Berrettini in finale sull'erba del Queen's (Scognamiglio). Splendido Berrettini, è in finale a Londra (Mastroluca). Più forte del Diavolo (Bertellino). In finale al Queen's, l'erba di Berrettini è sempre più verde (Rossi)

Rassegna stampa

Berrettini in finale sull’erba del Queen’s (Scognamiglio). Splendido Berrettini, è in finale a Londra (Mastroluca). Più forte del Diavolo (Bertellino). In finale al Queen’s, l’erba di Berrettini è sempre più verde (Rossi)

La rassegna stampa del 20 giugno 2021

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Berrettini in finale sull’erba del Queen’s (Ciro Scognamiglio, La Gazzetta dello Sport)

 Matteo Berrettini aveva due anni quando, nel 1998, Laurence Tieleman – padre olandese, mamma romana, lui belga naturalizzato italiano – si spinse dalle qualificazioni del Queen’s fino all’atto conclusivo, che perse dall’australiano Draper. Era la prima finale di un nostro tennista sui prati londinesi della tradizionale anteprima di Wimbledon, e fino a ieri era rimasta l’unica (in 117 edizioni, la prima nel 1890). Ma adesso Berrettini lo ha eguagliato, dopo essersi liberato in semifinale dell’australiano Alex de Minaur, testa di serie numero 4 e numero 22 al mondo, senza grandi affanni: 6-4 6-4 in un’ora e 23 minuti strappando un servizio per set al rivale e concedendo una sola palla break. Oggi può far meglio, se batterà in un confronto inedito il mancino Cameron Norrie (diretta Sky e Supertennis dalle 14.30): al 25enne outsider britannico (ma nato in Sudafrica), 41 del ranking, sono bastati due set per battere a sorpresa il canadese Shapovalov, n’ 14 e testa di serie numero due. […]. Con l’australiano aveva perso l’unico precedente, una semifinale nel challenger di Segovia (veloce indoor) nel 2017. Ma è da un pezzo che il 25enne romano allenato da Vincenzo Santopadre – a Londra lo sta seguendo Umberto Rianna – è entrato in un’altra dimensione: lo dimostrano il consolidato status da numero nove del mondo e il fatto che al Queen’s fosse la testa di serie numero 1. «La finale era l’obiettivo di questa settimana – ha commentato a caldo -. Ora dovrò concentrarmi su un altro…. Per battere de Minaur ho dovuto giocare il mio miglior tennis. Quando servo, penso sempre di poter tenere i miei turni di servizio: sono consapevole del fatto che sia una grande arma (ieri altri 8 ace e l’89% di punti vinti con la prima palla, ndr). Se dormo bene prima di una finale? Beh, se succede allora c’è qualcosa che non va, perché un po’ di tensione ci deve essere». Miglioramenti Terza finale stagionale (le altre due sul rosso), settima in carriera (4 tornei già vinti), i quarti di finale raggiunti sulla terra del Roland Garros, fermato soltanto dal futuro vincitore Novak Djokovic: associare il concetto di «certezza» a Berrettini, che ieri si è ben disimpegnato anche con il rovescio, non solo si può, si deve. Per togliersi ogni dubbio, andiamo a ripercorre il suo cammino stagionale: delle sette sconfitte (compresa anche l’Atp Cup) soltanto due sono arrivate contro giocatori peggio piazzati di lui nella classifica mondiale: Matteo è stato «sorpreso» dal kazako Bublik ad Antalya e dallo spagnolo Davidovich Fokina a Montecarlo. Stop. Prospettive Anche a prescindere dal risultato della finale odierna, questo Berrettini fa ben sperare in chiave Wimbledon, lo Slam più prestigioso che torna a partire dal 28 giugno – dopo la cancellazione dell’anno scorso dovuta alla pandemia. la rinuncia di Rafa Nadal lo farà diventare testa di serie numero 8, e magari la cosa si potrebbe tradurre in un tabellone un po’ più favorevole anche se è ancora presto per pensarci. Ma di sicuro Matteo è cresciuto moltissimo rispetto al 2019, quando si spinse fino agli ottavi sull’erba di Church Road incassando a quel punto la famosa «lezione» da Roger Federer: perse 6-1 6-2 6-2. Ma ormai lo abbiamo capito, questo è un altro Berrettini. Leggere le sue parole per credere: «La cosa importante è che sono competitivo su tutte le superfici. Questa settimana è la prova ulteriore che sull’erba posso giocare molto bene. Mentirei se non dicessi che voglio spingermi in avanti a Wimbledon. Poi che sia diffìcile lo sappiamo tutti, ma le cose che stanno succedendo aiuteranno sicuramente». 

