Indian Wells: analisi di una doppia delusione azzurra e i dubbi sulle scelte di casa Piatti per Jannik Sinner

Editoriali del Direttore

Indian Wells: analisi di una doppia delusione azzurra e i dubbi sulle scelte di casa Piatti per Jannik Sinner

I timori sulla condizione di Matteo Berrettini. Sarà stanco per la lunga e stressante stagione? Recupererà per Torino? Su Sinner: non c’è stata incoerenza fra le modifiche attuate ora al servizio e l’obiettivo Torino?

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Jannik Sinner - Indian Wells 2021 (foto Vanni Gibertini)

Parliamoci chiaro. Per le nostre aspettative, quelle generalmente condivise dagli appassionati italiani, il torneo di Indian Wells è stato una grande delusione. E il fatto che alle semifinali del torneo siano giunti 4 tennisti non compresi fra i primi 25 del mondo accentua inevitabilmente quella delusione.

Anche se, d’altro canto, un po’ l’attenua il fatto che Fritz, il giustiziere della nostra squadra di Coppa Davis, abbia colto poi anche lo scalpo del tennista che pareva più in forma degli altri, Zverev. Il quale, detto inter nos, il suo match se l’è proprio mangiato, dal 5-2 in poi e con il doppio fallo sul matchpoint…sia pur con l’alibi del sole. Però è indubbio che Taylor Fritz, se giocasse sempre così, sarebbe un osso duro per chiunque e ci si può perdere benissimo senza arrossire.

Tuttavia resta il fatto che dacché era uscito il sorteggio non c’era stato un media italiano che non si fosse affezionato all’idea di un ottavo di finale tutto italiano, il primo duello fra Berrettini e Sinner. Con un italiano – se quell’eventualità si fosse verificata – garantito nei quarti.

 

Mi sa che gli abbiamo portato tutti male, a entrambi. Affezionarsi a un’idea non voleva dire sognare, come quando -ad esempio – qualcuno aveva sognato che Berrettini battesse anche Djokovjc e trionfasse a Wimbledon. Quello sì che era un sogno, anche se dopo il primo set, la schiera dei sognatori si era infittita.

Questa volta, confidando nell’ordine delle teste di serie di Indian Wells e in un tabellone che pareva piuttosto buono fatta eccezione per Isner sulla strada di Sinner (e pure Isner ha poi invece dato via libera spianando la strada) era un pronostico – ancor più che una speranza – che pareva avere solide basi di concretezza. L’ostacolo Fritz, una doppia gabbia se fosse stato un concorso ippico, non pareva insormontabile.
Invece nel Masters 1000 più abbordabile della storia degli ultimi 17 anni, senza Djokovic, Nadal e Federer, con Aliassime subito fuor di scena, un Medvedev fuor …di testa (pazzesco il modo in cui avanti 6-4 e 4-1 è riuscito a perdere con Dimitrov, anche se poi il russo ha dato la colpa alla lentezza della superficie e alla enorme difficoltà nello sfruttare l’efficiacia del servizio), i nostri due migliori giocatori hanno deluso ogni aspettativa giocando… malissimo Berrettini e male pure Sinner!

Ciò sebbene sia giusto osservare che Fritz è stato tutto fuorché un amico – battutaccia cui nessuno si è sottratto, e c’è stato anche chi nei social ha optato per l’aperitivo preferito da Sinner e Berrettini… il gin-Fritz! –  in particolare contro Sinner quando è sembrato in giornata di vena davvero straordinaria (come del resto ha replicato nel secondo set contro Zverev).

L’americano ha comandato sempre lui il gioco, salvo che nei primi 6 giochi, favorito peraltro da un Sinner disastroso al servizio: 0 ace, 4 doppi falli 51% di prime palle ma intorno al 40% per più di un set, 34% soltanto di punti vinti con seconde palle spesso servite pianissimo, 12 palle break a Fritz che non è davvero Djokovic ma Jannik lo ha fatto apparire tale (per questi dati assai accurati ringrazio l’affezionato lettore Brandon).

Di giocare male ci sta. Accade, più o meno, a tutti. Nessuna giornata è uguale all’altra, anche per noi che non giochiamo a tennis. Sappiamo tutti che i grandi campioni, i Fab Four un esempio infinito per tutti, sono quelli che sono anche i più continui nell’esprimersi ad altissimo livello.

E in termini di continuità mi sembra che quest’anno noi ben poco possiamo rimproverare a Matteo Berrettini, che non solo è rimasto saldamente fra i primi 8 del mondo smentendo quanti dubitavano del suo ruolo di top-ten ma è salito a n.6 con una serie di risultati impressionanti che avrebbe potuto essere addirittura ancora migliori se non avesse avuto la sfortuna di imbattersi nel n.1 del mondo Djokovic in tre Slam (Parigi, Londra, New York) e non fosse stato costretto a ritirarsi a Melbourne. Devo ricordare che sono i tornei che distribuiscono più punti?

