Salute e sport, Torino c'è (Bertellino)

Rassegna stampa

Salute e sport, Torino c’è (Bertellino)

La rassegna stampa di lunedì 27 settembre 2021

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Salute e sport, Torino c’è (Roberto Bertellino, Tuttosport)

“Tennis e Friends” e la prevenzione, con il Villaggio dello Sport e della Salute allestito presso il campo di calcio del Circolo della Stampa Sporting di Torino, hanno vinto anche sul maltempo che ha caratterizzato la seconda giornata dell’evento. Incuranti della pioggerellina cadente in perfetto stile autunnale molte persone erano già in fila ieri mattina alle 8 per essere pronte all’apertura dei cancelli e sottoporsi alle visite gratuite rese possibili dalla grande macchina organizzativa, abilmente diretta dal suo ideatore Giorgio Meneschincheri, ed orchestrata nell’occasione dall’eccellenza della Sanità torinese e regionale. L’abbinamento Sport e Salute, da tempo conosciuto a Roma dove il Progetto ha preso forma, è piaciuto molto anche ai torinesi che hanno apprezzato la professionalità e la passione dei suoi promotori e il perfetto mix di contenuti che lo caratterizza. Una visita in un ambiente sereno, sportivo, motivante perché nella due giorni ci si è potuti imbattere in alcuni personaggi idoli delle platee sportive e non solo tennistiche, nonché rappresentanti illustri del mondo dello spettacolo, risulta meno impattante di quelle classiche in ambienti ospedalieri. Questa la particolarità di “Tennis e Friends” che naturalmente ha catturato adepti anche a Torino, esaltando gli animi e confermandosi perfetta quale Official Charity delle ormai prossime “Nitro ATP Finals”

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Tra gli amici di ‘ Tennis e Friends” della due giorni sabauda Max Brigante, Vittorio Brumotti, Cristina Chiabotto, Piero Chiambretti, Nicolb De Vitus, Emanuela Falletti, Junior Cally, Ciro Ferrara, Max Giusti, Hernando I.assa, Veronica Maja, Claudio Marchisio, Massimo Mauro, Stefano Meloccaro, Matteo Monaco, Diego Nargiso, Pavel Nedved, Stefano Pescosolido, Nicola Pletrangeli, Alessandro Rosina, Mara Santangelo, Gabriele Simonetti, Gravlano Silhigardi, Marco Tardelli

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Mistero Djokovic verso la soluzione. Finals più vicine (Crivelli). Una volata a cinque per Torino (Bertellino). Depressione addio. Bentornata Badosa (Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 17 ottobre 2021

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Mistero Djokovic verso la soluzione. Finals più vicine (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

C’è un fantasma che aleggia sul castello del tennis in questo finale di stagione infiammato dalla rincorsa agli ultimi posti per le Finals di Torino. E’ quello di Novak Djokovic, che ha giocato l’ultima partita il 12 settembre nella notte stregata di New York, in cui Medvedev gli strappò dalle mani il sogno di realizzare il Grande Slam. E dopo la quale ha trascorso il riposo, o meglio la decantazione della delusione più grande della carriera, tra Belgrado, Montecarlo e Marbella, le sue tre residenze, senza rivelare nulla sulle intenzioni per i tornei che chiudono l’annata. Siccome le ultime parole prima di un lungo silenzio erano risuonate nella pancia dell’Arthur Ashe e allungavano parecchie ombre sul resto del 2021 («Non ho piani per il futuro, ho promesso a me stesso di stare di più con i bambini»), il dubbio era che il Djoker desse appuntamento direttamente a gennaio, anche se la questione del vaccino richiesto al momento dagli Australian Open potrebbe complicargli i piani per il rientro. La sua assenza dalle Finals libererebbe un altro posto. aprendo le porte al 10° della Race che in questo momento è Jannik Sinner. Ma i contendenti (in lotta per gli ultimi due pass restano in cinque) farebbero bene ad affidarsi alle proprie forze, perché i rumors dalla Serbia danno per certo il ritorno a breve: secondo il «Kurar» , quotidiano sempre ben informato sulle vicende di Nole e che cita un’anticipazione dell’ufficio stampa del campione, Djokovic tornerà in campo in questo tramonto di stagione, ma non avrebbe ancora definito il programma. Facile prevedere che lo si possa rivedere al Masters 1000 di Parigi Bercy (dove è ancora iscritto), alle Finals di Torino e poi in Davis.

