Fognini e Giorgi, una carriera al tramonto con molti più rimpianti per Camila che per Fabio

Editoriali del Direttore

Fognini e Giorgi, una carriera al tramonto con molti più rimpianti per Camila che per Fabio

ROMA – Ad accomunare questi due tennisti che sono stati per diverso tempo i n.1 d’Italia il grande talento, una certa discontinuità, una testa non sempre lucida per gli obiettivi che avrebbero potuto centrare. Sia pure su piani diversi

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Fabio Fognini - ATP Madrid 2021 (ph. Mateo Villalba)

Due anni fa a Montecarlo Fabio Fognini, che aveva rocambolescamente rimontato un match praticamente perso al primo turno con Andrey Rublev (sotto un set, 4 a 1 e palla del 5-1 nel secondo), mise il suo più bel sigillo ad una bellissima e lunga carriera da top-20 cui non erano mancate anche vittorie importanti e più volte ripetute su grandi nomi (Nadal e Murray su tutti), proprio quando ormai quasi nessuno più se lo aspettava. Ma fino a quel momento gli era tuttavia invece sempre mancato l’acuto più grande, l’exploit di un trionfo davvero importante.

Quel sospiratissimo traguardo, la vittoria in un Mille, è arrivato sulla soglia dei 33 anni, dopo che per anni tanti ci eravamo chiesti perché quel tennista dal così grande talento non fosse mai riuscito a conquistare una semifinale di uno Slam pur avendone giocati una cinquantina né a entrare prima fra i primi 10 del mondo, sebbene già nel 2013 ci si fosse avvicinato. Era otto anni fa, sei anni prima di quel 2019 che nel Principato vicino a casa sua farà sempre la differenza nel ricordo di un Fognini vincente ma non troppo.

Fabio è diventato top-ten a 31 anni e 10 mesi per la prima volta, più anziano tennista fra tutti a centrare quell’obiettivo. Ma, visto che i campioni si misurano soprattutto nei risultati ottenuti negli Slam, è a tutt’oggi quasi incomprensibile che Fabio non sia riuscito ad andare oltre un paio di quarti di finale nei Majors e a un risicato pugno di ottavi. Con quel tennis così diverso, unico, spettacolare avrei scommesso su altri traguardi.

 

Qualcuno si domanderà adesso perché io parli di Fognini proprio oggi che ha perso malamente con il giapponese Nishikori un match nel quale per molti era lui il favorito (e non solo per il ranking; n.28 vs n.43), quando ci sono quattro italiani che hanno invece vinto match per nulla scontati, Musetti 82 su Hurkacz 19 (che si è ritirato ma più che un infortunio ha forse sofferto Musetti…), Travaglia 69 su Paire 33 che una volta si definiva giocatore imprevedibile ma invece sta sempre più diventando prevedibile (nel senso che perde praticamente sempre), Sinner 18 su Humbert 31 vendicando l’unica sconfitta patita nelle finali ATP Next Gen milanesi del 2019, Mager 90 su “demon” de Minaur 23… e questa, anche per via di quel gap di 67 posti, è stata forse la vittoria più bella perché anche se l’australiano ha un tennis ben anticipato ma probabilmente troppo leggero per questa terra rossa romana.

Ma mi è venuto di parlare di Fognini pensando a… Camila Giorgi. Eh sì, perché sul talento espresso in modo memorabile, entusiasmante come certe progressioni incalzanti a tutto braccio, davvero magnifiche di Camila quando le stavano dentro tutti i colpi, ci siamo illusi in tanti. Mi ci metto anch’io fra quelli, sebbene abbia al tempo stesso anche espresso sempre molte riserve ogni volta che lei, implacabilmente (tanto che pensavo fosse quasi una sfida con noi giornalisti… del tipo, ci fa o ci è?), si ostinava a ripetere “non è importante studiare il tennis della mia avversaria, io devo soltanto fare il mio gioco, il piano B non esiste”.

E se le chiedevi dei precedenti con la sua avversaria dell’indomani… non contavano, l’idea di una strategia non sembrava passarle per l’anticamera del cervello. A papà Giorgi neppure. Tirare, tirare sempre più forte, è sempre sembrata l’unica strategia.

Però l’abbiamo vista battere 9 delle prime 10 del mondo, soverchiandole in certi casi, prendendole letteralmente a pallate. E non solo in tornei secondari. Tanto per citare il primo che mi viene a mente, ricordo quell’US Open in cui dominò Caroline Wozniacki con la gente sugli spalti che si spellava le mani dagli applausi, una standing ovation dopo l’altra, ma al di là delle grandi partite vinte ce ne sono state anche altre perse di un soffio – ricordo una con Venus Williams all’Australian Open – che davvero facevano pensare che Camila sarebbe diventata chissà chi, che l’Italia aveva trovato un grande talento anche grazie ad un padre che di tennis sapeva poco o nulla ma che certo l’aveva ben motivata e addestrata.

Ma di padri poco competenti che però hanno tirato su campionesse ce ne sono stati tanti, troppi se ora li dovessi citare tutti (Capriati, Seles, Pierce, Williams, Dokic, Graf…) per poter pensare che solo quello avrebbe potuto essere un limite insuperabile.

Di Fognini si è detto per anni – fino a che se ne è convinto anche lui – “ah se avesse più testa”! E si giustificavano tante sue sconfitte con la sua incapacità di restare concentrato per 3 ore su un match, invece di distrarsi al primo batter d’ali d’una farfalla, di perdere la trebisonda per delle sciocchezze, falli di piedi, presunti errori arbitrali, di aver la testa altrove come quando a Wimbledon – non al torneo di Roccacannuccia – sbagliò un rovescio mentre stava giocando contro il ceco Vesely e pensò bene di esclamare un gioco peggio di Scanagatta! forse perché mi aveva visto in tribuna. Ditemi voi quale altro giocatore si sarebbe distratto in quel modo in un’occasione così importante… Roba che solo a Fognini poteva venire in mente.

E anche di Camila si è detto mille volte la stessa cosa, “ah se invece di sparacchiare anche quando non ce n’è bisogno… ogni tanto si calmasse e giocasse un colpo in maggior sicurezza, soprattutto quando vede che l’avversaria è finita fuori dal campo”. Niente, niente da fare, tutti appelli sprecati. Prima per Fabio, poi per Camila.

