Questa è la sua terra (Crivelli). Coach Schiavone vola insieme alla Martic: "Ma il merito è suo" (Esposito). Nadal in semifinale a Roma. La pioggia ferma Djokovic e Sonego (Mastroluca). "Sonego, lo scricciolo è diventato grande" (Marchetti). Il gigante e bruto (Azzolini). La Martic è super, Gauff no problem (Bertellino). Rafa più veloce della pioggia (Valesio)

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Questa è la sua terra (Crivelli). Coach Schiavone vola insieme alla Martic: “Ma il merito è suo” (Esposito). Nadal in semifinale a Roma. La pioggia ferma Djokovic e Sonego (Mastroluca). “Sonego, lo scricciolo è diventato grande” (Marchetti). Il gigante e bruto (Azzolini). La Martic è super, Gauff no problem (Bertellino). Rafa più veloce della pioggia (Valesio)

La rassegna stampa del 15 maggio 2021

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Questa è la sua terra (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…]Prima che la pioggia si impossessi del pomeriggio del Foro, costringendo a rinviare a oggi il quarto di finale già iniziato di Djokovic e quello mai neppure cominciato di Sonego, Rafa Nadal si prende confortevolmente la scena aprendosi le porte di un giardino che conosce alla perfezione, quello delle semifinali degli Internazionali, raggiunte per la 12° volta in carriera: nelle precedenti, poi ha sempre conquistato la finale. Un messaggio senza troppi fronzoli al resto della compagnia. Alto livello La sfida di ieri con Zverev era talmente delicata da sollecitare la miglior versione stagionale del maiorchino, reduce da tre batoste consecutive contro il tedesco, l’ultima appena una settimana fa a Madrid. Rafa apparecchia la rivincita con una prestazione feroce per concentrazione e capacità di lettura dei momenti, come confermano le nove palle break su dieci annullate all’avversario. Fin dall’inizio, il nove volte campione del Foro porta la contesa sul suo terreno di caccia, quello degli scambi prolungati da fondo che finiscono per prosciugare tutte le armi di Sascha, compreso il rovescio che da solo lo aveva tenuto in piedi per quasi due set. Unico brivido, uno spettacolare ruzzolone alla fine del primo set per un’impuntatura del piede sulla riga del servizio mentre Nadal sta scendendo a rete, che gli provocherà un fastidio per fortuna passeggero al fianco sinistro: «Non saprei dire se è stata la mia miglior partita del 2021, certamente ho giocato un tennis molto solido. E poi ne avevo bisogno, perché nelle ultime settimane, avevo perso un po’ troppi match importanti, quelli sotto pressione. Zverev ha avuto sfide toste nel torneo ma ha 10 anni meno di me e io mi ricordo molto bene come ci si sente a quell’eta ad arrivare sulla palla». In tema di memorie, questa è la settimana in cui Nadal festeggia il 15° anno dalla vittoria in finale su Federer annullandogli due match point, la vittoria che segnò il suo ingresso definitivo nel gotha: «Bei ricordi, ma la cosa più positiva per me è che dopo 15 anni dopo sono ancora qua, a competere a questi livelli, nonostante molti pensassero non fosse possibile. Forse neanche io, in fondo, ci avrei creduto». La sorpresa yankee Dall’altra parte della rete oggi troverà un rivale indubbiamente inatteso, ma che in cinque giorni per lui rivoluzionari si è costruito con merito la chance di giocare per la volta una semifinale di un Masters 1000. Reilly Opelka, n. 47 Atp, coni suoi 2.11è il giocatore più alto del circuito, si è presentato a Roma con appena due partite vinte sulla terra in carriera e cinque uscite consecutive al primo turno da marzo. Certamente sta spremendo il meglio dal servizio, come prevedibile (77 ace in 4 partite), ma contro il terraiolo argentino Delbonis allunga nei momenti decisivi grazie alla tenuta da fondo anche negli scambi sopra i 5 colpi e a un eccellente rendimento alla risposta, riportando così un po’ di luce sul bistrattato tennis americano, che per la prima volta da quando è stato introdotta la classifica computerizzata (1973) questa settimana non ha neppure un giocatore tra primi 30. E mentre lui proverà a mettere paura anche a Nadal, Djokovic sarà chiamato a una dura fatica per garantirsi la possibilità di giocare due partite in un giorno causa sospensione di ieri: il numero uno è sotto di un set e di un break contro Tsitsipas. Il rinvio, invece, potrebbe aver fornito ossigeno a Sonego per il quarto con Rublev dopo la favolosa battaglia vincente di giovedì con Thiem durata più di tre ore. Cielo amico

Coach Schiavone vola insieme alla Martic: “Ma il merito è suo” (Elisabetta Esposito, La Gazzetta dello Sport)

 

Petra Martic stringe forte il pugno e subito cerca con lo sguardo Francesca Schiavone. L’intesa tra la croata numero 25 del mondo e la campionessa azzurra, che la allena da metà aprile (e l’accompagnerà almeno fino a Parigi), funziona alla perfezione: ieri la 30enne di Spalato ha battuto 7-5 6-4 l’americana Jessica Pegula, volando in semifinale dove oggi sfiderà Karolina Pliskova. Petra e Francesca si sono trovate. […] Adesso ha scelto di avere accanto un’altra guerriera ed è certa che dietro a queste vittorie romane ci sia proprio la sua nuova coach. «Ora è cambiato qualcosa – ha detto -. La voce di Francesca, il suo modo di pensare e vedere il tennis mi hanno fatta svegliare. È tutto ció che io vorrei essere in campo: combattente, intensa e positiva. Spero di continuare a lungo con lei». Parola di leonessa La Schiavone è entusiasta di questa sua nuova avventura, scelta per tornare al tennis dopo aver sconfitto il cancro. Tra l’altro si è tolta anche una soddisfazione: da giocatrice non era mai andata oltre i quarti, da allenatrice ha fatto centro al primo colpo… «Avete visto? Mi ha già battuto! Adesso se vuole superarmi deve vincere a Parigi quest’anno e pure il prossimo!», commenta Francesca ridendo. E sul suo ruolo spiega: «Quest’inizio è soprattutto suo. In tre settimane con me ha ritrovato il suo gioco, la sua comfort zone, ma io non le ho insegnato niente. Ho appena cominciato e resto convinta che il giocatore sia il vero protagonista. Gli si può dire qualsiasi cosa, alla fine solo chi va in campo fa la differenza. Tra l’altro noi parliamo poco, lei è molto posata e timida, ma è umile, ha cuore grande e tanta voglia di fare. Per questo oggi si gioca una semifinale. Ora dobbiamo guardare avanti, un match alla volta, un punto alla volta. Qui a Roma ha già fatto tre gare buone. Con la Pliskova? Chissà, ma Petra deve dare importanza a ciò che fa lei, alle sue grandi qualità e al suo gioco»

Nadal in semifinale a Roma. La pioggia ferma Djokovic e Sonego (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