Una volata a cinque per Torino. Si deciderà solo a Parigi (Roberto Bertellino, Tuttosport)

 

 Inedita la collocazione in calendario, dalla classica primavera all’autunno, del tutto inatteso il quadro delle Semifinali nel Masters 1000 di Indian Wells, penultimo di categoria In stagione. Le semifinali, andate in scena nella tarda serata e notte italiana, hanno opposto Cameron Norrie a Grigor Dirnitrov e Nikoloz Basilashvili a Taylor Fritz. Nessuno è compreso tra i migliori 25 del mondo (mai accaduto in un Masters 1000). Il risultato nel complesso comporta, indipendentemente dall’esito degli ultimi scontri, un rimescolamento delle carte per quanto riguarda le ultime posizioni utili ad entrare di diritto alle Nitto ATP Finals di Torino. E’ tornato prepotentemente alla ribalta il britannico Norrie, risalito in 12^ (11^ considerando il forfeit certo di Nadal) alle spalle di Felix Auger-Aliassime e Jannik Sinner e con la possibilità, in caso di ulteriori successi nel torneo californiano, di miglioramenti. Ha consolidato la nona piazza Hubert Hurkacz, ora in vantaggio di 360 punti su Sinner; ha sorpassato il tetto dei 3000 punti Casper Ruud che ha anche ufficialmente scavalcato Nadal in 7^ posizione. Scendendo nella graduatoria potrebbe entrare tra i pretendenti alla partecipazione persino Basilashvili, per la prima volta in semifinale in un Masters 1000 dopo aver sconfitto nei quarti il n° 3 del mondo Stefanos Tsitsipas. Molto dipenderà dagli ultimi match di Indian Wells e dai tornei che seguiranno in calendario. Certamente decisivo sarà il Masters 1000 di Parigi Bercy, dall’1 al 7 novembre.

Depressione addio. Bentornata Badosa, la nuova Sharapova (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Più che la nuova Sharapova, finalmente la vera Badosa. Non e facile portarsi appresso un’etichetta così ingombrante come il paragone con la divina Masha fin da quando hai 18 anni: e infatti la bella Paula a un certo punto dell’ancor tenera carriera si perse nel tremendo tunnel della depressione. La finale raggiunta a Indian Wells, la prima in un Masters 1000 per la spagnola, conquistata battendo la grande amica Ons Jabeur che però può consolarsi con la top ten, rappresenta dunque il definitivo riscatto da un passato di grandi tormenti. Nata a New York da genitori che lavorano nella moda, la Badosa nel 2015 vince il Roland Garros juniores. È alta, bionda e tira forte da fondo, fin troppo semplice accostarla alla giocatrice più glamour. Firma contratti milionari, si prende una casa da sola a Barcellona e furoreggia sui social. Ma presto crolla sotto il peso delle aspettative: «In preda all’ansia, non riuscivo a uscire dal fosso». Scende oltre il 200° posto e in tre stagioni, dal 2016 al 2018, si ritira da metà dei tornei cui è iscritta adducendo infortuni che in realtà sono solo nella sua testa. Fino a quando affronta la situazione e telefona a Xavi Budo, ex coach della Suarez Navarro: «La prima volta che le ho parlato mi sono reso conto che era su una nuvola e il personaggio aveva preso il sopravvento sulla persona». Ma ne è uscita e, dopo aver iniziato l’anno da numero 70 e con una positività al Covid in Australia, se oggi batte la Azarenka diventa numero 11. Bentornata.