Solo che, come dicevo all’inizio, Fabio – che comunque è stato ben diversamente continuo tra i top-20 e non solo per poco tempo n.26 quale è stato il best ranking di Camila nel 2018 grazie ai quarti raggiunti a Wimbledon – ha colto quell’exploit monegasco che ha coronato una intera carriera nel migliore dei modi, il primo Masters 1000 vinto da un giocatore italiano, decisamente il miglior tennista italiano post Panatta&soci fino ai giorni nostri dell’esplosione di Berrettini e di quelle che per ora sono solo promesse e rispondono ai nomi di Sinner, Musetti e, in misura minore, anche Sonego.

Camila invece? Beh Camila ha vinto solo 2 tornei minori, ha perso 6 finali in altri tornei minori. Aveva centrato gli ottavi a Wimbledon 2012 e fatto sognare mirabolanti imprese che purtroppo non sono seguite. Mi è dispiaciuto da morire vederla perdere ieri con Sorribes Tormo un match-maratona di 3h e 50 minuti (insolito per Camila che di solito, vincente o perdente sbriga le sue pratiche in tempi rapidissimi) nel quale era avanti 4-0 nel terzo set e 5-3. Camila è testarda come un mulo, però è anche dolce, ispira tenerezza, non si può non volerle bene anche se a volte ti irrita quando non spiccica parola… salvo le solite.

Quante volte le ho visto perdere il servizio quando doveva chiudere il match, quanti doppi falli l’hanno tradita in frangenti decisivi, quante volte il numero dei suoi errori gratuiti è stato molto più alto dei suoi vincenti sebbene questi fossero tantissimi. Ieri, 86 gratuiti a fronte di 59 vincenti. Ma si può? Purtroppo in sei apparizioni a Roma ha perso sei volte fra primo e secondo turno. E qualcuno dei lettori di Ubitennis ci ha inviato una impressionante statistica che non ho fatto a tempo di verificare, quindi per favore prendetela con beneficio di inventario: in 70 partecipazioni nei maggiori tornei Camila sarebbe uscita nei primi due turni 56 volte. Beh, ma come si fa? Come si fa a battere 9 delle prime 10 del mondo e poi a perdere 56 volte su 70 nei primi due turni?

Questo, ad onor del vero, a Fognini non è mai capitato, sebbene anche lui a Roma – per esempio – più di un quarto di finale non sia mai riuscito a raggiungere in 13 partecipazioni e ben nove volte sia stato schizzato fuori al primo turno (5) o al secondo (4). Arrivo finalmente al punto: Fognini ha conquistato la vittoria più importante della carriera a 32 anni e 10 mesi. Camila Giorgi ne compirà 30 il 30 dicembre. Potrebbe riuscire ancora a conquistare un grande, grandissimo risultato? Ebbene io glielo auguro con tutto il cuore, ma penso proprio di no. Fabio ha sempre avuto il tennis nel sangue, come sua massima priorità professionale. Camila no. Camila sogna di diventare una influencer, di occuparsi di moda, non mostra alcuna profonda passione per il tennis quando ne parla… almeno con noi giornalisti. Lei va in ufficio, il campo da tennis, e timbra il cartellino. Non che non si impegni o non si alleni anche duramente. Avete visto anche ieri quanto ha lottato. Proprio non voleva perdere.

Chi l’ha seguita da vicino quando si allena (con sparring partner spesso cambiati… e non ho mai capito il perché di certi “divorzi”) mi dice che lei ci dà dentro, ci prova. Però – sfortunata quanto basta per via di diversi infortuni, il polso, il braccio, una gamba, poi perfino il COVID – i suoi bassi sono stati troppo più numerosi degli alti, anche nel ranking, al contrario di quanto si può dire di Fognini che fra il ventesimo e il quindicesimo posto c’è stato per una vita e con grande continuità.

Speravo proprio che Camila ieri vincesse, perché si è battuta anche in scambi lottatissimi quando temevo che sarebbe scoppiata da un momento all’altro – il recupero dal COVID è stato duro – anche se il livello di questa maratona non era neppure lontanamente paragonabile con quella che non dimenticherò mai e vinta sotto i miei occhi in Australia nel 2011 da Francesca Schiavone su Kuznetsova 6-4 1-6 16-14 e conclusa dopo 4 ore e 44 minuti. Ho ancora il mio bloc notes pieno zeppo di puntini, segnai punto dopo punto. Nel mio piccolo, per un match di 4 ore 44 minuti, fui resistente anch’io. Ma fu Franci a essere davvero formidabile.

Concludo dicendo che temo che Fabio stia rendendosi conto che il fisico a 34 anni non è più quello di un ragazzino e neppure quello di due anni fa, in grado cioè di sopportare 3 partite dure di fila – le caviglie sono a posto, ma comincia a far male la schiena, la lunga carriera logora – e quindi, anche se sarà ancora capace di vincere ancora qualche grande partita, di battere ancora qualche grande avversario, secondo me per rivedere il miglior Fognini bisognerà voltarsi indietro e guardarlo in televisione, in qualche partita registrata. Difficilmente potrà rivincere un bel torneo.

E quanto a Camila, se non ha mai cambiato il suo modo di pensare, di affrontare una partita ora che ha quasi 30 anni, dubito fortemente che comincerà a farlo adesso. Mi resta il rimpianto di quello che avrebbe potuto fare se si fosse concessa due o tre anni con un altro allenatore al fianco, uno che le avesse insegnato qualche accortezza tattica in più, che l’avesse costretta a giocare ogni tanto una smorzata dopo 4 missili tirati a tutta forza. Mancherà sempre la controprova, ma con quei colpi esplosivi che si ritrova, a mio avviso Camila avrebbe potuto fare ben altra carriera.

Soprattutto se si considera che mentre nell’era di Fabio hanno giocato i Fab Four che a tutti gli altri hanno lasciato le briciole…, in quella di Camila una volta che è calata Serena Williams, tutto questo gran livello obiettivamente non c’è stato. E almeno entrare fra le prime 20, le prime 15, avrebbe dovuto essere possibilissimo. Le sue soddisfazioni, non solo economiche, lei se le è comunque tolte.