 […] RIVINCITA. A una settimana dalla sconfitta contro Alexander Zverev a Madrid, Nadal si è preso la rivincita. Ha chiuso 6-3 6-4 e firmato il primo successo sul numero 6 del mondo dalla finale di Roma del 2018. Un’occasione da festeggiare, a quindici anni esatti dalla vittoria su Roger Federer del 2006 nell’ultima finale al meglio dei cinque set nella storia del torneo. In semifinale, incontrerà la sorpresa del torneo Reilly Opelka, il “gigante” alto 211 centimetri che per la prima volta si è spinto cosi avanti in un Masters 1000. «Sarà molto difficile da affrontare: ha un grande servizio, devo essere molto concentrato sui miei turni di battuta» ha detto dopo il match. ARRIVA LA PIOGGIA. Djokovic e Tsitsipas hanno giocato invece undici game. La partita si è sviluppata in due tempi, poi è stata fermata sul 6-2 2-1 in favore del greco. Il numero 5 del mondo, il più giovane tra i 28 giocatori capaci di battere almeno una volta Nole, Federer e Nadal, ha giocato decisamente meglio: più agile in difesa, più potente in attacco, più efficiente al servizio. Perso il primo set, fermato sul 4-3 e ripreso con il greco molto più brillante, Djokovic appare sempre più insofferente per le condizioni di gioco. Inizia a piovere più forte. Il campo è bagnato, il rischio di scivolare è alto, la sua voglia di rientrare negli spogliatoi evidente. Il vincente del big match dei quarti, che si completerà oggi, incontrerà Sonego o Rublev. LE DONNE. Nel singolare femminile, si conoscono tre delle quattro semifinaliste. L’unico quarto cancellato e rimandato a oggi, infatti, è la sfida fra la due volte campionessa di Roma, Elina Svitolina e la vincitrice del Roland Garros Iga Swiatek. La sfida deciderà l’avversaria in semifinale di Cori Gauff, avanzata per il ritiro della numero 1 del mondo Ashleigh Barty. L’australiana si è fermata per un problema muscolare al braccio destro. «Mi porto dietro questo infortunio da quando avevo 15-16 anni – ha detto e il dolore è aumentato durante la partita. Devo ascoltare il mio corpo». Nell’altra semifinale, Karolina Pliskova ritroverà per la settima volta Petra Martic (4-2 per la croata i precedenti). La ceca ha vinto la maratona di giornata 4-6 7-5 7-6(1) contro la lettone Jelena Ostapenko, ex campionessa di Parigi. Martic, allenata da Francesca Schiavone, è arrivata dove la Leonessa, da giocatrice, non si era mai spinta agli Internazionali BNL d’Italia. Per gli azzurri, c’è comunque una buona notizia. Sara Errani e la rumena Irina-Camelia Begu hanno infatti raggiunto la semifinale del torneo di doppio. Per quanto riguarda i tifosi, chi aveva acquistato i biglietti per la sessione serale di ieri potranno ottenere il rimborso.

“Sonego, lo scricciolo è diventato grande” (Christian Marchetti, Il Corriere dello Sport)

[…] E Gipo Arbino, 66 anni, è il secondo padre di Lorenzo Sonego, l’uomo che lo segue come un’ombra. Gli occhi di Gipo studiano ogni mossa di Lorenzo tanto che sembrano guidarne i gesti. Poi quelle indicazioni Quante ne avrà sentite Lorenzo in undici anni di tennis? Quante ne sente, ancora, sui campi del Circolo della Stampa Sporting di Torino? Lorenzo Sonego, 26 anni, un passato nelle giovanili del Toro, agli Internazionali Bnl d’Italia 2021 si è spinto tanto avanti, alla faccia del coprifuoco e della pioggia, che ieri ha comunque rinviato il suo quarto di finale contro Rublev. Più forte dei famosi pronostici. «La gente non capisce! Lorenzo non è soltanto cuore e orgoglio. È un talento fuori dal comune. Un grande lavoratore, certo, ma ha anche un giocatore istintivo. Naturale». Lorenzo Sonego numero 33 del mondo. Anzi, 28 già con i quarti raggiunti a Roma. Gipo Arbino come Io sta vedendo? «Benissimo. Sono rimasto veramente colpito dagli ultimi progressi. Conoscendolo a fondo me li aspettavo, ma non sapevo ancora quando sarebbero arrivati. In tutte le cose che ha fatto ci ha messo un po’ di più, finché… “Clic”… è arrivato il salto di qualità. Sul rovescio e alla risposta soprattutto. Un percorso iniziato da tempo e i cui primi segnali erano arrivati a Vienna». Ossia nel novembre scorso, con la sconfitta In finale dell’Atp 250 austriaco per mano proprio di Andrey Rublev. Sei mesi… «E in quei sei mesi è arrivata l’esplosione». Un’esplosione culminata con lo spettacolare successo su Thiem. Però parliamo di un rapporto di lavoro di 11 anni. Quanto gli ha insegnato? «Trascorrendo più tempo con me che con la famiglia, con me ha praticamente toccato tutti gli argomenti. È un tipo molto riservato, ma quando ha avuto bisogno si è sempre rivolto al sottoscritto. Non solo: curiamo anche la costruzione del giocatore fuori dal campo. A partire da come si interagisce con le persone. Gli ho spiegato, per esempio, quanto fosse importante la pazienza nelle interviste o nel rispondere alle richieste di autografi. Sapete quanti messaggi ha ricevuto dopo la vittoria con Thiem»? Boh, cento? «Erano 250 e ha risposto a tutti! “Sei un personaggio pubblico”, gli ripeto spesso». • Agli inizi Invece? «Era magro come un chiodo! Io e l’amico Franco Aquilante lo chiamavamo Scricciolix. Poi, improvvisamente, è cresciuto e abbiamo aiutato quella crescita con carichi naturali, pochi pesi, molto stretching e lavoro in campo. Rispetto agli altri del circuito è comunque il più magro. Magari, può vedersela con Humbert. Però, mangia molto. Se, quando smetterà, non continuerà a praticare sport avrà anche la panzetta.” Una curiosità su Lorenzo? «Vi giuro: non sa cosa siano la gelosia e l’invidia. Anzi, è contento quando gli altri vincono. Mi e piaciuto moltissimo quando, in risposta a chi gli faceva notare che tra i nomi degli azzurri da tenere d’occhio venissero citati quasi esclusivamente Sinner e Musetti, ha detto: «È giusto così, perché loro sono più giovani e forti di me». Trovo che questa sia una caratteristica più unica che rara visto che, al giorno d’oggi, è invece la cattiveria a regnare». L’onesto Lorenzo Sonego à stato probabilmente anche brave a creare la sua “bolla” personale, ben diverse da quelle a cui siamo abituati ultimamente. Alice, la sua fidanzata; un bel gruppo di amici fidati, tra i quali Matteo Berrettini e Gianluca Mager; quel coach secondo padre. Cosa manca? «Alle spalle ha anche una bella famiglia che appoggia sempre le mie decisioni. Trovo sia fondamentale per creare un campione». Quale sarà il dopo Roma? «Giocherà a Lione, poi a Parma, in preparazione del Roland Garros. Lo farò lavorare ancora molto sul rovescio slice e tantissimo sulla risposta. Inoltre dovrà concentrarsi molto sul fisico, per rafforzarlo e avere una palla più pesante sul servizio, senza ovviamente perdere di vista le articolazioni». Lorenzo Sonego e il tennis di oggi. «È uno sport basato su velocità, servizio e dritto. Grande fisico ed esplosività. Lorenzo, qui, lo vedo benissimo».