Splendido Berrettini, è in finale a Londra (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

 

Dopo la prima finale in un Masters 1000, Matteo Berrettini giocherà anche la prima in un ATP 500. Al Queen’s, torneo storico che si disputa dal 1890 nel club londinese dedicato alla regina Vittoria, il romano ha raggiunto la sfida per il titolo senza aver perso nemmeno un set, dopo il 6-4 6-4 sull’australiano Alex De Minaut, numero 22 del mondo. Sfiderà il mancino britannico Cameron Norrie, terzo giocatore di casa nel suo percorso, anche lui alla terza finale ATP del 2021, la prima in un 500. In semifinale, ha eliminato un dispersivo Denis Shapovalov per 7-5 6-3. LA FIDUCIA DI MATTEO. […]. Solo altri quattro italiani nell’era Open ne hanno giocate cosi tante in almeno due stagioni diverse: Adriano Panatta (cinque anni con almeno tre finali, record le sei del 1973); Corrado Barazzutti (quattro nel 1977, tre nel 1976); Fabio Fognini (quattro nel 2018, tre nel 2013 e 2014); Filippo Volandri (tre nel 2004 e 2006). Efficace con il diritto e il servizio (32 punti su 36 con la prima in semifinale), il numero 1 azzurro si sente e si mostra più sicuro anche con il rovescio. Con il diritto rischio di più, penso che il mio sia uno dei più importanti nel circuito, ma non mi sento debole con il rovescio. Sto migliorando giorno dopo giorno» ha spiegato. Sfidare un mancino in finale non lo preoccupa più di tanto. «Certo, servirà in maniera diversa, soprattutto con lo slice contro il mio rovescio. Ma devo concentrarmi sui miei punti di forza e non pensare troppo». L’AVVERSARIO. Primo britannico diverso da Murray in finale al Queen’s dal 2002, Norrie è nato a Johannesburg, in Sudafrica, da padre scozzese e madre gallese, buoni giocatori di squash all’università. […]. Un po’ scapestrato nei primi tempi, ha avuto anche un serio incidente di moto, ha cambiato vita e prospettive di carriera. Qui ha incontrato l’argentino Facundo Lugones, suo coach dal 2017. Il 2021 è la sua stagione migliore. Ha già disputato le finali all’Estoril e a Lione, dove ha eliminato l’austriaco Dominic Thiem, numero 4 del mondo e avversario meglio classificato che abbia mai sconfitto in carriera. Dalla prossima settimana il britannico, che non ha ancora mai vinto un titolo, entrerà per la prima volta in Top 40. IL PRECEDENTE. Berrettini non è il primo italiano in finale al Queen’s. In un torneo che vanta fra i campioni Andy Murray (primatista con cinque successi), John McEnroe, Jimmy Connors, Lleyton Hewitt e i due soli uomini capaci di completare il Grande Slam, Don Budge e Rod Laver, nel 1998 si è spinto in finale Laurence Tieleman. Madre romana e padre olandese, allievo dell’accademia di Nick Bollettieri, sull’erba si trovava particolarmente bene. Al Queen’s approfittò negli ottavi del ritiro di Greg Rusedski e nei quarti eliminò Tim Herman, quattro volte semifinalista a Wimbledon in carriera. In finale, l’unica che abbia giocato a livello ATP perse contro l’australiano Scott Draper. Un anno dopo, Tieleman sarebbe diventato il primo italiano a battere Roger Federer in un torneo professionistico. Berrettini punta a fare meglio. Vuole regnare nel club della regina. 

Più forte del Diavolo (Roberto Bertellino, Tuttosport)

