Zverev è un campione, ma siete sicuri che Berrettini non lo sia? Io no

Editoriali del Direttore

Zverev è un campione, ma siete sicuri che Berrettini non lo sia? Io no

Matteo è stato molto discusso, molto trascurato dall’opinione pubblica pro Sinner, ma Zverev per primo ha detto: “Uno che serve a 235 km orari e domina i colpi come lui… è stato più duro che battere Nadal e Thiem”

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Alexander Zverev e Matteo Berrettini - ATP Madrid 2021 (via Twitter, @MutuaMadridOpen)

Matteo Berrettini non ce l’ha fatta a vincere il suo primo Masters 1000, anche se si è avuto in più di un momento la sensazione che potesse farcela. L’ha avuto lui, quando dopo aver vinto il primo set in modo rocambolesco, ha tenuto i primi tre game di servizio a zero, 12 punti a zero. Lì è sembrato – a lui e a me – che anche Zverev potesse essere demolito com’era accaduto suo malgrado a Ruud.

A Matteo la sconfitta brucia ed è normale che sia così. Lui è deluso (“Ho vinto un set che pensavo di perdere, ho perso un set che pensavo di vincere” e alludeva al secondo, anche se io ricorderò fra poco la palla break del terzo) e io pure ovviamente, ma io lo sono sicuramente soltanto fino a un certo punto. Lui non so. Diciamo però che entrambi dovremmo guardare più in là, in prospettiva.

Nel terzo set, accennavo, Matteo ha avuto la palla break del 3-1 e questo già dice molto. L’importante – e in questo momento potrà apparire certamente come una magra consolazione – è avere constatato che fra lui e uno dei migliori sei tennisti del mondo, il tedesco Zverev che è un sicuro campione, un giocatore che, con i vari Nadal, Djokovic e Federer in campo, ha già vinto le ATP Finals e quattro Masters 1000, il primo dopo quello di Madrid 2018, non c’è poi grande differenza. La differenza si è vista soprattutto in termini di esperienza. In qualche schiaffo al volo mancato per lasciare rimbalzare la palla, in qualche rovescio slice troppo difensivo sulla diagonale dei rovesci più favorevole a Zverev, in qualche smorzata giocata con meno sagacia tattica di altre volte. Ed è stata decisiva.

 

Lo si è visto nelle fasi finali, quando Matteo non ha più espresso quel tennis ordinato e coerente del primo set in cui aveva accusato una sola pausa nel tie-break, quando avanti per 5 punti a 0 e tre mini-break, si era fatto raggiungere. Lui si è reso conto di non aver giocato il suo miglior match, anche se va dato atto a Zverev di aver giocato anche in difesa (recuperando palle quasi impossibile per un tipo alto 1 metro e 98) un grandissimo match da metà del secondo set in poi.

Però dopo questo torneo in Spagna voglio sperare che nessuno dubiti più delle qualità di Matteo e del suo pieno diritto ad essere considerato un legittimo top-10.

È da più un anno e mezzo, in pratica, che la maggior parte delle attenzioni degli appassionati italiani sembravano rivolte soltanto a Jannik Sinner. Matteo aveva sempre sopportato con pazienza ed umiltà il suo essere un po’ snobbato, per quanto lui fosse top 10  quando Jannik a fine 2019 aveva sì vinto le Next Gen Finals contro dei ragazzi appena un po’ meno giovani di lui, ma era pur sempre una settantina di posti in classifica più indietro rispetto al tennista romano.

Sia chiaro, è normale che ci si… innamori soprattutto dei tennisti giovani, anzi giovanissimi, perché sono soprattutto loro che ci fanno sognare in prospettiva. E certamente Sinner – oggi n.9 dietro a Matteo n.8 nella race – ha tali qualità, al di là di quella indubbia precocità che ha autorizzato confronti a distanza con i migliori tennisti delle ultime due decadi, Djokovic, Federer, Nadal, che – ribadisco – è normale che su lui si sia incentrato tanto interesse, degli appassionati e degli sponsor.

