile per noi atleti, e la somministrazione dovesse essere attuata nella perfetta osservanza di tutti i crismi legali e clinici, potrei prendere in considerazione la possibilità di farlo“. L’unica voce fuori dal coro, tra gli interrogati, è quella di Naomi Osaka. La numero due del mondo ha tagliato corto, limitandosi a rispondere “mi vaccinerò sicuramente, quando sarà il mio turno“.

Posto che le decisioni dei giocatori potrebbero drasticamente cambiare indirizzo una volta che i diversi Stati chiariranno le rispettive politiche in tema di ingressi e soggiorni (è praticamente certo che Australia e Cina consentiranno l’accesso al territorio nazionale solo ai vaccinati, con buone probabilità di essere imitate da altri Paesi), un numero tanto elevato di voci univoche contrarie alla pratica ha creato un discreto sconquasso nelle stanze dei bottoni, forzando due comunicati di tenore pressoché identico rilasciati a stretto giro di posta da ATP e WTA.

Basandosi sulle evidenze scientifiche emerse, ATP raccomanda a tutti la vaccinazione al COVID-19 – si legge nel bollettino dell’Associazione Tennisti -. Parallelamente, restiamo a disposizione per sostenere e supportare la distribuzione a tutti i livelli e in tutto il mondo, dando priorità a chi avrà maggiore necessità di protezione. Inoltre ci stiamo confrontando con infettivologi e virologi per valutare le migliori strategie di somministrazione quando le dosi saranno disponibili su larga scala, mentre collaboriamo con altre leghe sportive internazionali e consulenti esterni con l’obiettivo di individuare le modalità di gestione migliori nell’ambito dello sport. Qualsiasi aggiornamento ulteriore riguardo ai prossimi passi da compiere e alle opzioni di vaccinazione disponibili per i nostri atleti verrà comunicato con la massima tempestività“.

Una nota protocollare, non dissimile dalla gemella parimenti impiegatizia ma leggermente più decisa resa pubblica dalla controparte femminile. “La WTA crede nel vaccino e incoraggia chiunque a sottoporvisi. Ciò sarà decisivo per proteggere dal virus l’individuo vaccinato e colui che ancora non lo è, accelerando il processo di ritorno alla normalità tanto agognato. Insieme ai fidati consulenti della Mayo Clinic (l’organizzazione non-profit per la ricerca medica con sedi a Rochester, Jacksonville e Phoenix, NdR) saremo in grado di assistere gli atleti e consigliarli al meglio sui benefici che i diversi vaccini sul mercato garantiscono. Detto questo, la WTA non obbligherà nessuna giocatrice a vaccinarsi, in quanto decisione personale insindacabile che rispetteremo, qualunque essa sia“.

CONCLUSIONI

Osserveremo, con la dovuta preoccupazione visti i chiari di luna, quello che accadrà. Nel frattempo ci permettiamo di considerare igienica una riflessione: i giocatori sono anche dei piccoli capi-azienda, con la responsabilità di stipendiare un team più o meno nutrito di allenatori, fisioterapisti e preparatori con i quali, per dieci mesi l’anno, intrattengono rapporti pressoché simbiotici: è lecito sospettare che le giovani star possano condizionare la vita di chi lavora nella squadra con le loro scelte. Scelte che nella stragrande maggioranza dei casi non sembrano fondate su processi cognitivi conclusi con profitto.

Per comprendere compiutamente cosa siano gli mRNA, ma anche solo i processi di replicazione del genoma, fior di specializzati in biologia molecolare ci hanno rimesso qualche bocciatura nel percorso di studi. Le persone comuni, nel cui novero ci onoriamo di accasarci insieme ai tennisti e alla stragrande maggioranza dei bipedi che popolano questa landa desolata chiamata Terra, hanno solitamente bisogno di un aiuto qualificato per leggere le analisi del sangue quando arriva il referto, figuriamoci il resto.

Noi, provando a restare il più possibile adesi alle evidenze scientifiche, ci rifacciamo a una nota pubblicata in data 29 marzo dall’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) che in sostanza riassume il seguente concetto: è stata provata l’efficacia dei vaccini nel ridurre le forme più severe di COVID-19, e sebbene i trial di studio non siano stati strutturati per misurare la riduzione del rischio di trasmissione del virus da parte di chi si vaccina, ma appunto per evitare che la gente contragga forme gravi della malattia, è comunque presumibile che la vaccinazione abbia un effetto preventivo anche sulla trasmissione del virus. A conferma di questa teoria esiste un solo studio, sviluppato in Scozia, in cui si segnala come la vaccinazione di un membro della famiglia riduca del 30% le possibilità di contagio dei conviventi, e solo attraverso ulteriori indagini (effettuate su campioni più ampi) si potranno avere conferme definitive in tal senso. Le autorità sanitarie affermano che, al momento, è ragionevole crederlo.