[…]. Ma non è soltanto vigoria e servizio in semifinale al Queen’s per superare il “demonio” australiano Alex De Minaur. Usa tattica, strategia e rovescio in più variazioni per dare qualità alla potenza. Un passante calibrato proprio di rovescio ha fatto la differenza nel momento chiave del secondo set, sul quale De Minaur non è riuscito a giocare in maniera vincente di volo, permettendo all’azzurro di involarsi verso il break. Salito sul 5-4 Berrettini non ha tremato e concluso la penultima sfida con successo. “Ho dovuto giocare il mio miglior tennis per avere la meglio su Alex e sono felice della prestazione. La finale era l’obiettivo di inizio settimana, ora manca solo uno step. Quando servo penso sempre di poter tenere i miei turni di servizio: so che è una grande arma”. Non ha caso negli 84′ di partita ha ottenuto l’89% dei punti dalla sua prima. E nella settimana ha messo 10 prime su 12 break point. Di certo non dormirà in vista della sua prima finale in un ATP500. “Servono concentrazione e attenzione ai dettagli. Di solito non dormo molto perché l’adrenalina non lo consente, se ci riesco, qualcosa non sta funzionando. La soddisfazione per essere ancora in corsa in un torneo così prestigioso è tanta”. Oggi troverà il britannico di origine sudafricana Cameron Norrie, nr. 41 ATP (che è il suo record), impostosi in semifinale un po’ a sorpresa su Denis Shapovalov, n.2 del seeding in uno scontro tra mancini. […]. Norrie è in costante ascesa, dotato di tennis completo e adatto all’erba grazie al temibile servizio e alla capacità di anticipare la palla. […]. Sarà per il 25enne romano sarà la 7° finale nel massimo circuito, terza stagionale dopo quella persa nel Masters 1000 di Madrid e la vittoria nell’ATP250 di Belgrado, entrambe sul rosso. Andrà a caccia del 5° titolo, il 2° su erba dopo Stoccarda 2019 che lo rivelò quale potenziale specialista su una superficie comunque atipica. Miglior preparazione in ottica Wimbledon, sia tecnica sia motivazionale Matteo non avrebbe potuto farla. Ad Halle finale tra il russo Andrey Rublev (la sua prima sulla superficie) che ha piegato il georgiano Nikoloz Basilashvili e il francese Humbert che dopo una sfida fino all’ultimo 15 ha avuto la meglio sul canadese Felix Auger-Aliassime finalista la scorsa settimana a Stoccarda

In finale al Queen’s, l’erba di Berrettini è sempre più verde (Paolo Rossi, La Repubblica)

 Il gigante del tennis italiano, alias Matteo Berrettini, continua ad aggiungere pagine inedite nel grande libro della storia del tennis italiano. Il venticinquenne romano (alto 196 centimetri) gioca oggi alle 14.30 (diretta in tv su Supertennis) la sua prima finale in un Atp 500, quella del Queen’s a Londra, torneo propedeutico a Wimbledon dopo aver superato l’australiano De Minaur 6-4, 6-4 in semifinale. Dunque, è il primo italiano di sempre a raggiungere – nello stesso anno – una finale in ogni categoria di tornei Atp: lo aveva già fatto a Belgrado (Atp 250) e Madrid (Masters 1000).[…] Per Berrettini comunque non è la prima volta su erba, in quanto aveva conquistato il titolo a Stoccarda nel 2019. È la settima finale (il bilancio vede quattro vittorie e due sconfitte) per il secondo azzurro in finale al Queen’s: nel 1998 Laurence Tieleman fu sconfitto dall’australiano Draper. Comunque vada, il messaggio è forte e chiaro: per l’erba del Tempio Berrettini potrà essere uno dei protagonisti. L’allievo di Vincenzo Santopadre conferma il percorso positivo, che già al Roland Garros ha impensierito non poco Novak Djokovic. E lì, a Parigi, si era sulla terra rossa: sebbene sia la superficie d’origine di Matteo, di sicuro l’erba può esaltare maggiormente le sue caratteristiche tecniche: la potenza del servizio e del dritto, il rovescio tagliato, le smorzate. Oltre ai colpi al volo. Per essere un Martello (il suo soprannome) ha una tecnica di gioco sopraffina, che gli Isner e gli Opelka si sognano di notte. Per dire, ieri con De Minaur ha servito 7 ace e il 71% di prime in campo. «Quando servo penso sempre di poter tenere i miei turni di servizio: so che è una grande arma» ha detto dopo il match. « La finale? L’obiettivo di questa settimana: ora dovrò concentrarmi su Norrie, contro cui non ho mai giocato. Se dormo bene prima? Sì, ma se ci riesco troppo bene allora c’è qualcosa che non va, un po’ di tensione ci deve essere».

