Il personal branding nel mondo del tennis: il caso dei Big Four

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Il personal branding nel mondo del tennis: il caso dei Big Four

In che modo Federer, Nadal, Djokovic e Murray hanno costruito i rispettivi marchi?

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Gli sportivi hanno sempre avuto fan appassionati e devoti, ma diventare sempre più visibili implica la crescita del personal branding – ma di cosa si tratta? È la pratica di posizionare attivamente e costruire una “narrativa di valore” sulla propria persona, creando un marchio, un timbro o uno mnemonico a supporto di questo messaggio, associazione, aspettativa e/o fede nella mente di un “consumatore” (appassionato, squadra, sponsor ecc.).

Il termine è stato coniato da Tom Peters, esperto di gestione aziendale, alla fine degli anni ’90 nel suo saggio “The Brand Called You“, che esamina il ruolo del marketing nella creazione di un’immagine distintiva nel mondo delle corporation Americane. Anche se l’articolo ha più di 20 anni, i suoi contenuti hanno ancora più rilevanza per l’odierno mondo ipersaturo, ipercompetitivo e iperconnesso in cui le strategie di differenziazione stanno diventando sempre più complesse. Il mercato dello sport, infatti, si caratterizza per l’elevato grado di complessità, in quanto vede come protagonisti una moltitudine di attori, ognuno di essi con determinate caratteristiche e interessi. Seguendo la categorizzazione del marketing sportivo, il personal branding può essere inteso come incorporato nel marketing dei singoli atleti, ed è una sotto-branca del marketing sportivo.

Inizialmente, il marketing sportivo riguardava esclusivamente product placement e vendita di prodotti, e solo verso la fine degli anni ’70 l’uso dello sport come strumento di marketing iniziò davvero a catturare l’immaginario collettivo aziendale. Tuttavia, occorre distinguere tra la sponsorizzazione sportiva che riguarda principalmente la consapevolezza del marchio, e il marketing sportivo che verte sull’attivazione di contratti di sponsorizzazione. Si tratta di creare una connessione tra il simbolo sportivo e il marchio e comunicarlo al consumatore, cercando di trovare quanti più punti in comune tra la storia aziendale e quella del simbolo, al fine di creare una narrativa comprensibile e apprezzata dal consumatore.

 

La popolarità dello sport e la conseguente copertura mediatica hanno fatto sì che i migliori giocatori riuscissero a catturare i cuori e le menti del pubblico, iniziando così a trascendere la propria disciplina. È interessante notare che le aziende non considerano soltanto il ritorno degli investimenti in termini monetari, ma mirano soprattutto a creare legami emotivi con i consumatori. Il marketing sportivo si basa sulla creazione di passione per il consumatore e sulla conquista di cuori e menti, risultati che le campagne pubblicitarie non sono sempre in grado di raggiungere.

IL CASO NIKE-JORDAN FA DA SPARTIACQUE

Una storia che ha sicuramente cambiato il marketing sportivo è stata quella dell’indiscussa icona del basket Michael Jordan che, messo sotto contratto dal colosso sportivo Nike, è diventato così importante da essere riconosciuto dai consumatori come una branca completamente differente dall’azienda dell’Oregon. Spesso sentiamo dire “queste scarpe sono della Jordan”, oppure “questa maglietta è Jordan”, omettendo completamente il fatto che il marchio completo sia Nike Jordan. Pertanto, alla fine del 1997 l’azienda di Portland capì che il marchio Jordan era così forte da poter diventare una sottomarca della Nike, e fu così che nacque “The Jordan Brand” e, per celebrare questo evento, fu rilasciato il primo modello Air Jordan: The Air Jordan XIII. Le scarpe Jordan da quel momento in poi non supportarono più il baffo della Nike e contennero solo il logo chiamato Jumpman:

MARCHE STORICHE DEL TENNIS

Ma torniamo al mondo del tennis e facciamo qualche passo indietro. I primi marchi di successo furono quelli di ex-giocatori come Lacoste, Perry e Tacchini, i quali hanno dato vita a importanti aziende di vendita di indumenti e accessori sportivi, iniziative imprenditoriali che hanno fatto leva sugli strumenti di marketing specifici per attrezzature e abbigliamento sportivo:

Tutti questi casi imprenditoriali hanno in comune il fatto che la costituzione delle aziende di produzione e commercializzazione è avvenuta dopo che il tennista in questione aveva finito la carriera sportiva, sfruttando nel caso di Lacoste e Perry una fama già acquisita, ma ristretta solo a livello degli appassionati. Queste marche, seppur non più dominanti, sono ancora presenti al giorno d’oggi:

  • Lacoste può ancora vantare la sponsorizzazione di tre giocatrici e cinque giocatori tra i primi 50 dei rispettivi ranking, tra cui i recenti finalisti dell’Australian Open, Djokovic e Medvedev
  • Fred Perry si è rivista nel 2009 come sponsor di Andy Murray e dal 2019 organizza un importante torneo giovanile nel Regno Unito
  • Sergio Tacchini è riapparso recentemente come sponsor tecnico, dopo aver dominato le sponsorizzazioni dei tennisti durante gli anni ‘80.

Come per Lacoste e Fred Perry, parliamo di un marchio fortemente ancorato al contesto nazionale. Immaginiamo un adolescente di nome Ubaldo sguainare i suoi dritti nella Firenze degli anni ‘60, indossando una maglietta Fred Perry o Lacoste e leggendo le gesta dei migliori tennisti dell’epoca su “La Nazione”. Come tanti altri giovani, si identificava nelle loro vittorie, raccontate attraverso la radio prima e la televisione poi, con il corredo delle foto illustrative dei giornali.