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Sinner battuto da Fritz (Crivelli, Mastroluca, Bertellino). «Candidata per aver abbattuto un muro» (Mastroluca). Pennetta nominata alla Hall of Fame: «Non ci credevo» (Cocchi)

La rassegna stampa di venerdì 15 ottobre 2021

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Sinner caduta amara. La corsa alle Finals adesso si complica (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

L’uragano Fritz si abbatte sull’Italia e in due giorni spazza via dal deserto californiano i frutti migliori del nostro tennis. Sognavamo un derby agli ottavi di Indian Wells, l’americano invece si è opposto al progetto e ha eliminato in serie prima Berrettini e poi Sinner, tra l’altro con lo stesso punteggio. Ma se la sconfitta del peggior Matteo di stagione non compromette affatto i suoi piani per le Finals di Torino, quella di Jannik rappresenta una complicazione nel cammino verso il Masters. L’allievo di Piatti resta 10′ nella Race, ma non ha accorciato le distanze da Ruud, ha visto allontanarsi l’amico Hurkacz e soprattutto adesso deve guardarsi pure le spalle dal possibile rientro di Norrie che è già in semifinale e in quella parte del tabellone, non più presidiata da Medvedev e Rublev, ora tutto è possibile. E chi dovesse raggiungere la finale si ritroverebbe con .un bottino di punti insperato e sostanziosissimo. Intanto, Jannik dovrà subito metabolizzare lo stop, maturato nonostante molte occasioni per portare il primo set dalla sua parte e la rimonta da 1-5 e due palle break per il 4-5 del secondo: «Non mi sentivo bene sulla palla, era come se non riuscissi a muovermi bene, ma ho provato a lottare fino alla fine. Quest’anno ho già perso alcune partite in modo simile, ma ogni sconfitta ha un suo perché. Forse ha influito il fatto di aver giocato dopo tre giorni per il ritiro di Isner: mi è sembrato quasi un primo turno». Per continuare a inseguire il sogno, Sinner ha in programma tre tornei, che potrebbero diventare quattro (Stoccolma la settimana prima del Masters) se avesse bisogno degli ultimi punti: Anversa da lunedì, Vienna a fine mese e il Masters 1000 di Bercy la prima settimana di novembre. Certo, sulle Finals continua ad aleggiare il fantasma di Djokovic, nel senso che una sua rinuncia, di cui si parla fin da dopo gli Us Open, libererebbe un altro posto insieme a quello già reso disponibile dal sicuro no di Nadal, che tornerà solo nel 2022. […]

Sinner ora rischia di mancare Torino (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Jannik Sinner è abituato alle discese sugli sci, ma adesso per coltivare il sogno delle Nitto ATP Finals dovrà imparare ad andare in salita. La sconfitta contro Taylor Fritz agli ottavi del Masters 1000 di Indian Wells, infatti, complica non poco la strada verso Torino. Lo statunitense, che già aveva eliminato Matteo Berrettini, si trasforma così nel “nemico Fritz” dei tennisti italiani. «In campo non riuscivo a muovermi come avrei voluto, non mi sentivo bene sulla palla, era come se non riuscissi a muovermi bene», ha detto l’altoatesino dopo la partita. In un braccio di ferro a chi tirava più forte, l’azzurro ha avuto il merito di lottare fino all’ultimo punto. Ma, come ha ammesso, l’aver tardato nella ricerca di opzioni alternative ha avuto un peso non trascurabile nella determinazione del risultato. Sinner ha vinto solo un punto su tre quando ha messo in campo la seconda di servizio e nel corso del match ha fatto più fatica a contenere le accelerazioni di diritto dell’avversario. Fritz, più efficace tanto negli scambi brevi quanto in quelli più prolungati, ha giocato meglio. L’azzurro, lucido nelle analisi anche delle sue sconfitte, l’ha ammesso chiaramente. Eppure, nonostante questo, di occasioni per invertire il corso del match ne ha avute comunque. «Ho mancato diverse palle break, penso al primo game del secondo set – ha detto -, poi ho servito io e non ho sfruttato le palle game per tenere il servizio. Non mi riuscivano cose che normalmente faccio. Pere, sono rimasto in partita fino alla fine, ho anche ottenuto un contro-break che avrebbe potuto riaprire il secondo set». Ma con i se non si va da nessuna parte, Jannik lo sa meglio di tutti. […] La qualificazione alle Nitto ATP Finals rimane possibile, per la matematica, ma certo più difficile. Il suo migliore amico nel circuito, il polacco Hubert Hurkacz che l’ha sconfitto in finale a Miami, può contare su un tesoretto di circa 400 punti di vantaggio. Dopo gli ottavi di finale, Hurkacz è virtualmente l’ultimo dei qualificati alle Nitto ATP Finals. Sinner ha ancora almeno tre jolly, ovvero il 250 di Anversa, l’ATP 500 di Vienna e il Masters 1000 di Parigi-Bercy. Recuperare così tanti punti non sarà facile.