Chiudiamo parafrasando il mirabile articolo scritto proprio ieri da Simon Briggs sul Telegraph. Occorre comprendere come molti giocatori, prima dell’inizio della pandemia, abbiano vissuto in un’antesignana bolla: quella fatta di agenti, sponsor, coach e danti causa dei più disparati: c’è da sospettare che qualcuno, nel percorso di crescita filtrato da una lente lattiginosa deformante, abbia precocemente smarrito il contatto con la realtà.

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Federer potrebbe non tornare mai più quello di prima

Dopo un anno e mezzo di incertezza legata agli infortuni, quest’ultima battuta d’arresto potrebbe essere quella decisiva per la leggenda svizzera

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Roger Federer con il trofeo di Wimbledon 2017

Con il passare delle settimane dopo Wimbledon, le notizie su Roger Federer sono diventate sempre più preoccupanti agli occhi della sua vasta legione di fan sparpagliati per il mondo.

Lo svizzero aveva raggiunto i quarti di finale all’All England’s Club, già questa un’impresa non da poco. A circa un mese dal suo quarantesimo compleanno, Federer si è affermato come l’uomo più anziano a raggiungere i quarti di finale a Wimbledon nell’Era Open, e il secondo più anziano di sempre negli Slam alle spalle del quarantatreenne Ken Rosewall all’Australian Open nel dicembre del 1977.

Ma sto divagando. Nonostante la notevole prestazione in senso assoluto a Wimbledon, rimane il fatto che il Maestro svizzero abbia ceduto il passo in maniera netta verso la fine della schermaglia – durata tre soli set – con Hubert Hurkacz, perdendo il terzo e ultimo addirittura per 6-0. Pochi giorni dopo quella sconcertante giornata, Federer ha detto che le condizioni del ginocchio già martoriato sono peggiorate durante la stagione sull’erba, anche se alcuni addetti ai lavori suggeriscono che l’infortunio si sia verificato proprio durante la partita contro Hurkacz. Che sia così o meno, il ritorno di Federer dopo aver subito due interventi al ginocchio nel 2020 si è quindi interrotto. Di lì a poco si è ritirato da Toronto e Cincinnati, ed era evidente o che sarebbe arrivato allo US Open impreparato o che non ci sarebbe andato affatto.

 

Ora sappiamo che Federer non sarà tra i 128 giocatori del tabellone maschile dello US Open perché presto subirà l’ennesimo intervento chirurgico al ginocchio nella speranza di un improbabile rientro nel 2022. Nel rivolgersi alla sua moltitudine di follower sui social media pochi giorni fa, Federer sembrava realistico riguardo alle sue aspirazioni. Voleva semplicemente far sapere ai suoi fan cosa sta succedendo nell’ecosistema Federer e dare loro il vantaggio di vederlo davanti alla telecamera e sentire dalla sua viva voce le nuove sulla sua situazione attuale.

Federer non ha deluso i suoi ammiratori. Ha parlato gentilmente al pubblico sui social media evitando di usare lenti colorate di rosa. “Ho fatto molti controlli con i medici, ottenendo tutte le informazioni necessarie sull’infortunio occorsomi durante la stagione sull’erba e Wimbledon. Purtroppo mi hanno detto che per stare meglio nel medio-lungo termine avrò bisogno di un intervento chirurgico, quindi ho deciso di farlo. Starò con le stampelle per molte settimane e fuori dal gioco per molti mesi, ha concluso.

Ha parlato del suo desiderio di essere fisicamente sano, e poi ha aggiunto: Voglio darmi un barlume di speranza per tornare a giocare nel tour in qualche modo. Sono realista, non fraintendetemi. So quanto sia difficile a questa età sottoporsi ad un altro intervento chirurgico e provarci [a tornare]”.

Quelle sono state parole commoventi, provenienti da un campione consapevole di cosa stia affrontando e che tornare al grande tennis e giocare secondo i suoi standard sarà arduo – Roger comprende l’immensa dimensione della sfida che lo attende. Ascoltando lo svizzero esprimere i propri pensieri, ho avuto la netta sensazione che Federer si stia preparando alla possibilità che non sarà mai più nemmeno lontanamente quello che era una volta. Al di là di questo, Federer stava semplicemente affrontando una dura realtà che non avrebbe potuto immaginare quando ha lasciato Wimbledon dopo una prestazione ragionevolmente buona.

A dire il vero, sapeva di essere infortunato, ma sperava che un altro intervento chirurgico non entrasse a far parte dell’equazione. Eppure, eccolo qui ad affrontare il futuro con cauto ottimismo, cercando di escogitare un percorso che lo riporti dove vorrebbe essere, sperando di potersi reinventare in modo convincente, determinato a riprendersi da un altro intervento chirurgico e tornare a giocare, almeno a tratti, alle sue maestose condizioni.