GLI SPONSOR CONTEMPORANEI

Ancora oggi, il maggior numero di sponsorizzazioni di un tennista riguarda abbigliamento e accessori sportivi:

Figura 1 – Sponsorizzazioni di tennisti professionisti per settore merceologico luglio 2019 – Statista

La distribuzione delle marche è cambiata, tuttavia, come si nota considerando i primi 30 giocatori del mondo in entrambi i circuiti:

Figura 2 – Fonte: scoreandchange.com – marzo 2020

Quindi cosa è cambiato? Semplicemente le variabili di contesto (esterne ed interne) sono diverse, e c’è una maggiore consapevolezza da parte degli sportivi di successo del valore della loro immagine. L’ambiente esterno è costituito dai fattori apparentemente più lontani dall’azienda, tra cui ricordiamo tecnologie, tendenze demografiche e sociali, questioni economiche, legislazione politica, preoccupazioni naturali e sostenibili. L’ambiente interno è costituito da variabili più vicine, quali: risorse, competenze, capacità di fornire servizi, cultura orientata al cliente, prestazioni dei reparti, fornitori e outsourcing, sponsorizzazioni, canali di marketing (punto di vendita, società finanziarie, società di comunicazione) e pubblico. Queste variabili confluiscono nella matrice SWOT (Strength-punti di forza; Weakness-punti di debolezza; Opportunities-opportunità; Threats-minacce), che a sua volta confluisce nel piano di marketing, consentendo agli esperti di mitigare i rischi, migliorando l’efficienza dei processi e l’efficacia delle decisioni delle attività di marketing.

La strategia pubblicitaria e di marketing si è evoluta negli ultimi 30 anni, e nessuna tattica che le aziende e le organizzazioni utilizzano per raggiungere i consumatori ha subìto più trasformazioni della sponsorizzazione sportiva. Nei decenni passati, i dirigenti pubblicitari potevano acquistare grandi quantità di spazi pubblicitari sulle reti televisive e bombardare gli spettatori con gli spot. La formula era semplice: vinceva chi spendeva di più. Oggi, tuttavia, poiché i consumatori guardano meno la televisione e la selezione delle opzioni di visualizzazione è aumentata in modo esponenziale, i brand sono costretti a frazionare la spesa pubblicitaria per trovare nuovi modi di coinvolgere potenziali clienti. Ci sono voluti anni di magri introiti per rendersi conto che il semplice pagamento del proprio logo per apparire accanto a quello di una squadra sportiva professionale, l’acquisto di pubblicità televisiva o la pubblicità negli stadi durante le partite non forniscono più lo stesso rendimento di un tempo.

Dunque, se la nozione di ottenere un elevato ritorno sull’investimento dalle campagne pubblicitarie tradizionali è quasi morta, le aziende come possono ottenere successo per i propri marchi di fronte ai consumatori? Bisogna fare leva sulle passioni dei clienti e promuovere le relazioni di marca: le collaborazioni oggi hanno lo scopo di migliorare l’esperienza del consumatore o dell’appassionato e si basano sulla costruzione di punti di connessione rilevanti tra atleta e marchio aziendale rappresentato.

Oggi assistiamo al proliferare di marchi personali, come quelli riportati qui sotto. Normalmente costituiscono dei sotto-marchi, con delle debite eccezioni come quella di Roger Federer, capace di riacquistare la sua RF dopo una lunga battaglia legale con Nike. I brand auto-referenziali sono solo la punta dell’iceberg di una strategia di costruzione di un marchio per una carriera lunga e di successo al di fuori dello sport. Anche dopo che la carriera sportiva di un atleta è finita, molti portano con sé il loro marchio personale, proprio come Michael Jordan:

STRATEGIE

Le distanze tra appassionati e campioni dello sport si sono assottigliate, visto che social media e web contribuiscono a creare coinvolgimento emotivo e fidelizzazione, unitamente ai canali tradizionali. Tendenzialmente si possono osservare alcune regole nella costruzione di una forte marca identitaria:

  1. Creare coerenza tra personalità, valori dell’atleta e personal brand. È importante creare una storia personale che metta l’atleta in una luce autentica, che non sia troppo lontana dalle sue caratteristiche e dal suo marchio personale. Non bisogna creare una discrepanza tra la tua storia reale e l’immagine che si intende comunicare all’esterno. Quindi bisogna sempre controllare che la narrazione personale sia allineata con il nucleo dell’essere persona.
  2. Utilizzare il social marketing e promuovere cause filantropiche. La manifestazione dell’altruismo degli sportivi si manifesta in cause dove esistono forti disuguaglianze. Atleti che sinceramente cercano di aiutare a risolvere anche un piccolo problema non saranno investiti solo dei meriti della positività alla risoluzione del problema stesso, ma beneficeranno anche di un impatto significativo sul loro marchio personale e sul loro posizionamento.
  3. Controllare il marchio personale nel dettaglio. Quando non si trascurano le minuzie, diventa possibile pensare alla formazione di strategie di pubbliche relazioni davvero interessanti per lo sviluppo del brand che possono rivolgere messaggi a segmenti ristretti di professionisti, con i fan ordinari che potrebbero non esserne nemmeno consapevoli.
  4. Selezionare gli strumenti adeguati ad interagire con ciascuno dei segmenti importanti del pubblico di destinazione. Nella maggior parte dei casi, durante la costruzione dei marchi degli atleti ci si limita ad una serie standard di canali e strumenti. Ad oggi risulta sufficiente per portare il proprio marchio personale al vertice, poiché in realtà nessuno sta cercando di ottenere di più nello sport, ma nel prossimo futuro non sarà abbastanza, date le enormi pressioni competitive. Pertanto, si rende necessario investire l’80% in più per ottenere il 100% reale. Il mondo che ci circonda si sviluppa rapidamente e si deve lavorare al meglio per trovarsi meritatamente al suo interno.
  5. Ogni azione deve essere inquadrata con il posizionamento del marchio personale. Un atleta che ha visibilità globale deve porre attenzione a qualsiasi azione personale, dato che questa è rilevante per il posizionamento del suo marchio, costruito attorno alla sua personalità e convinzioni individuali, in modo che il cambio risulti naturale nei momenti di crisi.