Il gigante e bruto (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Avete presente il gigante buono? Ecco, non è lui. Reilly è un altro tipo di gigante. Cattivo? Solo un po’ in realtà non ha troppo bisogno di esserlo. Non deve improvvisare occhi da tigre per mettere giù un ace e liquidare un avversario. Gli viene naturale, basta caricare la balista che monta sulle pertiche che lo spingono ai 211 centimetri della sua altezza. […] Un gigante che segue i suoi impulsi vitali, incapace di rinunciare al piacere di scoprire un ristorante particolare, una mostra da raccomandare, di conoscere scrittori, artisti, liberi pensatori. Una vita nella quale il tennis entra come gradito ospite, al quale dedicare il giusto tempo, con cortesia e solidale partecipazione, ma senza esagerare. […] Che cosa faccia un tipo del genere nelle semifinali degli Internazionali, alla fine, è una domanda abbastanza ottusa, tipica di chi troppo bazzica il circuito. Più giusto, forse, chiedersi perché non dovrebbe esserci… E infatti, Reilly c’è, la sua prima volta in un contesto così rilevante e significativo. Un “1000” e sul rosso, che poi, guarda il caso, è la sua superficie preferita, «sulla quale trovo per vie naturali i tempi giusti». Con il suo corredo di magliette balneari, molto Californian Lover, e un arsenale da 19 ace a match. Settantasette, quelli realizzati a Roma. Ha battuto Gasquet, poi Musetti (che potrà rileggere con altro spirito il doppio 6-4 rimediato), ha tritato Asian Karatsev. Ha rischiato qualcosa solo con Delbonis. Ma ne è sortito lo stesso in due set. Vincere a Roma? Nella sua agenda non c’è scritto, mentre di sicuro c’è di chiedere a Federer di presentargli Anne Wintour, la direttrice di Vogue. È il suo idolo. Di fatto, l’unico che porti sul cappello una “patch” di una galleria d’arte, il buon Reilly. Forse la prima che investa su un tennista. «Ho cominciato questo rapporto con Tim Van Laere a Madrid, lui ha una collezione splendida e sa parlare d’arte come pochi. Possiede opere di Friedrich Kunath, un artista visivo tedesco, il mio preferito». Difficile dire, in tutta questa architettura così poco tennistica, come si situi Rafael Nadal, prossimo avversario di Reilly. Rafa ne parla bene, si dice impressionato dal vortice che lo statunitense riesce a creare con quel suo colpo d’avvio, ma anche di apprezzare i miglioramenti che il ragazzo (23 anni) ha effettuato su tutta la gamma del gioco. «Si muove bene, ha un dritto che fa male, e poi quella mazzata al servizio. Sta lavorando tanto, questo gli fa onore». Altrettanto concisa la definizione scelta da Opelka. «Lo ammiro. Ha qualcosa di brutale, nel suo gioco. Qualcosa di inarrestabile». D’accordo, si stimano. Che cambia? Non molto in effetti. Ciò che Rafa andava cercando l’ha già trovato. Certezze, che altro? Sebbene appaia un mistero come un tipo del genere possa andare a cercarne altre, tra le migliaia di cui già dispone, gli ultimi eventi lo avevano messo in apprensione. Male a Montecarlo; poi la vittoria a Barcellona, strappata a Tsitsipas solo a colpi d’orgoglio; la sconfitta a Madrid con Zverev, e due o tre momenti di palpabile affanno vissuti fra le statue del Foro, dove Shapovalov era a un passo dal fargli la festa. Piccole angosce da ieri definitivamente in archivio, grazie alla vittoria su Zverev, che il sorteggio gli ha riproposto di fronte, assai meno spavaldo – chissà perché – di quello visto a Madrid. «Ho avuto il match in mano e l’ho gestito bene. Sto ritrovando la forma giusta». Quella di Parigi, intende Rafa. Dove ha intenzione di portare a 14 la serie delle vittorie e a 21 quella negli Slam. Programma tagliuzzato dalla pioggia, in una giornata incupitasi nel pomeriggio. Tsitsipas stava giocando meglio di Djokovic, ma chissà se continuerà a farlo questa mattina. È avanti un set e un break. Non di poco dunque. Solo una breve apparizione per Sonego e Rublev, neanche il tempo di provarci. Si riprende alle 11. Una giornata d’attesa, ma anche di riposo, che a Lori male non avrà fatto, dopo l’impresa firmata a tarda ora con Thiem. Rublev lo sopravanza 2-0 nei testa a testa, ma uno non conta, è di un Future del 2016, l’altro riguarda la finale di Vienna dell’anno scorso, sul cemento indoor.

La Martic è super, Gauff no problem (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Subito definita, prima della pioggia, la semifinale della parte bassa del tabellone femminile del WTA 1000 di Roma. A giocarla saranno una ex campionessa del Foro, la ceca Karolina Pliskova e la croata Petra Martic, cui evidentemente i consigli speciali di Francesca Schiavone, suo coach da circa un mese, stanno facendo bene. La prima ha superato al termine di una gran battaglia la lettone Jelena Ostapenko, già trionfatrice al Roland Garros nel 2017. Per la croata Martic, più in possesso della rivale statunitense Jessica Pegula dei segreti del gioco sul rosso, vittoria fissata in due set. Interrotta sullo score di 2-2 la sfida a dir poco suggestiva tra Ashleigh Bartye Coco Gauff. Alla ripresa è stata la giovane americana a superare il turno, incassando il ritiro dell’australiana, che stava conducendo 6-4 2-1, per un problema muscolare. […] Tutto pronto per l’inizio dell’Emilia-Romagna Open femminile, torneo WTA 250 organizzato da MEF Tennis Events al Tennis Club Parma Le qualificazioni prenderanno il via oggi, mentre la finale è in programma sabato 22 maggio. In campo diverse azzurre, tra le quali la torinese Giulia Gatto Monticone, la bolognese Stefania Rubini e l’emergente campana Nuria Brancaccio, sorella di Raul, altro giocatore in crescita. In campo, tra le stelle attese al Tennis Club Parma e già in main draw, ci sarà proprio Cori Gauff, attuale numero 35 del mondo, classifica che ritoccherà con best ranking tra due giorni. ll talento a stelle e strisce, così come le connazionali Madison Keys, Sloane Stephens e Jessica Pegula, la croata Petra Martic, Daria Kasatkina, AmandaAnisimova, l’azzurra Camila Giorgi e tante altre, proverà a contendere il titolo alle wild card di prestigio annunciate in conferenza stampa Si tratta di Serena Williams e Venus Williams, due leggende dello sport che hanno ricevuto e accettato gli inviti per prendere parte al tabellone principale dell’Emilia-Romagna Open. Wild card nel main draw anche per le azzurre Jasmine Paolini e Sara Errani. Una Paolini fresca di ritorno nelle top 100, grazie alla finale colta la scorsa settimana nel WTA 125 di Saint Malo. Anche per l’ex numero 5 del mondo l’occasione è ghiotta per confermare i progressi dell’ultimo periodo e guardare con fiducia ad un pronto rientro tra le top 100. Sarà una sorta di trasferimento in massa delle big da Roma a Parma, pensando al Roland Garros. Spettacolo assicurato

