Sinner nelle grinfie di Hurkacz. Analisi semi-seria della finale di Miami

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Sinner nelle grinfie di Hurkacz. Analisi semi-seria della finale di Miami

L’anti-personaggio per eccellenza sfida un tennista, Sinner, che l’Italia aspettava come si aspetta il Messia. Dalle voci dei Quartieri Spagnoli alla saggezza del coach di Hurkacz

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L’amore per Sinner e il timore di Hurkacz sono i sentimenti che in questo momento uniscono tutti gli italiani. A poche ore dall’inizio della finale di Miami che li vedrà protagonisti, un’insostenibile ansia percorre la Penisola. Questa mattina passeggiando per i Quartieri Spagnoli di Napoli abbiamo intercettato la seguente conversazione tra due venditori ambulanti:

“Anto’, o russ a’ vinciut l’ata sera? M’agg addurmut a metà ro’ primm set”
“Ma quann maje!! Ha vinciut o polacc. Chill tene chiù consonanti ca pil n’copp a capa”
“O malament! M’mett a paura e iss”
“Sta tranquill Gennà. Jiannik so magna comm a nu babbà. Tene nu rovescio ca fa schiattà n cuorp o Padreterno
”**

Chi ha superato gli anta ricorda le persone a passeggio nei pomeriggi domenicali per le vie della città con l’orecchio incollato alla radiolina che trasmetteva il programma “Tutto il calcio minuto per minuto” e può forse immaginare un trepidante Bertolucci che durante la cronaca della finale esclama: “Scusa Pero, ti interrompo per segnalarti che il giudice di sedia ha assegnato un warning a Hurkacz”. Improbabile accada, soprattutto perché Hurkacz un warning non lo prenderà mai.

È invece sicuro che per la seconda volta un giocatore polacco giocherà una finale di un Master 1000.La Polonia è terra prodiga di consonanti ma non altrettanto di giocatori di tennis. Dall’inizio dell’Era Open ad oggi sono sette quelli entrati nella top 100. In ordine di classifica:

 
  • Fibak n. 10
  • Janowicz n. 14
  • Hurkacz n. 37
  • Kubot n. 41
  • Luczak n. 64
  • Majchrzak n. 83
  • Przysiezny n. 57

Qualitativamente, meglio le tenniste:

  • A.Radwanska n. 2
  • Swiatek n. 15
  • U.Radwanska n. 29
  • Grzybowska n. 30
  • Domachowska n. 37
  • Linette n. 42
  • Olsza n. 72

Hubert Hurkacz da lunedì prossimo sarà il numero 25 del mondo in caso di sconfitta e il numero 16 in caso di vittoria. Migliorerà quindi il 28, best ranking raggiunto a febbraio 2020. Un risultato difficilmente ipotizzabile sino a pochi anni fa. Hurkacz è entrato per la prima volta nella top 200 nel 2018, a 21 anni compiuti. Da quel momento in avanti non si è più fermato: top 100 a settembre 2018 e numero 37 alla fine del 2019, anno in cui conquista il primo titolo ATP in singolare a Winston Salem. Trentaquattresimo giocatore al mondo alla fine del 2020. Il 2021 per lui inizia nel migliore dei modi a Delray Beach dove coglie il secondo titolo ATP. Molto male invece l’Australian Open: fuori al primo turno contro Mikael Ymer.

Nei tornei successivi gioca maluccio e nessuno lo mette tra i favoriti alla vigilia del torneo della Florida. È un errore; al primo turno batte Kudla e a seguire Shapovalov-Raonic-Tsitsipas e Rublev, rispettivamente numero 11-19-5-8 del mondo. Riflettano coloro i quali ritengono che questa edizione di Miami sia un 250 mascherato: tanti campioni hanno vinto prove dello Slam superando avversari meno impegnativi.