E ben poco, sempre in termini di continuità, possiamo rimproverare a Jannik Sinner che aveva chiuso il 2020 a un già lusinghiero n.37 ATP  e lunedì prossimo, a 20 anni e 2 mesi, lo ritroveremo a n.13 del mondo (ovviamente suo best ranking) e ancora in corsa per le ATP finals, mentre per le NextGen è semplicemente il primo in graduatoria. A un ventenne che sale 24 posti in classifica non si può che dire bravo.

Se quest’anno è stato un anno magico per il tennis azzurro lo dobbiamo principalmente a loro due, anche se a far parlare di rinascimento del tennis italiano hanno contribuito in tanti. E cioè almeno tutti quei dieci giocatori che in certi periodi sono stati contemporaneamente fra i top 100, stimolando anche i colleghi giornalisti di altri Paesi a scrivere e chiedersi del fenomeno italiano. E ciò è accaduto proprio nell’anno in cui Torino si appresta ad ospitare le finali ATP che per 12 anni erano state a Londra e mai prima in Italia. Di quest’ultimo successo, ottenuto su un campo diverso, quello politico-organizzativo, dobbiamo essere grati a tutti coloro che si sono battuti per raggiungerlo: cioè la federtennis, gli enti locali piemontesi, ex sindaco Appendino in testa, il Governo all’epoca in sella.

Tutto ciò ampiamente premesso e sottolineato, con giusto orgoglio e direi perfino con la dovuta riconoscenza… perché sono i buoni risultati che fanno crescere l’interesse della pubblica opinione e di conseguenza gli spazi nei media nonchè il maggior coinvolgimento delle aziende e degli sponsor, questo non ci esime dall’esprimere le nostre opinioni su quanto abbiamo visto accadere a Indian Wells.

Voglio aggiungere alla lunga premessa anche il fatto che, probabilmente per le condizioni climatiche, la strana luce, i campi davvero lenti, quasi nessuno dei top-player ha giocato fin qui bene (salvo forse Zverev fino al 5-2 al terzo con Fritz prima di rovinare ogni cosa). Lo stesso Tsitsipas, n.2, era stato in notevole difficoltà con Fabio Fognini e le ha confermate con Basilashvili. Questo per dire che se si sono trovati male anche Berrettini e Sinner, beh ci sta. Peccato però. Quei punti del Mille di Indian Wells, così tanti, facevano gola e servivano da morire.

Dispiacerebbe però che questi riscontrati in California potessero rivelarsi segnali di affaticamento, conseguenti a una lunga e stressante stagione. Tanto più stressante perché seguita al semestre Covid di riposo forzato nel 2020.

E dispiacerebbe perché ci sono ancora 4 settimane di tornei importanti, forse decisivi sia per la qualificazione alle finali – per Berrettini voglio sperare sia quasi scontata –  sia per la classifica di fine anno che è super importante per la posizione nel seeding del prossimo Australian Open e…per i contratti con gli sponsor.

Nelle 4 settimane che restano al massimo si puo’ partecipare a un paio di  250, a un 500 e a un Masters 1000. C’è Anversa la settimana prossima (o Mosca, entrambi 250), Vienna quella successiva (500 o St Petersburg 250), Parigi-Bercy (1000, dal 1 al 7 novembre), Stoccolma (250 dal 7 al 13…e chi la gioca non può fare le Next Gen, come Sinner sa e come a Aliassime non interessa perché ha detto che alle NEXT Gen non partecipa comunque).

Matteo Berrettini non si è imbattuto nel Fritz che ho poi visto contro Jannik Sinner e Zverev – anche se il risultato con cui si è imposto sui due azzurri il ragazzo californiano con il viso da attore è stato identico, 6-4,6-3 – ma mi è parso terribilmente imballato, lento e scarico.

Non so spiegarmene il perché. Troppo a lungo fermo dopo l’US Open? Può essere. La lucrosa esibizione della Rod Laver Cup non può davvero essere considerata vero momento d’agonismo.

Matteo non era stato brillante con Tabilo al primo turno, ma la sua prova incolore poteva anche essere conseguenza di una certa sottovalutazione dell’avversario.

Contro Fritz si è probabilmente demoralizzato quando ha visto che la sua arma migliore, il servizio, era proprio spuntata. Per uno abituato a raccogliere il massimo da quel colpo, prodromo di un dritto altrettanto mortifero, può essere un piccolo trauma.

Non fai ace né servizi vincenti e ti disperi, entri nel panico. Forzi di più e il servizio entra ancora meno. Perdi fiducia e serenità, ne viene contagiato tutto il resto del gioco. Ciò detto, però, mi ha impressionato davvero negativamente – più di qualuqnue altra cosa – la lentezza all’uscita della battuta.