I MARCHI PERSONALI DEI TENNISTI

Al fine di riscontrare le caratteristiche sopra descritte è stata condotta una piccola ricerca empirica sui siti personali e sulle iniziative filantropiche dei Fab Four. Di seguito sono riassunte le loro vendite in relazione alle loro fondazioni o accademie:

Pur non disponendo di una fondazione o di una collezione di abbigliamento con il marchio personale, Sir Andrew Barron Murray è coinvolto in differenti iniziative filantropiche. Tanto Murray quanto Djokovic hanno icone di connessione a Sina Weibo, un sito di microblogging cinese, che di fatto è un ibrido fra Twitter e Facebook, ed è uno dei siti più frequentati in Cina. L’approccio numerico di Djokovic con i social è peraltro molto originale, dato che nel suo sito è presente un contatore che somma tutti i suoi tifosi sparpagliati per i vari canali social, riportando gli ultimi tweet:

La concezione di Nadal della relazione con i suoi fans è invece più tradizionale, annoverando una sorta di bacheca virtuale con numerose foto scattate in compagnia dei suoi devoti seguaci. Sulla stessa linea di Nadal troviamo Federer, che usa i canali classici, ovvero FB, Instagram e Twitter, con una galleria di foto storiche degli incontri disputati nelle sue stagioni da professionista. Ricordiamo comunque che anche altri tennisti come Stan Wawrinka, Stefanos Tsitsipas, Marco Cecchinato, e più recentemente Jannik Sinner (come riportato da Ubitennis), hanno optato per la costruzione di un marchio personale, con la finalità di migliorare la strategia di comunicazione e marketing.

CONCLUSIONI

Perché il personal branding sta diventando sempre più comune? Se guardiamo a chi è già in possesso di un marchio, la risposta è strettamente legata al business dello sport professionistico ed è semplicemente la capacità di un atleta di generare un ritorno dalla propria immagine. Analizzando il concetto con spirito critico e tenendo a mente l’obiettivo di massimizzazione delle entrate monetarie per uno sportivo durante la sua breve carriera, ci sono tre motivazioni alla base nella costruzione di un “marchio personale sportivo” che sono:

  • Efficienza
  • Paura e rilevanza
  • Livello di importanza, che cambierà a seconda di dove si trova un atleta professionista nella sua carriera.

Se a inizio o a metà carriera un marchio personale o un logo di supporto sono forme di coinvolgimento efficiente di aziende sponsorizzatrici, perché si indicano i valori che un atleta possiede e che un marchio potrebbe sfruttare attraverso l’affiliazione, man mano che lo sportivo si avvia verso il crepuscolo della sua carriera professionistica, la motivazione diventa paura e rilevanza o, più precisamente, la paura di non essere più rilevanti.

Le capacità dell’atleta professionista stabiliranno naturalmente un certo posizionamento nella mente degli stakeholders, ma coltivare attivamente nel tempo un posizionamento, derivato da questa capacità, è un’impresa strategica che richiede non solo un cambiamento nella mentalità di un individuo, ma, soprattutto, un cambiamento nella cultura manageriale per incoraggiare gli sportivi a pensare a lungo termine e oltre l’immediatezza della loro abilità fisica.

Coltivare il benessere mentale e fisico di uno sportivo professionista è il lavoro di un manager o un allenatore, ma quando si tratta di pensare al dopo molti atleti sono tristemente impreparati. Un atleta ritirato proverrà da un mondo dove tutto ruota attorno a lui e approderà a un altro in cui rapidamente perde attenzioni. Pertanto, un forte riconoscimento del marchio produrrà opportunità per gli atleti durante la loro carriera, e una volta che avranno smesso di giocare l’efficacia con cui hanno definito, posizionato e costruito la loro immagine e i loro valori avrà un impatto sulle loro prospettive future. Se rinviano troppo la anzidetta definizione del loro marchio, la mancanza di rilevanza che temono così tanto minerà il valore che offrono alla società, in cui distinguersi richiede ben altro che un logo.


Le fonti web consultate per questo articolo includono: 
How to develop an athlete’s personal brand – 2018
Personal Branding; it’s more than just a logo – 2018
Sport Marketing & Storytelling di Ferdinando Scognamiglio Capitoli 1 e 2 – 2018

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Coppa Davis

Fine anno da dimenticare per Djokovic. Fiducia incrinata per l’incerto 2022?