È opportuno tenere presente che Federer ha vissuto questa routine troppe volte nel corso degli ultimi anni. Nel 2016 stava giocando con i suoi figli il giorno dopo aver perso in semifinale dell’Australian Open contro Novak Djokovic, quando ha sentito qualcosa di strano al ginocchio. Ciò ha portato all’intervento chirurgico del 3 febbraio per un menisco lacerato. È tornato in primavera, ma ha dovuto chiudere quella stagione dopo la sconfitta in semifinale per mano di Milos Raonic a Wimbledon. Ha subito una strana caduta durante la sconfitta contro il canadese, ed è stato costretto alla riabilitazione al ginocchio.

Non ha più giocato nel 2016, ma si è fatto perdonare tornando a Melbourne per l’Australian Open del 2017, durante i quali ha ottenuto tre vittorie sulla distanza dei cinque set nella sua spettacolare marcia trionfante, battendo Kei Nishikori, Stan Wawrinka e Rafael Nadal in quelle memorabili partite. La sua rimonta da 1-3 nel quinto set della finale contro Nadal, nel quale ha catturato cinque game di fila nella corsa verso la quinta corona australiana, è stato un momento decisivo per la sua carriera e la sua immagine.

Il risorto Federer si è poi assicurato un ottavo titolo a Wimbledon nello stesso anno, e poi ha difeso il suo titolo all’Australian Open con un trionfo in cinque set su Marin Cilic all’inizio del 2018. Ha quasi raggiunto un risultato incredibile a Wimbledon nel 2019 quando ha raggiunto la sua dodicesima finale sul campo centrale eliminando Nadal con una strepitosa prestazione in semifinale. In finale ha servito per il match sull’8-7 nel quinto set, raggiungendo 40-15 e due match point più servizio contro Novak Djokovic nel sedicesimo game, solo per perdere quell’emozionante incontro con il serbo. Federer non aveva mai sconfitto Nadal e Djokovic nello stesso torneo del Grande Slam, e anche questa volta il suo tentativo è stato frustrato all’ultimo.

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Comunque sia, il suo corpo ha resistito sorprendentemente bene in quel periodo dal 2017 al 2019.

A inizio 2020, però, ha subito una battuta d’arresto all’inizio dopo aver perso contro Djokovic nelle semifinali dell’Australian Open, ed è rimasto fuori per il resto di quella stagione. In quel periodo ha subito altri due interventi al ginocchio, ma non era pronto per giocare all’Australian Open quest’anno. Ha fatto il suo ritorno a Doha quest’anno sul cemento, perdendo contro Nikoloz Basilashvili ai quarti. Il suo ginocchio era ancora pesante, quindi Federer ha aspettato fino a Ginevra sulla terra battuta per riapparire, perdendo il suo primo match agli ottavi con Pablo Andujar.

Di seguito Federer è riuscito a registrare tre vittorie nei match al Roland Garros mentre si avvicinava agli ottavi di finale, ma, preoccupato di potersi farsi nuovamente male, ha rinunciato a giocare contro Matteo Berrettini agli ottavi. Ad Halle è andato, ma ha vinto solo una partita prima di uscire contro Félix Auger-Aliassime. È riuscito a raggiungere i quarti di finale di Wimbledon, come detto non un’impresa da poco date le circostanze, ma il suo ginocchio stava di nuovo facendo i capricci. E così ora ci troviamo a questo punto, dopo tutte queste false partenze. Anche per qualcuno della statura e della stabilità di Federer, questi sono tempi scoraggianti – per più di un anno e mezzo, è stato gettato in un mondo di incertezza.

E così procederà un passo alla volta nei mesi a venire, riconoscendo che le cose potrebbero non andare come vuole. Ma Federer sa perfettamente che, fosse anche rimasto in salute, collezionare altri titoli importanti sarebbe stato tremendamente difficile alla sua età. Avesse la fortuna di emergere dal suo imminente intervento chirurgico al ginocchio con un buono stato di salute per la maggior parte del 2022, Federer potrebbe dover accettare uno standard che in passato non avrebbe mai contemplato. Dopo ogni vittoria a Wimbledon quest’anno, lo svizzero sembrava assaporare il momento più a fondo che mai, quasi sentendo dentro di sé che questo era quanto più poteva chiedere a sé stesso.

Cresce la sensazione che Federer non giocherà ancora a lungo. È del tutto possibile che in un modo o nell’altro non giocherà molto nel 2022. Anche nel migliore dei casi, è difficile immaginarlo giocare oltre il prossimo anno. Se anche così fosse, dovrebbe avere pochi rimpianti. Potrebbe essere un po’ deluso dal fatto che Djokovic e probabilmente Nadal lo supereranno nel computo dei Major nel prossimo anno e oltre. Tutte e tre le superstar si sono assicurate 20 Slam in carriera, ma questo pareggio a tre potrebbe essere spezzato da Djokovic allo US Open.

