Medvedev missione compiuta. Daniil pronto per il primo Slam. Leylah ed Emma, 37 anni in due. Rivoluzione finale (Crivelli). Leylah contro Emma, la finale impensabile (Mastroluca). Leylah, Emma e il futuro (Azzolini). Raducanu e Fernandez, le ragazze a colori abbattono tutti i muri (Rossi, Piccardi)

Rassegna stampa

Medvedev missione compiuta. Daniil pronto per il primo Slam. Leylah ed Emma, 37 anni in due. Rivoluzione finale (Crivelli). Leylah contro Emma, la finale impensabile (Mastroluca). Leylah, Emma e il futuro (Azzolini). Raducanu e Fernandez, le ragazze a colori abbattono tutti i muri (Rossi, Piccardi)

La rassegna stampa del 11 settembre 2021

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Medvedev missione compiuta. Daniil è pronto per il primo Slam (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

E pensare che tutto era cominciato con un dito medio verso il pubblico, durante un match di terzo turno contro Feliciano Lopez in cui tutta la tribuna tifava per lo spagnolo. Correva l’anno 2019 e l’Orso Medvedev, che stava vivendo la splendida estate della sua esplosione, mal sopportava, con il suo carattere fumantino, che la passione della gente si rivolgesse a un altro e lo manifestò nel modo più irrispettoso. In ogni caso, arrivò fino in fondo e in finale, da due set sotto, mise paura a Rafa Nadal anche se si arrese al quinto. Quella partita da guerriero, però, cambiò il giudizio della Grande Mela e trasformò Daniil nell’uomo di New York Talento e freddezza Un amore decisamente ricambiato, adesso, perché gli Us Open sono diventati certamente lo Slam preferito di Medvedev, per l’atmosfera e per i risultati: 24 mesi dopo è di nuovo in finale, con un record complessivo di 20 vittorie e 4 sconfitte e il sogno, neppur troppo recondito, di conquistare finalmente un Major dopo quella finale a Flushing Meadows e l’ultimo atto in Australia a gennaio, con lo stop da Novak Djokovic. […] In aggiunta, Daniil è la solita sentenza al servizio (81% di punti con la prima) e quando si ritrova sotto di un break nel secondo set, fa valere il maggior blasone e il peso della consapevolezza, andandosi a prendere íl controbreak con due formidabili rovesci lungolinea. E quando, sul 5-4, deve fronteggiare due set point, si salva ancora con la battuta. È il sipario: il tenero Felix in quel momento si scioglie. Suonala ancora, Daniil: «Non è stata la mia partita migliore, se avessi perso il secondo set si sarebbe allungata pericolosamente, ma nei momenti decisivi sono rimasto freddo. Chiaramente, per la posizione che mi sono costruito, voglio vincere ogni torneo ‘senza mettermi pressione. Perché sono so come vincere le partite e a volte so perché le perdo, quindi imparo tutte le volte ad essere migliore per la prossima volta». Esperienza L’Orso moscovita che abita a Montecarlo approda in finale avendo ceduto un solo set e con l’impressione di poter alzare ancora il livello: «Sento di poter fare grandi cose, ma so che per ottenerle devo continuare a giocare bene. Ancora una volta, più vai avanti e più avversari più duri ottieni. Devi solo rimanere concentrato e tirare fuori il meglio da ogni partita». Una lezione imparata anche davanti alla playstation, dove le partite con coach Gilles Cervara diventano una proiezione dello spirito competitivo da mettere in campo: «Sicuramente rispetto al 2019 ha più esperienza – racconta l’allenatore — cioè la capacità di giocare questo tipo di partite con meno stress, e di conoscere di più se stesso in modo da prepararsi al meglio Sono tutte le piccole cose, ma sono i piccoli dettagli che fanno una grande differenza. E molto facile, perché Daniil è una persona molto semplice. La pressione non è sulle sue spalle, perché riesce sempre a concentrarsi su se stesso. E questo ti rende migliore». E più amato

Leylah ed Emma, 37 anni in due. Rivoluzione finale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Il futuro è adesso, nel sorriso giovane di Leylah ed Emma, le teenager che hanno fatto scoppiare la rivoluzione, così affabili e simpatiche quando i riflettori del campo si abbassano e così ferocemente competitive in partita, ben più mature dell’anno di nascita che campeggia sui documenti, il 2002. […] Una finale degli Us Open sorprendente, clamorosa, fuori da ogni pronostico, anche il più azzardato, ma assolutamente legittima alla luce delle due settimane da favola che stanno vivendo le protagoniste. Il tennis femminile, tramortito dal declino della Williams e dai problemi personali della Osaka, l’erede più accreditata, e certamente poco illuminato dalla personalità della Barty, una numero uno eccelsa tecnicamente ma senza guizzi, si ritrova tutto d’un colpo proiettato in una nuova era e sotto la spinta delle frizzanti emozioni di due eroine non ancora ventenni che già adesso posseggono l’appeal per riconquistare al movimento cuori e interesse. Era dal 1999, quando si sfidarono la diciottenne Martina Hingis e la diciassettenne Serena Williams, che agli Us Open non si viveva un ultimo atto tra teenager. E la Raducanu diventa la più giovane finalista Slam dalla Sharapova a Wimbledon 2004, poi vinto. […] Poi, certo, il gancio mancino della Fernandez rischia già di segnare un’era. Lei, ñglia di un ex calciatore ecuadoriano e di una canadese di origine filippina conosciutisi in Quebec, una sorella maggiore (Jodeci) che fa la dentista in Vermont e una minore (Bianca) pure tennista e scatenata in tribuna, è consapevole che d’ora in poi il suo mondo non sarà più lo stesso: «Niente è impossibile, ora posso dirlo. Non c’è limite al mio potenziale, a quello che posso fare. Si tratta semplicemente di lavorare duramente ogni giorno. Credo che la parola più adatta per descrivere questo momento sia “magico”, perché non solo sto ottenendo vittorie incredibili ma sto anche giocando in un modo fantastico e con continuità. Inoltre mi sto divertendo. In molti ritenevano che con il tennis non avrei sfondato, che era meglio proseguire con la scuola. Ricordo in particolare una maestra che mi disse esattamente “non ce la farai mai, concentrati sullo studio”. Oggi ci penso e sorrido, ma allora non fu cosi. Quella frase però mi è rimasta in testa perché l’ho presa come una sfida: volevo dimostrarle che avevo ragione io, che sarei arrivata in alto». Leylah ha sette anni quando viene scartata da un programma di sviluppo della federazione canadese e di fronte alle lacrime disperate della figlia, papà Jorge prende la decisione più semplice: la allenerà lui. Peccato non sappia neppure come si tenga in mano una racchetta e allora su Youtube fa indigestione dei filmati di Richard Williams, Yuri Sharapov e perfino di Peter Graf: «Magari non conosco il tennis al 100%, ma state certi che capisco bene quel 60% che basta». Quando Leylah commette per tre volte lo stesso errore, viene obbligata a sottoporsi a uno sprint ad alta velocità e una volta lui la farà allenare con un giocatore di basket di due metri che tira botte terribili: deve farle capire che nel tennis non ti possono far male fisicamente, neppure se hai di fronte una montagna. Una lezione che nella semifinale contro la Sabalenka le è tornata utile: più la bielorussa tirava forte, più lei opponeva un muro. Eppure Jorge non può essere incasellato tra padri padroni, intanto perché si è fatto affiancare dal coach francese Romain Deridder e poi perché fuori dal campo non esercita un controllo ossessivo: «Non è affatto severo, posso mangiare il cioccolato, andare a letto dopo l’orario previsto, prendo le mie decisioni. Il suo insegnamento, in ogni caso, mi ha reso mentalmente più forte, ora posso giocare alla pari con tutte». E infatti ha battuto tre top 5 (Osaka, Svitolina e Sabalenka) e un’ex vincitrice Slam (Kerber). La fidanzata I genitori della Raducanu, papa romeno e madre canadese, le hanno invece inculcato fin da subito l’importanza dello studio. Ad aprile Emma era ancora alle prese con i test di matematica ed economia al liceo e a giugno, quando le hanno dato una wild card per Wimbledon, era 338 del mondo anche a causa di qualche infortunio. Lei a Church Road si è spinta fino agli ottavi ed è improvvisamente diventata la fidanzatina d’Inghilterra, un amore che il cammino di New York amplificherà al diapason: «Sono famosa? Mi fa piacere, sono contenta, anche se devo scusarmi con tutti coloro a cui non ho potuto rispondere. Ricevo tanti messaggi e non ho tempo per tutti». Si è trasferita alla periferia di Londra a due anni, si è dedicata a equitazione, nuoto, basket, golf, sci, balletto e persino tip tap, ma ha rischiato di essere rapita dai go kart e dal motocross. Per fortuna ha scelto il tennis e adesso è la prima finalista di sempre degli Us Open ad essere partita dalle qualificazioni, concedendo appena 27 game: «Probabilmente il fatto di essere giovani aiuta a giocare un po’ più liberi. Conosco Leylah fin da quando eravamo Under 12, poi ci siamo perse un po’ di vista. Sara bello incontrarla di nuovo e sarà una bella partita, stiamo giocando un gran tennis. Ma per me questa finale è uno shock». La scossa della rivoluzione.