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Il Cio: «Incontreremo Peng Shuai a gennaio» (Mastroluca). Flavia Pennetta: “Uniti per Peng Shuai” (Rossi). Medvedev non perde un colpo, Russia in semifinale (Crivelli)

La rassegna stampa di venerdì 3 dicembre 2021

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Il Cio: «Incontreremo Peng Shuai a gennaio» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Se la situazione di Peng Shuai non sarà completamente chiarita, la WTA è disposta a cancellare i tornei in Cina anche dopo il 2022. «Vorremmo parlare direttamente con lei, assicurarci che sia libera e non sottoposta a coercizioni – ha detto il Ceo Steve Simon all’Associated Press -, e che sia avviata un’indagine completa e imparziale sulle sue accuse». Altrimenti la sospensione dei tornei in Cina per il 2022 potrebbe diventare una cancellazione più lunga. La più forte contrapposizione fra il governo di Xi Jimping e un’organizzazione sportiva è la coda lunga delle accuse che l’ex campionessa Slam e numero 1 del mondo in doppio aveva rivolto all’ex vicepremier cinese, Zhang Gaoli. In un messaggio sul social network Weibo rivelava lo scorso 2 novembre che Gaoli l’aveva costretta a un rapporto sessuale. Di Peng Shuai si erano perse le tracce per due settimane. L’opinione pubblica e i grandi campioni si erano mobilitati, poi il presidente del Cio Thomas Bach aveva annunciato di averle parlato, in video-chiamata, per mezz’ora. Ieri il Comitato olimpico ha parlato di una seconda conversazione. «Le abbiamo offerto un ampio supporto, resteremo in contatto con lei e abbiamo già concordato un incontro di persona a gennaio – si legge in una nota del Comitato -. Stiamo affrontando la questione direttamente con le organizzazioni sportive cinesi. Utilizziamo la diplomazia silenziosa». Ma alla WTA evidentemente non basta, se Simon è disposto a perdere milioni di euro. I nove tornei in calendario nel 2019 in Cina, infatti, offrivano un montepremi complessivo di 30,4 milioni di dollari. Simon, appoggiato anche da Amnesty International, non molla. «Se lo facessimo, diremmo al mondo che va bene non prendere le accuse di molestie sessuali seriamente perché sono vicende troppo complesse – ha detto all’Associated Press – e non possiamo permettere che succeda»

Flavia Pennetta: “Uniti per Peng Shuai, in gioco di diritti di tutti” (Paolo Rossi, La Repubblica)

 

Flavia Pennetta se la ricorda benissimo Peng Shuai, la tennista cinese scomparsa dopo aver denunciato le molestie subite da parte dell’ex vicepremier Zhang Gaoli e poi riapparsa in pubblico nel mistero. «Caspita, certo. Abbiamo giocato più volte contro, belle battaglie. Una ragazza solare, sorridente. Anche grazie all’aiuto di esperienze di vita all’estero, come negli Stati Uniti».

La Wta ha sospeso i tornei in Cina.

Sì, ed è una decisione enorme. Un gesto importante, perché di solito il sindacato femminile è molto prudente e ci pensa tre volte. Mi sa che hanno informazioni che noi ancora non conosciamo, e che apprenderemo solo in futuro. Io ero rimasta al suo incontro con Bach, e poi ho visto che ha partecipato a un’esibizione con i bambini…

È sembrato solo un contentino per far contento il mondo, visto che di lei non si hanno di nuovo più notizie.

Incredibile. Eppure io ho guardato bene il video, anche se l’immagine non era proprio nitidissima, devo dirlo. Lo ammetta: onestamente anch’io ho pensato a un sosia. Viene naturale pensarlo. Ma mi sembrava proprio lei.

Di sicuro la vicenda non migliora l’immagine della Cina.

Sappiamo che il loro è un mondo chiuso, e lasciamo stare le questioni politiche, il loro regime. Ma non va bene, ovviamente. Va malissimo. Non è accettabile. Mi dispiace veramente tanto per Shuai. Spero che anche gli altri, e anche l’Atp, continuino a tenere i riflettori accesi sul caso Peng. Anzi, spero che anche gli altri sportivi, altri campioni, entrino in scena mostrando solidarietà. In modo che i politici cinesi capiscano che un comportamento del genere non è ammissibile a nessun livello.

Sarebbe bello se si ripetesse il sostegno avuto dal movimento Black Lives Matter.

Certo. Ricordate Naomi Osaka che scendeva in campo con le mascherine delle vittime della polizia? Sarebbe bello che calcio, basket, F1, golf e tanti altri sport importanti facessero anche loro un gesto. L’opinione pubblica verrebbe mobilitata. E credetemi, ripeto: il fatto che la Wta abbia sospeso i tornei in Cina pesa tanto, sia dal punto di vista sportivo, ma anche economico e politico. Ma chi ci rimette, alla fine, sono le giocatrici.

