Baby Musetti corre veloce in semifinale. Ora Tsitsipas (Crivelli). Musetti cuor di Lione, ora Tsitsipas. E la Gauff ha già stregato Parma (Mastroluca). Musetti, provaci! (Bertellino). L'Italia del tennis secondo Cané (Facchinetti)

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Baby Musetti corre veloce in semifinale. Ora Tsitsipas (Crivelli). Musetti cuor di Lione, ora Tsitsipas. E la Gauff ha già stregato Parma (Mastroluca). Musetti, provaci! (Bertellino). L’Italia del tennis secondo Cané (Facchinetti)

La rassegna stampa del maggio 2021

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Baby Musetti corre veloce in semifinale. Ora Tsitsipas (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Esce Sinner? Tranquilli, rimedia Musetti. Jannik perde una partita che sembrava ampiamente alla sua portata? Nessun problema: il giorno dopo Lorenzo con la sfrontatezza dei suoi 19 anni stende lo sloveno Bedene in due set e a Lione si regala l’incrocio con il greco Tsitsipas per un posto in finale […]. Precoci Sinner, classe 2001, in carriera vanta già due titoli (Sofia e Melbourne 1) e ha battuto parecchi record di precocità. Musetti, nato nel 2002, è sulle sue orme: grazie alla vittoria di ieri Lorenzo, che ha 19 anni e 2 mesi (è il più giovane giocatore fra i primi 100 del mondo), come minimo salirà al numero 76, suo best ranking. Per fare un paragone, Jannik alla stessa età era numero 43. Non molto avanti. Insomma, anche Musetti più che una promessa è ormai una solida realtà. Come dimostrato ieri in un match in cui ha avuto si il solito calo di concentrazione nel secondo set, ma che comunque è riuscito a portare a casa senza problemi grazie alle variazioni di gioco e ai cambi di ritmo che hanno messo in difficoltà Bedene. Il primo set è andato sul velluto, nel secondo Musetti era sotto 5-2, ha rimontato fino ad andare a servire per il match sul 6-5, ma qui ha perso il servizio, anche per un folle servizio da sotto sulla palla break («Sono un po’ uscito di testa» ha detto ll toscano). Ma al tie-break non c’è stata storia: Lorenzo ha ritrovato il servizio e la palla corta e ha raggiunto la semifinale. Dove ad attenderlo c’è quello Stefanos Tsitsipas autentica bestia nera per gli italiani in questo 2021:5 incroci azzurri con il greco e 5 sconfitte tra cui quella dello stesso Musetti due mesi fa ad Acapulco, sempre in semifinale, nell’unico precedente finito 6-1 6-3. «Stefanos è favorito – dice Musetti – ma io non ho niente da perdere e vado in campo per vincere. Lui è uno dei tennisti più forti ín circolazione e ad Acapulco giocò meglio di me, riuscendo a muovermi molto grazie al suo dritto. Per me fu una partita molto difficile, non riuscii a dare il 100% perché ero molto stanco visto che arrivavo dalle qualificazioni. Stavolta cercherò di giocare in maniera più offensiva». Grandi numeri Musetti oggi giocherà la terza semifinale della carriera, la seconda in questo 2021 in cui sta confermando di essere in costante ascesa. In carriera ha già battuto un top ten (Schwartzman, numero 9, ad Acapulco) ma l’ostacolo Tsitsipas (n. 5) è ancora più alto, anche se non impossibile. L’obiettivo è dare ancora più lustro a una stagione del tennis italiano sempre più luminosa. Solo per restare all’ultimo mese: a Belgrado vittoria di Berrettini, a Barcellona semifinale di Sinner, a Madrid finale ancora di Berrettini e a Roma semifinale di Sonego. Difficile fare meglio.

Musetti cuor di Lione, ora Tsitsipas. E la Gauff ha già stregato Parma (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

 