Rafa più veloce della pioggia (Piero Valesio, Il Messaggero)

[…] Nelle ore seguenti al successo, arrivato dopo tre ore e mezza di randellate, su Shapovalov, il re della terra aveva detto: «Questa vittoria mi dà molta fiducia nel mio corpo. Se alla mia età riesco a reggere come ho fatto contro Tsistipas a Barcellona e qui a Roma contro Denis allora vuol dire che sono ancora competitivo. Tutto dipende da come mi sveglio il giorno successivo a partite così». LA RIVINCITA Si conosce molto bene, Rafa. E soprattutto ha dormito bene la notte visto il modo con cui ieri ha battuto Zverev (6-3 6-4) che gli aveva a sua volta inflitto una dolorosa sconfitta a Madrid. Ma ciò che più ha catturato l’attenzione di quegli spettatori che hanno goduto della botta di fortuna di poter vedere un incontro dall’inizio alla fine (poi la giornata è stata falcidiata dalla pioggia) è il modo in cui ci è riuscito. Non solo non ha accusato stanchezze di sorta contro un avversario più giovane; ma ha mostrato una lucidità in campo degna di miglior causa. Ha salvato nove breakpoint su dieci ed è sopravvissuto ad una caduta rovinosa che avrebbe potuto avere conseguenze più gravi se il suo fisico non fosse composto da titanio. È come se Nadal avesse approfondito così bene i segreti del suo corpo da trarre vantaggio dalla fatica invece di subirla. Il che magari non gli impedirà di perdere qualche partita in più rispetto al passato, vista l’età. Ma vi immaginate che generazione di giocatori potrebbe allevare se lo volesse? L’idea che sottende (oltre al fatturato) la sua Academy a Maiorca probabilmente è proprio questa: ma a fare la differenza sarebbe proprio la sua presenza a pontificare. LORENZO IN ATTESA A questo punto è doveroso dire che, se c’è uno che ti immagini bambino, seduto al centro del campo ad ascoltare una lectio magistralis di Rafa, questi è Lorenzo Sonego. La forza interiore con cui ha sconfitto Thiem pare costruita come quella del maiorchino. L’augurio che si può fare a Sonny è che oggi debba vivere un Super Saturday: il suo quarto contro Rublev che si sarebbe dovuto giocare ieri sera è durato i tre minuti di riscaldamento poi ha ripreso a piovere. Stamattina dunque Sonny affronterà il russo e qualora vincesse dovrà giocare pure la semifinale contro uno fra Djokovic e Tsitsipas. INSIDIA GRECA Attualmente il greco è avanti 6-4 2-1: anche il loro incontro è stato sospeso per il maltempo. E sempre oggi sarà il turno, per Rafa, di vivere la prima surreale esperienza di affrontare Opelka. Nota a margine: gli spettatori che ieri sera sono stati beffati dalla pioggia saranno rimborsati. Il programma del maschile. Centrale: alle 11 Djokovis-Tsitsipas. Non prima delle 13 Opelka-Nadal. Non prima delle 18.30 la semifinale fra i vincenti di Tsitsi-Nole e Sonego Rublev. Grand Stand Arena; 11 Sonego-Rublev.

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Barty-Collins, finale a sorpresa (Mastroluca). Medvedev-Tsitsipas, c’eravamo tanto odiati (Azzolini). Volandri non ha dubbi: “Caratteri diversi, stessa voglia di vincere” (Pierelli)

La rassegna stampa di venerdì 28 gennaio 2022

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Barty-Collins, finale a sorpresa (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Ashleigh Barty fa sognare l’Australia. La numero 1 del mondo è la prima giocatrice di casa in finale all’Australian Open dopo Wendy Turnbull nel 1980. In sei partite ha perso appena 21 game. in uno Slam, non si vedeva una finalista con un percorso così netto dai tempi di Serena Williams allo US Open 2013. A Melbourne, ha sconfitto tre avversarie statunitensi che aveva già battuto nel percorso verso il titolo al Roland Garros 2019: Amanda Anisimova, Jessica Pegula e Madison Keys, piegata 6-3 6-1 in semifinale. Nella sfida per il titolo ne incontrerà una quarta, la numero 27 del mondo Danielle Collins, sicura di entrare per la prima volta in Top 10 grazie alla prima finale Slam in carriera. Il 6-4 6-1 sulla polacca Iga Swiatek, ex campionessa del Roland Garros, ha rispecchiato in pieno il soprannome di “Tenace D”, che si porta dietro dai tempi del college. Era infatti una star nella squadra di tennis della University of Virginia. Collins, che ha imparato a giocare a tennis nei campi pubblici e non ha quasi fatto attività internazionale da junior perché in famiglia non c’erano abbastanza soldi per le trasferte, sta vivendo una seconda giovinezza. È cambiato tutto lo scorso marzo, quando si è operata per un caso di endometriosi, una sindrome che comporta la formazione di tessuto in eccesso all’interno e intorno all’utero, che nel suo caso si era spostato andando a premere sulla colonna vertebrale. Le hanno estratto una cisti grande come una pallina da tennis, è rientrata e ha vinto i primi due titoli WTA in carriera, a Palermo e San José. Il pubblico certamente non sarà dalla sua, ma non sarà un problema. «E’ bello sentire le voci, vedere i volti delle persone sulle tribune – ha detto dopo ]a semifinale – Adoro l’energia, è per questo che noi giochiamo».

Medvedev-Tsitsipas, c’eravamo tanto odiati (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