Eppure ci sono così tanti successi con cui Federer può “consolarsi”. Ha vinto 103 tornei nel corso degli anni, secondo solo a Jimmy Connors (109) nell’Era Open tra gli uomini. Detiene il record di titoli in singolare maschile a Wimbledon con otto. Ha vinto cinque titoli consecutivi sia a Wimbledon (2003-2007) che allo US Open (2004-2008), un’impresa senza precedenti nella storia del tennis.

C’è dell’altro. La costanza di Federer durante il suo periodo migliore ai Major non ha eguali. Ha stabilito un record sorprendente raggiungendo 23 semifinali consecutive agli eventi del Grande Slam (2004-2010) e ha anche raggiunto almeno i quarti di finale di 36 Major consecutivi (2004-2013). La sua costanza dai vent’anni ai trent’anni era sorprendente. La sua longevità è senza precedenti; Federer si è affermato come l’uomo più anziano di sempre a risiedere al n.1 nelle classifiche ATP all’età di 36 anni nel 2018.

Roger Federer numero 1 (foto via Twitter, @ATPWorldTour)

Il rovescio della medaglia è che Federer finirà quasi sicuramente dietro sia a Nadal che a Djokovic nel computo degli scontri diretti in carriera contro i suoi due principali rivali. Nadal attualmente è avanti a Federer 24-16 nella loro rivalità, comprese sei finali Slam su nove. Federer è dietro anche a Djokovic: il serbo è sul 27-23. Inoltre, Djokovic ha il vantaggio su Federer 4-1 nelle finali Slam.

Comunque sia, Federer dovrebbe sentirsi tremendamente orgoglioso di ciò che ha fatto, e non per nulla dispiaciuto se non sarà mai più in grado di competere di nuovo sui palcoscenici principali, o in qualsiasi altro posto. Roger Federer è stato un giocatore straordinariamente popolare per la maggior parte della sua carriera, acclamato a gran voce dal pubblico ovunque andasse, sostenuto dal suo vasto charme in quanto giocatore stilisticamente più elegante dello sport; lo svizzero ha sempre tratto ispirazione dalla consapevolezza che la sua abilità artistica non è mai stata data per scontata dagli spettatori.

Se Federer sarà in grado di continuare a giocare per un altro anno, dovrebbe considerarsi un uomo fortunato. In caso contrario, dovrà affrontare quel momento di partenza con equanimità e ricordare a sé stesso che svolgere un ruolo così trascendente nell’evoluzione del gioco in quanto figura del tennis più venerata dei tempi moderni è forse il più grande contributo di Federer a un gioco che ama visceralmente.

Traduzione a cura di Michele Brusadelli


Steve Flink si occupa di tennis a tempo pieno dal 1974, quando ha iniziato a lavorare per World Tennis Magazine, dove è rimasto fino al 1991. Ha poi lavorato per Tennis Week Magazine dal 1992 al 2007, mentre negli ultimi 14 anni ha scritto per tennis.com e tennischannel.com. Flink ha scritto quattro libri sul tennis: “Dennis Ralston’s Tennis Workbook”, pubblicato nel 1987; “The Greatest Tennis Matches of the Twentieth Century”, nel 1999; “The Greatest Tennis Matches of All Time”, nel 2012; e “Pete Sampras: Greatness Revisited”. Quest’ultimo è uscito nel settembre del 2020 e può essere acquistato in lingua originale su Amazon.com. Flink è entrato a far parte della International Tennis Hall of Fame nel 2017.

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Olimpiadi Tokyo 2020: Berrettini valeva la medaglia, aspettarlo non è stato un errore

Il forfait di Matteo Berrettini è arrivato troppo tardi per consentire alla FIT e al CONI la sostituzione. Ma – al netto dell’infortunio – la sua ambizione olimpica è sembrata reale. E la scelta comprensibile, alla luce dei prossimi mesi

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Fino all’ultimo ho pensato di andare a Tokyo anche rotto“. Gli si può credere o no, ma Matteo Berrettini – nell’intervista concessa a ‘La Stampa’ – ha voluto che non si generassero equivoci sulla sua rinuncia olimpica. Buon senso prima che strategia. “Era un appuntamento che aspettavo da due anni, visto il rinvio – ha raccontato -, ma alla fine ho pensato che andarci così non avrebbe avuto senso, non sarei riuscito a fare quello che volevo cioè lottare per una medaglia. Inoltre rischiavo di peggiorare l’infortunio“. Non a cuor leggero, a quanto pare. La pasta del ragazzo, prima che del tennista, sembra genuina. Tutto lascia pensare che – al top (o qualcosa di simile) della forma – il fresco finalista di Wimbledon si sarebbe presentato all’Ariake Tennis Park insieme alla sorridente comitiva azzurra arrivata ieri a Tokyo.