 […] Così Lorenzo Musetti ha centrato a Lione la terza semifinale ATP in carriera. Giocherà di nuovo contro Stefanos Tsitsipas, numero 5 del mondo, come l’ultima volta ad Acapulco. Sarà un modo per misurarsi, a due mesi di distanza, per testare i progressi, la tenuta fisica ed emozionale. La sua e quella del coach Simone Tartarini, a cui ad ogni partita il carrarino riserva una sessione extra di batticuore. Non ha fatto eccezione il quarto di finale del torneo francese sulla terra battuta che ha vinto 6-3 7-6 contro Aljaz Bedene, sloveno concreto ma senza i guizzi del campione. Nel primo set, Musetti ha dominato con uno schema che ne racchiude l’anima rock, una melodia ripetibile e infinite variazione sul tema: ovvero servizio esterno e mortiera palla corta a seguire. Ma il teenager azzurro paga ancora una giovanile discontinuità. MUSETII SFIDA TSITSIPAS. «Ogni tanto, vado fuori di testa» ha ammesso Musetti, che ha avuto passaggi a vuoto nel secondo set contro Felix Auger-Aliassime e Sebastian Korda nei primi due turni del torneo. Contro Bedene, è andato sotto 2-5, poi è tornato a esprimere un tennis di fiammate improvvise e intense accelerazioni. Va a servire per il match sul 6-5, il coach lo invita a mantenere la calma; lui per tutta risposta appoggia un’inspiegabile volée smorzata a campo aperto, subisce il passante e poi serve da sotto sulla palla break. Ma la confusione dura poco. Musetti sa spesso scegliere la cosa giusta da fare nei momenti di maggiore tensione, senza aspettare l’errore dell’avversario. Altrimenti, non avrebbe vinto tutti i sette tiebreak giocati finora nel circuito ATP. La sfida contro Tsitsipas (diretta SupefTennis dalle 14) servirà anche a mettere alla prova i miglioramenti dal lato del rovescio, evidenti in tutta la settimana di Lione. Lo gioca in scioltezza sia in diagonale sia in lungolinea, in difesa e in transizione, grazie anche a un evidente lavoro fisico che gli consente stabilità e forza negli appoggi con le gambe e con i piedi. Per ora, a 19 anni e 2 mesi, è virtualmente numero 76 del mondo e 29 nella Race, la classifica che considera solo i risultati del 2021. Ma non è l’unico teenager che stupisce questa settimana. GAUFF IN FINALE. Al WTA di Parma, la diciassette Cori “Coco” Gauff ha raggiunto la prima finale sulla terra battuta nel circuito maggiore (e oggi giocherà anche quella del doppio, in coppia con la Mcnally). Testimonial Barilla, di cui un paio d’anni fa visitò gli stabilimenti proprio a Parma, la statunitense ha sconfitto 7-5 1-6 6-2 Katerina Siniakovâ, che aveva eliminato Serena Williams. Dopo la semifinale agli Internazionali BNL d’Italia, Gauff conferma un feeling crescente con la terra rossa, dove il suo tennis cerebrale e il suo fisico resistente riescono ad esaltarsi. «L’Italia mi porta fortuna? Assolutamente si – ha detto dopo la gara di ieri – il pubblico italiano mi sostiene sempre e mi fa sentire a casa. Spero di conquistare il titolo e di divertirli anche in finale». Nella seconda finale in carriera, dopo quella vinta a Linz nel 2019, incontrerà oggi (alle 14.30) la cinese Wang Qiang, che ha battuto in due set Sloane Stephens rimontando da 1-5 nel secondo set.

Musetti, provaci! (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Continua il trend positivo del tennis azzurro che ormai ogni settimana riesce a piazzare qualche suo giocatore almeno in semifinale a livello di massimo circuito. E’ questa la “sette giorni” di Lorenzo Musetti che ha centrato la terza semifinale in carriera, seconda stagionale dopo quella di Acapulco e a soli 19 anni. Per lui lunedì sarà un altro best ranking, l’ennesimo. Primo set dominato contro il solido sloveno già di passaporto inglese Aljaz Bedene, n° 59 ATP, e vinto 6-3. Nel secondo un passaggio a vuoto, logico considerando la ancora relativa esperienza del canarino, poi il risveglio, a suon di colpi e tanta classe, per la chiusura in proprio favore e il sorriso smagliante di fine gara: «Sono orgoglioso per la partita di quarti contro Bedene – ha detto al termine Lorenzo Musetti – soprattutto per essere riuscito a risalire nel secondo set dal 2-5. Un finale pazzesco! Sul 6-5 3030 ho sbagliato una volèe e provato una soluzione strana (servizio da sotto e discesa a rete n.d.r.), a volte mi capita di uscire di senno. Sono tomato focus nel tie-break infilando 5 punti consecutivi dal 2-2». Oggi alle 12 (diretta Supertennis) sarà chiamato al confronto con Stefanos Tsitsipas, n° 5 del mondo e 2 del seeding, che ha disposto nei quarti senza particolari affanni del tennis mancino del nipponico Yoshihito Nishioka. Con il greco, Musetti, che a fine match ha subito ricevuto i complimenti del coach Simone Tartarini, ha già giocato e perso la semifinale 2021 ad Acapulco, sul veloce outdoor: «Stefanos è un gran campione – ha sintetizzato l’azzurro – capace di esprimersi bene su ogni superficie. Entrerò in campo per dare il massimo e utilizzare le mie armi». Terzo semifinalista Khachanov che troverà il vincente di Norrie-Rinderknech. Nell’ATP 250 di Ginevra sarà lotta per il titolo (ore 16) tra Denis Shapovalov, alla terza finale di carriera nel massimo circuito, prima sul rosso, e il norvegese Casper Ruud (nessun precedente tra i due). Il mancino canadese ha sconfitto in un’ora e 41 minuti il qualificato uruguagio Pablo Cuevas, mentre Ruud ha avuto la meglio molto più agevolmente su Pablo Andujar, il “giustiziere” sulla terra rossa elvetica di Roger Federer. Un’ulteriore testimonianza della progressione delle nuove leve, con Shapovalov classe 1999 e Ruud classe 1998. Note giovani che arrivano anche dal WTA 250 di Parma, con la 17enne “Coco” Gauff approdata in finale grazie al successo in tre set contro la ceca Siniakova. L’americana troverà dalla parte opposta della rete la cinese Wang che ha stoppato l’altra statunitense Stephens recuperando dall’1-5 del secondo set. […]

L’Italia del tennis secondo Cané (Alberto Facchinetti, Il Foglio)