Sinner già su Torino (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La decima giornata del Masters 1000 di Indian Wells ha portato grandi sorprese in campo maschile. La più eclatante è stata la sconfitta di Daniil Medvedev, n° 2 del seeding e del mondo, ad opera di Grigor Dimitrov. Una partita, quella tra i due tennisti dell’est, che pareva conclusa quando Medvedev conduceva 6-4 e 4-1 con due break. Poi il russo ha giocato un game di scarico cedendo il primo dei due break acquisiti. Dimitrov ha iniziato a mettere in campo tagli e contro tagli d’ogni tipo, è risalito grazie ad alcuni colpi spettacolari e ha pareggiato i conti. Nel terzo set ancora Dirnitrov ha fatto la differenza con la sua classe innata e il russo si è arreso sul 4-6 6-4 6-3. Allo Stadium 2, dove aveva perso Berrettini, il suo stesso giustiziere, Taylor Fritz, si è regalato i quarti eliminando Jannik Sinner, n°14 del mondo per 6-4 6-3. Sinner era partito bene (4-2 40-40) spingendo sul rovescio del terrnista USA, ma da quel momento Fritz ha preso in mano le redini del gioco e ribaltato la situazione con 8 game vinti consecutivamente (6-4 4-0). Sinner ha servito con poca efficacia, soprattutto la seconda palla, e perso i tre giochi a cavallo tra il primo e il secondo set che sono stati dei veri lungometraggi (41 punti complessivi). Sullo 0-4 l’azzurro è tornato competitivo variando un po’ le proprie trame e ha avuto due chance per centrare il contro-break numero due del set sul 5-3 15-40 servizio Fritz. L’americano ha trovato però colpi e concentrazione e chiuso 6-3 dopo un’ora e 41 minuti. Prende il via oggi il suo viaggio itinerante il Trofeo delle Nitto ATP Finals. Alle 14, da Palazzo Civico, sede del Comune di Torino, verrà prelevato per raggiungere l’area X di Intesa San Paolo…la sua prima tappa. Sarà poi anche a Milano e ad Asti. […]

«Candidata per aver abbattuto un muro» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Flavia Pennetta potrebbe diventare la prima tennista italiana a entrare nella International Tennis Hall of Fame, il tempio che celebra i più grandi di questo sport. La brindisina, prima italiana a entrare in Top 10 in singolare, campionessa dello US Open 2015 nella prima finale Slam tutta azzurra contro Roberta Vinci, figura tra i sei candidati proposti per la cerimonia di induzione di luglio 2022. Prima voteranno i tifosi, fino al 31 ottobre, poi una giuria composta di campioni del passato, membri già ammessi nella Hall of Fame, giornalisti. Per raggiungere questo traguardo, bisogna raggiungere complessivamente il 75% dei consensi. La candidatura è un po’ come una nomination all’Oscar e Flavia ha accolto la notizia con tanta emozione. «E’ un grande onore anche solo essere presa in considerazione – ha detto – Sapere che hanno pensato a me, mi fa capire quanto venga considerato quel che ho fatto nella mia carriera».

Nel presentare la sua candidatura, la Hall of Fame ha sottolineato che ha raggiunto II numero 1 In doppio. Quanto è stato significativo quel traguardo?

A me è sempre piaciuto il doppio, era una forma di competizione da vivere con meno tensione rispetto al singolare. Ho avuto l’occasione per due anni di giocarlo con la mia migliore arnica nel circuito, Gisela Dulko. Eravamo una coppia affiatata in campo e fuori, abbiamo vinto uno Slam e un Masters: non male direi.

Essere la prima italiana in Top 10 resta un traguardo storico. Come ha vissuto quel momento?

Con grande gioia, finalmente ero riuscita a rompere un muro con cui tante mie colleghe in passato si erano scontrate. Quel traguardo è servito a me per avere consapevolezza di quel che stavo diventando. Ma penso sia servito a tutto il tennis italiano femminile, perché le altre hanno visto che si poteva fare. Da lì in poi, con Francesca Schiavone, Sara Errani e Roberta Vinci si put, dire che ci siamo sbizzarrite.

