Bum Bum Berrettini (Marianantoni). Berrettini da Wimbledon (Mastroluca). L'erba della regina incorona Berrettini. "E ora Wimbledon" (Rossi). Sua Maestà Matteo (Azzolini)

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Bum Bum Berrettini (Marianantoni). Berrettini da Wimbledon (Mastroluca). L’erba della regina incorona Berrettini. “E ora Wimbledon” (Rossi). Sua Maestà Matteo (Azzolini)

La vittoria di Matteo Berrettini al Queen’s

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Bum Bum Berrettini (Luca Marianantoni, La Gazzetta dello Sport)

Matteo Berrettini come Fabio Capello. Se il “bisiaco” fu l’autore della leggendaria rete che permise all’Italia, il 14 novembre 1973, di espugnare Wembley, il campione romano è diventato il primo tennista italiano, in oltre 130 anni di storia del Queen’s, a conquistare íl tradizionale torneo londinese che precede Wimbledon. Un successo che pesa tantissimo per Berrettini, settimo nella “race” per Torino e vicinissimo a sorpassare Federer nel ranking Atp, e per l’Italia che sull’erba, pur avendo vinto altri tornei, non si era mai spinta così in alto. È il trofeo più importante vinto da un nostro tennista dopo le vittorie di Adriano Panatta a Parigi e Roma nel 1976 e di Fabio Fognini a Montecarlo nel 2019. Berrettini non aveva mai giocato al Queen’s e diventa íl secondo esordiente poi vincitore Boris Becker: nel 1985 il tedesco poi sbancò anche Wimbledon, a soli 17 anni. Mix perfetto La vittoria su Cameron Norrie, britannico nato a Johannesburg e n. 34 del mondo, e frutto di un mix perfetto in cui a prevalere è da un lato la forza mentale di Matteo e dall’altra un tennis sempre più completo e adatto a ogni superficie.

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Giocare da favorito non scompone più di tanto l’azzurro, supportato fin da subito da un servizio devastante. Sul 2 pari Norrie commette due doppi falli e con il minimo sforzo Berrettini scappa avanti un break che conferma per il 4-2. Matteo si appoggia bene su palle senza peso, usa con sapienza l’incrociato di dritto e spesso prende in contropiede Norrie, sbracciando con il dritto a sventaglio. L’azzurro è perfetto e al primo set point chiude la frazione per 6-3.

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Nel secondo set Matteo frequenta con maggior assiduità la rete e f risultati sono incoraggianti. Ancora un game di battuta facile per il 2 pari. Sul 3-4 scivola sotto 15-30, ma rimedia con una prima di servizio, una palla corta e ancora un servizio vincente. Norrie non riesce neppure ad annusare la palla break e apre il nono game con un ro – vescio Incrociato che finisce in corridoio. L’aggressività di Berrettini si trasforma in una risposta vincente e in un folle recupero di dritto che gli regala due palle per andare a servire per il match. Il britannico però le annulla e con lo smash si issa 5-4. Il gioco di volo torna a latitare a vantaggio di lunghi scambi da fondocampo che Berrettini tenta di arginare con palle corte. Sul 5-6 15 pari Berrettini lascia sguarnita la parte del dritto e Norrie lo fulmina salendo ancora 15-30; ma con una prima e due ace il romano si toglie dalle peste e arpiona il tie-break che però gli sfugge per un mini break subito all’inizio.

[…] prime battute del terzo set. Sul 3-2 Matteo attacca con il dritto e si procura due palle break Norrie però è vigile e le annulla con il servizio e con una chiusura a rete. Sul 4-3 Norrie si fa recuperare da 40-0 a 40 pari con il quinto doppio fallo, poi c’è il passante dell’azzurro che ottiene il break nel momento più diffiche del match. Matteo è astuto a servire prime a tre quarti di velocità, ma molto profonde, si procura un triplo match point, ma è sufficiente il primo per vincere un. torneo da sogno. Che cifre I numeri dell’azzurro sono impressionanti: 19 ace in 16 turni di battuta, un solo doppio fallo, il 76% di prime, il 91% dei punti vinti con la prima (58 su 64), nessuna palla break concessa, due invece quelle sfruttare su sei complessive.