Un gruppo affiatato – ultimi atterraggi quelli di Lorenzo Sonego e Filippo Volandri, nella notte – e in cui abbondano i sorrisi social, con Fognini e Musetti sempre più coppia fissa. Un quadretto in cui, onestamente, Berrettini ci sarebbe stato bene. Specie dopo l’ondata di popolarità generalista di cui ha beneficiato, finendo giustamente coinvolto nei festeggiamenti per la Nazionale campione d’Europa di Roberto Mancini. “Fin da piccolo vivere il villaggio olimpico era uno dei miei sogni. Altri la pensano diversamente, ma non giudico. Ora Parigi 2024 diventa un obiettivo ancora più importante“, ha concluso.

 

PROSPETTIVA – Il prossimo appuntamento a cinque cerchi tra “appena” tre anni è un altro elemento da considerare, in un’analisi più ampia. Saltare Tokyo, in un’edizione tutt’altro che comoda, è un dispiacere che a 25 anni può essere mitigato in proiezione di almeno un altro paio di Olimpiadi da qui a fine carriera, considerando che le prossime si disputeranno già tra tre anni.

Il problema muscolare che ha frenato Berrettini è lo stesso che l’ha costretto a giocare la finale contro Djokovic con la coscia sinistra fasciata. Si è riacutizzato quando ha ripreso ad allenarsi a Roma, spingendolo così a effettuare la risonanza che ha suggerito (non è stata comunicata la diagnosi) due settimane di stop. Quelle che hanno reso impossibile il decollo per Tokyo. La tempistica ha generato una polemica che teoricamente sta in piedi: sottoponendosi alla decisiva risonanza il 17 luglio, Berrettini ha impedito che la FIT proponesse al suo posto un sostituto. Il regolamento olimpico prevedeva infatti, dopo le 16.59 italiane del 16 luglio, la sostituzione di eventuali assenti con un tennista già presente a Tokyo per altre competizioni (quindi un doppista di altra nazionalità). Come sottolineato nell’analisi di Riccardo Bisti su Tennis Magazine, Gianluca Mager o Simone Bolelli (in ottica doppio, dove avremo una sola coppia) sarebbero potuti decollare sul volo olimpico se solo Berrettini avesse deciso 24 ore prima. La spedizione del tennis italiano non è così al completo: tre i ragazzi (Sonego oltre a Fognini e Musetti), tre le ragazze con Sara Errani che si è aggiunta in extremis a Camila Giorgi e Jasmine Paolini.

UNICITA’ – Berrettini, oggi, non è però considerabile uno come gli altri. Lo diciamo con la massima considerazione dei dieci top 100 italiani e di chi – magari – a Tokyo avrebbe avuto l’ultima occasione olimpica della vita. Per il CONI – che guarda a questa contabilità, come è giusto che sia – Matteo Berrettini era un serissimo candidato a una medaglia. Uno di quelli da aspettare anche fino all’ultimo giorno utile, perché di ogni spedizione olimpica rimane agli atti quanti siano riusciti a salire sul podio e non quanti fossero iscritti alle gare. La scelta di tenere il più possibile aperta la “pratica Berrettini” non la riteniamo quindi condannabile, contestualizzandola allo spessore del diretto interessato (e di chi gli sta intorno) e all’importanza che avrebbe un’eventuale medaglia che manca al tennis italiano dal 1924; il bronzo di Canè e Reggi nel 1984 a Los Angeles non ha validità ufficiale, poiché il torneo di tennis si disputò soltanto in forma di esibizione dopo 16 anni di assenza dal programma olimpico.

Chi pensa che snobbiamo l’Olimpiade per prepararci allo US Open fa un torto a Matteo“, ha tenuto a puntualizzare a caldo coach Vincenzo Santopadre. Snobbare è forse una parola forte, però risulta comprensibile la scelta di tutelare un fisico che si è già dimostrato fragile in vista di un vorticoso finale di stagione. In agenda uno Slam sul cemento in cui pochi partono, alla vigilia, davanti a Matteo, le Finals di Torino a cui ha la sostanziale certezza di partecipare e la Davis che l’Italia inizierà in casa.

IL CONTESTO – Le statistiche sui partecipanti ai tornei olimpici di singolare, maschile e femminile, non possono essere trascurate. Sono a Tokyo 23 top 50 ATP (dieci tra i migliori 20) e 33 top 50 WTA, un po’ perché l’amore tra il tennis e i cinque cerchi non è mai scoppiato (QUI ne parliamo in un podcast), un po’ per la particolarità di un’Olimpiade condizionata dal Covid-19.