Con loro ha condiviso quattro trionfi In Fed Cup, I primi per l’Italia. Quali partite hanno segnato di più la sua esperienza in Fed Cup? Immaginiamo che quella memorabile contro Amelie Mauresmo del 2009, quando mostrò il dito all’arbitro, rientri in questo elenco.

Quella è impossibile dimenticarla, non so che mi è preso ma l’importante è che l’ho portata a casa. Ho giocato tante belle partite, non parlo necessariamente delle finali. Per esempio una vittoria di cuore in una trasferta “tragica” contro l’Ucraina delle sorelle Bondarenko o una partita lottatissima contro l’Australia.

Il momento clou rimane il trionfo alla US Open del 2015. L’immagine che si porta dietro di quel torneo?

Non dico la finale, ma l’esultanza dopo la vittoria contro Sam Stosur, una partita per me molto dura e molto importante. Ho chiuso con un punto pazzesco e ho fatto una specie di “come on!” gridando più forte che mai. […]

Pennetta nominata alla Hall of Fame: «Non ci credevo» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

La chiamata di Stan Smith, ex numero 1 al mondo, è arrivata a Brindisi, dove Flavia Pennetta sta con Federico e Farah in attesa di partorire il terzogenito di casa Fognini. Non una telefonata di cortesia, ma la comunicazione della nomination per Hall of Fame del Tennis, l’olimpo di chi ha fatto la storia della racchetta. Potrebbe essere lei la prima giocatrice italiana e figurare nell’elenco dei fenomeni, sempre che riesca a superare la concorrenza degli altri candidati. Insieme alla campionessa dello Us Open 2015 tra candidati ci sono Juan Carlos Ferrero (ex n.1 del mondo, campione al Roland Garros 2003), Lisa Raymond (ex n.1 in doppio e vincitrice di 6 Slam tra doppio e misto), Ana Ivanovic (ex n.1 al mondo e campionessa al Roland Garros 2008), Carlos Moya (ex n.1 e campione al Roland Garros 1998, ora allenatore di Rafa Nadal), Cara Black (ex n.1 al mondo in doppio e campionessa di numerosi Slam tra doppio e misto). Incredula Flavia racconta il retroscena della candidatura a cui subito non aveva creduto, pensando si trattasse di uno scherzo: «Mi è arrivata una mail in cui Stan Smith (presidente della Tennis Hall of Fame, ndr) mi chiedeva il numero di telefono per contattarmi. Io ho fatto lo screenshot e l’ho mandato alla mia manager chiedendole di verificare che fosse vero. Poi mi ha confermato che era il vero Stan e mi sono emozionata moltissimo». La concorrenza è forte, ma Flavia è amatissima: «Non penso riuscirò a battere gli altri. Gente come Moya e Ferrero, o come la Ivanovic. Ana è sempre stata una mia bestia nera, non sono mai riuscita a batterla in campo. Non capivo mai dove mandasse la palla…». […]

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Berrettini ko, salta il derby con Sinner (Crivelli, Mastroluca, Bertellino). Federer, addio Top Ten (Marianantoni). Odiavo Riggs, denigrava le donne (King)