Per partecipare all’Atp Bologna Outdoor, Paolo Canè riceve una wild card. Il tennista è nato in città e tutti vogliono vederlo giocare sulla terra rossa di casa. Ha 26 anni, vinto un paio di tornei in singolare e perso altrettante finali. Qui in doppio con Simone Colombo ha già trionfato due volte. Nell’agosto del 1989 si è arrampicato fino alle 26esima posizione del ranking, ora dopo due anni è fuori di un bel po’ anche dai 200, ecco perché gli serve l’invito degli organizzatori per essere presente. Al primo turno Canè sconfigge l’australiano Jason Stoltenberg, al secondo la testa di serie numero sei Javier Sánchez, ai quarti la testa di serie numero 3 Thomas Muster, in semifinale l’americano Jeff Tarango. Arriva in finale senza aver concesso un solo set agli avversari e trova lo svedese Jan Gunnarsson, che si era appena sbarazzato dell’altro bolognese iscritto al torneo Omar Camporese. Trent’anni fa, il 26 maggio 1991, Paolo Canè vince in rimonta, perdendo il primo set, il torneo di Bologna. Da allora l’italiano non è più riuscito a trionfare in un Atp. “No, non potevo immaginare che quello di Bologna sarebbe stato il mio ultimo successo – racconta l’ex tennista al Foglio Sportivo – sono stati pochissimi nella storia quelli che sono riusciti a vincere un torneo Atp partendo come wild card. Io gli stimoli gli avevo sempre a ogni gara, ma quella settimana mi trovavo in condizioni fisiche straordinarie. La svolta c’è stata con la vittoria su Muster. Da lì in poi mi è venuto tutto più semplice. Se Camporese avesse vinto la sua semi ci sarebbe stata una finale tutta bolognese. Omar era giovane, ma giocava già molto bene. Con lui ho vinto tre volte su tre in carriera, ho perso solo agli assoluti italiani. Avevamo due tennis diversi, io giocavo meglio ma lui faceva male, soprattutto sulle superficie veloci era molto esplosivo”. Con Muster Canè aveva un conto in sospeso. Solo un anno prima in Coppa Davis a Vienna aveva resistito all’austriaco per 4 ore e mezza in un match drammatico, ma lo aveva perduto al quinto set. Magro come un chiodo, Canè ha una testa di capelli ricci che gli arrivano ben sotto le spalle, un orecchino e qualche tatuaggio nascosto dal completo bianco. […] Intanto al sesto game della quinta partita di Vienna, al turno di battuta Canè sbaglia la prima. Quindi si avvicina minacciosamente a uno spettatore, che tra una coppa di champagne e l’altra lo sta provocando da un po’, e lo colpisce alla mano con la racchetta. Quando l’italiano si gira per rientrare in campo, il tifoso di Muster gli rovescia addosso il vino rimasto sul bicchiere. Un putiferio. Il capitano Panatta prova a calmare il suo giocatore, intanto fa il gesto con il pollice davanti allo spettatore come a dire “sei ubriaco”. L’uomo dopo un po’ viene portato fuori dalla struttura, il tennista lo accompagna con lo sguardo e gli fa chiaramente capire che lo aspetterebbe volentieri fuori. Da questo momento Canè fatica, Muster si aggiudica così una partita in cui l’italiano è stato a tratti eroico, anche per le precarie condizioni fisiche in cui si trova. “Dopo il 1991 ho avuto parecchi problemi fisici-continua Canè-e spesso ho affrettato il rientro. Inoltre avrei dovuto gestire meglio i momenti no all’interno di una partita: ho sempre lottato contro me stesso, contro la mia indole, andando fuori giri. Mi sarebbe servito un maggiore self control. Sotto stress, andavo in escandescenza, oggi però quegli errori mi vengono in soccorso per spiegare ai miei allievi l’atteggiamento corretto da tenere in campo”. In Italia in questo momento esiste una generazione fantastica di tennisti. Nei primi cento al mondo ci sono nove italiani (Marco Cecchinato al momento è fuori soltanto per poche posizioni): Matteo Berrettini, Jannik Sinner, Lorenzo Sonego (fresco di una splendida semifinale a Roma), Fabio Fognini, Stefano Travaglia, Salvatore Caruso, Gianluca Mager, Lorenzo Musetti (il più giovane nella top 100) e Andreas Seppi. Il nuovo capitano di Coppa Davis Filippo Volandri ha a disposizione in prospettiva la Nazionale più forte di tutti i tempi. Viene inevitabile il confronto tra Canè e Fognini, soprattutto per via del carattere fumantino di entrambi. “Fabio mi piace molto – dice Canè – cerco di difenderlo ogni volta che posso. Però con l’esperienza che ha dovrebbe saper gestire meglio certe situazioni. A volte sembra quasi non abbia voglia, non gioca per tre-quattro game e butta via una settimana di lavoro. È un