L’unica cosa che quest’anno Miami ci sembra abbia in comune con un 250 (ante Covid) è il montepremi: due anni fa Federer vincendolo si mise in tasca una assegno da oltre un milione di dollari mentre il vincitore di questa edizione si dovrà accontentare di 250.000 euro. Di questo parleremo però un’altra volta.

Ora torniamo ad Hurkacz, per gli amici Hubi, soprannome che fa venire in mente qualcuno…

Non è facile scrivere qualche cosa su di lui che esuli da un commento a una sua partita; sotto il profilo mediatico per ora Hubi è l’antipersonaggio per eccellenza. È vero che tocca ai bravi giornalisti creare i personaggi, ma per lui ci vorrebbe un premio Pulitzer. Una mano ha provato a darcela il giornalista polacco Tomasz Tomaszewski, intervistato dal direttore.

Jannik Sinner e Hubert Hurkacz in doppio a Dubai

Ci ha raccontato di quando lo ha visto giocare per la prima volta a 15 anni ed è stato colpito dal movimento del servizio ‘à la Sampras‘, del fatto che da bambino non sembrava avere un talento particolarmente spiccato per lo sport e anche da junior non ha ottenuto risultati memorabili (anche se è stato comunque n.29 del mondo). Tomaszewski ci ha poi confermato una sensazione piuttosto evidente, ovvero che Hubert è un ragazzo molto riservato ma genuino e disponibile, tanto con la stampa polacca quanto con il suo staff e con i raccattapalle. Abbiamo inoltre avuto una sorpresa nell’apprendere che da un paio di anni si è convertito alla cucina vegana; la nostra miopia culturale non ci permetteva di immaginare che un atleta alto quasi due metri si nutrisse principalmente di verdure e legumi. Demerito nostro.

Il suo coach è lo statunitense Craig Boynton, che in passato ha allenato campioni come Courier, Fish e Isner. Attualmente oltre a Hurkacz segue Steve Johnson. In un’intervista rilasciata in queste ore al sito ATP ha dichiarato che, dopo le infelici prestazioni a Rotterdam e Dubai, ha lavorato molto sull’atteggiamento mentale del suo assistito: “Ho parlato con Hubi due giorni di fila prima che il torneo incominciasse e gli ho detto semplicemente di lasciare che le cose accadano perché il lavoro fatto era sufficiente. Abbiamo lavorato sodo senza una pausa nelle ultime sei settimane se non per i viaggi… ma poi bisogna lasciare che le cose vengano da sé, lasciare che i miglioramenti arrivino. Non ci si siede davanti a un microonde gridandogli di fare presto, ma si aspetta che il cibo sia cotto nel tempo giusto. Le cose succedono quando devono succedere”. Molto zen. Scopriremo presto chi cucinerà chi.

Sinner e Hurkacz non hanno mai giocato uno di fronte all’altro ma spesso uno a fianco dell’altro in doppio; l’ultima occasione è stata a Dubai dove sono arrivati ai quarti di finale. Sinner nei pressi della rete fa ancora fatica a trovare la posizione corretta e la non eccelsa sensibilità di tocco non l’aiuta a rimediare agli errori di posizione. Hurkacz è più a suo agio; non a caso nel suo palmares vanta una vittoria anche in doppio nell’unica finale disputata; l’ha colta nel 2020 a Parigi-Bercy in coppia con Augier-Aliassime, alla prima vittoria assoluta in carriera (anche se in singolare deve ancora sbloccarsi).

Da un confronto statistico emerge che il polacco serve un po’ meglio dell’italiano ma risponde molto peggio: nella classifica ATP riservata al rendimento dei giocatori al servizio nelle ultime 52 settimane il polacco risulta 38esimo mentre Sinner è 56esimo; alla risposta 18esimo Sinner e 51esimo Hurkacz. Prima di venerdì avremmo scritto che nel palleggio da fondo-campo Sinner è nettamente superiore a Hurkacz soprattutto in virtù della sua superiore mobilità laterale; dopo aver visto il polacco in azione contro Rublev continuiamo a credere che l’italiano sia superiore ma non così nettamente.

