Al Foro Italico torna il pubblico, lo sport sorride: istruzioni per una giornata storica a Roma

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Al Foro Italico torna il pubblico, lo sport sorride: istruzioni per una giornata storica a Roma

SPONSORIZZATO – Poco più di cinquemila tifosi suddivisi in tre aree, rispettando un protocollo che garantisce la massima sicurezza. Lo spettacolo sarà sui campi e anche fuori, con l’esposizione in anteprima della BMW iX

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Torna il pubblico al Foro Italico (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Porte aperte per 5272 tifosi. Il Foro Italico ritrova il pubblico nella giornata degli ottavi di finale (quella più ricca) degli Internazionali e questo 13 maggio rimarrà, a suo modo, nella storia dello sport italiano. È il tennis infatti a prendersi sulle spalle l’onore e l’onere di riportare la gente sulle tribune, dopo le chiusure dettate dalla pandemia. Verrà aperta la strada, in tutta sicurezza e con la massima attenzione. Poi il testimone passerà al calcio, con la finale di Coppa Italia a Reggio Emilia e soprattutto le quattro gare dell’Europeo in programma all’Olimpico di Roma.

Gli Internazionali sono stati investiti di “un segnale di speranza“, per utilizzare le parole del Sottosegretario allo Sport Valentina Vezzali. Un riconoscimento – va detto – anche al funzionamento del protocollo nell’insolita ultima edizione autunnale, che aveva visto la presenza di mille spettatori sul Centrale in occasione delle semifinali e della finale. Un modello di accesso in sicurezza che già a ottobre si rivelò sostenibile e che adesso fa significativi passi avanti, in (doppia) deroga rispetto al planning delle riaperture che prevede dal primo giugno l’accesso di mille spettatori negli impianti sportivi all’aperto. A Roma da oggi ne entreranno di più, soggetti a procedure – concordate con il CTS – che garantiranno la massima sicurezza per tutti.

L’ORGANIZZAZIONE – Il Foro Italico è stato diviso in tre aree indipendenti, ciascuna con i suoi canali di accesso e deflusso e una capienza autorizzata del 25 per cento dei posti a sedere. Al Centrale (2415 spettatori ammessi per ogni sessione) si entrerà da viale delle Olimpiadi, percorsi riservati anche per la Grand Stand Arena (1493 posti) e per l’area per la quale venivano solitamente venduti i biglietti ground. In questa edizione, però, anche i posti sul Pietrangeli (774) e sui campi laterali (590) saranno nominativi e numerati. La disponibilità dei biglietti è aggiornata dal contatore sulla home page del sito del torneo, ma va specificato che l’acquisto dei tagliandi sia possibile solo on line.

 

Per permettere il rientro entro il limite previsto delle 22, il programma serale – aperto a circa quattromila spettatori e al via dalle 18 – è stato diviso tra Centrale e Grand Stand Arena (un match per parte). In misura ovviamente ridotta rispetto a quanto accadeva fino a due anni fa, ma gli appassionati che avranno accesso al Foro potranno anche riempirsi gli occhi al di fuori dei campi. La BMW iX, vettura elettrica del BMW Group, è la grande protagonista di queste giornate degli Internazionali. Combina un design pionieristico e un lusso moderno con le ultime innovazioni nella guida automatizzata, nel sistema operativo, nella connettività e nei servizi digitali.

(Foto Giampiero Sposito)

La vettura fa il suo debutto nazionale per il grande pubblico al Foro Italico, con un’area espositiva dedicata e una lounge “BMW i – born electric” dove scoprire alcuni dei segreti di questa automobile completamente elettrica, in attesa del lancio ufficiale che avverrà il prossimo 2 giugno. La BMW iX sarà poi disponibile sul mercato italiano a partire dal prossimo autunno. “Le grandi potenzialità di una piattaforma di comunicazione come gli Internazionali – ha dichiarato Massimiliano Di Silvestre, presidente e AD di BMW Italia – ci hanno convinto a far debuttare proprio qui a Roma la nostra nuova BMW iX, una vettura che rivoluzionerà il paradigma della mobilità sostenibile introducendo moltissime innovazioni, ma mantenendo inalterato il DNA della marca”.