A Cannes è il tennis club più alla moda. ETC, che sta per Elite Tennis Club, dove l’élite è rappresentata da Jean-René Lisnard e Gilles Cervara, due dei più irriducibili peones del tennis a cavallo fra i Novanta e il nuovo secolo. Il primo, quasi un genio per i risultati ottenuti rispetto all’amico, ha vinto due challenger, e ha ottenuto il trofeo più importante in carriera con le medaglie d’oro in singolo e doppio ai Giochi dei Piccoli Stati d’Europa. Faceva da portabandiera al Principato di Monaco, contro gli invaders di Andorra, Cipro, Malta, San Marino e i potentati del Liechtenstein e Lussemburgo. L’altro, Gilles Cervara, è stato protagonista di ben due match da professionista. Entrambi nel circuito ITF, entrambi in doppio, entrambi persi. Ma oggi è considerato uno dei tre coach più importanti del mondo. E ha perfezionato un modo tutto suo per relazionarsi con Daniil Medvedev, che ha forgiato a partire dal 2014 intorno al nucleo centrale del suo insegnamento tennistico, perfettamente sintetizzato dall’unica regola in esso contenuta: fai come cappero ti pare! Alla vigilia del gran finale di questi Open d’Australia, che potrebbero consegnare all’orso russo il secondo Slam (consecutivo) e i punti sufficienti a scalzare Djokovic dal numero uno, dopo due anni esatti di dominio, il dibattito sul binomio che sta per insediarsi sulla vetta del tennis è più che aperto e quanto mai acceso. Lui, Daniil, è una macchina da punti ma non tira un solo colpo che sia degno di una citazione tecnica positiva. L’altro, Gilles, ha scosso l’ambiente nel corso dell’ultima fatica sostenuta dall’orso, nel quarto di finale contro Auger Aliassime. Sotto di due set, irretito dalle solide traiettorie del canadese, Daniil sì lamentava con il coach del fatto che la palla s’incaponisse nel fare esattamente il contrario di ciò che lui tentava di disporre, e Gilles per tutta risposta gli scoppiava a ridere in faccia. Daniil, spiega Cervara, «ha un’apertura di braccia di un metro e venti centimetri, e non era il caso di insistere per un’esecuzione dei colpi da manuale. Abbiamo studiato accorgimenti che fossero funzionali al suo fisico. L’importante è die ottenga i punti che gli servono». Due geniali conoscitori delle straordinarie possibilità racchiuse nella mente umana, o due “fusi di testa”? Una risposta verrà questa mattina dalla semifinale di Melbourne Park. Alle 11,30 si assisterà alla nona replica della sfida con Tsitsipas (6-2 al momento per il russo). I due poco si amano, e in un’occasione, a Miami 2018, hanno sfiorato la rissa, per una parola di troppo pronunciata dal greco dopo un lungo toilet break del russo. Sembra che siano tornati a parlarsi solo l’anno scorso.

Volandri non ha dubbi: “Caratteri diversi, stessa voglia di vincere” (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

Uomini d’oro in campo, ma anche fuori. Grandi giocatori che stanno facendo sognare sui campi di tutto il mondo, ma pure ragazzi esemplari quando non hanno la racchetta in mano. Matteo Berrettini e Jannik Sinner sono le nostre punte, quelli che sono sulla buona strada per riscrivere la storia del tennis italiano. Per la gioia (anche) di Filippo Volandri, da un anno c.t. della squadra azzurra. «Sono due ragazzi eccezionali – dice l’ex numero 25 del mondo -, si nota subito da che tipo di famiglia arrivano, che educazione hanno ricevuto: non puoi non volergli bene».

Volandri, a cosa dobbiamo la scalata di Berrettini e Sinner?

Hanno una grande cultura del lavoro, voglia di imparare e migliorare. Questo è stato fondamentale nel loro percorso di crescita.

Jannik è “esploso” molto giovane. Matteo è stato più graduale: perché?

Dipende dal carattere di ognuno di noi. Sinner è un predestinato, uno che vive di tennis, fin da ragazzino ha avuto l’obiettivo di entrare nell’élite di questo sport. Berrettini lo conosco da più tempo, ha solo avuto più tempo per essere conscio dei propri mezzi. La caratteristica che più mi piace è che appena cade, si rialza sempre più forte. Perde “male” da Federer a Wimbledon? La volta dopo arriva in finale. Alle Atp Finals 2019 viene fatto a pezzi da Djokovic? Non si abbatte e dopo batte Thiem. Lui ha bisogno degli scossoni di assestamento per aumentare il livello. Inoltre la loro intesa è cresciuta nel corso di questi ultimi anni. La Davis ha cementato il gruppo. Tra di loro c’è sempre stato massimo rispetto, ma ora ogni tanto si allenano anche assieme. E gli episodi delle Atp Finals, quando Sinner scrisse quell’incoraggiamento sulla telecamera a favore di Matteo, venivano dal cuore: ve lo assicuro. E Berrettini, che in quel momento era a terra, ha molto apprezzato.

Sinner ha detto di voler giocare anche quest’anno 60-65 partite in un anno: non sono troppe?

No, lui ha bisogno di fare più esperienza possibile. Ha l’età e la preparazione fisica per sostenere uno sforzo del genere che gli farà bene.

Cosa succede a Musetti? Sembra aver perso la serenità di qualche mese fa.

Non dobbiamo mai scordarci che ha solo 19 anni. Ha detto di aver avuto problemi personali, e chi non li ha avuti a quell’età? Meglio che li abbia adesso e poi se ne liberi definitivamente. Quando ritroverà la fiducia anche lui tornerà a esprimersi al meglio: il suo tennis potenzialmente è di livello altissimo.

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Rassegna stampa

Berrettini, è semifinale! (Crivelli, Mastroluca, Azzolini). Rafa, fenomeno senza età a uno Slam dalla storia (Mastroluca). Barty è inarrestabile (Bertellino)

La rassegna stampa di mercoledì 26 gennaio 2022

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Rafa, a noi 2 (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Non esistono più terre inesplorate di fronte all’inarrestabile avanzata degli eroi vestiti d’azzurro. Mai un italiano era approdato tra i magnifici quattro degli Australian Open. Matteo Berrettini consolida il fantastico viaggio personale verso l’empireo del suo sport e diventa il primo italiano di sempre a raggiungere le semifinali in almeno tre Major (ci era già riuscito a New York e a Wimbledon). Un altro pellegrinaggio nel tempio, dove guarderà negli occhi la divinità senza alcun timore di farsi incenerire, anzi con la consapevolezza di essere costituito della medesima sostanza. Gli tocca Nadal, come quella notte di trenta mesi fa agli Us Open, il loro unico precedente: ma se allora Berretto era un novizio, adesso il suo piedistallo è lo stesso dello spagnolo. Entrambi, si guadagnano una porzione di paradiso australiano attraverso un percorso identico: avanti di due set, si fanno rimontare, sembrano spacciati, finiti e invece ribaltano il destino avverso con il quid in più del campionissimo, che non si affida solo alle qualità tennistiche ma anche alla tensione morale di chi non si abbandona mai all’idea della sconfitta. Nel doppio 6-4 con cui Matteo prende il controllo della sfida con Monfìls c’è il solito servizio martellante, c’è il dritto che non perdona, ma anche lo slice di rovescio che crea angoli importanti. Ma con il match in mano, il numero 7 del mondo si incarta, risponde con meno efficacia, appare stanco e poco reattivo con i piedi, mentre il francese prende un metro di campo e muove le pedine dalla riga di fondo. Ora è lui il padrone, ma non è sceso a patti con l’orgoglio feroce e la granitica solidità mentale di Matteo, che gli strappa il servizio d’acchito nel primo game del quinto set e si invola, più forte del tifo becero del drappello di tifosi francesi cui al match point riserverà le mani alle orecchie e l’urlo «Non vi sentooo»: «Ci ho messo il cuore, all’inizio del quinto set ho pensato ai giorni terribili dell’infortunio e mi sono detto che non potevo mollare visto che ero lì con la possibilità di lottare: non volevo uscire dal campo con qualche rimpianto, non volevo assaggiare il gusto amaro della sconfitta. Sono super orgoglioso, non credo sia sbagliato dire che sto scrivendo la storia del tennis italiano. Essere accostato oggi a certi campioni mi rende felice e onorato. Normalmente ci penso solo alla fine del torneo, ma sto sentendo davvero tanto affetto che mi arriva dall’Italia. Vedere il mio nome accostato a quello di Nadal per un match mi fa ancora impressione, giocare con lui sulla Rod Laver Arena in semifinale è qualcosa che sognavo da bambino. So di poter battere Rafa. Prima di raggiungere la semifinale agli Us Open del 2019 non avevo mai pensato di poter fare una carriera di questo genere, di ambire a vincere uno Slam. Ancora oggi mi dico semplicemente che devo fare sempre meglio».