Sulla eccezionale forza mentale di Sinner infine si sono spesi fiumi di parole, ma Hurkacz non sembra da meno: i giocatori fragili non vincono tre finali in altrettante occasioni come ha fatto lui. Conclusione: due giocatori “on fire” che avranno la loro prima grande occasione ma probabilmente non l’ultima e neppure la più grande. Adesso la parola tocca alle racchette. Noi vigliaccamente non ce la sentiamo di azzardare un pronostico. Ci limitiamo a dire che il primo polacco a raggiungere una finale di un Master 1000 fu Jerzi Janowicz nel 2012 a Parigi-Bercy. Perse in due set.


**”Antonio, il russo ha vinto ieri sera? Mi sono addormentato a metà del primo set”
“Ma quando mai!! Ha vinto il polacco. Quelle ha più consonanti che capelli in testa”
“Quel mariuolo! Mi mette paura”
“Stai tranquillo Gennaro. Jannik se lo mangia come un babà. Ha un rovescio che fa invidia al Padreterno” 

(Ringraziamo Martina per l’imprescindibile consulenza linguistica)

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ATP

Essere Roger Federer a bordo di un tram chiamato desiderio

Immaginaria intervista al fuoriclasse svizzero sul suo 2021 e sul futuro

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Ricordate la trama del film “essere John Malkovich”? Per chi non la ricordasse la riassumiamo in poche parole: un burattinaio di scarso talento trova un passaggio che gli permette di entrare nella mente di John Malkovich. Se un giornalista di scarso talento come il sottoscritto trovasse il passaggio per entrare nella mente di Roger Federer, quali pensieri incontrerebbe? Lo stesso Federer come giudica la sua stagione e come immagina le prossime?

In attesa di trovare quel passaggio, abbiamo immaginato di esserci trovati in sua compagnia in un rifugio immerso tra le nevi delle montagne svizzere e – favoriti dall’atmosfera di complicità creatasi a tavola tra generose porzioni di raclette e bicchieri di acquavite vallese – di averglielo chiesto e di avere ottenuto le risposte dalla sua viva voce.

Di seguito la trascrizione dell’intervista che non è mai avvenuta.

 

Roger, nel 2021 hai disputato complessivamente 5 tornei: Doha, Ginevra, Roland Garros, Halle e Wimbledon per un totale di 13 incontri, di cui 9 vinti e 4 perduti. A Parigi ti sei ritirato agli ottavia Wimbledon hai perso ai quarti di finale; nei tre restanti eventi non sei mai andato oltre il terzo turno…

R: Roberto, qual è la domanda? Se iniziamo così per la fine dell’intervista si saranno già sciolte le nevi e io un paio di sciatine vorrei ancora farmele, ginocchia permettendo.

Arrivo al punto: dal tuo punto di vista il bicchiere quest’anno è mezzo pieno o mezzo vuoto?

Ti rispondo da due punti di vista. Sotto quello personale il bicchiere è pieno. Come ho già detto in altre occasioni il primo motivo per il quale mi sono sottoposto a questi interventi chirurgici era quello di potermi garantire una vita normale sotto il profilo fisico una volta appesa la racchetta al chiodo e da questo punto di vista mi ritengo pienamente soddisfatto. Dal punto di vista sportivo invece faccio più fatica a risponderti. Ci sono giocatori maturi di alto livello che in tutta la loro carriera non sono mai andati oltre un ottavo di finale in un Major.

per esempio Basilashvili, un solido Top 20 che quest’anno si è pure preso il lusso di batterti a Doha ma che in carriera non è mai andato oltre un ottavo a New York..