A febbraio Pechino ospiterà anche le Olimpiadi invernali.

Appunto. Ecco perché è il momento che il mondo si stringa ora intorno a Shuai: e poi oltre alla persona qui sono in gioco dei principi, i diritti civili di tutti. Non si può e non si deve transigere: le istituzioni, dallo sport alla politica, dovrebbero far sentire forte la propria voce.

Medvedev non perde un colpo, Russia in semifinale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Tutto come previsto. La Russia, favorita della vigilia, con due giocatori in top 5 (Medvedev e Rublev), un altro in top 20 (Karatsev) e il quarto in top 30 (Khachanov), è l’ultima semifinalista delle Finals della Coppa Davis 2021, unica squadra ad aver raggiunto l’obiettivo senza dover ricorrere al doppio decisivo. Ma il successo sulla sorprendente Svezia dei fratelli Ymer, figli di un mezzofondista etiope profugo nella città di Skovde, non è stato semplice, soprattutto per la solita prestazione altalenante di Rublev, che ha servito per il match sul 5-4 del secondo set contro Elias Ymer (171 del mondo) dopo meno di un’ora di gioco ma II si è incartato con due erroracci di dritto che hanno radicalmente cambiato il match. Tra gratuiti marchiani, palle tirate contro il tabellone luminoso (rompendolo) e qualche prodezza isolata, il moscovita ha dovuto ricorrere a un delicato tiebreak per sbrogliare la matassa nel terzo set, ritrovando almeno qualità e tranquillità, imponendosi alla fine con il punteggio di 6-2 5-7 7-6. Con il primo punto in cassaforte, non poteva essere Medvedev a tradire la Grande Madre Russa e infatti con un doppio 6-4 in 73 minuti ha sbrigato la pratica Mikael Ymer senza peraltro brillare particolarmente. Tanto è bastato, però, per consolidarne il percorso immacolato in queste Finals, con tre vittorie nei tre singolari e senza aver ceduto neppure un set. Per agguantare la terza insalatiera russa, la strada passa ora per una semifinale contro la Germania, domani alle 13, mentre oggi Serbia e Croazia, alle 16, giocano la prima. […]

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Berrettini con Sinner? È ora di vederci doppio (Mastroluca). Italia, due certezze (Guerrini). Principe azzurro (Pierelli)

La rassegna stampa di mercoledì 1 dicembre 2021

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Berrettini con Sinner? E’ ora di vederci doppio (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Nel nuovo formato della Coppa Davis, schierare una coppia di doppisti affidabile vale molto più di prima. In ogni sfida fra nazioni, infatti, non si giocano più cinque incontri ma tre, due singolari e un doppio, e tutti al meglio dei tre set. L’Italia, nel percorso a Torino chiuso con l’eliminazione nei quarti di finale dopo aver ottenuto il primo posto del girone, ha perso tutti e tre gli incontri di doppio. Fognini e Musetti hanno ceduto contro gli statunitensi Sock e Ram. Il ligure e Jannik Sinner hanno ceduto contro due delle coppie migliori del mondo. Si sono arresi prima ai colombiani Juan-Sebastian Cabal e Robert Farah (con il primo posto già sicuro, in un match finito a notte fonda), poi contro i campioni di Wimbledon e numeri 1 del 2021, i croati Mektic e Pavic. Gli azzurri hanno giocato con la spada di Damocle di dover vincere sempre i due singolari. «Sicuramente è un motivo di riflessione, al di là del fatto che nessuna nazionale ha costruito un doppio per la Davis. Non ci sono nazioni che hanno studiato la crescita di un doppio nel proprio Paese». Sulle scelte del capitano a Torino hanno pesato anche gli infortuni dei numeri 1 di singolare e di doppio, Matteo Berrettini e Simone Bolelli. Il bolognese, numero 25 del mondo nel ranking di specialità, è stato colpito da una pallata al costato nei primi giorni di allenamento alla vigilia dell’esordio. «I cinque erano questi, oltre una certa data si potevano sostituire solo per Covid e per fortuna casi di positività non ci sono stati» spiega ancora Volandri. Persa la possibilità di schierare Fognini-Bolelli, prosegue Volandri, «abbiamo fatto delle prove, in allenamento e in partita. La migliore era la coppia Sinner-Fognini». Costruire delle coppie che possano giocare stabilmente anche nel circuito non è facile. L’opzione che stuzzica di più è mettere insieme i primi due singolaristi, Berrettini e Sinner, ma non è detto che sia garanzia di qualità. «Dovevano provare a Indian Wells, ma Matteo si è fatto male al collo prima del torneo — spiega Volandri —. Quando hai giocatori così, in Top 10 e concentrati più sul singolare, è difficile costruire la coppia di doppio». Una prova, però, ci sarà, salvo ulteriori imprevisti. A gennaio è in calendario l’ATP Cup, competizione a squadre in programma in Australia a cui le nazioni si qualificano in base al ranking in singolare dei loro migliori giocatori. «La teoria dice che Berrettini e Sinner giocheranno — promette il capitano azzurro di Coppa Davis -. Nel caso, insieme a Vincenzo Santopadre proveremo se sarà possibile questa volta». […]

