Sognavo un Roland Garros diverso. Per me e per i tennisti italiani

Editoriali del Direttore

Sognavo un Roland Garros diverso. Per me e per i tennisti italiani

I più accreditati, Berrettini, Sinner, Sonego, Cecchinato, Musetti vanno tutti a sbattere su Djokovic o Nadal. Si presenta, fuor di stagione, il Mago Ubaldo per una profezia controcorrente

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Rafa Nadal e Jannik Sinner - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Uffa, non sono per nulla contento del sorteggio del Roland Garros. In chiave egoistica e in chiave azzurra. Egoistica perché a pensare di dover lavorare in quei giorni in cui la programmazione del Roland Garros metterà in campo tutti gli incontri della metà alta del tabellone… beh, ci sarà da impazzire. Vi immaginate che cosa significhi dover seguire – quest’anno che presenti al Roland Garros siamo anche molti meno degli anni passati, causa restrizioni pandemiche imposte dalla Federtennis Francese, soltanto Vanni Gibertini e il sottoscritto – nella stessa giornata match ed interviste di Djokovic, Nadal, Federer, nove italiani, i loro avversari e magari, già che ci siamo, anche qualche avversario del turno successivo, giusto per saperne di più?

Bisognerebbe essere Ubiqui, Ubiquì e Ubilà, altro che Ubi. E non solo dal mattino alle 11, ma anche di sera con le luci ora che le hanno messe – ahinoi – e probabilmente programmeranno di sera anche il match più importante. Quello che può fare il titolo e non si può perdere. Pazienza per la cena mancata. Doppio ahinoi. Alla mia veneranda età questa non mi ci voleva proprio. E meno male che ancora una volta la Piaggio mi ha messo a disposizione un suo scooter, un Beverly 300 grigio mi hanno detto. Perché altrimenti spostarsi con i mezzi pubblici al mattino e cercare un taxi la sera dopo mezzanotte o le una di notte, sarebbe stato un vero incubo dopo 14 ore di lavoro senza tregua, al di là dei rischi di contagi sempre possibili per via di queste varianti incombenti.

Tanto perché non mi legge nessuno, quindi in grande confidenza, vi dirò che in famiglia dicono che alla mia età sono matto e che me le vado proprio a cercare, quando potrei stare tranquillamente a casa, lavorando al computer senza dover stare 14 ore dietro una mascherina. Quando, oltretutto, non si può nemmeno avvicinare tennisti e tenniste. Si possono infatti intervistare i giocatori solo in via remota, tramite computer. Come chi sta a casa sua, sdraiato su un sofà. Perché andare a Parigi allora? Beh, perché almeno il tennis, l’amato tennis che mi è mancato per un anno e mezzo, lo vedrò dal vivo. Non più in quella scatola rumorosa.

 

E suvvia, proprio quando ci sono ben quattro tennisti italiani fra le prime 32 teste di serie, quindi favoriti sulla carta almeno nei primi due turni, potrebbe essere anche un bel vedere. In fondo non si tratta mica di lavorare in miniera. E poi è una libera scelta che tanti farebbero, anche se mia moglie non lo capisce. Ciò acclarato, però, è anche vero che il rischio di dover sostare più in sala stampa che sui campi da tennis, almeno per i primi giorni, c’è proprio tutto. Passando quindi il tempo a imprecare sul leit-motiv… ”ma chi me l’ha fatto fare di venire fin qui!?”

In sala stampa ci sono tanti televisori, c’è il vicino di desk (non so quanto vicino peraltro, saremo distanziati…) che magari ti dice qualcosa su un match che non stai guardando sbofonchiando inintellegibilmente attraverso la mascherina. Sospetto di avere anche problemi di udito ormai, accidenti alle mascherine! Purtroppo quando si giocano cinque match contemporanei che si ritiene meritino di essere seguiti si vorrebbe essere su tutti quei campi. Nessuno escluso. Ma proprio non si può. Così si sceglie di rischiare lo strabismo perpetuo, questo sì, ma almeno si ha l’illusione di seguire un po’ tutto. Almeno ci si prova. Se si ha fortuna si può magari far anche qualche salto fuori, ma vedrete che in quel momento verrà giù un acquazzone fantozziano… che ti bloccherà sul campo più lontano, impedendoti il ritorno in sala stampa.

La mia esperienza da vecchio “vespista fidelizzato” in trasferta a Wimbledon (46 anni di fila, 1974-2019) e al Roland Garros (44 anni di fila, 1976-2019) mi dice che a Parigi piove molto più spesso, e con molta più violenza, che a Wimbledon. Diversamente da quanto si dice e si crede. Il fatto è che se piove a Wimbledon se ne accorge tutto il mondo televisivo perché, salvo che sui due campi coperti, bastano due gocce di quella pioggerellina fina fina – come la maglietta… di Baglioni – perché il tennis venga sospeso. Se piove a Parigi (dove quest’anno almeno ci sarà un campo coperto a impedire ogni parvenza di relax) invece si continua a giocare fino a che i campi non diventano paludi con tanto di sabbie mobili. Le scappatelle fuori, in un modo o nell’altro, prima o poi le farò di certo, sia pur sempre con il telefonino in mano perché se ti annunciano che c’è Federer in conferenza stampa che fai, te lo perdi? E l’italiano che ha vinto? E l’italiano che invece…. vabbè, meglio non pensarci.