Molto più che su Berrettini, che ha il ‘torto’ di essere venuto alla ribalta dopo i 23 anni, senza una grande carriera da junior o da under 21. Di sponsor Sinner ne ha già nove, se non me ne sono perso qualcuno. Anche loro hanno contribuito – nel promuovere i loro brand – a conquistare tanto spazio extra per il loro ambassador.

Questo apporto degli sponsor non c’è stato assolutamente, quantomeno in misura lontanamente paragonabile per Matteo Berrettini. I suoi sponsor – oltre ad essere inferiori per numero (un terzo?) – si sono mossi talmente sottotraccia, che si è arrivati perfino a dubitare che i rapporti di qualcuna di quelle aziende con il tennista romano fossero ancora in essere. O lo fossero solo ancora per pochi mesi. Si poteva infatti dubitare che essi fossero forse ancora in piedi perché legati a contratti che per via del Covid e dei sei mesi di break non fossero stati completamente onorati. O non fossero suscettibili – è un’ipotesi – di azione legali collegate anche al cambio di management avvenuto per Matteo che dalle cure della Topseed di Corrado Tschabushnig era a fine anno scorso passato a quelle della società di Ivan Ljubicic, la LJ Sports Group.

Un passaggio particolarmente doloroso, anche affettivamente, per il vecchio manager che poteva dire di “aver tirato su Matteo” e tutto il suo clan, da Santopadre al mental coach per anni e anni e se lo era visto scivolar via dalle mani quando poteva essere arrivato il momento di raccogliere i frutti di tanta semina.

Matteo Berrettini – ATP Madrid 2021 (ph. Diego González) (2)

 VERSO TORINO

Nella Race intanto Matteo, come dicevo. è n.8. Mancano ancora troppi mesi, tantissimi punti ATP in palio e da conquistare, per poter festeggiare la sua presenza alle finali ATP di Torino. Ma troppa gente nei mesi scorsi sembrava persuasa che le migliori chance di essere a Torino le avesse Jannik Sinner, che le nostre chance di avere un rappresentante italiano fossero tutte legate agli exploit del tennista altoatesino. Si parlava solo di lui, mentre Matteo pareva caduto nel dimenticatoio. L’infortunio in cui Matteo era incappato in Australia, sebbene fino a lì avesse giocato piuttosto bene, pareva quasi che per la gente non ci fosse stato. Capitava invece di leggere la sua progressiva retrocessione in termini di Race, quasi che Matteo avrebbe potuto inventarsi qualcos’altro per conquistare punti da infortunato. Chiaro che senza giocare i punti non poteva farli.

La cosa più bella di questi momenti d’oro del tennis italiano è essersi ritrovati con due italiani in finale in un Masters 1000 nell’arco di poco più di un mese, quando per anni dal 1990 a oggi ne avevamo avuto uno solo, Fabio Fognini nel 2019 a Montecarlo. Io non sono mai stato bravo in aritmetica, ma dal 1990 a 2019 ci sono 29 anni! E non è che, quando i Masters 1000 non si chiamavano così, ma i tornei di quello status erano più o meno gli stessi, Montecarlo, Roma, Canadian Open, Cincinnati eccetera, conquistassimo finali di quel rango a bizzeffe. Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli e stop. Roba vintage, anni Settanta.  

Ma adesso non ci sentiamo di escludere che possano farcela per le ATP Finals sia Berrettini sia Sinner. Quando l’approdo alle ATP finals di Londra di Berrettini nel 2019 “coprì” un digiuno di 42 anni. Eppure entrambi i nostri potenziali top-Eight, a ben guardare non sono stati fortunatissimi, a mio avviso. 

Sinner non ha davvero goduto di sorteggi particolarmente favorevoli. All’Australian open ha trovato subito Shapovalov all’indomani della vittoria di Melbourne 250 ATP. A Montecarlo ha trovato al suo secondo turno Djokovic che giocava il primo dopo il bye. Anche a Roma, insomma, ammesso che batta Humbert, Sinner troverà Nadal, che non è un bell’incontrare a Roma dove Rafa ha trionfato nove volte. Sarebbe stato meglio incontrarlo a Madrid, su quel tipo di superficie, no? Eppure Jannik è n.9 nella Race.