Guerriero Berrettini, hai meritato Nadal (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Un urlo nella notte. «Non vi sento!» grida Matteo Berrettini ai tifosi scalmanati, disordinati e un po’ maleducati sulle tribune della Rod Laver Arena. Volevano uno spettacolo da gladiatori, e sono stati ampiamente soddisfatti. Matteo Berrettini ha sconfitto Gael Monfils 6-4 6-4 3-6 3-6 6-2. Come allo US Open 2019, ha piegato il francese al quinto set, e come allora in regalo c’è una semifinale contro Rafa Nadal. Con quella vittoria lanciò l’inseguimento alla Top 10, raggiunta un paio di mesi dopo e mai più abbandonata. Con questa diventa il primo azzurro in semifinale all’Australian Open e il primo ad essere arrivato così avanti in tre Slam diversi. «Mi piace pensare che sto scrivendo un po’ di storia del tennis italiano. E’ un onore e un piacere, sento l’amore che arriva dall’Italia, dai miei fan, dalla mia famiglia, da tutti quelli che mi hanno visto crescere» ha detto dopo la partita. In campo, invece, di amore se n’è avvertito poco. I tifosi auspicavano lo show e hanno preso le parti del francese. Hanno disturbato Berrettini tra la prima e la seconda, un tifoso è stato anche allontanato dopo aver mostrato i segni di qualche generosa birra di troppo. Qualcuno, evidentemente non soddisfatto del risultato, ha provato a interrompere anche l’intervista in campo del numero 1 azzurro. «Fra voi c’è qualcuno che non ama questo sport» ha replicato l’azzurro a caldo. «Giocare con il pubblico contro mi sta bene – ha detto poi dopo il match -. Quel che non mi va giù è il pubblico scorretto. Se urli mentre sto per servire la seconda, se tossisci o fai qualcosa apposta mentre sto per tirare un dritto, allora non è corretto». Dopo i primi due set in controllo, la sua partita sembrava avviata verso una vittoria ragionevolmente rapida. Monfils, però, è un artista nel cambiare le carte in tavola e gli equilibri dei match. Il francese si è messo sempre più vicino al campo in risposta, ha allungato gli scambi e preso stabilmente l’iniziativa. Il primo doppio fallo del match è costato a Matteo il break del 2-4 del terzo e ha segnato l’inizio di un secondo tempo del match durato fino al quinto. A quel punto, con un Monfils scattante e un Berrettini pesante sulle gambe, in pochi avrebbero creduto al colpo di scena. Ma se l’azzurro ha vinto sei match su sette giocati al quinto set, e il francese 18 su 37, non può essere un caso. In quei momenti, ha raccontato Berrettini, «ho pensato a quello che è successo a novembre, a quanto sono stato male dopo l’infortunio a Torino. Mi sono detto: ‘Adesso ho la chance di lottare e lo faccio fino alla fine, a costo di farmi male di nuovo’».


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Mitico! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«Non vi sento», urla Matteo. Si rivolge al pubblico, e lo fa in italiano, ma i gesti che mima sono inequivocabili.. «Non vi sento», urla mentre con il dito mostra l’orecchio. Prima li aveva sentiti, eccome. Li ha sentiti per tutto il match. I più erano schierati per Monfils. Gael, che sa essere straordinario quando non serve, quando è troppo tardi, o quando ancora non è il momento. «La differenza è che sui punti decisivi Berrettini fa sempre la cosa giusta, io mai», dirà più tardi, con evidente rimpianto. È il suo limite, e anche la sua bellezza, un modo di procedere contro corrente che incanta. Lo spreco come regola di vita. Ma chi può saperlo se per una volta il libretto del melodramma sul ritorno (l’ennesimo) del figlio delle Guadalupe non promuova un altro finale? Se dietro a quei primi quattro set, due vinti dilagando e due riconsegnati a mo’ di risarcimento, la trama non preveda che sia il neo trentaseienne ad andare avanti, per una volta? Certo non Matteo, che aveva davanti agli occhi solo un obiettivo, e per quello era disposto a rifare tutto da capo, a rivivere un match che lo teneva in campo da più di tre ore, a riscriverlo con le ultime energie che ancora sentiva in circolo. «Non vi sento», urla, e ammonisce. E fa bene. Matteo Berrettini risorge dalle ceneri di un match nel quale la Monf ha fatto fuoco e fiamme, e lo vince da campione. E scriviamolo pure con la maiuscola al posto giusto: Campione. Matteo ha rotto gli indugi all’inizio dell’ultimo set, dopo che Monfils aveva tiranneggiato nel terzo e nel quarto, aumentando volume e pressione dei colpi. «Se devo perdere lo faccio a modo mio, da protagonista», è la frase che Berrettini regala ai microfoni, ed è evidentemente al centro della riscossa. Essere aggressivo non vuol dire colpire più forte o urlare più degli altri. Basta spostare in avanti la linea dalla quale si ha intenzione di manovrare Il gioco. Le statistiche di fine match dicono che dal 12 per cento dei colpi vincenti da fondo campo, l’ultimo set passa al 36 per cento. Lì, Matteo fa esattamente ciò che nel precedente quarto di finale era riuscito a fare Nadal, opposto a Shapovalov. Anche Rafa in vantaggio di due set, poi ripreso e spinto in malo modo fino al quinto set. Anche lui stanco e attraversato da pensieri assai poco incoraggianti. Anche lui però, deciso a giocare il tutto per tutto. E alla fine vincono allo stesso modo, i due che tra 48 ore si troveranno di fronte in semifinale. […]

Rafa, fenomeno senza età a uno Slam dalla storia (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Mai dare per sconfitto Rafa Nadal. Il David Copperfield del tennis, mago dell’escapologia ovvero l’arte di tirarsi fuori da situazioni disperate, ha colpito ancora. Contro Denis Shapovalov ha dato una plastica dimostrazione della differenza tra un grande campione e un grande colpitore. Dopo quattro ore di lotta sotto il caldo e un medical time out, ha centrato la settima semifinale all’Australian Open, la numero 36 in 63 tornei dello Slam disputati in carriera. A 35 anni, comunque, Nadal non smette di stupire. Il 6-3 6-4 4-6 3-6 6-3 è lo specchio di una partita che appariva compromessa all’inizio del quarto set, e ancor più dopo i problemi accusati da Nadal quando si è trovato sotto 1-4. Nel quinto però, Shapovalov ha perso la libertà di esecuzione con cui aveva rimesso in piedi il match. Ha pagato errori e tensioni anche se a fine partita la sua frustrazione l’ha sfogata soprattutto con il giudice di sedia. E iniziato tutto dopo il primo set, quando Nadal è uscito dal campo per cambiarsi ed è rientrato 45 secondi dopo che l’arbitro aveva chiamato il “time”, dando il segnale per la ripresa del gioco, senza essere ammonito. «Siete tutti corrotti» si è sfogato durante la partita, salvo poi correggere il tiro dopo il match anche se potrebbe comunque costargli una multa da parte dell’organizzazione. «Non volevo dire corrotti, sono stato travolto dall’emozione – ha ammesso – però la mia convinzione non cambia. Nadal gode di un trattamento di favore rispetto gli altri. In tutti gli altri match che ho giocato qui, il ritmo è sempre stato alto perché gli arbitri erano attenti ad attivare il cronometro (che misura la pausa fra un punto e l’altro). A lui lasciano invece sempre più tempo». Alla rabbia di Shapovalov fa da contraltare la tranquillità del maiorchino, quasi filosofo a fine partita, nonostante il 21° Slam sia distante soltanto due vittorie. «Con Djokovic e Federer condividiamo un traguardo straordinario, ed è un onore far parte della storia del nostro sport. Certo voglio vincere, ma la mia felicità futura non dipenderà dall’aver vinto uno o più Slam di loro due. Sono soddisfattissimo della persona che sono, mi sento fortunato per tutto quello che mi è successo nella vita. Il mio approccio è chiaro, non puoi essere sempre frustrato se il vicino ha una casa più grande o un telefono migliore». Godersi il presente, dunque, è il modo migliore per vivere il futuro.