….per esempio Basilashvili (grazie per avermi ricordato quella partita in cui ho anche avuto un match point). Ma – con tutto il rispetto per Nikoloz – io ho una storia e delle capacità diverse dalle sue e ciò che per un bravo giocatore può rappresentare un exploit per me non lo è. Quindi, tornando alla tua domanda, la stagione sotto il profilo sportivo per me è stata solo parzialmente soddisfacente. Anche perché speravo di essere presente allo US Open.

Da 1 a 10 che voto ti dai?

6.

Molti tuoi fan – io incluso – sognavano un tuo rientro trionfale come avvenne nel 2017. Ci avevi fatto un pensierino anche tu?

No. All’epoca rimasi assente dai campi per meno di sei mesi, ovvero dalla semifinale di Wimbledon 2016 sino all’esibizione di Perth nella Hopman Cup a gennaio 2017. Questa volta la mia assenza è durata oltre un anno, da febbraio 2020 a marzo 2021; tanto per un atleta in generale, tantissimo per un atleta di 40 anni con 23 anni di professionismo alle spalle come il sottoscritto.

Il momento più brutto e il più bello del tuo 2021 sportivo.

Cronologicamente sono quasi coincidenti: la sconfitta a Wimbledon contro Hurkacz e l’ovazione tributatami dalla folla mentre lasciavo il campo al termine di quella partita. Posso citare anche quello più surreale?

Prego.

Roland Garros: Koepfer che entra nel mio rettangolo di gioco e sputa sul segno lasciato dalla pallina dopo avere subìto un break. Incredibile. E non solo riferito al 2021.

Ne convengo. Partita migliore dell’anno.

Quella contro Gasquet a Wimbledon. Però devo essere sincero: se Richard non esistesse dovrei inventarlo. Sembra fatto apposta per farmi fare bella figura. Anticipo la tua domanda e ti dico anche la peggiore: quella contro Auger-Aliassime ad Halle. Ci sta perdere al terzo contro un giocatore molto forte che ha quasi 20 anni meno di me; ma Halle dopo Wimbledon è il torneo che amo di più, ed averci perso mi ha fatto male; inoltre quella sconfitta mi ha impedito di mettere nelle gambe un paio di partite in più sull’erba che a Wimbledon mi avrebbero fatto molto comodo. Peccato.

Roger, quest’anno la tua città – Basilea – ti ha dedicato un tram, il Federer-Express. Supponiamo che ti venga dedicato un altro tram e che a questo venga messo il nome “desiderio”, che cosa desidereresti ottenere ancora dal tuo talento?

La macchina del tempo per poter tornare al 14 luglio 2019 e giocarmi in modo diverso i due match point contro Djokovic. Più seriamente: la possibilità di poter ancora lanciare un Hurrà di vittoria (se poi sono due anche meglio).

Dove ti piacerebbe farlo?

Credimi, non ha poi tanta importanza dove. Ovvio che mi piacerebbe farlo a Wimbledon, ma l’idea di poter alzare un trofeo, sentire gli applausi del pubblico, vedere i flash dei fotografi, in sé ha un valore inestimabile, che supera il dove e il come. Ora che ci penso però devo dire però che anche a Torino non sarebbe male.

Visto che hai citato Novak prendo spunto per un’ultima domanda: per chi hai fatto il tifo nella finale degli ultimi US Open?

Ancora un goccio di acquavite?

Repetita iuvant: è un lavoro di mera fantasia. Non abbiamo mangiato raclette e bevuto acquavite vallese con Federer.

Per ora.