Insomma mi sono ritrovato a recitare una sorta di De Profundis agonistico (per i livelli più alti) di due grandi talenti, seppure assai diversi nel modo di esserlo e anche per risultati – non dimentichiamolo, non meritano di essere messi sulla stesso piano quelli di Fabio e quelli di Camila – che hanno raccolto molto meno di quanto avrebbero potuto. Sono purtroppo tristemente già usciti dagli Internazionali d’Italia 2021 e sinceramente non penso che agli Internazionali d’Italia nel 2022 potranno fare molto meglio. Augurandomi, ovviamente, di sbagliarmi.

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Roland Garros: Djokovic-Nadal, 3° set da cineteca. Macchè overdose! 58 duelli non ci bastano [VIDEO]

PARIGI – Alla fine Nadal l’invincibile non ne aveva più. Stroncato fisicamente, ma prima tecnicamente. Ora Nole è a un tiro di schioppo dallo Slam n.19, da Nadal e Federer. Ma nessuno ha vinto più di Tsitsipas quest’anno

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Rafael Nadal e Novak Djokovic - Roland Garros 2021 (ph. ©Cédric Lecocq _ FFT)

Io non sono proprio così sicuro che vedrò un’altra partita così. Eppure di partite epiche – che dite? – credo di averne viste davvero tante. Potrei non vederne più così, in particolare, fra Djokovic e Nadal. Il film del terzo set nel regno di Nadal secondo me andrebbe fatto vedere e rivedere in tutte le scuole tennis.

Pur avendo apprezzato a sprazzi anche quella vinta in cinque set da Tsitsipas su Zverev (6-3 6-3 4-6 4-6 6-3 in 3h e 36 m), con il greco che ha dimostrato di possedere un tennis più completo rispetto al tedesco e se non si fosse distratto con tre errori gratuiti nel secondo game del terzo set secondo me avrebbe potuto “uccidere” il match in tre set, mi riferisco alla seconda semifinale, quella finita una decina di minuti dopo le 23, e che Novak Djokovic, vittorioso dopo quattro ore e 11 minuti (3-6 6-3 7-6 6-2) ha definito “la mia miglior partita di sempre al Roland Garros, la più bella ed emozionante, una delle mie tre migliori partite di sempre in carriera”.

Sono frasi pronunciate da uno che ha vinto 18 Slam e che di partite ne ha giocate… soltanto 1.155 nel circuito maggiore (960 vinte con ieri sera, 195 perse).  Avrà esagerato lui, esagero io? Per carità, può essere, però al ritmo in cui ho visto giocare contemporaneamente questi due fenomeni ieri sera, scambi, angoli, pallate, finezze, dal secondo set in poi, non ho ricordanza sulla terra rossa. Eppure credo di avere buona memoria. Certo la finale Lendl McEnroe del 1984 fu fantastica, la semifinale vinta da Nadal su Djokovic 9-7 al quinto nel 2013, forse Wawrinka-Djokovic nel 2015, ma era tutto un altro genere di partite, perfino quella citata del 2013 fra gli stessi contendenti.

 

Leggendo su Ubitennis nella cronaca di Vanni Gibertini che secondo lui il match “non è stato per lunghi tratti straordinario dal punto di vista tecnico” – e come detto io sono d’accordo per buona parte del primo set, nel quale Djokovic è partito malissimo, subito sotto 5-0 anche se nei primi due giochi aveva avuto la palla game e anche per l’ultima parte del quarto, perché Rafa negli ultimi game proprio non ne aveva più… –  a me viene il dubbio di essermi lasciato trasportare dalle emozioni, dall’atmosfera fantastica grazie al pubblico finalmente ritrovato. E anche, forse, dall’emozione di scoprire che anche Rafa Nadal può perdere al Roland Garros perfino se gioca bene. Anche se lui, ecco perché è umano, penserà che avrebbe potuto giocare meglio, subire di meno.

Ma, incluso il finale del primo set e l’inizio del quarto, quei due set centrali sono stati, a parer mio, giocati a un ritmo e a una intensita tale, davvero disumani, che per forza chi aveva subito di più il gioco avrebbe dovuto scoppiare. E ciò a prescindere, a parer mio (quindi discutibilissimo), dall’aspetto anagrafico, dai 35 anni di Rafa che oggi mi aspetto in tanti tirino fuori. Mi direte che due set e mezzo di una partita tre su cinque e chiusa in quattro non possono essere dipinti come un intero match davvero memorabile, e forse ci avete ragione. Ma io continuo a valutarlo eccezionale.

Certo il tennis è uno sport di centimetri e non sempre si possono cogliere senza… il metro. Basta che uno tiri più corto o meno angolato di un paio di centimetri in dieci punti importanti e l’equilibrio si sposta senza che se ne possa avere l’immediata percezione. L’ho scritto altre volte: se seguiste una gara di salto in alto e la TV non vi facesse vedere a che altezza viene messa l’asticella, sareste in grado di distinguere un salto record da uno inferiore di tre centimetri e che quindi non lo è? Basterebbe l’eleganza di un salto a farvi capire che quel salto è migliore di quell’altro?  

Parlo di stile, di eleganza, e subito mi viene in mente il più stiloso di tutti, Roger Federer. Fantastico giocatore sull’erba, mille volte grandissimo anche sulla terra rossa dove per tanti anni è stato secondo solo a Nadal – e questa inferiorità l’ha fatto passare ingiustamente per uno che sulla terra non vinceva abbastanza – ma, per intendersi, io Federer sulla terra rossa non l’ho mai visto giocare così come questi due ieri sera. Come intensità ritmo, recuperi, spinta, cioè tutti quegli aspetti del match di ieri sera messi insieme che mi hanno fatto scattare in piedi un sacco di volte, al colmo dell’ammirazione e dell’incredulità giocare?

So bene che per aver scritto questo molti la considereranno una provocazione, salteranno sulla sedia come morsi da una tarantola e mi daranno del matto, dell’anti-Federer, del nadaliano, del diokoviciano. Pazienza. La penso così, anche non mi ritengo davvero infallibile. Anzi. Eppure anche questi due fenomeni, quante volte li avrò visti? Dovrei mettermi a contarli, ora che Djokovic conduce 30 a 28 i confronti diretti, ma i 17 match giocati negli Slam li ho visti tutti (10 a 7 le vittorie per Rafa dopo ieri) e secondo me su 58 me ne possono essere sfuggiti quattro o cinque, perché salvo cinque quarti di finale e quattro sfide di Round Robin (tra Finals e Davis) gli altri duelli sono sempre stati tutte finali o semifinali.  