Quanto a Berrettini, abbiamo ricordato l’infortunio agli addominali che lo ha appiedato per due mesi, una convalescenza che lui per primo non si aspettava così lunga. Ciononostante è n.8. E se avesse potuto difendere le sue chance in quei due mesi non avrebbe avuto qualche punto in più?

Per questi motivi oggi non ci sentiamo di escludere che possano farcela tutti e due a centrare l’approdo di Torino.  Quando se ne parlava a gennaio si diceva che era un sogno. Ma, siamo onesti, non solo avremmo firmato carte false per averne uno – e ancora le firmerei sia chiaro – ma ci credevamo tutti assai poco. Oggi, francamente, anche chi ama restare con i piedi per terra, ha invece il diritto di crederci. E di dire, sebbene io dagli Internazionali d’Italia una volta visto il tabellone abbia già scritto che non mi aspetto molto: why not?

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Davis Cup, i tennisti vedono l’Italia favorita con gli USA. Io mica tanto, ma spero di sbagliarmi

Tante incertezze sulle formazioni. Il gran dubbio Fognini-Sonego. Chi giocherà fra Isner e Tiafoe? E sì che Isner sarebbe il N.1, ma Opelka non lo si discute

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Ho sempre pensato che la Croazia fosse più forte di quest’Australia, anche se non mi aspettavo che Gojo battesse Popyrin. E a confermare il mio pronostico è arrivata la prima tristanzuola giornata di Coppa Davis a Torino, pochissimi spettatori nonostante i ragazzi portati dalle scuole, spalti vuoti salvo uno sparuto gruppo croato.

D’altra parte non si poteva pretendere che qualcuno arrivasse dall’Australia, fra i Paesi più difficili al mondo da raggiungere (o in cui rientrare) ma non semplice neppure da lasciare.

La Croazia, che ha chiuso sul 2-0 i singolari ancora prima di schierare il doppio n.1 del mondo Pavic-Mektic (che infatti hanno dominato gli aussies Peers-De Minaur) giocherà lunedì – ormai sono in vena di pronostici – contro chi emergerà già stasera dal duello Italia-USA.

 

Partita durissima, quella dei nostri, perché giocare indoor contro i giganti americani, Opelka 2 metri e 11, Isner 2 metri e 8, e senza l’apporto di Matteo Berrettini non è davvero un sorteggio ideale.

Oggi i giocatori con cui ho avuto la possibilità di parlare, Gojo, Popyrin, Cilic, hanno detto tutti che l’Italia doveva essere considerata leggermente favorita. Chi riferendosi alla gran forma di Sinner, chi al fattore campo, chi all’annata particolarmente felice del tennis italiano.

Io confesso di non essere stato in grado di capire se Filippo Volandri ha intenzione di schierare come secondo singolarista Fabio Fognini oppure Lorenzo Sonego. Non ho potuto verificare chi sia più in forma dei due, il “trispapà” Fabio o il torinese e torinista Lorenzo, perché a differenza di Jannik che si è allenato al PalaAlpiTour con un Volandri ancora in buone condizioni atletiche e tennistiche, loro due sono andati a giocare al Cral Reale Mutua.

Volandri in questi giorni sembra essere stato in maggiore sintonia con Fognini, che stamattina si è allenato sfoggiando una maglia azzurra con su scritto Italia. Forse Volandri ha più fiducia nell’esperienza di Fognini. Ma è anche vero che conosce tutto sommato meglio Fognini che Sonego, il quale avrebbe l’handicap di esordire con la maglia della nazionale (salvo che alle Olimpiadi…).

Il campo con i rimbalzi alti, e non particolarmente veloce – anzi…e poi ci sono le palle Wilson anziché le Dunlop delle ATP Finals – parrebbe dare a Fognini qualche margine di vantaggio. Tuttavia a me la scelta Fognini pare molto rischiosa: non so quanto abbia potuto allenarsi e non è che i suoi ultimi risultati siano stati entusiasmanti.

Bisogna vedere anche chi sceglierà capitan Mardy Fish: se decidesse di schierare i due giganti, Isner N.24 scenderebbe in campo da N.1 contro Sinner ma per secondo, mentre il primo match lo disputerebbero i numeri due, Opelka N.26 e Fognini N.37.

