Che bella l'ItalDavis (Mastroluca, Guerrini, Martucci, Piccardi, Rossi, Semeraro). Galan il vegetariano e un doppio meraviglia. Ecco la sfida colombiana (Crivelli). Sonego: "La partita più bella della vita" (Guerrini). Chiamatelo Jimbo (Azzolini)

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Che bella l’ItalDavis (Mastroluca, Guerrini, Martucci, Piccardi, Rossi, Semeraro). Galan il vegetariano e un doppio meraviglia. Ecco la sfida colombiana (Crivelli). Sonego: “La partita più bella della vita” (Guerrini). Chiamatelo Jimbo (Azzolini)

La rassegna stampa del 27 novembre 2021

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Sonego&Sinner prima da sogno (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

Il gran ballo dei debuttanti Lorenzo Sonego e Jannik Sinner alla prima esperienza in Coppa Davis, abbattono i giganti statunitensi Reilly Opelka e John Isner; quattro metri e venti in due. L’Italia a questo punto è la grande favorita per il primo posto nel girone. La musica degli azzurri inizia a suonarla Sonego, l’uomo di casa che coinvolge ed emoziona. Piega 6-3 7-6(4) Reilly Opelka, fallosissimo in campo (27 gratuiti a 3) e nervosissimo dopo la partita. In conferenza stampa, ha risposto a monosillabi a un paio di domande e ha lasciato la sala. Poi è entrato in scena Sinner e in un’oretta ha rifilato a John Isner un 6-2 6-0 da annoverare come la più pesante sconfitta della sua carriera. «È stato bello vedere la commozione negli occhi del mio coach Gipo Arbino»» ha raccontato Sonego, che per tutta la partita ha cercato il pubblico. […] «Ho vissuto il momento più emozionante della mia carriera» ha detto il torinese. Lorenzo, visibilmente più energico, ha preso il controllo della partita già dai primi punti. Nell’ottavo game, poi, ha firmato il break che ha indirizzato il primo set. Aiutato anche da un segnale di buon auspicio, come ha raccontato dopo il match. «Sul 4-3 hanno messo la mia canzone (“Un solo secondo”, incisa con il rapper AlterEdo; ndr), quindi poi è stato più facile fare il break – ha spiegato il torinese, felice dell’impresa – Mi aspettavo dei momenti difficili contro Opelka, che non ti dà ritmo. Ho cercato di farlo muovere, di fare pochi errori. Ci sono riuscito. L’ultimo punto è stato bellissimo, l’atmosfera era incredibile. Il match si è deciso soprattutto sul piano mentale, sono stato bravo a giocare una gara in crescendo». E a limitare a tre i gratuiti contro i 27 dell’avversario. Dopo la gioia, Sonego non dimentica Matteo Berrettini, l’amico che avrebbe voluto essere qui a Torino ma ha lasciato in lacrime il Pala Alpitour una settimana fa. «Mi ha scritto ieri, mi sarebbe piaciuto condividere queste emozioni con lui – ha detto – Spero guarisca presto, si merita di giocare e vivere giornate così. Per me è stato devastante vederlo in quello stato dopo la partita con Zverev. Ci tenevo a giocare la Davis con Matteo. E’ un grande esempio, sto sempre imparando da lui. Ha un atteggiamento diverso dagli altri, è una grande persona». CAPOLAVORO SINNER. Sinner prolunga lo show, anche se con uno stile diverso. Se fosse un attore, sarebbe più Gassman che Proietti: meno mattatore e più essenziale. Eppure capace di scaldare per nettezza di colpi, freddezza di testa, maturità di interpretazione. Giocare in Nazionale gli piace. «Quando ho visto la maglia azzurra mi sono emozionato – ha raccontato – è la più bella con cui abbia giocato quest’anno». Domina la scena contro un avversario che non riesce a stargli dietro e perde cinque volte il servizio. Poi chiude alla Isner con un potente ace esterno da sinistra dopo 62 minuti di monologo. VERSO LA COLOMBIA l’talia ringrazia anche Mardy Fish, alla prima da capitano come Filippo Volandri. «In questo ruolo, posso sbagliare solo a scegliere chi far giocare con chi» diceva alla vigilia. Ha puntato tutto sull’altezza, che però è solo mezza bellezza, e sacrificato un brillante Frances Tiafoe: a posteriori, non una grande idea. Agli azzurri non resta che battere oggi la Colombia per centrare il primo posto nel girone. Il traguardo vale la certezza di disputare anche il quarto di finale in casa al Pala Alpitour il 29 contro la vincente dell’altro girone torinese, con ogni probabilità la Croazia.

Pazzi di loro (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

[…] Vola l’Italia dei debuttanti. Verrebbe da dire verso Madrid e le semifinali, ma capitan Volandri, anch’egli esordiente respinge qualsiasi previsione intempestiva. E allora limitiamoci ai voli pindarici. Inneggiando a Lorenzo Sonego e Jannik Sinner. Prima il gioiello costruito in casa, poi il fenomeno Totale: due ore e mezzo di dominio puro e Stati Uniti stracciati sul 2-0. Il quarto di finale ipotecato, Colombia del super doppio Farah-Cabal permettendo. Ma con due singolaristi del genere, uno che si esalta nella pugna e l’altro che dispensa colpi pregiati è difficile immaginare destino diverso per i latino-americani oggi dalle 16 al Pala Alpitour. E se qualcuno nutre dubbi a posteriori sull’effettiva consistenza statunitense e soprattutto sulla scelta dei due giganti d’argilla – Reilly Opelka e John Isner – effettuata dal capitano Mardy Fish, ci pensa lui stesso a chiarire: «Ha pesato la defezione improvvisa di Taylor Fritz. Frances Tiafoe è arrivato in fretta e furia, solo mercoledì. Fritz ci avrebbe permesso di schierare John da n. 2. Ma la verità è che questa Italia avrebbe battuto chiunque». A inquadrare meglio la situazione costribuisce Isner: «Non avevo mai perso 6-2 6-0. Mai così. Sinner sarà presto uno dei primi tre al mondo». Ma primaa di ammirare Sinner caterpillar ci si è potuti gustare la favola realizzata di Sonny. Come a Roma e più che a Roma in semifinale, anzi di più, Lorenzo da Torino si esalta col pubblico, si nutre dell’energia e la trasmette in uno scambio di entusiasmo Opelka è uno che fa male con il servizio, ma se lo sposti o se lo colpisci al corpo (cioè se gli rispondi addosso), fatica a mettersi in moto. Sonego esegue il piano a perfezione nell’arena del suo quartiere. Concede una sola palla break e nell’annullarla inducendo l’hipster Anni 70 a steccare malamente un dritto (perché Opelka quando sbaglia lo fa alla grande), chiude la partita. Spinto dalla sua canzone “Un solo canzone” che risuona nell’amplificatore centra il break subito dopo. Nel secondo set tiene sempre il servizio con comodo, mentre Opelka deve annullare una palla break. […] Jannik poi prende a schiaffi (palLate cioè) Isner, incurante dell’emozione che sostiene di aver provato, «perché qui non giochi per te stesso, ma per un Paese intero. E giochi per una squadra, i tuoi compagni. Hai responsabilità. Quando ho ricevuto maglia azzurra è stata una grande emozione, ho ricordato di quando vedevo la Davis in tv». Non c’è storia col rosso in campo. Fish lo ammette: «Avrò visto 700 incontri di Isner e mai era staio trattato così. Sinner ha un futuro luminoso».Deve pensarlo pure l’organizzatore Piqué che riposta sui social un “football challenge” in cui Jannik incanta palleggiando una palla da tennis coi piedi. Volandri poi sostituisce l’acciaccato Bolelli con il terzo debuttante Lorenzo Musetti in doppio. E la strana coppia con il sempre disponibile Fabio Fognini per un set e oltre funziona benone prima di cedere a Ram-Sock. Impossibile immaginare che la Colombia con il nr.. 111 Daniel Galan contro Sinner e il n. 275 Nicolas Mejia contro turbo Sonego arrivi in equilibrio al doppio. La testa vola a lunedi, al quarto di finale, molto probabilmente contro la Croazia. […] E a questa Italia manca Berrettini. Volandri sottolinea: “È un successo di squadra, per come i ragazzi sono arrivati preparati a fine novembre. Devo ringraziare loro, i coach, i team». Fognini chiosa: «Il capitano è fortunato, avrà una grande squadra per 10 anni. Io sono onorato di esserci». Italia, una famiglia felice.