Barty è inarrestabile (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Partita perfetta quella dei quarti per Ashleigh Barry, n. 1 del mondo e beniamina di casa, forse mai così austera nel gioco e nell’atteggiamento. In 63 minuti ha cancellato la rivale di turno, la statunitense Jessica Pegula, alla quale ha concesso solo due game salendo per la seconda volta così in alto nel torneo che tanto ama: «Sono contenta del tennis espresso – ha detto a Jim Cou ieri alla Rod I.aver Arena con il sorriso sul volto – Sono riuscita ad essere sempre aggressiva con il diritto e con il servizio. Non mi sono fatta problemi pur avendo mancato qualche diritto perché stavo facendo la cosa giusta. Sto giocando senza sentire la pressione e questo mi aiuta anche sotto il profilo della fiducia». Poi un elogio alla sconfitta: «Jessica a Melbourne ha dimostrato di essere una delle migliori 20 giocatrici del mondo, da due anni sta giocando benissimo». Un filotto, quello della prima tennista al mondo che è fotografato dai numeri: solo 17 sono stati i game persi per approdare in semifinale con nessuna avversaria affrontata capace di superare la soglia dei 4 game vinti per set. Per volare in finale l’australiana troverà un’altra americana, Madison Keys, tornata ad alto livello e anche lei autrice di un match senza macchia contro Barbora Krejcíkova, campionessa dell’ultimo Roland Garros, apparsa nell’occasione svuotata e sofferente per problemi di pressione. La Keys, che aveva iniziato l’anno da n. 85 Wta, è già sicura con la raggiunta semifinale a Melbourne di rientrare tra le migliori 30 giocatrici del ranking. L’ultima tennista locale ad issarsi in finale a Melbourne è stata nel 1980 Wendy Turnbull che poi cedette alla ceca Mandlikova.


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Rassegna stampa

Matteo e Jannik, coppia da urlo (Mastroluca, Crivelli, Azzolini). Medvedev passa ma che fatica (Bertellino)

La rassegna stampa di martedì 25 gennaio 2022

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La nuova era dell’Italtennis (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

E’ grande Italia a Melbourne. Per la prima volta in uno Slam diverso dal Roland Garros, due azzurri centrano i quarti di finale. Jannik Sinner e Matteo Berrettini, che sfideranno rispettivamente Stefanos Tsitsipas e Gael Monfils per avvicinare ancora un po’ il sogno di una finale tutta tricolore, stanno guidando il nuovo boom del tennis italiano dopo la grande stagione degli anni Settanta. Proprio da quella stagione non si vedevano due italiani così avanti in un major. Era il 1973, a Parigi facevano sognare Paolo Bertolucci, eliminato nei quarti, e Adriano Panatta, sconfitto in semifinale, battuti entrambi dallo stesso avversario, quel Niki Pilic per cui poco dopo si sarebbe scatenato a Wimbledon un boicottaggio senza precedenti. Il ventenne Sinner non ha dato alcun segno di particolare durante il suo debutto sulla Rod laver Arena, peraltro contro l’ultimo australiano rimasto in tabellone nello Slam di casa, Alex De Minaur. Il primo set ha marcato la distanza tra il Sinner attuale, formalmente fuori dai primi dieci del mondo ma con un tennis da top player; e un De Minaur che meno di un anno fa era numero 15 del mondo. L’australiano ha giocato anche meglio, non ha sbagliato scelte, riusciva ad anticipare anche in controbalzo le bordate da fondo dell’azzurro. Ma alla fine il set l’ha vinto Jannik, e la partita non è più stata la stessa. «L’aspetto più importante di questa vittoria — ha detto l’azzurro — è stata la mia capacità di trovare una soluzione alle difficoltà iniziali. Mi sono concentrato per iniziare a servire meglio, e fortunatamente à sono riuscito, e poi ho provato a spingere di più e a far muovere Alex. Mi aspettavo una partita lunga, devo dire che ho alzato il mio livello nel secondo e terzo set». l’ha riconosciuto anche il suo avversario. Jannik, ha detto, «ha giocato meglio quando è calata l’ombra su tutto il campo. La sua palla viaggiava di più per tutto il campo e sappiamo tutti quanta straordinaria potenza sia in grado di esprimere». Il 20enne di Sesto Pusteria, che ha promesso di fare il tifo per Matteo Berrettini conto Monfls, affronterà per la quarta volta Tstsipas. Hanno giocato sempre sulla terra rossa, Sinner l’ha già battuto agli Internazionali BNL d’Italia e pensare che oggi parta alla pari o addirittura leggermente favorito non è un’eresia. […]