Però, se invece Fish volesse tenere fresco Isner, 36 anni e mezzo, per schierarlo in doppio al fianco di Sock o di Ram, allora Opelka diventerebbe il N.1 contro Sinner e Tiafoe giocherebbe contro Fognini.

Onestamente il doppio italiano non mi sembra forte come qualunque dei tre doppi che possono schierare gli Stati Uniti. La vittoria all’Open d’Australia di Fognini e Bolelli è ormai parecchio datata: 2015, sono passati quasi sette anni.

Ergo dobbiamo cercare di vincere i due singolari. E mentre Sinner deve essere considerato favorito, con le riserve del caso, nel singolare dei numeri uno, nell’altro match a me non pare che saremmo favoriti.

Quindi, augurandomi ovviamente di sbagliare, a differenza di quello che hanno detto tutti i tennisti ascoltati oggi, un leggerissimo margine per me ce lo ha il team USA.

Quanti break potranno mai subire Opelka e Isner se dovessero giocare i singolari? Di sicuro qualche set finirà al tiebreak. E magari perderanno un set 6-4 o 7-5. Se Fognini perdesse un servizio, come ne recupererebbe uno o due?

Sulle prime mi ero rallegrato che il campo di questa Coppa Davis non fosse così veloce come quello delle ATP Finals.  Però poi ho sentito Mardy Fish dire che ai suoi giocatori il campo più lento piaceva: “Gli aces e i servizi vincenti li fanno ovunque, anche se un campo è lento. Ma se è troppo veloce non riescono a recuperare sugli angoli. Forse per Isner il campo in terra  battuta è quello ideale…”.

E in effetti mi sono ricordato di Isner che battè Federer sulla terra rossa in Svizzera in Coppa Davis o che fece una gran battaglia con Rafa Nadal al Roland Garros nel 2011. Rafa vinse 6-4 6-7 6-7 6-2 6-4. Quest’anno al Roland Garros Isner ha lottato per 4 set con il finalista del torneo Tsitsipas.

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Editoriali del Direttore

Sascha Zverev, un doppio Maestro e una storia che ricorda Ivan Lendl: tanti tornei vinti, zero Slam

Il percorso del tedesco, già n.3 ATP a soli 20 anni e mezzo, è simile a quello del ceco che nel novembre 1981 era anche lui già n.3, ma fino all’84 non vinse uno Slam. Poi però furono 8

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Alexander Zverev - Nitto ATP Finals Torino 2021 (foto @atptour)

Non avrà vinto ancora uno Slam, ma intanto è un doppio Maestro. Aveva vinto le ATP Finals a Londra nel 2018, sorprendendo Nole Djokovic dal quale aveva perso nel round robin, si è ripetuto a Torino ridiventando Maestro dopo aver battuto il n.1 Djokovic e il n.2 del mondo Medvedev fra semifinale e finale.

Zverev è soltanto il quarto tennista che infilando la doppietta n.1 e n.2, finisce per vincere il Masters. Ci sono stati anche tre tennisti che avevano battuto il n.1 e il n.2 del mondo fra girone all’italiana e semifinale, ma poi non avevano vinto il torneo che chiude l’anno ATP: Gene Mayer, David Goffin e Dominic Thiem. I soli tre invece che battendo n.1 e n.2 hanno invece trionfato nel Masters erano stati Lendl nell’82 (che batté McEnroe e Connors), Edberg nell’89 (superò Lendl e Becker) e Agassi nel ’90 (sconfisse Edberg e Becker).

Per ora il cammino di Sascha Zverev ricorda molto da vicino quello di Ivan Lendl che fino al 1984 – quando rimontò John McEnroe in una memorabile finale a Parigi – non era mai riuscito a vincere uno Slam pur avendo giocato quattro finali Majors. Ricordo che molti scrissero di lui come se potesse essere una vittima di un “complesso Slam”. Sì, perché da quando un Ivan ventenne – nato il 7 marzo 1960 – aveva vinto il suo primo torneo nell’aprile del 1980 sulla terra battuta di River Oaks a Houston, si era cominciato a parlare di lui come di un ormai prossimo Slam-winner. Peccato, però, che al momento decisivo Ivan falliva sempre la prova.