Italia, due certezze (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

L’amarezza per un’eliminazione, il cuore colmo di tristezza a per la perdita del Dottor Laser, il professor Pierfrancesco Parra ricordato da tutti. E l’orgoglio e la certezza di essere sulla buona strada. L’Italia ha salutato Torino guardando al futuro. Nella sicurezza di avere una squadra molto competitiva, Volandri non nasconde un problema. Del resto la Coppa del format “mordi e fuggi° che si trasferirirà in sede unica per 5 anni ad Abu Dhabi senza che le partecipanti siano state interpellate, ha evidenziato il ruolo centrale del doppio. Il paradosso è che ormai il gioco di coppia è declassato da tempo nei tornei. Bisognerebbe costruirne uno, mettere assieme due ragazzi non di punta ma di qualità perché giochino l’intera stagione nel circuito. Ma chi tra i giovani è disponibile? Di sicuro non quelli che già vedono un grande avvenire in singolare, come Musetti. Non crediamo coloro che stanno cominciando la carriera come Cobolli, Zeppieri, Nardi, Arnaldi e altri che vogliono giocarsi le chance a livello individuale. Potrebbe avere un senso la coppia dei torinesi Sonego-Vavassori, ma i loro calendari non combaciano. Volandri ha scoperto che Jannik Sinner può reggere il doppio impegno, in doppio si diverte e lo considera uno strumento di crescita individuale, per ora. Ma si può chiedere un sacrificio simile anche a Matteo Berrettini? Volandri s’è mostrato orgoglioso dei ragazzi: «Sì, perché hanno dato tutto. Abbiamo provato a vincerla, al termine di una settimana difficile. Abbiamo perso anche il nostro dottor Parra, e questo colpo durissimo non è stato facile da assorbire. Tutte le squadre che abbiamo trovato a Torino hanno un doppio eccezionale. Per cercare di essere tranquilli dovevamo portare a casa entrambi i singolari, ci mancava Berrettini, questo aspetto inevitabilmente creava tensione. Sonego l’ha avvertita. Nel terzo set ha sentito il dovere di vincere la partita, affrettato, s’è irrigidito nella tensione e ha pagato anche la fatica. Pensavamo che contro Gojo fosse più sereno, ha avuto una grande reazione, nel secondo set. Purtroppo non è bastato. Ma non ho mai avuto nessun dubbio su Lorenzo, quando viene chiamato in causa dà sempre il massimo. Abbiamo messo un primo mattoncino di qualcosa di importante che costruiremo nel tempo». […]

Principe azzurro (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

Si era presentato a Torino timido e con lo sguardo basso, ha lasciato il Pala Alpitour da gladiatore. Se c’è un lato bello dopo la sconfitta dell’Italia contro la Croazia, quello ha la faccia di Jannik Sinner. Altro che freddo, altro che distaccato e calcolatore: in questi giorni di Coppa Davis gli azzurri hanno trovato un vero e proprio leader. Che, a soli 20 anni, e al debutto nella competizione, ha aizzato il pubblico, ha cercato di trascinare la folla torinese, riuscendoci del tutto. Come sono lontani i tempi in cul fece discutere la sua decisione di non disputare le Olimpiadi.. In realtà quella scelta la fece per resettare il motore e migliorare il servizio e i risultati gli hanno dato ragione, come si è visto anche in questi giorni. Già nelle Finals giocate al posto di Berrettini, Jannik aveva dimostrato di aver trovato il giusto feeling con la folla torinese. Ma nella gara a squadre più antica del mondo si è spinto ancora più in là, come ha spiegato lui stesso dopo l’amara sconfitta in doppio contro i croati. «La Davis per me è diversa – ha detto l’altoatesino -, questa è stata una notte più importante rispetto a un torneo individuale, anche se abbiamo perso. Alle Finals ho imparato molto, non ci sono dubbi, ma nella Davis si vivono sensazioni particolari, perché giochi per tutti, provi emozioni diverse. Hai più responsabilità e questo ti fa crescere. Mi ha fatto piacere stare in questi giorni con i miei compagni, con il capitano: qui si vince come squadra e si perde come squadra». Lui ha tirato fuori tutto se stesso anche in una situazione disperata come quella contro Marin Cilic, in cui è stato per due volte sotto di un break nel secondo set dopo aver perso il primo. Li sono uscite le qualità e l’orgoglio del campione: alla fine Sinner ha vinto tutti e tre i singolari a cui ha preso parte in Davis e ha fatto gli straordinari scendendo in campo anche nel doppio con Fabio Fognini. L’Italia ha dunque trovato il perno su cui costruire il futuro. […]