Fritz aggrediva le seconde palle di Matteo come se fossero arrivate delle mozzarelle. Le ribatteva lunghe e profonde, quando anticipando e spiazzandolo, quando giocandogli addosso, al corpo. E Matteo sembrava piantato sul cemento. Come non mi era più capitato di vederlo da tempo. E il guaio è che non è mai riuscito a scuotersi.

Anzi, piatto lo si vedeva scuotere la testa senza neppure provare a reagire, a caricarsi, a cacciare anche qualche bell’urlo…che di solito non amo, ma ammetto che certe volte scuotono e servono. A volte mi chiedo se non potrebbero farlo anche i coach, sebbene non sia elegante. Di certo papà Tsitsipas non si pone questo problema.

Vabbè, una volta ci può stare. Lui stesso, mi pare d’avergli sentito dire nel corso delle interviste rese di Vanni Gibertini – unico giornalista italiano presente di persona a Indian Wells …tutti hanno ripreso quel che Vanni ha scritto, ci fosse stato uno (salvo Slalom.it la miglior newsletter tra tutte, insieme alla nostra Warning di Claudio Giuliani per Ubitennis…cui vi consiglio spassionatamente di registrarvi) che si fosse degnato di citare Ubitennis! Non usa più…– ha definito quella sua partita “la peggiore dell’anno”.

E che sia stata la partita peggiore dell’anno personalmente non mi crea eccessive preoccupazioni. Mi preoccuperebbe invece se Matteo fosse giù di fisico a tal punto da rendere complicato un suo pieno recupero per il prossimo mese di tennis. Dando per scontata, o quasi, la sua presenza a Torino sarebbe un vero peccato se non riuscisse a presentarsi nelle migliori condizioni. Perché a Torino ci potrebbero essere chance di successo per tutti, quasi come a Indian Wells. Non dimentico che alle finali ATP di Londra ho visto trionfare Dimitrov, Zverev e Tsitsipas quando nessuno di loro era davvero uno dei favoriti della vigilia.

Piuttosto…speriamo che chi si occupa di scegliere la velocità del campo del PalaAlpitour – Sergio Palmieri? – non la sbagli. Un piccolo vantaggio a chi gioca in casa tutti gli organizzatori l’hanno sempre considerato, senza per questo macchiarsi di colpe rimproverabili da chicchessia.

E ora vengo a Jannik Sinner. Non doveva battere per forza un ottimo Fritz. E, come hanno giustamente sottolineato in telecronaca SKY Elena Pero e Paolo Bertolucci, l’aspetto più positivo è stato il constatare che anche nella situazione di punteggio più compromessa Jannik ha continuato a lottare, a caricarsi, a crederci (al contrario di quanto aveva mostrato Berrettini).

Direte che non è un aspetto sorprendente in relazione al Sinner che ormai abbiamo imparato a conoscere, però a 20 anni è quasi più normale lasciarsi andare, mandare tutti al diavolo, compreso se stesso, piuttosto che continuare a lottare irriducibilmente come ha fatto Jannik.

Non è poco. Anche in questo aspetto il ragazzo dai capelli rossi è un’eccezione nei confronti dei suoi coetanei, per non dire un fenomeno.

Diciamo però che alla voglia di lottare non si è aggiunta – anche dal suo angolo? – la voglia di pensare un po’ prima a un qualche cambiamento tattico-strategico che forse si sarebbe dovuto fare.

Magari ci se ne accorge più facilmente stando seduti fuori dal campo che dentro. Per questo, però, ho scritto che magari dall’angolo qualche piccolo segnale gli poteva essere…ILLEGALMENTE (ma così fan tutti) trasmesso.

Forse ciò è accaduto perché nei primi game Sinner aveva condotto le danze, fino al 4-2 e allora lui e i suoi hanno pensato che se gli fosse tornata quella efficace precisione d’inizio gara ciò gli sarebbe bastato.

Il problema è che Jannik non si è reso conto che il suo gioco, quel tipo di gioco basato sul corri e tira senza variazioni di tagli e potenza, aveva messo in palla Fritz. Purtroppo per lui. Sinner ha, purtroppo di nuovo, un tennis un po’ monocorde, potente ma piatto, che può mettere in palla gli avversari che sono capaci di reggerlo.

Fritz, rinfrancato dall’ottimo esito dei game successivi al 2-4, non ha più sbagliato una palla facile, anzi. Ha tirato sempre più forte e profondo e Jannik che, come ho accennato sopra, ha servito malissimo subendo 4 break di fila e 5 in 9 turni di battuta, è sempre più affondato nelle sue angoscie, come quando ha perso 8 game di fila.

Vanni Gibertini che ha seguito il match a Indian Wells sostiene che il match è girato su poche palle e accenna a diversi se e ma. Io, che ho visto il match meno bene, e cioè alla tv, ho avuto invece una sensazione assai diversa. E cioè che Fritz avesse sempre in mano il match, dopo i primissimi game in cui ha preso le misure a Jannik. Più vedevo il match e più pensavo che l’americano avrebbe potuto vincere con un punteggio ancora più netto. Il mondo è bello perché vario, così come le opinioni.