COME SI ENTRA – Tra tennis e motori, è importante in ogni caso non perdere di vista la procedura per l’accesso al Foro. All’ingresso bisognerà portare il biglietto in formato digitale o cartaceo, il segnaposto ricevuto al momento della conferma del tagliando e il QR code che vale come autocertificazione (è stato assegnato a seguito dell’inserimento di tutti i dati personali, servirà per eventuale tracciamento in caso di successive positività). Verrà rilevata la temperatura dai termoscanner (non si entra al di sopra dei 37,5°), con l’obbligo di indossare una mascherina FFP2 (quindi non le chirurgiche). Per l’ingresso – è stato precisato – non sarà in alcun modo necessaria la certificazione di un tampone o di avvenuta vaccinazione.

Una volta all’interno dell’impianto, i possessori di biglietto dovranno rispettare il distanziamento imposto dall’organizzazione del torneo: tre seggiolini vuoti tra uno spettatore e l’altro, senza deroghe per appartenenti alla stessa famiglia. Per il corretto svolgimento delle pratica di entrata e uscita dallo stadio, saranno impiegati circa 300 steward. Con l’augurio che l’unico altro vincitore del torneo, oltre a chi solleverà il trofeo maschile e quello femminile, sia il piacere di tornare ad assaporare il tennis dal vivo.

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‘La regina degli scacchi’ di Netflix evidenzia la connessione scacchi-tennis

Il modo in cui gli scacchi diventano l’ancora di salvezza della protagonista della serie rispecchia la storia di diversi tennisti

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Attenzione: l’articolo contiene spoilerQui il link all’originale


Si dice spesso che il tennis sia l’evoluzione atletica degli scacchi. Si può invece affermare che gli scacchi siano una forma di tennis mentale? Forse una risposta può essere trovata ne “La regina degli Scacchi” (The Queen’s Gambit è il titolo originale), popolare serie TV in sette episodi incentrata su un giovane prodigio degli scacchi. Sebbene si faccia solo un breve accenno al tennis, essa rivela un’affinità precipua e duratura fra i due sport.

La protagonista è Elizabeth “Beth” Harmon, una giovane orfana, sopravvissuta a un terribile incidente d’auto causato dalla madre. Mandata a vivere in un orfanotrofio, si imbatte negli scacchi grazie alla passione di un bidello e dimostra rapidamente un’eccezionale attitudine al gioco. Di notte, sotto l’influsso di tranquillanti, Beth fissa il soffitto e visualizza una scacchiera immaginaria. Di giorno, Beth divora libri di scacchi, studiando giocatori, schemi e mosse del passato – in poco tempo diventa una stratega come Martina Hingis e un killer spietato come Rafael Nadal.

 

Durante una partita, ben consapevole di avere un avversario completamente in pugno, Beth chiede alla sua imminente vittima: “Vedi come andrà a finire o vuoi aspettare che sia segnato sul tabellone?” Come ha detto il produttore esecutivo dello show, William Horberg, viene mostrato il suo killer instinct, il bisogno esistenziale di vincere”.

Il modo in cui gli scacchi diventano la principale fonte di salvezza di Beth suonerà familiare a molti tennisti. Dice Beth in un passaggio significativo: “Mi sento al sicuro. Posso controllarlo. Posso dominarlo. Ed è prevedibile. Quindi, se mi faccio male, ho solo me stessa da incolpare”.

Questa definizione si avvicina ad una celebre frase detta una volta dal grande Jimmy Connors riguardo al singolare DNA del tennis. A differenza degli sport di squadra, nel tennis, “il tuo destino dipende esclusivamente da te stesso”. Inoltre, come Connors, John McEnroe e Pancho Gonzales, ci sono diversi momenti nei quali Beth attinge alla propria rabbia come strumento motivazionale. In maniera non troppo velata si deduce che gli scacchi e il tennis sono sport adatti alle persone diffidenti.