fuoriclasse e può ancora fare bene, ma deve sapere lui quello che vuole veramente. Gli stimoli deve trovarli dentro di sé”. E i più giovani le piacciono? “Sinner ha chiaramente un potenziale enorme e la testa di un uomo di 30 anni. Musetti è uno che gioca molto bene. Ha molte varianti nel suo gioco, deve però cercare di stare più vicino alla riga di fondo e non perdere campo”. In carriera Canè è riuscito a battere anche Jimmy Connors, Stefan Edberg e Pat Cash. È stato medaglia di bronzo ai giochi olimpici di Los Angeles 1984, quando il tennis era ancora uno sport dimostrativo. Il suo punto più famoso è rimasto quello in tuffo con Mats Wilander nel 1990 a Cagliari. In Coppa Davis ha saputo tirare fuori il meglio, anche per questo è stato uno sportivo popolare. Le partite venivano trasmesse in diretta sulla tv nazionale. Gianni Clerici su Repubblica lo chiama “Neurocané”, riconoscendogli un talento non comune. Giampiero Galeazzi lo commenta sulla Rai durante le partite dell’Italia e la gente si incolla alla tv per guardare una generazione che ha saputo emozionare senza purtroppo riuscire a replicare il successo di Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli. “Con Clerici, che è uno che ne capisce di tennis, c’è sempre stato un rapporto di odio-amore. A distanza di anni, dopo una chiacchierata ci siamo capiti meglio. L’etichetta Neurocané mi è risultata un po’ pesante. Io però non leggevo mai giornali per capire come avevo giocato il giorno prima. Beh, con Galeazzi abbiamo girato il mondo. Un personaggione. In Brasile il cuoco federale era venuto soprattutto per soddisfare il suo appetito. Cenava con noi seguendo la dieta degli atleti e poi ricominciava come se quello fosse soltanto l’antipasto. Un uomo di una simpatia unica con cui poi abbiamo fatto anche qualche serata in Sardegna”. Nei primi anni Novanta Paolo vive una storia d’amore con Paola Turci, giovane cantautrice con già alle spalle alcune partecipazioni al Festival di Sanremo. Il giorno di Ferragosto del 1993 la Turci ha un grave incidente automobilistico nei pressi di Cosenza. Canè la raggiunge all’ospedale dove la operano d’urgenza. La riabilitazione per la ragazza è lenta, Paolino salta alcuni tornei per starle vicino. È amore vero. “Sono stati momenti difficili. Per Paola e per la coppia. In quei mesi il tennis non è stato per me una priorità”. Continuerà a giocare ancora qualche anno. […] Nel 2005 lo ritroviamo su Italia 1. È uno dei partecipanti del reality show La Talpa, condotto da Paola Perego e Stefano Bettarini. “Volevo fare un’esperienza nuova, invece finì malissimo. Mi infortunai subito con il paracadute. Rimasi lì ancora due settimane anche se ero rotto. Rientrato in Italia, mi operarono subito. In pratica rimasi paralizzato per tre mesi. A causa del nervo sciatico ho tuttora la gamba destra sempre dolorante. Fu davvero un incubo”. Oggi Paolino vive a Gorle, in provincia di Bergamo, con la moglie Erika e i due figli piccoli: Achille tra pochi giorni ne compie 7 e Samuele 5. Il diciasettenne Lorenzo invece vive con la mamma a Torino. Dal 2013 gestisce una sua scuola, 30 ragazzi dai 6 ai 18 anni. “Il tennis è uno sport difficile, di ogni colpo va curato il movimento in maniera quasi maniacale. I risultati con il lavoro si vedono. Non devono diventare per forza professionisti, voglio però che abbiano tutti delle basi buone. Io ho iniziato a frequentare i campi a sei anni, mio papà e mio fratello più grande giocavano. Sono stato fortunato ad avere grandi maestri. Ho avuto Roberto Lombardi fino ai 14 anni, poi mi sono trasferito a Formia con Belardinelli, che mi ha fatto fare il salto di qualità e a 16 anni ero già in Serie A. Ai giovani vorrei trasmettere un centesimo di quello che mi ha insegnato lui. Per farli innamorare di questo sport e capire il valore del sacrificio”. Probabilmente gli sarebbe piaciuto mettere a disposizione la sua esperienza in Davis come capitano. Ma dopo i vent’anni di Barazzutti è toccato al quarantenne Volandri e la generazione di Canè e c. non ha avuto alcuna occasione. Lui continua a starsene rintanato in provincia, mettendo tanta passione in quella che fa. “Quasi un milione di dollari guadagnati in carriera, ma effettivamente i soldi non sono quelli. Non mi sono per niente arricchito e infatti continuo ancora a lavorare. Certo, oggi sarebbe diverso. Ma allora se andavi in Australia con il premio del primo turno faticavi anche a pagarti il biglietto dell’aereo”.