Che bella l’Italdavis (Vincenzo Martucci, Il Messaggero)

[…] La giovane Italia senza esperienza di coppa Davis, azzera proprio coi due esordienti, Lorenzo Sonego prima e Jannik Sinner subito dopo, altezza e servizio dei due pivot americani, il 2.11 Reilly Opelka e il 2.08 John Isner, facendo apparire facilissimo un successo sulla carta ben più problematico, al Pala Alpitour di Torino, contro avversari vicini in classifica (Sonego numero 27, Opelka 26, Sinner 10, Isner oggi 24, tre anni fa 8), temibili sul veloce indoor. LORENZO IL MAGNIFICO Lorenzo Sonego è magnifico, freddo, col tono di voce sempre pacato, mentre in campo si gasa con la sua canzone “Un solo secondo”, supera l’unica palla break sul 3-3 30-40, carica la gente di casa e vola irresistibile, col 90% di punti con la prima di servizio e tre soli errori non forzati, fino al 6-3 7-6 in un’ora e mezza. «Contro avversari che non danno ritmo come Opelka devi stare sempre concentrato, tutti i punti, un break può decidere il set. Capitan Volandri mi ha aiutato, mi diceva sempre dove dovevo rispondere, io sono stato bravo a gestire le aspettative, a non mettermi pressione, a cercare di godermi il momento più emozionante della carriera davanti agli amici, ai genitori e al maestro Gipo Arbino in lacrime a fine match. Così, in questa squadra di amici coi quali è bello vincere e perdere, insieme, ero rilassato e ho giocato la miglior partita di sempre, io che vivo a 200 metri da qui: sempre aggressivo, l’ho fatto muovere e sono salito sempre più con la risposta», racconta il 26enne di Torino, già protagonista a Roma a maggio dei colpacci contro Monfils, Thiem e Rublev, con lo stop solo con Djokovic in tre set in semifinale, «Il pubblico mi esalta». Sull’1-0, Italia, Sinner spazza via come un ciclone Isner 6-2 6-0 in un’oretta, vendicando il ko di quest’anno a Cincinnati, cancellando i 16 anni fra i suoi 20 anni – più giovane top 60 ATP Tour al numero 10 (il secondo è il 19enne Lorenzo Musetti, 59) – e il veterano. Che è il secondo battitore di sempre con oltre 13mila ace, il servizio già veloce a 253 all’ora e il maratoneta del Tour con le 11 ore 5 minuti a Wimbledon 2010, ma s’inchina: «Jannik è stato semplicemente troppo forte, non c’era molto che potessi fare, ha un talento incredibile ed è un ragazzo molto carino. Non avevo mai perso così netto. Salirà fra i primi 3 del mondo, per la felicità del nostro sport». Come Sonego anche Sinner insiste sulla parola “insieme”. «Siamo una bella squadra, di gente, forte e onesta che si aiuta, siamo in fiducia per i risultati di quest’anno con in più l’esperienza di Fabio e Simone, che sono anche una grande coppia di doppio (ma ieri con Fognini è stato schierato Musetti: hanno lasciato strada in due set a Ram e Sock, ndc). Se ci fosse anche Matteo (Berrettini) saremmo ancora più forti ma possiamo cambiare titolari, siamo tutti sotto il numero 60 del mondo, lo sappiamo, questa dev’essere la mentalità di una squadra: non sottovalutare nessuno perché vincere non è mai facile. Anche contro la Colombia». Che ha due singolaristi numero 111 e 275 del mondo.

E’ già la Davis di Sinner e Sonego. I debuttanti sbranano gli Usa (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera)

[…] I debuttanti, Sonego e Sinner, schiantano la superpotenza Usa ed è un evento pieno di presagi: ogni volta che italiani hanno battuto americani in Coppa Davis, dal lontano 1928 a oggi, è stata finale (1960, 1961, 1998). E pazienza se questo di Torino è più un Campionato del Mondo che una vera insalatiera, il format è cambiato insieme a tempora e mores, inutile rimpiangere il passato, è più divertente vivere il presente. Il 2-0 secco all’ora dell’aperitivo, con il doppio ancora da giocare (debutto con sconfitta di Lorenzo Musetti accanto al senatore Fabio Fognini), era un risultato forse pronosticabile; è il modo in cui l’Italia lo ha ottenuto che stupisce. L’enfant du pays e il barone rosso umiliano i pivottoni Usa senza pietà. A Sonego, sostenuto dal tifo di casa e dalla musica rap da lui stesso incisa, non trema il braccio con Opelka («Ero più felice che teso, la settimana da spettatore alle Atp Finals mi ha caricato tanto e mi ha permesso di vivere con serenità il match di Davis»); Sinner rifila a Isner, veterano del circuito, il punteggio più severo della carriera, ottenendo in cambio la consacrazione: «Jannik diventerà uno dei tre migliori tennisti del ranking, il veloce indoor sarà la sua superficie, il nostro sport con lui è in ottime mani» è la profezia dello yankee che fu protagonista con Mahut a Wimbledon dell’incontro più lungo della storia del tennis (11 ore e 5′ spalmati su tre giorni). Mardy Fish, capitano degli Usa, è d’accordo: «Era la prima volta che vedevo Jannik Sinner da vicino: avrebbe battuto chiunque, sono rimasto stupito. Ha un futuro enorme, non c’è dubbio». Manca il numero uno d’Italia, Matteo Berrettini infortunato alle Finals e ricordato da tutti con affetto («Questa vittoria è per lui, oltre che per la mia famiglia e il mio allenatore con gli occhi umidi: sono partito dal basso, non ho le qualità dei giovani più forti, ho dovuto lavorare il doppio per stare al passo» dice Sonego), ma il futuro è già qui. Sinner canta l’inno sotto la mascherina e racconta di aver provato la maglia azzurra in camera, alla vigilia, per vedere l’effetto che fa: «Una T-shirt con la scritta Italia sulla schiena non l’avevo mai indossata, è la più bella della stagione, mi sono emozionato». Jannik è il giovane leader della nuova Nazionale di Filippo Volandri, c.t. orgoglioso («E stata una giornata di prime volte, per me e i ragazzi, finita bene»), il cui percorso in questa variante torinese della new Davis Cup sembra segnato: battere la Colombia oggi per vincere il girone, il quarto (probabilmente) con la Croazia di Cilic lunedì per agguantare le finali di Madrid e sognare in grande. Volandri ci crede: «Questo gruppo è una famiglia, ecco spiegato in parte il risultato. Jannik non mi stupisce, mi impressiona. Lorenzo è stato stupendo. Ogni partita fa storia a sé ma vedo che cominciano a conoscerci e temerci». Ed è solo l’inizio.

Sonego e Sinner come due veterani (Paolo Rossi, La Repubblica)