A livello concettuale, la connessione scacchi-tennis è evidente. Un conto è essere in grado di colpire bene una pallina da tennis, un altro è sapere cosa è necessario per conquistare punti e competere in modo costante. Il gioco [del tennis] proietta dei pezzi in costante movimento, dice il finalista di Wimbledon del 1983 Chris Lewis, che attualmente gestisce la Brymer Lewis Tennis Academy con sede nella California meridionale. 

È in questo modo che lo studio e la pratica di vari giochi, modelli e strategie alza l’asticella nello sport. Jim Egerton, insegnante di scacchi e tennis a Chicago, le profonde somiglianze fra i due sport sono un tema fondamentale. Un articolo che Egerton ha scritto per TennisPro evidenzia che “molte delle strategie utilizzate in entrambi i giochi sono generate dal fatto che una scacchiera ed un campo da tennis sono formati da quattro forme laterali con proprietà geometriche simili”. Come spiega Egerton, l’idea è quella di far arrivare il tuo avversario in una brutta posizione del campo“.

“Una corretta mentalità scacchistica consiste nel sapere dove indirizzare il match”, afferma Gene Mayer, due volte campione Slam di doppio e N.4 ATP in singolare nel 1980. Bimane con entrambi i colpi da fondo, Mayer ha applicato il suo approccio scacchistico al tennis, disorientando completamente gli avversari con una vasta gamma di colpi, angoli e rotazioni, ridisegnando il campo coi suoi colpi. “Ci sono metodologie molto differenti per attaccare nel tennis”, afferma Mayer. “[John] Isner cerca l’attacco fin dal primo colpo. Io invece, cercavo di colpire tra le sei e le otto palline a punto. Preferivo che lo scambio andasse per le lunghe”.

Audrey Grigore, membro della squadra di tennis della Marshall University, in gioventù ha gareggiato diversi anni negli scacchi – l’equivalente di una tennista junior classificata nelle prime posizioni a livello nazionale – e percepisce un legame diretto con il tennis. “Gli scacchi mi hanno aiutato a pensare”, dice Grigore. Cerco di captare le debolezze del mio avversario e gli scacchi mi hanno aiutato tanto da questo punto di vista“.

Dice Sophia Nguyen, una tennista junior residente a Santa Rosa, California: “La pazienza è una virtù fondamentale degli scacchi. Bisogna usare il cervello così come nel tennis. Sono entrambi molto tattici. Devi guardare oltre il semplice punto, prevedendo cosa succederà, senza focalizzarti troppo su di esso”. “Sono entrambi basati su studio, emozioni e istinto”, dice Martina Navratilova, che ha praticato entrambi gli sport. “E poi la tua personalità si riflette nel modo in cui giochi a tennis o a scacchi. Stai pensando già ai colpi successivi? Nel caso di Navratilova, ciò significava cercare costantemente modi per arrivare in rete, spesso con la combinazione del suo slice di rovescio incrociato e del dritto topspin.

Paragonando diversi tennisti ai pezzi degli scacchi, Navratilova considera Roger Federer come la Regina: “Può fare ciò che vuole”. L’inclinazione di Monica Seles nel colpire la palla in anticipo e creare angoli taglienti la rende simile all’alfiere, che si muove in diagonale. Fabrice Santoro, che ha ampliato il suo campionario di colpi lavorando con Mayer in gioventù, è come il cavallo: “Ti sconfigge in maniera subdola”. 

Dal 2013, Dan Lucas, direttore del reparto di comunicazione della US Chess Federation, nonché appassionato di tennis, organizza un’esibizione tennistica per giocatori e familiari durante lo US Open di scacchi. Secondo Lucas, per conquistare un punto nel tennis o per vincere una partita di scacchi devi costruirti lentamente una posizione di superiorità accumulando piccoli vantaggi. Anche gli errori commessi dai principianti sono simili: i tennisti alle prime armi cercano esclusivamente di tirare un servizio il più forte possibile; ai giocatori principianti di scacchi piace attaccare l’avversario in maniera diretta fin dalle prime mosse [strategie facilmente contrastabili da giocatori migliori]”.