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Il Cio: «Incontreremo Peng Shuai a gennaio» (Mastroluca). Flavia Pennetta: “Uniti per Peng Shuai” (Rossi). Medvedev non perde un colpo, Russia in semifinale (Crivelli)

La rassegna stampa di venerdì 3 dicembre 2021

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Il Cio: «Incontreremo Peng Shuai a gennaio» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Se la situazione di Peng Shuai non sarà completamente chiarita, la WTA è disposta a cancellare i tornei in Cina anche dopo il 2022. «Vorremmo parlare direttamente con lei, assicurarci che sia libera e non sottoposta a coercizioni – ha detto il Ceo Steve Simon all’Associated Press -, e che sia avviata un’indagine completa e imparziale sulle sue accuse». Altrimenti la sospensione dei tornei in Cina per il 2022 potrebbe diventare una cancellazione più lunga. La più forte contrapposizione fra il governo di Xi Jimping e un’organizzazione sportiva è la coda lunga delle accuse che l’ex campionessa Slam e numero 1 del mondo in doppio aveva rivolto all’ex vicepremier cinese, Zhang Gaoli. In un messaggio sul social network Weibo rivelava lo scorso 2 novembre che Gaoli l’aveva costretta a un rapporto sessuale. Di Peng Shuai si erano perse le tracce per due settimane. L’opinione pubblica e i grandi campioni si erano mobilitati, poi il presidente del Cio Thomas Bach aveva annunciato di averle parlato, in video-chiamata, per mezz’ora. Ieri il Comitato olimpico ha parlato di una seconda conversazione. «Le abbiamo offerto un ampio supporto, resteremo in contatto con lei e abbiamo già concordato un incontro di persona a gennaio – si legge in una nota del Comitato -. Stiamo affrontando la questione direttamente con le organizzazioni sportive cinesi. Utilizziamo la diplomazia silenziosa». Ma alla WTA evidentemente non basta, se Simon è disposto a perdere milioni di euro. I nove tornei in calendario nel 2019 in Cina, infatti, offrivano un montepremi complessivo di 30,4 milioni di dollari. Simon, appoggiato anche da Amnesty International, non molla. «Se lo facessimo, diremmo al mondo che va bene non prendere le accuse di molestie sessuali seriamente perché sono vicende troppo complesse – ha detto all’Associated Press – e non possiamo permettere che succeda»

Flavia Pennetta: “Uniti per Peng Shuai, in gioco di diritti di tutti” (Paolo Rossi, La Repubblica)

 

Flavia Pennetta se la ricorda benissimo Peng Shuai, la tennista cinese scomparsa dopo aver denunciato le molestie subite da parte dell’ex vicepremier Zhang Gaoli e poi riapparsa in pubblico nel mistero. «Caspita, certo. Abbiamo giocato più volte contro, belle battaglie. Una ragazza solare, sorridente. Anche grazie all’aiuto di esperienze di vita all’estero, come negli Stati Uniti».

La Wta ha sospeso i tornei in Cina.

Sì, ed è una decisione enorme. Un gesto importante, perché di solito il sindacato femminile è molto prudente e ci pensa tre volte. Mi sa che hanno informazioni che noi ancora non conosciamo, e che apprenderemo solo in futuro. Io ero rimasta al suo incontro con Bach, e poi ho visto che ha partecipato a un’esibizione con i bambini…

È sembrato solo un contentino per far contento il mondo, visto che di lei non si hanno di nuovo più notizie.

Incredibile. Eppure io ho guardato bene il video, anche se l’immagine non era proprio nitidissima, devo dirlo. Lo ammetta: onestamente anch’io ho pensato a un sosia. Viene naturale pensarlo. Ma mi sembrava proprio lei.

Di sicuro la vicenda non migliora l’immagine della Cina.

Sappiamo che il loro è un mondo chiuso, e lasciamo stare le questioni politiche, il loro regime. Ma non va bene, ovviamente. Va malissimo. Non è accettabile. Mi dispiace veramente tanto per Shuai. Spero che anche gli altri, e anche l’Atp, continuino a tenere i riflettori accesi sul caso Peng. Anzi, spero che anche gli altri sportivi, altri campioni, entrino in scena mostrando solidarietà. In modo che i politici cinesi capiscano che un comportamento del genere non è ammissibile a nessun livello.

Sarebbe bello se si ripetesse il sostegno avuto dal movimento Black Lives Matter.

Certo. Ricordate Naomi Osaka che scendeva in campo con le mascherine delle vittime della polizia? Sarebbe bello che calcio, basket, F1, golf e tanti altri sport importanti facessero anche loro un gesto. L’opinione pubblica verrebbe mobilitata. E credetemi, ripeto: il fatto che la Wta abbia sospeso i tornei in Cina pesa tanto, sia dal punto di vista sportivo, ma anche economico e politico. Ma chi ci rimette, alla fine, sono le giocatrici.

A febbraio Pechino ospiterà anche le Olimpiadi invernali.

Appunto. Ecco perché è il momento che il mondo si stringa ora intorno a Shuai: e poi oltre alla persona qui sono in gioco dei principi, i diritti civili di tutti. Non si può e non si deve transigere: le istituzioni, dallo sport alla politica, dovrebbero far sentire forte la propria voce.

Medvedev non perde un colpo, Russia in semifinale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Tutto come previsto. La Russia, favorita della vigilia, con due giocatori in top 5 (Medvedev e Rublev), un altro in top 20 (Karatsev) e il quarto in top 30 (Khachanov), è l’ultima semifinalista delle Finals della Coppa Davis 2021, unica squadra ad aver raggiunto l’obiettivo senza dover ricorrere al doppio decisivo. Ma il successo sulla sorprendente Svezia dei fratelli Ymer, figli di un mezzofondista etiope profugo nella città di Skovde, non è stato semplice, soprattutto per la solita prestazione altalenante di Rublev, che ha servito per il match sul 5-4 del secondo set contro Elias Ymer (171 del mondo) dopo meno di un’ora di gioco ma II si è incartato con due erroracci di dritto che hanno radicalmente cambiato il match. Tra gratuiti marchiani, palle tirate contro il tabellone luminoso (rompendolo) e qualche prodezza isolata, il moscovita ha dovuto ricorrere a un delicato tiebreak per sbrogliare la matassa nel terzo set, ritrovando almeno qualità e tranquillità, imponendosi alla fine con il punteggio di 6-2 5-7 7-6. Con il primo punto in cassaforte, non poteva essere Medvedev a tradire la Grande Madre Russa e infatti con un doppio 6-4 in 73 minuti ha sbrigato la pratica Mikael Ymer senza peraltro brillare particolarmente. Tanto è bastato, però, per consolidarne il percorso immacolato in queste Finals, con tre vittorie nei tre singolari e senza aver ceduto neppure un set. Per agguantare la terza insalatiera russa, la strada passa ora per una semifinale contro la Germania, domani alle 13, mentre oggi Serbia e Croazia, alle 16, giocano la prima. […]