La rassegna stampa di mercoledì 13 ottobre 2021

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Il derby non si fa (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Stavolta Fritz non fa troppo l’amico. E manda in frantumi íl sogno di un derby tutto italiano agli ottavi tra Berrettini e Sinner, che avrebbe rappresentato l’esaltante punto d’arrivo di una stagione magica per il nostro tennis. Troppo brutto per essere vero, però, il Berretto del deserto californiano, scarico al servizio (63% di punti con la prima, che però non lo ha mai sostenuto nei momenti decisivi) e fallosissimo nell’altra fondamentale risorsa, il dritto, per concedersi qualche chance di opporsi a un Fritz sicuramente centrato ma non certo superlativo. D’altronde, depotenzlato dei colpi migliori, Berrettini si è scoperto per una volta Sansone privato della chioma confortevole del suo gioco abituale. Una sconfitta che priva lui e tutto il movimento tricolore di un affascinante incrocio con Sinner, ma che non complica la corsa quasi completata verso le Finals di Torino, magari da sigillare a Vienna tra due settimane. Matteo è apparso lento nei movimenti e svuotato mentalmente: ha avuto un sussulto al tramonto del primo set, quando con orgoglio ha recuperato due break di svantaggio e ha servito per il 5-5, affondando però in quel game con una serie di quattro gratuiti completata da un doppio fallo. Da li, in pratica, non c’è più stata partita. In mancanza del tanto agognato derby, sarà dunque Fritz a saggiare lo stato di forma di Sinner (terzo match dalle 20 italiane), approdato agli ottavi senza giocare per il forfeit di Isner, accorso in ospedale ad assistere la moglie che sta per partorire il loro terzo figlio. Taylor, solita faccia da attore di Hollywood anni ’50, che a giugno è uscito in sedia a rotelle dal Roland Garros con un menisco fracassato, ormai sembra aver perso il treno per diventare il messia del tennis yankee come gli pronosticavano da junior, ma è un ragazzo intelligente e che si allena bene e il suo gioco offensivo, se sorretto dal servizio come ieri, non dà ritmo e punti di riferimento. Per Jannik si tratterà di un incrocio fondamentale (tra i due non ci sono precedenti), perché i primi rivali verso le Finals, cioè Ruud e Hurkacz, continuano ad avanzare come trattori e sarebbe opportuno non lasciarli allontanare troppo. […]

Berrettini flop, il derby sfuma (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Non ci sarà il derby azzurro negli ottavi di finale del Masters 1000 di Indian Wells. Jannik Sinner affronterà oggi Taylor Fritz, mai in difficoltà contro un Matteo Berrettini toppo spento per essere vero. Il 6-4 6-3 finale fotografa solo in parte una partita in cui il romano ha messo in campo l’orgoglio ma è sembrato perdere tutto il resto. In un’ora e venti minuti di partita, il numero 1 azzurro ha ceduto quattro volte il servizio. Non gli succedeva in una sfida al meglio dei tre set dalla finale di Madrid contro Alexander Zverev: ma quell’incontro finì al terzo. «Mi è mancata l’adrenalina, non avevo abbastanza energie nervose – ha detto Berrettini – era un po’ che non mi succedeva». Il numero 7 del mondo non ha fatto cenno al problema al collo e alla schiena per cui ha dovuto rinunciare al doppio proprio con Sinner. «Sto cercando una spiegazione a quello che è successo, ma forse è dovuto semplicemente al fatto che sono umano e un piccolo down ci sta». Fritz, 23 anni, non aveva più sconfitto un Top 10 proprio dal successo su Berrettini in Coppa Davis a Madrid due anni fa. Ieri già dai primi game è apparso chiaro che Berrettini non fosse nella sua versione migliore. Poco incisivo con la seconda di servizio e in risposta, perdeva fin troppo facilmente la misura quando provava ad accelerare con il diritto. Fritz, che ha vinto 43 punti contro 27 negli scambi conclusi entro i quattro colpi, ha preso di mira il rovescio del numero 1 italiano. Così ha allungato da 1-1 a 5-1. II parziale avrebbe potuto segnare la storia del primo set, Berrettini pere si è scosso, rimontando fino al 4-5 e servizio. Ma di nuovo il fragile equilibrio su cui si è retto il suo tennis nei game precedenti è andato in pezzi. Con tre gratuiti e un doppio fallo ha concesso il break che gli costa il set. L’incontro non ha di fatto avuto più storia. «Avevo bisogno di una partita così, in un torneo che adoro – ha detto lo statunitense – la mia strategia era chiara, sapevo cosa avrei dovuto fare per vincere. Volevo servire forte, attaccare la prima palla, sfruttare i miei punti di forza per metterlo in una posizione scomoda quanto più possibile».