Chi ci legge sa che Sinner ha deciso recentemente di cambiare diversi dettagli nel servizio. Ma dettagli non sono, anzi. La posizione dei piedi, l’altezza del lancio di palla.

Due modifiche non da poco. Chiedo: era il caso di affrontarle proprio adesso? Proprio adesso che l’obiettivo delle finali ATP di Torino, ancora raggiungibile ma forse meno di una settimana fa visti i risultati di Hurkacz e il vantaggio di Ruud, è alla portata?

Per favore non si dica che a quell’obiettivo nel clan Piatti non si dà troppa importanza, visto che Jannik stesso rispondendo a una mia domanda quand’era ancora a Sofia dichiarò che avrebbe forse giocato anche a Stoccolma se avesse potuto sembrargli utile. O altrimenti invece a Milano per le Next Gen, sorprendendoci un po’ perché pensavo che avendole già vinte non avrebbe avuto troppo piacere a giocarle…salvo che non fosse un quasi obbligo di Sponsor. Intesa Sanpaolo è il title sponsor di quel torneo e Sinner di Intesa Sanpaolo – così come Lorenzo Musetti – ne è un ambassador (come dicono coloro che non vogliono più chiamarli testimonial).

E’ vero, va detto visto che ho poco fa accennato a…casa Piatti, che per Jannik si è sempre parlato di un programma a lunga scadenza, due, tre anni di lavoro e di attesa senza troppa fretta, cercando pian piano di migliorare tutto il migliorabile.

Jannik è il primo ad essere convinto di questa filosofia, lo ripete in tutte le salse, “lavorare, lavorare e lavorare, ci vuole tempo, non bisogna avere troppa fretta di raggiungere subito certo risultati, meglio costruirsi il bagaglio tecnico necessario per arrivare in alto, al massimo del proprio potenziale”.

Però, allora, anche la programmazione dovrebbe essere coerente. Che senso ha programmare un tour de force, un torneo dopo l’altro, cambiando in corso d’opera dettagli tecnici che non sono dettagli e che emergono in tutta la loro complessità quando nascono serie difficoltà nel corso di un match, se le modifiche tecniche cui si vuole metter mano – e che non si limitano al servizio a quanto mi disse Jannik sia pure senza voler rivelare quali fossero le altre “Se non le vedete non ve le dico…” – sono più importanti dei risultati? Pensare di conquistare le une (le modifiche) e gli altri allo stesso tempo (i risultati) non è fortemente presuntuoso?

E i risultati negativi non potrebbero avere ripercussioni negative altrettanto negative, sia pure nella testa di un ragazzo solido nei suoi determinati proponimenti come quelli di Jannik?.

Se cambiare fortemente l’esecuzione di un servizio è considerato un processo importante, fondamentale, decidere di farlo un po’ più in qua, quando le sorti per la qualificazione alle finali ATP fossero già decise, in un senso o nell’altro (dentro o fuori), non era più saggio? E non solo più prudente?

Il servizio è un colpo terribilmente delicato. Se entra o non entra ne risente tutto il resto del gioco. Più di qualsiasi altro colpo. Soprattutto su certe superfici. E soprattutto ai livelli in cui giocano i Berrettini, i Sinner. Se perdi, come è accaduto a Jannik,  5 game di servizio su 9, potete star certi che anche il dritto, il rovescio peggioreranno inevitabilmente. Tutto verrà travolto, financo i nervi. Difatti ho visto Sinner abbozzare qualche risolino nervoso, autoironico verso se stesso come mai gli avevo visto fare prima, gesti di stizza, mezzi tentativi di scagliare via una palla alla Djokovic (i giudici di linea non c’erano…), di buttare la racchetta a terra. Gesti di nervosismo abituali per quasi tutti i tennisti del globo, ma abbastanza  inconsueti per lui.

Insomma io, lo confesso, sono proprio perplesso (fa pure rima…). Certezze non ne ho, salvo che una: e cioè il fatto che la decisione presa di cambiare modo di servire durante Sofia (dove il cast dei partecipanti era ben altro e anche i punti in palio erano ben altri) e durante Indian Wells, quando al contempo il calendario agonistico era invece così impostato, non mi sono sembrati strategicamente coerenti. Due diverse lunghezze d’onda. Cambiamo questo colpo così delicato, il servizio, in tutto e per tutto, pur consapevoli del rischio (come non esserlo?), ma tentiamo ugualmente di fare la corsa alle finali di Torino. Mah…

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Davis Cup, i tennisti vedono l’Italia favorita con gli USA. Io mica tanto, ma spero di sbagliarmi

Tante incertezze sulle formazioni. Il gran dubbio Fognini-Sonego. Chi giocherà fra Isner e Tiafoe? E sì che Isner sarebbe il N.1, ma Opelka non lo si discute

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Ho sempre pensato che la Croazia fosse più forte di quest’Australia, anche se non mi aspettavo che Gojo battesse Popyrin. E a confermare il mio pronostico è arrivata la prima tristanzuola giornata di Coppa Davis a Torino, pochissimi spettatori nonostante i ragazzi portati dalle scuole, spalti vuoti salvo uno sparuto gruppo croato.