Eppure, per ogni aspetto positivo che circonda gli scacchi e il tennis, ci sono anche aspetti negativi. La pressione per la vittoria, la sfiducia e la solitudine possono degenerare in paranoia ed isolamento. Nel caso di Beth, questa serie di fattori porta a una fase di esaurimento che, come successo a varie star del tennis, degenera in abuso di sostanze, una casa sempre più disorganizzata e depressione. Solo l’arrivo di un amico conosciuto ai tempi dell’orfanotrofio riaccende Beth, riconducendola sulla retta via.

Il fatto di essere americani gioca inoltre un ruolo significativo nel viaggio di Beth, così come nella vita sportiva di molti tennisti. Come si vede nella serie tv, infatti, la Russia è la nazione dominante degli scacchi, non solo per il suo impegno di lunga data in questo sport, ma anche perché i suoi giocatori lavorano insieme per studiare le partite passate, valutare gli avversari e sostenersi a vicenda. Al contrario, i giocatori di scacchi americani spesso lavorano da soli, così come succede con i tennisti a stelle e strisce. Anche se le star del tennis americano uniscono le forze per eventi mondiali come la Coppa Davis e la Billie Jean King Cup (ex Fed Cup), la solidarietà tra compagni nel mondo del tennis americano è sempre stata molto lontana da ciò che invece avviene in Spagna, Svezia e Australia. Così come per i lupi solitari americani Connors e Gonzales, non è facile per Beth competere ed avere contatti col mondo esterno.

Ha chiaramente problemi di socializzazione, afferma Horberg. “Su questo problema è basato il suo personaggio nella serie: col passare degli episodi cerca di accettarsi e comunicare con le persone”. 

Nella settima e ultima puntata di The Queen’s Gambit, Beth sconfigge il campione del mondo in carica, il russo Vasily Borgov. “Lui è come Bjorn Borg”, dice Horberg. “Non commette errori”. Avendo perso contro Borgov in precedenza, Beth viene intrappolata dallo stile di gioco del russo, metodico ed estremamente disciplinato. Beth si rende finalmente conto che per battere Borgov deve attingere dall’esperienza e dalla collaborazione dei suoi compagni di scacchi. Assieme al gruppo di scacchisti americani, nel corso di una lunga telefonata, Beth sceglie le sue strategie di gioco, studiando una serie di mosse alternative ed elaborando un piano di gioco che si rivelerà vincente.

Fiduciosa ed incoraggiata come un giocatore della Billie Jean King Cup che ha allenato i colpi per ore in allenamento con i propri compagni, Beth gioca in modo intelligente ed aggressivo, sconfiggendo Borgov. Al termine del suo entusiasmante percorso ha quindi superato i suoi demoni emotivi, costruito delle amicizie, e trovato la redenzione personale.

Dopo il grande trionfo, Beth cammina per le strade di Mosca e vede un gruppo di uomini anziani giocare a scacchi, in un’atmosfera che ricorda il più classico dei raduni di ex-giocatori in un qualsiasi circolo di tennis. Nella scena finale della serie, Beth si siede di fronte ad una scacchiera per gareggiare contro un signore che per certi versi somiglia al suo primo mentore ai tempi dell’orfanotrofio. Il cerchio si chiude, in un percorso che mostra più di qualche similitudine con questa clip di YouTube del 2013 di un Connors di 60 anni che colpisce metodicamente la pallina contro il muro:

“Non smetteremo di esplorare”, scrisse il poeta T.S. Eliot, “E la fine di tutte le nostre esplorazioni / Sarà ritornare da dove abbiamo iniziato / E scoprire quel posto per la prima volta”.

Scacchi e tennis: sport eccentrici, sottilmente ma potentemente collegati dalle nostre relazioni con l’avversario, ai pezzi, al tabellone, a noi stessi, al gioco. Come Beth dice al suo avversario nelle ultime parole della serie: “Giochiamo”.