 

Quando finalmente Lendl trionfò al Roland Garros, e in circostanze abbastanza rocambolesche, con McEnroe che lo stava dominando e improvvisamente perse la testa per via di un fotografo che lo disturbava con i clic della sua macchina fotografica, Lendl aveva già vinto la bellezza di 40 tornei. Tornei anche importanti, fra quelli del circuito WCT e altri che oggi equivarrebbero ai Masters 1000. Il trionfo al Roland Garros 1984 fu il titolo n.41 per il ceco di Ostrava. Aveva appena compiuto 24 anni. Ma già prima dell’US Open 1981 Lendl era asceso al terzo posto delle classifiche mondiali. A 21 anni e mezzo. Nessuno pensava che gli ci sarebbero voluti altri due anni e mezzo prima di aggiudicarsi uno Slam.

Stessa cosa si è pensato per Sascha Zverev quando già nel 2017, a 20 anni, ha vinto cinque tornei e fra quelli due Masters 1000 come gli Internazionali d’Italia e il Canadian Open (oltre a Washington, sì il torneo vinto quest’estate da Sinner, Monaco e Montpellier). E poi, nel 2018, un altro Masters 1000 sulla terra battuta, Madrid, prima del bis a Washington e Monaco, e delle Finals ATP a Londra per il primo incoronamento da Maestro. Però, dopo un’involuzione tecnica e psicologica che lo portava a commettere più doppi falli che ace nelle fasi decisive di un match, nel 2019 Sascha ha fatto il passo del gambero, retrocedendo da n.3 a n.7 del mondo. Soltanto al diciottesimo Slam, nel gennaio 2020 a Melbourne, è riuscito a raggiungere la prima semifinale di uno Slam. E a fine 2020 c’è stata quella finale all’US Open nella quale, dopo aver vinto i primi due set, si è fatto rimontare e, pur avendo servito per il match contro Thiem, ha finito per perdere la trebisonda, servendo con braccio rattrappito dalla tensione nel finale, perso al tiebreak decisivo.

Adesso Zverev ha vinto 19 tornei, e dimostrato a Torino di aver compiuto davvero grandissimi progressi. Ha giocato per tutto il torneo in modo davvero eccellente. Ha vinto la maggior parte degli scambi prolungati a fondocampo con Djokovic sabato sera. Ha dominato Medvedev anche negli scambi di rovescio domenica. E avrebbe dovuto vincere già nel round robin contro lo stesso avversario. Invece ci ha perso al tiebreak del set decisivo e solo per 8 punti a 6.

In finale, rovesciando l’esito del match del girone eliminatorio come è successo per 11 volte su 19 Masters, si è preso il rischio e la soddisfazione di servire l’ace con la seconda battuta sul matchpoint al termine di una partita nella quale non ha concesso lo straccio di una pallabreak al russo. Lo aveva breakkato nel terzo game del primo set, e di nuovo nel primo gioco del secondo set per un doppio 6-4.

Perché Zverev conquisti il suo primo Slam prima dei 25 anni, dovrà cercare di vincere l’Australian Open. A questo punto, con Djokovic alle prese con il vaccino sì-vaccino no, con Federer che è incerto perfino se partecipare a Wimbledon 2022, con Nadal che non ha più giocato agonisticamente da Washington, Zverev sa di poter essere considerato favorito del torneo non meno di Medvedev e …Djokovic se Nole andrà.

A novembre 1984 Lendl vinse il Benson&Hedges e il suo torneo n.42, Zverev nel novembre 2021 è fermo a quota 19. Però il tedesco dal 2017 in poi ha dovuto misurarsi con i Fab 4… Questo non basta a spiegare tante cose? Oggi Sascha, a 24 anni e mezzo – è nato il 20 aprile del 1997 – è indiscutibilmente il n.3 del mondo. Ha trionfato in 6 tornei, più di chiunque altro, e fra questi 6 tornei ce ne sono almeno 4 di assoluto prestigio: i 2 Masters 1000, il torneo olimpico di Tokyo con la medaglia d’oro, le finali ATP. Alla fine il presunto “complessato” Lendl ha vinto 8 Slam e anche se non ha mai centrato il suo incubo Wimbledon – due finali, 5 semifinali però – ha vinto 2 Australian Open, 3 Roland Garros e 3 US Open. Io dico che Zverev firmerebbe per vincere 8 Slam. Voi no?