Rafael Nadal e Novak Djokovic – Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Certo posso ritenere che il Nadal di qualche anno fa avrebbe retto meglio fisicamente, perché alla fine Djokovic lo ha proprio stroncato sul fisico facendogli fare il tergicristallo, giocando un match tatticamente perfetto, soprattutto con i cross stretti di dritto che hanno martellato il maioechino impedendogli di girare attorno alla palla per colpire di dritto. Se il merito è di Marian Vajda complimenti a lui. Anche se poi le tattiche vanno sapute eseguire.

Ma se Rafa ha subito il tennis di Djokovic e il “golpe” c’è stato, non si può dire che ciò sia accaduto perché lui abbia incontrato una cattiva giornata, come gli era capitato con Rublev a Montecarlo. Nel quarto set, pur essendo andato avanti di un break, Rafa non ne poteva proprio più, perché Djokovic sembrava quello del 2011 quando batté Rafa sette volte di fila, cedendogli appena sei set fra Indian Wells e la famosa interminabile finale di Melbourne 2012 (7-5 al quinto, 5 ore e 53 minuti. In quella serie lo batté anche a Madrid (7-5 6-4) e a Roma (6-4 6-4), quindi sulla terra battuta. Fino a Montecarlo 2012 non ci avrebbe più riperso.

Allora in tanti, ricordo uno per tutti Gianni Clerici, si persuasero che Novak fosse in assoluto più forte di Rafa per il fatto di possedere due colpi da fondocampo ugualmente efficaci al cospetto di Rafa che aveva invece uno straordinario e unico dritto ma non un altrettanto straordinario rovescio. Poi negli anni Rafa è migliorato tantissimo di rovescio (e col servizio) ed è diventato sempre più completo fino a chiudere il gap. E sulla terra nessuno, nemmeno Djokovic che ora è l’unico ad averlo battuto due volte al Roland Garros ma ancora deve vincere il torneo per la seconda volta, mentre Rafa lo ha vinto 13 volte, poteva considerarsi alla sua altezza.

Ora, così fragili sono le credenze umane, già c’è chi dice che Rafa non vincerà più il Roland Garros, che la sua leggenda si è conclusa ieri. Ebbene, io proprio non credo che sia così. Se fino a ieri era il favorito dei più, può bastare una sconfitta a darlo per spacciato nel 2022 sul suo campo?

Ora, a leggere il punteggio, si può anche pensare che sia stata una sconfitta piuttosto netta. Ma chi la pensa così dimentica che Rafa sul 6-5 per lui del terzo set ha avuto un set point. Lì Djokovic ha avuto un coraggio da leone giocando, dopo essere ricorso alla seconda di servizio (non avrebbe potuto attaccarla di più Rafa?) una smorzata bellissima e vincente, quasi che avesse cancellato dalla sua mente le precedenti smorzate boomerang, finite malissimo.

Poi Nole ha vinto il tie-break che ha finito per spostare quasi definitivamente l’equilibrio, dopo che sul 4-3 Rafa si è mangiato una volée facilissima al termine di uno scambio magnifico, incredibile, in fondo al quale forse è arrivato poco lucido dopo corse e rincorse sue e di Nole da far arrossire Usain Bolt. Lì è girato il match. Stefano Semeraro che seguiva la partita vicino a me mi sarà testimone del fatto che all’inizio del tie-break gli ho detto: “Chi vince questo set al 90% porta a casa la partita”. Niente di geniale, sia chiaro, ma lo sforzo di tutti e due era stato tale perché il perdente di quella frazione non subisse un contraccolpo psicologico terribile.

Per un attimo, nel caos della situazione, il pubblico che gridava e scandiva in coro a più riprese “On ne s’en ira pas!” (“Non ce ne andremo!”) e “Dimission Forget!” “Dimission Guy”), perché oramai erano le 22:40, l’ora in cui per Djokovic-Berrettini era stato evacuato lo Chatrier, e si è temuta una nuova sospensione e il “tutti a casa”. Sarebbe scoppiata una seconda Rivoluzione Francese, ve l’assicuro. La partita era talmente bella che nessuno voleva mollarla lì. La gente ha visto uscire Djokovic e ha cominciato a fischiare temendo il peggio. Due minuti primi i colleghi dell’Equipe, seduti davanti a me, mi avevano avvertito: “Il Governo ha decretato il permesso a continuare con il pubblico!”.

Ma la gente non lo sapeva, così quando lo speaker ha cominciato a parlare per annunciare la lieta novella, tutti hanno preso a fischiare, urla che non vi dico, coprendo la sua voce. Finché qualcuno ha sentito e ha cominciato ad esultare, ad abbracciarsi. Il ghiaccio era stato rotto. Al terzo tentativo lo speaker è riuscito a farsi sentire.

Beh, sembrava avesse fatto gol la Francia al Parco dei Principi. Anche coloro che, più rassegnati, si erano avviati verso le uscite sono ritornati giubilanti ai loro posti. Pregustando magari altri due set di spettacolo straordinario. E quando Djokovic è rientrato in campo qualcuno lo ha fischiato, ritenendo erroneamente che lui avesse preso la strada degli spogliatoi per… facilitare l’evacuazione generale. Come era accaduto con Berrettini (che ora potrebbe fare causa al Governo francese! Scherzo eh, però perché per Nadal sì e lui no? Vabbè scherzo ancora, anche se sono sicuro che Matteo un pensierino del genere lo avrà fatto).

La gente ha cominciato allora a cantare “Merci Macron, merci Macron!”. E anche così, a volte, che si guadagna il consenso popolare. Erano contenti della decisione gli spettatori, i media, le TV, i telespettatori, i giocatori. Di tennis a spalti deserti non se ne può proprio più. Insomma, come dicevo all’inizio, chissà se rivedrò sulla terra rossa – perché è un tennis diverso da quello sul cemento e sull’erba – un Djokovic-Nadal di questo livello. Io che alla vigilia temevo l’overdose da Djokovic-Nadal dopo 57 capitoli della loro telenovela, ora mi dispero all’idea che possa essere stata l’ultima. Che banderuola! Ma sapete che i due si sono affrontati in totale per 139 ore? Sì, qualcuno ha fatto le somme della durata dei loro incontri in 15 anni. Un pazzo. Cui sono grato.