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Berrettini con Sinner? È ora di vederci doppio (Mastroluca). Italia, due certezze (Guerrini). Principe azzurro (Pierelli)

La rassegna stampa di mercoledì 1 dicembre 2021

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Berrettini con Sinner? E’ ora di vederci doppio (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Nel nuovo formato della Coppa Davis, schierare una coppia di doppisti affidabile vale molto più di prima. In ogni sfida fra nazioni, infatti, non si giocano più cinque incontri ma tre, due singolari e un doppio, e tutti al meglio dei tre set. L’Italia, nel percorso a Torino chiuso con l’eliminazione nei quarti di finale dopo aver ottenuto il primo posto del girone, ha perso tutti e tre gli incontri di doppio. Fognini e Musetti hanno ceduto contro gli statunitensi Sock e Ram. Il ligure e Jannik Sinner hanno ceduto contro due delle coppie migliori del mondo. Si sono arresi prima ai colombiani Juan-Sebastian Cabal e Robert Farah (con il primo posto già sicuro, in un match finito a notte fonda), poi contro i campioni di Wimbledon e numeri 1 del 2021, i croati Mektic e Pavic. Gli azzurri hanno giocato con la spada di Damocle di dover vincere sempre i due singolari. «Sicuramente è un motivo di riflessione, al di là del fatto che nessuna nazionale ha costruito un doppio per la Davis. Non ci sono nazioni che hanno studiato la crescita di un doppio nel proprio Paese». Sulle scelte del capitano a Torino hanno pesato anche gli infortuni dei numeri 1 di singolare e di doppio, Matteo Berrettini e Simone Bolelli. Il bolognese, numero 25 del mondo nel ranking di specialità, è stato colpito da una pallata al costato nei primi giorni di allenamento alla vigilia dell’esordio. «I cinque erano questi, oltre una certa data si potevano sostituire solo per Covid e per fortuna casi di positività non ci sono stati» spiega ancora Volandri. Persa la possibilità di schierare Fognini-Bolelli, prosegue Volandri, «abbiamo fatto delle prove, in allenamento e in partita. La migliore era la coppia Sinner-Fognini». Costruire delle coppie che possano giocare stabilmente anche nel circuito non è facile. L’opzione che stuzzica di più è mettere insieme i primi due singolaristi, Berrettini e Sinner, ma non è detto che sia garanzia di qualità. «Dovevano provare a Indian Wells, ma Matteo si è fatto male al collo prima del torneo — spiega Volandri —. Quando hai giocatori così, in Top 10 e concentrati più sul singolare, è difficile costruire la coppia di doppio». Una prova, però, ci sarà, salvo ulteriori imprevisti. A gennaio è in calendario l’ATP Cup, competizione a squadre in programma in Australia a cui le nazioni si qualificano in base al ranking in singolare dei loro migliori giocatori. «La teoria dice che Berrettini e Sinner giocheranno — promette il capitano azzurro di Coppa Davis -. Nel caso, insieme a Vincenzo Santopadre proveremo se sarà possibile questa volta». […]

Italia, due certezze (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

L’amarezza per un’eliminazione, il cuore colmo di tristezza a per la perdita del Dottor Laser, il professor Pierfrancesco Parra ricordato da tutti. E l’orgoglio e la certezza di essere sulla buona strada. L’Italia ha salutato Torino guardando al futuro. Nella sicurezza di avere una squadra molto competitiva, Volandri non nasconde un problema. Del resto la Coppa del format “mordi e fuggi° che si trasferirirà in sede unica per 5 anni ad Abu Dhabi senza che le partecipanti siano state interpellate, ha evidenziato il ruolo centrale del doppio. Il paradosso è che ormai il gioco di coppia è declassato da tempo nei tornei. Bisognerebbe costruirne uno, mettere assieme due ragazzi non di punta ma di qualità perché giochino l’intera stagione nel circuito. Ma chi tra i giovani è disponibile? Di sicuro non quelli che già vedono un grande avvenire in singolare, come Musetti. Non crediamo coloro che stanno cominciando la carriera come Cobolli, Zeppieri, Nardi, Arnaldi e altri che vogliono giocarsi le chance a livello individuale. Potrebbe avere un senso la coppia dei torinesi Sonego-Vavassori, ma i loro calendari non combaciano. Volandri ha scoperto che Jannik Sinner può reggere il doppio impegno, in doppio si diverte e lo considera uno strumento di crescita individuale, per ora. Ma si può chiedere un sacrificio simile anche a Matteo Berrettini? Volandri s’è mostrato orgoglioso dei ragazzi: «Sì, perché hanno dato tutto. Abbiamo provato a vincerla, al termine di una settimana difficile. Abbiamo perso anche il nostro dottor Parra, e questo colpo durissimo non è stato facile da assorbire. Tutte le squadre che abbiamo trovato a Torino hanno un doppio eccezionale. Per cercare di essere tranquilli dovevamo portare a casa entrambi i singolari, ci mancava Berrettini, questo aspetto inevitabilmente creava tensione. Sonego l’ha avvertita. Nel terzo set ha sentito il dovere di vincere la partita, affrettato, s’è irrigidito nella tensione e ha pagato anche la fatica. Pensavamo che contro Gojo fosse più sereno, ha avuto una grande reazione, nel secondo set. Purtroppo non è bastato. Ma non ho mai avuto nessun dubbio su Lorenzo, quando viene chiamato in causa dà sempre il massimo. Abbiamo messo un primo mattoncino di qualcosa di importante che costruiremo nel tempo». […]