Traduzione a cura di Marco Tidu

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Al femminile

US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.




 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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Calendario ATP: gli Internazionali di Roma e la sfida dei 12 giorni

Gli Internazionali d’Italia a un passo dall’allargamento. I problemi di capienza del centrale e i pochi campi. Continua la saga del tetto

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Il campo centrale del Foro Italico a Roma 2019 (foto Twitter, @InteBNLdItalia)19 (foto Twitter @InteBNLdItalia)

Nelle pieghe della rivoluzione del calendario ATP anticipata da L’Equipe, e che sarebbe già stata approvata dal Board ATP durante le riunioni avvenute a New York nelle scorse settimane, si intravede anche il sogno degli Internazionali d’Italia che si avvera. Già da parecchi anni il torneo romano covava nemmeno troppo segretamente l’ambizione di diventare un evento simile a Indian Wells o Miami, ovvero con tabelloni da 96 giocatori e durata di 11-12 giorni. Si pensava che nel programma primaverile sulla terra battuta potesse esserci spazio solamente per un torneo di questa durata, e che quindi Roma avrebbe dovuto combattere con Madrid per un maggior numero di “giorni al sole”; tuttavia se saranno confermate le indiscrezioni trapelate nei giorni scorsi sembra che entrambi i tornei potranno “diventare grandi” insieme.

Infatti le carte dell’ATP visionate da L’Equipe parlano di altri cinque Masters 1000 di durata estesa, in aggiunta ai due già consolidati, e siccome sembra abbastanza improbabile che Montecarlo e Bercy possano allargarsi fino ad avere tabelloni da 96 giocatori, è probabile che sia Madrid sia Roma vedranno realizzato il loro desiderio.

Tutto ciò nonostante il Foro Italico abbia già oggi bisogno di qualche deroga per poter ospitare un Masters 1000, dato che il centrale è meno capiente dei 12.000 posti che sarebbero il requisito minimo, e i ground offrano solamente 14 campi anziché i 16 previsti dal regolamento. Senza poi parlare dell’annosa questione del tetto retrattile sul centrale, che nonostante le promesse ripetute da oltre sei anni ancora ha date certe per la sua costruzione.

 

Non chiedetemi nulla sulla copertura perché noi ne sappiamo niente – aveva detto Binaghi durante la conferenza stampa di fine torneo lo scorso ottobreSiamo sempre stati tagliati fuori e mai informati dalla società che detiene questi impianti, la Coni Servizi. Non ci ha mai informati e coinvolti in nessun processo relativo alla realizzazione del tetto del campo Centrale. L’unica segnalazione avuta, per fortuna, ce l’ha fatta l’assessore allo sport del Comune di Roma, Frongia, pochi giorni prima che venisse pubblicato il bando per la progettazione del tetto, cioè il primo step per avere l’opera compiuta. Per fortuna abbiamo avuto questa segnalazione perché nel bando, realizzato con la collaborazione della Coni Servizi, era previsto che fosse vietato progettare qualunque aumento della capienza del Centrale. Questo avrebbe fatto perdere alla Federazione e alla città di Roma il torneo Masters 1000, che oggi è qua con una deroga di 2 mila posti, perché il Centrale dovrebbe avere 12 mila posti. Questa deroga resta finché non costruiamo l’assetto definitivo del Centrale. Se l’assessore Frongia non ci avesse avvertito di questa problematica, oggi probabilmente noi staremmo parlando di un downgrade del torneo di Roma e sarebbe stata una follia”.

Binaghi, poi, era arrivato addirittura a ventilare l’ipotesi di uno spostamento del torneo: “Se fossi sicuro che il torneo non perderebbe appeal lo avrei già fatto – aveva detto il presidente FIT – Questo è un posto meraviglioso, ma ci sono anche le esigenze della federazione. Siamo affezionati a Roma pur non nascondendo i difetti che la romanità crea in termini di problematiche al nostro torneo. […] Ci sono 3-4 Regioni che percepiscono meglio di altre come il tennis sia attraente. A Roma ho trovato in vent’anni la peggiore collaborazione possibile”.