Rafa ha mancato l’occasione di raggiungere il 29 pari, e forse di staccare Roger Federer nel conto degli Slam vinti. Mentre Novak ha sulla sua strada Tsitsipas, ma se lo batterà sarà per la prima volta – con 19 Major – a un solo passo dalla vetta dei 20 Slam di Roger e Rafa e in piena corsa per la famosa questione del GOAT. Anche se dubito fortemente che al Roland Garros gli venga mai eretta una statua alta tre metri come è stato fatto per Rafa Nadal. Se anche dovesse vincere il suo secondo Roland Garros, diventando così il primo giocatore dopo Rod Laver ad aver vinto due volte tutti gli Slam, Novak non potrà mai vincerne tredici.

Poiché neppure Novak è più un bambino (34 anni) viene da chiedersi se questo sforzo di 4h e 11 m e con tante tensioni, che fa seguito a quello compiuto con Berrettini (3h e 28 m), potrà minarne la freschezza domenica alle 15 quando affronterà in Stefanos Tsitsipas il primo greco della storia a giocare una finale di Slam, il più giovane con i suoi 22 anni dacché Andy Murray giocò la sua prima finale Slam all’Australian Open 2010, nonché il più giovane al Roland Garros dopo il ventiduenne Nadal nel 2008.

Non è la prima volta che mi trovo a giocare una finale di Slam dopo una grande battaglia in semifinale, non sono proprio fresco adesso, ma le mie capacità di recupero sono piuttosto buone” ha detto Djokovic perché Tsitispas non si illudesse di trovarsi di fronte un guerriero dimezzato, ferito. Su come Tsitsi abbia raggiunto la finale vi rimando all’eccellente cronaca di Antonio Ortu. Però il livello tecnico della prima semifinale, paragonato alla seconda, mi è parso decisamente inferiore. L’ha vinta il giocatore capace di fare più cose, di venire a rete a prendersi i punti importanti. Ma se non avesse annullato le tre palle break d’inizio quinto set non so come sarebbe andata a finire.

Stefanos Tsitsipas – Roland Garros 2021 (via Twitter @rolandgarros)

I precedenti parlano a favore di Novak, 5-2 e due vittorie sulla terra rossa. La prima qui a Parigi per 6-1 al quinto in una delle tre semifinali Slam fin qui perse dall’ateniese, ma nella seconda a Roma poche settimane fa, Tsitsipas, che lunedì sarà comunque n.4 del mondo – è stato a un passo dal vincere in due set e anche in tre. Nole starà in guardia. Nessuno ha vinto più di Tsitsipas quest’anno sulla terra rossa: 22 vittorie a fronte di 3 sole sconfitte (una a Barcellona con il match point con Nadal, l’altra con Djokovic a Roma 4-6 7-5 7-5 e poi con Ruud a Madrid).

Per le interviste dei protagonisti delle semifinali di ieri, Ubitennis vi offrirà come al solito la traduzione nel corso della mattinata. Oggi Ladies Day, mi aspetto, da Pavlyuchenkova (n.32 Wta) e Krejickova (n.33 e non è uno scherzo, ma uno stranissimo caso), che non si sono mai incontrate e due delle tante “ova” del circuito WTA, una battaglia più di nervi che di grande spettacolo. D’altra parte nessuna delle due aveva mai raggiunto neppure una semifinale d’uno Slam – eppure la Pavlyuchenkova di Slam ne ha giocati 52! –  che aspettarsi da una finale… se non che a vincerla, per la sesta volta consecutiva a Parigi, sarà una regina inedita, mai incoronata?

Il tabellone maschile del Roland Garros 2021 con i risultati aggiornati

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Editoriali del Direttore

Roland Garros: Nadal vs Djokovic, ma come si fa a scrivere qualcosa di inedito?

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

da Parigi, il Direttore

Ubitennis è nato nel maggio 2008. Sono 13 anni e mi sembra ieri. Un anno e mezzo prima era nato il mio primo blog Servizi Vincenti. Quando avevo un centinaio di lettori al mese mi sembravano tanti, quasi impossibile. Non fui io, ma i miei collaboratori di allora a spingermi, recalcitrante, a lanciare un quotidiano on line, un impegno che io temevo di non poter reggere perché non c’è un giorno di respiro, Natale, Pasqua, Ferragosto, Capodanno. La parola ferie è sconosciuta.

Fino al novembre 2006 avevo scritto le mie cronache, i miei commenti e le mie conseguenti sciocchezze, con tutti gli errori del caso, principalmente sul giornale La Nazione (gemellato con Il Resto del Carlino e più tardi anche con Il Giorno) dove ho cominciato ventitreenne nel novembre 1972. L’esordio furono le finali WCT d’autunno che, organizzate dal grandissimo promoter Carlo della Vida, si giocarono al PalaEur di Roma e furono vinte 7-6 al quinto da Arthur Ashe su Bob Lutz.

 

Ho scritto tutte queste note biografiche perché mi sono ritrovato a pensare come fino al novembre 2006 io scrivessi tutto quel che scrivevo senza avere in fondo nessuna vera idea se – al di là di quel che mi potessero dire i miei capi servizio – i miei articoli piacessero o no. Vivevo certamente – dal ’72 al 2006, sono 34 anni! – con maggior serenità rispetto a oggi la mia attività professionale, gli errori che restavano più o meno a me ignoti.

Dal novembre 2006 non è più così. Ogni cosa che scrivo su questo sito viene sottoposta ai raggi X e scrivendo tutti i giorni migliaia di caratteri – la sintesi non è mai stata il mio forte – in tutte le condizioni più diverse di lavoro, l’incappare in scivolate più o meno pesanti lo considero quasi inevitabile, i lettori invece proprio no.

Capita, in questo benedetto mestiere che indefessamente amo, che le opinioni condivisibili vengano ricordate poco e da pochi, mentre gaffe e sfondoni restino invece imperiture nella memoria di chi legge. È così, indiscutibilmente e non val la pena lamentarsene.

Ieri sera, ad esempio – e dovrei dire ieri mattina visto che ho finito alle sei e mezzo di scrivere – parlando del bel match di Berrettini avevo messo subito all’inizio il link all’articolo di cronaca scritto da Vanni Gibertini: ”Adesso dopo questa grande partita persa di pochissimo, sfiorando un tie-break anche in chiusura del quarto set che avrebbe potuto portarlo al quinto contro il numero uno del mondo…”etcetera etcetera, e via andando.