Esaurito il capitolo… egoista, che non frega nulla a nessuno perché riguarda solo me, posso aprire il capitolo azzurro. Al di là del fatto che mi sarebbe piaciuto godermi i nostri eroi in santa pace, qualche match intero invece che spezzoni qua e là – se hai sfortuna succede qualcosa sempre quando non ci sei – e già lo scegliere un match piuttosto che un altro a volte è doloroso – magari capitassero almeno due partite contemporanee su campi vicini -, il vero peccato è che praticamente tutti i nostri rappresentanti, nove su dieci, tutti tranne Fognini, non soltanto sono finiti nella stessa metà tabellone, ma anche in quella dei tennisti che tutti considerano i primissimi favoriti, Nadal e Djokovic.

Matteo Berrettini – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Ce ne fosse stato uno che fosse capitato tutto dall’altra parte, nel settore del “falso due”. Eh sì, se il calcio ha scoperto il “falso nueve”, il tennis invece ha il suo falso “dos”, al secolo Daniil Medvedev, capace di usurpare un posto non suo. Quello che spettava a Djokovic o a Nadal. Citati in ordine alfabetico, perché sennò cominciate ad accapigliarvi su chi debba essere l’1 e chi il 2. Macchè, tutti nella fauci dei vecchi leoni. Quelli veri. Berrettini secondo me può – vorrei scrivere deve – arrivare nei quarti. Ma lì se anche ce la facesse troverebbe Djokovic, mica un Medvedev che non ha mai passato un turno al Roland Garros.

Lo stesso Cecchinato pare sulla via resurgens… Anche se Parma non è Parigi, cominciano tutte e due per Pa. Direi che è di buon auspicio. Intanto è riemerso fra i primi 100. Se tutto fila per il verso giusto, gli dice bene e infila giornate superCeck, potrebbe anche farcela a ritornare in ottavi dopo il glorioso, memorabile, insuperato 2018. Oppure, se non fosse lui a fare quel percorso, perché non potrebbe indovinarlo Musetti se Goffin fosse in giornata no e Nishioka non fosse quello che gli ha lasciato la miseria di cinque game a Parma? Ma l’uno o l’altro, Ceck o Musetti, chi troverebbe eventualmente poi in ottavi? Djokovic. E che palle!

Vabbè, gli altri due azzurri su cui si appunterebbero maggiormente le mie attenzioni e speranze – non me ne vogliano Travaglia, Caruso, Mager, Seppi eh, lo sanno che gli voglio bene – sono Sinner e Sonego. Sempre in ordine alfabetico sennò uno dei due si offende.

Ebbene, se Sonego arriva al terzo turno (Harris, Norrie o Gasquet, suvvia, sono battibili) chi ti trova? Nadal! E così, sistemato nel draw appena un pochino più sotto, Sinner agli ottavi potrebbe proprio arrivarci, salvo che ripeta una performance simile a quella sciorinata con Rinderknech, francese fastidioso con il servizio che si ritrova dall’alto dei suoi 196 cm, almeno quanto il cognome… da refuso inevitabile. Il doppista Herbert, Mager o Millman, il declinante Monfils (che potrebbe finire k.o. già al primo round con Ramos-Vinolas), sono tutti battibilissimi per uno Jannik decente. Ma chi troverebbe in ottavi il Pel di Carota della Val Pusteria? Nadal. Posso riscrivere… che palle?! Vabbè, Sandra Mondaini, che noia che barba, che barba che noia!, sarebbe stata più elegante.

Insomma, ma non c’erano pertugi migliori, corridoi più accessibili? Certo che sì, ma non li hanno presi. Maledetto sorteggio. Non c’è nulla da fare. Dalla testata di Zidane a Materazzi (che gli aveva insultato la sorella) e la conseguente espulsione, i francesi se possono metterci male, a noi italiani, ci mettono male. Insomma, un giorno sì e un giorno no, sarà meglio idratarsi ben benino per evitare crampi ai polpastrelli. Dopo di che sarebbe già bello se alla fatidica seconda settimana – così tante volte deserta dai colori azzurri – ci trovassimo u Berrettini nei quarti vs Djokovic, un Sinner in ottavi vs Nadal giustiziere di Sonego, con Cecchinato oppure Musetti (un po’ più improbabile, ma sognare non costa niente) in ottavi vs quel solito rompiballe di Novak.

Per carità, su teorici simili risultati fino a un anno o due fa, avremmo fatto sparare fuochi d’artificio – stando attenti a non farsi del male – però per come è andata quest’anno, con un italiano vincitore di torneo, finalista o semifinalista settimana dopo settimana, poteva andare anche un po’ meglio. Ora si dirà che sono incontentabile. E un po’, è vero, lo sono diventato. La fame di successi, dopo oltre 40 anni di digiuni veri, e non da Ramadan che dopo una certa ora qualcosa si mastica, si è sviluppata in modo abnorme.