D’altra parte non si poteva pretendere che qualcuno arrivasse dall’Australia, fra i Paesi più difficili al mondo da raggiungere (o in cui rientrare) ma non semplice neppure da lasciare.

La Croazia, che ha chiuso sul 2-0 i singolari ancora prima di schierare il doppio n.1 del mondo Pavic-Mektic (che infatti hanno dominato gli aussies Peers-De Minaur) giocherà lunedì – ormai sono in vena di pronostici – contro chi emergerà già stasera dal duello Italia-USA.

 

Partita durissima, quella dei nostri, perché giocare indoor contro i giganti americani, Opelka 2 metri e 11, Isner 2 metri e 8, e senza l’apporto di Matteo Berrettini non è davvero un sorteggio ideale.

Oggi i giocatori con cui ho avuto la possibilità di parlare, Gojo, Popyrin, Cilic, hanno detto tutti che l’Italia doveva essere considerata leggermente favorita. Chi riferendosi alla gran forma di Sinner, chi al fattore campo, chi all’annata particolarmente felice del tennis italiano.

Io confesso di non essere stato in grado di capire se Filippo Volandri ha intenzione di schierare come secondo singolarista Fabio Fognini oppure Lorenzo Sonego. Non ho potuto verificare chi sia più in forma dei due, il “trispapà” Fabio o il torinese e torinista Lorenzo, perché a differenza di Jannik che si è allenato al PalaAlpiTour con un Volandri ancora in buone condizioni atletiche e tennistiche, loro due sono andati a giocare al Cral Reale Mutua.

Volandri in questi giorni sembra essere stato in maggiore sintonia con Fognini, che stamattina si è allenato sfoggiando una maglia azzurra con su scritto Italia. Forse Volandri ha più fiducia nell’esperienza di Fognini. Ma è anche vero che conosce tutto sommato meglio Fognini che Sonego, il quale avrebbe l’handicap di esordire con la maglia della nazionale (salvo che alle Olimpiadi…).

Il campo con i rimbalzi alti, e non particolarmente veloce – anzi…e poi ci sono le palle Wilson anziché le Dunlop delle ATP Finals – parrebbe dare a Fognini qualche margine di vantaggio. Tuttavia a me la scelta Fognini pare molto rischiosa: non so quanto abbia potuto allenarsi e non è che i suoi ultimi risultati siano stati entusiasmanti.

Bisogna vedere anche chi sceglierà capitan Mardy Fish: se decidesse di schierare i due giganti, Isner N.24 scenderebbe in campo da N.1 contro Sinner ma per secondo, mentre il primo match lo disputerebbero i numeri due, Opelka N.26 e Fognini N.37.

Però, se invece Fish volesse tenere fresco Isner, 36 anni e mezzo, per schierarlo in doppio al fianco di Sock o di Ram, allora Opelka diventerebbe il N.1 contro Sinner e Tiafoe giocherebbe contro Fognini.

Onestamente il doppio italiano non mi sembra forte come qualunque dei tre doppi che possono schierare gli Stati Uniti. La vittoria all’Open d’Australia di Fognini e Bolelli è ormai parecchio datata: 2015, sono passati quasi sette anni.

Ergo dobbiamo cercare di vincere i due singolari. E mentre Sinner deve essere considerato favorito, con le riserve del caso, nel singolare dei numeri uno, nell’altro match a me non pare che saremmo favoriti.

Quindi, augurandomi ovviamente di sbagliare, a differenza di quello che hanno detto tutti i tennisti ascoltati oggi, un leggerissimo margine per me ce lo ha il team USA.

Quanti break potranno mai subire Opelka e Isner se dovessero giocare i singolari? Di sicuro qualche set finirà al tiebreak. E magari perderanno un set 6-4 o 7-5. Se Fognini perdesse un servizio, come ne recupererebbe uno o due?

Sulle prime mi ero rallegrato che il campo di questa Coppa Davis non fosse così veloce come quello delle ATP Finals.  Però poi ho sentito Mardy Fish dire che ai suoi giocatori il campo più lento piaceva: “Gli aces e i servizi vincenti li fanno ovunque, anche se un campo è lento. Ma se è troppo veloce non riescono a recuperare sugli angoli. Forse per Isner il campo in terra  battuta è quello ideale…”.