Beh, per via di quel link scritto ripensando a una partita secondo me ben giocata e certo combattuta, su 181 commenti ne ho ricevuti almeno una quindicina (magari sono di più, cito a sensazione) che me lo rimproveravano, che dicevano che Berrettini era stato dominato, che avrebbe dovuto perdere in tre set e mi contestavano anche il fatto che nel primo set avesse giocato piuttosto bene pur perdendolo 6-3 (ma dopo essersi conquistato in tre game diversi una pallabreak).

Allora ho rimpianto un po’ i tempi in cui scrivevo quel che scrivevo e nessuno mi diceva nulla, o quantomeno io non venivo a saperlo e me ne stavo bello tranquillo senza preoccuparmi di riscuotere il gradimento dei lettori.

Premesso che i numeri di chi commenta sono piccolissimi in rapporto a chi non lo fa, direi nemmeno un centesimo perché viaggiamo sui 100.000 e più al giorno e non sono 1000 quelli che commentano quotidianamente, però chi invia post sotto gli articoli non perdona se l’autore commette un errore, scrive un’imprecisione. Ultimamente avverto quasi una sorta di pruderie in chi magari ti fa un complimento. Quasi se ne schermisce per non venire tacciato di… ruffianesimo: “Io che non condivido sempre (o anche spesso) i suoi articoli direttore, questa volta invece…”. Fiuu, bontà sua.

SEMIFINALI MASCHILI – Tutta quanto ho scritto finora mi è stato suggerito dalla circostanza di dover scrivere stasera, dopo le semifinali femminili, della cinquantottesima sfida fra Nadal e Djokovic. Ma, amici che a volte mostrate di apprezzare i miei editoriali, e quelli che invece il più delle volte non le apprezzano, mi dite che cosa mai potrei scrivere di nuovo su un duello che è il cinquantanovesimo atto di un sequel infinito?

Volete che ricordi che Nadal ha vinto 13 Roland Garros e Djokovic uno solo? Che Rafa non ha mai perso un match in 13 semifinali e 13 finali? Che ha vinto 106 incontri qui e ne ha persi solo due (con Soderling nel 2009, con Djokovic nel 2015)? Che ha battuto sette volte su otto Novak al Roland  Garros? E 19 a 7 sui campi in terra battuta? Che Novak conduce 29 a 28 i duelli? Che entrambi hanno disputato 28 finali di Slam (Rafa ne ha vinte 20 e Novak 18) e quindi chi vincerà toccherà quota 29 e avvicinerà Federer, che ne ha fatte 31? Che Rafa vorrebbe raggiungere la sua quattordicesima finale qui e Novak la sesta? Insomma, se snocciolo solo cifre, sai che noia!

Ma cosa volete che dica di nuovo sui due, sulle loro sfide? I lettori ormai conoscono tutto di loro due quanto me. E alcuni, ne sono certo, anche di più. Insomma basta, mi rifiuto di presentare la solita partita dicendo le solite frasi. Per poi sentirmi dire che non ho scritto nulla di originale.

Stefanos Tsitsipas – Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Magari è più interessante accennare alla prima semifinale, visto che Zverev una volta su due è andato oltre e Tsitsipas no. Hanno giocato solo sette volte e Tsitsipas ne ha vinte cinque, però ha perso la prima e l’ultima (Acapulco). Come ho già detto nel video, Tsitsipas può diventare il più giovane finalista di Slam, con i suoi 22 anni, dal 2010 quando Andy Murray a 22 anni e 261 giorni andò in finale all’Australian Open. Manco a dirlo, nessun greco è mai arrivato in finale al Roland Garros, mentre l’ultimo tedesco l’ha raggiunta 25 anni fa (1996, Michael Stich). Curioso semmai che mentre si parla della gioventù di Tsitsipas, Stefanos abbia detto a Vicky: “Non sarò mai vincente come Federer, ma mi piace l’idea di pensare a me stesso ancora competitivo a 40 anni come lui”.

Io penso che Nadal-Tsitsipas sia la finale più probabile, ma qualsiasi altro accoppiamento non mi farebbe gridare alla clamorosa sorpresa. Insomma, parliamoci chiaro, sarà la stanchezza, ma non c’è niente che potrei scrivere che mi entusiasmi e che mi possa sottrarre alla critiche di chi non perde occasione.

Idem per il singolare femminile. Mi chiedo adesso, sul momento di scrivere di due semifinali femminili di livello imbarazzante, giocate da quattro tenniste che non erano mai approdate in semifinale ad uno Slam, che cosa potrei dire che non apparisse banale. Le due partite, direi prevedibilmente, hanno prodotto una delle finali più modeste della storia in termini di classifica; la giocheranno Anastasia Pavlyuchenkova, 29 anni e n.32 del ranking WTA che sta giocando il suo Slam n.50 – e ha battuto la Zidansek n.85 7-5 6-3 – e la ceca Barbora Krejcikova, n.33 che ha annullato un match point nel terzo set a Maria Sakkari n.18 sul 3-5 e ha poi vinto 7-5 4-6 9-7 al quinto match point. Quindi è già svanita la possibilità di una bella storia, quale sarebbe stata la doppia vittoria greca Tsitsipas-Sakkari.

Ho intanto appurato, parlando a lungo con Vicky Georgatus, la sola giornalista greca che da cinque anni gira il mondo per il sito SDNA (Sport DNA), che il presunto flirt fra i due tennisti greci è un gossip senza fondamento. Entrambi sono legati sentimentalmente con altri compagni. Stefanos sta con una ragazza, Theodora Petralas di 25 anni che ha incontrato qualche tempo fa a New York e ora vive a Londra. Era con lui a Acapulco. Maria invece sta uscendo con un ragazzo più giovane di lei, sui 22 anni, Kostadinos, che è il figlio del primo ministro greco Mitsotakis, e che è arrivato a Parigi a sostenerla fin dal secondo turno.

La famiglia Mitsotakis in Grecia non gode di una buona reputazione a livello di… superstizione. Vox populi sostiene che, fin dal nonno dell’attuale primo ministro che era anche lui premier in Grecia, non portano troppa fortuna. Magari i loro periodi di massimo potere politico hanno coinciso con situazioni economiche di recessione, fatto che sta che la sconfitta di Maria dopo aver avuto un match point non gioverà, ancora una volta, alla loro immagine.