Mi pare di aver già scritto abbastanza sciocchezze, mi fermo qui. Ma se ascolterete il video che ho registrato un’ora dopo il sorteggio insieme all’Hall of Famer Steve Flink e che sarà pubblicato in giornata, sentirete da una parte quel che penso senza filtri della programmazione di Roger Federer, della resistenza un po’ appannata di Nadal alle soglie dei 35 anni, del tabellone di Djokovic fino alle semifinali, dell’assoluta mancanza di equilibrio nel singolare femminile fra metà alta e metà bassa, sulle chance di Serena Williams, di Barty e di Sabalenka, nonché tutto il male che dico e che penso dell’uscita di Naomi Osaka (che pure mi è sempre stata simpatica…). Nonché della debolezza della WTA se non la squalifica. Macché multe salate quanto un sacchetto di noccioline a una multimilionaria che se ne farebbe un baffo. Squalifica dal circuito piuttosto se non si vuole permettere, salvo discriminazioni inaccettabili, che decine di colleghe e colleghi seguano il suo pessimo esempio.

Dimenticavo: ho incontrato casualmente nella piazza di Settignano, ridente sobborgo fiorentino, il mago Ubaldo, noto ciarlatano incompetente. Mi ha detto che il torneo lo vince il pais di Apostolous, Stefanos Tsitsipas. Una faccia una razza. Non dategli né retta né credito. Però il suo tabellone per uno dei “nostri” lo avrei preferito. Che lo abbia sorteggiato Mouratoglou? I teorici ottavi qui sotto accennati, al Mago Ubaldo, è un’altra sua profezia, gli sembrano davvero molto teorici. Quanto ai primi turni dei 10 piccoli italiani, che ne dite di sette vittorie su dieci? Sottoscrivete? Vorreste che vi dicessi chi vince e chi perde? Ok, ma lo scriverò fra i commenti soltanto se arrivate a farne almeno 100.

Lorenzo Sonego – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

OTTAVI TEORICI

[1] N. Djokovic vs [13] D. Goffin
[9] M. Berrettini vs [8] R. Federer
[3] R. Nadal vs [14] G. Monfils
[10] D. Schwartzman vs [7] A. Rublev

[6] A. Zverev vs [11] R. Bautista Agut
[15] C. Ruud vs [4] D. Thiem
[5] S. Tsitsipas vs [12] P. Carreno Busta
[16] G. Dimitrov vs [2] D. Medvedev

I PRIMI TURNI DEGLI ITALIANI

[9] Matteo Berrettini vs Q/LL
[18] Jannik Sinner vs P-H Herbert
[26] Lorenzo Sonego vs L. Harris
[27] Fabio Fognini vs G. Barrere
Lorenzo Musetti vs [13] D. Goffin
Stefano Travaglia vs [21] A. de Minaur
Salvatore Caruso vs J. Duckworth
Gianluca Mager vs J. Millman
Andreas Seppi vs [20] F. Auger-Aliassime
Marco Cecchinato vs Y. Uchiyama


Ubi Radio: i tabelloni del Roland Garros 2021

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Australian Open

Australian Open: Medvedev-Kyrgios che show. Perché l’australiano mi ricorda Fognini. Ma che personalità il russo!

Un match da cento replay. A Nick e Fabio non è mai mancato il talento. Ma la testa. A Daniil anche…fino a 3 anni fa. Ma poi il russo, mai banale, ha saputo mettersi in discussione. È decisamente molto intelligente

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Se non era difficile prevedere che Nick Kyrgios avrebbe cercato di dare spettacolo contro Medvedev, non era facile prevedere che ci sarebbe riuscito a lungo.

Oggi si può dire che c’è ampiamente riuscito. Al di là di ogni previsione anche se ha perso un gran match che è stato anche un fantastico show. Per merito suo e della varietà creativa delle sue soluzioni, ma anche per la straordinaria resilienza del n.2 del mondo, capace di controllarsi come non sarebbe mai stato capace tempo addietro.

“Cinque anni fa avrei spaccato un paio di racchette e avrei probabilmente perso” ha detto il russo, rispondendo nel corso di una “diretta” con Mats Wilander su Eurosport-Discovery.

 

Lo si può criticare quanto si vuole, ma è indubbio che le partite migliori di Kyrgios, come quelle di Fognini, meritano di essere viste e il prezzo del biglietto. Per me Kyrgios e Fognini hanno tantissimo in comune. Mi riesce quasi difficile dissociarne il pensiero al riguardo.

I due meritano anche di essere definiti per quello che sono: due tennisti di grandissimo talento, evviva!, ma anche di grandissima maleducazione. Purtroppo!

Sarei stato, se fossi stato loro padre, fortemente orgoglioso del loro tennis e grandemente imbarazzato per i loro comportamenti. Non tutte le volte, nel primo come nel secondo caso. Ma diverse volte.

Nei giorni scorsi su Facebook (i cui commenti non sono abituato a leggere per cui spesso, se qualcuno non me li segnala, li perdo e non credo di perdere chissà che cosa) sono stato violentemente attaccato da alcuni Fognini-fans per quello che ho scritto su Fognini nel mio editoriale di qualche giorno fa. Ci sono stati anche alcuni, però, che invece hanno sottolineato diversi punti in cui evidenziavo le qualità di Fabio.

Non sono pentito di quel che ho scritto. Lo riscriverei pari pari anche oggi. Non mi faccio certo influenzare da chi non riesce a leggere con obiettività imparziale quel che scrivo. Poi, per carità, nobody is perfect e non costituisco davvero un’eccezione. Ma coloro che intravedono sempre pregiudizio e malafede in quel che leggono riguardo a quel scrivo non li sopporto proprio. Io posso sbagliare, ma scrivo quel che penso senza retropensieri per il gusto di accanirmi.