[…] La Giovane Italia (ma quante volte abbiamo usato questa espressione nel corso degli Anni Novanta, nella speranza di una ricostruzione, di un ciclo poi mai arrivato davvero?) è salita sul ring, ha preso gli Stati Uniti e li ha strapazzati: Sonego e Sinner con un uno/due hanno annichilito i due giganti (in senso letterale, essendo alt[i oltre due metri) americani, Opelka e Isner. Il delitto perfetto, scrisse una volta Ilie Nastase. Pardon, in realtà il debutto perfetto di capitan Volandri che non ha sbagliato una sola scelta, puntando dritto sull’inedito: Sonego e Sinner non avevano ancora indossato la maglia azzurra. «Un colore che mi piace, forse la maglia più bella che ho indossato: con lo scudetto, e la scritta Italia dietro. Per me è una cosa importante» ha candidamente confessato Sinner. E vogliamo parlare di Sonego? È decollato quando il dj del Pala Alpitour gli ha messo la sua canzone al cambio campo (il reggaeton estivo Un solo secondo): «Ho sentito la mia voce, mi sono fatto una risata e mi sono gasato…». Poteva essere altrimenti? La famiglia Sonego abita a duecento metri dall’impianto: «Esco felice per aver fatto piangere il mio coach, Gipo Arbino. E peccato che i biglietti non sono stati sufficienti: avrei portato un’armata di tifosi». Tutti, rigorosamente, granata. La pratica Usa, sbrigata con una facilità disarmante, pone l’Italia in alto ora, a livello di pronostici. «Errore, questo lo dobbiamo evitare. La Colombia è più ostica di quel che si pensa: restiamo sul presente» ammonisce Sinner che, per una volta, si è ritrovato lontano dal gestire le cose con il coach e mentore, Riccardo Piatti. «Con Volandri e gli altri abbiamo avuto una settimana per conoscerci, ma quando si parla lo stesso linguaggio va bene. Non so se vinceremo la Davis, ma ci proveremo. Non siamo qui solo per partecipare». E qui il rammarico per l’assenza di Matteo Berrettini, pensando alla fase finale di Madrid che è in altura, e dove il suo servizio avrebbe fatto sfracelli, si fa forte e fa venire il magone per quello che avrebbe ulteriormente potuto essere. «Matteo mi ha incitato alla vigilia, sono devastato per quello che gli è accaduto» racconta Sonego. Poi, il pensiero successivo: «Siamo tutti forti, lo dice la nostra classifica individuale. Pensiamo a fare il nostro gioco, i conti li facciamo alla fine». La vittoria sprint ha consentito a Volandri di risparmiare Simone Bolelli in doppio, dopo una pallata al costato ricevuta in allenamento, schierando Fognini/Musetti che hanno anche impensierito Sock/Ram nel primo set, perso al tie-break. A quel punto, il match è scivolato via. Italia-Usa finisce 2-1, ma il punto serve solo agli Usa per sperare di essere ripescati, mentre si riconoscono i meriti azzurri: «Impressionanti» ha ammesso Mardy Fish, il ct. Concetto ribadito anche da Isner: «Io penso che Sinner entrerà tra i Top 3 del mondo». Volandri ne prende atto: «Fa piacere che il mondo si accorga di noi, avremo maggiori responsabilità. Ma il nostro è un lavoro di squadra che non è iniziato oggi».

Davis, Sinner leader della nuova Italia. “Vogliamo la coppa” (Stefano Semeraro, La Stampa)

[…] Il modo in cui l’Italia di Coppa Davis ha chiuso il conto gli Stati Uniti già nei singolari, al netto dei demeriti degli avversari, la dice lunga sulla qualità di una squadra che pure deve fare a meno del n. 7 del mondo, Matteo Berrettini. Sul carattere, sulla gara, sulla voglia di riprendersi la Coppa, 45 anni dopo Santiago. Che Panatta, Pietrangeli, Barazzutti e Bertolucci siano in città in questi giorni – domani al Torino Film Festival presenteranno il documentario «La squadra» sull’avventura in Davis del ’76 – è un dettaglio, una cabala della memoria che agevola il sogno. Ma forse ieri, all’ombra di quel ricordo, è nato qualcosa di importante. «Gli italiani avrebbero battuto chiunque al mondo», afferma il capitano Mardy Fish. Contro i giganti Opelka e Isner, 4 metri e 20 in due, non c’è stata storia, eppure “Filo” Volandri, lui stesso al debutto sulla panca, aveva schierato due esordienti. Lorenzo Sonego nel match fra i numeri 2 è entrato in campo direttamente dal microonde di casa sua, trecento metri dal Pala Alpitour. Ha tremato sull’unica palla break concessa in tutta la partita a Reilly Opelka – sul 3 pari del primo set – poi ha chiuso 6-3 7-6 in un’ora e mezzo scarsa, il 100 per cento di prime palle piazzate nel tie-break in faccia a Reilly, il babau del servizio. Jannik Sinner all’altro pivot Isner – onestamente un po’ brasato: ma perché Fish non ha schierato Tiafoe? – ha lasciato due game, 6-2 6-0. Una dimostrazione di superiorità assoluta, la peggior sconfitta in carriera di Isner e, anche se Jan non lo ammetterebbe neanche sotto minaccia di tagliargli il ciuffo ribelle, una camera con vista Insalatiera prenotata per Madrid. «Non ti puoi mai aspettare partite facili – dice – e contro la Colombia (oggi alle 16, ndr) sarà difficilissima: perché tutti si aspettano una vittoria. Però è vero che siamo una squadra di grandi giocatori, e lo saremmo ancora di più se Matteo fosse con noi. Io, Sonego, Musetti, Fognini possiamo giocare in singolare, fare cambi in base agli avversari, l’esperienza di Fabio e Simone aiuta molto noi giovani. È un gruppo nuovo ma unito, onesto, ci sosteniamo. E abbiamo una mentalità vincente. La maglia azzurra? È bellissima, blu e con lo scudetto, alla vigilia l’ho provata per vedere come mi stava. Poi da piccolo guardavo in tv la squadra italiana che giocava in Davis, ora ne faccio parte, è un grande onore, questa vittoria la metto fra le top tre di quest’anno». Fare programmi senza certezze è un esercizio pericoloso, ma se oggi batteremo la Colombia lunedì nei quarti potremmo trovarci una Croazia abbordabile, e in semifinale, venerdì a Madrid, forse la Svezia dei non irresistibili fratelli Ymer. «No, previsioni non ne faccio», dice Jannik. «Bisogna vivere nel presente, ma è chiaro che alla Coppa ci pensiamo. Siamo qui per quello, non certo per partecipare»

Galan il vegetariano e un doppio meraviglia. Ecco la sfida colombiana (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Della Coppa Davis, in Colombia, interessa il giusto: per utilizzare una battuta piuttosto scontata, il tennis da quelle parti è un caffè piuttosto ristretto. C’è stato, è vero, un torneo Atp a Bogotà per tre anni (fino al 2015) e resiste ancora quello femminile, ma come dice Alejandro Falla, capitano della squadra che affronteremo oggi pomeriggio, «il nostro sport da noi ha numeri molto piccoli, perciò è un onore essere qui per la seconda volta (i Colombiani disputarono le Finals anche nel 2019, ndr), la Davis è qualcosa di molto grande per la nostra federazione, speriamo che questa visibilità serva a incassare qualche soldo da investire sui giovani». Coppia regina Eppure, malgrado si muova da sempre alla periferia dell’impero delle racchette, la Colombia da qualche anno sta regalando al circuito una delle coppie di doppio più forti di quest’epoca: Juan Sebastian Cabal e Robert Farah nel 2019 hanno vinto Wimbledon e Us Open, approdando al numero uno della specialità (adesso sono decimi) e continuano a rappresentare il più solido fondamento delle speranze degli altri «Cafeteros» e la ragione per cui non bisogna comunque sottovalutare l’incrocio odierno, visto che nel format attuale il doppio ha un peso specifico enorme. Più che compagni, Cabal e Farah sono quasi fratelli: si conoscono da quando hanno sette anni e cominciarono ad affrontarsi nei tornei giovanili. In realtà Robert non è colombiano, bensì un libanese nato in Canada ed emigrato a Cali con i genitori nel 1990. A furia di sfidarsi e vincere tutto a livello juniores in patria, hanno cementato un’amicizia indissolubile, ma entrambi sarebbero stati destinati a cambiare passione sportiva se un bel giorno l’amministratore delegato di Colsanitas, la più grande compagnia assicurativa sanitaria del paese, non avesse finanziato la nascita di un’accademia per far allenare insieme tutti i migliori prospetti della nazione. Nel 2006 Farah si trasferisce negli Stati Uniti per giocare al college e la coppia, costituita appena un anno prima, si separa: entrambi proveranno l’avventura da singolaristi, arrivando in top 200. Nel 2010, però, si ritrovano definitivamente e la strada è segnata, perché vincono i primi tre tornei disputati (due Futures e un Challenger) . Da quel momento la loro diventerà un’ascesa impetuosa: «Siamo sempre stati molto competitivi e quando ci affrontavamo in singolare era sempre una sfida all’ultimo sangue. Così abbiamo unito le forze». Nel 2020 Farah scampa una squalifica per doping (anabolizzanti) dimostrando che la contaminazione era avvenuta attraverso una bistecca adulterata. Solo verdura Un guaio che il miglior singolarista colombiano, Daniel Galan, elemento interessante che sta flirtando da tempo con la top 100 (è 111, ma a inizio novembre era 102, best ranking) e con un fisico da tennista moderno (è 1.91), avrebbe decisamente evitato. Il nativo di Bucaramanga, infatti, è stato il primo giocatore (insieme a Djokovic) a dichiararsi completamente vegetariano. Una scelta che nasce dai genitori, Santos e Doris, entrambi pallavolisti di buon livello (il padre, tra l’altro, è ancora oggi il suo allenatore) che abbandonarono la carne lui all’università e lei per problemi di salute: quando si sono sposati, hanno trasmesso il messaggio ai figli. Daniel è il minore di quattro, tutti tennisti: prima di lui, il migliore era stato Sat, numero 650 nel 2007. Giocatore solido, Galan quest’anno ha affrontato due volte Sonego (a Miami e a Wimbledon) perdendo sempre ma dopo battaglie combattute. Capitan Falla ci punta: «In Davis si esalta e sicuramente tirerà fuori il meglio. Siamo sfavoriti, ma perché non crederci». O scommetterci un caffè