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evidenza

Il Guardian racconta “Citizen Ashe”, la storia di un campione del gioco e dell’attivismo

Il nuovo documentario, uscito il 3 dicembre, ripercorre i trionfi di Arthur Ashe allo US Open e a Wimbledon e il suo rapporto con il movimento per i diritti civili

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Arthur Ashe partecipa a un'udienza sull'apartheid alle Nazione Unite (ph. Bettman)

Qui il link all’articolo originale; qui, invece, la recensione del New York Times

La benzina del successo tennistico di Arthur Ashe è stata la fiducia: ha affermato che se avesse creduto abbastanza in sé stesso avrebbe potuto colpire la pallina spalle alla rete. Nel 1968 ebbe un grande momento di forma, inanellando una striscia di due mesi senza sconfitte. All’atto conclusivo dello US Open batté Tom Okker, diventando il primo uomo di colore a vincere un titolo dello Slam in singolare maschile. Nel frattempo Ashe si trovava ad affrontare pressioni interiori ed esterne affinché prendesse posizione sui diritti civili: essendo cresciuto nel Sud segregazionista, era preoccupato dalla possibilità di contraccolpi violenti. Ma dopo la vittoria a Forest Hills era pronto a esporsi e farsi sentire, stando a quanto riporta un nuovo documentario, “Citizen Ashe” [riprendendo il titolo originale del film “Quarto potere”, vale a dire “Citizen Kane”, ndt], diretto da Rex Miller e Sam Pollard.

Nel film Johnnie Ashe ricorda che il fratello diceva: “Adesso sono un campione, le persone ascolteranno ciò che ho da dire. Sono il primo nero a vincere lo US Open, sarò richiestissimo“. Miller afferma che la previsione di Ashe si sarebbe presto avverata. “Letteralmente alcuni giorni dopo il successo di New York, Arthur era ospite nel programma ‘Meet the Press’ e decise di non poter più restare ai margini. Considerando anche gli eventi della primavera e dell’estate 1968, con gli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy, le proteste per la Guerra del Vietnam, i sit-in, tutto ciò che stava accadendo nel Paese, per lui era arrivato il momento di prendere la parola“.

 

“Citizen Ashe” è stato presentato sugli schermi al Doc New York City Film Festival il 13 novembre, prima dell’uscita ufficiale del 3 dicembre (negli Stati Uniti). Ci sono rari contributi audio e fotografie della stella del tennis; il film mostra l’impatto di Ashe dentro e fuori dal campo prima della sua morte, avvenuta a 49 anni nel 1993 a causa delle complicazioni dovute all’AIDS.

Il documentario mette in evidenza due vittorie nei Major arrivate all’inizio e verso la fine della sua carriera – US Open 1968 e Wimbledon 1975, quando sconfisse Jimmy Connors grazie al piano di gioco ideato con un gruppo di amici. Inoltre approfondisce il suo attivismo, anche in Sudafrica, dove sfidò l’apartheid una volta saputo che Nelson Mandela era finito in carcere per aver provato a votare. Dopo la diagnosi di AIDS, Ashe creò una fondazione dedicata alla sconfitta del virus.

Nel film sono presenti interviste a persone a lui vicine, come la moglie Jeanne Moutoussamy-Ashe, co-produttrice della pellicola, e il fratello Johnnie. “Tutto questo non sarebbe stato possibile se Jeanne non avesse partecipato attivamente“, dice Miller. “Era parte integrante del progetto, impegnata nella riuscita del film in prima persona“. Jeanne anche aiutato il regista a contattare giocatori quali Charlie Pasarell (parte del gruppo che stilò il piano per battere Connors) e John McEnroe, che ebbe un rapporto complicato con Ashe quando quest’ultimo fece da mentore per la squadra americana di Coppa Davis.

Secondo Pollard, “Arthur, insieme a Jim Brown, Kareem Abdul-Jabbar e Bill Russell, è stato una sorta di modello da seguire per le stelle odierne Colin Kaepernick, Serena e Venus Williams, Naomi Osaka, LeBron James. Ciò che fanno loro oggi non si pone in una tradizione inaugurata da loro“.