Potrei aggiungere a quell’articolo magari sfuggitovi che in tanti, e non solo io, abbiamo fortemente sperato che quando Fognini diventò n.13 del mondo nel 2013 potesse mettere la testa a posto. Che potesse d’improvviso maturare al punto da diventare un top-ten nell’arco di massimo un paio d’anni. Nel 2013 aveva 26 anni. Il tempo c’era. Se ci fosse riuscito sarebbe piaciuto moltissimo celebrarne il decollo a lui e a noi tutti che viviamo a stretto contatto con il mondo del tennis.

È evidente che già l’essere approdato a n.13 del mondo, di uno sport giocato da milioni di persone, era già un fantastico traguardo, ma a vederlo giocare nelle giornate di grazia, e nonostante l’handicap di un servizio che non avrebbe mai potuto essere quello di un Medvedev, di un Berrettini e di tutti quei giocatori più alti d’un metro e novanta, ci si sentiva tutti autorizzati a sognare un qualcosa di più: in un grande exploit in uno Slam (e non un solo quarto di finale in non so più quanti Slam), in un Masters 1000 (come quello che è arrivato soltanto a Montecarlo 2019, dopo un primo turno nel quale era stato lì lì per perdere malamente).

Che il suo mancato arrivo tra i top-ten molto prima del 2019 fosse principalmente un problema di testa non lo dice Ubaldo Scanagatta – che secondo i miei detrattori lo sosterrei perché scioccamente ce l’avrei con lui…- o tanti altri miei colleghi che l’hanno scritto allo stesso modo. Lo ha ammesso mille volte con grande e apprezzabilissima onestà, lo stesso Fabio Fognini. Se andaste su Internet trovereste dove e quando lo ha detto.

Ancora nel 2015 io speravo che arrivasse quel famoso clic che lo trasformasse da ottimo e fantastico giocatore per qualche giorno o magari settimana all’anno, in un campione a tutto tondo per 20 tornei, lungo tutto l’anno. Ne bastano 10 molto buoni per diventare top-ten. E’ sempre stato un problema di continuità.

Così come nella quarta serata di questo Open d’Australia avrei voluto essere seduto nella Rod Laver Arena per respirare quella grande e magica atmosfera vissuta nel corso di questo splendido duello Medvedev-Kyrgios – uno dei tre match più spettacolari fin qui – mi ritenni fortunato di essermi ritrovato invidiabilmente seduto nell’Arthur Ashe Stadium quando nel corso dell’US Open 2015 Fabio Fognini rimontò due set di handicap a Rafa Nadal che non aveva mai perso in uno Slam dopo essere stato avanti due set a zero (ci è poi riuscito anche Tsitsipas qui in Australia lo scorso anno)

E allora oggi ecco entusiasmarmi per il tennis di Kyrgios, ma anche per quello di Medvedev (non fraintendetemi che poi al russo arrivo…), e a fare le stesse considerazioni che facevo nel 2013 per Fognini n.13 del mondo che era capace di mettere k.o. (e più d’una volta) campioni come Nadal, come Murray…: Nick Kyrgios ha 26 anni, quasi 27, come allora Fognini, ma nonostante il formidabile talento che ha, nonostante che abbia battuto quasi tutti i più forti tennisti del mondo quando ha sentito l’ispirazione giusta, oggi è n.115 del mondo perché gioca e si impegna solo quando gli va, ma non è mai stato più su del n.13 del mondo. Già, per l’appunto proprio n.13 come Fognini nel 2013. Che strana coincidenza. E allora, come mi chiesi allora per Fabio, mi chiedo oggi per Nick – anche se lui è capace di dirti che non sa nemmeno che cosa farà domani, figurarsi quest’anno: “Non lo so, forse giocherà a tennis, ma ora il mio unico programma è… andare a cena” – ma metterà mai la testa a posto? Non sarebbe un peccato se non lo facesse? Non ci toglierebbe tante altre bellissime giornate di tennis ispirato, creativo, diverso da quello della maggior parte degli altri tennisti e non solo quando fa i tweener o i servizi da sottomano?

Allora se scrivo qualcosa del genere significa che ce l’ho con Kyrgios? Che gli voglio male? Niente affatto. Anzi Kyrgios mi sta proprio simpatico. E vi dirò di più, di certo sorprendendovi. A me, anche se mi ha fatto arrabbiare decine di volte, Fognini non riesce a starmi antipatico. Non ci crederete, ma è così. Il che non significa che certe volte gliene avrei dette di tutte. Vi sembra contraddittorio? Pazienza. Non devo convincervi. Se mi credete bene e se non mi credete è un problema vostro.

Ricordo, insistendo ancora mezzo minuto sul paragone Kyrgios-Fognini, che molti quando scrivevo “Ma Fognini riuscirà a cambiare testa?”, replicavano quel che replicherebbero certamente oggi anche per Kyrgios: “Se non lo ha fatto finora a 26 anni, ormai non lo fa più”.

E’ possibile che anche Kyrgios non cambi più. Però amici, avete fatto caso a quanti anni compierà Daniil Medvedev l’11 febbraio, fra una ventina di giorni: 26 anni!