Sonego: “La partita più bella della mia vita” (Piero Guerrini, Tuttosport)

Non era successo nemmeno al chitarrista rock John MCenroe. Di trionfare ballando su una propria canzone. Sonny ha ora un record mondiale. […] E in più dall’amplificatore esce “Un solo secondo” Sonny carica ancora la Ia folla. Lorenzo, cosa significa questa vittoria così netta contro Opelka? «Sicuramente è la partita più bella della mia vita. Io vivo a duecentometri da qui, mi alleno al Circolo della Stampa Sporting. Mi sono goduto ogni singolo attimo, dall’ingresso in campo alla fine. Emotivamente il miglior momento della mia carriera il pubblico mi esalta». Davvero nemmeno un po’ di nervosismo? «No, ero rilassato perche siamo un gruppo unito, si vince e si perde tutti assieme. Ero carico a mille, nessuna pressione, volevo soltanto divertirmi. Giocare a Torino è stato un sogno realizzato Ero davvero felice e avevo buone sensazioni. Poi mi piace giocare per la squadra». Cosa temevaa di Opelka? «Per la risposta, ho ascoltato i consigli di capitan Volandri, lui è stato un grande giocatore e ha sempre risposto bene. Opelka non ti dà mai ritmo. Magari non risponde per tre giochi, poi tira due vincenti consecutivi, non sai cosa aspettarti. Il punto in cui ho annullato la palla break è stato molto importante, sapevo di dover commettere pochi errori, di di doverlo spostare, muovere per il campo. Ho provato a giocare tutti i punti, anche quando ero sotto 40-0, per Cercare di togliergli sicurezze. Ha funzionato.». Il gioco è stato impressionante per solidità e lucidità, due palle al corpo del macchinoso Opelka. «Al cambio campo hanno fatto ascoltare la mia canzone, “Un solo secondo’; mi ha caricato ancor più. Mi ha fatto sorridere. Da li è diventato tutto più facile. Ho risposto bene. Lui mi ha anche commesso un doppio fallo, perché si sentiva sotto pressione, visto che rispondevo E il pubblico mi ha dato una grande mano». Quando ha saputo da Volandri che avrebbe giocato? E chi ha chiamato? «Ieri sera, ci tenevo tantissimo, non vedevo l’ora. Ho pensato subito dee avrei do- vuto concentrarmi su ogni punto. Ho chiamato subito mamma, la fidanzata, gli amici. I biglietti non mi sono bastati, avrei voluto portare qui con me tutti quelli che conosceva l’ ho fatto idealmente. Una volta in campo mi ha anche aiutato vedere che riuscivo a rispondere». Non ha potuto indossare la maschera granata del Torino «Sono obbligato a mettere le FP2 altrimenti l’avrei portata di sicuro». Vivere l’atmosfera delle Nitto Atp Finals in città, poi la Davis in campo è staia d’aiuto? «Quella settimana mi ha caricata in modo incredibile, vedere oltre alla cita il Pala Alpitour ilvpubblico scaldarsi per i miei compagni. Venire qui mi ha aiutato. E da quando Matteo si è infortunato e mi ha detto che non ce l’avrebbe fatta, mi sono preparato mentalmente a giocare. Volandri avrebbe potuto scegliere Lorenzo Musetti o Fabio Fognini, siamo una squadra molto forte,ma io non potevo permettermi di non farmi trovare pronto. Alla fine ho esultato, urlato e ho guardato gli spalti incrociato gli occhi di amici mia, fidanzata Vederli emozionati mi ha reso felice. Vedere il mio allenatore Gipo Arbino commosso alle lacrime mi ha riempito il cuore». Si è sentile con Berrettini alla vigilia? «Con Matteo siamo amici, ci sentiamo sempre, anche ieri mi ha scritto. Spero si rimetta presto, merita di vivere queste emozioni speciali. Ha un modo di proporsi, un atteggiamento unico, oltre ad essere un campione. Vederlo a terra durante la partita con Zverev alle Finals mi ha devastato. Mi sono immedesimato. Questa vittoria è dedicata anche a lui». La semifinale a Roma e il successo a Torino da debuttante azzurro. Ripensa al percorso? «Sono partito dal basso. Avevo meno qualità di altri e ho dovuto lavorare ancora di più, viaggiare sempre per fare esperienze, grazie all’aiuto della Fit. Cercherò di raggiungere anche le Finals. Non sarà facile ma lavoro per crescere ogni giorno».

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Berrettini, è semifinale! (Crivelli, Mastroluca, Azzolini). Rafa, fenomeno senza età a uno Slam dalla storia (Mastroluca). Barty è inarrestabile (Bertellino)

La rassegna stampa di mercoledì 26 gennaio 2022

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Rafa, a noi 2 (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Non esistono più terre inesplorate di fronte all’inarrestabile avanzata degli eroi vestiti d’azzurro. Mai un italiano era approdato tra i magnifici quattro degli Australian Open. Matteo Berrettini consolida il fantastico viaggio personale verso l’empireo del suo sport e diventa il primo italiano di sempre a raggiungere le semifinali in almeno tre Major (ci era già riuscito a New York e a Wimbledon). Un altro pellegrinaggio nel tempio, dove guarderà negli occhi la divinità senza alcun timore di farsi incenerire, anzi con la consapevolezza di essere costituito della medesima sostanza. Gli tocca Nadal, come quella notte di trenta mesi fa agli Us Open, il loro unico precedente: ma se allora Berretto era un novizio, adesso il suo piedistallo è lo stesso dello spagnolo. Entrambi, si guadagnano una porzione di paradiso australiano attraverso un percorso identico: avanti di due set, si fanno rimontare, sembrano spacciati, finiti e invece ribaltano il destino avverso con il quid in più del campionissimo, che non si affida solo alle qualità tennistiche ma anche alla tensione morale di chi non si abbandona mai all’idea della sconfitta. Nel doppio 6-4 con cui Matteo prende il controllo della sfida con Monfìls c’è il solito servizio martellante, c’è il dritto che non perdona, ma anche lo slice di rovescio che crea angoli importanti. Ma con il match in mano, il numero 7 del mondo si incarta, risponde con meno efficacia, appare stanco e poco reattivo con i piedi, mentre il francese prende un metro di campo e muove le pedine dalla riga di fondo. Ora è lui il padrone, ma non è sceso a patti con l’orgoglio feroce e la granitica solidità mentale di Matteo, che gli strappa il servizio d’acchito nel primo game del quinto set e si invola, più forte del tifo becero del drappello di tifosi francesi cui al match point riserverà le mani alle orecchie e l’urlo «Non vi sentooo»: «Ci ho messo il cuore, all’inizio del quinto set ho pensato ai giorni terribili dell’infortunio e mi sono detto che non potevo mollare visto che ero lì con la possibilità di lottare: non volevo uscire dal campo con qualche rimpianto, non volevo assaggiare il gusto amaro della sconfitta. Sono super orgoglioso, non credo sia sbagliato dire che sto scrivendo la storia del tennis italiano. Essere accostato oggi a certi campioni mi rende felice e onorato. Normalmente ci penso solo alla fine del torneo, ma sto sentendo davvero tanto affetto che mi arriva dall’Italia. Vedere il mio nome accostato a quello di Nadal per un match mi fa ancora impressione, giocare con lui sulla Rod Laver Arena in semifinale è qualcosa che sognavo da bambino. So di poter battere Rafa. Prima di raggiungere la semifinale agli Us Open del 2019 non avevo mai pensato di poter fare una carriera di questo genere, di ambire a vincere uno Slam. Ancora oggi mi dico semplicemente che devo fare sempre meglio».