Barbora Krejcikova – Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

I giornali greci oggi non sono usciti. Ieri tutti i media in Grecia erano in sciopero. Ma a causa di Maria Sakkari i sindacati hanno concesso ieri un’eccezione alla TV di Stato per trasmettere la partita di Maria con la Krejcikova. Il Roland Garros è l’unico Slam che viene trasmesso dalla TV pubblica. Gli altri tre vanno su Pay Tv, Eurosport, o in streaming. A causa di Tsitsipas, che irruppe sulla scena mondiale quando andò in finale a Toronto battendo lungo la strada Novak Djokovic, il tennis è diventato il terzo sport più popolare in Grecia dopo il calcio e il basket. Il sito di Vicky sfiora quattro milioni di visitatori unici al mese, non male se si pensa che la popolazione greca in toto supera di poco gli 11 milioni.

Un bel successo di adesioni grazie poi anche al successivo exploit in Australia 2019, con Stefanos che battè in ottavi Federer, poi Bautista Agut, prima di arrendersi a Nadal in semifinale. Una delle tre semifinali di Slam che fin qui Stefanos ha perso in tre Major. Stasera si augura di interrompere la striscia negativa. E io di vedere due belle partite. A domani!

Il tabellone maschile del Roland Garros 2021 con i risultati aggiornati

Il tabellone femminile del Roland Garros con tutti i risultati aggiornati

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Editoriali del Direttore

Roland Garros: Berrettini sfida Djokovic e prova a diventare uno dei Magnifici Sette

PARIGI – Ma Djokovic, dopo lo spavento procurato da Musetti, non vorrà certo perdersi un’altra sfida con Rafa Nadal. Alcuni numeri da interpretare. Berrettini non ha nulla da perdere e spera in una gran giornata del servizio

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Matteo Berrettini - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

da Parigi, il Direttore

È la giornata di Djokovic-Berrettini, il n.1 del mondo contro un italiano. Si giocherà alle ore 20.

Qualche volta gli azzurri hanno battuto il n.1 del mondo, ma che accada anche stasera non sembra troppo probabile perché, salvo che per i primi due set con uno spumeggiante Musetti, Djokovic aveva sempre mostrato una ottima condizione di forma. Ma diffidate delle statistiche se non sapete interpretarle, diceva il grande maestro Rino Tommasi. E se non avete buona memoria per ricordare in quali circostanze certi risultati maturarono, aggiunge il sottoscritto.

 

Rileggendo quest’articolo pubblicato da Ubitennis la sera in cui Lorenzo Sonego sorprese Novak Djokovic nei quarti, potrete trovare qualche chiave di lettura. Di seguito, le sette vittorie di tennisti italiani contro numeri uno del mondo:

  • C. Barazzutti b. I. Nastase 3-6 7-6 6-1 (Monaco di Baviera 1974, Quarti)
  • A. Panatta b. J. Connors 4-6 6-3 7-5 (Stoccolma 1975, Finale)
  • A. Panatta b. J. Connors 6-1 7-5 (Houston 1977, 1T)
  • G. Pozzi b. A. Agassi 6-4 3-2 rit. (Queen’s 2000, 3T)
  • F. Volandri b. R. Federer 6-2 6-4 (Roma 2007, 3T)
  • F. Fognini b. A. Murray 6-2 6-4 (Roma 2017, 2T)
  • L. Sonego b. N. Djokovic 6-2 6-1 (Vienna 2020, Quarti)

Di queste sette (due colte da Panatta) una sola la considero indimenticabile. Prima di tutto è la sola che fu giocata in una finale, e poi fu una partita fantastica. Fu quella di Stoccolma contro Jimmy Connors, che anticipò di pochissimo le finali ATP giocate nella stessa sede, la Kungliga Halle dove Panatta però non vinse una partita nel suo girone di ferro con Orantes, Ashe e Nastase.

In tutte le altre, salvo forse la prima vinta da Barazzutti a Monaco quando Nastase “sciolse” all’inizio del terzo – come si dice in gergo – ma ci aveva provato eccome a vincere in due, c’è sempre stata una discreta quanto involontaria complicità dell’avversario. Connors sulla terra battuta del River Oaks di Houston era chiaramente a disagio, soprattutto perché era un primo turno. Agassi con Pozzi al Queen’s era malmesso fin dall’inizio (anche se non come contro Stoppini… ma Andre una volta ha perso anche con Pescosolido).

Il Federer che perse contro Volandri era irriconoscibile. Fece 44 errori gratuiti e servì soltanto il 44% di prime palle. Era molto nervoso. Se non ricordo male era successo che un gossip riguardante lui e la nipote del suo allenatore Tony Roche aveva fatto infuriare Mirka, che aveva preteso il ‘divorzio tecnico’ fra Roger e Roche. Divorzio che Roger non avrebbe mai voluto compiere.

Anche il Murray che, esattamente 10 anni dopo, perse da un super Fognini in un’ora e 20 minuti al Foro Italico fu quasi impresentabile. Ma Fognini poteva dire di averlo battuto anche a Napoli in Coppa Davis, sia pure quando lo scozzese non era n.1, ma era reduce anzi da un lungo periodo di stop per quell’anca che lo ha sempre angosciato. Il ricordo di Djokovic a Vienna, dopo che Novak aveva saputo che avrebbe chiuso comunque l’anno a n.1, è recente e probabilmente lo avranno presente molti lettori.

Ribadisco che nessun exploit italiano contro un n.1 del mondo vale quanto quello di Panatta a Stoccolma.

NOLE VS ITALIA – Altra statistica, altra storia: Djokovic ha vinto 43 volte contro i tennisti italiani e perso solo in tre occasioni. Con Volandri nel 2004 a Umago, ma Nole aveva 17 anni e 2 mesi e quindi non conta. La seconda è quella con Cecchinato nel 2018 e se il nostro fu bravissimo, Djokovic era abbastanza in crisi, c’era la vicenda del guru, dopo la sconfitta fece capire che non era nemmeno più sicuro di giocare Wimbledon, andò in montagna con la moglie a fare trekking. La terza è quella con Sonego appena ricordata.