Medvedev non ha sempre avuto la testa che ha oggi. Quella testa, e quella personalità,  che ha dimostrato controllandosi egregiamente mentre il pubblico tutto schierato dalla parte di Kyrgios lo buheggiava fra prima e seconda di servizio, fosse quello oppure non fosse un coro collettivo di “siuuuu” a ricordo di Cristiano Ronaldo. Medvedev ha mostrato uno straordinario self control, un eccezionale sangue freddo. Quanti avrebbero perso la testa al suo posto?

Io ho trovato che, al di là del suo tennis che certo può apparire sgraziato – ma mentre quello di Fognini è anche elegante, invece anche quello di Kyrgios mi pare abbastanza sgraziato – Medvedev abbia giocato in condizioni ambientali difficilissime una grande partita. Ha ceduto due volte il servizio, ha perso un set contro un Kyrgios sempre più adrenalinico, ma non si è disunito, né tantomeno distratto.

E trovo che sia stato straordinario anche nell’intervista post match sul campo con Jim Courier quando la gente continuava a urlargli addosso coprendo la voce sua e di Courier mentre lui si “toglieva il sassolino dalla scarpa” – come ha avuto modo di dire felicemente Simone Eterno nella sua telecronaca per Eurosport – e diceva “Stare calmi è l’unica cosa che si può fare quando il pubblico grida buuuh tra la prima e la seconda di servizio”  prima di dare una fantastica lezione di civiltà a tutti quelli che continuavano a ululare: “Non riesco a sentire Jim Courier, abbiate rispetto, ha vinto qui (grande Daniil!). Rispettate almeno lui perché sta parlando!”.

Ragazzi, questo è un vero campione, il n.2 del mondo, il favorito n.1 del torneo adesso, il campione dell’ultimo US Open, dell’ultima Coppa Davis, di due ATP Cup, il finalista dell’Australian Open 2021 e ha…un paio di attributi grossi così.

Chapeau! E ancora più chapeau perché lui, tennista mai banale in campo e fuori, è proprio l’esempio di uno che ha saputo imparare a vivere, è maturato, ha messo la testa a posto sebbene anche lui, come Fognini e Kyrgios, non ce l’avesse  a posto proprio per nulla.  

Io ero a Wimbledon 2017 quando opposto al belga Bemelmans, secondo turno a Wimbledon 2017, perse al quinto set e a fine partita aprì il portafogli per tirarne fuori un bel mucchio di monetine e lanciarlo al giudice di sedia. Non avevo mai visto niente di simile. Pensai che fosse pazzo!

Ed ero a New York 2019, quindi meno di 3 anni fa, aveva 23 anni e mezzo, non era più un pischello, quando alle prese con  Feliciano Lopez, strappò letteralmente di mano in maniera incomprensibile e inaccettabile un asciugamano a un ragazzino raccattapalle venendo giustamente beccato dal pubblico che continuò a farlo anche nel match successivo…solo che Daniil dopo averlo provocato “Se mi fischiate gioco meglio, mi caricate…” poi seppe rimediare, con intelligenza, e con grande sense of humour riuscì poi a portarlo tutto dalla sua parte.

Banale lui non sarà mai. Ma stupido nemmeno.

Poco più di un mesetto fa a Madrid fu capace di dire, in mezzo a un subisso di fischi: “Sono felice che la squadra abbia raggiunto la finale. Sono state due settimane fantastiche: battere la Spagna a Madrid è stata la cosa migliore della settimana, in spogliatoio eravamo davvero contenti di aver eliminato la squadra di casa, è una bella sensazione”.

E aggiunse: “È molto divertente, e lo dico dal 2019, la gente non ha ancora capito come farmi perdere: dovete tifare per me, altrimenti continuerò a vincere; comunque va bene, continuate così!”.

Dai, ragazzi, non è divertente avere personaggi così, quando tutti giocano a fare i santarellini, i politically correct?

Chiudo dicendo che Berrettini, Sonego e Sinner mi fanno sognare un’altra grande settimana per il tennis italiano. La prossima; Sinner ci sarà di sicuro, gli altri due non lo so. Ma ci conto.

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Editoriali del Direttore

La fortuna aiuta a battere i record. Esser fenomeni non basta. L’Oscar della sfortuna a Djokovic e …

L’infinita saggezza di Nadal. Il record di Feliciano Lopez è il ritratto della salute. La prudente neutralità di Federer, “primula rossa” crociata del tennis. La “bolla” di Sasha Zverev dopo il Covid di Misha.

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Feliciano Lopez - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

TABELLONE MASCHILE

TABELLONE FEMMINILE


Non basta essere veri fenomeni e saper far tutto con una racchetta in mano per vincere uno Slam. Figurarsi per vincerne tanti come è riuscito – e chi se non loro – ai Fab 3 che se ne sono accaparrati 60 degli ultimi 73 nonostante un’età sempre più avanzata. Guarda caso i soli di quei 13 che ne hanno vinto più d’uno dacchè Federer trionfò nel primissimo Wimbledon 2003, e cioè Murray e Wawrinka (3) ne hanno passate di tutti i colori fra sale chirurgiche qua e là, soprattutto lo scozzese. Gli altri hanno vinto un solo Slam, Gaudio, Safin, Roddick, del Potro, Cilic, Thiem e Medvedev (il russo è il solo che può aspirare al bis).