Leylah contro Emma, la finale impensabile (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

Nemmeno il miglior sceneggiatore avrebbe potuto immaginare una sfida così. Emma Raducanu, diciotto anni, e Leylah Fernandez, diciannove appena compiuti, si sfideranno per il titolo nella finale più giovane dello US Open in singolare femminile dal 1999. La canadese, numero 73 del mondo, ha eliminato tre Top 5: Naomi Osaka, Elina Svitolina e in semifinale Aryna Sabalenka. Nessuna giocatrice così giovane era riuscita a fare lo stesso in uno Slam proprio da quell’ultimo US Open di fine millennio. Allora Serena Williams riuscì a battere Monica Seles, Lindsay Davenport e Martina Hingis nella finale dei record. Dopo la vittoria in semifinale, Fernandez ha chiamato il suo speciale portafortuna, Juan Martin Del Potro, e ricevuto i complimenti dei grandi del tennis e dello sport, da Billie Jean King alle icone del basket Magic Johnson e Steve Nash. Il suo primato di finalista più giovane allo US Open dai tempi di una diciassettenne Maria Sharapova nel 2004 è durato lo spazio di qualche ora. Poi Emma Raducanu, britannica nata a Toronto da madre cinese e padre rumeno, ha battuto 6-16-4 Maria Sakkari, numero 18 del mondo. E la prima qualificata in finale nella storia del torneo. E in tutto il percorso, qualificazioni comprese, non ha perso un set. Gioca totalmente libera, e in più con una fluidità che le consente di anticipare i tempi per comprimere gli spazi.[…] PROGRESSIONE. Fernandez, campionessa del Roland Garros junior 2018, ha avuto una progressione più regolare in classifica. Ha chiuso il 2017da numero 728,e da lì non si è più fermata: 487 a fine 2018, 209 nel 2019, 88 nel 2020, 73 prima dello US Open, almeno 27 la prossima settimana. La progressione di Raducanu è ancora più impressionante, visto che a fine 2020 era ancora numero 343 del mondo e prima di Wimbledon la scorsa estate era salita solo di cinque posizioni. Ma non ha praticamente giocato tornei internazionali prima di quest’anno. Tre mesi fa, non era nemmeno tra le prime dieci giocatici della Gran Bretagna, dopo lo US Open sarà la numero 1 della nazionale e almeno al 32° posto nel ranking WTA. ANTICIPO. […] E hanno portato in campo un tennis con una concezione simile, anche se interpretata poi con uno stile diverso: più attaccante da fondo Fernandez, più fluida e meno schematica Raducanu. Entrambe consapevoli di non poter puntare sulla forza, fanno leva sulla naturale ricerca della palla subito dopo il rimbalzo. Una dote che appare naturale, che rende i loro gesti armonici, distesi. Anche per questo molto più efficaci contro avversarie che invece puntano tutto sulla forza muscolare per generare potenza. Un cambio di passo per una finale senza precedenti.