Questo film dà uno sguardo sui momenti che hanno formato Ashe da giovanissimo a Richmond, Virginia. Il tennista ha raccontato che era normale per i bambini di colore chiedersi se avrebbero mai potuto vivere bene in una società segregazionista e che ogni giovane con “più di un pizzico di intelligenza” se ne sarebbe andato. Anche Arthur lo fece – prima andò a Saint Louis per terminare le superiori, poi al college all’Università della California a Los Angeles (UCLA). Richmond rimaneva un triste ricordo per Ashe: aveva perso sua madre a sei anni. Suo padre faceva il custode in un campo sportivo per soli neri, dove il giovane Arhur imparò a giocare a tennis e fu scoperto dall’allenatore Robert Johnson, il quale aveva notato anche la promessa di colore e pioniera Althea Gibson.

Il documentario mostra quanto fu decisivo il 1968 sia per Ashe sia per gli Stati Uniti, da molteplici punti di vista. La carriera sportiva del futuro campione stava decollando: fu il primo uomo di colore ad essere selezionato per la squadra americana di Coppa Davis. Inoltre era entrato nell’esercito, come tenente di stanza a West Point, mentre suo fratello era impiegato in Vietnam. Johnnie si rese volontario per un altro turno di servizio in Asia, permettendo ad Arthur di rimanere in patria. “Fu un grande sacrificio“, dice Pollard. “Devi amare molto tuo fratello per fare una cosa del genere“. Ashe andò comunque in Vietnam, dove si trovò in prima linea e vide con i propri occhi militari feriti in servizio, cosa che lo colpì molto. Nel film Johnnie Ashe descrive quei momenti: “In qualche modo gli eventi lo riportarono a casa. Ho fatto la cosa giusta, al momento giusto per il giusto motivo“.

Nel frattempo Arthur Ashe si interrogava se quella fosse anche l’occasione opportuna per prendere posizione sui diritti civili. Atleti di colore come Muhammad Ali, Abdul-Jabbar [all’epoca ancora noto come Lew Alcindor, ndt], Russell e Brown appoggiavano il movimento, così Harry Edwards chiese ad Ashe di fare altrettanto, ma c’erano dei fattori a complicare la decisione. “Specialmente nel Sud non volevi creare ondate di protesta su basi razziali e mettere in questo modo la tua vita in pericolo“, continua Pollard. “C’era una sorta di segregazione molto netta in USA su determinate problematiche relative al colore della pelle, in special modo nel Sud. Ashe sapeva quali erano le regole del gioco e che se fosse voluto sopravvivere in America non avrebbe dovuto creare movimenti di protesta. Dovevi fare la cosa giusta. Questo è ciò che significava essere nero all’epoca“.

Comunque il regista aggiunge che “l’autostima di Arthur stava crescendo. Poteva dire la sua – non come Ali o Russell, l’avrebbe fatto a modo suo. Come dice nel film Edwards, gli afroamericani non sono monolitici: non fanno tutti le stesse cose alla stessa maniera. L’attivismo di Ashe avrebbe avuto un impatto potente“. A marzo Arthur tenne un discorso sui diritti civili alla Chiesa del Redentore di Washington, discorso che venne criticato dai ranghi più alti dell’esercito. In aprile stava guidando sul George Washington Bridge quando apprese dalla radio che Martin Luther King era stato assassinato. Nel corso della campagna presidenziale, chiacchierò di tennis con il candidato democratico Robert Kennedy prima che anche lui venisse ucciso a giugno. Qualche mese più tardi, Ashe vinse lo US Open e a quel punto era pronto a parlare delle cause che sosteneva: dai diritti civili all’educazione per abolire l’apartheid.

Stava cercando di cambiare il campo su cui giocare“, dice Miller. “Era ancora un patriota, era ancora nell’esercito e pensava che fosse la cosa giusta da fare. Era orgoglioso del servizio reso da suo fratello, e tutte queste cose andarono a incastrarsi quando conquistò il suo primo Slam – primo vincitore di colore in un Major e primo americano dell’era moderna a vincere a New York. Il trofeo gli garantì un palcoscenico dal quale poter dire la sua”.