 

Rafa Nadal, dall’alto della sua infinita saggezza, l’ha sempre detto quando gli chiedevano che cosa si augurasse per l’anno che stava per cominciare: “Una buona salute e 12 mesi al riparo dagli infortuni”.

Chi non sottoscriverebbe, tennista o qualsiasi essere umano, una frase del genere?

Eh sì, anche se si nasce fenomeni, se si lavora seriamente per poter competere ed essere migliori di altri fenomeni, insieme a tanti segreti c’è anche quello che non si può comprare e che a qualcuno capita e ad altri no: la buona sorte.

Per stabilire grandi record ci vuole anche quella. E invocarla non guasta, anche per chi è magari superstizioso. Del resto, come diceva il grande Eduardo de Filippo, “Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo…porta male”.

L’Oscar della sfortuna in questo Australian Open per ora se lo sono contesi in due, ma con diverse responsabilità. Il primo è Novak Djokovic e il secondo lo nomino più in giù. Djokovic è il primo n.1 del mondo della storia che per aver tirato una pallata contro la rete di fondocampo – ma quanti l’hanno fatto? – ha colpito per l’appunto l’unica giudica di linea che stava ritta in piedi senza nessuno intorno nel raggio di 8 metri. E non l’ha colpita a una caviglia, al ginocchio, in pancia: no, l’ha colpita nella gola facendola stramazzare a terra, forse più per lo spavento che per il dolore. Anche lì: non poteva centrare un giudice di linea, un omone per nulla impressionabile che magari ci avrebbe fatto pure una risata su? Vabbè, andò così, sono passati un paio d’anni, Djokovic ci ha rimesso uno Slam come non poteva essere altrimenti stando alle regole più che sensate esistente,  ma uno Slam che avrebbe probabilmente vinto. Due anni dopo Novak Djokovic è ancora il primo n.1 del mondo della storia del tennis, ma direi anche della storia di tutti gli sport, che viene espulso da un Paese che lo aveva invitato a venire a dispetto di ogni regola e che gli aveva garantito il visto esentandolo dal vaccino.

Non ritorniamo adesso a discutere di tutta la saga perché fra poche ore avremo modo – semmai qualcuno ne avesse nostalgia – di tornarci sopra, perché i tre giudici della corte federale hanno promesso che ci faranno conoscere le motivazioni della sentenza. Qualunque cosa avranno scritto saranno nuove polemiche. Ci scommetto.

Come nel primo caso anche nel secondo Djokovic ha le sue colpe, non c’è dubbio. Se non tirava quella pallata…se si vaccinava…Insomma, se, se e se, dai se la sarà anche cercata, per carità, come negarlo?, ma un po’ di jella Nole l’ha anche avuta se oggi è ancora fermo a quota 20 Slam e non ha approfittato delle assenze degli altri due Fab.

Vero che pure gli altri due, Federer e Nadal – dal canto loro- possono dire di avere avuto anch’essi una discreta dose di jella negli ultimi anni, visto che ultimamente ogni due per tre si sono infortunati. Rafa per poco meno di un semestre, ma ci è abituato. E’ quasi sempre il secondo. Un semestre sabbatico? O prende l’aspettativa? Se anche si ferma per sei mesi gli sponsor non battono ciglia. Qualcuno la batterà per Djokovic, semmai. Lacoste? Beh, hanno annunciato di volersi sedere a tavolino. Per come è uscita dall’Australia, e dalla saga, l’immagine di Djokovic, si presume. Ma forse anche per capire se lui intende partecipare a una dozzina almeno delle tappe più importanti del circuito o se invece non intendendo vaccinarsi ne salterebbe un bel po’. Mi pare, a questo punto, una preoccupazioni abbastanza legittima da parte dei suoi sponsor. Se Djokovic non gioca non fa vedere i loro loghi. E scende in classifica.

in tutto questo pandemonio che fa e che dice Roger? Beh lui sembra proprio scomparso. E’ la primula rossa(crociata) del tennis. Sì, perché per strappargli una dichiarazione sul caso Djokovic l’avranno cercato in mille, ma nessuno l’ha trovato, tanto bene lui deve essersi nascosto.

Eppure non c’è collega svizzero che si occupi un minimo di tennis che non abbia scritto almeno una sua biografia e che quindi non abbia meno di un eccellente rapporto con lui. A chi non l’ha scritta non gli danno nemmeno il tesserino giornalistico, nella Confederazione Elvetica. E Roger è proprio il personaggio di fama universale che meglio rappresenta lo stereotipo della neutralità svizzera: sono sicuro che se, puntandogli una pistola ad una tempia, qualcuno lo avesse rintracciato e obbligato a dire la sua sul caso Djokovic sarebbe riuscito a trovare il modo più elegante – chi può mettere in discussione l’eleganza di Roger? – di non dire nulla di negativo su Craig Tiley, su Novak Djokovic, sull’Australia. Quando si dice che Federer è un fenomeno, beh, lo è in tutti i sensi. E, ripensandoci, gli svizzeri che lo conoscono meglio forse non l’hanno nemmeno cercato. Sapevano benissimo che non avrebbero mai scritto uno scoop.

Inciso autobiografico: perfino in Italia le biografie di Federer si sono sprecate. Ho più colleghi che le hanno scritte di quelli che non l’hanno fatto. Se non l’ho fatto anch’io – è il mio alibi – è tutta colpa di questo benedetto (???) Ubitennis che non mi dà tregua.