Leylah, Emma e il futuro (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Hanno un sorriso che vola così in alto, che d’un balzo è al di là di tutto. la finale. La sfida. I soldi. Le tradizioni[…]. È un sorriso che va lontano, che si specchia nel futuro, di cui loro, Emma Raducanu e Leylah Fernandez, sono le rappresentanti, portatrici dirette di un messaggio che ci riguarda. Tutti. Ecco come saremo domani, vengono a dirci. […] Un mondo in cui dna diversi creeranno intrecci mai visti, incroci che daranno vita a più ricche e insospettabili nature umane. Ma non sono aliene scese da un’astronave, come parve a tutti di Serena Williams, quando dal ghetto di Compton si avventò sui campi a dirci che lei avrebbe cambiato il concetto stesso di tennis al femminile, e si rivelò frantumando le speranze di Martina Hingis .Una aveva 18 anni, l’altra 19. Fu l’ultima finale fra adolescenti agli US Operi, 22 armi fa. E il tennis cambiò davvero. Ora c’è un nuovo appuntamento fra ragazzine, Emma, 18 anni Leylah 19 l’altra compiuti lunedì scorso, entrambe nate nel 2002. E promettono pagine ricche di emozioni. Emma è più giovane e sembra la più pronta, sebbene il tennis di Leylah sprigioni effetti ingannatori. Ed è difficile capire in che modo vada anestetizzato. […] Emma non ha perso tempo: mentre praticava il t ennis ha frequentato la scuola di danza, ha fatto equitazione, sci, golf, nuoto, si è misurata nella velocità, coi kart e le moto da cross. Polverizzare record le viene naturale. Come dar la polvere alle avversarie. Si è fatta conoscere a Wimbledon, si è presentata da n. 338 fresca di maturità ottenuta 3 giorni prima. E arrivata agli ottavi agile e spigliata come una ninfa in una delle sue diverse forme, naiade dei laghi, driade della foresta, oreade dei monti. Creazioni del mito, nate per rendere felice il genere umano. A New York è giunta n.150, dalle qualifiche alla finale. E baldanzosa ed efficiente, le gambe velocissime. Nove match senza perdere 1 set. Nemmeno contro Maria Sakkari, in semifinale. Le ha lasciato 5 game, 6-1 6-4. «Ci sono aspettative su di me? Ma dai, sono una qualificata». Per l’ultima volta. Se vince sarà n.23. Se perde 32. Ben più faticoso il torneo di Leylah, cominciato dal 73 e approdato al n.27, con possibilità di promozione al n. 14. Anche lei è Canadese, di Montreal. E canadese è rimasta. Padre ecuadoriano, ex calciatore, mamna filippina. «In tanti non credevano in me, un’insegnante mi consigliò di smettere. Non diventerai mai professionista è la frase che ho sentito spesso. E mi torna in mente quando vado in campo. È il mio portafortuna». Ha superato Osaka numero 3, Kerber che ha vinto 3 Slam, Svitolina n. 5 e in semifinale Sabalenka nr.2, la donna d’acciaio, che urla e colpisce neanche fosse la versione femminile dell’Incredibile Hulk e poi spreca per fragilità mentale. Leylah si è trovata sotto 4-1 nel 1° set e 2-0 nel tie break. Ha lavorato con calma sui colpi, non ha lasciato un centimetro di campo e ha rimontato 7-6 (3) 4-6 6-4. Le due ragazze si sono affrontate una volta nel torneo juniores di Wimbledon 2018, vinse Emma 6-2 6-4. Oggi alle 22 la finale (tv Eurosport, streaming Discovery+). Con un trofeo da sollevare e un futuro da scoprire. 

Raducanu e Fernandez, le ragazze a colori abbattono tutti i muri (Paolo Rossi, La Repubblica)

[…] Non si sa da dove cominciare, tanti sono i temi di questa finale femminile degli Us Open, stasera in scena a New York, e non poteva esserci location migliore. Emma Raducanu e Leylah Fernandez sono le testimonial di mezzo mondo, considerando i genitori e le attuali residenze: Romania, Cina, Gran Bretagna la prima. Ecuador, Filippine, Stati Uniti la seconda. Ne manca una, di nazione. La più importante, il denominatore comune: il Canada. Entrambe sono nate nel Paese della foglia d’acero, uno dei più ospitali del mondo, che ha fatto della diversità la sua forza. Che accoglie con amore e lascia andare senza rendiconto. Emma si è spostata nel Regno Unito, Leylah è rimasta. Queste due ragazzine, beata gioventù, vivono una consapevole incoscienza. Come chiamarle, altrimenti, due nate nel 2002, di cui una (Emma) che ancora deve compiere gli anni essendo di novembre?[…]. Sono, Emma e Leylah, l’evoluzione di Naomi Osaka (padre haitiano, mamma giapponese, educazione negli Usa). La conferma che il vento del mondo prende delle direzioni che nessun muro politico potrà fermare a lungo termine. Che forza della natura sono: Emma Raducanu aveva giocato degli Slam solo Wimbledon prima, e semplicemente perché le avevano regalato il pass: è arrivata agli ottavi. Dopo, come nulla fosse accaduto, è tornata a scuola, alla Newstead Wood a Orpington (sud est di Londra) per prendersi il diploma, con il massimo dei voti in Matematica ed Economia. «Ha fatto impazzire tutti, la guardavano ammaliati» raccontano i prof. E, dopo gli esami, sacca in spalla e via a piedi verso il Centro tennis di Bromley, a pochi metri di distanza dalla scuola. Sempre con il sorriso sulle labbra. Così come ha conquistato e sedotto Flushing Meadows e l’Artur Ashe Court. Ma anche l’altra finalista non scherza: papà Jorge Fernandez, da buon calciatore, ha insegnato alla piccola Leylah che bisogna osare. Pressing, non catenaccio. E va detto che la ragazza non scherzava neppure sui kart, quando gliele lasciavano guidare uno. Agonista per usare un eufemismo, mancina con i colpi che fanno impazzire i regolaristi. E le idee chiare, oh sì: «Quante volte mi hanno detto che avrei dovuto smettere per concentrarmi solo ed esclusivamente sulla scuola. Ricordo che un insegnante mi disse di lasciare il tennis perché non mi sarei mai potuta costruire una vita su questa passione. Se devo essere sincera, sono felice che me l’abbia detto, perché ogni giorno ho quella frase in testa che mi spinge ad andare avanti». Sì, nella sua storia c’è più sofferenza: «Mia madre è dovuta andare in California per qualche anno per sostenerci. Ho sofferto nel non vederla, avevo 13 anni». Lustrini e paillette non la distrarranno, ci pensa papà Jorge a riportarla sul giusto sentiero con le sue massime filosofiche: «La fama è una cosa divertente. Ci si sente bene, ma se la fama era una persona, la fama è il tuo traditore. Ora non è il momento di cambiare chi sei. Rimani fedele al tuo duro lavoro e a chi sei». A buon intenditore…

Emma contro Leylah, la rivoluzione gentile delle figlie dell’immigrazione (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera)