Nell’intervista fatta con il coach di Matteo, Vincenzo Santopadre, si è parlato della tattica che Matteo dovrebbe mettere in atto. Anche se Musetti è riuscito a prevalere nei palleggi sulla diagonale del rovescio con Djokovic – e quella è stata una gran sorpresa per tutti, compreso Djokovic che era talmente confuso che sullo 0-2 nel secondo tie-break ha lasciato rimbalzare una palla sulla riga credendola fuori, ma senza reagire sebbene avesse tutto il tempo – quello è uno schema che non si può davvero consigliare a Matteo.

Matteo è migliorato di rovescio, e anche parecchio, soprattutto quando si trova costretto a tirare un passante e allora lascia andare il braccio, ma altrimenti nei palleggio prolungati finisce spesso per giocare troppo corto. Lo si è visto in diverse occasioni anche con il coreano Kwon che gli prendeva l’iniziativa e il pallino del gioco.

Matteo deve contare, come al solito, sull’uno-due servizio dritto, ma certo contro il miglior ribattitore del mondo dovrà cercare di cambiare spesso angoli, di non dare mai battute uguali. Non facile, senza perdere qualcosa in percentuale di prime. Se si serve quasi sempre negli stessi angoli la percentuale sale, se si cambia di continuo è facile che scenda. Di certo sarà dura che gli resti una percentuale di punti trasformati del 90% quando gli è entrerà la prima, come è successo contro Daniel Taro o Taro Daniel che dir si voglia (nel torneo Berrettini è primo in questa statistica con una media dell’85%). Djokovic non è Taro Daniel, purtroppo per Matteo.

Quando Matteo ha incontrato, per l’unica volta, Djokovic sul campo indoor e veloce della 02 Arena nel 2019, si è sorpreso di come Nole riuscisse quasi sempre a rispondergli. Finì 6-2 6-1, un risultato non diverso rispetto a quello patito con il suo idolo Federer, 6-1 6-2 6-2 negli ottavi a Wimbledon. Lui è sembrato come intimidito al cospetto dei due grandi campioni. E a Wimbledon c’era stata anche la grande emozione di giocare sul mitico Centre Court a rendere più negativo il suo approccio.

Ma Vincenzo Santopadre ha tenuto a sottolineare nella chiacchierata dell’altro giorno che “alla seconda occasione con Federer, Matteo ha giocato molto meglio: perse 7-6 6-3, sempre alla 02 Arena, ma ci fu abbastanza equilibrio. Credo che anche con Djokovic sarà così, anche se pensare di poter battere Djokovic in un match tre su cinque… è dura”.

Novak Djokovic – Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Matteo avrà chance, ne ho parlato anche nel video del giorno, se chiuderà i suoi punti nell’arco di quattro o cinque palleggi, non di più. Questa convinzione potrebbe però avere il rovescio della medaglia nella fretta che si potrebbe mettere per cercare di chiudere il punto prima possibile. Insomma, l’impresa è durissima e Djokovic non gli darà tregua sapendo che gli farebbe molto comodo anche evitare una maratona, visto che in semifinale ci sarà quasi certamente Nadal ad attenderlo. Lo spagnolo ha battuto 16 volte su 17 Schwartzman, difficile che ci perda questa volta.

UN PO’ DI STORIA E ORARI – Sono 16 i tennisti italiani diversi che hanno raggiunto i quarti al Roland Garros come Matteo, considerando anche le edizioni Pre-Open, per un totale di 35 presenze (dominano Pietrangeli e Panatta, rispettivamente sette e cinque presenze). Diventano 17 (e 36 le presenze totali) per chi conta anche Martin Mulligan, che giocò la Davis per l’Italia per un brevissimo periodo, quando gli fu scoperto un nonno in Veneto… e lo si tesserò come oriundo, perché nel calcio usava molto; Sivori, Maschio, Angelillo e decine di altri. Oltre a Pietrangeli e Panatta, meritano una menzione De Stefani, Cucelli e Merlo che hanno giocato i quarti tre volte ciascuno. Restringendo l’analisi alla sola Era Open, quella di Berrettini è la quattordicesima qualificazione italiana ai quarti di Parigi ottenuta dal nono tennista diverso – ben tre dei quali nell’ultimo quadriennio (Cecchinato, Sinner e appunto Berrettini).

In termini di esperienza ci corre una vita. Djokovic ha nove anni in più con i suoi 34 anni, ma soprattutto giocherà stasera il suo quindicesimo quarto di finale al Roland Garros. Matteo il primo. Ci sarà il pubblico, 13.146 spettatori e questo potrebbe essere un vantaggio per il tennista romano nel primo match notturno con spettatori del torneo. Il pubblico dovrebbe stare per il giocatore sfavorito. Inoltre Djokovic all’estero non ha tutto il pubblico dalla sua come ha sempre Federer. Berrettini è un ragazzo che piace, ha una bella immagine e il suo tennis che ricorda un po’ quello di del Potro – anche come fisico – ha l’arma della palla corta che al pubblico piace, perché offre sempre sviluppi diversi rispetto a palleggi talvolta monotoni ed estenuanti.

L’inizio è previsto per le 20 salvo che il match Nadal-Schwartzman, in campo non prima delle 16, non sfori (dopo i due quarti femminili che cominciano alle 11, Gauff-Kreijcikova e Sakkari Swiatek, unica top 10 superstite nel torneo). Magari potrebbe essere interessante la lettura di questo articolo su Barbora Krejcikova, una delle sorprese tra le prime otto del torneo.

Il coprifuoco francese slitterà dalle 21 alle 23 per la prima volta dall’inizio del torneo e questa sarà anche l’ultima sessione serale. Ironico che sia anche la prima con il pubblico: il probabile addio di Tsonga, Gasquet e Federer alla Francia è stato mal celebrato di fronte a nessuno; che tristezza! Alle 22,30 il pubblico verrà invitato ad andare a casa, e se il match fra Matteo e Nole non fosse finito sono quasi certo che risentirò gli stessi fischi che sentii a Roma quando all’inizio del terzo set fra Thiem e Somego la gente dovette lasciare il Grand Stand. I primi due set fra l’italiano e l’austriaco erano stati bellissimi, emozionanti. Proprio nessuno avrebbe voluto andare via.

Ciò ricordato, sarei più che contento se stasera alle 22,30 Matteo fosse ancora in gara. Salvo che avesse vinto lui in meno di due ore e un quarto. Direi che sarebbe un buon segno, il segno di una battaglia in corso.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2021 con i risultati aggiornati

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