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Berrettini da Wimbledon (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Ha lanciato un asciugamano verso un gruppo di tifosi in cambio di una bandiera tricolore. Matteo Bcrrettini ha festeggiato così il suo traguardo più prestigioso in carriera. Alla prima partecipazione al Queen’s, storico appuntamento sull’erba a Londra, prima di Wimbledon, in calendario dalla fine dell’Ottocento in un aristocratico circolo chiamato così in onore della regina Vittoria, il numero 1 d’Italia è diventato re. Ha vinto il suo quinto titolo, il secondo sull’erba, il primo in un ATP 500.

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Grazie al 6-4 6-7(5) 6-3 su Cameron Norrie, britannico nato in Sudafrica e vissuto in Nuova Zelanda, che ha studiato negli Stati Uniti, Berrettini si è messo sulle spalle di un gigante del tennis mondiale. È infatti il primo giocatore a centrare il titolo al primo tentativo dal 1985. Allora ci riuscì il diciassettenne Boris Becker che poi completò un trionfo da record a Wimbledon.

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Ha dimostrato quanto vale, ha confermato di essere un Top 10 con pieno merito, con la concreta possibilità di sorprendere a Wimbledon e di esserci a Torino per la prima edizione italiana delle Nitto ATP Finals. LA FINALE. In finale, Berrettini ha servito benissimo, senza mai concedere palle-break. Ha piazzato 19 ace, ha tenuto a zero tre turni di battuta nel secondo set e quattro nel terzo, misura della fiducia crescente nel colpo fondamentale per il suo gioco. La tensione per quel sogno così vicino si leggeva però nelle incertezze con il diritto, nei movimenti un po’ macchinosi all’inizio. Ma è proprio vincendo questo tipo di partite che si vedono i campioni. E il romano ha vinto da campione. Contro un mancino come Norrie che ha provato a chiuderlo nell’angolo sinistro e a mandarlo fuori tempo con un rovescio piatto insidioso sull’erba, ha fatto valere motivazione, sicurezza e tenuta mentale nei momenti chiave della partita. Così quando Norrie, che non ha mai vinto un titolo nelle quattro finali ATP giocate, ha affossato un rovescio sulla cruciale palla-break che ha indirizzato il terzo set, il numero 1 d’Italia ha accelerato verso il trionfo.

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ll pensiero di tutti è, intanto, rivolto a Wimbledon, dove ha giocato contro Roger Federer il suo primo ottavo di finale in uno Slam due anni fa. FIDUCIA.

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In questo periodo ha giocato la sua prima finale in un Masters 1000, a Madrid, e messo paura a Novak Djokovic nei quarti del Roland Garros. Ma il meglio, si spera, deve ancora venire.

L’erba della regina incorona Berrettini. “E ora Wimbledon” (Paolo Rossi, La Repubblica)

Tu chiamale emozioni. Un italiano alza la coppa della Regina. Matteo Berrettini: iscrive il suo nome nell’albo d’oro del Queen’s, il torneo di Londra. Vi partecipava per la prima volta, e ha trionfato. Come lui, soltanto un certo Boris Becker. «Sognavo di giocare questo torneo, lo guardavo da bambino. E ora che ho la possibilità di alzare il trofeo è dunque un sogno che diventa realtà» ha detto con quel suo sorriso ammaliatore il tennista azzurro, al quinto titolo della carriera, il secondo sull’erba. «Come festeggerò? Cena in camera e acqua frizzante». Berrettini ha ribadito personalità, sicurezza, confidenza in se stesso. Si è preso la finale contro il britannico Cameron Norrie 6-4, 6-7 (5), 6-3.

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La prossima tappa è Wimbledon, inutile girarci intorno. «Matteo è pronto per vincere un torneo del Grande Slam». Chi lo dice? Vincenzo Santopadre. Il coach di Berrettini, la persona più umile e pacifica del mondo. «Confermo: non sarebbe onesto nemmeno verso noi stessi se non lo dicessimo, se non avessimo questo obiettivo. In passato ho sempre risposto, a questa domanda, che non era ancora il momento. Oggi, dopo tutto il cammino del nostro viaggio, ribadisco che Matteo può prendersene uno, non so quale».

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La stoccata al partito dei “gufatori”. «Purtroppo c’è questa cultura in Italia — aggiunge Santopadre — che va sempre a trovare i difetti invece di godersi le cose belle. Ed è un peccato. Lo dico in generale: penso a Fognini, che è stato più odiato che lodato per le perle che ci ha regalato. Matteo? Lo hanno sempre etichettato come un battitore e stop, ma c’è altro nello sport, nella vita. Oggi quel ragazzo che era già solido di testa è un uomo compiuto e completo, consapevole di stesso. E questa è la parola chiave: consapevolezza.