Non è solo la finale femminile dell’Us Open più giovane dal ’99 (Serena Williams, 17 anni, batte Martina Hingis, 18, e conquista il primo di 23 titoli Slam), è anche lo specchio della nostra vita e di una società in vertiginoso cambiamento. Una britannica 18enne, nata a Toronto da un padre romeno di Bucarest e una madre cinese di Shenyang, trapiantata in un sobborgo di Londra (Bromley) all’età di due anni, contro una canadese 19enne da sei giorni, messa al mondo a Montreal da un papà ecuadoregno e una mamma canadese di discendenze filippine, trasferita in Florida per inseguire il sogno del tennis. […]. La quintessenza del melting pot nella città che ha elevato la multiculturalità a stile di vita, New York. Mai visto su questi schermi. Non è più (solo) tennis. Co- munque andrà a finire, ricorderemo l’Open Usa 2021 come il torneo della rivoluzione gentile di Emma, in finale dalle qualificazioni vincendo nove match senza perdere un set (e senza mai arrivare al tie break), e Leylah, killer della campionessa in carica Osaka, della regina 2016 Kerber e della n. 2 del ranking Sabalenka, la profeta della violenza bruta mandata fuori giri dagli angoli mancini della ragazza a cui fu consigliato di lasciare lo sport: «Nel tennis non arriverai mai da nessuna parte, mi disse un’insegnante, ti conviene concentrarti solo sulla scuola. Ogni giorno ripenso a quella professoressa e ne traggo ispirazione per migliorarmi» ha raccontato Fernandez. II padre Jorge, ex calciatore, ha ringraziato il governo canadese con gli occhi pieni di lacrime: «Mi ha accolto quando non ero nessuno e mi ha offerto una possibilità, che io ho sfruttato per assicurare un futuro alle mie figlie». Nell’angolo di Leylah fanno il tifo il premier Justin Trudeau, ma anche Magic Johnson («Se non avete visto Leylah Fernandez in campo all’Open Usa, allora nella vita non avete visto niente») e un sistema federale evidentemente di grande accoglienza se un classe 2000 figlio di un immigrato dal Togo è arrivato in semifinale a New York contro Medvedev (Felix Auger-Aliassime), se un nativo di Tel Aviv con madre russa è n. 10 del ranking (Denis Shapovalov), se la figlia di due rumeni con i natali a Mississauga, Ontario, è uno dei talenti (fragili) più sfolgoranti del circuito (Bianca Andreescu), se un ex finalista di Wimbledon di origine serba ma nato nell’ex Jugoslavia (Milos Raonic) è stato il motore del cambiamento. E se il lavoro di Ian e Renee non avesse portato la famiglia Raducanu in Inghilterra, anche Emma oggi giocherebbe sotto la bandiera con la foglia d’acero e stasera andrebbe in scena un derby canadese. Per la giovane britannica n. 15 del mondo che ha fatto il suo debutto nel Grande Slam con una wild card all’ultimo Wimbledon (ben meritata: ottavi), twittano entusiasti i duchi di Cambridge, Kate e William, Hamilton da Monza, le icone del calcio inglese (Lineker su tutti) chiedendo a gran voce la diretta in chiaro della finale dell’Open Usa sulla Bbc, con l’isola pronta ad accoccolarsi ai piedi della piccola Emma (che in carriera non ha ancora vinto un titolo Wta) per fare le fusa: «Mia mamma, che è cinese, mi ha trasmesso l’etica del lavoro e la disciplina. Non a caso la tennista che mi ha più ispirato è Li Na» ha detto. Emma e Leylah si conoscono da sempre, prima sfida all’Orange Bowl Under 12, vittoria di Raducanu al secondo turno di Wimbledon junior 2018 ma a New York la rivalità fa il salto della specie: erano bambine, diventano campionesse. Postilla: la finale più moderna ed eccitante che il tennis femminile potesse produrre rende l’inseguimento di Serena al 24esimo Slam tremendamente obsoleto. 

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Berrettini settebello (Cocchi). Sinner suona la carica degli azzurri (Mastroluca). Vienna tricolore. Sinner è carico (Bertellino). Billie Jean King: “Donne, alzate la testa. La partita non è finita” (Audisio)

La rassegna stampa di mercoledì 27 ottobre 2021

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Berrettini settebello (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Nell’anno di grazia 2021, quello che forse sempre e per sempre sarà ricordato come il più munifico in quanto a risultati sportivi, un giovane romano di 25 anni di nome Matteo Berrettini si qualificava per la seconda volta alle Atp Finals da numero 7 del mondo. Mai nessun tennista italiano prima di lui ci era riuscito, confermando lo stato di grazia suo e del tennis azzurro. Un risultato frutto della consapevolezza maturata dopo due anni dall’esplosione del 2019, quando da top 60 era riuscito in una scalata splendida quanto poco pronosticabile. Stavolta ogni cosa e diversa, a partire dalla sicurezza nei propri mezzi. Berrettini non si sente più “imbucato” tra i fenomeni, ma pienamente inserito nel club dei migliori: «Ora sono un uomo e un giocatore diverso rispetto a quello di due anni fa. Ho imparato molte cose, anche dalle sconfitte e dalle delusioni, e con loro sono cresciuto». Lui è un tipo a cui piace volare basso, ma alle Atp Finals di Torino stavolta non ci andrà a fare la comparsa, quanto per provare a vincerle. Non solo. A Torino ci sarà anche la Coppa Davis. Un gruppo azzurro mai così solido che per la prima volta vedrà anche Jannik Sinner, fresco di numero 11 al mondo e ancora in corsa per il Masters: «Gli ho fatto i complimenti – ha detto Matteo dopo la partita vinta con Popyrin a Vienna (oggi secondo turno contro Basilasvili)-. È un giocatore impressionante, gioca come un veterano e brucia le tappe con una velocità pazzesca. Quando mi sono allenato con lui la prima volta ho capito che non era un giocatore come tutti gli altri». Berretto all’età di Sinner era ancora lontano dal fare risultati sul circuito, frenato anche da una serie di guai fisici che ne hanno rallentato la corsa. Gli infortuni, nel bene e nel male, sono stati anche importanti per la maturazione di Matteo, da subito abituato a fare i conti con lunghi stop e riprese: «Mi hanno insegnato ad avere pazienza. Che alcune cose della vita vanno semplicemente accettate e non possono essere cambiate, mi hanno insegnato che non ci vuole fretta». […] Alle Finals ci andrà con velleità totalmente diverse da quelle con cui si presentò a Londra nel 2019: «Per lui era tutto nuovo – afferma il coach Santopadre – , in un certo senso si può dire che avesse bruciato le tappe. Anche fisicamente ci arrivò logorato». Nel team, da circa un anno, c’è anche Ivan Ljubicic. Il croato è il suo manager, ma con un passato glorioso sul campo e un presente da tecnico di Roger Federer, e impossibile non approfittare anche della sua esperienza: «Ivan è molto rispettoso – spiega Santopadre -, non interferisce con i nostri programmi, ma quando gliela chiediamo è sempre disponibile a darci la sua opinione o qualche consiglio. Ci dice sempre di avere pazienza, che Matteo crescerà ancora. Finalmente Matteo ha potuto dimostrare a tutti che merita pienamente la sua posizione in top 10. Negli Slam ha perso solo da Djokovic, uno che è arrivato a una sola partita dall’eguagliare Laver. Ora la seconda qualificazione alle Finals. Insomma, non per tirarsela ma Matteo sta riscrivendo la storia del nostro tennis».

Sinner suona la carica degli azzurri (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Vienna ti aspetta, canta Billie Joel. E insegna a non volere troppo prima del tempo. Lo sa già Jannik Sinner, che apre oggi il programma del Centrale (ore 14) in una giornata molto azzurra con cinque italiani in campo. Il neo numero 11 del mondo inizia il suo percorso contro Reilly Opelka, consapevole che raggiungere la semifinale gli può consentire di superare Hubert Hurkacz nella Race to Turin. E aumentare così le sue chance di diventare il secondo italiano alle Nitto ATP Finals dopo Matteo Berrerrini. Il romano, già matematicamente qualificato e primo azzurro a disputarle due volte nella storia del gioco, chiuderà invece il programma del campo principale nel match di secondo turno contro il finalista di Indian Wells Nikoloz Basilashvili. Per chi vince, in palio un quarto di finale contro l’ex numero 1 del mondo Andy Murray o il miglior teenager in classifica, lo spagnolo Carlos Alcaraz. Il primo a scendere in campo è Lorenzo Sonego che a Vienna dodici mesi fa ha raggiunto la finale da lucky loser. Il torinese ha vissuto qui una settimana da favola, in cui ha dominato anche un Novak Djokovic in versione, va detto, molto sbiadita. Stavolta un lucky loser lo troverà dall’altra parte della rete: è il tedesco Dominik Koepfer. Il primo confronto Musetti-Monfils (sul Centrale dopo Sinner) promette di regalare spettacolo in abbondanza. Chi vince, sfiderà negli ottavi Fognini o Schwartzman.