E in effetti mi sono ricordato di Isner che battè Federer sulla terra rossa in Svizzera in Coppa Davis o che fece una gran battaglia con Rafa Nadal al Roland Garros nel 2011. Rafa vinse 6-4 6-7 6-7 6-2 6-4. Quest’anno al Roland Garros Isner ha lottato per 4 set con il finalista del torneo Tsitsipas.

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Sascha Zverev, un doppio Maestro e una storia che ricorda Ivan Lendl: tanti tornei vinti, zero Slam

Il percorso del tedesco, già n.3 ATP a soli 20 anni e mezzo, è simile a quello del ceco che nel novembre 1981 era anche lui già n.3, ma fino all’84 non vinse uno Slam. Poi però furono 8

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Alexander Zverev - Nitto ATP Finals Torino 2021 (foto @atptour)

Non avrà vinto ancora uno Slam, ma intanto è un doppio Maestro. Aveva vinto le ATP Finals a Londra nel 2018, sorprendendo Nole Djokovic dal quale aveva perso nel round robin, si è ripetuto a Torino ridiventando Maestro dopo aver battuto il n.1 Djokovic e il n.2 del mondo Medvedev fra semifinale e finale.

Zverev è soltanto il quarto tennista che infilando la doppietta n.1 e n.2, finisce per vincere il Masters. Ci sono stati anche tre tennisti che avevano battuto il n.1 e il n.2 del mondo fra girone all’italiana e semifinale, ma poi non avevano vinto il torneo che chiude l’anno ATP: Gene Mayer, David Goffin e Dominic Thiem. I soli tre invece che battendo n.1 e n.2 hanno invece trionfato nel Masters erano stati Lendl nell’82 (che batté McEnroe e Connors), Edberg nell’89 (superò Lendl e Becker) e Agassi nel ’90 (sconfisse Edberg e Becker).

Per ora il cammino di Sascha Zverev ricorda molto da vicino quello di Ivan Lendl che fino al 1984 – quando rimontò John McEnroe in una memorabile finale a Parigi – non era mai riuscito a vincere uno Slam pur avendo giocato quattro finali Majors. Ricordo che molti scrissero di lui come se potesse essere una vittima di un “complesso Slam”. Sì, perché da quando un Ivan ventenne – nato il 7 marzo 1960 – aveva vinto il suo primo torneo nell’aprile del 1980 sulla terra battuta di River Oaks a Houston, si era cominciato a parlare di lui come di un ormai prossimo Slam-winner. Peccato, però, che al momento decisivo Ivan falliva sempre la prova.

 

Quando finalmente Lendl trionfò al Roland Garros, e in circostanze abbastanza rocambolesche, con McEnroe che lo stava dominando e improvvisamente perse la testa per via di un fotografo che lo disturbava con i clic della sua macchina fotografica, Lendl aveva già vinto la bellezza di 40 tornei. Tornei anche importanti, fra quelli del circuito WCT e altri che oggi equivarrebbero ai Masters 1000. Il trionfo al Roland Garros 1984 fu il titolo n.41 per il ceco di Ostrava. Aveva appena compiuto 24 anni. Ma già prima dell’US Open 1981 Lendl era asceso al terzo posto delle classifiche mondiali. A 21 anni e mezzo. Nessuno pensava che gli ci sarebbero voluti altri due anni e mezzo prima di aggiudicarsi uno Slam.

Stessa cosa si è pensato per Sascha Zverev quando già nel 2017, a 20 anni, ha vinto cinque tornei e fra quelli due Masters 1000 come gli Internazionali d’Italia e il Canadian Open (oltre a Washington, sì il torneo vinto quest’estate da Sinner, Monaco e Montpellier). E poi, nel 2018, un altro Masters 1000 sulla terra battuta, Madrid, prima del bis a Washington e Monaco, e delle Finals ATP a Londra per il primo incoronamento da Maestro. Però, dopo un’involuzione tecnica e psicologica che lo portava a commettere più doppi falli che ace nelle fasi decisive di un match, nel 2019 Sascha ha fatto il passo del gambero, retrocedendo da n.3 a n.7 del mondo. Soltanto al diciottesimo Slam, nel gennaio 2020 a Melbourne, è riuscito a raggiungere la prima semifinale di uno Slam. E a fine 2020 c’è stata quella finale all’US Open nella quale, dopo aver vinto i primi due set, si è fatto rimontare e, pur avendo servito per il match contro Thiem, ha finito per perdere la trebisonda, servendo con braccio rattrappito dalla tensione nel finale, perso al tiebreak decisivo.

Adesso Zverev ha vinto 19 tornei, e dimostrato a Torino di aver compiuto davvero grandissimi progressi. Ha giocato per tutto il torneo in modo davvero eccellente. Ha vinto la maggior parte degli scambi prolungati a fondocampo con Djokovic sabato sera. Ha dominato Medvedev anche negli scambi di rovescio domenica. E avrebbe dovuto vincere già nel round robin contro lo stesso avversario. Invece ci ha perso al tiebreak del set decisivo e solo per 8 punti a 6.