Tutti falliti, dopo agosto, i 4 obiettivi che voleva centrare. Ma… “Non rimpiango di aver giocato i tornei dopo Wimbledon”. Australia sì o no? Ogni decisione provocherà pesantissime critiche

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Novak Djokovic - Coppa Davis 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Repetita iuvant, anche se possono annoiare. La Croazia di Gojo, di Mektic e Pavic – sì, più di loro tre che del n.1 Marin Cilic – è in finale dopo aver battuto la Serbia del n.1 del mondo Novak Djokovic che da solo non è riuscito a rimediare alle insufficienti prestazioni del n.2 Lajovic nonché a quelle del partner di doppio improvvisato, Krajinovic, mostratosi nell’occasione decisamente modesto e di gran lunga il peggiore dei quattro scesi in campo nel doppio decisivo fra croati e serbi. Davanti a 6.854 spettatori paganti – non pochi per un match fra serbi e croati giocato nella Madrid Arena di Casa de Campo capace di contenerne 12.000 – Mektic e un superbo Pavic hanno concesso una sola palla-break a Djokovic e Krajnovic, una più di quante ne avevano concesso a Fognini e Sinner. In diverse occasioni Djokovic è stato letteralmente preso a pallate.

Repetita iuvant, dicevo sopra, perché ricopio pari pari una delle frasi iniziali, se non proprio il… “comincio”, di quel che scrissi la sera in cui Novak perse a Torino nelle semifinali ATP con Sascha Zverev (che l’indomani avrebbe battuto anche Medvedev) ora che ha perso anche la chance di conquistare un’altra Coppa Davis. Per Djokovic che è n.1 a fine anno per 7 degli ultimi 10 anni!, questo resta un anno fantastico, campione di tre Slam con una finale raggiunta nel quarto. Non c’è tennista al mondo che non sognerebbe un’annata così, perfino Federer e Nadal che sono abituati a sognare in grande.

Tuttavia tutti i grandi traguardi che Novak aveva dichiarato di voler raggiungere dopo aver trionfato a Wimbledon sono clamorosamente sfumati, proprio falliti anzi: 1) l’oro olimpico a Tokyo (che mai più potrà essere da lui raggiunto: a Parigi per i Giochi 2024 avrà 37 anni… d’altra parte non ce l’ha fatta neppure Federer a conquistare l’oro in singolare, mentre il Ringo Starr dei Beatles della racchetta, Andy Murray si è preso una gran rivincita vincendone due! Nadal si è accontentato di un oro in singolo e un altro in doppio, alla faccia di chi non lo considera eccellente volleador), 2) il Grande Slam 3) il sesto Masters ATP per eguagliare i sei successi di Federer 4) la Coppa Davis per la sua amata Serbia e… a seguito di una sconfitta patita proprio con i rivali… più rivali, i croati!

 

In Serbia, anche se Novak che ha per coach il croato Goran Ivanisevic, è una sconfitta che brucia più che se fosse venuta con tennisti di qualsiasi altro Paese. E per tutte queste vicende di record sfiorati ma mancati, chi conosce bene Novak Djokovic se lo immagina più dispiaciuto del finale d’anno che contento di tutto il resto della stagione. Una situazione, forse, assimilabile – sia pur un poco alla lontana – con quella del tennis italiano che ha sì vissuto un’annata straordinaria a conclusione di un epico miniciclo di 11 tornei vinti dall’aprile 2019 con 13 finali raggiunte da più azzurri, ma proprio alla fine si ritrova però un po’ la bocca amara per l’infortunio di Matteo Berrettini che ci ha privato di un grande protagonista nelle prime finali ATP “torinesi” e poi per la successiva evitabilissima sconfitta con la Croazia di Gojo e soci.

Vedere la Croazia capace di battere anche la Serbia, e più o meno con lo stesso doloroso andamento che avevamo sofferto noi italiani a Torino quando credevamo che della Croazia avremmo fatto un solo boccone, ci ha fatto doppiamente male. Gojo ha battuto anche Lajovic dopo essere stato ben indietro all’inizio. Con Lorenzo era stato indietro 4-1 e palla del 5-1. Con Lajovic è stato indietro di un set. I nostri rimpianti per quel che poteva essere e non è stato sono cresciuti a dismisura. Temo che a Lorenzo Sonego fischieranno le orecchie per un bel po’ anche se Gojo battendo uno dopo l’altro il n.63 Popyrin, lui n.27 e poi Lajovic n.33, lo ha forse consolato un po’ e contribuito a cicatrizzare in parte una ferita difficile da rimarginare.

Ho tentato in tutti i modi di far dire a Novak Djokovic quali fossero le sue prossime intenzioni, dopo che aveva anticipato: “Userò i prossimi giorni per recuperare e dimenticare il tennis. Sono davvero stanco per questa stagione, preferisco restare un po’ in famiglia nel modo migliore e poi vedremo che cosa porterà il futuro”.