Un urlo per la storia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Quando una farfalla sbatte le ali a Melbourne, in Italia cominciano a farsi largo i sogni. Più che teoria del caos, è pratica del talento: dopo Matteo Berrettini, anche Jannik Sinner approda ai quarti degli Australian Open, sigillando un’impresa che in uno Slam al tennis italiano mancava da 49 anni, quando nel 1973 a Parigi furono Adriano Panatta e Paolo Bertolucci a introdursi tra i magnifici otto. Si temeva, per Jannik, l’effetto-casa, inteso come tifo rumoroso e a senso unico a favore del rivale aussie De Minaur, e invece il match è marchiato a fuoco dalla maturità e dalla concentrazione dell’azzurro, dalla sua maggior varietà di soluzioni, dalla capacità di gestire senza apprensioni la palla lineare e pulita di Alex, che evidentemente ne esalta la velocità e la potenza delle controrepliche. Demon dura un set, provando a stuzzicare con pervicacia il dritto di Jan, ma quando il tie break prende la via italiana, la sfida è segnata: da lì, il servizio di Sinner scava la differenza e le sue discese a rete rappresentano un eccellente ed efficace diversivo (addirittura 26 punti su 32). A fine match, una farfalla si posa sul cappellino del numero 10 del mondo e Courier, oggi speaker del torneo, gli ricorderà che successe anche a lui. E poi vinse il torneo. Evocazioni magiche che non scuotono l’umiltà di Jannik: «A 20 anni puoi soltanto crescere. Negli ultimi mesi sono maturato come giocatore, ma soprattutto come persona, che per me è la cosa più importante. Comunque devo crescere ancora tanto sotto qualsiasi aspetto». Intanto però è nei quarti degli Australian Open per la prima volta e con la prospettiva, domani, di una sfida affascinante ma non certo chiusa contro Tsitsipas. Prima, tuttavia, si godrà lo spettacolo dell’amico Berrettini, in campo contro Monfils e avanti 2-0 nelle sfide dirette: «Giocherà in serata, quindi sarò nel letto a guardarmi la partita, come ho già fatto in altre occasioni. Seguire gli incontri di Matteo mi fa solo piacere, perché lo ammiro sia come giocatore sia come persona. Gli dico in bocca al lupo e mi auguro possa vincere ancora». Per incontrarsi, perché no, alla fine di un percorso comune, nell’Eden dei tennisti: una finale Slam. Magari già a Melbourne: «Cosa accadrebbe? Ancora non lo so – confida Jannik – perché non abbiamo mai giocato uno contro l’altro. Speriamo nel futuro di poterlo fare spesso. Matteo è un bravissimo ragazzo e un bravissimo giocatore. Anche il suo team è molto umile e mi piace stare intorno a lui perché credo che posso imparare tante cose. Anche nella Atp Cup, quando l’ho conosciuto meglio e ci siamo allenati insieme diverse volte, ho capito che è una bravissima persona oltre che un ragazzo normale, e io credo che più normale sei e meglio è. In campo è ovvio che vuoi vincere contro chiunque, ma sarebbe più difficile perché un derby avrebbe tante insidie». L’elogio della normalità, che si era riverberato anche dalle parole di Matteo del giorno prima, con annessi i complimenti sentiti a Jannik: «Andiamo d’accordo perché siamo due bravi ragazzi. Ci sentiamo spesso, parliamo delle nostre partite. La nostra non la chiamerei rivalità, semmai sana competizione: a me dà la carica sapere che c’è un altro italiano così forte, mi spinge oltre i miei limiti. Prima o dopo ci affronteremo, e sarà bellissimo. Intanto siamo uno stimolo reciproco per raggiungere risultati sempre più grandi».

Che fenomeno! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Una farfalla si posa su Jannik Sinner. Sceglie il momento dell’intervista e si lascia inquadrare dalla telecamera. Là sul berretto, vicino al rosso dei capelli che di Semola è certo la parte più floreale. È un segnale, dice Jim Courier, nei panni dell’intervistatore entomologo. «Una magia». Certo è così. Non c’è volo di farfalla che non abbia titillato suggestioni, acceso raffronti, ispirato metafore. Teorie persino. Come quella del caos. Il lieve battito d’ali di una farfalla intorno a Sinner provocherà un uragano dall’altra parte del mondo? Ma è da aruspici stabilire di quali annunci sia portatrice la farfalla di Jannik, e non pare il caso di tentare la sorte, sebbene nel giorno che vede il giovane issarsi al pari dei più esperti una riflessione s’imponga su ogni altra, centrata sul mistero che ogni farfalla porta con sé. L’enigma della metamorfosi. Che il bruco Sinner sia definitivamente asceso allo stadio più elevato della propria trasformazione? Ieri, opposto al pedestre Alex de Minaur nei quarti mostra la trasformazione completata da giovane aspirante a campione. Lo abbiamo visto volare come una farfalla e pungere come un’ape. È anche questo un segnale? Courier non avrebbe dubbi. E sono due gli italiani lassù. L’Italia è – al centro dello Slam. Azzurro Tennis, la proposta colore per la moda dei prossimi anni. L’Austalia non ne ha nessuno. L’ultimo è stato messo alla porta da Sinner con facilità. Alex de Minaur ha gambe buonissime ma in confronto a Sinner sembra giocare con un piumino al posto della racchetta, mentre quello è già passato al randello. Il match è durato un set, il primo, e l’unico in cui coach Lleyton Hewitt si sia dato pena di metter su un’espressione da gran cattivo, che fa tanto bischero ma resta il modo più diretto per ricordare al proprio adepto di essere ostile (nell’animo) almeno quanto lo era lui. Sinner poi ha dilagato, alternando molto bene colpi da fondo a qualche discesa a rete. […]

Medvedev passa ma che fatica (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Il n°2 del mondo, Daniil Medvedev si è issato nei quarti ma non è stata una passeggiata. Contro il sorprendente e atipico Maxime Cressy, n. 70 ATP, giocatore serve and volley nome nuovo di questo inizio 2022 (finalista a Melbourne nell’ATP 250) ha dovuto lottare 4 set trovandosi a un punto dal cedere anche il secondo. II russo ha dovuto contrastare il serve & volley del rivale nato in Francia ma di passaporto americano che ha messo in campo un tennis a dir poco spavaldo e vario negli schemi, quanto alterno (18 ace, 18 doppi falli). Contro un avversario che non ha mostrato cali e ha contribuito allo spettacolo, Medvedev ha fatto valere la legge dell’esperienza, ha giocato anche sul piano psicologico, protestando con il giudice di sedia, chiedendo un time out per il bagno («Non posso fare pipì e per lui niente violazione di tempo?»). Ha provato insomma a destabilizzare l’americano. II solito Medvedev, insomma, ormai anche personaggio. Che se la prende anche con gli organizzatori «Possibile che non abbia ancora giocato, con il mio status, nella Rod Laver Arena?». Per un posto in semifinale sfiderà Felix Auger Aliassime che ha centrato la prima vittoria di sempre dopo 3 sconfitte con il croato Marin Cilic. Primi quarti nel draw femminile di uno Slam, al suo 63° tentativo, per la 32enne nizzarda Alizé Cornet. A Melbourne era arrivata al massimo negli ottavi, nel 2009. Per farlo la transalpina ha battuto l’ex n.1 Simona Halep. Battaglia aspra anche per il caldo torrido che le ha più volte messe in difficoltà, in particolare la Halep. Dopo 2 ore e 35′ e con tanto di pianto liberatorio Alizè si è imposta in 3 set, un altro scalpo importante dopo quello dell’iberica Garbine Muguruza. Alla fine intervista sul campo e siparietto con Jelena Dokic che ha ricordato l’ultimo ottavo giocato dalla transalpina a Melboume; «Era il 2009, tu stavi giocando contro Dinara Safina e la vincitrice sarebbe stata la mia avversaria, e ricordo che tu non sfruttasti un match point; perciò voglio abbracciarti». La Cornet, emozionala, ha risposto: «Mi piaceva tanto il tuo gioco, avrei voluto affrontarti, fu un grande dolore, ma 13 anni dopo sono qui. Dopo mezz’ora eravamo quasi in fin di vita ma abbiamo lottato per 2 ore e mezza. Simona è una vera lottatrice. II sogno si è avverato, non è mai troppo tardi per provarci ancora. Dopo 30′ le mani mi tremavano, non vedevo bene, ma il box mi ha aiutata». 

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