Guerriero Berrettini, hai meritato Nadal (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Un urlo nella notte. «Non vi sento!» grida Matteo Berrettini ai tifosi scalmanati, disordinati e un po’ maleducati sulle tribune della Rod Laver Arena. Volevano uno spettacolo da gladiatori, e sono stati ampiamente soddisfatti. Matteo Berrettini ha sconfitto Gael Monfils 6-4 6-4 3-6 3-6 6-2. Come allo US Open 2019, ha piegato il francese al quinto set, e come allora in regalo c’è una semifinale contro Rafa Nadal. Con quella vittoria lanciò l’inseguimento alla Top 10, raggiunta un paio di mesi dopo e mai più abbandonata. Con questa diventa il primo azzurro in semifinale all’Australian Open e il primo ad essere arrivato così avanti in tre Slam diversi. «Mi piace pensare che sto scrivendo un po’ di storia del tennis italiano. E’ un onore e un piacere, sento l’amore che arriva dall’Italia, dai miei fan, dalla mia famiglia, da tutti quelli che mi hanno visto crescere» ha detto dopo la partita. In campo, invece, di amore se n’è avvertito poco. I tifosi auspicavano lo show e hanno preso le parti del francese. Hanno disturbato Berrettini tra la prima e la seconda, un tifoso è stato anche allontanato dopo aver mostrato i segni di qualche generosa birra di troppo. Qualcuno, evidentemente non soddisfatto del risultato, ha provato a interrompere anche l’intervista in campo del numero 1 azzurro. «Fra voi c’è qualcuno che non ama questo sport» ha replicato l’azzurro a caldo. «Giocare con il pubblico contro mi sta bene – ha detto poi dopo il match -. Quel che non mi va giù è il pubblico scorretto. Se urli mentre sto per servire la seconda, se tossisci o fai qualcosa apposta mentre sto per tirare un dritto, allora non è corretto». Dopo i primi due set in controllo, la sua partita sembrava avviata verso una vittoria ragionevolmente rapida. Monfils, però, è un artista nel cambiare le carte in tavola e gli equilibri dei match. Il francese si è messo sempre più vicino al campo in risposta, ha allungato gli scambi e preso stabilmente l’iniziativa. Il primo doppio fallo del match è costato a Matteo il break del 2-4 del terzo e ha segnato l’inizio di un secondo tempo del match durato fino al quinto. A quel punto, con un Monfils scattante e un Berrettini pesante sulle gambe, in pochi avrebbero creduto al colpo di scena. Ma se l’azzurro ha vinto sei match su sette giocati al quinto set, e il francese 18 su 37, non può essere un caso. In quei momenti, ha raccontato Berrettini, «ho pensato a quello che è successo a novembre, a quanto sono stato male dopo l’infortunio a Torino. Mi sono detto: ‘Adesso ho la chance di lottare e lo faccio fino alla fine, a costo di farmi male di nuovo’».


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Mitico! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«Non vi sento», urla Matteo. Si rivolge al pubblico, e lo fa in italiano, ma i gesti che mima sono inequivocabili.. «Non vi sento», urla mentre con il dito mostra l’orecchio. Prima li aveva sentiti, eccome. Li ha sentiti per tutto il match. I più erano schierati per Monfils. Gael, che sa essere straordinario quando non serve, quando è troppo tardi, o quando ancora non è il momento. «La differenza è che sui punti decisivi Berrettini fa sempre la cosa giusta, io mai», dirà più tardi, con evidente rimpianto. È il suo limite, e anche la sua bellezza, un modo di procedere contro corrente che incanta. Lo spreco come regola di vita. Ma chi può saperlo se per una volta il libretto del melodramma sul ritorno (l’ennesimo) del figlio delle Guadalupe non promuova un altro finale? Se dietro a quei primi quattro set, due vinti dilagando e due riconsegnati a mo’ di risarcimento, la trama non preveda che sia il neo trentaseienne ad andare avanti, per una volta? Certo non Matteo, che aveva davanti agli occhi solo un obiettivo, e per quello era disposto a rifare tutto da capo, a rivivere un match che lo teneva in campo da più di tre ore, a riscriverlo con le ultime energie che ancora sentiva in circolo. «Non vi sento», urla, e ammonisce. E fa bene. Matteo Berrettini risorge dalle ceneri di un match nel quale la Monf ha fatto fuoco e fiamme, e lo vince da campione. E scriviamolo pure con la maiuscola al posto giusto: Campione. Matteo ha rotto gli indugi all’inizio dell’ultimo set, dopo che Monfils aveva tiranneggiato nel terzo e nel quarto, aumentando volume e pressione dei colpi. «Se devo perdere lo faccio a modo mio, da protagonista», è la frase che Berrettini regala ai microfoni, ed è evidentemente al centro della riscossa. Essere aggressivo non vuol dire colpire più forte o urlare più degli altri. Basta spostare in avanti la linea dalla quale si ha intenzione di manovrare Il gioco. Le statistiche di fine match dicono che dal 12 per cento dei colpi vincenti da fondo campo, l’ultimo set passa al 36 per cento. Lì, Matteo fa esattamente ciò che nel precedente quarto di finale era riuscito a fare Nadal, opposto a Shapovalov. Anche Rafa in vantaggio di due set, poi ripreso e spinto in malo modo fino al quinto set. Anche lui stanco e attraversato da pensieri assai poco incoraggianti. Anche lui però, deciso a giocare il tutto per tutto. E alla fine vincono allo stesso modo, i due che tra 48 ore si troveranno di fronte in semifinale. […]

Rafa, fenomeno senza età a uno Slam dalla storia (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Mai dare per sconfitto Rafa Nadal. Il David Copperfield del tennis, mago dell’escapologia ovvero l’arte di tirarsi fuori da situazioni disperate, ha colpito ancora. Contro Denis Shapovalov ha dato una plastica dimostrazione della differenza tra un grande campione e un grande colpitore. Dopo quattro ore di lotta sotto il caldo e un medical time out, ha centrato la settima semifinale all’Australian Open, la numero 36 in 63 tornei dello Slam disputati in carriera. A 35 anni, comunque, Nadal non smette di stupire. Il 6-3 6-4 4-6 3-6 6-3 è lo specchio di una partita che appariva compromessa all’inizio del quarto set, e ancor più dopo i problemi accusati da Nadal quando si è trovato sotto 1-4. Nel quinto però, Shapovalov ha perso la libertà di esecuzione con cui aveva rimesso in piedi il match. Ha pagato errori e tensioni anche se a fine partita la sua frustrazione l’ha sfogata soprattutto con il giudice di sedia. E iniziato tutto dopo il primo set, quando Nadal è uscito dal campo per cambiarsi ed è rientrato 45 secondi dopo che l’arbitro aveva chiamato il “time”, dando il segnale per la ripresa del gioco, senza essere ammonito. «Siete tutti corrotti» si è sfogato durante la partita, salvo poi correggere il tiro dopo il match anche se potrebbe comunque costargli una multa da parte dell’organizzazione. «Non volevo dire corrotti, sono stato travolto dall’emozione – ha ammesso – però la mia convinzione non cambia. Nadal gode di un trattamento di favore rispetto gli altri. In tutti gli altri match che ho giocato qui, il ritmo è sempre stato alto perché gli arbitri erano attenti ad attivare il cronometro (che misura la pausa fra un punto e l’altro). A lui lasciano invece sempre più tempo». Alla rabbia di Shapovalov fa da contraltare la tranquillità del maiorchino, quasi filosofo a fine partita, nonostante il 21° Slam sia distante soltanto due vittorie. «Con Djokovic e Federer condividiamo un traguardo straordinario, ed è un onore far parte della storia del nostro sport. Certo voglio vincere, ma la mia felicità futura non dipenderà dall’aver vinto uno o più Slam di loro due. Sono soddisfattissimo della persona che sono, mi sento fortunato per tutto quello che mi è successo nella vita. Il mio approccio è chiaro, non puoi essere sempre frustrato se il vicino ha una casa più grande o un telefono migliore». Godersi il presente, dunque, è il modo migliore per vivere il futuro.