A pagina 2 il secondo sfortunato dell’Australian Open

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Australian Open

Fabio Fognini che cosa pensi di fare da grande? Berrettini e Sinner sono da semifinale?

Sognare costa poco, ma dando retta al ranking, Berrettini è il primo candidato a un posto in semifinale così come Sonego lo è per i quarti…contro Matteo. E Sinner, dopo il forfait di Ruud, lo è per i quarti: contro Tsitsipas?

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Dal record di partecipazione, 10 azzurri nel tabellone maschile, si passa al record degli eliminati al primo turno, sette su dieci, ma direi che il record che conta è il primo e non il secondo che è più una boutade.

E poi dopo aver visto il sorteggio direi che era tutto abbastanza prevedibile. Berrettini, Sinner e Sonego sono i nostri migliori giocatori, tutti e tre compresi fra le teste di serie, n.7, n.11 e n.25 ed è normale che abbiano superato il primo turno. Il solo ad aver perso un set è stato Berrettini che incontrava in Nakashima il giocatore più forte, il solo compreso fra i primi 100, e dopo aver perso ill primo set ha rischiato forte di cederne un altro perché non stava neppure bene, ma ha dimostrato anche in questa occasione una solidità di nervi non comune per venir fuori da una situazione preoccupante. Prima di dire che cosa mi aspetto dai nostri 3 tenori – vabbè, non è una definizione originale, ma mica potevo chiamarli Fab 3 – mi pare si debba spendere qualche commento su Fabio Fognini.

La sconfitta che fa più male forse è la sua. Anche perché è stata nettissima e contro un giocatore, Griekspoor, che anni fa lui avrebbe ridicolizzato. Invece Fabio ha raccolto 9 miseri game in tre set in un’oretta e tre quarti di tennis da dimenticare. La metà del suo avversario.

 

Non intendo assolutamente infierire nei confronti di Fabio. Mi aspetto che qualche maligno pensi che non si aspettasse altro che di farlo, visti i rapporti spesso polemici tenuti da Fognini nei confronti miei, di Ubitennis e dei suoi collaboratori, però mi pare che Fabio da un bel po’ non sia più lui.

a 35 anni è difficile tornare ad essere quello che si era se non si ha – o quantomeno si mostra di non avere – più neppure grande fiducia nelle proprie possibilità. E forse neppure la voglia di continuare a giocare. Tanto Murray appare irriducibile, tanto Fabio pare sconsolato, sfiduciato, quasi rassegnato.

Figurarsi se mi permetto di dargli consigli. Anche perché lui farebbe certamente il contrario di quel che io gli consigliassi. Ma giocare senza pensare di poter vincere non ha molto senso. Sono abbastanza sicuro che a lui non piaccia viaggiare, lasciando Flavia e tre bambini a Arma di Taggia, o anche in Spagna, per fare figure che non avrebbe mai fatto.

C’è il doppio, meno male, e l’amicizia con Bolelli che può essere uno stimolo a continuare. Qualche risultato, abbiamo visto, lì arriva ancora se non si affrontano i più forti della specialità come quelli che non gli hanno dato scampo in Davis a Torino, e questo lo può tenere su di morale.

Del resto tanti tennisti che non si sentivano di lasciare da un momento all’altro il tennis, l’agonismo, il circuito, gli amici frequentati per anni (nel caso di Fabio quasi una ventina d’anni fra carriera junior e adulta), si sono rifugiati nel doppio e hanno continuato a giocare e anche a guadagnare dei bei soldini fino a 40 anni e oltre.

Ovviamente quello dei soldi per Fabio è l’ultimo dei problemi, beato lui.

Fra moglie e marito – senza mettere il dito – i Fognini hanno guadagnato 30 milioni di dollari (lordi) di soli premi ufficiali.  Quanto da  sponsor, esibizioni, gettoni di presenza in Davis e Fed Cup non ho idea. E mica sono l’agente delle tasse. Ma la coppia Fognini potrà mantenere serenamente i 3 figli e i figli dei figli, forse anche i pronipoti.

Fabio è stato il miglior tennista che abbiamo avuto dal tramonto di Panatta e&. Miglior come talento puro dei tre migliori tennisti italiani di oggi, quei tre tenori che abbiamo visto essere ancora in gara a Melbourne.

Sono contento per lui che proprio poco prima che l’anagrafe e qualche problema fisico gli facessero pagare dazio, Fabio si sia tolto la soddisfazione di entrare finalmente fra i top-ten (n. 9 il 15 luglio– dopo essere stato n. 13 del mondo per un breve periodo nell’estate di 9 anni fa: chiuse l’anno a n.16) e di vincere un Masters 1000 a Montecarlo 2019. A febbraio perderà la seconda metà di quei 1000 punti congelati da allora e il suo ranking peggiorerà notevolmente.

Con Montecarlo ha vinto 9 tornei, ma purtroppo negli Slam non ha raggiunto grandissimi traguardi, un solo quarto di finale a Parigi 2011 quando battè annullando caterve di matchpoint Montanes negli ottavi ma facendosi così male da non poter disputare i quarti contro Djokovic.

Si fosse programmato meglio sarebbe probabilmente riuscito a qualificarsi una volta per un Masters che invece ha solo sfiorato.