Principe azzurro (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

Si era presentato a Torino timido e con lo sguardo basso, ha lasciato il Pala Alpitour da gladiatore. Se c’è un lato bello dopo la sconfitta dell’Italia contro la Croazia, quello ha la faccia di Jannik Sinner. Altro che freddo, altro che distaccato e calcolatore: in questi giorni di Coppa Davis gli azzurri hanno trovato un vero e proprio leader. Che, a soli 20 anni, e al debutto nella competizione, ha aizzato il pubblico, ha cercato di trascinare la folla torinese, riuscendoci del tutto. Come sono lontani i tempi in cul fece discutere la sua decisione di non disputare le Olimpiadi.. In realtà quella scelta la fece per resettare il motore e migliorare il servizio e i risultati gli hanno dato ragione, come si è visto anche in questi giorni. Già nelle Finals giocate al posto di Berrettini, Jannik aveva dimostrato di aver trovato il giusto feeling con la folla torinese. Ma nella gara a squadre più antica del mondo si è spinto ancora più in là, come ha spiegato lui stesso dopo l’amara sconfitta in doppio contro i croati. «La Davis per me è diversa – ha detto l’altoatesino -, questa è stata una notte più importante rispetto a un torneo individuale, anche se abbiamo perso. Alle Finals ho imparato molto, non ci sono dubbi, ma nella Davis si vivono sensazioni particolari, perché giochi per tutti, provi emozioni diverse. Hai più responsabilità e questo ti fa crescere. Mi ha fatto piacere stare in questi giorni con i miei compagni, con il capitano: qui si vince come squadra e si perde come squadra». Lui ha tirato fuori tutto se stesso anche in una situazione disperata come quella contro Marin Cilic, in cui è stato per due volte sotto di un break nel secondo set dopo aver perso il primo. Li sono uscite le qualità e l’orgoglio del campione: alla fine Sinner ha vinto tutti e tre i singolari a cui ha preso parte in Davis e ha fatto gli straordinari scendendo in campo anche nel doppio con Fabio Fognini. L’Italia ha dunque trovato il perno su cui costruire il futuro. […]

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Sinner non basta, Davis addio (Crivelli). SuperSinner si fa in due ma il doppio condanna l’Italia (Mastroluca). Formula rivedibile e conti che non tornano la Coppa Davis e quel fascino da ritrovare (Semeraro)

La rassegna stampa di martedì 30 novembre 2021

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Sinner non basta, Davis addio (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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La sfida contro la Croazia approda purtroppo all’epilogo più agognato dai nostri avversari, il dentro o fuori deciso dal doppio, dove loro vantano la coppia più forte del pianeta, i campioni olimpici e di Wimbledon Mektic/Pavic. Per come si era messa, però, non la soluzione non appariva troppo disprezzabile per gli azzurri, perché un irriconoscibile Sonego aveva perso il primo punto contro Borna Gojo, 279 del mondo senza neppure la biografia sul sito Atp e Cilic, nel secondo singolare, aveva servito peril match sul 5-4 del secondo set contro Sinner, prima si subire la rimonta del n. 10 del mondo. Recuperato un po’ d’ossigeno, capitan Volandri decide di affidarsi di nuovo a Fognini e Jannik (nonostante le due ore e 43′ trascorse in campo per battere Cilíc), testati nella sfida contro la Colombia, ma i croati si rivelano troppo forti: non concederanno alcuna palla break e approfitteranno con gli interessi dei turni di servizio balbettanti di Fabio. Finisce qui, ma la delusione cocente non può cancellare il cammino e il valore di questa squadra, destinata a recitare da protagonista nel prossimi anni per profondità e talento e che era priva del n. 7 del mondo. Con Berretto sarebbe stata un’altra musica, ma la settimana di Torino ha consacrato una volta di più le doti tecniche e mentali di Sinner, per il quale la top ten di fine stagione a soli vent’anni sembra rappresentare il viatico verso l’empireo.

 

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Stavolta, schiacciato dalla tensione di una vittoria annunciata ancor prima di scendere in campo, però in una sfida che non contempla un domani, Sonego finisce per smarrire i riferimenti tecnici ed emozionali del match, scomparendo dal campo, lui che ha il cuore di un guerriero, quando la sfida si fa più calda, irrigidito dalle responsabilità: non a caso, si libererà dalle tossine della pressione solo nel secondo set, quando deve rimontare e quindi può lasciare andare il braccio e la mente. Una lezione amara da mandare subito a memoria: nelle difficoltà, non è peccato cercare la melina di rimessa senza intestardirsi nella ricerca ossessiva delle proprie soluzioni vincenti, in attesa che passi la nottata.