Vienna tricolore. Sinner è carico (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Colori azzurri in primo piano oggi nell’ATP 500 di Vienna, che assegna punti pesanti in chiave Atp Finals di Torino. Alle 14 aprirà il programma sul centrale la sfida tra Jannik Sinner e Reilly Opelka, americano dal servizio devastante. I due non si sono mai incontrati ma Sinner è in grande forma: «In Belgio ho risposto molto bene – ha sottolineato il 20enne azzurro – e contro Opelka dovrò fare altrettanto cercando di disinnescare la sua arma in più. Contemporaneamente sarà importante continuare a servire con le variazioni e le percentuali raggiunte ad Anversa». A seguire sarà Lorenzo Musetti (wild card) a cercare la vittoria eclatante contro l’esperto francese Gael Monfiils. Anche in questo caso nessun precedente tra i due giocatori. La sequenza sul centrale proporrà poi il testa a testa quasi generazionale tra Andy Murray e il 18enne iberico Carlos Alcaraz. In chiusura di programma Matteo Berrettini andrà a caccia dei quarti di finale confrontandosi con il georgiano Nikoloz Basilashvlli, finalista a Indian Wells. Sul “centralino” attorno alle 13.30 farà il proprio esordio in torneo Lorenzo Sonego, chiamato a difendere la finale dello scorso anno quando in una rassegna per lui incredibile sconfisse nei quarti e nettamente anche il n. 1 del mondo Novak Djokovic. Sonego, dopo il forfeit di Garin per un problema alla spalla, troverà il tedesco Koepfer, 27enne n.62 Atp. Infine spazio, sullo stesso campo, a Fabio Fognini e Diego Schwartzman, con l’argentino fresco di finale persa ad Anversa contro Sinner.

Billie Jean King: “Donne, alzate la testa. La partita non è finita” (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Ha giocato, magnificamente, ma soprattutto ha cambiato il gioco. Delle donne e del mondo. Con una racchetta ha capovolto leggi, mentalità, gerarchie. E ha vinto la partita. Dentro e fuori dal campo. Per capirci: 39 Slam (fra singolare, doppio e misto), compresi i 20 a Wimbledon. Ora lo racconta in un’autobiografia, Tutto in gioco (La Nave di Teseo), e a voce. Billie Jean King, americana, il 22 novembre compirà 78 anni. Lei inizia con una citazione del giudice Ruth Bader Ginsburg. «Sì, era una donna che stimavo molto. La frase è: combatti per quello a cui tieni, ma fallo in un modo che spinga gli altri a unirsi a te. Ribellarsi è giusto, ma è meglio farlo in squadra. Io ho sempre amato giocare con e per le altre. Quando nel ’70 con otto altre tenniste, il gruppo delle Original 9, abbiamo iniziato il circuito femminile, per un dollaro di paga, siamo state coraggiose. C’era il rischio di fallire, di essere cancellate, di perdere tutto. Andavamo contro un sistema, voluto e mantenuto dagli uomini. Senza aperture. Dove una moglie per avere un libretto degli assegni doveva avere la garanzia del marito. Vincerai perché sei brutta, mi disse Frank Brennan, che pure era amico mio e credeva in me. Togliti, non puoi fare la foto del torneo con gli altri perché hai i pantaloncini e non la gonna, mi rimprovero il direttore del circolo tennis di Los Angeles. Nessuna di loro ha la barba, scrisse di noi Jim Murray, che era un premio Pulitzer. Jack Kramer ebbe la faccia tosta di sostenere che quando giocavano le donne, gli spettatori andavano in bagno. Karen Hantze Susman veniva sminuita con la citazione “la casalinga ventenne che vince Wimbledon”. Questi erano i commenti dell’epoca. L’associazione dei tennisti professionisti, da Ashe a Stolle, non ci voleva, eppure erano miei compagni. Ma non c’era niente da fare: gli uomini ci sbarravano la strada. Potevano, gli era permesso».

Dal dollaro al premio di 3 milioni a Naomi Osaka agli Open Usa 2020.

Lo stesso che ha preso Dominic Thiem tra gli uomini. Il merito è di noi pioniere. Oggi le nuove generazioni non sanno niente della storia prima di loro. Delle fatiche e delle conquiste. Non si interessano. Si lamentano perché vogliono più soldi, ma sono ignoranti. Nessuno che le istruisca. Anzi i manager e chi si occupa di loro vogliono che restino così: cara, pensa al gioco, non preoccuparti di altro. Eh no, io voglio sapere cosa c’è sotto e dietro all’organizzazione del gioco. Voglio poter contare, parlare con chi decide, conoscere le logiche commerciali. Avrei voluto studiare legge, anche se a tennis mi sono laureata piuttosto bene. Io dal 2018 faccio parte del gruppo dei proprietari dei Los Angeles Dodgers. Non ho mai avuto paura di affrontare gli uomini sul loro terreno. A queste ragazze dico: imparate a fare trattative, sappiate che la parola compromesso a volte può essere meno peggio di quello che sembra, alzate la testa, interessatevi a quello che capita attorno a voi: dall’emergenza climatica alle ingiustizie alle discriminazioni. Non è mai troppo vero che quelle cose non c’entrano con il gioco.

Lei scrive anche dell’Italia.

Vi adoro, nonostante tutto. Nel 1970 agli Internazionali di tennis in Italia il vincitore prendeva 7.500 dollari, la donna 600. La disparità era 12 a 1. Vinsi e protestai, la risposta fu: se non vi piace, non tornate. La mia ultima volta fu a Perugia nell’82. Non sono mai stata così incoraggiata dal pubblico, come da voi. Dai, dai, mi urlavano. Ecco il chiasso, i cuscini che volavano in campo, gli schiamazzi, tutti che mi volevano toccare. Io non sono per il silenzio, mi piace sentire gli umori, il calore. Non vengo dai club aristocratici, ma dai parchi pubblici. Mio padre era pompiere, mia madre casalinga. Lavoravo per mantenermi, anche se già avevo vinto Wimbledon. Noi siamo performer, il nostro spettacolo è per il pubblico. Sono onesta, lo ammetto, mi piace il tifo dei fans, pure sguaiato. E guardate com’è in alto ora il tennis italiano, Fognini, Berrettini, Sinner. Avete una generazione piena di futuro. A New York nel 2015 ho parlato con il vostro premier Matteo Renzi dopo la fmale Pennetta-Vinci. Mi disse: non ha idea di quello che significa per noi e per lo sport che due ragazze del sud siano arrivate fino a qui a giocarsi il mondo. Ho ammirato anche il volto dolente e umile di Francesca Schiavone quando si è presa gli Open di Francia. Senza dimenticare Lea Pericoli.