Non rassegnato a lasciar perdere allora io gli ho detto: “Beh, Novak sappiamo che non ti vedremo più quest’anno… e allora ci piacerebbe sapere almeno quando ti rivedremo l’anno prossimo. Intuisco che non lo dirai stasera, ma almeno potresti dirci se esista una dead line, e quando sarebbe. Così ci prepariamo…”

Tutto ciò l’ho detto sapendo benissimo che era un tentativo destinato a fallire. Quelle risposte non le avrei mai avute. Riuscire a farlo sorridere, nel momento immediatamente successivo a una sconfitta con i croati, era già qualcosa. Ha sorriso e, sorridendo comprensivo: “Ubaldo…verrai informato. Lo so che cosa vuoi, ma non ti darò una risposta questa notte. So che cosa mi vuoi chiedere. Ma te lo dirò. Questa è la sola cosa che posso dirti e non posso darti alcuna data. Naturalmente l’Australia è dietro l’angolo, quindi lo saprai molto presto…”

E io: “Magari prima di Natale…” ridendo. E lui per tutta risposta: ”Merry Christmas!”.

Un paio di minuti prima gli avevo chiesto se, per quanto tutti i giocatori del mondo avrebbero voluto essere al posto suo, con 3 vittorie in altrettanti Slam nel primo semestre dell’anno – l’avevo premesso per addolcirgli la pillola e metterlo in buona… sono vecchie tecniche pre-interviste – non avrebbe desiderato chiudere il suo magnifico 2021 a agosto, cioè prima delle Olimpiadi, dell’US Open, delle Finali ATP, della Coppa Davis. “Paradossalmente un grande anno è finito male… ma questo è lo sport, capisco che non è un bel momento questo per ricordatelo… ma come reagisci?”

Djokovic: “La stagione finisce oggi e quindi non rimpiango di aver giocato alcun torneo dopo le date che hai ricordato. Ho dato il mio massimo per la mia nazionale. Per me è importante e anche per tutti noi. Una vittoria in singolare non basta. Questa competizione è crudele perché devi vincere ogni match che giochi e anche ogni set perché conta. Ci siamo qualificati come secondo team del gruppo, abbiamo giocato i quarti, le semifinali… non mi pento di nulla. Si cerca di imparare delle lezioni da momenti come questi. Anche se fanno male a me personalmente e alla squadra. Sono comunque le migliori opportunità per diventare più forti, per crescere a svilupparsi anche per diventare persone e giocatori migliori. Ci sono molte cose che possiamo fare per migliorare individualmente e come squadra. Ma l’obiettivo è sempre andare avanti in Coppa Davis perché tutti ci teniamo a giocare per questa squadra e il nostro Paese”.

Riferito alcune delle frasi dette da Nole – e altre le leggerete a parte – resta valido il discorso accennato dopo Torino e la sua sconfitta, anzi la serie delle sue sofferte sconfitte che hanno bocciato tutti i suoi obiettivi dichiarati dacché aveva vinto Wimbledon e il 20mo Slam. Non c’è stato neppure l’atteso sorpasso a Federer e Nadal, sebbene loro si fossero fermati. Avrebbe potuto essere una situazione ideale. Ma Novak a New York è stato bloccato dall’eccesso di tensione e… dalla gran giornata di Medvedev. Adesso, se Nole non andasse in Australia – davvero non c’è stato verso di capire qui a Madrid se pensa di andarci alla fine oppure no; forse Ubitennis nei prossimi giorni potrebbe organizzare un sondaggio fra voi lettori: Djokovic andrà in Australia o no? Che ne dite? – il rischio di vedersi sorpassare da Rafa Nadal nel conto degli Slam, potrebbe essere realistico. Vero che Djokovic ha vinto l’ultimo Roland Garros, ma secondo voi è facile considerare Rafa sfavorito a Parigi dopo 13 Roland Garros trionfali solo perché ha perso l’ultimo?

L’altro quesito che mi pongo e vi pongo è di natura psicologica. Checché possa dire oggi Novak, queste ultime sono state brutte e pesanti botte alla sua innata fiducia. Prima Medvedev a New York e poi Zverev a Torino confermando quella che poteva essere stata una giornata di straordinaria follia giapponese – a Tokyo Nole vinceva 6-1 3-2 con break prima di perdere 10 game dei successivi 11; dai non fu normale! Non fu solo merito di Zverev, Nole divenne improvvisamente l’ombra di se stesso – lo hanno messo alla frusta, lo hanno dominato come non gli era capitato da tempo e gli hanno certamente insinuato dei gran dubbi: “Sono ancora o non sono più il più forte tennista del mondo? Non starò mica improvvisamente accusando anch’io il peso degli anni, che sono 34 e mezzo e non così pochi anche se ho un fisico bestiale, come è accaduto prima a Roger e poi a Rafa?”.

Questi dubbi all’interno della sua testa sono certamente più importanti di quelli che magari aleggiano nella testa di quella parte dell’opinione pubblica che attribuisce questi falliti obiettivi della seconda metà della stagione di Novak alla crescita competitiva dei suoi più giovani rivali. In particolare Medvedev e Zverev, senza dimenticare Tsitsipas che aveva vinto i primi due set nella finale del Roland Garros. Ma ho già sentito dire a diversi addetti ai lavori che Novak sarebbe vittima anche di un calo fisico. Non solo non ha fatto che dire, ultimamente, di essere molto stanco, sebbene dopo l’US Open si fosse preso un lungo break per ritemprarsi. Ma negli scambi più prolungati sia con Medvedev a New York sia con Zverev a Torino, è stato visto perderne la maggior parte e addirittura boccheggiare. Poi è insorto pure il discorso mentale. Forse, per un tipo come Novak, l’aspetto mentale è preponderante.