In finale, rovesciando l’esito del match del girone eliminatorio come è successo per 11 volte su 19 Masters, si è preso il rischio e la soddisfazione di servire l’ace con la seconda battuta sul matchpoint al termine di una partita nella quale non ha concesso lo straccio di una pallabreak al russo. Lo aveva breakkato nel terzo game del primo set, e di nuovo nel primo gioco del secondo set per un doppio 6-4.

Perché Zverev conquisti il suo primo Slam prima dei 25 anni, dovrà cercare di vincere l’Australian Open. A questo punto, con Djokovic alle prese con il vaccino sì-vaccino no, con Federer che è incerto perfino se partecipare a Wimbledon 2022, con Nadal che non ha più giocato agonisticamente da Washington, Zverev sa di poter essere considerato favorito del torneo non meno di Medvedev e …Djokovic se Nole andrà.

A novembre 1984 Lendl vinse il Benson&Hedges e il suo torneo n.42, Zverev nel novembre 2021 è fermo a quota 19. Però il tedesco dal 2017 in poi ha dovuto misurarsi con i Fab 4… Questo non basta a spiegare tante cose? Oggi Sascha, a 24 anni e mezzo – è nato il 20 aprile del 1997 – è indiscutibilmente il n.3 del mondo. Ha trionfato in 6 tornei, più di chiunque altro, e fra questi 6 tornei ce ne sono almeno 4 di assoluto prestigio: i 2 Masters 1000, il torneo olimpico di Tokyo con la medaglia d’oro, le finali ATP. Alla fine il presunto “complessato” Lendl ha vinto 8 Slam e anche se non ha mai centrato il suo incubo Wimbledon – due finali, 5 semifinali però – ha vinto 2 Australian Open, 3 Roland Garros e 3 US Open. Io dico che Zverev firmerebbe per vincere 8 Slam. Voi no?

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ATP Finals – Che brutta giornata per Djokovic. Dalla pessima notizia australiana sull’obbligo del vaccino al KO torinese con Zverev

Il tedesco gli ha strappato il sogno di eguagliare i sei trionfi di Federer. Chissà se il serbo andrà in Australia con il miraggio dell’Australian Open n.10 e dello Slam n.21…quando Rafa Nadal potrebbe vincere un altro Roland Garros e staccare i due Fab 3

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Alexander Zverev - Nitto ATP Finals Torino 2021 (foto Twitter @atptour)

Non è stata una bella giornata per Djokovic quella di ieri. In mattinata è stato informato che in Australia il direttore del torneo Craig Tiley ha informato ufficialmente il mondo che all’Open d’Australia potranno giocare soltanto i tennisti vaccinati.

Di sicuro questo annuncio non ha fatto piacere a Novak i cui sentimenti a proposito del vaccino sono intuibilmente – ma non ufficialmente – noti.

 Non dico che la vicenda possa averlo destabilizzato, ma di sicuro un po’ lo ha scosso.

 

Wait and see” è stato l’unico commento che ha fatto ieri notte dopo il k.o. con Zverev. Un’altra delusione paragonabile, forse anche se magari meno, a quelle di Tokyo e di Flushing Meadows.

Non una questione da poco per un tennista che ha vinto l’Australian Open 9 volte e, ancor più, per uno che trovandosi a 20 vittorie negli Slam come Nadal e Federer (il quale ultimo non sa neppure se riuscirà a ripresentarsi in tempo per Wimbledon) se volesse lasciarsi alle spalle i due grandi rivali non dovrebbe perdere le ultime grandi occasioni.

C’è, anzi, il pericolo per lui, se non dovesse recarsi a Melbourne – come oggi parrebbe abbastanza probabile – che Rafa Nadal vinca il Roland Garros n.14 e quindi lo Slam n.21 e si lasci alle spalle sia lo svizzero sia il serbo.

Insomma non solo Djokovic non eguaglia il record dei 6 Masters detenuto da Federer, ma se non dovesse andare in Australia, non li staccherebbe neppure nel conto degli Slam.

Questo che resta un anno fantastico per lui, campione di tre Slam e finalista nel quarto, rischia di essere paradossalmente ricordato più per i record mancati, il Grande Slam, la medaglia d’oro olimpica che non vincerà più, le 6 ATP Finals non ancora diventate trionfali, che per le straordinarie vittorie conquistate. Quando la gente (non quella serba…) ricorderà le migliori annate di Djokovic forse non si ricorderà neppure che lui nel 2021 ha vinto 5 tornei fra cui 3 Slam! E dirà che i suoi anni migliori sono stati il 2011 e il 2015. Anche se non è vero.

Ieri sera l’ho visto in serio affanno negli scambi prolungati con Zverev. Come non mai. Zverev una volta ne avrebbe persi la maggior parte e ieri sera invece ne ha vinti di più di Nole.