Ogni rinuncia fa storia a sé. C’è chi ha fatto una scelta programmatica ben precisa – è il caso di Sinner – e chi l’ha data vinta all’usura (Federer) o alla necessità di gestire le energie fisiche (Nadal). Il forfait Berrettini è un po’ a metà strada tra quelli decisi (prima o dopo) a tavolino e quelli di chi – il pensiero va a Simona Halep – a Tokyo ci sarebbe andata anche con una gamba sola pur di portare in alto la bandiera della sua Romania. La scelta di Berrettini appare quindi sostenibile in prospettiva e razionale nelle motivazioni più immediate, anche nella lettura di chi dà all’appuntamento olimpico un’importanza superiore rispetto al tennista medio. A patto che Parigi 2024 – magari dopo aver messo qualche Slam in vetrina – non diventi un altro appuntamento disatteso.

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Opinioni

Roland Garros 2021, il pronostico di Steve Flink: “Non vedo chi possa fermare Nadal”

Per il giornalista americano solo Djokovic e Tsitsipas potrebbero avere qualche chance, ma un Rafa al 100 percento è pressoché certo superare Federer con lo Slam N.21. Sarà importante il sorteggio: Berrettini e Sinner sono fra i possibili outsider

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Nadal e Djokovic durante la premiazione a Roma (Credit: @DjokerNole on Twitter)

Al momento della stesura di questo articolo, il sorteggio del Roland Garros non è ancora iniziato. Ciò rende difficile una mia previsione specifica per il torneo, e per questo motivo parlerò più in generale dei possibili scenari del torneo su terra più importante al mondo.

A prescindere dal sorteggio (Rafael Nadal e Novak Djokovic capiteranno nella stessa metà di tabellone? Chi troverà Stefanos Tsitsipas ai quarti?), il mio pensiero è che non ci sia nessuno in grado di precludere a Nadal un altro trionfo nel suo torneo preferito. Il quattordicesimo successo a Parigi mi sembra sempre più plausibile, e consentirebbe tra l’altro allo spagnolo di sorpassare il rivale Roger Federer nella classifica del maggior numero di Slam vinti: si tratterebbe infatti del ventunesimo conquistato dal maiorchino.

Va detto che quest’anno si è dimostrato più vulnerabile del solito sulla terra rossa: ricordiamo ad esempio, che il picchiatore russo Andrey Rublev gli ha impedito di alzare il dodicesimo trofeo di Montecarlo, estromettendolo nei quarti di finale dopo tre set combattuti. Lo spagnolo aveva accettato la sconfitta con la sua solita compostezza, ben consapevole che la stagione sul rosso era ancora lunga, e che la forma fosse inevitabilmente da migliorare.

 

Nel seguente torneo di Barcellona, è stato spinto al limite da un ispirato Tsitsipas in finale: il greco ha giocato al meglio delle sue possibilità, sfiorando la vittoria. Ricordiamo un match point non convertito in modo alquanto sfortunato: una risposta di Tsitsipas molto profonda e centrale, subito rispedita al mittente dallo spagnolo; il greco ha quindi lasciato partire un potente dritto indirizzato all’angolo del rovescio di Nadal, che, con non poca difficoltà, è riuscito ad agganciarlo e contrattaccare. La pallina a quel punto ha toccato la rete, restando fortunosamente in gioco e consentendo a Rafa di vincere il punto. Il maiorchino alla fine ha vinto per 6-4 6-7 (6) 7-5 un match molto combattuto e deciso su pochi punti, un bel carico di autostima e fiducia nei propri mezzi in vista dello Slam parigino.

Ci siamo poi spostati a Madrid, dove ha incontrato un Sascha Zverev in gran spolvero che l’ha eliminato ai quarti, incrementando il suo bottino negli head-to-head contro Nadal a tre vittorie di fila. Nonostante uno svantaggio iniziale di 4-2, il tedesco ha vinto in straight sets servendo molto bene, attendendo il momento giusto per scendere a rete a chiudere il punto e difendendosi in maniera perfetta. Per Rafa sono ricominciati quindi i pensieri negativi riguardo la propria competitività: uscire prematuramente da due tornei nella rincorsa al Roland Garros non aveva aiutato, e sentiva un bisogno impellente di un episodio che potesse riconsegnargli fiducia.

Nel Masters 1000 di Roma è stato ancora una volta sull’orlo del baratro nel match di ottavi contro Denis Shapovalov: il mancino canadese, alla sua miglior prova in carriera su questa superficie, è quasi riuscito a prendersi lo scalpo più prestigioso. Shapovalov era sopra di un set e un break, e aveva addirittura una chance per strappare una seconda volta il servizio all’avversario; a quel punto, Nadal ha fatto partire il proprio comeback, invertendo l’inerzia del match. Si è arrivati dunque al set decisivo, ed ancora una volta lo spagnolo è finito sotto nel punteggio, 3-1: non solo, ha poi dovuto annullare un doppio match point sul proprio servizio con il risultato per 5-6 in favore di Shapovalov. Per sua fortuna, il canadese si è fatto ingolosire dalla situazione ed ha sprecato entrambe le opportunità di vittoria, consegnandosi al rivale nel tie-break conclusivo.