Di sicuro, se queste appena accennate fossero solo supposizioni, c’è che i suoi migliori inseguitori non lo temono più. Lo affrontano spavaldi, convinti di poterlo battere. E anche questo atteggiamento pesa. Ha pesato e ancor più inciderà sui possibili suoi risultati futuri. Ciò detto, mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, ma i primi mesi del 2022 saranno tosti per Djokovic. Più di sempre.

Intanto perché vada o non vada in Australia qualunque sua decisione solleverà un mare di polemiche. Se andrà sottoponendosi pubblicamente al vaccino verrà probabilmente accusato o di essersi piegato ai diktat del Governo dello Stato di Victoria o, chissà, di mancata coerenza con le sue dichiarazioni di… indipendenza. Per i no vax sarà un brutto colpo. Soprattutto in Serbia sono tanti che non si sono vaccinati, persuasi dall’atteggiamento del carismatico Novak. Se invece non andrà forse gli altri tennisti non si dispiaceranno troppo – anzi, avranno un forte concorrente in meno – ma potrebbero mettere in discussione le sue pretese di leadership, con o senza PTPA, quando il 90% di tutti i tennisti ritiene invece giusto vaccinarsi e giocare regolarmente a Melbourne (e, per chi può, anche in ATP Cup).

E che farebbe poi Novak per Indian Wells e Miami se anche per giocare in California e Florida valessero le stesse regole dello stato di Vittoria? Giorni fa Nole aveva detto: “Wait and see”. Aspettiamo e vediamo. Ma ora mi sa che il tempo dell’attesa sia quasi scaduto.

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Coppa Davis

Coppa Davis, semifinale: Croazia-Serbia, un ‘derby’ per conquistare la finale (ore 16)

Djokovic nettamente favorito contro Cilic, ma se si arrivasse sull’1-1 il doppio croato potrebbe fare la differenza. Decisivo il primo singolare? Chi schiereranno i due capitani? Gojo o Serdarusic? Lajovic, Krajinovic o Kecmanovic?

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Marin Cilic - Coppa Davis 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

A Madrid (ore 16, diretta Supertennis) va in scena la prima semifinale della Coppa Davis edizione 2020/2021 (visto che l’anno scorso causa Covid non si giocarono le Finals). Di fronte Croazia e Serbia, in una sorta di derby della ex Jugoslavia intriso di tanti significati, soprattutto politici.

Da una parte il numero 1 del mondo Novak Djokovic, con al suo fianco un buon doppista, Nicola Cacic (nr.36 della specialità) e tre buoni singolaristi: Dusan Lajovic (nr. 33 ATP), Filip Krajinovic (nr. 42) e Miomir Kecmanovic (nr. 69), oltretutto schierati tutti e 3 da capitan Troicki nelle tre sfide sini qui giocate dalla Serbia. Dall’altra parte invece la Croazia ha in Marin Cilic il suo leader, due singolaristi di mediocre valore (sulla carta) quali Nino Serdarusic e Borna Gojo (una delle sorprese di queste Finals) posizionati ben oltre la posizione nr.200 del ranking, e poi la migliore coppia di doppio possibile, i numeri 1 del mondo Nikola Mektic e Mate Pavic.

È chiaro che se dovessimo ragionare sulla base dei valori assoluti e tenendo conto dei precedenti tra i tennisti che scenderanno in campo, la Serbia la dovrebbe chiudere dopo i due singolari. Perché uno dei tre singolaristi serbi dovrebbe facilmente avere la meglio su Gojo o Serdarusic e perché Djokovic ha battuto 17 volte su 19 Cilic e non si vede perché non dovrebbe farlo a Madrid dove oltretutto il numero 1 croato non è che abbia convinto più di tanto, portato al terzo set da De Minaur nella sfida con l’Australia e battuto poi dal giovane ungherese Piros e dal nostro Jannik Sinner.

 

Ma non ci stancheremo mai di dirlo, la Davis (al di là del format) è sempre la Davis e i valori della classifica non contano niente. Basti pensare a ciò che ha fatto Borna Gojo, sfrontato quanto mai una volta in campo, che non solo ha battuto l’australiano Alexei Popyrin, ma si è poi ripetuto contro il nostro Lorenzo Sonego, che giocava in casa e quindi aveva anche il tifo dalla sua. È abbastanza scontato che laddove nel primo singolare (quello tra i numero 2) avesse la meglio la Croazia la sfida assumerebbe tutt’altra storia, perché, come detto, con Metkic/Pavic in campo i croati diventerebbero favoriti per la conquista della finale.

La Croazia ha vinto due volte la Coppa Davis, nel 2005 battendo in finale in trasferta la Slovacchia (eroi di quell’impresa un quasi perfetto Ljubicic che perse solo l’ultimo singolare della finale in quell’edizione, e Mario Ancic, con Goran Ivanisevic convocato per la storia proprio nella finale da Niki Pilic) e nel 2018 battendo la Francia anche in quell’occasione a domicilio (Marin Cilic sugli scudi). La Croazia ha invece perso in casa la finale del 2016, quando Juan Martin del Potro e Federico Delbonis rimontarono dall’1-2 nell’ultima giornata battendo rispettivamente proprio Marin Cilic e il redivivo (per la Davis croata) Ivo Karlovic che però si sciolse come neve al sole sul 2-2.