La battaglia sull’equità salariale oggi?

Resta importante. I soldi danno scelta, opportunità, indipendenza. Qualità e organizzazione. Althea Gibson, la prima afroamericana a vincere un titolo del Grande Slam diceva: i trofei non si possono mangiare. Quando avevo 10 anni mia madre mi mostrò il bilancio familiare e mi fece capire che tutto ha un costo. Novak Djokovic è a capo della Professional Tennis Players Association dove si parla solo di esigenze maschili e poco delle donne. Ci risiamo, verrebbe da dire. Tante impiegate dichiararono che il mio successo su Bobby Riggs nella “Battaglia dei Sessi” nel ’73 le aveva incoraggiate a chiedere un aumento. Anche Obama mi ha confessato di aver visto quell’incontro e di averlo citato alle figlie. I soldi non sono una vergogna, né una debolezza, ma spesso un valore. Quindi sì, equal pay for equal work.

L’eredità più importante che lascia: è sul campo o fuori?

Fuori. È sociale. E quello che ho fatto fuori ha ostacolato la mia carriera. Ne parlavamo con Muhammad Ali, un amico. Avrei vinto di più se mi fossi limitata a giocare, ma forse non avrei migliorato un po’ il mondo. Ho lottato per far approvare “Title IX”, in modo che anche le donne potessero avere accesso alle borse di studio sportive. Nel 1973 nelle università 50 mila uomini ne avevano diritto, ma solo 50 ragazze. […]

Il momento più difficile?

Quando nell’estate del ’78, ricattata dalla mia ex, ho dovuto ammettere pubblicamente che amavo le donne. Persi subiti mezzo milione di dollari, gli sponsor mi lasciarono, anche quelli dell’abbigliamento sportivo, l’amministratore di un’azienda in una lettera mi chiamò puttana. È stata dura, ma la parte più difficile è stata fronteggiare la mia famiglia. Ce l’ho fatta con l’aiuto della mia psicanalista che mi ha fatto notare che dovevo smettere di far contenti gli altri. A 50 anni cercavo ancora di non contrariare i miei genitori, desideravo essere la brava ragazza, ma quella cosa mi stava rendendo la vita insopportabile. A 51 ho dovuto fronteggiare l’idea che il mio problema di peso, viaggiavo sui cento chili, era dovuto a disturbi alimentari che mi portavo dietro da ragazza e quindi mi sono ricoverata in una clinica. Ai giovani dico: chiedete aiuto, parlate dei problemi, non vergognatevi. Giocherete meglio quando vi sarete liberati.

Djokovic forse non andrà in Australia se sarà obbligatorio vaccinarsi.

Io ho fatto anche la terza dose. Pazienza, si farà il torneo senza Djokovic. Bisogna capire che la libertà non è libera. Impone responsabilità e consapevolezza. In questo caso verso la salute pubblica. Quando sei un personaggio famoso hai un dovere in più. Può non piacerti, ma è così. Freedom is not free.

Com’è stato raccontarsi?

Ci ho messo quattro anni. Ho dovuto tagliare, 800 pagine erano troppe. Sia chiaro, la mia vita continua, non intendo fermarmi. Sono stata fortunata, se nel ’54 in quinta elementare la mia amica Susan Williams non mi avesse chiesto: ti va di giocare a tennis?, non sarei qui. Alle donne dico: non piangete, organizzatevi. Bisogna ascoltare, coltivare alleati, e poi sferrare il colpo. La partita è ancora lunga, ma io la giocherò sempre.

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Rassegna stampa

Sinner quarto torneo dell’anno. Le Finals a un passo: “Sì, ci penso” (Cocchi). Un poker mai visto. Sinner è da sogno (Mastroluca). Sinner è perfetto, un altro passo verso le ATP Finals (Piccardi). Sinner si prende la storia, ora il sogno Finals (Grilli)

La rassegna stampa di lunedì 25 ottobre 2021

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Sinner quarto torneo dell’anno. Le Finals a un passo: “Sì, ci penso” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

È arrivato il momento di aggiornare gli almanacchi: 24 ottobre 2021, Jannik Sinner diventa il primo italiano di sempre a conquistare quattro titoli Atp in un solo anno. Se poi vogliamo essere pignoli, l’anno non è ancora finito, i tornei da giocare sono ancora un paio, e gli almanacchi sono sempre li, pronti ad essere aggiornati. A fare le spese dell’impresa del cannibale rosso è stato Diego Schwartzman, malamente strapazzato nella finale del torneo da 250 punti di Anversa. Una vittima illustre, ex top 10, alla terza finale sul veloce indoor belga dove, evidentemente, è destino non abbia grossa fortuna. Schwartzman ha raccolto appena 4 giochi per un doppio 6-2, lo stesso trattamento ricevuto da Lloyd Harris in semifinale.

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La meta è Torino, dove l’Italia sogna di vedere le prime Atp Finals della storia con due italiani in campo. Matteo Berrettini, numero 6 della Race, la classifica che qualifica per l’evento, è già aritmetcamente sotto la Mole. Sinner no, ma con la vittoria di ieri ha dato una bella sgasata: è tornato in decima posizione (in realtà è la nona per la già annunciata rinuncia di Rafael Nadal) scavalcando Cameron Norrie su cui ora ha 50 punti di vantaggio. Per essere virtualmente dentro i magnifici 8, il ragazzo allevato da Riccardo Piatti deve recuperare 110 punti sul polacco Hubert Hurkacz, il suo amico del cuore e da cui ha perso l’unica finale in carriera, al Masters 1000 di Miami quest’anno: «lo Torino ce l’ho nella mente, è ovvio. Ma è inutile che continui a pensarci. Quando vado in campo mi concentro sulla tattica, sull’avversario e come fare a batterlo. Questa è la cosa che mi piace di più e per cui gioco a tennis». La situazione è ancora in divenire, anche se gli occhi iniettati di sangue con cui Sinner ha preso a pallate il povero Peque fanno ben sperare:

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Ripartire I’esordio all’Atp 500 di Vienna, con tutta probabilità domani pomeriggio, è piuttosto rognoso, ma Jannik è molto sicuro delle proprie armi e soprattutto dell’esperienza maturata nelle ultime settimane: «Contro Opelka non sarà sicuramente una passeggiata – ha detto il 20enne, spostandosi il ciuffo rosso dagli occhi -. Lui non ti dà ritmo, e spero che la superficie non rimandi troppo alta la palla, considerato quanto serve forte. Però, a dirla tutta, anche io so rispondere molto bene perciò è probabile che non sia troppo tranquillo neanche lui». Messaggi chiari, spavaldi ma mai arroganti, perche se c’è una qualità che va riconosciuta a Sinner è certamente l’umiltà. Senza quella, e una cultura del lavoro tramandata da generazioni, Jannik oggi non starebbe bussando alla porta della top 10 a 20 anni. Quasi top 10 Da oggi infatti Jannik Sinner è numero 11 del mondo, con in mano le chiavi per aprirlo, quell’uscio magico. L’ingresso nei top 10, infatti, è solo questione di giorni. Lunedì prossimo 1′ novembre a Dominic Thiem, fermo per infortunio fino al 2022, scadranno i 90 punti conquistati a Bercy 2019 e l’altoatesino lo sorpasserà. portante è che nessuno da dietro lo scavalchi. In questo caso il pericolo si chiama Felix Auger Aliassime che tallona l’azzurro a 64 punti di distanza