Traduzione a cura di Lorenzo Andorlini

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Flash

WTA Awards 2021, annunciate le vincitrici: Ashleigh Barty giocatrice dell’anno

Doppio successo per Barbora Krejcikova: miglior doppista con Siniakova e singolarista più migliorata. Premiate anche Raducanu e Suarez Navarro

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Ashleigh Barty con il trofeo - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Thomas Lovelock)

Da St. Petersburg in Florida, sede del quartier generale della Women’s Tennis Association, arriva l’annuncio delle vincitrici dei WTA Awards 2021, i premi riservati alle migliori tenniste del Tour, suddivisi in cinque categorie. Migliore giocatrice dell’anno è la numero 1 del mondo Ashleigh Barty, premiata con il prestigioso riconoscimento già ottenuto nel 2019. Durante questa stagione, la venticinquenne di Ipswich ha vinto a Wimbledon il suo secondo titolo Slam dopo il trionfo al Roland Garros 2019. Ha inoltre alzato il trofeo a Miami dov’era campionessa uscente, a Cincinnati, allo Yarra Valley Classic e a Stoccarda. Prima anche nella Race, ha chiuso al primo posto la classifica per il terzo anno consecutivo – nel 2020 praticamente senza giocare, ma quelle erano le regole.

Dalla regina alle regine: le ceche Katerina Siniakova e Barbora Krejcikova vincono il premio per il doppio dell’anno. Rispettivamente numero 1 e 2 del ranking di specialità e prima coppia nella Race. Anche per loro si tratta di una seconda volta dopo il riconoscimento del 2018. Nel palmarès stagionale di Barbora e Katerina spiccano i titoli del Roland Garros e delle WTA Finals di Guadalajara, oltre alla medaglia d’oro olimpica.

Tocca adesso alla giocatrice più migliorata dell’anno, premio destinato alla tennista che “finisce l’anno in Top 50 dopo aver dimostrato significativi miglioramenti nell’arco della stagione”: è Barbora Krejcikova che, oltre a essersi fatta valere in doppio, in singolare ha alzato tre trofei, i primi della carriera. Protagonista dell’accoppiata vincente singolo/doppio al Roland Garros, ha vinto anche i tornei di Strasburgo e Praga. Più che in Top 50, Barbora ha chiuso l’anno in Top 5, dopo aver toccato persino la terza posizione in classifica.

 

Suona meglio in inglese, ma lo traduciamo comunque: il premio per la nuova arrivata del 2021 va a Emma Raducanu. Newcomer of the Year, “colei che è entrata in Top 100 e/o ha conseguito risultati degni di nota”; quindi, considerando che aveva finito il 2020 al 343° posto mentre ora è al 19° e che ha vinto lo US Open con una straordinaria cavalcata iniziata dalle qualificazioni, possiamo affermare che ha soddisfatto – e pure ampiamente – entrambe le condizioni, in barba alla possibilità ammessa da quel “e/o”. Inoltre, in Church Road, è stata la più giovane tennista britannica a raggiungere gli ottavi nella storia di Wimbledon. Come se non bastasse, in ottobre a Cluj-Napoca ha addirittura vinto il suo primo incontro in un torneo WTA.

Ultima nell’elenco delle categorie ma certo non nei cuori degli appassionati è Carla Suarez Navarro, premiata come Comeback Player of the Year, tennista al rientro dopo che la sua classifica era precipitata a causa di infortuni o motivi personali. Un ritorno particolarmente gradito, non solo perché una delle atlete più sportive e corrette del circuito, ma perché la scorsa stagione, quella in cui aveva programmato il ritiro, è stata interrotta dalla pandemia prima e dal linfoma di Hodgkin poi. La volontà di guarire e tornare a giocare per essere ricordata sul campo e “non in un letto di ospedale” è stata premiata e Carlita ha impugnato la racchetta a Parigi, Wimbledon, Olimpiadi, US Open e in Billie Jean King Cup.

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