Sinner, doppio “aiutino” (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Jannik Sinner è volato negli ottavi del Masters 1000 di Indian Wells senza faticare incassando il ritiro di John lsner, 36enne americano tornato in famiglia per vivere in prima persona la terza paternità. Un forfait che ha favorito anche i doppisti Lorenzo Sonego e Fabio Fognini, saliti nei quarti con la stessa dinamica e ora chiamati al confronto con una delle coppie leader del circuito di specialità composta da Dodig e Melo. Con Jannik già tra i migliori sedici, tutti a pregustare il derby tra lui e Matteo Berrettini, chiamato alla sfida con Taylor Fritz, tennista di casa. Partita strana la loro. Nel primo set dall’ 1-1 l’arnericano ha piazzato un parziale positivo di 9 punti a 1 salendo 4-1. Ha bissato il break, con il romano in evidente difficoltà dal punto di vista del movimento. Poi l’azzurro si è ridestato e ha recuperato i due break di svantaggio, dando l’impressione di essersi rimesso nella giusta direrione. Brutto il game numero 10 nel quale Berrettini ha commesso errori assortiti vedendosi nuovamente superato dal rivale che ha fatto sua la prima frazione. Andamento analogo nella seconda, con Matteo poco efficace con i classici colpi di cui dispone, il servizio e il diritto. Tre doppi falli e due ace, bilancio negativo e fotografia di una serata storta, con le difficoltà rese ancora più palesi dalla condotta giustamente aggressiva del 23enne californiano che aveva già superato il nostro nell’unico precedente di carriera, a livello di Coppa Davis nel 2019. «Ho avuto una strategia chiara usando le mie armi e soprattutto l’aggressività – ha detto al termine Fritz -. E’ un torneo che sento mio perché è vicino a casa. Credo di esserci venuto per la prima volta con gli amici, da spettatore, quando avevo 12 mini Poi sono tomato da giocatore a quindici nel tabellone di qualificazione». Non ci sarà dunque il derby azzurro con Sinner.

Federer, addio Top Ten. E questa volta rischia di non ritrovarla più (Luca Marianantoni, La Gazzetta dello Sport)

C’è ancora Hubert Hurkacz nel destino di Roger Federer. Tre mesi fa il polacco aveva fermato il Maestro ai quarti di finale di Wimbledon e ora, superando lo statunitense Tiafoe al terzo turno di Indian Wells, lo ha aritmeticamente estromesso dal club dei primi 10 giocatori nel mondo. Lunedì lo svizzero sarà al massimo numero 11 del ranking, o addirittura più in basso. Per Roger questa era la settimana numero 968 in top ten, ma la notizia ha un peso specifico enorme perché esiste la decisa possibilità che il Divino di Basilea, fermo da Londra per i postumi dell’intervento al ginocchio destro, non ci rientri più. Dallo scoppio della pandemia, Federer ha ovviamente beneficiato della classifica congelata (non senza qualche polemica di alcuni colleghi), e al momento, in condizioni normali, sarebbe numero 71 del mondo. Significa che se anche ritornasse a pieno regime l’anno prossimo, dovrebbe compilare una serie di grandi risultati per riavvicinarsi al gotha. Eppure dalla convalescenza si professa fiducioso: «Tornare a competere rappresenta una grossa sfida, ma vorrei rientrare il più velocemente possibile. Però devo essere paziente. Un passo alla volta. Per ora sta andando tutto bene, qúindi sono felice». Federer ha trascorso quattro periodi distinti in top ten. La prima volta ci era entrato il 20 maggio 2002 all’indomani dei primo successo in un Masters 1000, ad Amburgo, in finale su Safin. In quel ranking al primo posto svettava Hewitt, e Federer rimase tra i primi 10 per 7 settimane fino al 7 luglio 2002 quando sostituì lo storico quarto di finale di Wimbledon 2001 (quello della vittoria agli ottavi in cinque set su Sampras) con la cocente eliminazione all’esordio 2002 con Ancic. Poi ci tornò per 3 settimane dal 15 luglio al 4 agosto prima della serie interminabile di 734 settimane di fila che iniziò il 14 ottobre 2002 per finire il 16 novembre 2016: questa di Federer è la seconda serie più lunga di sempre dopo le 789 settimane consecutive di Jimmy Connors (dal 23 agosto 1973 al 2 ottobre 1988). L’ultima serie di Roger invece era iniziata il 30 gennaio 2017 dopo la vittoria all’Open d’Australia con l’epica finale contro Nadal. Con 968 settimane nei top 10, Roger Federer è il tennista uomo più presente di sempre. Al secondo posto c’è Nadal che galoppa a quota 838 settimane. Il record assoluto appartiene a Martina Navratilova che è stata ininierroiiamente nella Top 10 per 1000 settimane consecutive, dal primo ranking Wta del novembre 1975 al 1′ gennaio 1995.