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Wimbledon, dunque, dal 28 giugno. Senza Nadal e con il rebus Federer. Certo, resta un certo Djokovic e i tennisti Bum Bum. Ma saranno loro a doversi preoccupare, e faranno bene.

Sua Maestà Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Un asciugamano per una bandiera. Scambio alla pari, prendere o lasciare… L’asciugamano del torneo è una preda ambitissima, e costa un occhio. A Wimbledon li vendono a 75 pounds, e il Queen’s non si è mai sentito da meno del torneo più antico che vi sia. Perbacco, il circolo l’hanno costruito per la Regina Vittoria, significherà pure qualcosa, no? Così, la bandiera italiana da due pounds, forse tre, finisce nelle mani di Berrettini. Sembra un po’ ciancicata, ma sopra c’è scritto “Daje Matté; e vale da sola il ricordo di questa settimana, chiusa rincitrullendo di ace tutti gli avversari incontrati. Matteo batte la Gran Bretagna, e anche un pezzetto del Commonwealth.

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Nell’ordine, Andy Murray scozzese di Glasgow, Daniel Evans inglese di Birmingham, e in finale Cameron Norrie, padre scozzese e madre del Galles, lui nato a Johannesburg e cresciuto in Nuova Zelanda.

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Berrettini ha tenuto in piedi una difficile finale con 19 ace, infilati come chiodi nell’impalcatura del match. Aggiunti a quelli messi a segno nei precedenti quattro turni, fanno 68, un buon 70 per cento dei quali misurati a una velocità fra le 138 e le 143 miglia Dai 222 ai 230 chilometri orari. A renderla più ostica del prevedibile, e quanto mai sdrucciola, è stato il buon tennis prodotto da Norrie, mancino con un ottimo servizio a uscire. Malgrado ciò, Berrettini ha vinto a mani basse il primo set, e ha avuto sul 4 pari del secondo due palle break per operare l’allungo definitivo. Invece si è ritrovato al tie break e lo ha perso su un unico punto smarrito. Nessuno accetta di buon cuore di trovarsi in parità dopo aver dominato, unicamente per colpa di un mini break affondato su un rimbalzo reso farlocco dall’erba, ma Berrettini è ormai giocatore di spessore, ha fiducia nei propri mezzi, e sa di avere nel suo tennis su due-tre colpi un alleato prezioso. Direte, ma non è il tennis di tutti? È vero, ma non tutti lo praticano a una velocità da Formula Uno. Nel terzo set, che finalmente Matteo ha affrontato servendo per primo, è stato Norrie a concedersi sbandando nel momento in cui nessuno si sarebbe aspettato. Sul 4-3 per Berrettini il britannico si è portato sul 40-0, ha subito due bordate vincenti dell’italiano, ha aggiunto di suo un doppio fallo, e si è spento in via definitiva. È il quinto successo per Matteo, su sette finali giocate. E gli vale il quarto posto tra gli italiani in Era Open. Dieci successi Panatta, nove Fognini, sei Bertolucci, cinque Berrettini e Barazzutti.

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Anche nella Race Matteo è fra i Top Ten, al settimo posto, e potrebbero bastare due o tre risultati discreti da qui alla fine dell’anno per garantirgli la seconda partecipazione alle Finals. E qui si va nel libro dei record, alle pagine titolate “Imprese mai riuscite ai tennisti italiani’: Nessuno per due volte alle Finals. E nessuno anche tra i vincitori del Queen’s, un torneo dall’albo d’oro smisurato.

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La coppa d’argento del Queens è alta, con i grandi manici che ricordano due orecchie a sventola. Esatto, proprio come la Champions League. Di più grande c’è solo il mondiale, che nel tennis è rappresentato dagli Slam. Matteo ha una settimana per preparare il cambio d’erba, quella dei Championships è più compatta e meno veloce che al Queen’s. Venerdì c’è il sorteggio. Il ritiro di Nadal gli offre l’ottava testa di serie. I match contro i più forti cominceranno solo dai quarti in su.