Barty è inarrestabile (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Partita perfetta quella dei quarti per Ashleigh Barry, n. 1 del mondo e beniamina di casa, forse mai così austera nel gioco e nell’atteggiamento. In 63 minuti ha cancellato la rivale di turno, la statunitense Jessica Pegula, alla quale ha concesso solo due game salendo per la seconda volta così in alto nel torneo che tanto ama: «Sono contenta del tennis espresso – ha detto a Jim Cou ieri alla Rod I.aver Arena con il sorriso sul volto – Sono riuscita ad essere sempre aggressiva con il diritto e con il servizio. Non mi sono fatta problemi pur avendo mancato qualche diritto perché stavo facendo la cosa giusta. Sto giocando senza sentire la pressione e questo mi aiuta anche sotto il profilo della fiducia». Poi un elogio alla sconfitta: «Jessica a Melbourne ha dimostrato di essere una delle migliori 20 giocatrici del mondo, da due anni sta giocando benissimo». Un filotto, quello della prima tennista al mondo che è fotografato dai numeri: solo 17 sono stati i game persi per approdare in semifinale con nessuna avversaria affrontata capace di superare la soglia dei 4 game vinti per set. Per volare in finale l’australiana troverà un’altra americana, Madison Keys, tornata ad alto livello e anche lei autrice di un match senza macchia contro Barbora Krejcíkova, campionessa dell’ultimo Roland Garros, apparsa nell’occasione svuotata e sofferente per problemi di pressione. La Keys, che aveva iniziato l’anno da n. 85 Wta, è già sicura con la raggiunta semifinale a Melbourne di rientrare tra le migliori 30 giocatrici del ranking. L’ultima tennista locale ad issarsi in finale a Melbourne è stata nel 1980 Wendy Turnbull che poi cedette alla ceca Mandlikova.


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Matteo e Jannik, coppia da urlo (Mastroluca, Crivelli, Azzolini). Medvedev passa ma che fatica (Bertellino)

La rassegna stampa di martedì 25 gennaio 2022

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La nuova era dell’Italtennis (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

E’ grande Italia a Melbourne. Per la prima volta in uno Slam diverso dal Roland Garros, due azzurri centrano i quarti di finale. Jannik Sinner e Matteo Berrettini, che sfideranno rispettivamente Stefanos Tsitsipas e Gael Monfils per avvicinare ancora un po’ il sogno di una finale tutta tricolore, stanno guidando il nuovo boom del tennis italiano dopo la grande stagione degli anni Settanta. Proprio da quella stagione non si vedevano due italiani così avanti in un major. Era il 1973, a Parigi facevano sognare Paolo Bertolucci, eliminato nei quarti, e Adriano Panatta, sconfitto in semifinale, battuti entrambi dallo stesso avversario, quel Niki Pilic per cui poco dopo si sarebbe scatenato a Wimbledon un boicottaggio senza precedenti. Il ventenne Sinner non ha dato alcun segno di particolare durante il suo debutto sulla Rod laver Arena, peraltro contro l’ultimo australiano rimasto in tabellone nello Slam di casa, Alex De Minaur. Il primo set ha marcato la distanza tra il Sinner attuale, formalmente fuori dai primi dieci del mondo ma con un tennis da top player; e un De Minaur che meno di un anno fa era numero 15 del mondo. L’australiano ha giocato anche meglio, non ha sbagliato scelte, riusciva ad anticipare anche in controbalzo le bordate da fondo dell’azzurro. Ma alla fine il set l’ha vinto Jannik, e la partita non è più stata la stessa. «L’aspetto più importante di questa vittoria — ha detto l’azzurro — è stata la mia capacità di trovare una soluzione alle difficoltà iniziali. Mi sono concentrato per iniziare a servire meglio, e fortunatamente à sono riuscito, e poi ho provato a spingere di più e a far muovere Alex. Mi aspettavo una partita lunga, devo dire che ho alzato il mio livello nel secondo e terzo set». l’ha riconosciuto anche il suo avversario. Jannik, ha detto, «ha giocato meglio quando è calata l’ombra su tutto il campo. La sua palla viaggiava di più per tutto il campo e sappiamo tutti quanta straordinaria potenza sia in grado di esprimere». Il 20enne di Sesto Pusteria, che ha promesso di fare il tifo per Matteo Berrettini conto Monfls, affronterà per la quarta volta Tstsipas. Hanno giocato sempre sulla terra rossa, Sinner l’ha già battuto agli Internazionali BNL d’Italia e pensare che oggi parta alla pari o addirittura leggermente favorito non è un’eresia. […]

Un urlo per la storia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Quando una farfalla sbatte le ali a Melbourne, in Italia cominciano a farsi largo i sogni. Più che teoria del caos, è pratica del talento: dopo Matteo Berrettini, anche Jannik Sinner approda ai quarti degli Australian Open, sigillando un’impresa che in uno Slam al tennis italiano mancava da 49 anni, quando nel 1973 a Parigi furono Adriano Panatta e Paolo Bertolucci a introdursi tra i magnifici otto. Si temeva, per Jannik, l’effetto-casa, inteso come tifo rumoroso e a senso unico a favore del rivale aussie De Minaur, e invece il match è marchiato a fuoco dalla maturità e dalla concentrazione dell’azzurro, dalla sua maggior varietà di soluzioni, dalla capacità di gestire senza apprensioni la palla lineare e pulita di Alex, che evidentemente ne esalta la velocità e la potenza delle controrepliche. Demon dura un set, provando a stuzzicare con pervicacia il dritto di Jan, ma quando il tie break prende la via italiana, la sfida è segnata: da lì, il servizio di Sinner scava la differenza e le sue discese a rete rappresentano un eccellente ed efficace diversivo (addirittura 26 punti su 32). A fine match, una farfalla si posa sul cappellino del numero 10 del mondo e Courier, oggi speaker del torneo, gli ricorderà che successe anche a lui. E poi vinse il torneo. Evocazioni magiche che non scuotono l’umiltà di Jannik: «A 20 anni puoi soltanto crescere. Negli ultimi mesi sono maturato come giocatore, ma soprattutto come persona, che per me è la cosa più importante. Comunque devo crescere ancora tanto sotto qualsiasi aspetto». Intanto però è nei quarti degli Australian Open per la prima volta e con la prospettiva, domani, di una sfida affascinante ma non certo chiusa contro Tsitsipas. Prima, tuttavia, si godrà lo spettacolo dell’amico Berrettini, in campo contro Monfils e avanti 2-0 nelle sfide dirette: «Giocherà in serata, quindi sarò nel letto a guardarmi la partita, come ho già fatto in altre occasioni. Seguire gli incontri di Matteo mi fa solo piacere, perché lo ammiro sia come giocatore sia come persona. Gli dico in bocca al lupo e mi auguro possa vincere ancora». Per incontrarsi, perché no, alla fine di un percorso comune, nell’Eden dei tennisti: una finale Slam. Magari già a Melbourne: «Cosa accadrebbe? Ancora non lo so – confida Jannik – perché non abbiamo mai giocato uno contro l’altro. Speriamo nel futuro di poterlo fare spesso. Matteo è un bravissimo ragazzo e un bravissimo giocatore. Anche il suo team è molto umile e mi piace stare intorno a lui perché credo che posso imparare tante cose. Anche nella Atp Cup, quando l’ho conosciuto meglio e ci siamo allenati insieme diverse volte, ho capito che è una bravissima persona oltre che un ragazzo normale, e io credo che più normale sei e meglio è. In campo è ovvio che vuoi vincere contro chiunque, ma sarebbe più difficile perché un derby avrebbe tante insidie». L’elogio della normalità, che si era riverberato anche dalle parole di Matteo del giorno prima, con annessi i complimenti sentiti a Jannik: «Andiamo d’accordo perché siamo due bravi ragazzi. Ci sentiamo spesso, parliamo delle nostre partite. La nostra non la chiamerei rivalità, semmai sana competizione: a me dà la carica sapere che c’è un altro italiano così forte, mi spinge oltre i miei limiti. Prima o dopo ci affronteremo, e sarà bellissimo. Intanto siamo uno stimolo reciproco per raggiungere risultati sempre più grandi».