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Editoriali del Direttore

ATP Finals – Che brutta giornata per Djokovic. Dalla pessima notizia australiana sull’obbligo del vaccino al KO torinese con Zverev

Il tedesco gli ha strappato il sogno di eguagliare i sei trionfi di Federer. Chissà se il serbo andrà in Australia con il miraggio dell’Australian Open n.10 e dello Slam n.21…quando Rafa Nadal potrebbe vincere un altro Roland Garros e staccare i due Fab 3

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Alexander Zverev - Nitto ATP Finals Torino 2021 (foto Twitter @atptour)

Non è stata una bella giornata per Djokovic quella di ieri. In mattinata è stato informato che in Australia il direttore del torneo Craig Tiley ha informato ufficialmente il mondo che all’Open d’Australia potranno giocare soltanto i tennisti vaccinati.

Di sicuro questo annuncio non ha fatto piacere a Novak i cui sentimenti a proposito del vaccino sono intuibilmente – ma non ufficialmente – noti.

 Non dico che la vicenda possa averlo destabilizzato, ma di sicuro un po’ lo ha scosso.

 

Wait and see” è stato l’unico commento che ha fatto ieri notte dopo il k.o. con Zverev. Un’altra delusione paragonabile, forse anche se magari meno, a quelle di Tokyo e di Flushing Meadows.

Non una questione da poco per un tennista che ha vinto l’Australian Open 9 volte e, ancor più, per uno che trovandosi a 20 vittorie negli Slam come Nadal e Federer (il quale ultimo non sa neppure se riuscirà a ripresentarsi in tempo per Wimbledon) se volesse lasciarsi alle spalle i due grandi rivali non dovrebbe perdere le ultime grandi occasioni.

C’è, anzi, il pericolo per lui, se non dovesse recarsi a Melbourne – come oggi parrebbe abbastanza probabile – che Rafa Nadal vinca il Roland Garros n.14 e quindi lo Slam n.21 e si lasci alle spalle sia lo svizzero sia il serbo.

Insomma non solo Djokovic non eguaglia il record dei 6 Masters detenuto da Federer, ma se non dovesse andare in Australia, non li staccherebbe neppure nel conto degli Slam.

Questo che resta un anno fantastico per lui, campione di tre Slam e finalista nel quarto, rischia di essere paradossalmente ricordato più per i record mancati, il Grande Slam, la medaglia d’oro olimpica che non vincerà più, le 6 ATP Finals non ancora diventate trionfali, che per le straordinarie vittorie conquistate. Quando la gente (non quella serba…) ricorderà le migliori annate di Djokovic forse non si ricorderà neppure che lui nel 2021 ha vinto 5 tornei fra cui 3 Slam! E dirà che i suoi anni migliori sono stati il 2011 e il 2015. Anche se non è vero.

Ieri sera l’ho visto in serio affanno negli scambi prolungati con Zverev. Come non mai. Zverev una volta ne avrebbe persi la maggior parte e ieri sera invece ne ha vinti di più di Nole.

E Nole, di solito apparentemente indistruttibile fisicamente, l’ho visto nel terzo set spesso con la lingua di fuori dopo gli scambi mozzafiato sulla diagonale dei rovesci, tanto che poi finiva per sbarellare con il dritto. Ne ha sbagliati almeno tre gratuiti gravissimi e davvero non da lui nella fasi finali del match.

Ma c’è da dire che Zverev ha recuperato con delle spaccate alla…Djokovic, delle palle che sembravano irraggiungibili riuscendo a tirar rasorete e fortissimo anche in quelle situazioni apparentemente compromesse.