La Serbia invece va alla ricerca della terza finale della sua storia. La prima coincise con l’unica vittoria serba quando nel 2010 Djokovic e Troicki rimontarono in un ambiente caldissimo la Francia a Belgrado che era avanti 2-1 dopo il doppio. I serbi vinsero gli ultimi due singolari senza perdere nemmeno un set. Fu invece un’amara sconfitta quella del 2013, quando contro la Repubblica Ceca di Stepanek e Berdych sul punteggio di 1-1 il capitano serbo Bogdan Obradovic preferì tenere a riposo Novak Djokovic per schierare Bozoljiac e Zimonjic andando incontro a una sconfitta netta contro la coppia ceca Stepanek/Berdyck. E chiaramente il risultato del doppio pesò sulla sfida perché nell’ultimo singolare Radek Stepanek umiliò letteralmente Dusan Lajovic per il 3-2 finale. Famosa in quell’occasione la battuta di Tomaz Berdych nella conferenza stampa post-doppio, “i serbi hanno tenuto la Ferrari nel garage” riferendosi alla mancata presenza di Nole nel doppio.

Tra Croazia e Serbia i precedenti sono due e sono stati vinti entrambi dalla Serbia. Il primo nel 2010 fu giocato a Spalato, valevole per i quarti di finale e vinto dalla Serbia 4-1. Si giocò sul veloce in un ambiente infuocato. Nel primo singolare, tra Ljubicic al passo d’addio e Novak Djokovic, nei primi scambi successe di tutto e ci pensò proprio il tennista croato a placare gli animi prendendo il microfono dal giudice di sedia ed invitando il pubblico a non disturbare oltremodo il gioco. Nole vinse nettamente ma alla fine i due tennisti si scambiarono la maglietta compiendo un gesto davvero ammirevole. Cilic siglò l’1-1 battendo Troicki, ma la vittoria del doppio serbo composto da Zimonjic e Tipsarevic spianò la strada ai serbi che con Djokovic il giorno dopo chiusero subito la pratica.

Nel 2015 invece si giocò a Kraljievo ed era il primo turno della manifestazione. La vittoria serba fu netta (5-0) anche perché Cilic era assente e il solo Borna Coric potè ben poco, sconfitto in 5 set da Viktor Troicki che rimontò da uno svantaggio di due set a zero e sancì praticamente la sconfitta croata vista la vittoria di Djokovic su Amer Delic nel primo singolare.

La Croazia è arrivata a questa semifinale da imbattuta nonostante i colpi a vuoto di Marin Cilic, forte come detto di un doppio di assoluto valore. La Serbia invece è risultata una delle migliori seconde, dopo essere stata sconfitta dalla Germania nel girone eliminatorio e aver sofferto non poco contro il Kazakistan nei quarti, dove Djokovic e Cacic l’hanno spuntata solo al terzo set nel doppio decisivo sull’1-1.

I due numeri 1 si sono affrontati come detto ben 19 volte con Nole in vantaggio nei precedenti 17-2. Cilic ha battuto Nole due volte di seguito, a Parigi-Bercy nel 2016 e sull’erba del Queen’s nel 2018. Non si affrontano dal 2019. Gojo e Serdarusic non hanno mai incontrato Lajovic, Kecmanovic o Krajinovic. Quindi l’effetto sorpresa croato potrebbe manifestarsi tranquillamente. In stagione Gojo e Serdarusic non hanno alcun risultato di rilievo nel circuito mentre tra i 3 potenziali numeri 2 serbi il migliore è stato Krajinovic che ha fatto finale ad Amburgo e semifinale a Sofia. Inutile parlare dei successi di Pavic e Mektic che oltre a vincere 8 titoli nell’anno si sono anche laureati campioni olimpici a Tokyo. Per Cacic dall’altra parte solo un titolo, vinto a Buenos Aires in coppia con il bosniaco Tomislav Brkic con il quale fa coppia fissa nel circuito. Inoltre insieme hanno anche perso 4 finali nel corso del 2021.

A conti fatti la Serbia è favorita ma il margine d’errore è minimo, perché fallire la vittoria nel singolare tra i numeri 2 equivarrebbe a giocarsi tutto nel doppio e farlo contro Mektic e Pavic sarà impresa davvero improba (noi ne sappiamo qualcosa).

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Coppa Davis

Coppa Davis, Rublev e Medvedev non brillano, ma portano la Russia in semifinale contro la Germania

Rublev, a un passo da vincere in due set, spegne la luce e si fa trascinare al terzo. Medvedev fa il minimo indispensabile e sigla il 2-0 definitivo

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Daniil Medvedev - Finale Coppa Davis Madrid 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Russia b. Svezia 2-0

Sarà la RTF ad affrontare la Germania in semifinale. Né Andrey Rublev, né Daniil Medvedev hanno offerto prestazioni brillanti, ma le loro versioni pur appannate sono state sufficienti per regolare le velleità dei due fratelli Ymer, Elias e Mikael, ed eliminare la Svezia di capitan Robin Soderling.

A. Rublev b. E. Ymer 6-2 5-7 7-6(3)

 

Balbettando, senza brillare affatto, ma Andrey Rublev porta il primo punto alla Russia sconfiggendo Elias Ymer in tre set. Il russo si è fatto trascinare al parziale decisivo dopo essere stato a due punti dal vincere in meno di un’ora. Rublev è apparso discontinuo e nervoso per tutta la partita, ma ha avuto il pregio di gestire bene il tiebreak decisivo, limitando gli errori e giocando in sostanza come imporrebbe il suo ranking e il suo status di giocatore affermato. Dato il suo rendimento altalenante delle ultime settimane e in particolare in queste Davis Cup Finals non è improbabile che in un’eventuale semifinale Tarpishchev decida di schierare Aslan Karatsev al suo posto.