Che fenomeno! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Una farfalla si posa su Jannik Sinner. Sceglie il momento dell’intervista e si lascia inquadrare dalla telecamera. Là sul berretto, vicino al rosso dei capelli che di Semola è certo la parte più floreale. È un segnale, dice Jim Courier, nei panni dell’intervistatore entomologo. «Una magia». Certo è così. Non c’è volo di farfalla che non abbia titillato suggestioni, acceso raffronti, ispirato metafore. Teorie persino. Come quella del caos. Il lieve battito d’ali di una farfalla intorno a Sinner provocherà un uragano dall’altra parte del mondo? Ma è da aruspici stabilire di quali annunci sia portatrice la farfalla di Jannik, e non pare il caso di tentare la sorte, sebbene nel giorno che vede il giovane issarsi al pari dei più esperti una riflessione s’imponga su ogni altra, centrata sul mistero che ogni farfalla porta con sé. L’enigma della metamorfosi. Che il bruco Sinner sia definitivamente asceso allo stadio più elevato della propria trasformazione? Ieri, opposto al pedestre Alex de Minaur nei quarti mostra la trasformazione completata da giovane aspirante a campione. Lo abbiamo visto volare come una farfalla e pungere come un’ape. È anche questo un segnale? Courier non avrebbe dubbi. E sono due gli italiani lassù. L’Italia è – al centro dello Slam. Azzurro Tennis, la proposta colore per la moda dei prossimi anni. L’Austalia non ne ha nessuno. L’ultimo è stato messo alla porta da Sinner con facilità. Alex de Minaur ha gambe buonissime ma in confronto a Sinner sembra giocare con un piumino al posto della racchetta, mentre quello è già passato al randello. Il match è durato un set, il primo, e l’unico in cui coach Lleyton Hewitt si sia dato pena di metter su un’espressione da gran cattivo, che fa tanto bischero ma resta il modo più diretto per ricordare al proprio adepto di essere ostile (nell’animo) almeno quanto lo era lui. Sinner poi ha dilagato, alternando molto bene colpi da fondo a qualche discesa a rete. […]

Medvedev passa ma che fatica (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Il n°2 del mondo, Daniil Medvedev si è issato nei quarti ma non è stata una passeggiata. Contro il sorprendente e atipico Maxime Cressy, n. 70 ATP, giocatore serve and volley nome nuovo di questo inizio 2022 (finalista a Melbourne nell’ATP 250) ha dovuto lottare 4 set trovandosi a un punto dal cedere anche il secondo. II russo ha dovuto contrastare il serve & volley del rivale nato in Francia ma di passaporto americano che ha messo in campo un tennis a dir poco spavaldo e vario negli schemi, quanto alterno (18 ace, 18 doppi falli). Contro un avversario che non ha mostrato cali e ha contribuito allo spettacolo, Medvedev ha fatto valere la legge dell’esperienza, ha giocato anche sul piano psicologico, protestando con il giudice di sedia, chiedendo un time out per il bagno («Non posso fare pipì e per lui niente violazione di tempo?»). Ha provato insomma a destabilizzare l’americano. II solito Medvedev, insomma, ormai anche personaggio. Che se la prende anche con gli organizzatori «Possibile che non abbia ancora giocato, con il mio status, nella Rod Laver Arena?». Per un posto in semifinale sfiderà Felix Auger Aliassime che ha centrato la prima vittoria di sempre dopo 3 sconfitte con il croato Marin Cilic. Primi quarti nel draw femminile di uno Slam, al suo 63° tentativo, per la 32enne nizzarda Alizé Cornet. A Melbourne era arrivata al massimo negli ottavi, nel 2009. Per farlo la transalpina ha battuto l’ex n.1 Simona Halep. Battaglia aspra anche per il caldo torrido che le ha più volte messe in difficoltà, in particolare la Halep. Dopo 2 ore e 35′ e con tanto di pianto liberatorio Alizè si è imposta in 3 set, un altro scalpo importante dopo quello dell’iberica Garbine Muguruza. Alla fine intervista sul campo e siparietto con Jelena Dokic che ha ricordato l’ultimo ottavo giocato dalla transalpina a Melboume; «Era il 2009, tu stavi giocando contro Dinara Safina e la vincitrice sarebbe stata la mia avversaria, e ricordo che tu non sfruttasti un match point; perciò voglio abbracciarti». La Cornet, emozionala, ha risposto: «Mi piaceva tanto il tuo gioco, avrei voluto affrontarti, fu un grande dolore, ma 13 anni dopo sono qui. Dopo mezz’ora eravamo quasi in fin di vita ma abbiamo lottato per 2 ore e mezza. Simona è una vera lottatrice. II sogno si è avverato, non è mai troppo tardi per provarci ancora. Dopo 30′ le mani mi tremavano, non vedevo bene, ma il box mi ha aiutata». 

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Matteo c’è (Pierelli). Berrettini senza limiti (Mastroluca). Berrettini, ace e record: “Sto facendo cose grandi” (Piccardi). Ace e pazienza Berrettini come nessuno (Rossi)

La rassegna stampa di lunedì 24 gennaio 2022

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Matteo c’è (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello sport)

Alla fine si ritorna sempre a quella partita lì, che rivelò al mondo intero di che pasta fosse fatto Matteo Berrettini. Era l’estate 2019 e allo Us Open l’allievo di Vincenzo Santopadre diede una decisa sterzata alla sua carriera: la partita vinta al tie-break del quinto set con Gael Monfils lo spedì dritto dritto fra i grandi, prima di perdere in semifinale contro Rafa Nadal, che poi vinse il torneo. Da allora è cambiato tutto: la consapevolezza nei propri mezzi, l’esperienza, la solidità mentale e la finale a Wimbledon contro Djokovic, l’unico capace di fermarlo negli ultimi tre Slam. Maturato Così Berrettini domani, ancora nei quarti, incrocerà le lame un’altra volta con Monfils, battuto anche nell’altro precedente (nell’Atp Cup 2021) ma che non è da sottovalutare: finora non ha lasciato per strada neanche un set. E l’imprevedibile francese è pur sempre uno che ha raggiunto due semifinali Slam (Roland Garros 2008 e Us Open 2016) e che quest’anno, a 35 anni suonati, è partito come meglio non poteva, vincendo anche il torneo di Adelaide.

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Ingiocabile di sicuro, se Matteo riuscirà a servire come ha fatto contro Carreno Busta la strada sarà quantomeno in discesa. Nel match contro lo spagnolo i numeri parlano da soli: 28 ace (sono 80 nel torneo…), 87% dei punti con la prima e una sola palla break concessa in tutto l’incontro durato due ore e 24 minuti, lungo i quali il pur indomito asturiano non ha mai dato la sensazione di poter girare la partita. «Credo che al servizio sia stata una delle prestazioni più importanti della mia carriera. Avevo la sensazione che lui non riuscisse a leggere la mia battuta. Così avevo maggiore libertà di azione e maggiore tranquillità durante lo scambio. Sono stato attento, ho giocato un match molto solido». Che gli ha permesso di diventare il primo italiano capace di raggiungere almeno i quarti di finale in tutti e quattro i tornei dello Slam, un dato che certifica più di ogni altro la qualità dell’allievo di Vincenzo Santopadre, che ha compiuto massi da gigante negli ultimi tre anni.

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Tra l’altro, Berrettini è solo il quarto italiano a raggiungere i quarti di finale agli Australian Open dopo Giorgio De Stefani (1935), Nicola Pietrangeli (1957) e Cristiano Caratti (1991): nessuno di loro si è mai spinto più in là. E forse Matteo ci sarebbe già riuscito lo scorso anno quando si dovette ritirare dal torneo prima di giocare gli ottavi contro Tsitsipas per l’infortunio agli addominali.