Per un uomo di un metro e 98 cm sono prodezze atletiche, oltre che di puro talento, pazzesche…se non fosse che oggi incontrerà in Daniil Medvedev un altro uomo di 1 metro e 98 cm che è un altro fenomeno di straordinaria agilità.

Onestamente non so come facciano questi ragazzoni con quelle leve così lunghe ad abbassarsi così tanto da prendere palle che non si alzano più di pochi centimetri dal tappeto Greenset. E tuttavia riescono a tirare così forte e preciso dopo aver sfiorato quel tappeto con le ginocchia, quasi strusciandolo, che non sembra possibile ad un umano.

Una volta lo sapeva fare solo Djokovic, adesso Medvedev che lo ha battuto in finale all’US Open e Zverev che lo aveva fatto a Tokyo e si è ripetuto qui …lo sanno fare anche loro.

A Tokyo però direi che si era trattato di una grande sorpresa perché Djokovic era avanti 6-1 e 3-2 con break, quando aveva perso poi 10 dei successivi 11 games. In maniera del tutto inattesa e certamente sorprendente. Lì magari aveva potuto incidere il caldo, il clima afoso e umido anche dei giorni precedenti.

Oggi un pronostico fra due giocatori che un paio di giorni fa si sono affrontati fino al tiebreak del terzo set, vinto da Medvedev per 8 punti a 6 (mentre con Sinner il russo ha vinto ancora al tiebreak decisivo 10 punti a 8, non senza aver annullato due matchpoint con il servizio) potrebbe sembrare simile al gioco della roulette sul rosso (il russo) e il nero (l’abbigliamento prediletto da Zverev).

Il paragone mi fa tornare alla mente una celebre gaffe di un telecronista che volendo citare la roulette russa, quella che ha tanti colpi a salve nella canna della pistola ma anche uno vero che è quello che uccide il più sfortunato, parlò di “roulotte russa”. Vabbè, è un ricordo-facezia che mi permetto soltanto perché sto scrivendo ben oltre la mezzanotte.

Oggi per chi volesse azzardare un pronostico nonostante lo straordinario equilibrio dell’ultimo duello dei due finalisti, si dovrebbe dire che vincerà Medvedev. Ma non è affatto detto, naturalmente, che ciò accada. A tal proposito, è da sottolineare che è accaduto 18 volte nella storia delle Finals che in finale si incontrassero due giocatori che si erano già affrontati nel Round Robin; e il bilancio è in equilibrio, visto che 10 volte ha vinto la finale chi aveva perso nel girone e 8 volte il vincitore del Round Robin si è ripetuto anche in finale. Ricordo ad esempio le semifinali del 1987, che furono proprio due scontri di questo tipo: Lendl sconfisse Gilbert due volte, mentre Wilander sconfisse Edberg dopo averci perso il giorno prima nel Round Robin. Questo a dimostrazione del fatto che non è matematico che il risultato del girone si ripeta tale e quale anche in finale.

Pero è vero che Medvedev ha vinto le ultime cinque volte di fila con Zverev, ed è vero che il tedesco non può essere andato a letto prima delle due del mattino dopo questa battaglia con Djokovic di due ore e 28 minuti.

Il russo si è invece riposato contro Ruud (il norvegese è più debole ed era probabilmente già appagato per aver raggiunto le semifinali al primo Masters della sua carriera), ma al contempo è anche vero che ha perso un set ogni volta che ha giocato nel round robin. Con Hurkacz, Zverev, con Sinner. Ma è anche vero che alla fine ha vinto lui tutti i match.

Concludo ricordando che quanto è successo, con il n.2 contro il n.3 del mondo in finale, dimostra che il gruppo nel quale era capitato Berrettini prima e Sinner poi, era anche il più tosto. Anche perché nell’altro, insieme a Djokovic, c’era uno Tsitsipas menomato e…difatti è arrivato in semifinale Ruud (a spese di Rublev che si è mangiato la partita con lui).

Insomma al povero Berrettini non ne è girata una dritta in questo torneo. Meno male che a Torino torneremo per altri 4 anni e spero proprio che Matteo e Jannik saranno della partita. Se poi ci dovesse essere anche Lorenzo Sonego forse qualcuno si lamenterebbe? E sognare costa forse qualcosa?

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