Al turno successivo Nadal si è preso la rivincita contro Zverev, eliminando quindi in semifinale il gigante americano Reilly Opelka, per poi alzare finalmente le braccia al cielo al termine dell’atto finale contro Novak Djokovic nel miglior match disputato su terra rossa nella stagione 2021 dall’iberico, terminato sul risultato di 7-5 1-6 6-3 – si è trattato della sua decima vittoria nel torneo italiano. Il primo set ha visto un sostanziale equilibrio fino al 5-5, dove il serbo ha fallito un game-point commettendo doppio fallo e pagando con il break subito dopo. Nel secondo parziale Djokovic si è rifatto alla grande dominando la partita, che si è decisa sul 2-2 nel set decisivo: Novak ha sprecato una doppia chance di break, permettendo quindi a Rafa di prendere il controllo del match senza voltarsi più indietro, accorciando anche negli head-to-head con il serbo, ora sul 29-28 Djokovic.

Un match deciso su pochi punti giocati meglio dallo spagnolo, che a mio avviso ha saputo alzare il livello quando contava davvero: micidiale di dritto come non lo vedevo da tempo; l’ho trovato migliorato anche al servizio, più veloce e preciso. La preparazione per il Roland Garros è quindi terminata, e credo che Nadal sia in una buona situazione ora. Compirà 35 anni nei primi giorni del torneo, ma per il momento sta giocando come se ne avesse dieci di meno, e non importa quanto sia modesto, per me il quadro è abbastanza chiaro: Rafael Nadal crede ciecamente che vincerà di nuovo a Parigi.

Penso che solo altri due giocatori siano in grado di giocarsi la vittoria finale, ma avranno bisogno di una congiunzione astrale molto favorevole perché possa succedere: Djokovic e Tsitsipas sono molto preparati e daranno tutto per portarsi a casa il trofeo, ma potrebbe non bastare. In particolare, il serbo dovrebbe essere indicato come secondo favorito dietro Nadal, per diversi motivi: ha già vinto il torneo nel 2016, nel momento più alto della sua carriera, culminato proprio con la vittoria del quarto Slam consecutivo, il primo dai tempi di Rod Laver nel 1969 a riuscire in tale impresa; in più, Djokovic ha già battuto Nadal al Roland Garros, nella loro sfida ai quarti di finale nel 2015.

Non mancano i dati a sfavore del serbo: uno su tutti, ha perso tre finali a Parigi contro Nadal (nel 2012, 2014 e 2020). Nell’ultima occasione, in particolare, abbiamo assistito ad un match a senso unico, con lo spagnolo abile a sbarazzarsi del rivale per 6-0, 6-2, 7-5; complessivamente, Rafa ha battuto Novak per sette volte a Parigi a fronte di una sola vittoria del serbo.

Resto sicuro del fatto che Nadal rispetti Djokovic come giocatore più di chiunque altro, e che la finale scorsa sia stata un’anomalia difficilmente ripetibile: Rafa ha giocato in maniera davvero perfetta, mentre Novak era lontano dalla sua forma migliore. Se dovessero incontrarsi anche quest’anno, il match sarà totalmente diverso. A Roma, infatti, Djokovic è stato sconfitto con un margine davvero ridotto, ed entrambi i giocatori sembravano consapevoli dell’equilibrio in campo.

Il serbo gioca nel torneo di casa questa settimana, alla ricerca del primo titolo dopo l’Australian Open vinto per la nona volta ad inizio stagione. È ovviamente il grande favorito, ed una vittoria potrebbe dargli un bello slancio in vista dello Slam, facendogli dimenticare l’orrenda prestazione di Montecarlo contro Dan Evans o la bruciante sconfitta contro Aslan Karatsev nel primo torneo di Belgrado di qualche settimana fa, dove era sembrato soffrire la pressione di giocare nel torneo da lui organizzato. Basti pensare che era riuscito a convertire nell’occasione soltanto 5 delle 28 palle break concesse dal russo. Novak dovrebbe essere pronto per Parigi, dove altrimenti il successo del maiorchino lo distanzierebbe nella classifica degli Slam vinti (al momento è a due Slam di distanza, per cui una vittoria dell’uno o dell’altro farebbe una grande differenza).

Allo stesso tempo, anche Tsitsipas ha avuto una buona marcia d’avvicinamento al Roland Garros. Il greco ha trionfato infatti a Montecarlo, ha perso per un soffio la finale di Barcellona contro Nadal, è uscito agli ottavi un po’ a sorpresa a Madrid, ma si è prontamente rifatto con un ottimo torneo di Roma, dove è stato sconfitto solo nei quarti di finale da Djokovic, ma solo dopo aver venduto cara la pelle: ricordiamo infatti che aveva servito per il match, prima di subire la rimonta del serbo e perdere al terzo set per 7-5.