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Un poker mai visto. Sinner è da sogno (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Se questo è im sogno, non svegliatelo. Continua il 2021 da record di Jannik Sinner; primo italiano a conquistare quattro titoli ATP in una stessa stagione: superati i tre di Corrado Barazzutti e Paolo Bertolucci nel 1977 e di Fabio Fognini nel 2018. Ad Anversa, l’altoatesino ha giocato per la seconda volta nel circuito maggiore da testa di serie numero 1. E per la seconda volta ha alzato il trofeo alla fine della settimana. Nella capitale europea della lavorazione dei diamanti, Sinner ha incastonato due gioielli per chiudere il suo percorso. Ha dominato con lo stesso punteggio, 6-2 6-2, il numero 27 del mondo Lloyd Harris in semifinale e il numero 14 Diego Schwartzman, in finale.

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Con questo successo sale al numero 11 nel ranking ATP e risale al decimo posto nella Race to Turin. Ha solo 110 punti da recuperare sul suo migliore amico Hubert Hurkacz, virtualmente ultimo dei qualificati per le Nitto ATP Finals di Torino. Il polacco l’ha battuto nell’unica finale che Sinner non abbia vinto sulle sette giocate in carriera (contando anche le Next Gen Finals del 2019), quest’anno a Miami. «Mentirei se dicessi di non pensare alle Finals di Torino – ha detto dopo la partita – Ma una volta in campo, penso al match e al piano di gioco. Questo mi aiuta a rimanere sul pezzo». La corsa dell’azzurro si accenderà nelle prossime settimane con i 1500 punti ancora in palio tra Vienna e Parigi-Bercy. Lo step più vicino e il match contro Reilly Opelka, il suo primo avversario nell’ATP 500 austriaco di questa settimana. Contro un giocatore di due metri e undici, che però gioca e si muove sorprendentemente bene per l’altezza e la stazza, l’azzurro sa qual è la strada per la vittoria. «Devo stare attento e sbagliare il meno possibile nei miei turni di battuta» ha spiegato Sinner,

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Bello anche l’abbraccio a fine partita, a suggellare l’unità di intenti e di visione. I progressi si sono visti tutti, nella gestione della partita e dei momenti importanti, nel modo di rispondere, nella facilità di esecuzione dei colpi. Spiccano ancora di più i miglioramenti al servizio, fondamentale su cui è più palese la modifica del movimento. In finale, Sinner non ha perso un punto quando ha messo in campo la prima fino al 5-2 4040. E in tutto il match, ne ha ceduti appena due. Poi, con la ferocia competitiva dei campioni, per la terza partita di fila ha iniziato il secondo set con un break al primo turno di risposta. I complimenti dell’argentino non suonano solo come apprezzamenti di facciata dopo una finale di fatto mai iniziata.

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Sinner è perfetto, un altro passo verso le ATP Finals (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

«Le Atp Finals sono ben presenti nella mia testa: io a Torino ci voglio andare». Se bastasse una buona intenzione a spiegare la settimana perfetta di Jannik Sinner all’Atp 250 di Anversa, culminata con il maltrattamento di Diego Schwartzman in finale (6-2, 6-2) e il quarto titolo stagionale su cinque finali giocate (primo tennista italiano a riuscire nell’impresa: superati Barazzutti, Bertolucci e Fognini a quota 3), sarebbe tutto troppo semplice. Il ragazzo che sussurra alla storia, capace di imparare qualcosa da ogni match

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supera il sorprendente re di Indian Wells Cameron Norrie nella Race verso Torino e scala altri gradini della classifica mondiale: ieri si è svegliato numero 13 e da oggi diventa numero ii, best ranking, a vent’anni. E scusate se è poco. «Ma il lavoro non finisce qui» dice Jannik con i riccioli rossi sparpagliati in testa dopo aver alzato il trofeo e abbracciato coach Riccardo Piatti,

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Il lavoro ricomincia a Vienna, l’Atp 500 che sembra un mille e che ha in tabellone cinque italiani (Berrettini in campo già oggi), dove Sinner ritroverà i due rivali a cui contende il biglietto per il Master, l’amico polacco Hurkacz, n. 9 nella Race, e il norvegese Ruud (n. 7), possibile incrocio per l’altoatesino nei quarti del torneo austriaco, snodo importante sulla strada di Torino.

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Schwartzman, veterano argentino del circuito n.izt del mondo, ha avuto bellissime parole per Sinner, che affrontava per la prima volta in carriera: ogni match è un mattone nella costruzione della casa che Piatti ha in mente per Jannik, nulla è lasciato al caso, infatti tutte le energie sono concentrate sul singolare, da qui alla Davis di fine novembre non ci sarà modo di sperimentare il doppio azzurro con Berrettini.

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Sinner si prende la storia, ora il sogno Finals (Paolo Grilli, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

Tutti impegnati nel calcolo delle possibilità per Jannik Sinner di arrivare alle Finals di Torino a metà novembre, quasi si rischia di sottovalutare il suo ultimo trionfo, quello di ieri ad Anversa. E’ il suo quarto di questo 2021 da favola

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Il talento altoatesino da oggi si trova al numero 11 del ranking, a ridosso quindi di una Top 10 che definisce l’eccellenza assoluta della racchetta. Arriva anche il controsorpasso al britannico Cameron Norrie che l’aveva scavalcato nell’Atp Race vincendo a Indian Wells. Sinner torna decimo e accorcia a 110 punti il distacco dal polacco Robert Hurkacz, il rivale da superare per prendersi quel nono posto che vale il pass per Torino, visto che Rafael Nadal non parteciperà lasciando così una casella libera. Poco ha potuto il coriaceo argentino Diego Schwartzman contro Jannik ieri in una finale scivolata via in un’ora e un quarto di gioco e chiusa con un doppio 6-2.