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Ma alla fine di una notte che non avremmo certo voluto così scura, capitan Volandri rilancia con fierezza: «Abbiamo perso uno spareggio, ma sono orgoglioso dei miei ragazzi». L’Italia c’è.

SuperSinner si fa in due ma il doppio condanna l’Italia (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

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l’Italia ha scoperto un giovane leader che, al debutto in Nazionale, si è calato nel ruolo del numero 1 con la naturalezza dei grandi. PUBBLICO ALLEATO. In singolare, Sinner non si è fatto demoralizzare dal primo set e mezzo di un Marin Cilic parente molto stretto del campione dello US Open 2014. l’altoatesino capisce di avere un alleato al Pala Alpitour; il pubblico. Lo cerca, lo chiama, alza le braccia ed è come se girasse la manopola di una vecchia radio: il volume dentro lo stadio sale. La natura della partita cambia, perché Cilic è ingiocabile finché la sicurezza lo sostiene. tinsicurezza lo appesantisce. la lotta al contrario acuisce il senso di Jannik perla competizione. Il campo sembra diventare più stretto e più corto per lui, mentre Cilic aumenta i palleggi prima del servizio, intervallati anche da un accenno di “gambeta” da “tanguera”. Sinner ci mette del suo ad allungare i tempi di gioco, risponde profondo e dalla parte del rovescio inizia a tessere una trama diversa della partita. I

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Non soffre quando Cilic accelera di diritto, il suo colpo simbolo giocato in diagonale o dal centro, lo chiude quando incrocia di rovescio con traiettorie sempre più strette. Ma quasi con un margine di sicurezza che gli consente, in caso, di attaccare la palla successiva. ll break all’inizio del terzo illude. FINALE SHOW. Il controbreak diventa un contraccolpo che però non lo abbatte. Anzi, gli indica la strada per la vittoria: ha bisogno di tenere la percentuale alta con la prima di servizio, di prendere l’iniziativa ma non di forzare e aspettare la palla giusta per aprirsi il campo. Soprattutto, ha capito che la presenza scenica avrebbe dovuto cambiare. Foccupazione dello spazio, sotto le luci verdi mentre si alzano le bandiere tricolori sulle tribune, dà la misura del Sinner 2.0. Non ha l’indole del mattatore, ma si dimostra sempre più a suo agio quando put) rendere gli spettatori parte attiva della performance. Abituato alla sottrazione dell’emozione, per non dare segnali agli avversari, passa all’addizione con il pubblico. ll gioco ne guadagna. Qualche errore rimane, qualche scelta forzata continua ad accompagnare la sua partita. Ma tiene di fisico, di cuore e di testa mentre l’avversario più esperto, con un migliaio di partite giocate e uno Slam in bacheca, deraglia. l’Italia che guarda ai giovani e applaude ai Maneskin scopre un altro ventenne che studia da leader

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Formula rivedibile e conti che non tornano la Coppa Davis e quel fascino da ritrovare (Stefano Semeraro, La Stampa)

Avvertenza: le considerazioni che seguono sono indipendenti dalla vittoria o dalla sconfitta dell’Italia con la Croazia a Torino. Riguardano solo il nuovo (s) formato della Coppa Davis, o forse sarebbe meglio dire della Rakuten Cup, tanto per contare il nuovo main sponsor di una gara che è stata per 118 anni una delle più prestigiose dello sport mondiale, e che oggi naviga in un limbo fatto di ambizioni per ora frustate, ed evidenti limiti: sia sportivi sia commerciali. Le magagne della Riforma, voluta dal Kosmos Group di Gerard Piqué per svecchiare una manifestazione ormai snobbata dai più forti, sono evidenti: una formula cervellotica, con qualificazioni vecchio stile a febbraio e le Finals divise fra una fase a sei gironi da tre squadre, ostaggio della insopportabile classifica avulsa (insopportabile sempre, e vieppiù nel tennis), e una a «tabellone» con quarti, semifinali e finali in sede unica (ma quest’anno spacchettate in tre città causa Covid). Orari folli, che già avevano costituito un problema a Madrid nel 2019 e che si sono ripetuti a Torino, costringendo gli spettatori a lunghe attese al freddo e poi a maratone finite quasi alle 3 di mattina, fra caffè e palpebre calanti. E un formato abbreviato, con tre match al meglio dei tre set che non tutela le nazioni più forti – fra le quali l’Italia… – e rende la (falsa) Davis «un piccolo torneo», per usare le parole di Corrado Barazzutti. Senza contare che i quarti si stanno giocando tutti in giorni feriali, quindi con più disagi per gli spettatori. Insomma, un mezzo disastro. A maggior ragione se si considera che la nuova formula non ha fatto tornare i campioni all’ovile:

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Neanche il conto economico, peraltro, deve essere dei migliori, se la settimana prossima l’Itf, che l’ha appaltata al Kosmos Group in cambio di 3 miliardi di dollari in 25 anni, voterà per il trasferimento per un quinquennio delle Finals ad Abu Dhabi.

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«Stiamo svendendo lo spirito della Davis al Medio Oriente, è ridicolo», sostiene Lleyton Hewitt, ex numero 1 del mondo oggi capitano dell’Australia. «La Coppa Davis è morta due anni fa», gli fa eco Paolo Bertolucci. «Tanto vale chiamarla World Cup of tennis, e rassegnarsi».

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