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Sinner non basta, Davis addio (Crivelli). SuperSinner si fa in due ma il doppio condanna l’Italia (Mastroluca). Formula rivedibile e conti che non tornano la Coppa Davis e quel fascino da ritrovare (Semeraro)

La rassegna stampa di martedì 30 novembre 2021

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Sinner non basta, Davis addio (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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La sfida contro la Croazia approda purtroppo all’epilogo più agognato dai nostri avversari, il dentro o fuori deciso dal doppio, dove loro vantano la coppia più forte del pianeta, i campioni olimpici e di Wimbledon Mektic/Pavic. Per come si era messa, però, non la soluzione non appariva troppo disprezzabile per gli azzurri, perché un irriconoscibile Sonego aveva perso il primo punto contro Borna Gojo, 279 del mondo senza neppure la biografia sul sito Atp e Cilic, nel secondo singolare, aveva servito peril match sul 5-4 del secondo set contro Sinner, prima si subire la rimonta del n. 10 del mondo. Recuperato un po’ d’ossigeno, capitan Volandri decide di affidarsi di nuovo a Fognini e Jannik (nonostante le due ore e 43′ trascorse in campo per battere Cilíc), testati nella sfida contro la Colombia, ma i croati si rivelano troppo forti: non concederanno alcuna palla break e approfitteranno con gli interessi dei turni di servizio balbettanti di Fabio. Finisce qui, ma la delusione cocente non può cancellare il cammino e il valore di questa squadra, destinata a recitare da protagonista nel prossimi anni per profondità e talento e che era priva del n. 7 del mondo. Con Berretto sarebbe stata un’altra musica, ma la settimana di Torino ha consacrato una volta di più le doti tecniche e mentali di Sinner, per il quale la top ten di fine stagione a soli vent’anni sembra rappresentare il viatico verso l’empireo.

 

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Stavolta, schiacciato dalla tensione di una vittoria annunciata ancor prima di scendere in campo, però in una sfida che non contempla un domani, Sonego finisce per smarrire i riferimenti tecnici ed emozionali del match, scomparendo dal campo, lui che ha il cuore di un guerriero, quando la sfida si fa più calda, irrigidito dalle responsabilità: non a caso, si libererà dalle tossine della pressione solo nel secondo set, quando deve rimontare e quindi può lasciare andare il braccio e la mente. Una lezione amara da mandare subito a memoria: nelle difficoltà, non è peccato cercare la melina di rimessa senza intestardirsi nella ricerca ossessiva delle proprie soluzioni vincenti, in attesa che passi la nottata.

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Ma alla fine di una notte che non avremmo certo voluto così scura, capitan Volandri rilancia con fierezza: «Abbiamo perso uno spareggio, ma sono orgoglioso dei miei ragazzi». L’Italia c’è.

SuperSinner si fa in due ma il doppio condanna l’Italia (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

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l’Italia ha scoperto un giovane leader che, al debutto in Nazionale, si è calato nel ruolo del numero 1 con la naturalezza dei grandi. PUBBLICO ALLEATO. In singolare, Sinner non si è fatto demoralizzare dal primo set e mezzo di un Marin Cilic parente molto stretto del campione dello US Open 2014. l’altoatesino capisce di avere un alleato al Pala Alpitour; il pubblico. Lo cerca, lo chiama, alza le braccia ed è come se girasse la manopola di una vecchia radio: il volume dentro lo stadio sale. La natura della partita cambia, perché Cilic è ingiocabile finché la sicurezza lo sostiene. tinsicurezza lo appesantisce. la lotta al contrario acuisce il senso di Jannik perla competizione. Il campo sembra diventare più stretto e più corto per lui, mentre Cilic aumenta i palleggi prima del servizio, intervallati anche da un accenno di “gambeta” da “tanguera”. Sinner ci mette del suo ad allungare i tempi di gioco, risponde profondo e dalla parte del rovescio inizia a tessere una trama diversa della partita. I