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Giorgi, il piacere di stupire (Bertellino). Pure la Osaka cede allo stress (Scognamiglio). Osaka, il fallimento e le lacrime. E il Giappone già prende le distanze (Imarisio)

La rassegna stampa di mercoledì 28 luglio 2021

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Giorgi, il piacere di stupire (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Offrire il meglio del proprio repertorio alle Olimpiadi. Per molti atleti un sogno, per pochi la realtà. Tra questi eletti sta emergendo nelle giornate di Tokyo 2020 la 29enne maceratese Camila Giorgi, n°61 del mondo, capace di vincere tre match consecutivamente contro avversarie di grossa caratura senza perdere nemmeno un set. Sta colpendo la numero uno azzurra per quella continuità di rendimento che spesso le ha fatto difetto in carriera impedendole di raggiungere traguardi che il suo talento avrebbe invece meritato. L’ultima a cadere sotto i suoi colpi è stata la ceca Karolina Pliskova, recente finalista a Wimbledon e n° 7 WTA. A Camila sono stati sufficienti 75 minuti per avere la meglio 6-4 6-2 sull’ex n° 1 del mondo. Il primo set è stato il più equilibrato, con break e contro-break iniziali (2-2), nuovo break dell’azzurra tenuto fino al termine con grande autorevolezza. La seconda frazione è stata invece un assolo della marchigiana, avanti di due break e a segno al primo match point. Meno errori gratuiti della rivale, 4 palle break convertite su 4, grande efficacia con la risposta e costante capacità di spostare da una parte all’altra del terreno di gioco la nobile avversaria, condizione che da sempre poco predilige: «Molto bene oggi – ha detto in zona mista al termine – con tanto ordine. Qualche errore per alcune scelte sbagliate, ma nel complesso tutto positivo. Una sfida molto diversa dall’ultima, giocata e vinta poco più di un mese fa a Eastbourne sull’erba. Lì la palla rimbalzava poco, qui il cemento restituisce di più». II prossimo ostacolo sarà l’ucraina Elina Svitolina, testa di serie n° 4 e da poco signora Monfils.

Pure la Osaka cede allo stress (Ciro Scognamiglio, La Gazzetta dello Sport)

 

Rimbomba l’eco del dolore di un popolo. Fortissimo. E chissà per quanto tempo ancora si sentirà. Questa doveva essere (anche) l’Olimpiade di Naomi Osaka, scelta per accedere il tripode – a forma di Monte Fuji – nella cerimonia inaugurale di venerdì scorso. Un pugno di giorni dopo, il mondo si è capovolto ed è finito dalla parte sbagliata: negli ottavi del torneo di tennis due rapidi set (6-1 6-4 in 68′) sono bastati alla ceca Marketa Vondrousova – numero 42 del mondo, finalista al Roland Garros 2019 – per sbattere fuori la campionessa idolo del Giappone, numero 2 del mondo. Un altro lutto sportivo da elaborare per il paese organizzatore al pari di quello per l’eliminazione dell’idolo della ginnastica Kohei Uchimura. Poche parole tra le lacrime, prima della fuga. Osaka ha detto: «Da tempo dovrei essere abituata a questa pressione, ma allo stesso tempo qui era più grande, anche a causa della pausa che mi ero presa. Non ho retto. Per me ogni sconfitta è una delusione, ma oggi sento che questa fa schifo più delle altre. Almeno, sono contenta di non avere perso al primo turno». L’ultima frase, prima ancora che di circostanza, suona surreale. Il resto è un romanzo pieno di nervi e lacrime, crisi esistenziali e fantasmi depressivi, paure e responsabilità insopportabili per una fuoriclasse capace comunque di vincere quattro tornei del Grande Slam, 2 Australian Open e 2 Us Open. Non si vede il cielo dal campo centrale, perché la pioggia ha obbligato alla chiusura del tetto, e con il senno del poi sembra un presagio. Non c’è luce nel cuore di Naomi, solo il buio. E il tema non è tanto riavvolgere la trama agonistica di un match in cul la favorita non ha mai trovato una contromossa alle palle corte della rivale, firmando 32 errori gratuiti. Semmai ricordare le origini della relazione non sempre facile tra Osaka e il Giappone a causa delle sue radici (è cresciuta negli Usa, da mamma giapponese e papà haitiano, è sempre stata contro il razzismo e ogni discriminazione) prima che il riconoscimento del ruolo di eroina le venisse certificato dal ruolo di ultima tedofora. Ad appena 23 anni. II massimo, così neanche il migliore degli sceneggiatori avrebbe potuto immaginare questo drammatico seguito. O forse sì? La fine di maggio 2021, in fondo, è l’altro ieri. Quando Naomi decide di disertare le conferenze stampa del Roland Garros, poi il ritiro dal torneo e la rivelazione: «Da dopo l’Us Open 2018 (primo grande trionfo, n.d.r.) soffro di lunghi periodi di depressione». Si era chiamata fuori pure da Wimbledon, mentre aveva deciso di confermare la presenza all’Olimpiade. Voleva che fosse ricordata per sempre e lo sarà, ma non per il motivo che desiderava.