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Berrettini senza limiti (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

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Berrettini, che ha servito più ace di tutti all’Australian Open finora, è diventato così il terzo italiano con più quarti di finale Slam all’attivo (5), e il primo ad averne raggiunto almeno uno in tutti i quattro major, traguardo a cui sono arrivati solo in 49 nell’era Open. «Non lo sapevo, me l’hanno detto dopo la partita. Ovviamente mi fa piacere, vuol dire che sto facendo qualcosa di buono – ha commentato – Non avrei mai immaginato di poter realizzare tutto questo, di poter togliere un record a qualcuno». Nello Slam australiano, solo tre italiani prima di lui erano andati così avanti: Giorgio de Stefani (1935), Nicola Pietrangeli (1957) e Cristiano Caratti (1991). Nessuno ha mai centrato la semifinale. Berrettini ha altri due motivi per sognare. Intanto è virtualmente numero 6 del mondo, e sarebbe il suo best ranking. Poi si giocherà da favorito la sfida per la semifinale contro Gael Monfils, benché il francese stia giocando con una serenità che combinata ai talenti multiformi può mettere paura. LA PARTITA. Il numero 1 italiano ha giocato con l’autorevolezza dei campioni, capaci di indirizzare le partite esaltando l’efficacia dei colpi forti nei momenti in cui conta di più. Berrettini ha da subito tolto fiducia allo spagnolo, con almeno un ace a game in otto dei suoi primi dieci turni di battuta. Ha continuato a martellare, come dimostra il 77% di prime di servizio in campo da cui ha ricavato 1’88% di punti. Numeri che rappresentano una condizione necessaria ma non sufficiente a far funzionare lo schema base, la combinazione servizio-diritto che ha spezzato la resistenza del numero 21 del mondo. Carreno ha provato a mettere in campo le sue anni, il suo tennis geometrico, solido, per molti sfiancante. Ma contro un Berrettini così sarebbero servite espiosività in risposta e variazioni in modo da prendere il controllo del gioco. Doti che lo spagnolo non possiede in quantità tali da minare la forza tranquilla dell’azzurro, che ha chiuso con più del doppio dei colpi vincenti, 57 a 27, e anche tre gratuiti in meno, 27 a 30.

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Il prossimo step, la sfida contro Monfs, porta con sé ricordi positivi. Il romano l’ha sconfitto in Australia un anno fa nell’Atp Cup e soprattutto nel 2019, al tiebreak del quinto set, in uno storico quarto di finale dello US Open. Quel successo gli avrebbe fatto vivere la prima semifinale Slam della sua carriera. «Spero di riuscire a ripetere quella prestazione – ha commentato l’azzurro – Gael ha 10 anni più di me, ma fisicamente sembra i più giovane: è in perfetta forma e corre tanto. Ha grande esperienza, ha giocato tante partite di questo livello negli Slam, ma a queste situazioni comincio ad abituarmi anche io». Corteggiato anche da Netflix (la coppia con Ajla Tomljanovic attira l’attenzione dei produttori della docuserie in lavorazione presenti a Melbourne) Berrettini non ha nessuna intenzione di fermarsi qui.

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Berrettini, ace e record: “Sto facendo cose grandi” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Se a precederlo, lungo la strada della sua personalissima leggenda, è quel servizio (Ieri 28 ace, un doppio fallo, 87% di punti con la prima), Matteo Berrettini può fare ciò che vuole. «Davvero sono il primo italiano che si qualifica per i quarti di finale in tutti e quattro gli Slam? — chiede dopo aver demolito negli ottavi Pablo Carreno Busta, l’ex top ten che a un certo punto esaurisce le idee: impossibile rispondere a man in black —, beh, mi fa piacere, significa che sto facendo grandi cose. Mai lo avrei immaginato quando da ragazzino venivo qui a giocare il torneo junior sperando, un giorno, di qualificarmi per quello vero. E una grande sensazione». Piccoli gladiatori crescono. I tre set impeccabili con lo spagnolo (7-5, 7-6, 6-4) valgono importanti conquiste: il quinto quarto Slam in carriera, il quarto consecutivo perché un anno fa, in Australia, Matteo era stato costretto al ritiro per un infortunio agli addominali (l’ottima notizia è che Berrettini, dopo Melbourne, non avrà punti da difendere fino ad aprile). Il successo su Carreno Busta, inoltre, permette all’azzurro di scavalcare In classifica il russo Andrei Rublev, eliminato dal vecchio Cilic rivitalizzato dalla Coppa Davis: Matteo diventa numero 6 virtuale, best ranking.

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Dall’altra parte della rete, stanotte, infatti Berrettini trova il funambolico francese Gael Monfils, che a 35 anni, fresco del matrimonio con la collega Elina Svitolina, sta vivendo una seconda giovinezza. A livello Slam, Matteo ha assaggiato il tennis fisico e inesauribile del francese nel 2019, nei quarti all’Open Usa nella stagione della sua esplosione: «So perfettamente cosa aspettarmi — spiega —, una battaglia senza esclusione di colpi. All’epoca, a New York, ero meno consapevole dei miei mezzi: era il mio primo quarto Slam e la mia prima volta sull’Arthur Ashe, che è sconfinato. Oggi mi sento più sicuro, più maturo e gioco meglio a tennis. Monfils sta giocando davvero bene però io non ho usato tantissime energie fisiche e mentali con Carreno, quindi sarò pronto».

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Carreno non è riuscito a leggere il suo servizio («Una delle migliori prestazioni della mia carriera»), permettendogli di affrontare i turni in risposta a mente sgombra. E un Berrettini sereno, diventa un’arma letale. 

Ace e pazienza, Berrettini come nessuno (Paolo Rossi, La Repubblica)

L’urlo di Matteo Berrettini, dall’altra parte del mondo, è di pura gioia. Da oggi può fregiarsi di un altro primato: essere il primo, e quindi l’unico, tennista italiano ad aver raggiunto i quarti di finale di tutti gli Slam.

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Urla dunque, alza orgoglioso il muscolo e ne ha ben donde: i suoi 28 ace spiegano quasi tutto il come ha battuto lo spagnolo Carreno Busta e, durante il match, più d’uno — su Twitter — ha postato e abbinato l’immagine di Berrettini/Thor con il suo martello. Ma non è solo potenza, questo ragazzo romano: sarebbe riduttivo sintetizzare così il suo gioco, nel suo tennis ci sono molti altri ingredienti. E lo conferma il viaggio che il ragazzo di coach Vincenzo Santopadre ha intrapreso: in due anni e mezzo Berrettini ha realizzato alcune cose. Quali? Una semifinale agli Us Open, un quarto di finale al Roland-Garros e la finale a Wimbledon (primo e unico italiano). Oggi, 2022, Melbourne. E stavolta non trova (grazie al governo australiano) Djokovic, l’unico ad averlo battuto negli Slam del 2021.

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In questo Australian Open, di pazienza, Berrettini ne ha già avuta tanta: dal gestire il mal di pancia (ma l’Imodium l’ha molto aiutato) al cercare — fiducioso — la crescita di condizione, fino nel monitorare i postumi della caduta (con caviglia storta) durante il match contro Alcaraz. Per questo il Berrettini di ieri ha spaventato e preoccupato più di qualche rivale candidato al titolo: la fiducia mostrata, dopo lo spavento della possibile rimonta (sempre contro Alcaraz), ha alleggerito l’animo del nuovo numero 6 del mondo (e nel migliore dei casi potrebbe salire di un’altra casella), e ad accorgersene è stato il povero Carreno Busta. E adesso? Si scrive Melbourne, ma si legge New York 2019. Sembra un déjà-vu clamoroso, per lo Slam che lanciò l’azzurro nel firmamento. Ai quarti c’è Gael Monfils e, volendo guardare più in là con il naso, Rafael Nadal. Esattamente come in quegli Us Open.

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“Mi ricorda il percorso fatto, gli affetti di casa e mi tiene saldo nei momenti di sbandamento che il circuito e la vita comunque ti presentano». Anche per questo si è tatuato la rosa dei venti: serve per tenere la bussola, «e anche perché i tatuaggi mi piacciono».

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