Odiavo Riggs, denigrava le donne (Billie Jean King)

Dall’autobiografia di Billie Jean King – Corriere della Sera

All’inizio fu in qualche modo divertente vedere quanta straripante energia Bobby profondesse per promuovere la nostra sfida. Alcune cose erano una messinscena, e mi disse che faceva tutto parte della promozione. Continuava a ripetere le solite battute irritanti di sempre: «Vi dirò perché vincerò. Lei è una donna e non hanno stabilità emotiva! Rimarrà senza fiato, proprio come è successo a Margaret Court… L’uomo è superiore!». Altre cose che Bobby fece furono più difficili da ignorare. Il giorno prima della nostra conferenza stampa finale, si presentò all’allenamento indossando una maglietta con due buchi sul petto per mostrare i suoi capezzoli e poi scherzò con i giornalisti dicendo che a suo parere la maglietta sarebbe stata meglio addosso a me. Con questa superò il segno. Sapevo che alcune persone credevano realmente in certe battute sessiste che lui andava blaterando e io volli essere convincente e chiara: non era accettabile. Il giorno prima della partita, quando uno dei giornalisti durante la nostra conferenza stampa congiunta domandò che cosa pensassi di Bobby, dissi la verità: «Quel buffone denigra le donne… Lui mi piace per molti aspetti, ma lo odio perché denigra le donne, non degnandoci di credibilità come avversarie». (…) La gente era divisa su chi avrebbe vinto e ne discuteva a tavola, davanti ai distributori automatici nei posti di lavoro, nei saloni di bellezza e nei bar. Furono piazzate moltissime scommesse. I mariti promisero che se avessi vinto io si sarebbero occupati per una settimana di stirare; i capi promisero che avrebbero preparato il caffè per le loro segretarie. Furono organizzate visioni comunitarie e le persone si divertirono. I media continuarono a interpellare esperti per i pronostici. Quando incontrai Bud Collins, disse: «Ho scommesso su Riggs». Mi fece male, ma mi ferì ancora di più quando nel bagno del nostro torneo di Houston sentii alcune giocatrici dello Slims dirsi a vicenda di volere che io vincessi ma che pensavano che Riggs mi avrebbe battuto. Non si erano rese conto che fossi anche io lì fino a quando non uscii da uno dei cubicoli, le guardai senza dire una parola e uscii dopo essermi lavata le mani. Nel corso degli anni Bobby aveva dato lustro alla sua fama di spaccone organizzando trucchetti come piazzare trentadue sedie sul campo, giocare con le galosce, tenere al guinzaglio un cane mentre giocava. E tuttavia vinceva. A Houston vendeva spille con lo slogan «Pigs for Riggs». Eravamo totalmente diversi. Una buona fetta della mia preparazione a una partita — o a un discorso o a qualsiasi evento, in realtà — è stata sempre analizzare in anticipo tutto quello che sarebbe potuto accadere. Ogni dettaglio è per me importante, dall’avere un paio di scarpe di riserva al prendere confidenza con il luogo. Per la Battaglia dei Sessi specialmente non lasciai nulla al caso. Mi misi d’accordo con un custode perché mi facesse entrare nell’Astrodome il giorno prima della partita e mi facesse fare un giro. Lo stadio da fuori sembrava un enorme disco volante. Dentro era uno spazio cavernoso, pieno di eco. Sapevo che mi sarei dovuta abituare all’illuminazione, al senso della profondità e a individuare velocemente la palla tra le travi di ferro che componevano il soffitto alto 63 metri. D’altronde, lo stesso avrebbe dovuto fare Bobby. Ricordai a me stessa che non avrei avuto il lusso di potermi abituare al campo perché sarebbe stato preparato il giorno stesso della nostra partita. Ma sarebbe stata la stessa cosa anche per Bobby. Prima di altre partite di solito pregavo: «Ti prego, Signore, permetti a entrambi di giocare al massimo delle nostre possibilità». Questa volta, tagliai corto e dissi: «Ti prego, Signore, fai che io vinca».

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