Roma 2018, Foro Italico (foto via Twitter, @InteBNLdItalia)

Il dilemma di Roma non è troppo diverso da quello che devono affrontare tanti eventi che si trovano limitati da una sede di grande tradizione ma piccola e complicata da gestire per le ambizioni di crescita del torneo: bisogna scegliere se mantenere la sede storica venendo inevitabilmente a compromessi con qualche rinuncia, oppure traslocare in una sede nuova, nella quale bisogna ricreare la storia e la tradizione ma dove si può agire con molti meno vincoli e approntare impianti all’avanguardia. Se si guardano i tornei dello Slam, lo US Open nel 1978 decise di abbandonare la storia a Forest Hills e riscrivere un nuovo libro a Flushing Meadows; gli australiani hanno fatto lo stesso con il loro Slam spostandosi dal Kooyong a Flinders Park (oggi Melbourne Park) nel 1988; il Roland Garros, invece, ha rinunciato all’idea di spostarsi a nord di Parigi vicino a Disneyland rimanendo al Bois de Boulogne ed accettandone tutti i limiti.

Riuscirebbe il Foro Italico ad accogliere un torneo con tabelloni da 96 giocatori (e probabilmente anche 96 giocatrici), più i doppi e tutto il resto, nelle strutture esistenti? Al momento sembra complicato immaginarlo, ma nel corso dell’ultimo decennio l’impianto ai piedi di Monte Mario è stato oggetto di trasformazioni incredibili e magari gli architetti potrebbero stupire di nuovo.

Forse però stiamo correndo troppo con la fantasia: prima bisognerà vedere effettivamente come sarà il calendario 2023, se i 12 giorni di durata saranno confermati, se il circuito WTA seguirà pedissequamente il sentiero tracciato dall’ATP e soprattutto come verranno incastrate tutte le date. Nel caso di un “double-header” Madrid-Roma con due tornei da 12 giorni, sembra inevitabile che ci saranno delle sovrapposizioni, che già hanno causato le ire del patron del Mutua Madrid Open Ion Tiriac. L’ipotesi di avere uno dei due tornei con le fasi finali a metà settimana sembra la più fattibile, anche se ciò porterebbe ad un inevitabile minore appetibilità per il pubblico, sia quello sugli spalti sia quello televisivo.

Per il momento la necessità di avere il tetto sul centrale non sembra essere una conditio sine qua non per i Masters 1000, ma potrebbe diventarla in fretta, come aveva ventilato già un paio d’anni fa il direttore del torneo di Montreal Eugene Lapierre: “Credo sarà sempre meno accettabile, per i tornei maggiori, avere ritardi dovuti alla pioggia, con decine di televisioni che aspettano ore e ore per trasmettere incontri ritardati a causa del maltempo”. A Roma, dove nel periodo nel quale solitamente si disputa il torneo la pioggia è spesso protagonista, il tetto sembra essere una priorità, mentre ci sono altri Masters 1000 per i quali la questione non è mai nemmeno stata sollevata, come nel caso di Toronto e Cincinnati.

Per il momento l’Italia sta brillantemente vincendo la sfida organizzativa intrapresa negli ultimi anni, con le NextGen Finals, le Nitto ATP Finals e diversi tornei ATP e WTA organizzati in brevissimo tempo. La partita più difficile potrebbe essere proprio quella del suo torneo più antico e più prestigioso, che nelle ultime tre edizioni ha dovuto affrontare situazioni molto complicate uscendone non sempre benissimo: pensiamo al disastro del mercoledì annullato nel 2019 e la gestione molto disinvolta dei rimborsi nel 2020 e 2021. Bisognerà farsi trovare pronti alla sfida perché i nostri giocatori che si stanno facendo così tanto onore in giro per il mondo possano, anche in Patria, trovare altre vittorie importanti in un contesto adeguato.

PODCAST – Il futuro calendario ATP, quale sarà il nuovo Masters 1000?

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