Osaka, il fallimento e le lacrime. E il Giappone già prende le distanze (Marco Imarisio, Corriere della sera)

Quando Naomi Osaka si è avviata a testa bassa verso la rete, il capo della squadra di tennis giapponese ha cominciato a singhiozzare. All’inizio tenendosi la testa tra le mani e scuotendola, poi alzandosi e mostrando il viso rigato di lacrime, mentre si batteva sempre più forte con il pugno sulla bocca dello stomaco, quasi a simulare un seppuku, l’antica punizione che i samurai si infliggevano per espiare le proprie colpe. C’era un patto tanto implicito quanto crudele tra il Giappone e questa campionessa fragile cresciuta negli Stati Uniti, nipponica solo per parte di madre, che non parla la lingua del Paese che l’ha adottata. Tu avrai l’onore di accendere la torcia olimpica durante la cerimonia inaugurale, anche se non sei fino in fondo una di noi. Ma in cambio devi vincere, per diventare il volto di un Giappone moderno e cosmopolita. Soltanto che Naomi non sta bene. Al Roland Garros fu quasi obbligata dalla reazione violenta degli organizzatori dello Slam francese dopo il suo ritiro a rivelare l’esistenza di un disagio mentale che spesso sconfina nella depressione. All’esordio nel torneo olimpico, aveva rivelato di sapere dallo scorso marzo che sarebbe toccato a lei. E chissà se questa lunga attesa ha contribuito a scavarle dentro ancora di più. Ieri non è stata una partita di tennis, ma una agonia. Osaka non ha perso contro l’onesta Marketa Vondrousova, ma contro sé stessa, cedendo al peso che la opprime ormai da mesi. Stringeva il cuore, vederla mentre nella zona mista all’uscita dal campo tentava di trovare le parole. «Non sono stata capace di reggere questa pressione» è riuscita a dire. Gli occhi le si sono riempiti di lacrime. Non è riuscita a proseguire. Per lei il peggio deve ancora venire. C’erano due medaglie che per il Giappone dovevano contenere tutte le altre: Osaka e il ginnasta Kohei Uchimura, 7 medaglie olimpiche, campione a Londra 2012 e Rio 2016. Hanno fallito entrambi, ma solo per Osaka non ci sarà perdono. Mentre la aspettavano, i giornalisti locali già sostenevano in diretta che non essendo una vera giapponese, ignora cosa sia lo Shokunin, il termine che spiega la dedizione di questo popolo per il lavoro. La sua scelta era legata all’immagine di un Giappone più inclusivo e aperto. La sua sconfitta ha generato un’onda contraria non solo sui social. Molti commentatori hanno messo in dubbio la legittimità di una hafu, così vengono definiti i giapponesi di sangue misto, a rappresentare il Paese. All’improvviso, dopo una partita di tennis sbagliata, siamo tornati agli stereotipi, all’orgoglio nazionalista, con tanti saluti alla diversità. Dal finestrino della berlina nera che la portava via, sembrava quasi che Osaka stesse dando un’occhiata al Giappone che la giudicava. E intanto, continuava a piangere.

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Collins è la nuova regina di Palermo (Vannini)

La rassegna stampa di lunedì 26 luglio 2021

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Collins è la nuova regina di Palermo (Paolo Vannini, Corriere dello Sport)

Una finale vera, stizzosa anche, fatta di urla reciproche fra due giocatrici che ad Amburgo 20 giorni fa, se n’erano dette di tutti i colori. Ma alla fine è la favorita Danielle Collins a iscrivere il proprio nome sul 32simo Palermo Ladies Open e a diventare la prima americana a vincere il torneo siciliano. Il suo primo titolo Wta,

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Crolla sul piano fisico Elena Gabriela Ruse

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Ma la Collins ha replicato il copione della semifinale, rimontando nel 1° set da 2-4, con una serie di risposte di rovescio di altissima scuola. Nel 2°, la Rusé sul 2 pari ha avuto quasi un mancamento, sono intervenuti i medici con sosta di una decina di minuti, poco gradita dalla Collins che se n’è lamentata col supervisor ma non si è smontata e alla ripresa ha chiuso 6-4, 6-2. Oggi la sua classifica salirà fino al n. 35 del Mondo.