Gli sono mancati dei centimetri per servire meglio, in tempi in cui i più forti tennisti oggi sono quasi tutti più vicini ai 2 metri che al metro e 90, ma forse ancora di più una testa per uno sport che è durissimo proprio per gli aspetti psicologici che comporta.

Non avendo mai avuto la continuità dei Fab Four, quelli sì veri fenomeni e stiamo constatando anche in questi giorni di cosa sia capace Andy Murray, i 35 anni di Fognini pesano di più, sono quasi come i 40 di un Federer. Nadal e Djokovic, vaccino a parte, reggono ancora alla grande, ma da Fognini ormai non credo ci si possa più aspettare vittorie in qualche torneo che conta. Qualche exploit magari ancora sì, perché di talento ne ha da vendere e quindi qualche bella giornata gli potrà anche capitare. Ma tre di fila non credo proprio. Il mio non vuole assolutamente essere un De Profundis, perché una partita ben giocata da Fognini varrà sempre il prezzo del biglietto, ma quante di queste partite riuscirà ancora a giocare? Cosa vuoi fare da grande caro Fabio? Ai posteri…  

E sempre posteri saranno anche quelli che vedranno a che punto del ranking mondiale sarà capace di issarsi Lorenzoo Musetti.

Speravo proprio che Lorenzo ce la facesse contro de Minaur e invece dopo un illusorio primo set, vinto in rimonta come avrete constatato dalla nostra cronaca e dalla sua intervista , è purtroppo sceso di intensità, ha perso sempre più campo. Tuttavia, anche se era certamente dispiaciuto, non credo possa avere troppi rimpianti.

De Minaur, classe 1999, fra meno di un mese compierà 23 anni. Ha cioè 3 anni più di Lorenzo (che è nato nel marzo 2002) e a quest’età tre anni di differenza sono un abisso.

Ho fiducia che fra tre anni Lorenzo sarà un altro giocatore.

Questa, come le altre sconfitte degli altri 6 azzurri eliminati ci stavano tutte. E salvo Travaglia che ha lottato parecchio, fino ai crampi, con Bautista Agut, e ha almeno vinto un set quando avrebbe potuto vincerne anche due –nel primo ha servito per il set ma ha perso il game a 15 – tutti gli altri hanno perso 3 set a zero. Dominati.

Ho scritto questo editoriale quando i “tre tenori” dovevano scendere in campo e spero di non portare loro male se dico che in teoria potrebbero arrivare tutti e tre nei quarti.

Se ciò accadesse, visto che per centrare quel traguardo Sonego e Berrettini, i gemelli diversi, si troverebbero l’un contro l’altro armati, avremmo la certezza di uno di loro due in semifinale. Roba da stropicciargli gli occhi, perché a seguito del ritiro di Ruud testa di serie n.8 nel settore di Sinner, Jannik è rimasto come il miglior classificato lì.

Quindi Sinner è il maggior candidato a raggiungere i quarti, proprio come Berrettini, ma senza avere sul suo cammino tennisti del calibro di Alcaraz e Korda che invece Matteo potrebbe dover affrontare. Per carità, il Braveheart Murray che ha vinto al quinto con Basilashvili e che a fine anno scorso  battè proprio Sinner non sarà certo avversario arrendevole, ma secondo me Sinner è più solido di Basilashvili…sebbene quando c’è da chiudere un set con il servizio a disposizione tende un po’ troppo spesso a irrigidirsi e a perderlo.

Forse sarebbe stato meglio per lui incontrare  Murray subito, già al secondo turno, perché lo scozzese sarebbe ancora stanco per la battaglia del primo turno, dopo la finale di domenica scorsa. Invece dovrà giocare contro il giapponese Taro Daniel e probabilmente avrà modo di recuperare.

C’è anche de Minaur nel settore di Sinner, ma Sinner oggi come oggi è ben più forte di Musetti. E De Minaur è comunque un tennista con limiti ben definiti.

Sinner giocherà da favorito i prossimi 3 match con Johnson, Murray e de Minaur. Se li vince eccolo nei quarti, probabilmente contro Tsitsipas, il n.4 del seeding e il più abbordabile rispetto a Medvedev, Zverev e secondo me anche rispetto a Nadal (che è n.6).

Sinner ha battuto a Tsitsipas a Roma, dove ci ha anche perso. E per quanto con il greco abbia perso 2 volte su 3 potrebbe – se arrivassero entrambi a scontrarsi – il traguardo della semifinale non sarebbe un traguardo impossibile.

Ben più difficile sarebbe l’eventuale semifinale con Medvedev, nonostante il matchpoint avuto a Torino…quando però il russo un momento sbadigliava (o si fingeva disinteressato) e un altro momento faceva numeri e recuperi da prestigiatore.

Lo so che mi sono spinto troppo in là, nemmeno io fossi parente del Mago Ubaldo, però se ho detto del tutto illogiche fatemelo pure presente. Non mi offendo. E non ho scritto che due italiani giocheranno due semifinali eh. Diciamo che, sebbene io guardi soprattutto a Berrettini contro Alcaraz con grandissima preoccupazione, quasi maggiore di quella che proverei alla vigilia di un Sonego-Monfils – ma attenzione già stanotte a Otte perchè a New York mi impressionò e non sarà facile domarlo, batte molto bene – magari sotto sotto ci spero. Voi no?

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