E Nole, di solito apparentemente indistruttibile fisicamente, l’ho visto nel terzo set spesso con la lingua di fuori dopo gli scambi mozzafiato sulla diagonale dei rovesci, tanto che poi finiva per sbarellare con il dritto. Ne ha sbagliati almeno tre gratuiti gravissimi e davvero non da lui nella fasi finali del match.

Ma c’è da dire che Zverev ha recuperato con delle spaccate alla…Djokovic, delle palle che sembravano irraggiungibili riuscendo a tirar rasorete e fortissimo anche in quelle situazioni apparentemente compromesse.

Per un uomo di un metro e 98 cm sono prodezze atletiche, oltre che di puro talento, pazzesche…se non fosse che oggi incontrerà in Daniil Medvedev un altro uomo di 1 metro e 98 cm che è un altro fenomeno di straordinaria agilità.

Onestamente non so come facciano questi ragazzoni con quelle leve così lunghe ad abbassarsi così tanto da prendere palle che non si alzano più di pochi centimetri dal tappeto Greenset. E tuttavia riescono a tirare così forte e preciso dopo aver sfiorato quel tappeto con le ginocchia, quasi strusciandolo, che non sembra possibile ad un umano.

Una volta lo sapeva fare solo Djokovic, adesso Medvedev che lo ha battuto in finale all’US Open e Zverev che lo aveva fatto a Tokyo e si è ripetuto qui …lo sanno fare anche loro.

A Tokyo però direi che si era trattato di una grande sorpresa perché Djokovic era avanti 6-1 e 3-2 con break, quando aveva perso poi 10 dei successivi 11 games. In maniera del tutto inattesa e certamente sorprendente. Lì magari aveva potuto incidere il caldo, il clima afoso e umido anche dei giorni precedenti.

Oggi un pronostico fra due giocatori che un paio di giorni fa si sono affrontati fino al tiebreak del terzo set, vinto da Medvedev per 8 punti a 6 (mentre con Sinner il russo ha vinto ancora al tiebreak decisivo 10 punti a 8, non senza aver annullato due matchpoint con il servizio) potrebbe sembrare simile al gioco della roulette sul rosso (il russo) e il nero (l’abbigliamento prediletto da Zverev).

Il paragone mi fa tornare alla mente una celebre gaffe di un telecronista che volendo citare la roulette russa, quella che ha tanti colpi a salve nella canna della pistola ma anche uno vero che è quello che uccide il più sfortunato, parlò di “roulotte russa”. Vabbè, è un ricordo-facezia che mi permetto soltanto perché sto scrivendo ben oltre la mezzanotte.

Oggi per chi volesse azzardare un pronostico nonostante lo straordinario equilibrio dell’ultimo duello dei due finalisti, si dovrebbe dire che vincerà Medvedev. Ma non è affatto detto, naturalmente, che ciò accada. A tal proposito, è da sottolineare che è accaduto 18 volte nella storia delle Finals che in finale si incontrassero due giocatori che si erano già affrontati nel Round Robin; e il bilancio è in equilibrio, visto che 10 volte ha vinto la finale chi aveva perso nel girone e 8 volte il vincitore del Round Robin si è ripetuto anche in finale. Ricordo ad esempio le semifinali del 1987, che furono proprio due scontri di questo tipo: Lendl sconfisse Gilbert due volte, mentre Wilander sconfisse Edberg dopo averci perso il giorno prima nel Round Robin. Questo a dimostrazione del fatto che non è matematico che il risultato del girone si ripeta tale e quale anche in finale.

Pero è vero che Medvedev ha vinto le ultime cinque volte di fila con Zverev, ed è vero che il tedesco non può essere andato a letto prima delle due del mattino dopo questa battaglia con Djokovic di due ore e 28 minuti.

Il russo si è invece riposato contro Ruud (il norvegese è più debole ed era probabilmente già appagato per aver raggiunto le semifinali al primo Masters della sua carriera), ma al contempo è anche vero che ha perso un set ogni volta che ha giocato nel round robin. Con Hurkacz, Zverev, con Sinner. Ma è anche vero che alla fine ha vinto lui tutti i match.

Concludo ricordando che quanto è successo, con il n.2 contro il n.3 del mondo in finale, dimostra che il gruppo nel quale era capitato Berrettini prima e Sinner poi, era anche il più tosto. Anche perché nell’altro, insieme a Djokovic, c’era uno Tsitsipas menomato e…difatti è arrivato in semifinale Ruud (a spese di Rublev che si è mangiato la partita con lui).

Insomma al povero Berrettini non ne è girata una dritta in questo torneo. Meno male che a Torino torneremo per altri 4 anni e spero proprio che Matteo e Jannik saranno della partita. Se poi ci dovesse essere anche Lorenzo Sonego forse qualcuno si lamenterebbe? E sognare costa forse qualcosa?

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