IL MATCH – Nel primo set, dopo aver fronteggiato una palla break nel quarto game, Rublev cambia marcia e Ymer non riesce a stargli dietro. Il parziale si chiude con un netto 6-2 dopo appena ventisei minuti. Nel secondo set si intravedono subito alcuni segnali negativi da parte del russo, che si mette nei guai da solo e si trova a fronteggiare tre palle break di fila. Rublev le annulla tutte con grande freddezza e ottiene a sua volta una palla dell’1-1, ma poi vanifica tutto con un attacco sbagliato (seguito una volée timida) e poi completa la frittata con due drittacci sbagliati. Ymer non ha il tempo di tirare un sospiro di sollievo che subito il suo avversario piazza un parziale di otto punti a uno, ristabilendo subito la parità. Rublev va a fiammate ma queste sembrano bastare perché Ymer non pare in grado di reggere il ritmo del russo da fondo e cede il turno di battuta. Al momento di servire per il match sul 5-4 però Rublev commette due errori gravi col dritto e concede una palla break, che Ymer si prende con grande coraggio al termine di uno scambio condotto alla perfezione. Lo svedese tiene a zero il servizio e poi accoglie benevolmente gli ulteriori gratuiti del russo che lo traghettano verso un insperato terzo set. Rublev lascia sfogare tutta la propria frustrazione e tira una violenta pallata verso il tabellone luminoso a fondocampo danneggiandolo (rimarrà un rettangolino verde appena sotto il nome dello sponsor Rakuten).

Andrey Rublev – Finale Coppa Davis Madrid 2021 (Photo by Mateo Villalba / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Nel parziale decisivo, Rublev gioca in maniera ancora più confusa e oscillante, mentre Ymer sembra carico e galvanizzato dall’inaspettato ribaltamento di fronte. Tuttavia i valori tecnici in campo sono nettamente su livelli diversi e quando il russo riesce a non farsi prendere dalla frenesia, Ymer fa fatica. Sul 3-3, Rublev ottiene tre palle break di fila, ma Ymer risale a suon di vincenti (si segnalano in particolare due pregevolissime soluzioni col rovescio lungolinea). Lo svedese annulla con un ace anche una quarta chance, figlia di un gran rovescio di Rublev, e sale 4-3. Il russo si procura altre tre chance sul 4-4, ma anche queste scivolano via una dopo l’altra. Si approda dunque al tiebreak, nel quale però il numero cinque del mondo riesce a mettere in ordine i frammenti sparsi del proprio gioco. Il primo minibreak arriva già nel terzo punto al termine di uno scambio durissimo, il secondo sul 5-3 su un rovescio largo di poco di Ymer. Stavolta Rublev non trema e chiude al primo match point, consegnando a Medvedev la chance di mettere in cassaforte la vittoria del tie.

D. Medvedev b. M. Ymer 6-4 6-4

Daniil Medvedev si prende il punto decisivo e garantisce alla RTF il passaggio alle semifinali, superando in due set Mikael Ymer. Il russo ha servito male (ben nove doppi falli, più degli ace che sono stati otto) e in generale ha gigioneggiato un po’ troppo, forse tradito dalla consapevolezza di avere un discreto margine tecnico e d’esperienza sull’avversario. Tuttavia a differenza di Rublev è riuscito a evitare le insidie del terzo set, archiviando la pratica con un doppio 6-4 in settantacinque minuti di gioco.

IL MATCH – L’incontro inizia come ci si poteva aspettare con Medvedev a controllare lo scambio e Ymer a inseguire. Il russo manca una palla break nel primo game, ma realizza lo strappo nel terzo, salendo 3-1. Forse conscio della propria superiorità, Medvedev comincia a avventurarsi a rete, spesso senza avere grandi carte in mano, e mette l’avversario nelle migliori condizioni per il passante. Ymer ne approfitta per centrare il controbreak e rientrare in partita. Il russo continua a essere tutt’altro che impeccabile, ma ci pensa Ymer ad aiutarlo a uscire dal torpore, regalandogli di fatto il break prima sbagliando un dritto da metà campo e poi steccandone un secondo nel palleggio. Medvedev prova a complicarsi la vita nuovamente con due doppi falli, ma alla fine tiene il servizio e incamera il primo set.

In avvio di secondo parziale, un Medvedev molto più sciolto si procura abbastanza rapidamente due break di vantaggio, involandosi sul 3-0. Qui il russo ha un altro passaggio a vuoto, cedendo otto punti di fila e restituendo uno dei due break senza che Ymer abbia dovuto fare un granché. A Medvedev però basta premere leggermente sull’acceleratore per ricreare un ampio solco tra sé e l’avversario, che contribuisce non poco con un paio di disastri sotto rete. Sopra 5-2, il russo commette altri due doppi falli (il numero otto e nove della sua partita) e si mastica la palla con la volée, ritrovandosi sotto 0-40 e permettendo nuovamente a Ymer di dimezzare lo svantaggio. Daniil non la prende bene e come il collega Rublev se la prende con le apparecchiature, distruggendo un microfono con una racchettata. Il russo lascia di fatto scorrere via il successivo turno di risposta per concentrarsi sul secondo tentativo di servire per il match: stavolta tutto fila via liscio e la Russia può festeggiare l’approdo in semifinale.

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