Sia che Djokovic che Nadal hanno dimostrato al greco di essere ancora i migliori al mondo quando si tratta di spingere al massimo per diverse ore, ma bisogna ammettere che Tsitsipas è stato in grado di reagire al meglio dopo la sconfitta contro Novak: la settimana scorsa, infatti, lo abbiamo visto trionfare nel torneo di Lione e raccogliere il suo secondo alloro della stagione su terra rossa – una vittoria arrivata giusto in tempo, verrebbe da dire.

Ci sono anche altri tennisti che andrebbero presi in considerazione per la vittoria a Parigi, ma al momento non sembrano sufficientemente stabili. Dominic Thiem è stato eccezionale nelle ultime cinque edizioni dello Slam parigino: nel 2016 ha perso da Djokovic in semifinale, un anno dopo l’artefice della sua eliminazione è stato Nadal, sempre al penultimo round; quindi, nelle due successive edizioni è stato l’avversario in finale dello spagnolo. L’anno scorso è stato sconfitto ai quarti da Diego Schwartzman, ma non dobbiamo dimenticare che appena poche settimane prima aveva vinto il suo primo Slam in carriera, lo US Open, quindi gli possiamo concedere un mezzo passo falso. Ad oggi però, l’austriaco sembra lontano parente di sé stesso: ha saltato il torneo di Montecarlo, ha perso da Zverev a Madrid in semifinale e da Lorenzo Sonego a Roma negli ottavi, ed infine è uscito malamente dalla sfida contro Cameron Norrie nel recente torneo di Lione. Thiem è un terraiolo fortissimo, questo non si discute, ma al momento mi sembra troppo vulnerabile per poterlo pronosticare nelle fasi finali del Roland Garros.

E cosa dire del numero due al mondo Daniil Medvedev, che ha candidamente ammesso che sulla terra non riesce a giocare bene, una cosa che abbiamo ampiamente verificato durante tutta la primavera? Credo infatti che il russo uscirà molto presto da Parigi, e non sarebbe una novità, dato che in questo torneo ha perso all’esordio per quattro anni di fila. Il suo morale è basso, e viene difficile immaginarlo nelle fasi finali: il fatto che Nadal abbia un seed inferiore a lui fa gridare all’ingiustizia.

Riguardo a Sascha Zverev, penso possa essere un fattore. Il finalista dello scorso US Open ha vinto di recente il torneo di Madrid, il terzo Masters 1000 su terra della sua carriera, e ha un tipo di gioco che ben si sposa con qualsiasi superficie. Il suo limite, infatti, è sempre stato caratteriale; proprio per questo motivo dubito che possa vincere il Roland Garros, anche se sono sicuro che sia uno dei pochi avversari che Nadal eviterebbe volentieri.

Per chiudere, cito altri tre nomi che, se fortunati al sorteggio, potrebbero fare un bel po’ di strada nel torneo: Rublev è un vero e proprio combattente che si approccia ad ogni torneo come se fosse l’ultimo, però a parte la finale giocata a Montecarlo non è stato esaltante nei restanti tornei dell’annata rossa. Matteo Berrettini gioca bene su terra ed ha raggiunto la finale a Madrid, ma dubito che possa spingersi oltre i quarti di finale a Parigi. Un altro italiano che dobbiamo tenere d’occhio è poi Jannik Sinner, che non ha giocato all’altezza del suo potenziale sul mattone tritato in questo 2021, ma è tra i più determinati giocatori del circuito, e bisogna ricordare che a Roma ha giocato alla pari con Rafa Nadal. Potrà sorprendere nel torneo, memore anche dell’edizione scorsa, ma la mia sensazione è che al massimo lo vedremo in semifinale.

Tutto, insomma, riconduce a Nadal, un uomo in missione: raggiungerà il picco della forma a Parigi, come ogni anno, e sarà come sempre un avversario pressoché insormontabile. Rafa è stato in grado di vincere il Roland Garros nelle sue prime quattro partecipazioni (2005-2008), prima di una storica sconfitta agli ottavi contro Robin Soderling nel 2009. A quel risultato sorprendente seguirono però altri cinque successi consecutivi (2010-2014), prima di perdere da Djokovic nel 2015 e di arrendersi ad un infortunio nel 2016. Da allora è tornato a macinare vittorie, e siamo di nuovo a quattro titoli di fila. Battere Rafa Nadal al meglio dei cinque set su terra è il compito più difficile nel tennis, per chiunque. Sono quasi certo che sarà ancora lui a trionfare a Parigi.

Traduzione a cura di Antonio Flagiello

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