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Troppo caldo: Djokovic sposta l’orario del match (Mastroluca). La Collins spezza la meledizione (Vannini)

La rassegna stampa di domenica 25 luglio 2021

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Troppo caldo: Djokovic sposta l’orario del match (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Ai Giochi Olimpici, diceva Pierre De Coubertin, l’importante non è tanto vincere quanto partecipare. Hugo Dellien, battuto da Novak Djokovic all’esordio nel torneo olimpico di tennis, ha confermato che il principio può valere ancora. Al momento della stretta di mano, infatti, gli ha chiesto la maglia come ricordo del giorno più importante della sua carriera. Il numero 1 del mondo l’ha accontentato, come il boliviano ha potuto documentare sui suoi profili social.

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Dopo la partita, Djokovic ha chiesto di iniziare il programma più tardi, rispetto all’orario fissato per le undici del mattino ora di Tokyo, a causa del caldo insopportabile all’Ariake Tennis Park. «Non capisco perché non partire alle tre del pomeriggio, ci sarebbero sette ore di luce almeno e poi ci sono i riflettori su tutti i campi» ha detto il numero 1 del mondo. CAOS CALDO. A causa del caldo estremo, la locale agenzia per l’ambiente ha invitato i cittadini a non praticare attività fisica all’aperto per il rischio di infarti.

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Anche il russo Danil Medvedev, numero 2 del mondo, si è lamentato delle durissime condizioni e ha protestato per la durata dei cambi campo, di soli sessanta secondi e non di un minuto e mezzo come nei tornei Atp. MARATONA SONEGO.II russo potrebbe affrontare negli ottavi Lorenzo Sonego, che sotto questo sole opprimente ha rimontato un set salvato un match point prima di completare il 4-6 7-6(6) 7-6(3) sul giapponese Taro Daniel, dopo una partita durata tre ore e sette minuti.

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Sonego è in stanza con i grandi amici Lorenzo Musetti e Fabio Fognini. BENE FOGNINI, KO ERRANI. Il ligure, che non ha partecipato alla cerimonia d’apertura senza pubblico e con le delegazioni in forma ridotta, ha sconfitto un altro giocatore di casa, Yuichi Sugita, sostenuto anche dal carrarino (che poi si è spostato a tifare Sinego), battuto invece dall’esperto australiano John Millman.

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Al prossimo turno, incontrerà il bielorusso Egor Gerasimov, numero 79 del mondo, che non ha mai incontrato in carriera. Il caldo ha messo in difficoltà anche la russa Anastasia Pavlyuchenkova, che ha chiesto assistenza medica durante il 6-1 6-0 su Sara Errani.

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La Collins spezza la maledizione (Paolo Vannini, Corriere dello Sport)

La prima finale della carriera per Danielle Collins, 27 anni, risultati eccellenti negli Slam (semifinale in Australia 2019. quarti a Parigi l’anno scorso), ma mai la soddisfazione di alzare un trofeo; la seconda in venti giorni per Elena Gabriela Ruse, romena esplosa con il successo di Amburgo partendo dalle qualificazioni, esattamente come adesso a Palermo.

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Semifinali diverse per caratura e durata La prima si è trascinata per tre ore con la Ruse che contro la francese Dodin pareva avvertire la fatica, andava sotto di un set e nel secondo chiamava il medical time out.

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Altra qualità nella sfida fra due tenniste che hanno frequentato le prime 25 del mondo. La Collins cambiava marcia vincendo sette giochi consecutivi dal 2-4 iniziale per la Mang, chiudendo il primo set con quattro fenomenali risposte di rovescio. La cinese sembrava non crederci più, e la statunitense, reduce ad aprile da un intervento per endometriosi, spezzava la maledizione delle semifinali perse. Un precedente fra le due, molto recente ad Amburgo: vinse la Ruse in tre set. BRONZETTI. Palermo ha consacrato la crescita di una nuova promessa italiana. l quarti di Lucia Bronzetti, i secondi di fila dopo Losanna, sono uno raggio di luce. Spiega Francesco Piccari, allenatore della 23enne riminese: «Fanno notizia questi 15 giorni, ma i miglioramenti di Lucia sono evidenti da almeno quattro mesi. Ha cominciato l’anno con due vittorie e una semifinale nei tornei minori e da allora ha preso fiducia.

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“Ora riposerà per qualche giorno, ieri ha fatto il vaccino, poi ad Anzio prepareremo la stagione sul cemento. Per classifica non entrerà nei tornei americani pre-US Open, e giocherà direttamente le qualificazioni a New York”.

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