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Non soffre quando Cilic accelera di diritto, il suo colpo simbolo giocato in diagonale o dal centro, lo chiude quando incrocia di rovescio con traiettorie sempre più strette. Ma quasi con un margine di sicurezza che gli consente, in caso, di attaccare la palla successiva. ll break all’inizio del terzo illude. FINALE SHOW. Il controbreak diventa un contraccolpo che però non lo abbatte. Anzi, gli indica la strada per la vittoria: ha bisogno di tenere la percentuale alta con la prima di servizio, di prendere l’iniziativa ma non di forzare e aspettare la palla giusta per aprirsi il campo. Soprattutto, ha capito che la presenza scenica avrebbe dovuto cambiare. Foccupazione dello spazio, sotto le luci verdi mentre si alzano le bandiere tricolori sulle tribune, dà la misura del Sinner 2.0. Non ha l’indole del mattatore, ma si dimostra sempre più a suo agio quando put) rendere gli spettatori parte attiva della performance. Abituato alla sottrazione dell’emozione, per non dare segnali agli avversari, passa all’addizione con il pubblico. ll gioco ne guadagna. Qualche errore rimane, qualche scelta forzata continua ad accompagnare la sua partita. Ma tiene di fisico, di cuore e di testa mentre l’avversario più esperto, con un migliaio di partite giocate e uno Slam in bacheca, deraglia. l’Italia che guarda ai giovani e applaude ai Maneskin scopre un altro ventenne che studia da leader

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Formula rivedibile e conti che non tornano la Coppa Davis e quel fascino da ritrovare (Stefano Semeraro, La Stampa)

Avvertenza: le considerazioni che seguono sono indipendenti dalla vittoria o dalla sconfitta dell’Italia con la Croazia a Torino. Riguardano solo il nuovo (s) formato della Coppa Davis, o forse sarebbe meglio dire della Rakuten Cup, tanto per contare il nuovo main sponsor di una gara che è stata per 118 anni una delle più prestigiose dello sport mondiale, e che oggi naviga in un limbo fatto di ambizioni per ora frustate, ed evidenti limiti: sia sportivi sia commerciali. Le magagne della Riforma, voluta dal Kosmos Group di Gerard Piqué per svecchiare una manifestazione ormai snobbata dai più forti, sono evidenti: una formula cervellotica, con qualificazioni vecchio stile a febbraio e le Finals divise fra una fase a sei gironi da tre squadre, ostaggio della insopportabile classifica avulsa (insopportabile sempre, e vieppiù nel tennis), e una a «tabellone» con quarti, semifinali e finali in sede unica (ma quest’anno spacchettate in tre città causa Covid). Orari folli, che già avevano costituito un problema a Madrid nel 2019 e che si sono ripetuti a Torino, costringendo gli spettatori a lunghe attese al freddo e poi a maratone finite quasi alle 3 di mattina, fra caffè e palpebre calanti. E un formato abbreviato, con tre match al meglio dei tre set che non tutela le nazioni più forti – fra le quali l’Italia… – e rende la (falsa) Davis «un piccolo torneo», per usare le parole di Corrado Barazzutti. Senza contare che i quarti si stanno giocando tutti in giorni feriali, quindi con più disagi per gli spettatori. Insomma, un mezzo disastro. A maggior ragione se si considera che la nuova formula non ha fatto tornare i campioni all’ovile:

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Neanche il conto economico, peraltro, deve essere dei migliori, se la settimana prossima l’Itf, che l’ha appaltata al Kosmos Group in cambio di 3 miliardi di dollari in 25 anni, voterà per il trasferimento per un quinquennio delle Finals ad Abu Dhabi.

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«Stiamo svendendo lo spirito della Davis al Medio Oriente, è ridicolo», sostiene Lleyton Hewitt, ex numero 1 del mondo oggi capitano dell’Australia. «La Coppa Davis è morta due anni fa», gli fa eco Paolo Bertolucci. «Tanto vale chiamarla World Cup of tennis, e rassegnarsi».

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