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Curiosamente, o forse no, l’unica finale persa in carriera sin qui da Jannik, sulle sei disputate, è stata proprio contro Hurkacz, nel Masters 1000 di Miami lo scorso aprile. Sempre più serrato il duello fra i due per un postgo al torneo dei “maestri dei maestri” di Torino

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Rassegna stampa

Sinner in finale ad Anversa (Cocchi, Mastroluca, Bertellino)

La rassegna stampa di domenica 24 ottobre 2021

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Sinner da record: centra la 5^ finale e può fare la storia (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Potete chiamarlo il Cannibale Rosso. Perché Jannik Sinner sembra proprio insaziabile. Sul veloce indoor di Anversa, il ventenne italiano ha letteralmente sbranato Lloyd Harris, numero 32 del mondo, conquistando la quinta finale del 2021. Meglio di lui, nella storia del nostro tennis, ha fatto solo Adriano Panatta nel 1973 raggiungendone 6, ma con un parziale di cinque sconfitte e una sola vittoria, nel torneo di Bournemouth. Jannik di finali ne ha 5 ma di tornei quest’anno ne ha vinti già 3 e dovesse battere Diego Schwartzman nella sfida per il titolo di questo pomeriggio, diventerebbe il primo italiano a vincere quattro tornei in una sola stagione sorpassando Barazzuttl, Bertolucci e Fognini, a quota 3. Harris sarebbe dovuto essere un rivale pericoloso per l’ottima seconda parte di stagione (ha raggiunto i quarti di finale dello Us Open), per il servizio potente, la solidità e le 15 vittorie negli ultimi 21 match disputati. Peccato che lo Jannik Sinner di queste ultime settimane ha alzato il livello tecnico, tattico e mentale tanto da mettere in campo, contro il sudafricano, un match che non è esagerato definire perfetto. Ieri Sinner era in stato di grazia, veloce, concentrato, tatticamente impeccabile e capace di esprimere forse il miglior tennis della stagione. Non ha mai perso il servizio e ha mostrato una leggerissima flessione, ovvero tre palle break concesse, quando era già abbondantemente in vantaggio di un set e di un doppio break. Il veloce indoor è proprio il suo pane, lo ha dimostrato a Sofia e anche qui: «Dove sono nato io d’inverno fa cinque metri di neve, quindi l’unica possibilità di giocare a tennis era al chiuso. E poi indoor ci sei solo tu e la palla, niente vento, niente sole, nulla. Nel bene e nel male ci sei solo tu e il tuo gioco. Mi piace giocare qui, mi piace il pubblico e le condizioni sono molto simili a quelle di Sofia, dove ho vinto due volte». La cultura del lavoro di Sinner è un pallino di coach Piatti, e a Jannik non dispiace: «Io penso al tennis tutto il giorno, con Riccardo lavoriamo tanto e lavoriamo sempre, a tutti i livelli, anche mentale. Ora cl stiamo concentrando su un aspetto che però non voglio rivelare. Io e lui non siamo mai soddisfatti!». […] Sinner a Torino ci pensa, ma non è un’ossessione, o almeno questo è ciò che continua a ripetere: «Certo che mi piacerebbe andare alle Finals – ha detto dopo la partita -, ma la strada è ancora lunga e la concorrenza è forte. Dovrò fare molto bene a Vienna e Parigi Bercy, ma non dipende da me, nel torneo ci sono anche gli altri…».

Sinner d’autorità: «Mi sento felice» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Jannik Sinner non è Paganini. Lui il bis lo concede. Ad Anversa, dopo aver dominato il francese Rinderknech, gioca ancora meglio contro il sudafricano Lloyd Harris e d’autorità centra la settima finale nel circuito maggiore. Alle 16.30 sfiderà Schwartzman che ha dominato Jenson Brooksby, uno dei giovani già qualificati per le Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals. Con il 6-2 6-2 al numero 32 del mondo, l’altoatesino ha allungato a 14 la serie di set vinti di fila nei tornei al coperto. E portato a 14 successi su 16 incontri il suo bilancio recente indoor. Non c’è dubbio che siano le sue condizioni ideali, perché a Sesto Pusteria fin da bambino è abituato a giocare al coperto. Ma c’è anche un’altra ragione per cui al coperto si esprime con una sicurezza in grado di togliere fiato agli avversari. Per il suo modo di stare in campo, il suo riferimento principale è la palla. Si muove in modo da colpirla quanto più possibile alla stessa altezza dopo il rimbalzo. La sua visione dello spazio non dipende dalla posizione rispetto alle righe. Se si azzerano i fattori esterni che possono incidere sulla traiettoria, il suo tennis ne guadagna. «Sono felice di essere in finale e di aver battuto un ottimo giocatore – ha detto dopo il match -. Mi piace giocare qui, le condizioni sono perfette per me. Sono comunque contento del mio torneo, in qualunque modo vada a finire». Sotto gli occhi di un orgoglioso Riccardo Piatti, Sinner ha messo in mostra tutto il repertorio. L’altoatesino è una macchina da tennis, capace fin dal primo game di togliere riferimenti al suo avversario. Harris non è mai riuscito a prendere l’iniziativa, costretto solo a rincorrere e inseguire, a reagire e mai a proporre. L’azzurro gli ha tolto il controllo già dalla risposta, la vera chiave delle due ultime vittorie. E chissà se è a questo che si riferiva quando ha detto di aver lavorato tanto con il coach Piatti su un aspetto senza però svelare quale. L’efficacia di questo colpo sta nella funzione che Sinner gli assegna, concettualmente la stessa con cui lo giocano i Djokovic o i Medvedev. Ovvero mettere l’avversario in una posizione scomoda e ottenere una palla più facile da spingere con il colpo successivo. La strategia ha funzionato in pieno. […]

Sinner vola alto (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Jannik Sinner in finale ad Anversa, dopo una grande dimostrazione di forza e freschezza. Torneo che ama e che due anni fa lo aveva già visto in semifinale, la prima a livello di vertice. Ritmo impressionante, fin dai primi quindici, per far capire al rivale di turno, il sudafricano Lloyd Harris, che per contrastarlo avrebbe dovuto compiere miracoli balistici. Un ritmo, come dicevamo, tenuto con scioltezza fino al termine della prima frazione, chiusa in 39 minuti sul 6-2 e con due break. Harris ha provato ad arginare l’azzurro con il servizio ma anche in questo modo ha quasi sempre incontrato le sue ottime risposte che gli hanno impedito di dettare le cadenze degli scambi. Sinner anche ieri è apparso sicuro e solo a punteggio acquisito si è buttato alla ricerca di alcune nuove soluzioni cui si sta allenando, a volte a segno a volte no, ma da leggere positivamente in ottica futura. L’inizio della seconda frazione ha riproposto Jannik al massimo della concentrazione e sontuoso con il rovescio bimane. Altro break in suo favore per mettere ulteriori ansie al sudafricano, e, dopo poco, Sinner è volato sul 4-1 e servizio, in una sorta di assolo che ha portato al 6-2 6-2 finale: «Sono felice di essere in finale. Lui un grande giocatore, con una stagione importante alle spalle. Mi piace giocare indoor, in queste condizioni, e qui. Sono simili a quelle di Sofia, dove mi trovo a mio agio. Giusto il timing sulla palla. La strada per Torino è ancora lunga, dovrò giocare bene a Vienna e Bercy e vedermela con una concorrenza agguerrita».

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